La capitale, romanzo di Robert Menasse.

Robert Menasse
La capitale
Traduzione di Marina Pagliano e Valentina Tortelli
Sellerio Editore
445 pagine

 

di Bruna Miorelli

Strepitoso ritratto della burocrazia europea, leggero per ironia, amaro per ciò che se ne può trarre. La capitale, che dà il titolo al romanzo, è Bruxelles, sede del potere europeo, un posto in mezzo a una moltitudine di mondi, i vari paesi della UE, con i loro funzionari (non eletti) che nel groviglio di cariche e incarichi, commissioni e sedi di lavoro, compongono un puzzle che si rivelerà mostruoso. Spina dorsale, la gerarchia. Motore, la feroce determinazione a salire qualche gradino più in alto dei colleghi. Gli eurocrati provengono dalle università più prestigiose: uomini super snelli, abiti poco appariscenti, asceti sotto ogni punto di vista: capaci di negoziare per ore e ore e nottate intere. Non sembrano aver bisogno di mangiare e di dormire, se la cavano con poche parole e qualche gesto… si accontentano del metabolismo all’interno del potere.

Robert Menasse, 64 anni, scrittore austriaco di lungo corso che da anni si occupa della questione europea, mette al centro di questo suo lavoro (Deutscher Buchpreis lo scorso anno) ciò che oggi scuote l’UE, costretta nel braccio di ferro tra la necessità di un rafforzamento degli organismi transnazionali, e ciò che vi si oppone. A opporsi, le politiche nazionaliste che riguardano tutti gli stati membri, occultate quanto ai paesi guida (anche se a volte plateali, come l’intervento militare dei francesi in Libia per contendere gli interessi italiani in campo petrolifero), più grezze quelle agitate da certi populismi.

Tramite i mass media il quadro politico di fondo è più o meno a conoscenza di tutti. Di diverso, qui, la capacità di penetrare nelle sue pieghe costruendo un universo polifonico di tremenda vivezza e autenticità. Cosa alla portata della narrativa più che della scrittura saggistica (nella quale l’autore si è comunque cimentato con importanti risultati). Un conto è delineare un problema sociopolitico, un altro mettere in scena una ventina di personaggi con il loro corredo di umanità, aspirazioni, frustrazioni, destini, che si muovono nel gioco perverso del potere: chi dal suo piano inclinato impegnato per non scomparire, chi armeggia per restare a galla, rari i vincitori. E chi ce la fa ottiene la vittoria a caro prezzo: vendendosi. Così un’ambiziosa funzionaria greco-cipriota che alla fine si ritrova a un bivio: scegliere se abbandonare o meno la parte migliore di sé, di quando ragazza credeva in un’identità libera, lontana dalle pressioni di ogni bandiera nazionale.

Qualche idealista circola ancora, sebbene con l’aria del sopravvissuto. Istanze queste, espressione più del passato storico che del presente. Per quello scambio tra passato e futuro, un futuro deprecato perché minaccioso, inaffidabile e forse ingestibile, e un passato in cui le speranze non erano ancora screditate (Zygmunt Bauman). Basti pensare ai timori legati alle prossime elezioni europee del 2019.

Una UE apparentemente patinata e dai modi eleganti dunque, protesa invece a nascondere la propria ferocia, quella studiata da Menasse per più di un decennio. Un anno anche in veste di osservatore ospite della Commissione europea. Non ci sono dubbi su cosa pensi lo scrittore dei risorgenti nazionalismi con il loro carico di razzismi, aggressioni, terrorismo, guerre. E’ questo il cuore del libro. Anche se di fronte al cinismo degli eurocrati, ai loro conformismi, ingordigie, carrierismi, freddezze nel far fuori i colleghi, che lui così ben interpreta, Menasse di fa profeta del futuro problematico di questo organismo transnazionale. Senza dover chiamare in causa la reazione dei milioni di cittadini che a causa del Fiscal Austerity è caduto nel fossato che si è aperto tra redditi alti e redditi bassi, ulteriormente incrementato dalle politiche europee dopo la crisi del 2008. Così i finali delle singole vicende dei personaggi che abbiamo seguito non fanno presagire alcuna luce in fondo al tunnel.

L’inizio è travolgente, di un sarcasmo che strappa spesso la risata. Ritmi da romanzo d’azione: un cadavere in una stanza d’albergo, vittima sbagliata per uno scambio di persona, cosa che porta il killer a una fuga che gli salvi la pelle, inseguito com’è sia dalla polizia che dai suoi stessi mandanti. Ma il commissario belga che lo dovrebbe arrestare si vede togliere il caso. Ordini dall’alto, mentre dal suo computer sparisce ogni dato al riguardo. Di più, quel cadavere non deve essere mai esistito. E non è la prima volta che succede a quanto pare: la stampa non ne saprà mai nulla. Ingredienti che sembrano prefigurare un giallo, impegnato in conclusione a tirare tutti i fili dell’intreccio. Così non è, poiché l’oggetto del libro non è un delitto, per quanto paradigmatico e con il suo corredo di indizi, depistaggi, fughe, bensì ancora una volta la macchina burocratica compenetrata dai misteriosi quanto inquietanti interessi politici degli stati. Compreso il Vaticano: nessun servizio segreto del mondo ha le risorse, né finanziarie né umane, per mettere in piedi una rete di agenti che si estenda in tutto il pianeta, la globalizzazione in confronto è niente… chi ha un agente in ogni buco di paese? Il Vaticano. Non a caso il killer viene dalla Polonia ed è lì che torna, per nascondersi da un amico prelato, pure lui parte dell’imperscrutabile disegno. Come in Un requiem per il romanzo giallo, La promessa di Duerrenmatt, anche qui sarà il caso a chiudere la partita.

Intanto, un’altra vicenda corre parallela a quella: la Commissione Cultura, cenerentola tra tutte, snobbata e vilipesa perché priva di risorse economiche, cerca disperatamente il proprio rilancio. E la chance può essere offerta dalla celebrazione dei 50 anni dalla nascita della Commissione europea, prevista nel 2020. Ci vuole dunque un’idea vincente. Uno dei suoi funzionari – il più pulito, assieme a un vecchio economista – appena rientrato da una visita al lager, propone un Jubilee Project ad Auschwitz. Il luogo della memoria per eccellenza. Dove è avvenuto il peggio e da dove proprio con la nascita della UE era scaturito il proposito di mai più guerre e nazionalismi.

