Il lecca-lecca

 

di Giovanna Vanin

È un giorno come un altro, senza un sole vero. Sulla strada macchine di ogni forma, colore e dimensione, grandi e piccole, ce ne sono di quelle lunghe appena il necessario a contenere due persone, altre raggiungono parecchi metri. Bianche blu rosse verdi argentate nere, ci sono anche quelle bicolori. I progettisti si sono sbizzarriti anche con i fari, ovali tondi quadrati a rettangolo triangolari, ce ne sono di piatti bombati sporgenti come gli occhi di un ipertiroideo, danno di volta in volta un’espressione diversa al muso di ogni vettura, c’è quella dalla faccia allegra truce aggressiva timida vivace. Dall’utilitaria al macchinone, tutte trasportano qualcuno, giovani e vecchi, padri e madri con bambini ragazzi neonati nelle culle, ci sono intere famiglie compresi nonni e zii, ci sono coppie, uomini e donne, soli. Arrivano da ogni direzione, dai quattro punti cardinali, da case lontane lontanissime e vicine. È una coda ininterrotta, no, sono tre code una accanto all’altra, serpenti mostruosi dalle squame di metallo, draghi. Fabbriche lontane emanano bagliori rossi dalle ciminiere. Negli abitacoli la gente parla, sorridono, stanno in silenzio, scherzano. Ci sono quelli che, innervositi dal procedere lento, allungano il collo per vedere la testa del serpente, non si vede, ancora qualche metro, tra poco ci siamo. Passiamo sotto un ponte, ecco, sulla destra, quattro alberi scarnificati dalle piogge acide, intossicati dalle esalazioni dei tubi di scappamento. Li superiamo e anche un distributore di benzina, poi nel chiarore lattiginoso appare un’enorme costruzione grigia, in mezzo a campi senza fiori e senza grano, dietro, altri capannoni, contenitori giganteschi, sono i magazzini. Due cartelli rossi vietano l’ingresso, il varco consentito è indicato da un cartello blu con sopra una freccia che come un grosso dito ti dice dove andare, ti affidi a lui e non protesti. Gli occhi girano veloci da destra a sinistra e viceversa in cerca di un parcheggio, eccolo là, no, c’è già qualcuno che aspetta, vai avanti, è un piazzale senza fine. Bravo, segui il ditone, giri e rigiri in cerchi concentrici che si allargano a dismisura, non c’è il posto dove lo vorresti, ti tocca andare sempre più in fuori, è come andare a teatro e stare nelle ultime file da dove vedi poco. Ma ecco, finalmente l’abbiamo trovato, si scende, su, andiamo, abbiamo raggiunto l’obiettivo, in tutta la sua possanza s’innalza davanti a noi. All’entrata uno vende pizze panini polli arrosto patatine fritte. Le porte a vetri si aprono si chiudono si aprono si chiudono come bocche che inghiottono e poi vomitano nauseate tutti quelli che le avvicinano. Dentro voci lingue s’incrociano in un brusio continuo, la musica arriva dall’alto e da ogni lato. Siamo in un parco giochi dai colori accesi e zeppo di uomini e donne tornati all’età dei figli che hanno attaccati alle mani e si agitano in braccio o piangono nei carrozzini. Senza respiro ogni cosa sugli scaffali chiama, sono qui perché
non vieni? Prendi me sono più buono. Non è vero, tocca a me. Te l’hanno detto ieri in televisione. Ma se c’ero prima io. Trent’anni di pubblicità dentro a un cartellone. Come fai a non saperlo? Sei sordo cieco o fuori tempo? Svegliati citrullo. Non siamo più nell’Ottocento. Ogni giorno ti porta una cosa nuova e non scemenze come il sole la mattina, che poi è impossibile vederlo con la nebbia lo smog e una schiera di palazzi alti mille metri. E allora cosa aspetti? La felicità è qui, da noi, nei nostri negozioni, siamo senza dubbio i migliori super e iper, dove cerchi la tua vita? Lei è dentro alla nostra scatola di cartone. Se leggi le istruzioni vedrai che abbiamo fatto il giro del mondo, dalla Cina all’India dall’Africa più nera al Canada dalla Finlandia al Perù, ti portiamo quello che non vedresti mai a meno di non andarci di persona ma, lo sai, tu non sei Marco Polo o un riccastro da poter girare dove come e quando vuoi. Dacci retta, non aspettare la carota striminzita nel tuo vaso sul balcone, noi sì, siamo pieni di energia, prendi e ingoia e smetti di raccontarti balle. La vita è una sola, non pensare sia diversa da come tu la vedi. Non c’è altra consolazione. E allora suvvia tutti in coro gridiamo, lo voglio lo voglio anch’io il biscotto biscottino macinato dal mulino la merenda golosona la fragola con la lisca. E ciascuno guarda incuriosito il suo vicino l’amico il parente lo sconosciuto protesi sui banconi pieni di cibo, strumenti, oggetti, prodotti, a volte non sai nemmeno cosa sono. Lo voglio il pomodoro e non importa se non ha odore il pollo imbottito di antibiotici è un’enorme pillola antinfluenzale il germe che protegge da ogni cancro e com’è buono il fungo cresciuto nel cesio e nel plutonio precipitati a terra dopo l’ultima esplosione del nuovissimo reattore di una centrale nucleare di ultima e sicura generazione e ciascuno afferra quello che gli promette una fetta di paradiso un piatto di saporita felicità un suono sensuale che scongiuri le tre maledizioni ricevute ai tempi di Adamo, sofferenza solitudine e paura. E trionfanti spingiamo il carrello nella luce bianca del supermercato. E in coda alla cassa sorridiamo, che bella spesona tesoro mio! Oggi abbiamo preso proprio tutto. Noo?! perché piangi? vuoi il lecca-lecca? quello rosso? Non c’è. Quello verde non va bene? Noo? Che differenza fa, il sapore è lo stesso. Adesso smettila di frignare. Insomma. Non sei mai contento. Piantala, ti dico, e metti giù ‘ste mani, hai capito? Giulio, fammi un piacere, portala via, ‘sta sanguisuga, sì sì, vai fuori, andate via e poi, si può sapere cos’avete tutti e due? Sempre in giro con i vostri musi lunghi, mi avete rotto. Non ne posso più. Veramente.

