Orientarsi nella nebbia

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di Lorenzo Pedrazzi

 
Feci l’amore con Bianca in una notte di novembre, e fu allora che imparai a trattare la nebbia come un’alleata. Chi vive a Milano lo apprende col tempo, anche se la nebbia non è più così frequente come una volta, e di solito tende a concentrarsi tutta in periferia. Quando si alza sul far del tramonto, puoi sentirla mentre ti avvolge le caviglie e ti si arrampica lungo la schiena, trasfigurando ogni presenza familiare in una sagoma misteriosa: che si tratti di un passante, di un cane al guinzaglio o del portone di un palazzo, fa poca differenza. Ogni cosa, anche la più banale e quotidiana, cambia radicalmente aspetto. Non è difficile scoprire in lei una compagna di viaggio che ti nasconde da sguardi indiscreti, a patto di apprezzarne il silenzio e la consistenza quasi materica; anzi, se ci cammini in mezzo dopo una giornata di lavoro, è bello immaginare che ti spinga dolcemente verso casa come la mano di un gigante gentile.
Io e Bianca facevamo gli stessi orari, e spesso ci incrociavamo in metropolitana quando il buio era già calato. Soffrivo di fotofobia per una recente operazione di chirurgia refrattiva, ed ero costretto a tenere gli occhiali da sole anche a bordo dei vagoni, perché la luce mi faceva male agli occhi. Fu proprio questo dettaglio bizzarro ad attirare la sua attenzione, spingendola a rivolgermi la parola dopo mesi in cui non ci eravamo mai parlati.
«Cioè, tieni gli occhiali da sole anche di sera, al chiuso. Cerchi di isolarti o vuoi solo darti un tono?»
In breve ci ritrovammo a chiacchierare mentre scendevamo dal treno, salivamo le scale della stazione e ci avventuravamo nella densa parete nebbiosa di via Bisceglie, che assorbiva i colori e leniva i rumori circostanti. Camminavamo affiancati, stretti nei cappotti, la testa incavata nelle spalle. Poi ci fu un momento in cui Bianca allungò il passo con una breve risata, e sparì nel grigiore compatto che si estendeva davanti ai miei occhi. Risi anch’io e mi affrettai per raggiungerla, ma non la trovai, e non sentii nemmeno più lo scalpiccio dei suoi stivaletti sull’asfalto umido. Mi fermai per chiamarla, inquieto. Non avevo alcun bisogno degli occhiali da sole, vedevo a malapena la luce rossa di un semaforo alla mia destra, mentre la nebbia sembrava danzarmi attorno come un’ancella.
Qualcosa mi sfiorò la nuca, e un brivido elettrico mi solleticò la base del collo: avrei giurato che fosse una mano, ma non c’era proprio nessuno alle mie spalle.
Quando Bianca ricomparve, un paio di metri più avanti, mi rivolse un sorriso che le affiorò da dietro la sciarpa come una luna crescente. Di lì a pochi minuti fui a casa sua, e poi nel suo letto.

Non ero il tipo da conquiste facili. Prima di Bianca, nella mia vita c’erano state soltanto due storie: un’avventura estiva quando avevo 18 anni, durata tre settimane e terminata in un pianto sommesso contro il finestrino di un treno; e poi una relazione di tre anni con una ragazza che avevo conosciuto all’università, e che mi aveva lasciato dopo appena dieci mesi di convivenza, sostenendo che la colpa fosse di entrambi. A dire il vero, io non ricordavo di avere mai fatto nulla per allontanarla da me, ma avevo rispettato la sua decisione senza troppi rimpianti: in fondo, stavo meglio da solo.
Con Bianca fu tutto più semplice, prese lei l’iniziativa. Fu lei a invitarmi a casa sua, fu lei a chinarsi per baciarmi mentre sorseggiavamo una birra in cucina, e fu lei a condurmi in camera da letto, dirigendo i miei passi tra la sua biancheria appallottolata per terra. Come se avesse già previsto tutto, e io fossi soltanto la pedina di uno schema più grande.
La sua pelle era fredda, e il suo sudore aveva un sapore curiosamente dolce, simile all’acqua piovana. Sotto l’occhio sinistro aveva un piccolo neo che sembrava una lacrima.
Dopo aver fatto l’amore restammo per un po’ in silenzio, nel buio. Ero certo che fosse sveglia perché il suo respiro non era regolare: aveva il corpo tangente al mio, e potevo sentire il suo torace che si espandeva e si ritirava contro il mio fianco, bussando leggermente come il muso di un gatto.
Era altrettanto freddo, al punto da farmi quasi paura.

«Sei sicura di stare bene?» le chiesi sfiorandole un piede con il mio. Lei parve ridestarsi da un lieve torpore, aveva la voce impastata.
«Mmh. Perché?»
«Sei gelida. Come fai a stare così?»
«Ah, quello. Ci sono abituata.»
«Quindi è normale?»
«Sì.»
Sospirai. «Beh, meno male. Credevo avessi un problema di circolazione o roba del genere.»
«No, non direi.»
«E non hai mai cercato di… boh, curarti?»
Lei sbuffò. «Dobbiamo parlare proprio di questo?»
«Se hai intenzione di dormirmi addosso, sì.»
«Dai, ti dà così fastidio?»
Sorrisi, ma lei non poté vedermi. «No… no, figurati» le dissi.
«Beh, comunque sono sempre così. L’unico modo che ho per scaldarmi è quando sto con… sai…»
«Un altro corpo.»
«Sì.»
«Quindi stai dicendo che mi hai rimorchiato solo perché avevi freddo?»
Lei rise piano, e io le cinsi le spalle con il braccio destro. Dopo un altro momento di silenzio, mi disse che potevo restare a dormire, se volevo. Lo fece con una strana enfasi, stringendomi il polso fra le dita e intrecciando le sue gambe nelle mie, come se volesse rimarcare le parole. Ripensai al suo neo sotto l’occhio sinistro, quella piccola lacrima d’inchiostro che non sarebbe mai sparita, e accettai.

Prima di addormentarci parlammo ancora un po’. Bianca mi raccontò di essersi laureata in Scienze dei Beni Culturali e di lavorare per una ditta specializzata in movimentazione delle opere d’arte. Io facevo l’assistente per un architetto d’interni in uno studio del centro. In realtà sognavo l’architettura del paesaggio – mi ero laureato con un progetto ispirato a Gilles Clément – e lei ne parve colpita: aveva studiato lo stesso argomento per sei crediti obbligatori durante il triennio, e si era appassionata ai grandi interventi di riqualificazione che stavano interessando Milano in quel periodo. Discutemmo di Petra Blaisse e della Biblioteca degli Alberi, di Bernard Tschumi e del Parc de La Villette, finché le nostre voci non si affievolirono nel sonno.
Fu il gelo a ridestarmi, un paio d’ore dopo. Erano quasi le tre di notte, ma il display luminoso della sveglia, sul comodino alla mia sinistra, pareva offuscato da qualcosa. Inizialmente pensai a uno scherzo del dormiveglia, mentre il corpo freddo di Bianca mi si stringeva contro, facendomi rabbrividire. Poi però mi stropicciai gli occhi, strinsi le palpebre e notai che i numeri sul display, per quanto leggibili, si confondevano dietro una lieve cortina di nebbia: era fumosa e sottile, come la bruma che si alza dai campi – l’avevo vista spesso, passeggiando nel tardo pomeriggio al Parco delle Cave – quando cala il sole nei mesi invernali. Anche il volto di Bianca sfumava nella foschia come un acquerello sbavato: potevo intravederlo grazie al bagliore dei lampioni che filtrava dalla
serranda alzata, troppo debole per urtare la mia fotofobia. Ma la nebbiolina occupava tutta la stanza, era umida e pungente.
Un’improvvisa associazione d’idee mi fece ripensare ai vecchi autobus e tram di Milano, con la carrozzeria dipinta di arancione per risaltare nella nebbia. Potevi scorgerli da lontano, forme indistinte che acquisivano consistenza metro dopo metro, come fantasmi tornati alla carne. Lo stridore delle rotaie squarciava il silenzio, lo colmava di normalità e familiarità. Si saliva a bordo come naufraghi su una scialuppa di salvataggio, prima d’immergersi ancora nella nebbia per recuperare altri superstiti.
Purtroppo nella stanza non c’era alcun punto di riferimento cromatico, nessun colore acceso che risaltasse nella caligine. Anzi, il grigiore era più denso attorno al corpo di Bianca, e s’irradiava dal letto fino alla parete opposta, velando una piccola scrivania e uno scaffale con sopra dei libri. Mi alzai, nudo e infreddolito, ma lei non si svegliò: emise un piccolo gemito e si raggomitolò sotto la coperta, le ginocchia raccolte contro il ventre.
Con mia sorpresa, fuori dalla finestra la nebbia si stava diradando, assottigliandosi
progressivamente come il fumo e la polvere al termine di una battaglia. Due piani più in basso, nel cortile condominiale, i lampioni che costeggiavano il vialetto d’ingresso proiettavano una luce abbastanza brillante da darmi fastidio, se li guardavo direttamente. Quel che restava della nebbia turbinava lì attorno, placida e impassibile.
Poggiai la mano sul vetro, unico modo per saggiare l’aria esterna senza aprire la finestra: era gelido, e sulla superficie interna si stava formando una chiazza di condensa. Ci passai sopra il polpastrello, disegnando saette che zigzagavano dall’alto verso il basso.
«Che fai alzato?»
Trasalii. Non tanto per la voce, ma per la mano fredda di Bianca posata sulla mia spalla. Mi girai e vidi che la foschia non c’era più, si era completamente dissolta, restituendo alla camera il manto bluastro della notte. Afferrai delicatamente i fianchi di Bianca e sentii la sua carne cedere piano, sotto la pressione delle mie dita.
«C’era nebbia nella stanza» le risposi. «Dev’essere entrata dalla finestra, è strano…»
Lei mi prese una mano. «Su, torna a letto» mormorò, e mi guidò fin sotto le coperte. Facemmo l’amore ancora una volta, sepolti goffamente dal piumone e dalle lenzuola.

La nebbia ha anche un odore, fateci caso. È fresco e dolce, ricco di umidità elettrostatica; pizzica le narici, se si prende un respiro profondo quando la bruma è particolarmente densa. Io con la nebbia ci giocavo, a volte. Avevo un piccolo puntatore laser, di quelli che si usavano per le presentazioni o per le lezioni frontali, ma che ebbero fortuna soprattutto come gadget ludici: si trovavano persino sulle bancarelle, a poco prezzo, e i genitori mettevano in guardia i figli dal pericolo di accecare se stessi o gli altri. Ebbene, nei giorni di nebbia fitta mi sedevo alla finestra della mia camera, prendevo il puntatore e ne orientavo il fascio contro la muraglia grigia che occupava il cortile: le goccioline scomponevano il raggio in migliaia di particelle, rendendolo granuloso e finalmente visibile, un filo rosso che s’immergeva nella foschia. Lo facevo oscillare, immaginando di tagliare la nebbia in tante sezioni squadrate, mentre le goccioline danzavano come pulviscolo al sole. Sembrava quasi viva, in quei momenti.
Vorrei poter dire di aver sognato qualcosa del genere durante la notte, ma non ricordo nulla del mio sonno. Ricordo però la luce tagliente che mi svegliò di prima mattina, riverberandosi dalla finestra: la nebbia si era completamente dissolta, e al suo posto c’era un sole basso ma brillante, incastonato fra i due palazzi che incorniciavano il giardino condominiale. Ne avvertii l’intensità persino a occhi chiusi, con un bagliore fra il rosa e l’arancione che filtrava attraverso le mie palpebre in un caos di macchie luminose.
Ebbi la pessima idea di aprire gli occhi, e la luce mi colpì come una stilettata.
Gemetti per il dolore mentre affondavo la faccia nel cuscino, ma fu in quel momento che sentii il fruscio delle lenzuola al mio fianco: Bianca si mosse e mi posò una mano sulla spalla, sotto la coperta. «Cosa c’è?» disse, con una nota di preoccupazione che mi parve sincera.
«Troppa luce» rantolai. Le parole sembravano uscirmi direttamente dalla gola.
«Ah, è vero. Me n’ero dimenticata.»
La sentii alzarsi per mettersi seduta, e con le palpebre socchiuse vidi che aveva una mano affondata nei capelli, mentre l’altro braccio era puntellato sul cuscino. La sua chioma mi era sembrata più scura, alla luce artificiale della metropolitana o dei lampioni; ora, invece, la luce naturale mi permetteva di scorgerne le screziature rossastre, tendenti al bruno, che le scendevano sulle spalle nude e sul seno. Notai anche la sua pelle, talmente chiara da apparire lunare. Vene bluastre le attraversavano il petto e i polsi, come sentieri tracciati su un deserto di sale. Ma non potei soffermarmi troppo su questi dettagli, perché anche il minimo bagliore mi torturava gli occhi: schiacciai di nuovo la faccia contro il cuscino, imprecando tra me con un mormorio lamentoso.

«Mmh» disse. «Ci penso io.»
Ipotizzai che volesse abbassare la tapparella, o passarmi gli occhiali da sole che giacevano da qualche parte in salotto… ma trascorsero alcuni secondi e non sentii nulla, come se fosse rimasta immobile lì dov’era. Socchiusi di nuovo le palpebre, e vidi che effettivamente Bianca non si era mossa di un centimetro, solo che la sua figura aveva qualcosa di confuso. La sua pelle, in precedenza così radiosa alla luce del mattino, era vagamente sfocata, come se la scrutassi attraverso un vetro smerigliato. Lei si accorse che la stavo sbirciando e mi sorrise, sollevando una mano e portandola all’altezza del viso. Voleva che la vedessi per bene. I suoi contorni erano sfumati, cambiava progressivamente colore: le dita divennero solo un’ombra indistinta, scemando in una
nube grigiastra che vorticava piano su se stessa.
Anche il resto della mano ben presto sparì, e alle mie narici giunse il profumo elettrico della nebbia. Bianca mi guardò ancora: il suo sorriso restò sospeso nell’aria per qualche istante, dietro una coltre di foschia grigia che si espandeva delicatamente dal suo corpo; poi sparì, insieme a tutto il resto. Fu allora che capii la sua esigenza di calore, il suo bisogno d’infiammarsi nell’amplesso e nel contatto con un altro corpo. Non sapevo se per lei ero solo uno dei tanti, o se avevo un significato speciale, ma francamente non m’importava. Le avevo dato quello che voleva, e ora lei mi stava restituendo il favore: la stanza si riempì di nebbia – o meglio, si riempì di lei – fino a coprire la scrivania e lo scaffale con i libri, l’armadio sulla destra e i comodini ai due lati del letto, che ne fu avvolto come da una cappa. La luce si attenuò, e io potei finalmente spalancare gli occhi.
Il clima fresco lenì il dolore.
Respirai con cautela mentre Bianca mi danzava attorno, come se avessi paura di assimilare un frammento di lei, di toglierle qualcosa. Mi sfiorò una guancia, rassicurandomi. Era davanti a me, ma anche sopra e tutt’intorno: mi circondava in una specie di abbraccio caliginoso.
Quando finalmente presi coraggio e allungai una mano, mi sembrò quasi di poterla toccare.