La donna greco-cipriota si impadronisce della pensata del suo sottoposto, se ne vuole servire per scappare dal buco della Cultura che le blocca la carriera. Via via tutta la filiera del comando europeo fino al suo grado più alto, si mostra entusiasta. Formalmente. Subito dopo il tarlo della burocrazia comincia il su lavoro, una firma, una telefonata, in fondo niente più che uno schiocco di dita. E fu colpita una sfera che ne colpì subito un’altra. Il progetto viene massacrato. A partire dai polacchi: non gradiscono che il nome del loro paese venga associato al famigerato lager impiantato in quel territorio. Dimenticare è l’urgenza. E a ostacolare l’impresa ci si mettono pure gli italiani con una controproposta risibile, gli inglesi che hanno una sola regola vincolante: essere fondamentalmente un’eccezione, i tedeschi… ciascun membro con proprie caratteristiche gergali, di stile, abbigliamento, gestualità, rese con il più caustico umorismo.

Vero tocco da maestro quando Menasse fa comparire un maiale che vagabonda per le strade di Bruxelles. Figura irreale che compare, scompare, poi torna, su cui si getta a capofitto il giornale locale con un invito ai lettori: date un nome al maialino. Animale che non sparisce dalle pagine successive del libro per motivi ben meno comici: il mercato cinese abbisogna di quantità gigantesche di carne di maiale, compreso un numero stratosferico di orecchie, prelibate per loro, scarti nella nostra cucina, che possono essere vendute al prezzo del filetto. Ma non sarà l’Unione Europea a trattare con la Cina come sarebbe giusto, al contrario, finanzia addirittura la soppressione dei suini nei propri paesi, con sovvenzioni ai produttori purché chiudano parte dei loro allevamenti. Risultato, mentre continua la politica autolesionista della UE, la Germania batte tutti e stipula in materia un accordo bilaterale con Pechino. Campione dell’esportazione come al solito la Germania, che con il suo abnorme surplus commerciale – in continuo aumento sia verso i paesi esteri che verso quelli della UE – si fa beffe dei limiti imposti da Bruxelles. I molteplici viaggi a Pechino di Frau Merkel (otto in un solo anno) hanno reso anche in quel campo i loro frutti.

Nei vialetti del grande cimitero della capitale, tra tombe, monumenti, croci dei caduti, passeggiano, si danno appuntamento, sostano sulle panchine, alcune delle nostre conoscenze: il commissario, un vecchio ebreo la cui famiglia è finita nei forni di Auschwitz, un economista invitato a Bruxelles per il Reflection Group “New Pact for Europe”, un’assise destinata a produrre parole al vento che finiscono nel mantra abituale: “bisogna creare più crescita”. Uno degli innumerevoli think thank dove questa volta il professore sceglie di venir meno all’ipocrisia di tutti con una provocazione che ha il sapore del testamento. E lo fa, davanti a colleghi cattedratici e ad esperti di varie nazionalità, che lui ha catalogato in vanesi, idealisti, e lobbisti. Vanesio chi ci va per lustrarsi le piume, idealista chi è sempre pronto ad accettare il male minore, lobbista, sia mai detto in rappresentanza diretta dei grandi gruppi industriali, bensì delle fondazioni di quei gruppi!

Episodio emotivo di rara efficacia quello di un ragazzo ebreo che scampa alla morte saltando giù dal vagone del treno pieno di prigionieri, bloccato dall’assalto di un gruppo della resistenza, che gli fornisce un nome e un indirizzo – la salvezza – mentre la madre lo supplica di risalire su con loro, di restare uniti, ignara di ciò che spetta a lei, al marito, alla figlia una volte arrivati a destinazione. E di grande sensibilità la scena erotica, protagonisti il vecchio economista e la moglie anziana, quando lui ne osserva ogni venuzza blu o rossa, ogni cuscinetto adiposo, come una carta geografica su cui era stato tracciato un lungo cammino da percorrere insieme. E di colpo al culmine dell’eccitazione la sentì: la fusione delle anime che si toccano.

Rapporto amoroso speculare a quello che lega la coppia di rampanti, dove il sesso fa da trampolino per lei e da sfogo per lui, in cui durante l’amplesso capita che l’uomo finga di raggiungere il piacere e la donna con i suoi falsi mugolii, idem. Pur di far fuori in fretta la faccenda, al pensiero di doversi alzare presto al mattino pronti alla tenzone quotidiana. Attori di un’Europa bloccata, inerte, svuotata di quella visione utopica che possa sconfiggere i nazionalismi e i para-fascismi insorgenti. Dato che ciascun paese, anche colonna economica della UE, è intento a difendere in primo luogo i propri interessi.

Classici del Novecento: Con gli occhi rivolti al cielo

Zora Neale Hurston
Con gli occhi rivolti al cielo
Traduzione di Ariana Bottini
Bompiani 1998
191 pagine