Le caramelle del nonno

di Anna Maria Tagliaretti

Salì sul cumulo di ghiaia, aiutandosi con le mani ogni volta che la presa dei sandali leggeri cedeva e la faceva scivolare indietro. Quando la bambina arrivò in cima, si guardò intorno soddisfatta. Poi lentamente iniziò la discesa mentre cascatelle di ghiaia rotolavano sul terreno. Subito dopo decise di dedicarsi ai tubi di cemento allineati e sovrapposti nell’ampio spazio del cortile: alcuni avevano un diametro così esiguo che avrebbe potuto camminarvi sopra come l’equilibrista sul filo, altri erano grossi, tanto da poterci scivolare dentro e percorrerli strisciando, come in una galleria. Oppure cavalcarli, come sul dorso di un elefante. Era immersa in questi giochi solitari quando una delle porte della casa padronale, prospiciente lo spiazzo dove erano accatastati i tubi, la ghiaia, la sabbia, i lavandini di graniglia e le macchine per
l’edilizia, si aprì. L’edificio e la parte di cortile in cui si trovavano i materiali di lavoro erano separati da un marciapiede e da alcune aiuole su cui ciuffi di ortensie e fazzoletti di gerbere spezzavano il grigio del cemento con le loro macchie di colore. Sulla soglia della porta dai vetri smerigliati si era affacciato il proprietario, un uomo anziano, panciuto, con un faccione pallido e gli occhiali senza montatura. A quella vista, la bambina si bloccò di colpo e rimase immobile a cavalcioni del tubo: per un istante ebbe la tentazione di scappare, ma le gambe non le ubbidirono e lui si stava avvicinando agitando l’indice e scrollando la testa in segno di diniego.
“Non devi venire a giocare qui,” le disse dolcemente, “la mamma non te l’ha detto che è pericoloso? Queste cose non sono giocattoli. Potresti farti male”.
La bambina accennò di sì con la testa. Lo sapeva anche lei che non si doveva superare il confine fra le abitazioni più povere e quella del padrone, anche se entrambe si trovavano nello stesso cortile della grande casa di ringhiera. “Noi abitiamo di qua,” le aveva detto tante volte la mamma, “di là abita il signor Angiolotto. Non puoi andare da quella parte, quel signore non vuole. Le cose che vedi là gli servono per il suo lavoro, puoi rompere qualcosa e lui si arrabbierà. E mamma e papà dovranno pagare quello che hai rotto”.
Sì, lo sapeva, ma voleva giocare a fare l’esploratrice… Intanto era scivolata giù dal tubo e il vecchio signore l’aveva presa per mano come per accompagnarla verso l’altra ala del cortile. Aveva stretto la sua mano molle e grassoccia intorno a quella bruna e sudicia della bambina e l’aveva condotta verso casa sua.
“Vieni,” le disse,” ti do una cosa da portare alla mamma”.
Lei lo guardò di sbieco di sotto in su, solo per un istante, perché si era ricordata la storia di Pollicino che le avevano raccontato alla scuola materna, e temette che si trattasse dell’orco delle figure del libro, ma il suo sguardo non riuscì ad andare oltre la pancia dell’uomo protesa in avanti e in movimento ad ogni passo.
Entrarono in un salotto fresco, ombroso, con le persiane accostate e pieno di mobili scuri che la bambina non aveva mai visto.
“Come ti chiami?” chiese l’uomo, guardandola di sfuggita.
“Lisa” mormorò.
“E quanti anni hai?”
“Cinque e mezzo.”
“Chi sono i tuoi genitori?”
Lui doveva sapere già tutto questo, tante volte l’aveva vista correre dall’altra parte del cortile in mezzo alla marmaglia di mocciosi urlanti. A lei pareva che la seguisse con lo sguardo quando sguazzava nelle
pozzanghere, quando rideva e strillava mostrando i dentini da latte. Lisa era rimasta immobile al centro della stanza. Avrebbe voluto dire “Vado a casa”, ma non le uscivano le parole di bocca. Mentre si guardava furtivamente intorno, la sua attenzione fu attratta dalla statuetta di
una ballerina con un tutù rosa e rimase a fissarla, mentre il signor Angiolotto se ne andava in un’altra stanza e subito ritornava con una manciata di caramelle piccine. Le prese la manina e vi ficcò le caramelle, qualcuna finì per terra. Poi però non lasciò la mano, attrasse la bambina verso di sé e l’abbracciò con dolcezza. La spinse verso una poltrona, prima si sedette lui e poi, tenendole stretta la mano, raccolse la bambina sul grembo. Lisa avvertì un odore di sapone che le stuzzicò le narici; i bottoni del panciotto del vecchio le pungevano la schiena e cercò di divincolarsi con prudenza. Da sopra la testa le arrivava un rantolo leggero, un sibilo sottile. Prese a scalciare prima timidamente poi con più decisione, ma lui le mise una mano sulle ginocchia e la tenne ferma.
“Non muoverti, non ti faccio nulla…” mormorò posando la bocca sui suoi capelli.
Le prese il mento con l’altra mano, delicatamente, le girò il viso verso di lui e rimase a fissarla per un lungo istante.
“Che begli occhi hai, piccina!” le sussurrò e intanto cominciò a carezzarle i capelli, i ricci neri che sembravano averlo incantato, attorcigliando qualche ciuffo intorno alle dita paffute. “Sai, potrei essere il tuo nonno… e tu la mia nipotina… Ti cullerei tutte le sere, per farti addormentare…” continuò quasi biascicando.
Gli occhi della bambina erano fermi, spalancati, il mento scosso da un tremito leggero.
“Voglio andare a casa”, riuscì infine a dire cercando di scivolare dalle ginocchia del vecchio, che la trattenne serrandola in un abbraccio leggero.
“Non devi avere paura di me, bambina. Sono il tuo nonno… ti voglio bene…”
La voce del vecchio era impastata come se qualcosa gli avesse legato la lingua. “Non avere paura…”
Cominciò a carezzarle il viso, gli occhi che fremettero sotto le sue dita, la piccola bocca contratta. La mano che teneva ferme le ginocchia abbandonò la presa, sollevò il grembiulino fino a scoprire le minuscole mutandine. La mano accarezzò la coscia, si infilò oltre l’orlo e scostò il tessuto. L’uomo premette le dita e rimase per qualche istante immobile. Ansimava. Anche lei non si muoveva, continuava a fissare la ballerina in tutù sul mobile davanti a lei.
Poi il signor Angiolotto sollevò piano la mano, ricompose la stoffa, le lisciò il grembiulino sulle gambe e spinse la bambina lontano da sé.
“Va’ a casa”, le disse con voce roca, tremante, “e non venire più a giocare qui”.
La bambina uscì correndo, stringendo nel pugno sudato le caramelle rimaste e guardando verso la sua abitazione. Le faceva male da qualche parte, ma non sapeva dove, né perché.

Anna Maria Tagliaretti: Assistente sociale, insegnante di scuola primaria, impegnata nel campo della solidarietà internazionale e del turismo responsabile. Fondatrice e per otto anni presidente del centro antiviolenza “Filo Rosa Auser”. Ha pubblicato due libri ed è un’appassionata viaggiatrice.

CORSO AVANZATO DI SCRITTURA CREATIVA 2019/20

Libreria Jaca Book, via Frua 11, Milano
da mercoledì 16 ottobre 2019

Insegnanti: Maurizio Cucchi, Serena Daniele, Giorgio Fontana, Silvia E. Longo, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Marco Rossari, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

 

Argomenti delle lezioni

La violenza psicologica dentro e fuori i rapporti famigliari. Come rappresentarla e renderla credibile (in modo obliquo o da protagonista?)
I personaggi nella loro fisicità: l’importanza dei corpi e la corporeità delle loro relazioni.
Famiglie allargate e rapporti famigliari a geometria variabile.
Lavoro, ambiente di lavoro, nuove forme e professioni: relazioni, dinamiche, rapporti di forza e di potere.
Complicare è facile, semplificare è difficile, ma è volte complicare è necessario.
La grammatica del cinema utile alla narrativa. Rapporto tra cinema e letteratura. Narrare per immagini o con parole: differenze e punti di contatto.
Rendere riconoscibili e dare umanità ai personaggi. Da chi imparare per costruirli, tratteggiarli, renderli indimenticabili.
I tre momenti chiave per lo scrittore: percepire, pensare, padroneggiare il linguaggio. A partire dalla centralità delle emozioni.
La revisione come occasione per comprendere meglio e arricchire il proprio lavoro.
Il blocco dello scrittore: superarlo e prevenirlo.
Personaggi, ceti sociali, luoghi: farne elementi ricorrenti e interrelati.
Su quali fattori si basa la resa del nostro presente.