 

Lorenzo Pedrazzi sta seguendo il nostro corso avanzato di scrittura. Ha letto questo suo racconto durante la parte della lezione dedicata alla lettura degli scritti prodotti dai partecipanti. Il gruppo lo ha discusso e in seguito l’autore ha apportato qualche piccola modifica al testo, che ora proponiamo nell’ultima versione. 

Chi è: ha 33 anni ed è nato a Milano. Sue passioni, il cinema e la letteratura. Arrivato al giornalismo e alla critica militante, lavora a tempo pieno per ScreenWEEK.it. Collabora inoltre con Filmidee, Doppiozero e Rivista Studio. Ha pubblicato un saggio intitolato “Immagini al limite: Itinerari del disgusto nell’arte cinematografica” sulla rivista accademica Itinera. Suoi racconti sono comparsi su diverse antologie e riviste letterarie, tra cui Cattedrale. Nel 2011 ha vinto il primo premio al trofeo “Microscifiction“. Forse dal racconto che proponiamo si intuisce anche un altro suo interesse: l’astronomia.

Una giornata esplosiva

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di Rinaldo Novati

Nel corso del loro viaggio in auto, mentre stavano attraversando una piccola comunità rurale, Piero aveva notato un capannone, un poco appartato dalla strada, con le pareti di mattoni rossi affrescate da grandi disegni colorati di pistole e fucili, vicino ad un centro commerciale.
Incuriosito, Piero aveva subito posteggiato la vettura coreana presa a nolo, nell’assolato parcheggio, proprio di fronte all’entrata ed entrato deciso all’interno dell’edificio.
L’aria condizionata viaggiava al massimo in quell’ambiente e quasi restava secco sulla soglia, sia per lo sbalzo di temperatura, che per lo spettacolo che ora aveva davanti agli occhi.
Su entrambe le pareti laterali, enormi rastrelliere mettevano in mostra un numero impressionante di fucili da caccia, da tiro e anche fucili mitragliatori da guerra e addirittura, in un angolo appartato, diverse mitragliatrici, sia leggere che pesanti, esposte al fianco di lanciarazzi, di piccole e medie dimensioni, con attaccati i cartellini dei prezzi e le loro caratteristiche specifiche, come calibro, volume di fuoco, portata utile, peso ad arma scarica oppure con i caricatori inseriti, eccetera. Collocati nel centro del locale vi erano degli enormi banconi affiancati, che sotto pesanti cristalli antiproiettile, mostravano centinaia e centinaia di pistole di tutti i tipi e di tutti i tempi, da quelle dei pirati ad acciarino, alle Colt calibro 45, famose nel mondo perché esibite in tutti i film western a delle ultramoderne pistole mitragliatrici. Erano esposte tutte le marche e modelli presenti sul mercato, in un numero infinito di esemplari, tutte collocate una fianco all’altra e distinte per costruttore e modello, appoggiate sui diversi ripiani piani delle bacheche corazzate.
Piero, con il respiro sospeso, si guardava intorno incredulo, con la netta sensazione di essere entrato nell’ armeria di una base militare oppure sul set di un film di Hollywood, in uno dei tanti action-movie americani. Passava incredulo in mezzo agli espositori e non riusciva a credere ai propri occhi per la varietà di armi in mostra e nemmeno a pronunciare una parola di risposta alle insistenze della sua compagna Matilde, che dopo un quarto d’ora di permanenza e di passeggio avanti e indietro nel capannone, era annoiata al massimo grado e insisteva per uscire e riprendere il loro viaggio.
“Stai scherzando vero? Sono arrivato nel paradiso terrestre per uno come me, abituato a vedere queste armi solo nelle riviste e tu… sul più bello mi chiedi di risvegliarmi dal mio sogno e andarmene?!”, aveva ribattuto seccamente Piero, affascinato da quella incredibile esposizione di armi e dove non riusciva a concentrarsi su nessuna in particolare, tanta era la sua emozione davanti alle dimensioni dell’armeria.
Un commesso, un ragazzone biondo dai capelli tagliati corti a spazzola, ben palestrato e dotato di una grossa pistola automatica appesa al fianco, li aveva intercettati e chiesto se poteva essere utile.
Portava un alto cinturone di cuoio dove, esposte in bell’ordine, vi era una bomboletta con lo spray al peperoncino, un paio di manette, due caricatori di ricambio della pistola, una pila, una pistola elettrica, oltre alla solita ed indispensabile rice-trasmittente, con l’auricolare inserito nell’orecchio destro.
“Pronto a tutto” aveva pensato Piero “gli manca solo la maschera antigas, l’elmetto e questo può andare anche in trincea!”. Aveva risposto immediatamente: “Sì, grazie…, per favore vorrei vedere una pistola automatica modello Beretta 92, quella in dotazione alla polizia e carabinieri italiani e una Glock 17, quella invece usata della polizia tedesca e a quella americana”. La sua curiosità nasceva dai confronti armati che le aveva viste in azione e contrapposte in mille sparatorie in tv o al cinema e ora voleva, se possibile, vederle da vicino. Senza alcuna esitazione il commesso aveva chiesto di vedere un documento identificatore e dopo un’occhiata distratta alla sua patente italiana, aveva aperto la bacheca e posato davanti allo stupefatto Piero i due esemplari di pistole richieste, non senza avere prima accertato che fossero entrambe scariche.
Con fare da intenditore Piero le aveva guardate da vicino per ben esaminare i particolari, il grilletto, la sicura, i calcioli dell’impugnatura e il dispositivo di mira. A lungo le aveva soppesate con attenzione nella mano, prima l’una e poi l’altra, stendendo il braccio e atteggiandosi a tiratore esperto e mentre prendeva di mira un armadio in fondo al salone e aveva trovato la pistola italiana ben più pesante dell’altra. Con finta indifferenza, aveva chiesto se era possibile acquistarle. “Ma certo… mi lasci fare la fotocopia del suo documento di identità e mi dica come intende pagarle, in contanti o con carta di credito? Sono 1.769 dollari più tasse in totale, se vuole, questo mese, abbiamo anche una promozione per i proiettili calibro 9 x 21, compatibile per entrambe, con una confezione da 300 pezzi a solo 149,99 dollari più tasse”. Il respiro era venuto a mancare a Piero che annaspando si era voltato verso Matilde altrettanto incredula al suo fianco: “Hai sentito anche tu quello che ha detto il signore? Quello che vediamo al cinema allora è vero, chiunque può dotarsi di un’arma in questo paese, basta una fotocopia della patente e una carta di credito!”.
“Per favore, può spiegarmi le differenze tra le due armi?” aveva chiesto con insistenza Piero, incapace di contenere la sua emozione davanti allo spettacolo di se stesso, con una bella pistola in entrambe le mani che continuava a rigirare e scambiare di mano. Con pazienza, ma anche con evidente piacere, il commesso aveva allora iniziato una lunga e dotta spiegazione tecnica sui due modelli di pistola. “Vede… la Beretta è più pesante e può contenere nel suo caricatore bifilare 15 proiettili di calibro 9. Viene prodotta qui negli USA su licenza ed è risultata prima al concorso per la fornitura di pistole all’esercito, mi sembra si trattasse di un lotto di 600/700.000 pezzi da consegnare entro due anni. Ora è uscito un nuovo bando per altre 500.000 pistole da distribuire alla Marina, Aviazione, Polizia Militare ecc. e il suo concorrente più agguerrito è proprio la Glock, con il nuovo modello Type 19, che è più leggera e potente di questa che ha in mano.
Dopo aver posato le due pistole sul bancone di cristallo, con voce rotta dall’emozione Piero aveva posto una nuova domanda al commesso: “Scusi ma… se invece volessi acquistare quel fucile d’assalto alle sue spalle?”, aveva chiesto, indicando un fucile mitragliatore sulla rastrelliera.
Senza voltarsi il commesso aveva prima risposto le due pistole al loro posto nella bacheca e poi guardando la parete dietro lui aveva risposto: “ E’ il modello più recente del M1, il fucile d’assalto in dotazione al corpo dei Marines ed esistono due versioni diverse della stessa arma, lei preferisce quella nel calibro 5,56 oppure quella in calibro 7,65?” Prendendosi tra le mani il pizzetto, con fare pensieroso Piero aveva esitato qualche secondo prima di rispondere: “Quale è la differenza fra i due calibri? Sa… non vorrei sbagliare nell’acquisto!”, muovendo la testa e le mani con fare interlocutorio.
A quel punto era più che evidente al commesso che il possibile acquirente era ben lontano dall’essere un esperto del settore delle armi da fuoco e con estrema gentilezza aveva posato il fucile davanti a Piero e iniziato una lunga discettazione sui pregi di quell’arma. Piero guardava affascinato mentre al suo lato Matilde iniziava a sbuffare per tutte le spiegazioni tecniche che la stavano annoiando, ma il suo compagno era insaziabile e con la mano aveva indicato un fucilone nella rastrellerai di fianco: “Non mi
dica che quello è il famoso… ”, “Sì … è l’eccezionale Barret 50, calibro 12,7, in dotazione ai reparti speciali dell’esercito americano e divenuto un best seller mondiale dopo la sua comparsa nel film American Sniper”. Fingendosi pensieroso, Piero era tornato a stringersi la barbetta, per poi esclamare:
“Guarda che io lo prenderei… solo… che non so si mi sta nella valigia che ho portato!”
Al bancone centrale si era intanto presentato un tipo in canottiera nera, con le braccia tatuate con serpenti e aquile sui muscolosi avambracci e un curioso ciuffo in mezzo alla testa rasata.
Era accompagnato da un grosso figuro, rasato a zero, con il tatuaggio di una svastica sulla nuca.
Avevano parlato con la ragazza della cassa, una mora dalle misure abbondanti, saltata prontamente in piedi al loro arrivo e anch’essa equipaggiata dal complesso cinturone da combattimento, in dotazione a tutti gli impiegati del capannone. Dopo un breve preambolo, il bullo aveva estratto dalla tasca posteriore dei blu jeans, un rotolo di banconote e con studiata lentezza, aveva appoggiato sul ripiano della cassa, tutti in fila, 12 biglietti di banca nuovi fiammanti da 100 dollari ciascuno. Doveva essere ben conosciuto in quel posto, non aveva infatti esibito nessun documento e la ragazza, dopo aver controllato attentamente le banconote con una speciale penna, le aveva risposte nella cassa, facendo un cenno deciso del capo alla coppia, in segno di proseguire pure oltre porta in fondo all’edificio, apertasi nel frattempo.
“Ma voi vendete armi anche a personaggi simili?” aveva chiesto Piero al commesso, dopo aver seguito con attenzione tutta la scena sin dall’inizio. Con pazienza Dan aveva spiegato che il diritto di possedere armi negli Stati Uniti è sancito dalla Costituzione e l’unica limitazione oggi consiste che non si possono portare in giro senza un apposito permesso, come era invece possibile sino ad un secolo fa.
Data la confidenza in atto, Piero aveva chiesto se era possibile testare le armi nel poligono di tiro, ma l’impiegato aveva scosso la testa: “Qui non è possibile ma, se prosegue per la statale, a tre miglia di distanza, ne trova uno piccolo, ma molto ben attrezzato”. Non aveva neanche finito di parlare che Piero ero già alla guida della macchina, lanciato verso il suo obbiettivo.
Il proprietario del poligono era una persona anziana, con un mozzicone di sigaro spento in bocca e fortemente interessato, in quel momento, ad una partita di baseball alla televisione sulla parete di fronte.
Con fare distratto, aveva chiesto un documento di identificazione e dato la consueta rapida occhiata alla patente di guida di Piero. “Non abbiamo fucili qui, troppo piccolo, però possediamo una bella collezione di pistole, scelga quella che vuole!” aveva detto senza staccare gli occhi dalla partita e indicando con la mano una teca blindata, con all’interno almeno 100 pistole diverse. “Per favore, vorrei provare la Glock 17, posso?”. L’anziano proprietario si era chinato e subito riapparso con la famosa pistola e un vassoio in cui scintillavano un numero infiniti di proiettili. “Sono 30 dollari, più le tasse per 50 proiettili, il poligono è al piano inferiore”. Aveva indicato con la mano una scala al fianco della sua postazione ed era tornato a guardare il televisore. Piero era terrorizzato, per la prima volta in vita sua aveva a disposizione una vera arma, con anche un numero infinito di colpi e per l’emozione, non sapeva più che cosa fare in quel momento. “Mi scusi… ma come si fa a caricarla?” aveva chiesto con voce tremula e con molto imbarazzo. Il vecchio canuto si era voltato scocciato verso di lui e aveva chiesto piuttosto
seccato “Ma tu… hai mai sparato?” “No” “Allora niente armi!” e in attimo aveva fatto sparire dal bancone sia la pistola che i proiettili. In quell’istante Piero si era reso conto che il suo sogno stava svanendo velocemente ma aveva avuto la forza di spirito di ribattere subito: “Ho fatto il servizio militare, ma non ho mai sparato con questo tipo di pistola, era questo che intendevo dire, mi scusi!”. Ormai decisamente irritato da tutte quelle interruzione alla visione della sua partita, con fare infastidito aveva ripreso la pistola automatica e le munizioni riposte e le aveva posate con stizza ancora una volta sul ripiano. Senza staccare gli occhi dal televisore, aveva messo di fianco anche un grande foglio di carta con il disegno di una sagoma di colore nero, con al centro diversi cerchi, un paio di cuffie e di occhiali trasparenti. Senza interrompere la visione della partita, aveva fatto un gesto con la mano eloquente, che lo invitava ad andare via e non importunarlo più. Piero si era voltato e aveva visto il terrore sul volto di Matilde, che lo guardava muta e con gli occhi spalancati, mentre lui, immobile con in mano la pistola e il vassoio dei proiettili, le cuffie sulle orecchie e gli occhiali trasparenti indietro sulla testa, la guardava a sua volta in silenzio, senza parlare, perché la gola gli si era completamente disseccata.
Con la testa aveva indicato la porta d’ingresso del sotterraneo e con la pistola aveva fatto segno di….
Poi ti spiego! Matilde si era lasciata cadere di colpo sulla poltroncina del salotto di attesa, incapace di pronunciare una sola parola davanti alla vista del compagno armato fino ai denti che le faceva cenni di rassicurazione, mentre agitava nell’aria, con poca confidenza invero, un pistolone di colore grigio scuro.
Visto che non era possibile parlare per nessuno dei due, Piero aveva imboccato con decisione la scala che scendeva nel sotterraneo, avviandosi verso il suo destino.
Vi erano una dozzina di postazioni di tiro, ciascuna con un piccolo banchetto davanti e almeno tre o quattro siti erano occupate da pistoleri, occupati a sparare senza sosta alle sagome davanti loro.
Il primo problema era sorto con il fissaggio del foglione di carta del bersaglio, dato che Piero non trovava nulla su come attaccarlo alla tavola di legno della postazione.
Si era allora rivolto ad un cow boy in transito in quel momento, con le cuffie sulla testa che, senza parlare, gli aveva indicato una pistola sparachiodi appesa vicino alla porta d’ingresso.
Dopo una serie di tentativi infruttuosi, finalmente la sagoma del bersaglio era stata affrancata alla tavola e con molta difficoltà, allontanata di qualche metro dalla postazione di tiro, nel corridoio di sua competenza. Con una terribile ansia in corpo, Piero si era quindi dedicato alla fase successiva, quella del caricamento della pistola! Dopo una serie di tentativi infruttuosi, si era deciso a richiedere aiuto a un tiratore, non avendo il coraggio di tornare dal vecchietto di sopra per chiedergli come poteva fare per caricare l’arma. Con fare scocciato, il cow boy di prima gli aveva indicato un bottone sul fianco della pistola, vicino al grilletto e una volta premuto, per incanto, il grosso caricatore bifilare era uscito dal calcio della pistola. Piero si era profuso in ringraziamenti ed era ritornato alla sua postazione di tiro con un sospiro di sollievo. Dopo cinque minuti di tentativi, non un solo proiettile era stato infilato nel caricatore e la sua disperazione era sempre più nera. Il pensiero di rinunciare a quella folle impresa appariva sempre più reale e al colmo della disperazione Piero aveva deciso di chiedere la collaborazione di qualcuno degli altri tiratori. Non voleva importunare ancora una volta il solito e quindi era andato alla postazione alla sinistra della sua ma, con enorme stupore si era trovato davanti ancora una volta la solita camicia a quadri rossi del consueto villano. Con fare decisamente scocciato, ma anche incredulo del fatto che esistesse sulla terra qualcuno incapace di caricare una pistola automatica, aveva preso in
mano il caricatore e in pochi secondi era riuscito ad infilare cinque proiettili facendo ben vedere a Piero che esisteva un invito sulla testa del supporto, dove andava infilata la pallottola, per poi farla scivolare in avanti, una dopo l’altra. Tornato alla sua postazione aveva inserito il caricatore nel calcio e sentito un click di approvazione, segno che l’operazione era andata finalmente in porto. Ricordando i vari film polizieschi, Piero aveva tirato all’indietro il carrello superiore dell’arma e sentito distintamente il rumore
della pallottola che entrava nella camera di scoppio. Era sudato fradicio, nonostante l’aria condizionata che andava al massimo, e con decisione aveva puntato la pistola sul bersaglio davanti a lui, mettendosi di traverso nella postazione, in posa, come se si apprestasse ad affrontare un duello di fine ottocento.
Con scarsa convinzione aveva premuto il grilletto, sicuro di dover ritornare dal cow boy di prima per chiedere ancora una volta spiegazioni del perché quell’arma ancora non funzionava e con la speranza che quello non si scocciasse per davvero e finisse per sparargli. Con sua sorpresa il colpo era invece esploso, rimbombando con forza sulla volta del sotterraneo, assordandolo completamente, perché nell’eccitazione del momento, aveva dimenticato di mettere le cuffie sulle orecchie.
Il rinculo della pistola era stato molto forte e lo aveva colto completamente impreparato.
Il suo polso aveva avuto una violenta torsione verso l’alto e ora dolorava e pulsava come per effetto di una slogatura. Aveva posato la pistola sul banchetto davanti a lui e si era massaggiato delicatamente il polso dolorante, con l’idea di tornare di sopra dal vecchietto e restituire il tutto.
Aveva guardato la sagoma davanti a lui e visto che il proiettile aveva fatto un bel foro, proprio vicino al centro del bersaglio. Preso dall’entusiasmo, aveva impugnato ancora una volta l’arma e tenendola con due mani, aveva schiacciato di nuovo il grilletto. Lo sparo gli era giunto attutito nella cuffia e un nuovo foro, era apparso nella sagoma, vicino a quello precedente.
Preso dall’entusiasmo aveva schiacciato in rapida successione il grilletto e in meno di un secondo tre nuovi orifizi erano apparsi, una alto, nel centro della testa e due in basso, vicino ai piedi.
Beh… per essere la prima volta… Aveva schiacciato il bottone del rilascio caricatore e aveva preso la pistola per la canna per appoggiarla sul ripiano. Con tutta la sua forza di volontà era riuscito a trattenere l’urlo di dolore per l’ustione al palmo della mano e prendendosi la testa fra le dita, si era detto a titolo di constatazione che questo, molto probabilmente non era un lavoro adatto a lui, molto meglio sfogliare un libro o cercare di scrivere un racconto, sui dolori e le pene delle umane vicissitudini.
Era rimasto in quella posizione per una decina di minuti e alla fine, con silenziosa decisione, aveva preso il caricatore e iniziato a infilare i proiettili uno ad uno. Arrivato al numero sei però, non era riuscito a progredire perché la molla di carico era sempre più forte e solo nei film si vedono i pistoleri che, con fare indifferente, e mentre scrutano le mosse del nemico, caricano le pallottole come fossero noccioline.
Stava prendendo confidenza con l’oggetto e questa volta la sequenza di tiro rapido non era andata così male e almeno tre colpi su sei avevano centrato il bersaglio.
A quel punto gli era venuta l’idea di filmarsi con il telefonino, per mostrare al figlio e agli amici che genere di avventura stava vivendo in quel momento e così condividere l’esperienza.
Aveva posizionato il telefonino sul banchetto e controllato l’inquadratura, purtroppo non ottimale per la scarsa distanza, o inquadrava la pistola, oppure lui in posa di sparo, le due cose insieme non erano possibili. Aveva trovato un compromesso, prima, con la ripresa in primo piano del suo faccione attraversato da un sorriso compiaciuto, poi, si era ritratto e avvicinato la pistola all’obbiettivo, aveva ripetutamente fatto fuoco. Nella penombra del poligono faceva molto effetto vedere le lunghe fiamme che uscivano dalla bocca della pistola e oltre al rumore dello sparo, si sentivano ben distintamente anche quello dei bossoli espulsi che cadevano a terra.
Aveva spostato allora il telefonino sull’altro lato del banchetto e ripetuta l’operazione di caricamento, con una sempre maggior sicurezza dei gesti mentre guardava compiaciuto dentro l’obbiettivo.
I colpi sulla sagoma non erano il massimo dell’efficienza e sicuramente non un monumento alla sua capacità di tiratore e allora Piero aveva avuto una brillante idea per aumentare la sua performance.
Caricata la nuovamente la pistola, con i consueti sei colpi, perché oltre non si poteva andare, altro che diciassette proiettili possibili, aveva schiacciato l’interruttore che avvicinava la sagoma del bersaglio e da poca distanza aveva fatto fuoco, crivellandola di colpi, quasi tutti al centro. Schiacciato di nuovo l’interruttore, aveva posizionato la sagoma alla massima distanza possibile nella corsia e preso in mano il telefonino, ne aveva ripreso il lento avvicinamento al banchetto di sparo. Una volta vicina a lui, con il dito Piero aveva indicato con quanta maestria e precisione il bersaglio era stato crivellato di colpi, con una granucola di fori tutti in prossimità del cuore.
Si era poi inquadrato da vicino e con voce chiara aveva impresso il seguente messaggio: “Ragazzi… Da adesso in poi… non chiamatemi più Piero, ma solo Pecos Bill!”.