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di Bruna Miorelli

Protagonista di questo magistrale romanzo dell’autrice di colore Zora Neale Hurston, pubblicato per la prima volta nel 1937, è Janie, che quattordicenne cede, con un primo bacio dato quasi a caso, ai primi impulsi sessuali. Quelli sì, prepotenti, a prescindere da chi sia il destinatario. Scoperta dalla nonna, allarmata da quanto si prefigura dati i precedenti in famiglia, viene da lei data subito in sposa a un contadino, un vedovo rozzo e repellente, che mira solo a piegare quella schienadritta sui solchi dell’appezzamento e a sottomettere quella ragazzina viziata.
…l’uomo bianco butta via il fardello e dice all’uomo negro di raccoglierlo. L’uomo negro lo raccoglie, ma mica se lo tiene. Lo passa alle sue donne. La donna negra è il mulo del mondo, da quello che ho visto. E io ho pregato che per te fosse diverso” spiega la nonna alla nipote disperata. E in quelle parole è concentrata tutta la sua esperienza. Di nata schiava, messa incinta dal padrone, che ha visto la figlia avere a sua volta una bimba da non si sa chi, fuggire di casa per poi perderne le tracce. Ora non pensa che alla protezione di sua nipote Janie: un marito, crede, è la sola salvezza in un mondo di maschi profittatori, e la invita a sopportare. A dividere le due diverse generazioni l’idea dell’amore, una fola per la vecchia, richiamo irresistibile per la più giovane. La piccola aveva goduto un’infanzia felice, quando una famiglia di bianchi progressisti, cui la nonna dopo la fuga era andata a servizio, l’aveva allevata senza discriminazioni in mezzo agli altri loro bambini. Tocco narrativo indimenticabile: soltanto a sei anni Janie si accorge per la prima volta di essere nera, succede attraverso una fotografia di gruppo, quando chiede indicando la propria immagine: chi è questa? Non la conosco.
Il seme della ribellione è cresciuto da allora dentro di lei. Ancora ragazzina, una gran massa di capelli fascinosi, fugge dal marito campagnolo assieme a un tale pieno di progetti e con un mazzo di dollari in tasca che intende far fruttare. Cosa che gli riuscirà non appena raggiungono la città dei neri appena sorta, delle cui nascita si stava favoleggiando. Ahimè poche case deludenti sparse in un terreno senza strade, senza illuminazione. Jody, questo il nome dell’uomo, non si scoraggia e si rimbocca le maniche: crea un emporio, un ufficio postale (mai visto un ufficio postale gestito da uno di colore!), e in breve riesce a diventare sindaco di quel tentativo di città. La festa per l’accensione del primo e per il momento unico lampione del posto sarà memorabile.
Non aveva mai letto libri,” Janie “e dunque non sapeva di essere l’universo concentrato in una goccia”. Ma sa quanto basta per sentire come sopruso l’impulso di questo suo secondo marito a sottometterla. Per anni decide di non reagire e sceglie il silenzio. “Janie era il solco lasciato da un carro: tanto viva sotto, ma schiacciata dalle ruote”. Lui ne è geloso, quel corpo snello e quella chioma attirano gli sguardi maschili, e se lei risponde ai
suoi rimbrotti, lui si incattivisce: “Bisogna pure che qualcuno pensi anche per le donne, i bambini, i polli e le vacche. Perdio, da soli non ne sono capaci”. Alla fine una malattia se lo prende e lo porta via. Sono passati vent’anni e ora Janie si ritrova ricca e sempre avvenente: gli spasimanti fanno la fila per impalmarla.
Zora Neale Huston, autrice oltre che di romanzi anche di splendidi racconti, ha studiato antropologia alla Columbia University con Franz Boas. Di qui una voce unica, che pesca detti, metafore e un certo modo di prendersi in giro, dalla cultura popolare in gran parte ancorata alla campagna, con una serie infinita di aneddoti, di storielle a raffica, come in questo romanzo Con li occhi rivolti al cielo. Ispirandosi alla letteratura orale del Sud, che ben conosce, rende conto di una intera fase storica. Un tipo di linguaggio, uno spirito del tempo, che senza lavori eccellenti come questi avrebbero potuto sparire nel nulla. Storia orale fusa alla cultura alta dell’autrice. Nei dialoghi, seppure in gergo, come anche nei vivaci scambi di battute amorose, non mancano alcuni echi della brillantezza shakespeariana.
La storia di Janie riprende con la vedovanza e a quarant’anni si rinnova. Conquistata da un allegro squattrinato pieno di verve, diciotto anni più giovane di lei, decide di fare la più avventata delle mosse e di puntare su quell’amore nel quale, benché fino ad allora frustrato, in fondo ha sempre creduto. Vende l’emporio e con dei soldi in banca e un bel gruzzolo di 200 dollari in contanti cucito dentro il vestito, parte con lui per il Sud. Terzo matrimonio. Ma un mattino lui scompare assieme al mazzo di banconote. Sembra andare come doveva e come il lettore immaginava. A prima vista, il classico truffatore immortalato più volte da Flannery O’Connor che si dilegua per sempre. Ma eccolo ricomparire dopo un giorno e una notte. Inutile dire, con pochi spiccioli e una storia strampalata a giustificare la sparizione dei soldi di lei. Risultato: si scopre che gli piace giocare d’azzardo, in particolare si confessa lesto ai dadi.
Tutto come da copione? Invece no. Zora Neale Hurston con un colpo d’ala decide di puntare su questa storia d’amore delle più improbabili, ed ecco che tra i due lievita ancor più quella loro straordinaria passione reciproca. Un duraturo scambio di vera umanità.
Janie, non più la sindachessa elegante e rispettata di un tempo, ora indossa una misera tuta e da bracciante raccoglie fagioli assieme al marito, un tanto a giornata: lui non intende essere mantenuto dalla moglie. In compenso la sera nel retro di casa loro, canti, musica, bisboccia con gli amici.
Magnificamente reso il tragico tornado che nel finale, allagando tutto intorno, distrugge la campagna con tutte le baracche dei neri, installate non molto lontano dalle ville dei bianchi. Nella città vicina, piena di crolli e di macerie, è d’obbligo estrarre la gran quantità di morti che in pochi giorni esalano i loro insopportabili fetori. Sono i neri a doverlo fare, sotto minaccia dei fucili dei bianchi che costringono i sopravvissuti di colore intercettati, non solo a fare il tremendo lavoro, ma a separare i cadaveri di pelle chiara da quelli di pelle scura, i primi destinati a bare d’abete nel cimitero consacrato, gli altri alla fossa comune ricoperti di calce. Ma i morti, come sono ridotti, a volte non si distinguono, protesta la manovalanza. Guardategli i capelli, è la risposta.
Narrazione dunque di grande respiro e dalle molteplici componenti: la schiavitù, seppur succintamente richiamata attraverso le vicissitudini della nonna, la guerra civile, la vittoria dei nordisti e la liberazione dei neri, la comparsa dei primi uomini e donne di colore che credono in se stessi e ardiscono pensare di valere tanto quanto i bianchi. Jody era uno di questi, seppure con tutto il carico di un maschilismo duro a morire (maschilismo straordinariamente messo in scena dall’autrice). Coinvolgente la descrizione del lavoro agricolo con le ondate migratorie di braccianti che si spostano stagionalmente. La loro grande affabulazione, la comicità, il piacere di stare insieme a spettegolare, con allegria e le immancabili ricadute maligne quando la presa in giro scade nella crudeltà, o nella vendetta a scapito della realtà dei fatti. Zora Neale Hurston, probabilmente la prima scrittrice di colore statunitense a raccontare con orgoglio le radici della cultura nera e a farlo con una magistralità unica, è grande anche perché in grado di rendere luci e ombre di una popolazione sottomessa che sta rialzando la testa da pochissimo. E a farlo senza ideologismi. Per questo, diventata caposcuola ineguagliabile per le scrittrici nere delle successive generazioni. Non a caso, viene da credere, Salvare le ossa, magnifico romanzo di Jasmyn Ward, NN Editore, si conclude allo stesso modo, con un devastante uragano dagli esiti imprevisti.