Profilo degli insegnanti:

Maurizio Cucchi. Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito nel 2007 dalla sua seconda opera narrativa La traversata di Milano. Preceduto da molte raccolte di poesie: Il disperso (1976; nuova ed. 1994), Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.
Serena Daniele. Editor di NNedizioni, si occupa di libri di autori italiani e stranieri, sia di fiction che di non-fiction. In precedenza ha lavorato da Salani Editore, è stata collaboratrice esterna di Feltrinelli per la lettura e valutazione di manoscritti.
Giorgio Fontana. Scrittore, saggista e sceneggiatore, ha esordito con il romanzo Buoni propositi per l’anno nuovo, Mondadori, sul tema della giustizia e la magistratura. Segue Novalis, Marsilio. Con Per legge superiore, Sellerio, ha vinto il Premio Recalmare-Leonardo Sciascia e il Premio Lo straniero, libro tradotto in diversi Paesi. Morte di un uomo felice, Sellerio, che torna sui temi dell’esordio, ha vinto il Premio Campiello. L’ultimo romanzo è Un solo paradiso, Sellerio. Ha pubblicato saggi e reportage, e collaborato con Il manifesto, Lo straniero, Wired.
Silvia Eleonora Longo. Giornalista culturale e filmaker, ha lavorato a Iris Mediaset, collaborato con Radio Popolare, Radio Onda d’Urto, Artribune, Exibart. E’ autore dell’adattamento radiofonico di Gente del Wyoming di Anie Proulx, e Un’educazione sentimentale di Joyce Carol Oates. E del pamphlet Il vademecum della vittima, pubblicato su diverse piattaforme femministe online. Ha diretto diverse campagne video indipendenti, tra cui Street Art 639 e SQUEEZE2015. Collabora con il pittore e incisore stampatore Marica Rizzato Naressi alla realizzazione di performance come La stamperia dei falsari e La Traviata Italia.
Marta Morazzoni. Autrice di romanzi e racconti. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Campiello. La ragazza col turbante, Longanesi, è la raccolta di racconti dell’esordio, cui hanno fatto seguito Casa Materna, Longanesi, L’estuario, Il caso Courrier, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe, tutti Longanesi, La città del desiderio, Amsterdam, Guanda, Una nota segreta, Longanesi.
Bruna Miorelli. Giornalista culturale a Radio Popolare di Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due, tutte la Tartaruga edizioni. Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri, Oscar Mondadori, e Ciao Bella, Lupetti. Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere, Zelig. Ha tenuto rubriche per “Cuore” e la rivista “Linus”.
Mauro Novelli. Docente di Letteratura italiana all’università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Ha collaborato a Linea d’ombra, Tirature, Nuova antologia, Diario. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.
Marco Rossari. Scrittore e traduttore, con E/O ha pubblicato nel 2012 L’unico scrittore buono è quello morto e nel 2016 Le cento vite di Nemesio. Il suo libro più recente è Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità (add editore, 2017). Tra i tanti autori tradotti, Charles Dickens, Mark Twain, Percival Everett, Dave Eggers, James M. Cain, Hunter S. Thompson. Collabora con numerose riviste.
Sara Sullam. Insegna letteratura inglese all’Università Statale di Milano. È autrice di Tra i generi. Virginia Woolf e il romanzo (Mimesis 2016) e Moll Flanders. Matrici (Mimesis 2018). Fra le sue traduzioni, Storia segreta del male oscuro, di Gary Greenbergb (Bollati Boringhieri 2011), Dossier Freud. L’invenzione della leggenda psicoanalitica (Bollati Boringhieri 2012), ha tradotto i Saggi di Joyce per il Saggiatore e Il paese del re pescatore e Da dove vengo di Joan Didion (il saggiatore 2017 e 2018).
Gianni Turchetta. Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 2003), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.
Hans Tuzzi. Autori di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto della storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), L’ora incerta fra il cane e il lupo (2010), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano.

CORSO BASE DI SCRITTURA CREATIVA 2019/20

Libreria Popolare via Tadino 18, Milano
da martedì 29 ottobre 2019
Orario lezioni: 18.15 – 20

 

Insegnanti: Maurizio Cucchi, Giorgio Fontana, Silvia E. Longo, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Marco Rossari, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

Argomenti delle lezioni
L’idea originaria e la costruzione di un racconto.
Contro la concezione spontaneista della scrittura. Quali risorse mobilitare e di quali strumenti dotarsi.
I dubbi legati all’utilizzo dell’io narrante (narrazione in prima
persona).
Impostare la trama e i piani temporali di racconto lungo o di un romanzo breve (aggiungere personaggi, ambienti, arricchire l’intreccio con nuove storie e poi selezionare secondo un filo unificante).
Come comporre dialoghi a due voci e dialoghi a più voci.
Le emozioni quali risultato di elementi concatenati. Tradurle nella narrazione.
Rendere riconoscibili e dare umanità ai personaggi.
Il tema principale e le sue variazioni (come in una sinfonia).
Il romanzo a esplorazione tematica (ad es. il viaggio, la malattia, la città).
Allenare lo sguardo e non solo. L’arte dell’osservazione in vista della scrittura (indagare come un detective). Mobilitare tutti i sensi.
Dalla causa all’effetto e viceversa. Il va e vieni – non meccanico – per dare uno o più percorsi di senso dentro l’amalgama informe dei dati.
Cosa dipende dalla scelta della voce che narra. Se e quando avere voci diverse nel medesimo testo.

Informazioni: 349.3206832, artedelnarrare@gmail.com
Iscrizioni: artedelnarrare@gmail.com

 

Profilo degli insegnanti:

Maurizio Cucchi. Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito nel 2007 dalla sua seconda opera narrativa La traversata di Milano. Preceduto da molte raccolte di poesie: Il disperso (1976; nuova ed. 1994), Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.
Serena Daniele. Editor di NNedizioni, si occupa di libri di autori italiani e stranieri, sia di fiction che di non-fiction. In precedenza ha lavorato da Salani Editore, è stata collaboratrice esterna di Feltrinelli per la lettura e valutazione di manoscritti.
Giorgio Fontana. Scrittore, saggista e sceneggiatore, ha esordito con il romanzo Buoni propositi per l’anno nuovo, Mondadori, sul tema della giustizia e la magistratura. Segue Novalis, Marsilio. Con Per legge superiore, Sellerio, ha vinto il Premio Recalmare-Leonardo Sciascia e il Premio Lo straniero, libro tradotto in diversi Paesi. Morte di un uomo felice, Sellerio, che torna sui temi dell’esordio, ha vinto il Premio Campiello. L’ultimo romanzo è Un solo paradiso, Sellerio. Ha pubblicato saggi e reportage, e collaborato con Il manifesto, Lo straniero, Wired.
Silvia Eleonora Longo. Giornalista culturale e filmaker, ha lavorato a Iris Mediaset, collaborato con Radio Popolare, Radio Onda d’Urto, Artribune, Exibart. E’ autore dell’adattamento radiofonico di Gente del Wyoming di Anie Proulx, e Un’educazione sentimentale di Joyce Carol Oates. E del pamphlet Il vademecum della vittima, pubblicato su diverse piattaforme femministe online. Ha diretto diverse campagne video indipendenti, tra cui Street Art 639 e SQUEEZE2015. Collabora con il pittore e incisore stampatore Marica Rizzato Naressi alla realizzazione di performance come La stamperia dei falsari e La Traviata Italia.
Marta Morazzoni. Autrice di romanzi e racconti. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Campiello. La ragazza col turbante, Longanesi, è la raccolta di racconti dell’esordio, cui hanno fatto seguito Casa Materna, Longanesi, L’estuario, Il caso Courrier, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe, tutti Longanesi, La città del desiderio, Amsterdam, Guanda, Una nota segreta, Longanesi.
Bruna Miorelli. Giornalista culturale a Radio Popolare di Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due, tutte la Tartaruga edizioni. Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri, Oscar Mondadori, e Ciao Bella, Lupetti. Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere, Zelig. Ha tenuto rubriche per “Cuore” e la rivista “Linus”.
Mauro Novelli. Docente di Letteratura italiana all’università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Ha collaborato a Linea d’ombra, Tirature, Nuova antologia, Diario. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.
Sara Sullam. Insegna letteratura inglese all’Università Statale di Milano. È autrice di Tra i generi. Virginia Woolf e il romanzo (Mimesis 2016) e Moll Flanders. Matrici (Mimesis 2018). Fra le sue traduzioni, Storia segreta del male oscuro, di Gary Greenbergb (Bollati Boringhieri 2011), Dossier Freud. L’invenzione della leggenda psicoanalitica (Bollati Boringhieri 2012), ha tradotto i Saggi di Joyce per il Saggiatore e Il paese del re pescatore e Da dove vengo di Joan Didion (il saggiatore 2017 e 2018).
Gianni Turchetta. Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 2003), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.
Hans Tuzzi. Autori di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto della storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), L’ora incerta fra il cane e il lupo (2010), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano.

Al cinema: Il traditore, Tutti pazzi a Tel Aviv, Selfie, Il flauto magico di piazza Vittorio, Soledad.

IL TRADITORE
Film drammatico su Tommaso Buscetta, primo pentito di mafia.
Regia: Marco Bellocchio
Palma d’oro per la migliori attrice
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Candido, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferraca

Berenice dice: la storia di un uomo d’onore
Anni Ottanta, la guerra di mafia imperversa. Uomini, donne, bambini uccisi senza pietà, il mercato dell’eroina fa gola a molti e c’è chi, per assicurarsene il controllo, è disposto a tutto. Una guerra tra famiglie, soprattutto tra un’idea tradizionale di mafia (‘uomini d’onore’) e una nuova e diversa, più moderna, più spietata. Quasi lo specchio di un Paese che cambia, tra tradizione e modernità, rispetto delle regole e totale assenza di regole. Non è questo che interessa a Bellocchio ma l’uomo, Buscetta, il pentito non pentito, l’uomo d’onore che non può tollerare una simile macelleria. Lo vediamo libero, nel pieno dei suoi anni, forte, vigoroso, deciso, assieme a una bellissima e giovane moglie,
circondato dai figli, in Sicilia prima – per una pace tra famiglie alla quale non crede molto – in Brasile poi. Ma non sarà e non si sentirà al sicuro neppure lì. Riusciranno a scovarlo, farlo arrestare, torturare e poi consegnare alle autorità italiane. Sarà solo allora che si deciderà a collaborare, permettendo l’incriminazione dei maggiori esponenti mafiosi, soprattutto di comprendere la mafia dall’interno. Il film, a grande effetto e impatto, girato con potenti mezzi e tantissima maestria, rende con poche efficaci pennellate la guerra di mafia. La disumanità crescente, la totale assenza di regole, il retrocedere e l’impotenza di chi rimane fedele al vecchio codice d’onore, la sensazione costante di essere braccati. Sensazione questa che non abbandonerà più, fino all’ultimo giorno, l’uomo Buscetta.
Bellocchio riesce a renderlo al meglio e quella sottile sensazione d’inquietudine accompagna l’intero film. Rimangono invece sullo sfondo altri aspetti che avremmo voluto vedere più approfonditi: il rapporto con Falcone, il legame con la politica. Non è un caso ma una scelta precisa. Peccato.
Giudizio: ***

 

TUTTI PAZZI A TEL AVIV
Regia: Sameh Zoabi
Interpreti: Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton

Berenice dice: la follia di un conflitto millenario concentrato in una soap-opera
Tutti pazzi per “Tel Aviv on fire”, una commedia in chiave palestinese, ambientata durante la Guerra dei sei Giorni, prodotta e finanziata da palestinesi ma film seguitissimo anche dagli israeliani.
Merito di Salem, un giovane palestinese, spaesato e incerto, ingaggiato dallo zio come stagista, ben presto promosso a sceneggiatore. Sceneggiatore per caso (e necessità) grazie ad Assi, un generale israeliano al comando del posto di blocco dal quale Salem deve passare ogni giorno, e grande appassionato della soap-opera. Gli detterà i dialoghi, criticherà i personaggi, imporrà un suo finale.
Salem si troverà costretto a ingegnarsi, ascolterà le persone, come parlano, cosa si dicono, cosa provano, studierà e, di puntata in puntata, migliorerà i dialoghi, darà spessore ai personaggi, renderà credibile la storia, aumentando gli ascolti. Ma scontentando anche molti: i finanziatori che vogliono una soap pro-palestinese, Assi che pretende il suo finale romantico e filo-israeliano, gli spettatori dell’una e dell’altra parte. In mezzo i dilemmi di un giovane uomo innamorato e quelli di due popoli costretti a convivere e che non riescono a trovare un accordo neppure sul finale di una soap. Il regista palestinese riesce con grande ironia e leggerezza a mostrarci la quotidianità di un conflitto
mai sopito, le ingiustizie, le violenze, la difficoltà di dialogo, prendendosi gioco di entrambe le parti, dei preconcetti, assurdità e ottusità di ciascuna. Senza dare giudizi o schierarsi il film sembra mostrare una via, una speranza, proprio nel finale che sorprende tutti e con ironia ci mostra che altre strade sono possibili.
Giudizio: ****

 

SELFIE
Film drammatico
Regia: Agostino Ferrente
Interpreti: Pietro Orlando, Alessandro Antonelli

Berenice dice: girato con l’i-phone e pensato con gli occhi (e il cuore) di due ragazzini
Pietro e Alessandro, amici per la pelle, appena sedicenni ma con il destino già segnato. Napoli, rione Traiano, una condanna già scritta. Eppure Pietro e Alessandro ci faranno vedere che può anche non essere così, ci mostreranno le cose belle di Traiano, non esclusivamente quelle brutte e squallide.
Tante, troppe per due ragazzini come loro. Con un i-phone gireranno per le vie del quartiere, ci faranno entrare nelle loro case, nelle loro giornate, nelle loro vite, nei loro pensieri. Pensieri di sedicenni che si preoccupano delle ragazze, i capelli, l’aspetto fisico, il futuro. Ma anche pienamente consapevoli di un destino già segnato, sanno che è meglio non illudersi, non pensare a certe cose (che non potranno mai avere) ‘perché stai male e basta’. Senza però negarsi di sognare, di vedere oltre quel muro (‘come Leopardi oltre il suo colle’ dice Pietro facendosi un selfie davanti alla tomba di Leopardi). Ragazzi che vedono cose che non dovrebbero vedere, vivono una vita da adulti senza esserlo ancora, vedono la morte troppo da vicino. Un film fatto di immagini, frammenti, pensieri, riflessioni, brevi interviste ma che riesce ad entrare in quel mondo, guardarlo dal di dentro e mostrarcelo con gli occhi di due ragazzini.
Giudizio: ****