Schegge

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di Luisa Valenziani

“E’ un uomo inaffidabile”, urlava al cellulare un’avvenente e prosperosa fanciulla, scollacciata e avvolta in un’ardita minigonna. “Quello è uno che si scoperebbe tutte, meglio lasciarlo perdere.”

Ok, devo fermarmi sospendere il giudizio, il doppio giudizio: quello sullo stronzo donnaiolo e l’altro sulla fanciulla provocante, in minigonna.

Lampante mi torna alla mente l’urlo inorridito di mia zia, tanto cara, ma un po’ zitella, che davanti alla mia minigonna rossa – avevo 18 anni e belle gambe – non esitò a darmi della poco di buono: “E’ la classe che conta, nipote mia, e tu con quella minigonna la tua classe l’hai perduta, ti sei omologata alla massa.” Magari ai suoi occhi ero anche diventata un po’ come la figona stratosferica che aveva definito stronzo uno che amava tutte le donne!

Io, dopo le parole della zia, mortificata, smisi di indossare minigonne, il suo giudizio mi aveva castrata.

Poi, rapidamente, ma neanche troppo, ero diventata madre. Nel frattempo c’era stato il ’68, il femminismo, l’autocoscienza, una separazione e tanto altro e quindi mi venne naturale e spontaneo ripromettermi tolleranza e fair-play; così quando mia figlia, tredicenne, cominciò ad indossare minigonne vertiginose – aveva un fisico perfetto, ma da ventenne – mi imposi di sorridere compiaciuta, pretendendomi rilassata e consenziente.

Quando però mi nascose scarpe con il tacco a spillo, che io immediatamente scovai, prima che lei fosse pronta ad indossarle appena fuori dalla mia portata, non riuscii a fermarmi e insorsi con tutte le mie forze: ” Ma sei pazza, dove vorresti andare conciata così, sembri una sciacquetta!

“Ma mamma, cosa dici? Che vuol dire sciacquetta?”

Eccomi caduta nella trappola del giudizio, antichi divieti, repressioni subite, formalismi latenti, tutto ritornava a galla, d’incanto. Banalmente infierivo su mia figlia come avevano infierito su di me. Cambiano i modi, si cercano sofisticate e sfumate espressioni, ma la sostanza rimane sempre quella: estinguere od estirpare certa mentalità, certi giudizi, non è cosa così scontata.

Eppure credevo di avercela fatta. E invece eccomi qua a giudicare non solo lo stronzo donnaiolo, ma anche la fanciulla provocante sottintendendo che si meritava lo stronzo donnaiolo!

Ripensando alla classe tanto invocata dalla mia zietta… mi viene da sorridere. Lei per anni aveva intrecciato un‘intensa relazione “platonica” con un integerrimo professore, anzi filosofo, con tanto di moglie e figli, da lui mai lasciati perché “così non si fa”, senza mai comunque negarsi la compagnia intelligente e stimolante di una bella signora – nubile – con cui poter condividere interessi e passioni, di natura ovviamente intellettuale. La facciata era salva, entrambi venivano considerati austeri, impegnati e con chili di classe.

Sana ipocrisia dei tempi andati.

Così, quando divorziai dal mio primo marito, mormorii, giudizi e occhiate di rimprovero non mancarono, accompagnati anche da un “poveretta” chissà che futuro l’aspetta.

Quando poi senza essere sposata ebbi le mie figlie…apriti cielo!

A poco o a nulla contribuì alla mia redenzione lo sposarmi in una chiesa Battista, ad Harlem, allietata da cori spirituals e soul food. A quel punto il silenzio regnò sovrano.

Nessuno della mia famiglia partecipò con la scusa che ero lontana, e quando uno dei miei fratelli capitò, per caso, a New York una settimana dopo il matrimonio, consegnandomi il regalo dei fratelli non esitò a dirmi che quello sarebbe stato l’ultimo regalo della famiglia, per tutti si auguravano – il mio ultimo matrimonio.

Noi, intanto ad Harlem ce l’eravamo veramente spassata, con amici e musicisti, circondati da un’atmosfera unica: io per tutto il tempo della cerimonia avevo in braccio mia figlia di 4 anni che non capiva cosa stesse succedendo, anzi temeva che il matrimonio significasse separazione; l’altra figlia di un anno che squittiva in lontananza perché tenuta a distanza (era pure malata, povera piccola); il reverendo Smith che non riusciva a pronunciare il nome di mio marito, chiamandolo Eldoro, Eldorado…invece di Edoardo, per cui ci si mise d’accordo su una semplicissima abbreviazione: Ed (“call me Ed”, lo implorò a metà della cerimonia mio marito).

Anche il matrimonio ad Harlem simboleggiava la fine dello stile, della classe tanto invocata dalle mie vecchie zie?

Allora non ci pensai, venne naturale, in effetti i newyorkesi la classe e lo stile, forse non sanno neanche che cosa siano… eppure quando per il terzo anno mi venne confermato l’incarico di insegnamento, con un bel sorriso il mio capo mi disse apertamente che secondo lui le donne italiane hanno un che di speciale, uno stile, una classe che facevano bene al suo istituto. Che dio gliene renda merito, almeno avevo un lavoro!

Mia madre quando eravamo al mare, anzi non solo quando andavamo al mare, se ne fregava di andare in giro con vestagliette comprate al mercato magari anche rimboccate alla buona con uno spillo da balia. Mio padre al rientro dalla sua gita in barca a vela, attraversava il paese con delle scarpe di tela che urlavano vendetta, rosso di capelli e viola in faccia con la pelle bruciata dal sole, indossando informi pantaloni tailandesi, pure sbiaditi, insomma una vergogna, tanto che noi figli ce ne tenevamo alla larga facendo finta di non conoscerlo: ”Papà, ma come fai ad andare in giro conciato così?” Lui neanche rispondeva. Sicuro e tranquillo e totalmente menefreghista del giudizio degli altri… ma stranamente acconsentì a farmi fare un vestito lungo per le feste a cui ero invitata, dove tutte le mie amiche sfoggiavano eleganti vestiti da sera, fino ai piedi, sebbene non avessero 18 anni. “Bisogna capirla, povera ragazzina, tutte hanno il vestito lungo, bisogna seguire la massa” concludeva con rassegnazione lievemente burlona.

E in effetti come avevo sofferto quando ad una di queste famose feste mi ero presentata con un vestito blu notte, riadattato da mia madre, ravvivato (si fa per dire) da un enorme fiocco bianco a pois blu: ”A fioccona!” fui subito apostrofata entrando in sala. Che mortificazione!

Dopo quella debacle fu l’intervento di mia sorella maggiore ad evitarmi altre mortificazioni obbligando mia madre a comprarmi un vestito di cady nero – allora molto di moda – che oggi come oggi sarebbe passato come veste monacale.