Consigli di lettura: Orrore

di Bruna Miorelli

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Pietro Grossi
Orrore
Feltrinelli
138 pagine

Perché un autore come Pietro Grossi, giunto al suo settimo libro di narrativa e con diversi premi letterari alle spalle, sente il bisogno di scrivere un horror? Perché come il protagonista di questo romanzo da ragazzino era un divoratori di questo genere? Probabile.
Diciamo che buona parte del breve romanzo intende far leva sulla suspence, sull’attesa di ciò che le anomalie riscontrate in una casa isolata nel bosco fanno presagire: alcuni spazi interni stranamente puliti e altri polverosi, resti inspiegabilmente dimenticati di strumenti chirurgici. Un mistero, qualcosa di terribile si annuncia. Un amico riesce a coinvolgere il suo coetaneo, in Italia per le vacanze di Natale assieme alla moglie e a un figlio di pochi mesi, facendolo cadere in un abisso di curiosità. Tanto più che costui è alla ricerca di uno stimolo per il suo mestiere di sceneggiatore che in quel momento lo vede in crisi. Chissà, potrebbe trovare il bandolo di una matassa quanto mai utile per lui. Allo scadere della vacanza, il protagonista rimanda indietro la famiglia, moglie consenziente, in fondo si tratterà solo di qualche giorno. Invece l’ossessione si fa totale, ed eccolo diventare un guardone a tempo pieno, nascosto tra i cespugli, in osservazione della casa sperduta lontana chilometri dal paese dove alloggia. A dire il vero, di autentica suspence ce n’è poca, però ci ritroviamo nelle pagine più belle del romanzo, quando mezzo inebetito dal freddo lo vediamo sorvegliare il posto, nascosto sotto teli impermeabili mentre la neve imbianca lui e il terreno tutto intorno. Dopo un bel po’ se la moglie inizia a preoccuparsi, lui si stacca sempre più dai destini della sua famigliola. Il testo, in seconda persona, viene indirizzato con il “tu” a un figlio lontano non più piccino, per dirgli cosa successe a suo tempo per fa sì che il padre sparisse dalla sua vita. Nell’insieme
scarsamente convincente e poco più di un espediente letterario, questo “tu” risuona tuttavia con una venatura di rimorso seppure l’accaduto ineluttabile. Come a dire, di fronte alle ossessioni, tanto produttive quanto pericolose, poco si può.
Gran parte della narrazione è quindi basata sull’attesa che si allarga e diventa padrona nonostante gli scarsi indizi e i persistenti interrogativi. Fino a pagina 110, e manca poco alla fine, tutto procede in questo modo, a ravvivare lo scorrere lento delle ore con il giovane uomo così appostato in osservazione, poco più di una scena di sesso con una ragazzotta del paese, niente male quanto a resa. Umori, urina, amplesso violento, poi nulla resta: “… due sponde opposte di un grande lago. Buonanotte allora. Buonanotte.”
Di lì, lui tornato in città, lo scioglimento del romanzo. Viene allo scoperto il legame insospettabile tra due dei personaggi, ma il lettore resta a bocca asciutta quanto alla spiegazione del mistero. Venuto meno il fardello della logica narrativa, gettatogli in pasto solo qualche indizio, chi legge se la può sbrogliare come meglio crede. Anche se ostinato ripercorre a ritroso tutte le scene del romanzo dicendosi che i conti non tornano, che qualcosa manca, la lisca che gli è stata gettata gli deve bastare. Che costui protesti a gran voce dicendo che nei polizieschi, ad esempio, è d’obbligo scoprire chi è l’assassino e quale il suo movente, è facile che si senta rispondere che i gialli a orologeria sono cosa vecchia e che nel noir imperante sono d’uso i finali sospesi, mentre gli assassini, impuniti, se la spassano. “Sì, ma…” l’ingenuo protesta: prendiamo La promessa di Duerrenmatt. Anche se il sottotitolo riporta: requiem per il giallo, beh, lì il colpevole lo si scopre, e che il detective avesse visto giusto anche. È stato il caso a farsi beffa di quest’ultimo, opzione filosofica di alto livello. E così i conti tornano tutti al millimetro. Oppure i romanzi di Patricia Highsmith che non ama i rigori della legge, anche in quel caso la logica narrativa viene rispettata, psicopatici o presunti tali che siano i suoi personaggi. Se è così nel giallo perché non nell’horror? Dopo aver posto l’interrogativo a un amico che di horror se ne intende, questa la risposta ricevuta: “Se ti ha deluso, vuol dire che la trovata non funziona. Se ti è comunque piaciuto, complimenti all’autore per il coraggio!”.

Consigli di lettura: La mia cattiva strada. Memorie di un rapinatore.

di Bruna Miorelli

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Marcello Ghiringhelli
La mia cattiva strada
Memorie di un rapinatore
a cura di Davide Ferrario e Marilena Moretti
Le Milieu Edizioni
229 pagine