 

IL FLAUTO MAGICO DI PIAZZA VITTORIO
Regia: Gianfranco Cabiddu, Mario Tronco

Berenice dice: un musical esplosivo, travolgente, multi-etnico
Un parco in Piazza Vittorio, famiglie, bambini, baby-sitter, avventori di ogni genere, arriva il tramonto e, come per magia, chiusi i cancelli tutto si trasforma al suo interno. Principi, regine, maghi, briganti, sacerdoti, personaggi di ogni tipo appariranno davanti i nostri occhi, in abiti
coloratissimi, accompagnati da musiche multi-etniche, voci in tutte le lingue e i colori del mondo in una mescolanza esplosiva, sorprendente e originalissima.
Un’inconsueta rivisitazione e reinterpretazione in chiave moderna di una delle più classiche opere di Mozart, ‘Il Flauto Magico’. Un film che ribalta schemi, logiche, luoghi comuni, parla d’amore ma anche di potere, ingiustizie, soprusi, con fantasia, brio e trascinate intensità. Ne rimaniamo affascinati, quasi travolti ad ogni nota, scena, in un’esplosione senza fine di colori, melodie, gioco di luci, voci, coreografie. Sorprendente, vitale, gioioso, magnetico e potente come solo la musica può rendere.
Giudizio: ****

 

SOLEDAD
Thriller
Regia: Agustina Macri
Interpreti: Marco Leonardi Belmonte, Vera Spinetta, Francesco De Vito

Berenice dice: riuscito solo a metà
Soledad vive a Buenos Aires, la sua famiglia agiata e conservatrice vuole il meglio per lei ma non riesce a darglielo. Nonostante le attenzioni della madre e del fidanzato la ragazza è stanca, stufa, insoddisfatta. Cerca qualcosa ma non sa cosa. Poi un viaggio, forse l’occasione per andarsene, evadere, cercare di capire chi è e cosa vuole. Parte, destinazione Europa, Torino. Solo che Soledad non ritornerà più. Una casa occupata, un gruppo di anarchici che protesta contro il sistema, non ne accetta le regole, si dissocia e prova a vivere in modo alternativo. Soledad ne è affascinata, attratta, soprattutto da Edo, uno dei più convinti e agguerriti, arrabbiato con il mondo, con tutto, pare anche con lei. Le cose andranno in modo diverso e Soledad rimarrà indissolubilmente legata a lui.
Se il ritratto della ragazza, il suo disorientamento, il desiderio di conoscere, sapere, sperimentare, vivere è pienamente riuscito, molto meno quello del gruppo anarchico e delle forze dell’ordine.
Estremizzate al limite del credibile, risultano prive di autenticità e spessore, risultando piatte, quasi delle macchiette a tratti fastidiose. Il risultato è discontinuo, interessante il profilo umano personale e privato, troppo superficiale e non elaborato a sufficienza l’altro, quello più politico, sociale. Ma l’uno non può stare senza l’altro, sono i due lati della medesima storia e se si sceglie di raccontarla bisogna sapere andare fino in fondo in entrambi, con sincerità, equilibrio, il necessario approfondimento. Così non è stato e si avverte lungo tutto il film. Peccato, la mano sicura, l’occhio per le immagini e la necessaria sensibilità c’erano tutte, si poteva fare di più e di meglio.
Giudizio:**

Al cinema: The sisters brothers, Stanlio e Ollio, Le grand bal, Gloria y dolor, I figli del fiume giallo

THE SISTERS BROTHERS

Film drammatico, 2018

Adattamento del romanzo Arrivano i Sister di Patrick deWitt

Palma doro, Gran premio della giuria

Regia: Jacques Aurdiard

Interpreti: John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed

Berenice: quel profondo e misterioso legame che unisce due fratelli

1851, il West, la corsa all’oro. In mezzo a tanta frenesia e violenza i due fratelli Eli e Charlie, uniti da un passato complicato e un presente non facile, sono pistoleri non per scelta. Esuberante, intraprendente e spesso attaccato alla bottiglia il minore; sensibile e riflessivo il maggiore. Al soldo del Commodoro andranno alla caccia di un cercatore d’oro per strappargli una formula magica che promette di separare l’acqua dall’oro, intanto sulle cui tracce è già attivo un investigatore dal cuore tenero e la penna facile. Un western classico (per immagini, inquadrature, ambientazioni) che ci parla d’altro: odio, amore, rivalità, tenerezza, sensi di colpa e responsabilità. Del legame intenso e misterioso che lega due fratelli diversi e dai caratteri inconciliabili eppure uniti per sempre, legame sul quale non smettiamo di interrogarci e che non finisce mai di sorprenderci. Con grande sensibilità il regista francese riesce a renderci le mille sfaccettature, le contraddizioni ma anche la forza inesauribile di quel rapporto, facendolo con delicatezza, sincerità, leggerezza e grande profondità.

Giudizio: ****

STANLIO e OLLIO

Adattamento del libro Laurel & Hardy – The British Tours di A.J. Marriot

Regia: Jon S. Baird

Interpreti: Steve Coogan

Berenice: storia di un’amicizia (raccontata dalla fine)

Hollywood anni ’30, Stanlio e Ollio sono all’apice della carriera, i loro film fanno incassare una fortuna… agli altri. Tra divorzi, alimenti, spese di ogni tipo, non hanno mai un soldo, Stanlio – la mente – vuole di più e lo rivendica. Nulla sarà più come prima. Solo uno scorcio e li ritroviamo una quindicina di anni dopo in una sperduta cittadina dell’Inghilterra, sotto la pioggia, davanti a una pensione di quart’ordine, nelle mani di un agente spregiudicato. Un tour per l’Inghilterra in attesa inizino le riprese di un nuovo film, un progetto, un sogno. Il film non comincerà mai ma la coppia non smette di provare, discutere, rivedere battute, affinare sketch. Come non si stanca di recitare serata dopo serata, nonostante teatri di dubbia fama semi-deserti, un pubblico desolante e scarsi incassi. Ma la loro fama li precede e data dopo data i teatri si riempiono, la gente li acclama, fanno il tutto esaurito. Mentre il film non decolla la salute di Ollio peggiora, incomprensioni e rancori riemergono, i dissapori rischiano di portarli a una nuova rottura. La storia di un sodalizio e di una ancor più forte amicizia, vista da una prospettiva particolare, nel momento più delicato, quello dell’epilogo. Il regista la narra con mano sicura e delicata, sguardo sincero, molto rispetto e una certa grazia. Commuove, diverte, emoziona. Una sorpresa.

Giudizio: ***

LE GRAND BAL

Documentario

Premio César

Regia e sceneggiatura: Laetitia Carton

Berenice: uniti da un’unica fortissima passione

Una settimana, in mezzo alla campagna francese, con uomini, donne, vecchi, giovani, bambini, di tutte le nazioni e colori, uniti da un’unica enorme e fortissima passione: il ballo. Balleranno ininterrottamente per sette giorni e sette notti, come se tutto si fermasse intorno a loro. E quella sospensione nello spazio e nel tempo, la regista francese Laetitia Carton riesce a renderla con grande intensità. Lo fa con splendide immagini, brevi interviste, testimonianze, sue riflessioni e tanta tantissima musica di tutti i generi, valzer, mazurca, tarantella… Si passa da uno all’altra senza soluzione di continuità, i piedi vanno, i corpi seguono e l’incanto ha inizio. Vedremo i protagonisti di giorno e di notte provare, riprovare, emozionarsi, lamentarsi, criticare, ricordare, disfarsi su un divano. Un piccolo documentario che ha la magia dentro, quella magia che solo la musica, il ballo, il contatto fisico possono regalare e che la Carton ha la capacità di catturare e restituire.