Sempre divisa tra educazione borghese e sentimenti ribelli, la mia è stata spesso una rivoluzione a metà.

Compagna recalcitrante che al ciclostile obbligato o alle assemblee, monotematiche, preferiva il campeggio libero e le gite fuoriporta. Disubbidiente, ma in modo moderato, incapace di osare fino in fondo, e in fondo orgogliosa di non omologarsi completamente alla coppia aperta, al totale radicalismo delle idee di quegli anni. La famiglia, l’educazione e anche l’esempio erano ben lungi dall’essere annullati. E gli stimoli erano stati sempre diretti, specialmente da mio padre, verso l’autonomia, l’indipendenza, il raggiungimento di obiettivi concreti.

E poi gli amori… beh, in quel campo una vera voragine di infelicità e scelte sbagliate che ormai non provo più neanche ad analizzare. Su tutte le mie storie regnava sovrana l’insicurezza, e ovviamente amavo perdutamente chi mi faceva soffrire e non mi era fedele, tenendo sulla corda e bistrattando chi invece si dichiarava innamorato e fedele.

“Perché non vuoi attraversare l’Europa e il Medio Oriente (allora si poteva) con me, sul mio pulmino, arriviamo in India, scopriamo il mondo…dai, sarà stupendo!” A propormelo era un bel tipo, vero alternativo di sinistra, appena laureato, colto ed interessante quanto basta, praticamente il mio mito di intellettuale perfetto… ma in India non ci andai. Lui partì lo stesso con altri amici e mi scrisse lettere stupende che concludeva sempre con dolci dichiarazioni d’amore, convinto di ritrovarmi ad aspettarlo al suo ritorno, pronta finalmente a cedere al suo indubbio fascino. Il ritrovarsi fu così goffo che l’ho cancellato del tutto, così come vaghi sono rimasti gli intrecci di quel periodo molto sofferto per la fine di quello che per me era stato un grande amore, certamente il primo.

Gli amori da quindicenne e giù di lì, vissuti con i sussulti dell’età non mi pare valga la pena di metterli a fuoco. Solo adesso, invece, mi viene in mente che entrambi i miei grandi amori, solo due, hanno in comune l’Africa: il primo addirittura cominciò in Africa, e per il secondo l’Africa ha fatto da sfondo costante, uno sfondo di vita vissuta per mesi e poi per brevi periodi, uno sfondo sempre ritrovato, tanto che una delle mie figlie ci ha vissuto per anni e ci tornerà a vivere.

Non ho una gran voglia di capire cosa avessero in comune questi due grandi amori, oltre all’Africa, e non so neanche se ho voglia di tornare in Africa, sarebbe troppo faticoso emotivamente, non ho troppa voglia di nostalgie e ricordi. Spesso vorrei che ricordi e nostalgie si estinguessero.

In Africa concepii il mio primo figlio, che ho perso.

Sto andando dall’Argentario verso Roma, in macchina, da sola, quante volte ho percorso questa strada che mi sembra sempre identica: l’Aurelia con il limite di velocità, il bivio per Capalbio… Pescia Romana dove ebbi il mio grave incidente di macchina, Montalto, Tarquinia… Civitavecchia.

Qui le schegge partono all’impazzata e mi fanno male se penso a tutte le volte che mi sono imbarcata per la Sardegna, per le nostre vacanze in gommone… ogni anno per più di dieci anni ci imbarcavamo in imprese forse un po’ folli ma tanto vitali. Sì, quel periodo è veramente estinto, appartiene ad una vita fa, ha lasciato però tanti segni, addirittura troppi.

L’Aurelia poi, era una strada percorsa anche con mio padre, al ritorno dal mare, e poi con la mia fedele amica Paoletta: anche con lei ci furono numerosi imbarchi per la Sardegna, i nostri primi campeggi da sole, con la Fiat 500. Ricordo in modo distinto quando la convinsi a partire da Roma per andare all’Argentario facendole credere che partire da lì e tornare indietro a Civitavecchia sarebbe stato più semplice che non partire direttamente da Roma e tutto perché mia sorella mi aveva telefonato dicendomi che era arrivata una lettera dal mio primo grande amore. Paoletta si convinse facilmente, “Certo hai ragione…” poi il giorno dopo fu assalita da dubbi.

“Ma così ci siamo fatte quasi 200 km invece di 70…” Io pensai fosse opportuno tacere, limitandomi a sorridere. Non mi ricordo adesso se la lettera fosse valsa la pena di quella assurda deviazione.

Formiche

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di Lucia Borro

Erano sedute al tavolino del bar nel sole declinante davanti a due birre. Carla le parlava della figlia, non era a posto col lavoro ma questo non le impediva di stare in giro fino a tardi. Cos’avevano tanto da festeggiare ‘sti ragazzi?

   “Oh Carla, a posto col lavoro oggi non ce n’è nessuno, deve pur distrarsi, ha vent’anni. Se non lo fa adesso…”, rispose Marta guardandosi intorno. Cosa le poteva dire? C’era da farsi cadere le braccia. Per fortuna lei figli non ne aveva. Le bastavano quelli degli altri ai quali cercava di dare un minimo d’istruzione la mattina in classe.

   Due tavolini più in là un uomo non smetteva di fissarle. Non ha senso, pensò Marta, erano due donne mature, ordinarie. Istintivamente strinse la borsa in grembo, prese un sorso di birra e cercò di concentrarsi sul discorrere di Carla.

   Non appena i loro bicchieri furono vuoti, quasi fosse un segnale, l’uomo si alzò e venne verso di loro.

   “Ciao Carla”.

   “Fabio! Come stai? E Francesca?”.

   “Tutto bene…”.

   Carla aprì la mano e lui interpretò il gesto come un invito a sedersi con loro. Marta ne fu infastidita. Cosa s’immischia? Stiamo parlando tra noi. Sperò che l’incontro potesse concludersi in quattro parole di circostanza.

   Carla fece le presentazioni, era amica della moglie di lui, Francesca appunto. La coppia abitava in un altro paese, a una ventina di chilometri. L’uomo ordinò al cameriere altre tre birre.

   “Non per me grazie”, esclamò Marta brusca ma lui fece finta di non aver sentito e continuò a intrattenerle sui lavori di ristrutturazione che aveva cominciato in casa e su quanto spesso la moglie fosse lontana per lavoro. Marta si sentiva addosso i suoi occhi come se lui le stesse costruendo intorno una gabbietta di fil di ferro.

   Il discorso cadde su temi di attualità.

   “Ormai non ci sono più uomini veri”, dichiarò Fabio. “Se va avanti così fra poco saranno solo donne e gay a comandare”.

   “E allora?”, ribatté Marta seccamente. “Tutto andrebbe molto meglio”.

   Carla ridacchiò.

   “Io sono per la separazione dei ruoli”, continuò lui “la donna a casa e l’uomo al lavoro. Lei l’accudisce, lui la protegge”.

    Questo è scemo, concluse Marta.

   Giorni dopo, ripassando davanti allo stesso bar, si sentì chiamare.

   Fabio l’invitava tamburellando sul piano del tavolino. Lei colse di nuovo il lampo degli occhi e si avvicinò cauta. Alla prima sciocchezza, pensò, mi alzo e me ne vado.

   “Siamo colleghi, sai?”, esordì lui. “Ho fatto l’insegnante anch’io. Sono andato in pensione l’anno scorso”.

   Cominciò a raccontarle aneddoti sulla scuola, i guai che aveva affrontato all’inizio della carriera, l’impatto con i bambini difficili. Mostrava una tenerezza speciale verso di loro, sembrava saperli trattare con un modo dolce e fermo.

   Marta divenne loquace, il lavoro l’appassionava, espose le sue opinioni e trovò sensate quelle di lui.

   Quando si alzò per andarsene, lui le si affiancò. Girato l’angolo lei disse:

   “Io abito qui”.

   Era orgogliosa del suo appartamentino, se l’era comprato con le sue forze e l’aveva arredato con cura. Vi tornava contenta dopo il lavoro, ne amava l’odore, la luce, i libri. La sera si coricava con un senso di sollievo nel letto tutto per sé. Dopo un divorzio travagliato in cui il suo ex era riuscito a ottenere la casa comune e a esercitare, al solito, altre sottili prepotenze, Marta si teneva alla larga dai legami, come se le fosse piombata tra capo e collo un’intolleranza alimentare. Ci vuole poco, pensava, perché una storia si trasformi in invasione o peggio. A volte, di rado, le capitava qualcuno di passaggio. Perché no? Basta che restasse tale.

   D’impulso disse:

   “Vuoi vedere come mi sono sistemata?”.

   Mentre gli mostrava l’appartamento, lo prese in giro:

   “Uomini veri qui non ce ne sono. Qui comando io”.

   Il giorno dopo ricevette un messaggio complimentoso. Era chiaro che stava prendendo avvio un corteggiamento.

   Cosa fare? Era attratta dal suo sguardo, gli occhi verde-dorato, ed era diverso tempo che nessuno la portava fuori né passava per il suo letto. Non che questa fosse la cosa più importante. A quell’età gli uomini erano ormai abbastanza “inefficaci” nonostante le loro pillole. Non c’era d’aspettarsi granché.

   Se n’era convinta da un pezzo, buona parte del genere maschile non era composta da creature “rifinite”. La loro “adultità” rimaneva piena di buchi come se il fabbricante si fosse distratto, dimenticando qui e là tappi e coperchi. Il loro sviluppo restava incompleto e da quei buchi risalivano facilmente impuntature da bambini, convinzioni granitiche senza capo né coda… per non parlare dell’impulso a guardare le stesse solfe sui siti sportivi o quelli porno e a fare a cazzotti.

   Una frotta di scolari, insomma.

   Ce n’erano anche di “ben riusciti”, ammetteva Marta, ma erano rari o forse era lei che non li attraeva.

   Nondimeno all’inizio un nuovo corteggiatore è come un omino di marzapane, dolce, saporito, una vera fonte di piacere, a parte qualche contraccolpo sui livelli della glicemia.

   Marta accettò l’invito a cena.

   Lui aveva deciso di portarla al mare, a una mezz’ora dal paese. Guidava con naturalezza, come se l’auto fosse parte di sé, toccava appena il volante con una mano mentre l’altra, imperterrita, svolazzava sopra le ginocchia di Marta, avvicinandosi a poco a poco, finché sembrò normale che le sfiorasse.

   A cena ebbero spigole e chardonnay sotto la luna di maggio. Impossibile non correre verso l’epilogo. Lui le parlò della sua infanzia infelice: la madre vedova lo lasciava in collegio tutta la settimana e se ne dimenticava spesso anche la domenica. Come non intenerirsi?

   “Ma come te la sei cavata nella vita dopo un inizio simile?”.

   “Cinque anni di psicanalisi”.

   Marta se ne sentì rassicurata.

   Quando, saliti da lei, le labbra si toccarono e si aprirono, non percepì alcuno sfasamento, pareva che lui sapesse coordinare tempi e modi in millimetrica corrispondenza con i propri. I vestiti volarono in tutte le direzioni.

   “Che dio ti benedica!”, le sfuggì subito dopo.

   Di fronte a lei si ergeva l’idea platonica del sesso maschile, esemplare in tutto, forma, dimensioni, consistenza, con proporzioni armoniche da sezione aurea, un vero omaggio alle divinità preposte. Nelle ore che seguirono Marta poté constatare che l’efficacia era pari alla bellezza. Il proprietario sembrava aver raffinato l’arte del ritmo – lento, accelerato, sospeso, calmo, di nuovo accelerato – in perfetta consonanza con quello di lei, come se l’intuisse per istinto. A conclusione, tutta la carne interna di Marta, strati e strati, che avresti detto cieca, dedita al proprio lavoro di esistere in modo meccanico e ripetitivo come una colonia di formiche, ora cantava a gran voce, aveva messo da parte ogni disciplina, rideva, girovagava ebbra dentro di lei, producendo continui, piccoli sussulti di gioia. Mai le era capitato prima.

   Lui la mise davanti allo specchio in camera:

   “Guardati come sei bella adesso, sembri una ragazzina”.

   Di primo mattino, esausta, lei lo pregò di andare. Aveva bisogno di dormire qualche ora in pace.

   “Non mi puoi mandare via a quest’ora”, rispose lui allarmato.

   “Perché no? Hai la macchina… Su, vai”.

   Fabio le lanciò un’occhiata carica, scura. Si rivestì in fretta, uscì sul pianerottolo, si girò a guardarla un’ultima volta con la testa incassata tra le spalle. Corse giù per le scale come se fosse sul punto di perdere il treno.

   Marta non seppe più niente di lui per parecchio tempo. Non prese iniziative, era pur sempre un uomo sposato. Manteneva in sé il ricordo di quel miracolo e sperava vagamente in un nuovo incontro.

    Lo ritrovò seduto al solito bar. Salirono da lei con urgenza e il miracolo si riprodusse poco dopo.

   Mentre Marta carezzava quella bellezza in temporaneo riposo, lui le raccontò che gli aveva fatto un po’ da padre uno zio siciliano. D’estate se lo portava a vivere giù nel vasto clan di famiglia. Dovette battersi con gli altri ragazzi e lui all’epoca era mingherlino. Presto però, nelle gare e nei confronti, emerse la sua supremazia: la resistenza e il fulgore dell’organo avuto in dote non aveva paragoni. Nessuno aveva più osato mancargli di rispetto, rise Fabio.

   Più tardi, accoccolati l’una sull’altro, lui disse:

   “Non lo fare mai più”.

   “Cosa?”.

   “Cacciarmi via in quel modo”.

   “Oh, quante storie!”, rispose Marta.

   Le sembrò di avere di fronte uno dei suoi alunni in pieno capriccio.

   Si mise seduta e gli tenne un discorso: mai avrebbe rinunciato alla sua quiete, a quel momento del risveglio in cui si stirava contenta nel letto mentre seguiva con calma il filo dei pensieri. Aveva avuto pazienza tutta la vita precedente, con un marito che russava e le disturbava il sonno. Basta. Ormai si era abituata a non avere nessuno intorno al mattino e le piaceva così.

   Lui si alzò di colpo, l’espressione indignata, uscì senza parlare. Marta non lo rivide per due settimane.

   Tornò una sera.

   “Mia madre mi mandava fuori di casa il lunedì mattina, solo, al buio, nel freddo. Prendevo il primo tram per il collegio…”.

   Il viso si congestionò e i begli occhi si arrossarono.

   Marta per quella notte fece un’eccezione. Naturalmente non chiuse occhio e si alzò nervosa:

   “Vedi bene che non si può”.