Cominciamo a rovescio, dalla frase che conclude il libro: “… vengo scarcerato il 25 aprile del 1981. Venti giorni dopo entro nelle Brigate Rosse come rivoluzionario a tempo pieno… Ma questa è un’altra storia”. Che, incuriositi, si vorrebbe leggere presto, viene da dire.
Qui, in queste memorie, abbiamo la vita precedente di Marcello Ghiringhelli, ciò che lo porterà comunque in carcere: da ragazzino ribelle a rapinatore, nome conosciuto, temuto, apprezzato nel mondo della malavita italiana e francese. Anche prima della sua svolta politica si avverte in lui un sottofondo di consapevolezza sociale, quella di appartenere alla categoria dei molti maltrattati dalla vita, operai integerrimi e gente che si arrabatta per tirare avanti. O come lui, legionario per un colpo di testa giovanile, poi fuorilegge, piccolo imprenditore, detenuto, rivoluzionario di professione. Un sottoproletario, di fatto, con lunghi anni trascorsi nel lusso però. E molti di più tra le sbarre.
Il padre operaio alla Fiat, la madre a servizio nelle case dei signori, a suo tempo attivi entrambi nella Resistenza, non possono capire quello scavezzacollo. In particolare è la madre ad avercela con Marcello, anche perché gli altri figli non hanno tutti quei grilli per la testa. O almeno questa è la sua impressione. Ma il tempo dirà chi è il più generoso tra tutti quanti. Ormai vecchia e relegata in ricovero, dimenticata dalla prole perbene che lì dentro l’ha cacciata, sarà quel bandito che entra ed esce di galera a pensare a lei, riportandola in un appartamento e fornendole di che mantenersi. Niente male, peraltro.
Come nessun film è in grado di fare, Memorie di un rapinatore dà l’opportunità di entrare
nell’esistenza avventurosa e drammatica di un fuorilegge. Nelle oltre duecento pagine troviamo nei dettagli i colpi fulminei compiuti da solo, oppure assieme a complici che devono garantire intelligenza, freddezza durante l’azione, ed etica di gruppo, dato che stanno mettendo in gioco non soltanto la propria libertà ma la pelle stessa. Prima, c’è da studiare a fondo la situazione, la suspence fa parte del gioco ma quando si agisce bisogna
essere padroni di sé, per questo anche chi ama le buone bevute, non deve toccare una goccia d’alcol nella settimana che precede il colpo. Durante, è una botta d’adrenalina.
Dopo, quando ti ritrovi con il malloppo conquistato, senza un graffio tu e i tuoi complici, il riposo nei migliori alberghi, ebbene, per Ghiringhelli è qualcosa di esaltante. Piacere puro.
Dovuto all’estrema tensione di ogni atomo di corpo e cervello durante l’azione, e dal relax che segue quando ancora l’adrenalina circola nelle vene per un bel po’. In fondo è questo a ricondurlo ogni volta alla sfida, non soltanto il bisogno di soldi. E in effetti le rapine vengono fatte anche quando in banca, in un conto corrente a suo nome, giace una notevole quantità di bei bigliettoni. Vuoi mettere del resto la soddisfazione di arraffare ciò che ti sarebbe stato negato per sempre: champagne, auto potenti, abiti firmati? Poi il gusto di lasciar cadere gocce di quell’oro sulla tua donna, su tua madre, su tua figlia.
Il gioco si era fatto precocemente duro per Ghiringhelli, quando ragazzino, barando sull’età, aveva avuto l’avventatezza di arruolarsi nella Legione Straniera. E lì sperimenta d’un colpo l’abiezione della guerra, dell’assassinio gratuito. In Algeria con gli altri commilitoni partecipa al massacro della popolazione locale, contadini, donne, intere famiglie. Qualcosa lo ferma: farsi disumani a tal punto diventa per lui inaccettabile.
Decide di scappare, benché sappia che i legionari disertori non abbiano futuro alcuno. Non c’è che la morte per loro, è notorio, la Legione non perdona. Quella strana fuga viene però notata dai ribelli algerini in armi contro i francesi nella loro lotta di liberazione, che lo catturano. Se dapprima non gli danno credito e lo sottopongano a infiniti interrogatori, alla fine intendono quel tipo di rifiuto e gli offrono la possibilità di salvare la pelle con un passaporto falso, destinazione Parigi. Raggiunta la meta, il fuggiasco, ragazzotto di scarsa cultura, trova accoglienza nel salotto intellettuale di Sartre, De Beauvoir e i loro amici, affamati come sono di notizie sulla guerra d’Algeria che li vede dalla parte degli insorti.
A Parigi comincia la sua prima storia d’amore con una giovane prostituta, la più importante anche se breve e tragica. Altre ne seguiranno, a dire come le sue donne e in seguito la figlia restino un punto nevralgico per il rapinatore, quello che può dare la felicità o toglierla. Certo, la famigliola serena non fa per lui. E quelle donne ne pagheranno il conto.
Al di qua e al di là del confine francese dove opera, nitido il disegno dell’ambiente malavitoso: le case, i personaggi affidabili, quelli da evitare, le regole vigenti. La serie memorabile dei colpi assume a volte il sapore della leggenda, seppure la galera sia un incidente di percorso inevitabile. Mai ammettere, negare sempre, e questo per qualche decennio gli risparmia detenzioni oltremodo lunghe. Ma non mancano i pestaggi degli agenti, le rivolte in carcere, le fughe rocambolesche. Celle di rigore per periodi tanto prolungati da annichilire chiunque; botte che ti possono portare al creatore, da cui Ghiringhelli una volta si salva per un pelo grazie a un infermiere detenuto che con le sue cure lo riporta in vita; la tubercolosi dovuta alle secchiate d’acqua gelida tre volte al giorno. Lui, al tempo, non è sorpreso dai maltrattamenti, né si appella alla legge che li vieta: la prigione è quella cosa lì, punto.
A evitare che il memoir possa ridursi a una noiosa sequela di rapine, a un fuori e dentro le prigioni, è la bellezza della lingua, fatta di diverse parlate popolari – il dialetto del Nord, Torino e Piemonte in particolare, come pure delle zone francesi da lui frequentate – e del gergo della malavita di allora, ormai sparito o trasformato più che probabilmente. Merito pure del ritmo e dell’asciuttezza del racconto su un antieroe come lui, tosto, sveglio, che tra le sbarre cerca di stringere i denti mentre sta ideando l’ennesima fuga.
Testimonianza, ma anche materiale storico di prima mano per ricostruire un’epoca e le sue lacerazioni. La mia cattiva strada non costituisce l’esordio dello scrittore nato in galera, preceduto com’è da alcuni racconti dal carcere e dal noir L’altra faccia della luna. Un autore più alla mano, meno crudele del geniale e provocatorio Jean Genet nel suo Diario del ladro, riferimento inevitabile. Ma seppur lontano dal grande letterato, la sua narrazione vive comunque di vita propria e possiede il sapore dell’autentico.
Non sappiamo se a quest’ultimo lavoro seguirà la storia della sua militanza nelle Brigate
Rosse, di come un rapinatore di professione si trasforma in un rivoluzionario di professione. Possibile che alcuni reati ancora in essere e la ricaduta di certe informazioni
politiche concorrano a impedirglielo. Tuttavia una testimonianza dal di dentro, con una voce come la sua, e da quella particolare angolazione, sarebbe davvero augurabile. Per ora in queste pagine, un solo assaggio narrato tra il serio e il faceto: di quando a un paio di ingenui giovani inesperti di Lotta Continua insegnò a compiere la loro prima rapina di
autofinanziamento.

Consigli di lettura: Come si comanda il mondo

saggistica – recensione di Bruna Miorelli

 


Giorgio Galli e Mario Caligiuri

Come si comanda il mondo

Rubettino editore

229 pagine

Chi è che comanda il mondo? Quale la vera razza padrona? Da questo saggio, che si propone di analizzare i meccanismi d’affermazione dell’egemonia delle élites, si deduce che a comandare l’intero pianeta siano poche persone, a capo di una cinquantina di banche e multinazionali. Oltretutto intrecciate tra loro. Nel senso che le une posseggono pacchetti di azioni delle altre in una fitta compartecipazione, cosa che rende ancora più controllati gli indirizzi economici e politici degli stati. I veri potenti non sono i premier e i loro ministri, che si trovano un gradino al di sotto e che spesso sono costretti a cooptare a livello istituzionale figure che provengono direttamente dallo stesso ambiente bancario e industriale che ha finanziato le loro campagne elettorali.

A suo tempo i romanzi d Edith Wharton avevano raccontato con chiarezza come nella New York di fine Ottocento-inizio Novecento, le famiglie che contassero davvero fossero un nucleo ristrettissimo. E la futura scrittrice, che da bambina alla domanda “cosa desideri fare da grande”, rispondeva “diventare la più elegante della città”, apparteneva a una delle dieci più importanti. Aveva perciò dei costumi, delle regole interne a quella compagine, della morale a volte stravolta sotto l’onda dei mutamenti impetuosi del capitalismo e dell’emergere di nuovi ricchi, una conoscenza approfondita e di prima mano. Che nelle odierne società democratiche nulla sia cambiato da allora, può far impressione; se poi si pensa che la concentrazione del potere si estende pressoché all’intero pianeta, c’è da tremare.

Una delle conseguenze più visibili, considerando il breve arco di tempo che va dalla fine degli anni Settanta a oggi, è una disparità di reddito mai vista nella storia, tra i pochi grandi ricchi e la vasta popolazione. Se un tempo neanche troppo lontano un manager incassava qualcosa come centinaia di volte il salario di un operaio, ora lo vede moltiplicato per migliaia di volte. Tra le concause probabili di tutto questo: neoliberismo, finanziarizzazione dell’economia, globalizzazione, caduta del muro di Berlino, nuove tecnologie, e strategia d’attacco della classe padronale.