Giudizio: ****

GLORIA Y DOLOR

Film di sapore autobiografico

Regia: Pedro Almodovar

Interpreti: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandìa, Leonardo Sbaraglia

Berenice: un po’ di gloria, tanto dolore.

E’ il dolore fisico, ancor più di quello interiore, che non dà tregua a Salvador Mallo, famoso regista in crisi. Non gira, non scrive, quasi non esce più di casa. I dolori gli danno il tormento, non solo, piano piano sprofonda in qualcosa che assomiglia alla depressione e niente e nessuno riescono a risollevarlo. Fino a che un suo vecchio successo viene restaurato e gli chiedono di presentarlo. Si rianima un po’, si riappacifica con il protagonista, si avvicina all’eroina. Soprattutto tornano i ricordi, l’infanzia a Valencia, gli stenti, la madre, i preti, il seminario ma anche il primo desiderio e il primo vero amore fortissimo e indimenticabile. Gli inizi nel cinema a Madrid. Di nuovo il ricordo della madre, anziana e malata questa volta. Dolore e gloria, ineluttabilmente mescolati, non ci sarebbe stata gloria senza dolore e nella vita di Salvador, come in quella di Almodovar regista del film, non è mai mancato. Raccontato con il viso dolce, l’aria sperduta, i capelli arruffati di un Banderas mai così umano e tenero, con colori accesi, immagine nitide e perfette e toni inconsuetamente sobri. Come se nel racconto più personale di tutta la sua carriera il regista avesse una sorta di pudore, non di sé ma di chi viene narrato (in particolare la madre che ‘non gradiva’). Non delude, arriva dove deve arrivare, tocca tante corde (specie per chi scrive, per chi crea) e rimane dentro, assieme ai suoi colori.

Giudizio: ***

I FIGLI del FIUME GIALLO

Film drammatico

Regia: Jia Zhang-ke

Interpreti: Zhao Tao, Liao Fan

Berenice: un amore (e un Paese) che cambia, lungo quasi vent’anni

Cina, 2001. Qiao e Bin, giovane coppia felice in un Paese in pieno sviluppo, gestisce senza molti problemi e nessuno scrupolo una bisca clandestina. Qiao è innamorata, Bin è più sfuggente, ma non c’è tempo per fermarsi o avere incertezze. Poi un agguato, Qiao per salvare il fidanzato spara. In aria, ma comunque arrestata e incarcerata, sconterà una pena di cinque anni. All’uscita però non ci sarà il suo Bin e lei lo cercherà mettendosi sulle sue tracce fino a una provincia diversa, quella delle Tre gole. La donna, assieme al suo Paese, è cambiata in quei cinque anni, ora è più determinata, più donna. Lo rintraccerà, lo affronterà e poi se ne andrà. Li ritroveremo dopo altri dieci anni, lei sempre forte e decisa a capo di un locale. Lui fragile, colpito dalla malattia, un fallito o almeno così si sente. Con particolare durezza lei se ne prenderà cura, per lealtà, per rispetto alla legge dei clan. “Non provo niente per te” gli dirà con quel viso sempre uguale che da dolce e tenero si è fatto quasi di pietra. Come il Paese che fa da sfondo al film. Un paese che corre veloce, si sviluppa rapido, schiacciando chi non riesce a stare dietro, grigio, freddo, con grandi sacche di squallore come impietosamente mostra il regista, con immagini dai colori lividi che accentuano gelo e desolazione. Unico spiraglio di speranza e umanità sembra lasciato alla musica che Jia Zhang-Ke usa sapientemente. Quasi un sequel dei precedenti Still Life e Unknown Pleasure, o forse l’epilogo, in cui ripropone quell’atmosfera pesante e impietosa come certi suoi personaggi. Da vedere per cercare di capire.

Giudizio: ***

Al cinema: Sarah & Saleem; Le invisibili; Dililì a Parigi; Il professore e il pazzo; Book Club – Tutto può succedere.

SARAH e SALEEM – Là dove nulla è possibile
Film drammatico – sentimentale
Regia: Muayad Alayan
Intepreti: Silvane Kretchner, Adeeb Safadi
Berenice dice: una questione privata in una Terra in cui nulla può rimanere privato
Sarah e Saleem sono sposati, lei con un militare in carriera, lui con una studentessa universitaria, si conoscono, si piacciono, si amano. Una storia clandestina come tante, fatta di incontri impossibili, attimi rubati, forte passione, gioia mista a paura, un’infinità di segreti e bugie. Non fosse che sono a Gerusalemme, Sarah è ebrea e Saleem palestinese e tutto è molto, molto più complicato. Lo scopriranno presto, a loro spese. Un semplice brindisi: “E’ solo un bicchiere, la vita non è complicata come vuoi farla sembrare” dice Saleem alla donna, per convincerla a seguirlo, liberi e leggeri, in un locale pubblico, a bere, ballare come una coppia normale, seppur per pochi attimi. Poi un piccolo diverbio, una scazzottata e nulla sarà più come prima. Sospetti, accuse, trame e complotti, entreranno a forza nelle loro vite, rovinando ogni cosa, la loro relazione ma anche le rispettive famiglie. Pagheranno tutti, loro più di tutti.
Ispirato a una storia vera, su quella terra ci dice più di mille documentari, saggi o cronache. Girato con maestria, un ritmo incalzante, grande intensità, in una splendida Gerusalemme, ritratta con grande cura – sembra di poterla toccare tanto è vera – senza dare giudizi, il film inchioda dall’inizio alla fine, e poi rimane dentro.
Giudizio: ****

LE INVISIBILI
Film umoristico
Regia: Louis-Julien Petit (aiuto regista con autori come Luc Besson, ora al suo terzo film)
Interpreti: Corinne Masiero, Audrey Lamy, Déborah Lukumouena, Noémy Lvovsky
Berenice dice: la forza di non arrendersi
Lady D, Madame Macron, Edith Piaff e altre ancora, sono le donne invisibili, quelle che nessuno vede, nessuno vuole. Con i visi segnati, l’aspetto trasandato, grandi sacchetti pieni zeppi, chiacchierano, ridono, scherzano, si prendono in giro in attesa che i cancelli aprano. Envol è il centro di accoglienza per sole donne, l’unico che dia loro un po’ di assistenza, un pasto caldo, shampoo e sapone per farsi una doccia, una lavatrice per il bucato, soprattutto un luogo caldo e sicuro per passare qualche ora. Ma il centro non fa abbastanza, non secondo i canoni di chi lo finanzia, bisogna fare di più e di meglio per rendere autonome quelle donne, l’assistenza non deve essere beneficenza, creare dipendenza. Audrey e Manu, responsabili del centro, non ne sono molto convinte, cercano di ingegnarsi, di trovare nuovi modi per aiutare quelle donne. Per farlo infrangeranno schemi, regole, supereranno limiti e divieti in vista di una nuova possibilità. A cavallo tra road-movie e commedia sociale, senza mai sconfinare nel patetico o nell’autocompiacimento, il film va oltre il documentario, denuncia raccontando, riuscendo anche a
divertire, con momenti in cui le immagini prendono il posto delle parole. Ogni cosa sembra sospesa e non c’è spazio che per loro. Potente.
Giudizio: ***