   Lui tornò molte altre sere di seguito, non sembrava stancarsi, mostrava una adorazione per l’intero corpo femminile, carezzava, leccava, lo contemplava con minuzia come sotto incantesimo. Più tardi si strappava di lì, scappava per le scale, un ladro nella notte. Marta arrivava in classe, il mattino dopo, con le gote accese, le labbra ancora gonfie, come spalmate da un rossetto speciale, impossibile da trovare in commercio.

   “Cosa ti capita?”, le chiedeva Carla.

   Finita la scuola, Marta e Fabio andavano in qualche spiaggetta protetta in cui lui potesse baciarla. Parlava di sé, gli piacevano i colossal hollywoodiani, i top gun, leggeva fumetti di cui lei non aveva mai sentito parlare e libercoli di pessima qualità. Lei scuoteva la testa. Ora nei discorsi, oltre alle donne e ai gay, aveva preso di mira i musulmani, presto avrebbero conquistato l’Occidente, “e voi donne ne vedrete delle belle”. Lei si chiedeva come potesse essere così stupido e non resisteva a fargli la lezione.

   Meno male che nella vita quotidiana se lo sciroppava un’altra.

   Una sera mentre lui si muoveva delicatamente sopra di lei e i loro corpi umidi combaciavano, disse:

   “È grave”.

   “Cosa?”.

   Venne fuori che si era innamorato.

   “Dimmi che mi ami anche tu”.

   “Ma sì ma no, dai, non parliamo di questo”.

   “Ti prego”.

   Davvero è grave, rifletté lei. Meglio allontanarsi per un po’.

   L’anno scolastico era finito. Marta partì con una collega a visitare alcune isole vulcaniche in mezzo all’Atlantico.

   Lui le mandava messaggi a cascata:

   “Cuore mio, mia passione, sei il mio fiore e io il tuo giardiniere che ti annaffia con mano sicura…”.

   Stava svelando una certa vena poetica.

   Lei gli augurava la buonanotte. Dopo aver marciato tutto il giorno sull’orlo dei crateri, non vedeva l’ora di chiudere gli occhi.

   Ma il tintinnio dei whatsapp sembrava il canto del gallo.

   “Perché questi messaggi laconici? Tu non mi ami (emoticon disperato). Tutto di te mi manca, ho freddo, sono abbandonato su questo pianeta (emoticon del pianeta) in mezzo a gente schifosa, penso a te ogni minuto. Voglio riposare su di te, ancorato in te…”.

   “Sì caro, ma dormi bene adesso”.

   Prima di spegnere il telefono, appariva un suo ultimo grido:

  “Ma io non voglio dormire. Io sto male (emoticon di un teschio)!”.

  Venne a prenderla all’aeroporto. La sommerse di carezze. Non gli importava che la collega lo vedesse.

   “Vengo a stare da te”.

   “Scherzi? E tua moglie?”.

   Non gli importava nemmeno della moglie.

   “Io non voglio”.

   “Ma io ti amo!”.

   Marta si mostrò irremovibile. Mai e poi mai si sarebbe presa in casa quella testa balzana.

   “Sei una vera stronza. Con tutto quello che ho fatto per te…”.

    Seguitò a protestare per giorni, dal vivo, per telefono, per mail, per citofono. Le rinfacciava quant’era cattiva, come diventava brutta, una megera, a non amarlo.

  Era successo: ora Fabio vedeva in lei la madre amata e arpia. Cinque anni di psicanalisi buttati al vento.

   “Sono stufa”, gli disse un giorno esasperata. “Meglio non vedersi più”.

   “Non puoi farmi una cosa simile. So che mi ami”.

   “Ci rinuncio, rinuncio a tutto. Non sei mica il mio sex toy”.

   Fabio la fissò come se avesse ricevuto un manrovescio. Adesso mi ammazza, pensò Marta.

   Lui disse:

   “Non sai cosa ti perdi”.

   Guardandolo correre via provò sollievo, non vedeva l’ora di ricominciare a respirare.

   Trascorsero mesi. La vita di Marta riprese il suo corso, lavorava, vedeva le amiche, seguiva le conferenze in biblioteca. Frequentò un paio di seminari di aggiornamento, la palestra, i dibattiti del cineforum. Si trattava di superare l’inverno.  Ma più il tempo passava meno si sentiva in forma, dentro qualcosa borbottava, la metteva in uno stato di disagio. A scuola era inquieta, gridava con i bambini. Cosa mi sta succedendo?

   Come dio volle, arrivò la primavera, il bar mise fuori i tavolini. Rientrando Marta vi lanciava un’occhiata. Inutilmente.

   Una sera dalla finestra le parve di scorgere sul marciapiede qualcuno che somigliava a Fabio ma più magro, quasi ingobbito, la barba lunga. Per un attimo gli sguardi si incrociarono.

   “È lui!”.

   Scese le scale a rotta di collo ma quando arrivò in strada non c’era più nessuno. Rientrò delusa, ho le traveggole, pensò, o comincio a essere ossessionata.

   Nelle notti che seguirono percepì nel sangue una crescente agitazione come se quella sua colonia di formiche si fosse messa a fare chiasso in lungo e in largo, a protestare picchiando su pentole e tamburi. Manifestava il suo dissenso, declamava, lo chiamava.

   Marta provò docce fredde, autoerotismi, meditazioni. Fatica sprecata. Loro sapevano cosa volevano e da chi farsi accontentare.

   Smettetela! ordinava. Ma non c’era verso di ritrovare il sonno.

   Il sole lo scaldava ma il corpo di Marta languiva sul punto di disfarsi. Ora, nei suoi anfratti, ogni minuscolo animaletto offeso minacciava d’implodere da un momento all’altro. Divenne malinconica.

   “Cosa ti capita?”, le chiese di nuovo Carla.

   “Un po’ stanca. Siamo alla fine dell’anno”.

   Poi non resistette:

   “Volevo chiederti, ma quel tipo, Fabio, che fine ha fatto? Ti ricordi, l’avevamo incontrato al bar l’anno scorso”.

   “Non ti ho raccontato, poveretto. Ha avuto un crollo nervoso, ha perso dieci chili, non mangiava, s’impasticcava. Colpa della moglie. Era continuamente via per lavoro, l’ha trascurato. Alla fine se l’è portato in America dove lei aveva avviato un’attività. Sembra che adesso si stia un po’ riprendendo”.

   “Che storia…”.

   Dopo poco Marta salutò Carla e risalì in casa. Si buttò sul letto, così grande per lei, e sentì nel ventre le sue formiche chiudersi, ripiegarsi su se stesse affrante, avvolgersi strettamente in un velo nero.

   Si raggomitolò anche lei e pianse.

I nostri libri

Vita da single
Antologia di racconti
Edizioni Libreria Popolare di via Tadino

Una società di individui soli.
Single per caso, per sbaglio, per scelta, per vocazione.
Storie divertenti, quanto malinconiche e drammatiche, che rendono conto di quanto sia variegata la vita di uomini e donne che costituiscono ormai la maggioranza nelle metropoli occidentali.

vitadasingle
C’è chi si affida ad appuntamenti che risultano buffi, a vuoto, divertenti per una notte, come quelli organizzati via internet alla Esselunga con fiocco rosso sul carrello. O al sesso ondine che ti può tendere agguati pericolosi. L’amore che nel passato avrebbe potuto concretizzarsi e il caso ha invece ha impedito, produce interrogativi perturbanti. Una donna, in stato d’ansia perché un po’ ci conta e un po’ si prende in giro, si prepara a un convegno amoroso dall’esito incerto. La storia di un debito in denaro getta una luce anomala sull’amicizia tra di uomini, nata nel pieno della contestazione e rivangata attraverso lo sguardo del nipote. Il viaggio in autostrada a tappe nelle varie aree di servizio si rivela una via crucis nel delirio della donna, vittima degli spasimi causati dalla relazione con l’amante sposato. La badante arrivata da un paese dell’Est, ignorata dagli adulti che l’anno presa a servizio, trova un contatto inatteso con la bambina di casa. Caleidoscopio di esperienze, i 28 racconti mostrano dal di dentro la mutazione antropologica in corso, che a breve o a lungo tocca tutti noi.

 

Come scrivere
di Rosaria Guacci e Bruna Miorelli
Zelig Editore
Guida per aspiranti narratori.
Come si crea un testo, come si riescono a ottenere certi effetti, come l’autore fa in modo di dare quel preciso risultato. E come scoprire in primo luogo la propria voce.

comescrivere
Lezioni di scrittura di Eraldo Affinati, Silvia Ballestra, Carmen Covito, Erri De Luca, Antonio Franchini, Giuliano Gramigna, Carlo Lucarelli, Raul Montanari, Enrico Palandri, Alberto Rollo, Tiziano Scarpa, Emilio Tadini. Gli interventi riguardano l’attacco di un racconto o di un romanzo, ovvero l’importanza delle prime frasi, il finale, la descrizione. Quanto utile sia la revisione a partire dal fatto che scrivere vuol dire riscrivere. Evitare o utilizzare le ripetizioni, rime e assonanze? L’abile uso del non detto. Il diario, l’autobiografia, il romanzo d’invenzione. Lo scoglio del dialogo, per niente facile da superare. Stendere una scaletta prima di cominciare è utile solo per il thriller?
Creare un clima di tensione, far lievitare la suspence. Come far camminare il tempo della
narrazione.
Non si tratta di imparare l’ispirazione, quanto piuttosto di affrontare i problemi del mestiere e non quelli del talento: il talento se c’è, può essere scoperto, coltivato, sviluppato quotidianamente…

 

Il millelibri
a cura di Bruna Morelli
Oscar Mondatori
22 percorsi di lettura nei campi dell’ecologia, scienza, letteratura, narrativa, psicanalisi, poesia, guidati da studiosi del settore. Tra cui Franco Fortini, Carlo Tullio-Altan, Romano Madera, Marisa Fiumanò, Franco Brioschi, Gianni Turchetta.

ilmillelibri
Mosaico stimolante, originale, spesso provocatorio, mai scontato. Un avvincente invito a conoscere, riflettere, appassionarsi, ridere, emozionarsi, divertirsi. Questi autori hanno scelto la strada delle varie discipline seguendo i loro interessi, le loro tendenze, le loro esperienze. L’idea, come dice l’introduzione, è quella di inoltrarsi nel modo della parola scritta assumendo l’interesse, il piacere, la catena dei desideri messi in moto dalla lettura. Una lettura lontana da un uso utilitaristico, lavorativo o scolastico, a partire dal bisogno intimo di godimento. L’istituzione, la scuola, la professione, la biblioteca, fanno di tutto per trasformare questa attività in dovere, in pesante incombenza da affrontare sotto il peso della colpa o la spinta di affermazione e da evitare non appena possibile. E la società dell’informazione e dello spettacolo, basata sull’immagine e sull’ascolto uditivo, l’ha già resa superflua. Proprio per questo, nel mentre accanto a quello conoscitivo si potenzia il suo lato “ozioso”, irriducibile alla logica del mercato e della produzione, si aprono nuovi inesplorati spazi di libertà. Il cuore della lettura non è assoggettabile. Ed è da essa che si diramano molte potenzialità, compreso il sogno di autodeterminazione.

 

Da un mondo all’altro
raccolta di racconti a cura di Bruna Miorelli
La Tartaruga edizioni
Le scuole di scrittura minano alla radice l’idea romantica che per scrivere basti un’ispirazione divina o un gesto spontaneo e immediato. Al contrario scrivere è un processo lento, fatto di selezioni e rifacimenti, di attenzione al particolare, di scavo psicologico e reiterato ragionare.

da un mondo all'altro
Afferrare le caratteristiche del presente è il filo conduttore di questa raccolta, a partire da noi e da quello che ci sta intorno. Come afferma Flannery O’Connor, citazione che riprendiamo dall’ultima di copertina: “Quando parliamo della terra dello scrittore, siamo inclini a dimenticarci che, qualunque terra sia, essa è dentro come fuori di lui. L’arte richiede un delicato adattamento tra il mondo esteriore e quello interiore, in modo che, senza snaturarsi, possano essere l’uno il riflesso dell’altro. Conoscere se stessi è conoscere la propria regione. E’ anche conoscere il mondo ed è altresì, paradossalmente, una forma di esilio dal mondo.”
Di stile, tono e contenuto quanto mai diversi, gli autori della raccolta mostrano una comune fiducia nella letteratura, come comunicazione altra, diversa e più autentica, da perseguire per cercare di raggiungere anzitutto una propria più intima verità.

 

Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore
di Hans Tuzzi
Bollati Boringhieri

Hans Tuzi, autore dei celebri gialli, con protagonista il commissario Norberto Melis, nonché di saggi del libro e sul suo mercato antiquario, e di romanzi non di genere, sta tenendo lezioni di scrittura agli allievi aspiranti narratori. Il testo di alcune di queste relazioni gli hanno dato l’idea di completarle con altre per farne un intero volume.

giallo
“In letteratura è come in teologia: valgono le sole domande. O meglio è l’intelligenza delle domande che costringe a elaborare risposte alla loro altezza. Il talento, l’istinto sono necessari.
Vanno educati, certo, ma sono necessari. Dieci capitoli su: Prima di scrivere; Stile, struttura, riscrittura; Come agganciare il lettore; Dire, non dire, da chi farlo dire; Come caratterizzare i personaggi; Finali chiusi, finali aperti; Buona e cattiva letteratura; Tutti i colori del genere: giallo nero rosa; Due o tre cose sul giallo perfetto; Due o tre cose sul perfetto lettore di gialli.
Fertili considerazioni sui limiti e potenzialità della parola, sulla potente irrealtà della letteratura.

 

Ciao bella
a cura di Rosaria Guacci e Bruna Miorelli
Piero Manni e Lupetti editori
Percorsi di critica letteraria al femminile. Personali, anticonformisti, indifferenti alle varie convenzioni editoriali questi saggi s’impongono per l’estrema attenzione all’altra donna, cosicché tra chi scrive e chi recensisce la corrente è forte e continua.

ciao bella
Il volume raccoglie gli scritti delle critiche letterarie più significative: tra cui Anita Raja, Nadia Fusini, Elisabetta Rasy, Barbara Lanati, Grazia Livi, Marisa Bulgheroni, Anna Maria Crispino, Maria Nadotti, Marisa Caramella. Critica che si è formata in accordo a una domanda di lettura nuova circa temi e latitudini rappresentative e in stretto legame con il movimento femminista che aveva da subito tematizzato la letteratura come una fucina di stimoli, ponendo il rapporto tra donne come questione fondamentale. Per questo è forte, in queste critiche, l’interesse al lavoro delle donne che scrivono, guardato con occhio empatico quando vi sia consonanza o anche discordanza, comunque sempre con la più grande attenzione.