Di questa concentrazione di potere in poche mani non c’è percezione diffusa: chi detiene le leve del comando globalizzato non ama comparire nei talk show e sui giornali. Mass media e stampa, che sono del resto proprietà degli stessi, svolgono bene il loro lavoro di occultamento dello stato reale delle cose. Del resto, secondo gli autori del libro Come si comanda il mondo, i mezzi di comunicazione più prestigiosi sono in grado di fare da battistrada e di imporre l’agenda delle notizie alla selva di testate minori. E così il cerchio si chiude. Chi sfugge alla regola e descrive lo stato reale delle cose, è facile venga tacciato di essere un complottista. Accusa da cui Galli e Caligiuri si difendono citando una selva di dati e cercando di dare un respiro teorico a questo loro lavoro sulle élites, risalendo tra gli altri a Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, e rifacendosi in particolare a Wright Mills. Gli studi su tale concentrazione del comando, che non data da ora, sono parecchi, ma quel che è certo è che le loro conclusioni non sono ancora patrimonio condiviso del sentire comune, che per il momento si limita a prendersela con la sola casta dei politici.

Per disegnare il futuro del mondo c’è bisogno che i potenti si confrontino periodicamente a un livello ristretto. Controllate attraverso inviti ad personam, tra le sessioni periodiche dei super club si annovera il Foreign Relation, attivo dal 1921, tra i cui partecipanti ci sono uomini d’affari, finanzieri, politici, giornalisti, accademici di livello internazionale. Tra i membri direttivi, bastano due nomi: Tdjane Thiam, amministratore delegato di Credit Suisse, e Kofi Annan, per quasi un decennio segretario generale dell’ONU.

Più noto il gruppo Bilderberg, nato nel 1954, che da allora si riunisce annualmente. Se da qualche tempo sono resi noti i nomi dei partecipanti, l’agenda degli argomenti e il risultato delle discussioni restano segreti. Nel direttivo sono presenti esponenti della Goldman Sachs, partecipano agli incontri i presidenti oltre che della banca citata, anche di JP Morgan Chase e Merrill Linch, Presidenti e AD presenti nell’elenco delle 65 persone più influenti del mondo. Tra gli italiani John Elkann, presidente Fiat Chrysler, nonché membro del direttivo Bilderberg, Mario Draghi, Mario Monti, Franco Bernabè, Romano Prodi, Carlo De Benedetti… i giornalisti Lucio Caracciolo, Lilli Gruber, Monica Maggioni.

C’è Poi la Trilateral Commission fondata nel 1973 da David Rockefeller, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, con 400 membri americani, europei e giapponesi. Viene qui citato un documento della commissione del 1977 dove si afferma che i problemi di governabilità delle tre aree sono dovuti a un “eccesso di democrazia”. Mario Monti ha ricoperto il ruolo di presidente del gruppo europeo, gli è succeduto Jean-Claude Trichet, ex presidente della BCE, presidente onorario Peter Sutherland, esponente chiave di Goldman Sachs.

Skull and Bones Society è legata all’università di Yale, cui hanno fatto parte i presidenti americani Bush, e pure lo sfidante democratico di Gorge W. Bush figlio, John F. Kerry.

Un ruolo di formazione dei più importanti manager l’hanno le università, che peraltro li annoverano nei loro consigli di amministrazione. Harvard in testa, seguita dalla Stanford University, New York University e via elencando.

Ci sono inoltre diverse logge massoniche, superlogge internazionali.

Tutto si tiene.

Nella nutrita serie di appendici del libro – molto, molto utili e rapide da decifrare – troviamo i nomi delle 50 multinazionali più potenti del mondo: in cima alla lista Barklays Plc. Unica italiana, al 43° posto, l’Unicredit. Pure qui le banche molto presenti. Moltissime le americane, abbastanza numerose le inglesi, qualche francese, tedesca, giapponese, svizzera. La Cina con la sola China Petrolchemical Group Co., sta in fondo all’elenco.

Rivelatrice l’appendice sui media, con la sfilza di giornali e reti televisive, ciascun singolo gruppo in possesso di numerose altre testate. In testa New York Times Company. Non mancano i nomi dei loro maggiori azionisti: banche e multinazionali, come sempre.

Incuriosisce sapere chi sono stati i principali finanziatori delle campagne elettorali delle presidenziali USA e con quale cifra. E qui tra i donatori, oltre alle banche e alle multinazionali, compare anche qualche importante università.

Scorrendo i nomi delle 65 persone che comandano il mondo il lettore medio farebbe fatica a riconoscere qualche esponente. Se i loro nomi possono dire poco, più significativo andare alle società di cui sono AD o presidenti. James Staley, John MacFarlane, entrambi Barclays, Timoty Armour di Capital Group Companies, eccetera. Qui l’italiano Giuseppe Vita di Unicredit è al 56° posto. Pochissime le donne.

Oltre alla graduatoria dei potenti, corredata oltre che delle società che dirigono anche della nazionalità, è illuminante percorrere la casella che indica di cosa sono stati manager nello loro precedente carriera. E di nuovo abbiamo conferma dell’intreccio fitto tra incarichi finanziari, industriali, politici, accademici. Le carriere sono spesso trasversali.

Quello che non è scontato per il senso comune, abituato a percepirle come entità individuali frutto di uomini di genio, è che anche tra i maggiori detentori delle azioni di società come Google, Facebook, Apple e Amazon ci siano banche e società diverse dalla capofila, per un valore di milioni di dollari ciascuna e a volte di miliardi.

Un libro da leggere con calma e non divorare questo di Giorgio Galli e Mario Calgiuri, tante sono le informazioni. Dopodiché non resta che meditare circa le implicazioni e ricadute sulla democrazia, il rapporto tra questi pochi che reggono le leve del comando e i molti espropriati senza voce in capitolo. E quando osserviamo in prima fila un politico, un giornalista, un docente opinionista, chiediamoci se sia davvero indipendente o non abbia alle spalle qualcuno di questi nomi o di queste sigle.