DILILI A PARIGI
Film d’animazione
Regia: Michel Ocelot
Berenice dice: una favola per bambini che parla anche ai grandi
Dilili è una piccola meticcia intraprendente e curiosa, scappata dalla sua terra, la Nuova Caledonia, che arriva a Parigi, esibita in un villaggio ricostruito allo zoo per il piacere dei visitatori. Ma lei ha voglia di scoprire quella meravigliosa città nel pieno del suo splendore di fine Ottocento. Con l’amico Orel, un simpatico e bellissimo garzone, andrà alla caccia della perfida banda dei Maschi Maestri che non solo rapinano banche e rubano gioielli, ma rapiscono anche bambine e giovani donne. Sarà proprio questo mistero che cercheranno di svelare Dilili e Orel e per farlo gireranno in lungo e in largo la città, incontreranno pittori, poeti, scienziati e ricercatrici, donne di cultura che hanno contribuito all’emancipazione femminile, non solo francese.
Ambientato in una Parigi coloratissima, gioiosa, vitale, costruita come una fiaba di altri tempi, il film incanta, ammalia, cattura e ci riporta in quegli anni mettendoci in guardia sull’oggi e le sue derive. Il tutto tramite la voce, l’innocenza e il candore della giovanissima kanak.
Giudizio: ***

IL PROFESSORE E IL PAZZO
Thriller diretto da Farhad Safinia
Interpreti: Mel Gibson, Sean Penn, Natalie Dormer.
Berenice dice: quando genio e follia si incontrano (e confondono)
Un progetto, un sogno, una follia. E’ quella di James Murrey, professore scozzese autodidatta e di umili origini, chiamato ad Oxford per un compito eccezionale: censire tutte le parole inglesi in un unico, enorme e finalmente completo dizionario. E’ la nascita dell’Oxford English Dictionary, ancora oggi il più autorevole dizionario di lingua inglese. Un mastodontico lavoro che il Professore, trasferitosi ad Oxford con la numerosa famiglia, non potrà affrontare da solo. Non basteranno i pochi aiutanti che l’università, assai di malavoglia, gli ha fornito. Avrà un’idea, rivolgere un appello a tutta la popolazione di lingua inglese, sparpagliata per l’intero Impero, ciascuno potrà contribuire inviando significato e origini di ogni più strampalato e sconosciuto termine. Sarà così che l’ex colonnello americano (W.C. Minor, si firmava), coltissimo chirurgo affetto da una grave patologia psichiatrica, verrà a conoscenza del progetto e darà il suo fondamentale contributo. Due vite parallele che si intrecceranno in modo indissolubile, dando origine a una profonda amicizia e a un lavoro fondamentale per la lingua e letteratura inglesi e di tutto il mondo.
Il film segue in parallelo le vicende dei due uomini, la nascita della loro amicizia, il crescere di un vero sodalizio, perdendosi poi nei meandri di una follia allucinata, terapie devastanti quanto inutili, la centralità della fede, la necessità di redenzione (nel tentativo di farne un film di redenzione). Riuscendo a guastare una storia interessante che poteva essere sviluppata meglio restituendole parte di verità.
Giudizio: **


BOOK CLUB – Tutto può succedere
Commedia romantica a sfondo sessuale
Regia: Bill Holderman.
Interpreti: Jane Fonda, Diane Keaton, Andy Garcia, Mary Steemburgen
Berenice dice: zuccheroso
Quattro amiche, una casalinga e moglie devota, una vedova, un giudice e una business woman ricca e sicura di sé, unite da profonda amicizia e una grande passione per la lettura, leggono il romanzo erotico Cinquanta sfumature di grigio e la loro vita, placida e tranquilla, si risveglia. Chi cercherà di solleticare un marito all’apparenza assopito, chi di rifarsi una vita dopo un abbandono e tradimento ancora non superati, chi si lascerà tentare da una vecchia fiamma e chi ancora da un perfetto (e affascinante) sconosciuto. Un film sull’amore e il sesso qualunque età, l’esigenza di cercarlo, la speranza di trovarlo.
Una commedia senza particolari pretese, leggera, garbata, a tratti divertente, si lascia guardare senza lasciare molto altro. Nonostante l’ottimo cast e un tema interessante che si prestava a migliori sviluppi.

Al cinema: Border- Creature di confine; Una giusta causa; Copia originale; Boy Erased – Vite cancellate.

BORDER – CREATURE DI CONFINE
Film drammatico tratto dal racconto Confine di John Ajvide Lindqvist, originariamente pubblicato nel 2005 all’interno della raccolta Muri di carta.
Regia: Ali Abbasi
Interpreti: Eva Melander, Eero Milonoff, Joergen Thorsson, Rakel Waermlaender

Berenice: una vita ai confini (e la tentazione di superarli)
Svezia, un porto con controlli alla Dogana, dove un’agente donna dall’aspetto bizzarro, una smorfia sul viso e un fiuto eccezionale, scova potenziali contrabbandieri con una semplice annusata. Ne percepisce la colpa, la vergogna, la rabbia. Possiede un olfatto fuori dal comune ma non soltanto, ha per la natura una fortissima attrazione, ne è quasi in simbiosi. Sta bene quando è là a piedi scalzi, respirando, toccando insetti, piante, erba. Solo allora si sente se stessa, finalmente normale. Da una vita, infatti, Tina si considera ed è trattata come diversa, ‘strana’, sgraziata, rude, qualcuno da tenere a distanza. Lei stessa si isola, chiusa nel suo mondo fatto quasi di nulla. Avvertiamo la sua solitudine, il senso di estraneità, la sensazione incessante che manchi qualcosa. Poi arriva Vore, uomo alto, grosso e dalle sembianze bizzarre quanto le sue. L’olfatto di Tina ne è sconvolto, fiuta qualcosa che resta indecifrabile quanto sconvolgente. Ne è attratta in modo viscerale, sente una vicinanza, un’assonanza mai provata per nessuno prima, qualcosa di ferocemente potente, quasi animalesco.
Tratto dal racconto Grans di John Ajvide Lindquist – che si concentrava in particolare sull’incontro tra due esseri diversi ed estranei al resto del mondo – il film intende andare oltre e costruisce attorno a quel fortissimo nucleo una storia che però non ha pari potenza, quasi volesse trattare troppi temi e non sapesse quale prediligere. Il regista svedese di origini iraniane mischia i generi (forse troppi): dramma, fantasy, thriller, sfiora l’horror, chiede allo spettatore uno sforzo non da poco, andare oltre le proprie preferenze, aspettative, gusti. Ma se si riesce a superare preconcetti e sovrastrutture si può apprezzare il film in tutta la sua bellezza, con momenti di intensità rara, a tratti poetica. Forse Ali Abbassi non avrebbe potuto fare meglio se avesse prediletto un solo genere o un solo tema.
Un film non perfetto, a tratti non facile ma con momenti di straordinaria poesia e di grande potenza.
Giudizio: ***

 

UNA GIUSTA CAUSA
Film drammatico
Regia: Mimi Leder
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Sam Waterston, Kathy Bates.