L’antologia “Vita da single” letta da Laura Lepetit

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Laura Lepetit ha fondato e diretto la casa editrice la Tartaruga, ed è autrice del memoir Autobiografia di una femminista distratta, Nottetempo edizioni.

Il tema dato a questa raccolta di racconti Vita da single è servito a spostare lo sguardo dai soliti cuore e amore, coppie e separazioni, per scoprire nuovi modi di vivere e nuove soluzioni offerte appunto da questa condizione sempre più diffusa di vivere da soli e da sole, senza incorrere nella riprovazione sociale come un tempo.
Al supermercato si mette un fiocco rosso sul carrello per indicare che si è disponibili a un  incontro ci informa un’autrice, al sabato ci si ritrova al bar perché non si ha una moglie da portare al centro commerciale né un figlio da portare all’oratorio in Vite da bar, talvolta la soluzione è un bel gatto che ti aspetta a casa, Chi, Kurt Tucholsky?, Mi chiamo Ugo è un bel ritratto in prima persona di un tipico maschio italiano convinto che tutto gli sia dovuto, lo zio single accanito che improvvisa un bellissimo pranzo di Natale per tutta la famiglia, Quest’anno si cambia, e così via. Ogni racconto contiene un tratto d’autenticità e una ricerca originale. Dal che si deduce come mettere in parola la propria esperienza e le proprie sensazioni sia un esercizio che fa bene alla salute e al benessere del cervello. Con una raccomandazione agli autori: essere sempre più consapevoli che scrivere significa cercare uno stile molto preciso, unico e inconfondibile con cui esprimersi. Sentire la scrittura come necessità insopprimibile.

Il viaggiatore

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di Andrea Genzone

 

All’aeroporto La Aurora, dietro la transenna della sala d’attesa, Adelmo vide il suo nome scritto a penna rossa su un foglio di carta. A tenere in mano il cartello, all’altezza del petto, un uomo piccolo che sorrideva a tutti quelli che gli camminavano incontro, pronto ad afferrare qualunque bagaglio non appena stabilito chi fosse il suo uomo. Portava pantaloni beige e una camicia a fiori, sbiadita ma ben stirata. Una profonda ruga orizzontale gli attraversava la fronte. Adelmo ebbe un sussulto: a parte il colore della pelle, quell’uomo era tale e quale a suo padre. “La ruga del pensatore” la chiamava sua madre, scompigliando al marito i radi capelli grigi. Una delle rare manifestazioni di affetto coniugale di cui fosse stato testimone da bambino.

“Mi chiamo Hilmar, benvenuto a Città del Guatemala” disse l’uomo. Gli prese lo zaino e se lo caricò su una spalla. Camminava obliquo sotto il peso del bagaglio, senza smettere di sorridere, e ad Adelmo sembrò che non facesse alcuna fatica.

“Ha fatto buon viaggio?” chiese l’autista quando salirono in auto. Adelmo annuì. Scrutava quell’uomo senza farsi notare, cercando le differenze tra lui e suo padre. Ce n’erano. Eppure la trasandata eleganza di quella camicia a fiori, quel sorriso compiaciuto, erano proprio quelli del vecchio Mario nei giorni di vacanza, quando si stendeva sotto la veranda della casa al mare e accendeva un sigaro.

Hilmar girò la chiave nel quadro e avviò il motore. Adelmo premette il tasto per abbassare il finestrino. Il vetro si mise in moto, poi rallentò e si fermò a metà. “Più giù non va” disse Hilmar, mostrando i palmi delle mani in un gesto di scuse. “Musica?” disse, e accese la radio.

Il cielo era di un grigio distante. Hilmar guidava fischiettando un motivetto reggaeton, tamburellando con le dita sul volante. Un portachiavi in pasta di sale dondolava ticchettando contro il cruscotto; portava una scritta infantile e incerta: “Buon compleanno papà.” Entrati in città si ritrovarono nel traffico del mattino: “A quest’ora si fa prima a piedi” disse Hilmar.

Adelmo si rilassò sul sedile: la sbornia della festa d’addio e il viaggio l’avevano messo KO. Più cercava di distrarsi e più pensava ad Anita, lasciata due notti prima cinquemila chilometri più a sud, seduta sui gradini d’ingresso della pizzeria dove avevano lavorato insieme. Non te ne andrai davvero, sembrava dire il suo sguardo. Ricordò le camminate verso casa dopo il turno di mezzogiorno. Poche parole, molte mani sfiorate per sbaglio e un nodo allo stomaco che non sentiva dai tempi delle scuole medie, quando aveva una vita tutta intera e quella certezza, incrollabile quanto arbitraria, che il futuro nascondesse qualcosa di grandioso. Pensava al modo in cui lei stringeva gli occhi e sorrideva, mostrando la fossetta al lato della bocca e illuminandosi in volto.

Aveva avuto altre donne negli ultimi anni, ma in lei c’era qualcosa di struggente. C’entrava una foto, una delle poche che avesse conservato, in cui Adelmo era coi suoi genitori, su una spiaggia della Corsica. Il classico scatto della famiglia al mare, leggermente mosso, con un’inquadratura pessima presa da qualche passante. Nella foto Adelmo ha nove anni, il costume delle tartarughe ninja e sta in mezzo a mamma e papà. Ha la bocca spalancata in un sorriso incontaminato; gli occhi sembrano contenere tutta la luce di quella giornata e brillano, anche attraverso la carta opaca della fotografia. Adelmo guardava spesso quell’immagine, non poteva farne a meno. Poi la ricacciava tra le pagine di qualche libro e usciva, camminava fino a sfinirsi.

Anita risplendeva della stessa luce e gli voleva bene con un tale abbandono da fargli passare la voglia di andarsene di città in città. Era venuta a dirgli che una memoria di quella felicità, immortalata in riva al mare molti anni prima, era ancora in circolo, annidata nel suo corpo come un virus dormiente. Eppure, come sempre, Adelmo si era barricato nella sua fortezza invisibile: “Anita, lo sai che devo andare.” “Vengo con te!” aveva detto lei, con l’allegria semplice di chi ha appena incastrato l’ultima tessera di un puzzle.

Ricordò la ragazza sul gradino della pizzeria e poi si volse a guardare verso il sedile posteriore. Vide la schiera di bandierine sudicie, cucite alla tasca del suo zaino. Là in mezzo, pensò, ci sarebbe stata benissimo la spilla di campione mondiale delle occasioni perse.

 

Adelmo guardava la città scorrere oltre il finestrino mezzo abbassato. Gli autobus acceleravano e frenavano bruscamente, colorando l’aria di fumo nero. Davanti alla serranda chiusa di un negozio abbandonato, due ragazzi stavano accovacciati a terra. Avevano lo sguardo perso nel vuoto, i vestiti logori e i volti segnati da sporcizia e cicatrici. Una donna con due bambini, divisa della scuola e cartella, camminava lungo lo stesso marciapiede. Quando vide i ragazzi a terra prese i piccoli per mano e attraversò la strada. Adelmo pensò che quella che doveva essere un’esplosione di colori accesi, di suoni armoniosi e di profumi intensi, di nuovo, non era che una città come le altre. Grigia, piena di buche e di escrementi di cane. La suoneria di un cellulare lo riscosse.

Hilmar spense la radio: “Pronto” disse soltanto, poi rimase in ascolto. Adelmo poteva udire una voce di donna dall’altra parte del telefono, ma non captò che alcune parole. Appoggiò la nuca al sedile e si girò di nuovo verso il finestrino.

Quasi sbatté la faccia contro il parabrezza quando Hilmar frenò. Le gomme fischiarono, l’odore di gomma bruciata pervase l’abitacolo. L’autista fece inversione, tra le proteste degli altri automobilisti. Gettò il telefono nel portaoggetti senza nemmeno riagganciare e accelerò nella direzione opposta.

“Che succede?” chiese Adelmo.

L’uomo non rispose, ingranò la seconda e affondò il piede sull’acceleratore.

“Hilmar, rallenta! Che succede?”

L’autista aveva cambiato espressione. Era concentrato sulla strada, il sorriso era scomparso e aveva lasciato il posto a una mascella serrata. Di nuovo sembrava suo padre, durante le ultime settimane di vita. Quando tutto era già andato a puttane per i debiti e le continue, spericolate operazioni finanziarie di cui Adelmo non sapeva nulla. Lui era solo un ragazzino che se la passava bene: vestiti di marca, videogiochi costosi e una cameretta che sembrava Gardaland. Quando doveva spiegare cosa facesse papà diceva solo: consulente finanziario. Ed era tutto, a sedici anni non serve sapere altro.

 

“Figlia mia” ripeteva sottovoce Hilmar, passando un altro incrocio a colpi di clacson.

“Hilmar, per carità, così ci ammazziamo tutti e due!”

Suonò di nuovo il telefono. Adelmo prestò attenzione alla conversazione e capì che c’era di mezzo una bambina, che doveva essere a casa da un pezzo e che non si trovava da nessuna parte.

“Sto andando alla Terminal” disse l’autista prima di riagganciare. “Fammi sapere se hai novità.”

“Hilmar, forse dovresti farmi scendere” disse Adelmo.

L’uomo inchiodò a bordo strada e si allungò per aprirgli lo sportello. “Forza, scendi!” disse. Adelmo mise un piede a terra. A pochi metri da lui un gruppo di ragazzi lo stava fissando. Avevano tatuaggi su tutto il corpo, compreso il volto. “Ma guarda guarda,” sentì dire, “ecco che arriva il gringo.” Adelmo richiuse lo sportello. “Non è una bella zona per fare il turista” disse Hilmar, e ripartì.

La Terminal era una stazione di autobus con un enorme mercato annesso. “Aspettami qui” disse Hilmar. Scese dall’auto e scomparve tra le bancarelle in cerca della bambina. Tornò mezz’ora dopo, rosso in volto, parlando al telefono: “Nessuno l’ha vista,” disse col fiato corto, “non è passata di qui.” “Hai guardato alla stazione?” chiese la voce. Hilmar riagganciò e si coprì il volto con le mani.

Per un istante Adelmo invidiò quella bambina. Dovunque fosse, aveva un padre che la cercava disperatamente.

“È tua figlia, vero?” chiese.

L’uomo annuì: “Lei è… speciale, non parla bene. Di solito torna da scuola con un’amica, prendono l’autobus qui. Ma oggi l’amica non c’era, noi non lo sapevamo e adesso, chissà dov’è…”

“Hai avvertito la polizia?”

Hilmar lo guardò come se fosse uno stupido.

“Senti, perché non proviamo a fare a piedi la stessa strada che fa tua figlia?”

Adelmo si fece dare una fotografia della piccola, che Hilmar aveva nel portafoglio. Mentre l’autista camminava verso la scuola, si immerse nella stazione affollata di gente e di autobus dai colori sgargianti. Chiese a tutti gli autisti se avessero visto la bambina della foto. Molti la conoscevano: era Diana, la figlia di Hilmar, ma non l’avevano vista quel giorno.

I due si ritrovarono alla macchina senza buone notizie. L’autista si dondolava da un piede all’altro e Adelmo capì che non riusciva più a ragionare. “Andiamo avanti, Hilmar. Se non ha preso l’autobus, magari è andata a piedi. Da che parte?”

Lungo la Sexta calle Hilmar chiese a tutti i negozianti, Adelmo ai passanti, ma nessuno aveva visto Diana. L’autista guardò il cielo: il sole iniziava a tramontare. Telefonò a casa, ma Diana non si era vista e nemmeno sua moglie aveva notizie.

Adelmo seguì Hilmar sulla scala di un lungo cavalcavia pedonale, sospeso sopra tre carreggiate a doppia corsia. A metà del ponte Hilmar si bloccò, strinse con la mano il braccio di Adelmo. “Attento,” disse, “cammina normale.” In direzione opposta arrivavano due ragazzi. Adelmo si voltò e vide altre due persone che li raggiungevano da dietro. “Vogliono solo rubare,” disse Hilmar, “dagli tutto e non fare cazzate.” Adelmo sentì i propri battiti riverberare nel cranio. Per fortuna lo zaino l’aveva lasciato in macchina, con dentro il passaporto e tutto il resto. Aveva con sé il cellulare e un po’ di contanti cambiati all’aeroporto. I quattro li circondarono, stringendoli contro la balaustra. Non dissero una parola, in due li tenevano fermi e gli altri iniziarono a frugare nelle tasche. Uno dei rapinatori estrasse la fotografia di Diana dalla tasca dei jeans di Adelmo. Guardò il visino ebete, gli occhi un po’ strabici, e scoppiò a ridere: “E questa chi è, la tua fidanzata?” disse, e gettò in strada il ritratto. “Maledetti drogati!” urlò Hilmar, divincolando una mano e mollando un ceffone al ragazzo. I camion passavano sotto ai loro piedi, facevano vibrare la grata del pavimento e spostavano muri di aria tiepida e maleodorante. Il ragazzo iniziò a prendere a pugni Hilmar, mentre gli altri due lo tenevano fermo. Poi, insieme, lo presero e lo sollevarono oltre la balaustra. Hilmar urlava insulti, si dimenava come una bestia presa nella tagliola. Adelmo cercò di liberarsi dalla stretta del ragazzo che lo teneva, ma quello non si lasciò sorprendere. Sul ciglio della strada si andava formando un capannello di curiosi. Un’anziana signora urlò: “Polizia!” e agitò le braccia in direzione di una pattuglia che passava in senso opposto. Gli agenti non si fermarono, ma i rapinatori si diedero alla fuga. Fecero per riportare Hilmar coi piedi a terra, ma per la fretta lo lasciarono andare dove si trovava, in bilico sopra la balaustra. L’uomo si avvinghiò al corrimano, con il corpo che pendeva dalla parte della strada, e agitava le gambe come se stesse annegando. “Ti tengo!” urlò Adelmo, e l’aiutò a scavalcare.

 

Suo padre, invece, si era trovato solo quel giovedì pomeriggio di tredici anni prima. Non c’era nessuno a tendergli la mano al di sopra della balaustra. Di certo non lui, figlio ingenuo e stupidamente ignaro. Non aveva idea che il vecchio Mario facesse affari illegali, né che tutto il suo mondo potesse crollare da un momento all’altro. Ed era crollato. Tornando da scuola, aveva trovato la strada transennata e un’ambulanza ferma per traverso, con gli sportelli aperti. Un carabiniere, appoggiato di schiena alla gazzella, si guardava le scarpe. Un pugno di curiosi si era zittito nel vederlo arrivare. Prima ancora di sapere cos’era successo aveva capito che la sua vita, da quel momento in poi, sarebbe stata un’altra.