Consigli di lettura: Cattiva, di Rossella Milone

recensione di Bruna Miorelli

 

Cattiva

di Rossella Milone

Einaudi

116 pagine

Benché suddiviso in ben 16 capitoli, Cattiva è più un racconto che un romanzo. Straordinaria narrazione, va subito detto, su un argomento per niente facile da trattare: il rapporto tra madre e neonato. Tra le poche narratrici italiane fresche di maternità che abbiano affrontato l’argomento restando perlopiù a cavallo tra l’esperienza di vita e l’invenzione, questo di Rossella Milone è tra i migliori, forse il migliore in assoluto. Merito di un linguaggio, immaginifico e strettamente ancorato alla realtà al tempo stesso, che per la cura e l’attenzione a ogni singola parola sembra avere radici nella pratica poetica. Linguaggio fresco benché calcolato al millimetro, musicale per varie ragioni, non ultima l’eco della lingua napoletana che risuona in ogni pagina. Nessuna concessione alla moda del dialetto di troppi romanzi d’oggi. Accanto alle parole in napoletano verace, usate con parsimonia, è la struttura della singola frase, e il suo particolare andamento, a rievocare quelle radici.

Siamo in un quartiere di Napoli a ridosso del vulcano. Pochi i fatti: un parto, la nascita di una neonata – solo verso la fine sapremo il suo nome, come se il rapporto tra madre e figlia fosse innanzitutto tra due corpi – e poi il ritorno dalla clinica, pappe, pannolini e infiniti pianti di cui la madre inesperta non sa scoprire la ragione. Esaltazione perché quella nascita è una cosa grande, e paura di non farcela. L’abisso di un’esperienza sconosciuta, fatta di interrogativi, sensi di colpa, ansie per l’insufficienza propria, del marito, dei genitori, della pediatra. Un universo che si dilata nelle ore e nei giorni. Rossella Milone riesce a rendere con acutezza eccezionale gli impulsi più riposti di questo passaggio estremo nella vita di una donna, che coinvolge ogni fibra del proprio essere, fisico e mentale. Sono i rivolgimenti interiori, anche i più oscuri e contraddittori, a trovare inedita rappresentazione.

Mia figlia non lo sa afferrare quel libro, rivolge a Daniele uno sguardo lattiginoso, lui le sorride, lei non è appagata e si mette a piangere. Allora l’avvolgo in uno scialle, la stringo a me, le faccio sentire il mio odore. Lei si acquieta, si attacca al seno; il mio corpo la consola, ed è lì che porta anche me, nella mia origine atavica e informe – in una specie di magma.

Niente come una maternità fa scoprire a una donna, che fino a un momento prima si è pensata come un essere sociale, capace di plasmare i destini individuali e collettivi, quanto sia invece potente il rapporto con la natura. Le lune, quelle che sollevano le maree, le nove lune necessarie a completare la gravidanza. Le onde di dolore del parto, capaci di allargare le ossa pelviche per permettere la venuta al mondo del nascituro, come parte del cosmo. Grande la meraviglia della scoperta, ma il timore che ti possa al contempo cacciare indietro, facendoti regredire al magma primordiale. Perché da quella neonata non ti puoi staccare, le sei indispensabile, la devi attaccare al seno ogni poche ore. Non c’è nemmeno il tempo di lavarti i capelli. E quando ti offrono qualche giorno di lavoro, in famiglia ti consigliato di rifiutare. Il tuo posto è lì. Mentre il lavoro culturale della protagonista, per cui ha studiato anni e di cui va orgogliosa, adesso non conta… Può sapere tutto della sua città, dei suoi monumenti e affreschi, avere cose salienti da dire a chi li vuole visitare, come sapeva fare fino a poche settimane prima, ma ora non è il momento.

Se poi la bambina piange di continuo, e resta un mistero se abbia fame, o bisogno di un pannolino asciutto, o se soffra dei ricorrenti doloretti di pancia dei neonati, e se poi quel pianto si ripete, moltiplicandosi nei giorni e nelle notti, si può essere anche tentata da un gesto senza ritorno. Ed ecco nel bel mezzo del racconto un colpo di scena inaspettato che sembra prospettare una svolta. Un taglio a quella vita che alterna gli entusiasmi al quel logorio stressante che non dà pace. E la pace è proprio la cosa più agognata. Un’idea, questa di Rossella Milone, da buona narratrice, in grado di dare uno scossone a chi legge prospettandogli scenari imprevisti. Si cambia allora radicalmente registro? Quale potrà essere il finale a questo punto? E l’autrice saprà essere all’altezza del resto della narrazione? O ci sarà un ritorno a ciò che pure ci aveva avvinto fino a poche pagine prima dell’imprevisto. Il rapido fluire della prosa, a volte contratta, a volte rallentata in un singolo episodio, rende la voce dell’autrice da subito riconoscibile.

Durante il parto, avvenuto con l’epidurale che cancella il dolore delle ultime doglie, era stata assistita tra gli altri, medico e ostetrica, anche da un’infermiera di grande umanità. Capace di consolazione verso la puerpera, con gesti e parole opportune, anche perché popolana: una vaiassa. Unico neo del libro, l’eccessiva insistenza sulla figura della vaiassa. Citata più volte fino alla fine, tale ripetizione getta specularmene un’ombra sulla protagonista, che rischia di apparire un membro poco attraente di quel ceto medio, che quanto ad alterigia pare uguale ad ogni latitudine del paese.

C’è un cinghiale nell’orto

 

recensione di Silvia Eleonora Longo

Mettersi “in cerca di frasi vere”, quando è la verità quella che si racconta, è forse una delle sfide più difficili per lo scrittore. Il racconto autobiografico è un percorso a ostacoli pieno di tranelli. La verità è sotto certi aspetti una rinuncia. Scegliere di attenersi ai fatti è come un voto di castità: non poter manipolare il racconto impedisce di architettare liberamente, rende più angusti gli spazi entro cui muoversi, più limitati gli strumenti di cui avvalersi. La complessità del mondo interiore – proprio e degli altri -, l’estrema vicinanza da cui osserviamo chi amiamo, l’estrema distanza di chi ci è sconosciuto, la contraddittorietà con cui gli eventi ci si parano davanti uno dopo l’altro, sono scogli impervi per la coerenza interna e la forza di una storia narrata. La sfida diventa ancora più estrema, quando al centro del racconto c’è un’esperienza dislocante come quella della malattia. La vicinanza alla morte ci trasforma in vittime, e le vittime perdono spesso la parola.

Anna Chisari si è sempre descritta come una persona poco ardita. Eppure, quando l’inevitabile si è presentato alla sua porta con il nome beffardo di non Hodgkin, ha preso coraggio e penna in mano e ha raccolto ogni sfida possibile: quella di curarsi, di sopravvivere; quella di continuare a vivere, di restare se stessa; e quella di raccontare su carta e attraverso un diario fotografico il percorso della malattia e della guarigione, con una lucidità che, in situazioni analoghe, è mancata persino a menti affilate come quella di Susan Sontag.