 

Seduti a terra, con la schiena appoggiata alla balaustra, Hilmar e Adelmo guardavano le auto passare sotto di loro attraverso la grata. Era buio, e c’era una bambina speciale persa da qualche parte della città. Non avevano più nemmeno un cellulare, così scesero in strada per cercare un telefono. Hilmar entrò nella bottega di un falegname e Adelmo attese sul marciapiede. Guardava da lontano quell’uomo incurvato su se stesso, con la cornetta in mano. Poi lo vide riagganciare e accasciarsi a terra. Entrò nella bottega e lo trovò che piangeva, la fronte appoggiata al pavimento. Adelmo ci mise un po’ a farsi dire, tra i singhiozzi, che Diana era tornata a casa e stava bene.

 

Hilmar parcheggiò di fronte all’ingresso del palazzo. “Sei arrivato” disse. “Mi scuserai se non ti accompagno dentro.” Scesero dall’auto e l’autista scaricò lo zaino sul marciapiede. I due si strinsero la mano a lungo, come fossero gli unici sopravvissuti a una battaglia. “Che Dio ti benedica” disse Hilmar. “Buona fortuna anche a te” rispose Adelmo. E si lasciò abbracciare.

Il ragazzo guardò l’automobile allontanarsi, la luce rossa dei fari traballare nel buio. Tornava a casa, il vecchio. Avrebbe aperto la porta: “Ecco papà che arriva!” Avrebbe abbracciato la bambina, forse l’avrebbe sgridata. Avrebbe messo qualcosa sotto i denti, seduto al tavolo di cucina. La moglie gli avrebbe ronzato intorno, esausta e sollevata, parlandogli di quella giornata infinita. E tutto sarebbe ricominciato da capo: una vita anonima, forse squallida, per giunta pericolosa. Ma Adelmo continuava a pensare alle lacrime dell’uomo, lasciate sul pavimento di una falegnameria. Pensava a Hilmar e pensava a se stesso, alle gocce di pianto per le persone care.

Si issò lo zaino sulle spalle e andò al portone. Avvicinò l’indice al citofono e premette il pulsante. Sentì un rumore di passi dall’altra parte: qualcuno veniva ad aprire. Di scatto si ritrasse e prese a correre, nella stessa direzione in cui se n’era andato Hilmar. Non si voltò a guardare se qualcuno, aperto il portone, l’avesse visto. Non importava più. Girato l’angolo rallentò e si diresse verso il centro. Sentiva ancora addosso l’abbraccio di Hilmar, l’odore della paura e della gioia.

Entrò nel primo albergo, prese una stanza e si lasciò cadere sul letto, lo sguardo fisso sul ventilatore a soffitto. Avrebbe dato tutto per un abbraccio di suo padre, per sentire ancora l’odore del sigaro e del dopobarba al muschio selvatico. Il giorno in cui era morto, sua madre gli era corsa incontro da dietro l’ambulanza. La luce blu dei lampeggianti confondeva i suoi lineamenti nell’imbrunire, rendeva la sua espressione smarrita difficile da interpretare. Camminava rapida sui tacchi, al braccio dello zio, asciugandosi il volto con una manica del cappotto. Non gli avevano permesso di avvicinarsi e non glielo avrebbe mai perdonato. Sarebbe stato meglio vederlo quella sola volta, carne sull’asfalto, anziché per tutta la vita sui soffitti insonni delle camere da letto.

Allungò una mano sul comodino e tirò a sé il telefono. Sua madre rispose al primo squillo:

“Elmo! Mio dio, è più di un anno… Come stai, dove sei?”

Adelmo sentiva il bisogno di raccontarle ciò che gli accadeva in quei giorni. Avrebbe anche voluto parlare del passato, sputare la sua rabbia. Ma quel bisogno non era abbastanza: la tela che negli anni aveva intessuto intorno a se stesso lo paralizzava, intrappolava ogni contenuto emotivo e lasciava passare solo parole vuote, asettiche.

“Che lavoro fai ora?” chiese sua madre.

“Niente, il cuoco, come al solito.”

“E come mai sei in Guatemala? Pensavo ti fossi sistemato a Buenos Aires, con quella fotografa.”

Ormai da troppo tempo incline al silenzio, Adelmo rispondeva in modo elusivo alle domande sui suoi programmi futuri. Non le disse neppure che erano mesi che mancava da Buenos Aires. E d’altra parte non c’era stata nessuna fotografa, nessun tentativo di sistemarsi. Sua madre, come aveva sempre fatto anche in famiglia, si affannava a riempire ogni spazio vuoto nella conversazione. Si dilungò sugli acciacchi della gatta, ormai invecchiata: “Non so se farai in tempo a vederla ancora, sai?” Poi tacque anche lei. Rimase il fruscio della linea telefonica. Adelmo considerò, per un momento seriamente, se non fosse il fruscio dell’oceano che separava i due apparecchi.

“Mamma?” disse.

“Sì?”

“Ti voglio bene… Vaffanculo.”

Riagganciò, affondò il volto nel cuscino e cacciò un urlo.

 

Non aveva voglia di uscire a procacciare una cena. Frugò nello zaino e vi trovò un pacchetto di crackers sbriciolati. Accese il televisore: sul canale Guatevisión un notiziario mostrava le immagini di una manifestazione religiosa, svoltasi in quella giornata. Un crescente senso di non appartenenza lo assalì. Una ragazza dai capelli bruni fu intervistata: quando ebbe finito di parlare sorrise al giornalista e vi fu un fermo immagine che poi sfumò in un passaggio di scena. Il bianco di quei denti rimase impresso nella mente di Adelmo e una nostalgia pungente gli chiuse la gola.

Si lasciò andare con la testa sul cuscino, seguì con lo sguardo alcune chiazze di muffa sul soffitto. Poi prese la decisione: per la prima volta dopo tanti anni avrebbe fatto inversione di marcia. Sarebbe tornato indietro, sul gradino di quella pizzeria.

Non chiuse occhio per tutta la notte, preso a pensare alle mosse del giorno dopo: lo zaino, il taxi, l’aeroporto. Ma questa volta sarebbe stato più facile, perché la strada la conosceva già.

Testa fasciata

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di Olga Foti

 

Per la Madre Superiora il nostro era il gruppo delle Anime perdute, quelle che non ascoltavano la messa ogni mattina. Una volta si era lasciata scappare che solo la domenica la messa era obbligatoria, per gli altri giorni ci lasciava libere, dovevamo pensare noi alla nostra anima. Parole sconsiderate, ma ormai non poteva tornare indietro senza perdere la faccia e credo che di nessuna cosa si sia pentita tanto in vita sua.

Noi ragazze venivamo tutte da paesini dell’interno dove allora non c’erano nemmeno le scuole medie, c’erano gli istituti religiosi con scuole parificate, quasi sempre solo maschili, e quindi le ragazze che volevano studiare se avevano famiglie che se lo potevano permettere andavano in città. Cioè in un collegio di monache. Il mio più che altro era un convitto e infatti frequentavo la scuola pubblica.

Ci accompagnavano e venivano a riprenderci le suore, naturalmente, ma era sempre una boccata d’aria anche se il percorso non era lungo: da via Dafnica a piazza S. Sebastiano con la chiesa del santo, un santo miracoloso S. Sebastiano, poi il mercato del pesce con pesci ancora vivi, bellissimi, e io avrei dato non so cosa per fermarmi un po’ a guardarli.

Non hai mai visto pesci? Su su, è tardi!

Subito dopo iniziava una stradina in salita con una piccola icona della Vergine a cui ci rivolgevamo ogni volta che c’era un compito in classe o una interrogazione decisiva, poi la via degli Studi piena di “mosconi,” molto pericolosa, secondo la Superiora, peccaminosa anche, perché ragazze e ragazzi, gomito a gomito, parlavano, ridevano, aspettando il suono della campanella. Noi invece avevamo il permesso, cioè l’obbligo, di entrare subito.

Le nostre erano suore canossiane con la testa fasciata e la cuffia, una cuffia marrone come il vestito, il grembiule e il medaglione della Beata Maddalena di Canossa fondatrice. La Madre Superiora, dicevamo noi, era una Testa fasciata e non per l’abbigliamento. Ma quell’anno fu proprio una questione di abbigliamento a far scoppiare il finimondo: Rita, una delle Anime perdute, nella gara scolastica di salto aveva indossato i pantaloncini!

“Hai disonorato il collegio, la tua famiglia e te stessa!” e puntava il dito minacciosa come non so quale santo che troneggiava appeso al muro del refettorio. “Taci! Una gara d’istituto, lo so, ma è preferibile vincere una gara e perdere l’anima o salvarla non partecipando?”

Madre Rosina, l’assistente, faceva sì sì con la testa e guardava con occhi buoni, lei capiva di chi era la colpa: del demonio tentatore.

Rita fu spedita subito a confessarsi, e il prete, senza lasciarle il tempo di aprire bocca:

“Lo sai che il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo? Con quei pantaloncini l’hai profanato.”

Peggio delle monache.

Dopo questa faccenda Testa fasciata la sera ci faceva sostare sulla scala che portava al dormitorio: lei in cima, tutta marrone come uno scarafaggio, e noi con il grembiule nero a mezza gamba, le calze, le maniche lunghe anche col caldo di giugno che spaccava le pietre del cortile, ferme in fila sugli scalini dovevamo fare la seguente riflessione: Vesto sempre modestamente sapendo che Dio mi vede?

La prova del disonore che aveva macchiato non solo Rita e la sua famiglia ma l’intero collegio esiste ancora, è una foto scattata dal preside durante la gara e si vede la nostra compagna con pantaloncini appena appena più su del ginocchio e una maglietta bianca girocollo con le maniche lunghe. Una vera profanazione al tempio dello Spirito Santo!

Eppure in collegio c’era chi si macchiava di un peccato ancora più grave, io infatti scrivevo in segreto un lungo racconto e nella mia testa lo chiamavo romanzo. Un romanzo d’amore naturalmente, che tenevo nascosto nell’aula studio e al mattino portavo a scuola. Si diceva che la Superiora frugasse fra le nostre cose, qualcuna giurava di averla vista rovistare fra libri e biancheria. Cercava certo lettere segrete, lettere di uomini, in collegio non potevano arrivare ma a scuola sì anche se la nostra sezione era rigorosamente femminile e il preside vegliava su di noi, le ragazze delle monache.

Qualche monaca veniva dal Continente, dal Veneto soprattutto, come madre Elena detta Chiudi l’uscio. Chiudi l’uscio! diceva, e ci rimproverava di stare al fredo. Sempre al fredo! E noi convenivamo che aveva ragione, perché sempre Al fredo e non, ad esempio, Al berto o An tonio?

E a distanza di tanti anni quando parlo con Teresa le chiedo: Ti ricordi di madre Elena?

Madre Elena Chiudi l’uscio?

Certo! E continuiamo con madre Sebastianina, così vecchia, così buona, che non poteva capacitarsi che ragazze come noi, intelligenti, diceva, studentesse, potessero cantare canzoni senza senso. In quegli anni infatti era di moda una canzone spagnola, Besame besame mucho, che noi cantavamo a squarciagola nel cortile. E poi parliamo di madre Agata che quando lasciavamo cadere in refettorio un pezzetto di pane o qualcosa d’altro ci diceva: Siete un gran sporchignino, un gran sporchignone.!

Per la Superiora invece eravamo “ladre di professione” perché quando nelle domeniche soleggiate di dicembre ci portava in campagna, se si costeggiava un agrumeto rubavamo arance o mandarini con organizzazione perfetta: una di noi scavalcava il muretto, entrava nel campo e lanciava alle complici rimaste nella strada la refurtiva. Se la Superiora se ne accorgeva la sequestrava subito e per il resto della giornata ci toccava il ritornello delle ladre di professione.

Un vero peccato che ragazze così fossero capitate proprio a lei tanto perbene da non pronunciare mai la parola “piedi”, piante, diceva, e dopo le passeggiate in campagna ci mandava di corsa a lavarci le piante.

Le piante pulite prima di andare a letto!

La distribuzione dei letti in dormitorio, come quella dei posti nell’aula studio, era fatta in modo strategico: mai le amiche o le compagne di classe vicine, anzi il letto di una “grande” sempre fra due “piccole”, e le caporione vicino alla Superiora che dormiva nel nostro dormitorio circondata però da tende alte e spesse, una specie di fortilizio inespugnabile, marrone, il colore della Beata Maddalena.

Ma l’intransigenza della Superiora, quello che proprio non permetteva e non perdonava, era che si passeggiasse in due nel cortile, che si restasse in due nel refettorio o non importa dove, un divieto che non ammetteva deroghe perché “quando si è in due arriva il diavolo a fare da terzo” diceva. E noi eravamo così ingenue che abbiamo capito solo anni dopo il motivo del divieto.

E’ un miracolo, dice ancora oggi Teresa, se con quelle monache siamo venute su normali. Ricordi quando ci nascondevamo sotto i letti a fare bau bau alla suora assistente? Da non credere, avevamo quasi quindici anni. E la camicia da bagno la ricordi?

La camicia da bagno era una camicia di tela ruvida quasi senza maniche che arrivava un po’ più sotto del ginocchio e che la Madre superiora (laureata in matematica e che seguiva ogni anno corsi di pedagogia per monache) pretendeva indossassimo perché “Dio ci vede anche sotto la doccia.”

Ignoro se qualche ragazza ubbidiva, quelle del mio gruppo no. Non per niente eravamo Anime perdute.

Il periodo che tutte ricordiamo con particolare piacere è stato il maggio del ’52 quando in collegio arrivò un prete nuovo: giovane, bello, che si chiamava padre Saro. Ai piedi dell’altare, tra i fiori e il profumo dell’incenso, con quel viso e i capelli quasi biondi, sembrava un cherubino. Ma un cherubino con almeno un orecchio rivolto verso la terra, perché conosceva tutte le canzonette allora in voga e le infilava nelle prediche. Di quelle prediche noi raramente conoscevamo l’argomento ma sapevamo quante frasi erano state prese dalle canzonette. Le riconoscevamo al volo, e le segnavamo anche! E la Superiora era così contenta, non ci aveva mai viste tanto interessate, prendere addirittura appunti! Faceva tirar fuori il servizio buono del caffè e dopo la funzione lo serviva lei stessa al prete nuovo.

Ti ricordi di padre Saro? mi dice Teresa. E’ morto. Da tempo era diventato grasso, pieno di acciacchi, e di sicuro nelle prediche non metteva più le parole delle canzonette. Ricordi quando la superiora gli serviva il caffè nel salottino che dava nel cortile?

Quello che chiamavamo cortile era un chiostro bello e antico, con piante rampicanti e pergolato, e al centro un pozzo di pietra lavica dove Rita la domenica buttava le salsicce. Le salsicce grosse e grasse delle monache: Rita non riusciva a mangiarle ma non era permesso rifiutarle. Così finivano nel pozzo. E intorno a quel pozzo, nel cortile, l’ultimo giorno di maggio la Superiora, proprio lei, organizzava per noi qualcosa che entrava nel cuore e ci restava: ceri accesi, processione, canti e falò, all’imbrunire, mentre in alto garrivano le rondini.

E nel falò di maggio quell’anno finì il mio Romanzo. Non potevo rischiare di essere scoperta, sarei stata cacciata dal collegio, lo bruciai e me ne pento ancora. Sotto lo sguardo della monaca, sui rami ammonticchiati e il fuoco acceso, lo adagiai come qualcosa di sacro su una pira. Testa fasciata lo fissava. Tutti quei fogli…! E non poteva toccarli, non poteva leggerli, lei che fiutava ogni pezzo di carta con sospetto e apriva perfino le lettere dei nostri genitori. Lo considerava un suo dovere, diceva, era responsabile delle nostre anime, e ora non poteva fare niente, nemmeno impedire che i fogli bruciassero. Mossi le braci e qualche pagina annerita si sollevò in aria e poi ricadde davanti alla monaca che rimaneva immobile.

Ce l’aveva insegnato lei: quel che si mette nel falò di maggio è un segreto fra noi e la Madonna.

Era una Testa fasciata ma non si rimangiava la parola.

 

 

Singletudine

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Almeno una volta nella vita abbiamo vissuto un’esperienza di questo tipo. E spesso non per scelta. Inutile nascondere quanto sia stata eccitante e al tempo stesso faticosa. A volte ne siamo usciti a pezzi, altre ci abbiamo preso gusto. Non sto parlando di sesso, ma di esse come singletudine.
No, dai non scappate via! Ci piacerebbe avere la vostra opinione su quella che sta diventando una realtà che non si può più accantonare come qualcosa che non ci riguarda. Il mondo è pieno di individui con una forte avversione per il numero due. Basta dare un’occhiata ai banchi del supermercato: perfino Giovanni Rana, paladino della famiglia tradizionale negli spot pubblicitari, ha pensato di produrre i suoi ravioli in razioni da “uno”. Da sfigati, dite?! Attenzione: il single i suoi ravioli può spararseli a letto davanti alla tivù senza chiedere il permesso a nessuno. E voi? Sfidereste le ire del vostro partner che, pur russandovi a fianco come un trattore, è pronto a svegliarsi e inveire al primo accenno di movimento di mandibola? Ai posteri l’ardua sentenza.
Se vi ho messo una pulce nell’orecchio, scriveteci il vostro parere o una breve testimonianza. Intanto io torno a leggere i racconti dell’antologia Vita da single, sperando di trovarci quelle risposte che stiamo cercando. Perché è innegabile che siamo tutti alla ricerca del segreto per vivere al meglio. Single o no, basta che funzioni.

 

Patrizia Argentino

Una storia di fiume

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di Giovanna Stanganello

 

Sul fiume ci sono nata. Quando arrivo alla fine del molo mi piace puntare sul faro perché mi vengono in mente i racconti di mare, gli avvistamenti nella notte, banchi di nebbia e suoni che avvisano i viaggiatori perché gli sforzi di salvezza non s’infrangano sulla meta. Guardo il faro quando il crepuscolo ha disertato il cielo e i viola arancio si fanno bruni. Si accendono le prime luci nelle case della vecchia Castellammare, le vedi tutt’intorno alla costa; quando si illumina quella del faro socchiudo gli occhi: non resta che un guizzo elettrico e l’odore di porto.

Quello che immagino odore di porto, perché non lo riconosco ora che l’attracco peschereccio è diventato turistico. La Pescara è il fiume; D’Annunzio ci ha scritto le novelle, con quella femminilizzazione del nome che il dialetto ha dato al nostro fiume quand’era vecchio. Oggi gli altri dicono il fiume Pescara, per noi è la Pescara, donna, acqua, curva che riceve l’Aterno e confluisce a estuario. Non ci abito più, ma i compagni di sempre chiedono anche ai “fuoriusciti” una memoria, una poesia, una foto che raccontino il fiume da difendere. In meno di 60 chilometri le acque terse delle Sorgenti di Popoli diventano la melma del porto canale per il letale inquinamento delle falde scoperto nei rifiuti tossici che la Montedison ha lasciato in regalo con la fabbrica di Bussi sul Tirino. Me li immagino i miei compagni a piedi o in bici, così com’è scritto sul volantino: “in difesa della bellezza”, faranno il corso della sponda ad est della Pescara, oltre il cementificio, alla discesa dove c’è il canile (quel posto puzzava tanto che gli amici della Madonna del Fuoco, facendo il verso al Vate, parlavano di “orrifici miasmi”); da lì seguiranno lungo l’ultimo tratto del fiume e arriveranno alla spiaggia libera, quella della Madonnina.

Io mando una storia di fiume un po’ datata: è il 1976; giratevi verso l’altra sponda del fiume, però: guardate verso Porta Nuova, è quella la vera Pescara, inglobata poi sotto il fascismo a Castellammare. Ecco, mi sto spostando tra i luoghi dove mi vedevo di nascosto con Nicola per sfuggire alle gelosie di mio padre, dispotico con le figlie femmine e succube del pregiudizio sui ragazzi della Marina. La Marina era uno dei domestici bronx, insieme alle case popolari di via Sacco e Rancitelli degli zingari, di San Donato del carcere: una delinquenza alla buona, schifata dai borghesi che non abitano quei quartieri. I pescaresi veri si mischiano, sono mezzo zingari, e sanno di porto e scafette di pesce fresco. Ma questo forse era più di trent’anni fa, alle due di pomeriggio, mentre pedalo come una pazza per capitalizzare l’ora e mezza che mi sono ritagliata imbrogliando un po’: ho preso in senso inverso via dei Peligni, ho salutato al volo Giordano, la sua calzoleria mette insieme i pezzi meglio di una sezione di partito: il vecchio partigiano Bertone risponde burbero a monosillabi ai giovani del colletivo del Manthoné, l’istituto tecnico che ha la sezione staccata proprio sopra al negozio. Vedendomi passare in senso vietato, Giordano fa per lanciarmi lo scarpone che ha in mano, sono le sue lezioni di prudenza stradale. Sfreccio davanti alle case popolari, due vecchi cuciono reti, una donna grida al figlio piccolo di rientrare in casa, tre ragazzi che danno calci a un pallone fanno apprezzamenti sulle mie gambe scoperte dal vento in bicicletta, mi gridano dietro in dialetto e sghignazzano. Li mando a cacare, tanto più che ho addosso la calzamaglia spessa, non propriamente sexy; il montgomery nero mi piace anche se mi sta un po’ largo; una sciarpa colorata fatta ai ferri da mia nonna mi copre, per abitudine invernale, la bocca e il naso. Me la tolgo con una mano: la destra, perché tengo bene il manubrio solo con la sinistra sulla bicicletta, mi è venuto caldo per la corsa e in realtà il vento non è freddo, per essere febbraio, capita ogni tanto che la sponda dell’Adriatico sia spazzata da un alito di scirocco. Siamo gente di mezzo e ci riscaldiamo con arie d’Africa, certi giorni invece ci geliamo di venti balcanici o ci facciamo prendere alle spalle dai maltempi dell’Appennino.

Mi viene bene smontare al volo, già mi guardo intorno pur sapendo che Nicola è ritardatario e mi dà il tempo di legare la bicicletta al pino piccolo prima della spiaggia, faccio i pochi metri che mi mettono sui sassi del molo, scavalco e resto in piedi ad aspettare voltata verso il fiume, i capelli vanno dove gli pare, ne ho tanti che per dargli un senso devo legarli, lo faccio con un elastico ma quelli più corti sfuggono e mi ondeggiano in anelli davanti agli occhi, è su questi che si posa la mano di Nicola. Silenzioso come un teppista, mi ha fatto sobbalzare. Lo spingo via ridendo senza dire niente e ce ne andiamo dove ci piace, sulle travocche roscie: è quello del marinaio per cui lui lavora all’alba del fine settimana, poi viene a scuola come un mezzo zombie il venerdì e a volte si addormenta; il sabato spesso non si presenta. Il professore di educazione fisica ha detto che gli dà l’insufficienza se continua con queste assenze, ma la sua famiglia se la passa male e lui aiuta in casa. Sua madre vorrebbe lavorare ma il padre è geloso pazzo e la pesta quando beve, soprattutto quando lei non vuole dargli i soldi per andare al bar. La De Crescentiis che quest’anno insegna italiano ha un debole per Nicola perché dice che dietro le arie da forsennato batte un cuore stilnovista. Glielo ha detto con la sua aria seria quando Nicola ha scritto un tema con errori ortografici e una passione tutta sua; poi ha guardato me e ha aggiunto: te lo affido, Di Tommaso, ti do nove in italiano se t’impegni a eliminargli quei quattro strafalcioni di grammatica. Io e Nicola ci siamo guardati impacciati, ma quattro mesi dopo ho preso nove e lui ha scritto un pezzo sulle periferie nel giornale d’istituto. Dopo abbiamo continuato a studiare insieme con le gambe appese sulla pensilina del trabocco rosso scrostato, lo zaino appoggiato al muretto di legno, stando attenti a non fare cadere i libri in acqua. Io da lì m’intridevo i vestiti di odore di fiume, di senso di mare, certe volte correvamo fino al faro come se dovessimo prendere una nave in partenza, lo facevamo per gioco ma lui era realistico nei paradossi: è l’ultimo passaggio e lo stiamo perdendo: se non arriviamo dove finisce il fiume non potremo vederci mai più. Inventava storie tragiche e sconclusionate, così, per farmi venire il patema d’animo, poi rideva mentre io restavo inzuppata di malinconie. Altri giorni al faro ci aggrappavamo l’uno all’altro ad ascoltare l’odore dei mulinelli. Tanto più il tempo era incazzato più alto si alzava un’essenza di profondità, di forze che si scontrano e sanno di faggeti e venti di Popoli, di foglie di pioppo strappate e di piogge trascinate dalla corrente. Respiravo come un balsamo, con i miei capelli selvatici che poi lui annusava prima di salire a casa sua, mentre mi diceva che sapevo di fiume.

Un giorno che faceva freddo siamo entrati nel trabocco e mi è venuta voglia di farci l’amore con questo ragazzo della marina, ma mentre mi stringeva forte da far male, lui mi ha detto: Madonna, io vi rispetto! Un po’ scherzava e un po’ faceva sul serio, perché gli piace parlare come Guido e come Dante, così straniero alla lingua letteraria, la voce da basso gli vibra di dialetto e rime nuove. E io l’adoro. L’amore l’abbiamo fatto il mese dopo, che per me era la prima volta. Abbiamo finito il quarto anno, e il quinto doveva essere il più bello: soffrire agli esami e rinascere, pensare a dopo, viaggiare, che ne so, le cose del futuro. Invece la nave l’ha presa solo lui, quella dove suo zio gli ha trovato un posto dopo che la madre di Nicola è morta. Lei era la colla di una famiglia che stava in piedi in modo obliquo: suo marito, poco lavoro e molto vino; i fratelli, filoni a scuola e vita di strada. La madre di Nicola era così: povera, distinta e tutti avevano i vestiti puliti quando c’era; Nicola portava la sciarpa fatta con un punto fitto, il cappello di lana blu lui lo aveva voluto all’uncinetto anche se la madre diceva che non era da maschio. Con quelle cose di lei si è imbarcato, aveva addosso il cappotto nero di suo zio. Il giaccone fuori moda che mi piaceva si è strappato; è stato proprio questo fratello del padre a rovinarlo: lo tirava, lo tirava via mentre lui dava pugni e scalciava con la bava alla bocca. Ha strappato il giaccone di Nicola per allontanare il fratello dalle mani del ragazzo perché non lo ammazzasse, come aveva fatto quello sciagurato con sua cognata, la madre di Nicola per aprire il portafogli dove teneva i soldi della spesa. L’aveva riempita di botte e poi aveva stretto e stretto le mani senza avere la coscienza che erano appese al collo di lei; Nicola aveva fatto le scale a quattro a quattro ma lei era immobile, la mano serrata sul portafogli e il padre con gli occhi di un pazzo, che non capiva niente.

Ha visto lo zio Michele che è entrato in casa correndo subito dopo di lui. Si è messo le mani nei capelli lo zio, però ha cercato le parole.

– S’ha finite lu monde, Nicò.

A vedere la furia e l’orrore dentro gli occhi del nipote si è messo paura, più di quella che già lo ghiacciava e gli ha detto – lui non voleva sicuro, Nicò, non capisce niente quando beve.

– Adesso glielo faccio capire io – Ma quello che è riuscito a fare, Nicola, è ritrovarsi il giaccone strappato.

 

L’ho cercato tanto dopo il funerale, lo ha cercato la professoressa di italiano, però lui si è fatto negare. Un giorno prima di andarsene ha suonato con il campanello della bicicletta sotto la finestra, riconosco quel suono di allegria perché ci aveva fatto uno studio che lo rendesse squillante. Mi ha fatto segno di scendere e sono volata giù. Ha stretto gli occhi: – Anna – mi ha detto – Anna – E poi se n’è rimasto zitto. Gli ho preso una mano e me la sono portata alla faccia, ci ho chiuso gli occhi dentro e solo allora gli è tornata la voce: – Mi vieni a salutare domani quando parte la Tiziano? Sto un mese a Spalato con mio zio che deve sbrigare certi affari, poi andiamo più su in Croazia da un altro parente che ha lavoro da fare, se non mi piace m’imbarco.

– Nicò, e la scuola? E io? E tu?

Mi ha fatto un cenno vago con la mano e un angolo della bocca tremava; ha sbattuto due volte le palpebre ed è salito sulla bicicletta che quasi sbandava.

 

Al porto avevo la sciarpa tirata su fino al naso; ho alzato la mano e volevo agitarla ma mi è rimasta ferma e sono rimasta così, fino a quando la nave si è fatta piccola. Se ripenso a quella scena mi sento un po’ ridicola, io con la mano come quando il professore fa l’appello o come quando vuoi intervenire e resti ad aspettare che ti diano la parola.

 

Io non lo ritrovo quel sapore di fiume, perché l’acqua che si getta in mare non conosce il vento di Popoli, tutti quei faggeti né le foglie di pioppo con i rami piccoli; ci sono macchie di un colore che non so e un odore che non è un odore.