Per essere coraggiosi serve un cuore grande, e ad Anna non è mai mancato. Quello che fa del suo C’è un cinghiale nell’orto (101 pagine per le Edizioni del Gattaccio) un piccolo gioiello da leggere tutto d’un fiato, è la profondità di campo di cui sono capaci i suoi acuti occhi verde mare. Anche quando la vita resta appesa a “un complicato sistema di tubicini, raccordi e rubinetti”, Anna non si ripiega su se stessa, ma continua piuttosto a fare quello che ha sempre fatto: puntare il suo sguardo sagace sull’umanità che la circonda, e scrutarne l’anima attraverso la lente della malinconia del presente. Cifra percettiva, questa, conforme a chi, non potendo contenere tutta intera l’emozione dell’amore per l’Altro, deve correre sempre un po’ avanti per trasformare il presente in assente, così da poterne tollerare la bellezza. La sua scrittura passa leggera e veloce su tutto ciò che è dentro: malattia, disperazione attonita di fronte alla morte degli altri (che pur continuano a morire anche mentre siamo noi che ce ne stiamo andando!), delizia e tormento dell’amore, quello vero, quello per la vita, che arriva sarcastico proprio quando la vita ci ha buttato gambe all’aria. Al centro del racconto resta, invece, l’Altro. A popolare queste pagine è una galleria fantasmagorica di infermiere appassionate e amanti della motocicletta, giovani medici hipster barbuti e timidi, compagni di corsia patiti di Sanremo o delle creme per il corpo, madri che alla bisogna preparano acqua ugghiuta ca addauru contro il mal di pancia, e la famiglia elettiva, soprattutto: gli amici, gli amori di ieri e quelli di oggi, quelli che scappano, che non reggono il confronto con la malattia, e quelli che restano, a litigare con i medici in eccessi iperprotettivi o a piantare un orto, per mettere in scena la vita che rinasce, dentro e fuori, e aiutarla a farsi forte.

Questo piccolo libro non è un libro sulla malattia, e nemmeno sulla guarigione. È piuttosto un libro sulla cura, quella solerte e premurosa attività dell’animo e del corpo che si esprime attraverso la costanza delle amicizie di una vita come attraverso la fuggevolezza di uno sguardo e una parola scambiati in una corsia di ospedale. E che ci tiene in vita, indistintamente, tutti.

ANNA CHISARI: Nasce in Sicilia il 22 dicembre del 1962. La Sicilia nera della lava in un paese a scacchiera che si chiama Belpasso.
Da trent’anni vive a Milano, è giornalista e blogger, scrivicchia e scrivacchia da quando aveva cinque anni. La comunicazione è il suo mestiere: è stata copy di jingle, ha diretto per dieci anni la testata Milano Mese, ha lavorato per Notturnover, trasmissione notturna di Radio Popolare.
Il papà la voleva avvocato, la mamma sposa felice. Lei ha scontentato tutti e si è trovata un posto al Comune di Milano dove ora cerca di comunicare cultura con i social.
Ha scoperto di avere un linfoma non Hodgkin nel 2015. Non è stata felice di scoprirlo ma si è rimboccata le maniche.
Ha già pubblicato un libro per i tipi di VandA epublshing.

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

di Laura Lepetit

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Sandra Petrignani

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

Neri Pozza Editore

pag. 462, euro18,00

 

E’ uscito un libro interessante nel panorama italiano pronto a dimenticare i morti: la biografia di una grande scrittrice, Natalia Ginzburg. Scritta da un’altra scrittrice, Sandra Petrignani, questa biografia ha molto del narrativo. L’autrice parte dai propri incontri con la Ginzburg, lei giovane e ingenua principiante e Natalia generosa e austera. Non mancano i ricordi di tutti coloro che sono ancora vivi, parenti, amici, letterati che hanno conosciuto la Ginzburg. La Petrignani li ha ricercati con attenzione e incontrati personalmente. Cosa abbastanza inedita, ha visitato anche le case e i luoghi dove la Ginzburg ha vissuto ritrovando particolari descritti nei libri o negli articoli pubblicati.

La vita di Natalia Ginzbur è strettamente intrecciata con gli avvenimenti della sua epoca. Nasce nel 1916 a Palermo da un medico ebreo triestino, Giuseppe Levi, e da Lidia Tanzi, milanese. Tre anni dopo la famiglia si trasferisce a Torino che diventerà la città dove Natalia vivrà più a lungo. A Torino conosce giovanissima Leone Ginzburg, ebreo russo, un intellettuale che fonda nel 1933 insieme a Giulio Einaudi, figlio del Presidente della Repubblica, la casa editrice Einaudi. Natalia poco più che ventenne, sposa Leone Ginzburg, è un matrimonio d’amore ma anche l’incontro di due personalità molto simili, sia per gusti letterari che politici. Ginzburg è molto impegnato nella lotta contro il fascismo, insieme alla casa editrice che viene controllata e perseguita. Ginzburg è mandato al confino in un piccolo paese dell’Abruzzo, Pizzoli, dove la moglie lo segue con i tre bambini nati nel frattempo.

Natalia pubblica da Einaudi il suo primo romanzo, La strada che va in città, con uno pseudonimo, Alessandra Torninparte. Nel ’44 Leone Ginzburg viene arrestato e muore a Regina Cieli per i maltrattamenti subiti. Lascia a sua moglie una lettera che sarà il credo spirituale di Natalia per tutta la sua vita: Sii coraggiosa, scrivi e cerca di essere utile agli altri.

Per lavorare e mantenere la famiglia, Natalia viene assunta da Giulio Einaudi legato a lei da amicizia e rispetto. Comincia la stagione delle grandi imprese intellettuali, accanto a personaggi come Giaime Pintor, Pavese, Calvino, Soldati, Moravia, Garboli. La Ginzburg legge manoscritti, traduce, cura edizioni, diventa insomma una colonna della casa Editrice e intanto pubblica i suoi romanzi e scrive molto anche per i più importanti quotidiani. Ci sono molti uomini accanto a Natalia, unica eccezione Elsa Morante, l’amica/rivale che ha un carattere focoso rispetto a quello più riservato di Natalia e il loro rapporto prosegue tra litigi e abbracci.

Il suo romanzo più famoso è Lessico familiare, in cui descrive senza pudori la vita di una grande famiglia borghese, con un padre importante e cinque tra sorelle e fratelli nella Torino di inizio secolo. Il candore autobiografico è abbastanza inedito e il libro suscita giudizi controversi, ma è un grande successo. In un libro intitolato Le piccole virtù scrive: “Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità, non la prudenza ma il coraggio…”

E questo riassume il credo letterario e morale che sottintende alla sua vastissima produzione. Scrisse molto anche per il teatro dopo che divenne amica della giovane attrice Adriana Asti.

Ti ho sposato per allegria fu rappresentato a Londra da Laurence Olivier.

Natalia Ginzburg muore a Roma nel 1991, seguire la sua vita ci permette di rivivere i momenti più interessanti e complessi del mondo letterario e politico italiano di quasi un secolo. Una donna da non dimenticare, cui Sandra Petrignani ha reso giustizia con garbo e forza.