Berenice dice: il mondo cambiato dalle donne
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta per le donne è ancora complicato, se non impossibile, fare tante cose. Ruth Ginsburg è una di loro, intelligente, forte, determinata, ha una bella famiglia, un uomo che la ama, un bimba piccola. E vuole diventare avvocato. Non sarà così semplice. Tra le prime nove studentesse entrate ad Harvard, riuscirà a laurearsi con il massimo dei voti nonostante le difficoltà – anche personali – le discriminazioni, un maschilismo neppure così latente. Poi però nessuno la vorrà nel proprio studio: una rivale, una minaccia, un sovvertitrice di regole e abitudini? Ciascuno la vedrà a modo proprio e Ruth sarà costretta a ripiegare sull’insegnamento. E proprio da quelle aule continuerà la sua battaglia, stimolando i suoi studenti, non stancandosi di denunciare le disuguaglianze, le assurdità di un sistema che si ostina a rimanere attaccato a regole vecchie e da superare. I tempi stanno cambiando, Ruth lo percepisce e con l’aiuto del marito riuscirà a scardinare il sistema dall’interno utilizzando le sue stesse regole. Un biopic costruito e interpretato con cura in un’ottima ambientazione che, pur nei limiti del genere, riesce a restituire un personaggio credibile assieme a un’epoca che ci sembra così lontana, senza esserlo davvero.
Giudizio: ***

 

COPIA ORIGINALE
Film drammatico
Tratto dalle memorie Can You Ever Forgive Me? di Lee Israel, biografa e falsaria.
Regia: Marielle Heller
Interpreti: Melissa McCarthy, Richard E. Grant.

Berenice dice: quando la copia è meglio dell’originale
Lee Israel scrive biografie, è un’ottima scrittrice ma ha un pessimo carattere, beve, fuma, non sopporta la compagnia di nessuno. Così non ha il successo e il riconoscimento che meriterebbe. Mentre qualcuno riceve milioni di euro per insulse storie, lei non riesce a ottenere neppure un piccolo anticipo. Dopo un furibondo litigio viene licenziata e deve trovare un modo per guadagnarsi da vivere. Saranno delle vecchie lettere di Fanny Brice a darle l’idea. Grazie al suo ingegno riuscirà a scrivere come e meglio dei più famosi scrittori (Dorothy Parker, Louise Brooks, Edna Ferber), le sue lettere saranno ancora più ‘autentiche’ delle vere e andranno a ruba. Assieme al simpatico e goliardico Jack, un bravissimo Richard E. Grant, si divertirà a creare, riprodurre e poi vendere il frutto del suo genio, che ancora una volta passerà per genio altrui. Un film sul talento, la scrittura, le difficoltà di emergere, di confrontarsi con un mondo editoriale sordo, ma anche sulla diversità, l’incapacità di uniformarsi, inserirsi, non rimanere ai margini. Il tutto interpretato magistralmente da Melissa McCarthy al suo primo ruolo drammatico, inaspettatamente perfetta per la parte, capace di dare al personaggio una umanità unica, permettendo al film di andare oltre alla biografia per reinterpretare la protagonista e renderla un personaggio difficile da dimenticare.
Giudizio: ***

 

BOY ERASED – VITE CANCELLATE
Film drammatico
Basato sulla storia di Garrard Conley, raccontata nel suo libro di memorie Boy Erased: A Memoir
Regia: Joel Edgerton
Interpreti: Victor Sykes, Jared Eamons, Joe Halwyn

Berenice dice: sforzarsi di diventare la persona che non si è
Una piccola cittadina dell’Arkansas, un pastore battista, la sua famiglia. La loro vita scorre senza grandi scossoni, il figlio Jared cresce, è un bravo studente, sportivo, serio, ha anche una ragazza. Presto però si accorge che qualcosa non va come ‘dovrebbe’, come gli hanno insegnato, come tutti si aspettano e pretendono. Lascia la ragazza, va al College, conosce altri ragazzi. Poi una violenza, il ritorno a casa, la ‘rivelazione’, la reazione della sua famiglia. Si vedrà costretto a rinnegare se stesso, a frequentare una scuola di “rieducazione morale”, a provare ad essere quello che non è e non sarà mai (e non vuole essere).
Tratto dal memoir di Gerrard Conley ha il pregio di portare alla luce una realtà ancora troppo sconosciuta (e ancora troppo diffusa) ma per farlo il regista si abbandona all’eccessiva drammatizzazione, a una sceneggiatura appiattita, a personaggi che non hanno la giusta complessità e rischiano, in molti casi, di risolversi in macchiette. Le pregevoli intenzioni si infrangono su un filmone ‘a tema’, stucchevolmente enfatizzato finendo per sortire l’effetto opposto e allontanare lo spettatore. Peccato, il tema meritava e il cast era ottimo.
Giudizio: **

Al cinema: Il colpevole – The guilty; Dafne; Sofia; Momenti di trascurabile felicità.

 

 

 

IL COLPEVOLE – THE GUILTY
Thriller
Regia: Gustav Moeller
Interpreti: Jakob Cedergren, Johan Olsen, Katinka Evers-Jahnsen

 

 

Berenice dice: nulla è mai come sembra
Stazione di Polizia, centralino di pronto intervento. Asger è un agente addetto alle chiamate d’emergenza, suo malgrado. Telefonate strampalate, individui fatti, sopra le righe, infuriati. Asger risponde a tono, non si lascia impressionare, non li prende troppo sul serio. Poi arriva una telefonata, una voce di donna, e tutto cambia. Sarà quella telefonata a tenere incollato il poliziotto (e tutti noi) per un’ora e mezza, non avrà pace fino a che si arriverà in fondo a quella vicenda, a ciò che le sta dietro. Ma, in parallelo, anche un’altra storia si rivelerà. E infatti, mentre con quel suo viso duro e imperturbabile Asger risponde al telefono, chiama i colleghi, parla con la Centrale, gli occhi fissi sul computer, ci chiediamo perché tutti lo trattino con freddezza, non si fidino di lui, cosa sia successo per farlo finire lì. Lui si finge tranquillo anche se capiamo che qualcosa non torna. Immagine dopo immagine, telefonata dopo telefonata, capiremo. Tutto passerà su quel viso, apparentemente impassibile, ansia, paura, angoscia, speranza, rabbia. Sarà con i suoi occhi, le sue parole, le sue espressioni, che conosceremo i suoi interlocutori, il dramma, l’angoscia, la rabbia ma anche l’improvvisa tragica consapevolezza. Assieme a lui sbaglieremo e con lui capiremo quanto e come ci si possa sbagliare. Rimanendo incollati fino all’ultimo a quel filo invisibile che l’uomo crea con chi parla con lui. Un imperdibile debutto.
Giudizio: ****

 

 

 

DAFNE
Film drammatico
Regia: Federico Bondi
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

 

 

Berenice dice: da vedere (impossibile raccontarlo)
Dafne ha i capelli rossi, lavora in un supermercato, ha trentacinque anni e vive ancora con i genitori. All’improvviso la madre muore e gli equilibri della famiglia ne vengono travolti, lei e il padre dovranno uscire da quel grande lutto e ciascuno lo farà a modo suo. Saremmo portati a pensare che per lei possa essere più complicato. Invece sarà proprio la ragazza, con la sua determinazione e tenacia granitiche che non solo supererà il lutto ma troverà le forze per tirare fuori dalla depressione nella quale è caduto l’anziano padre.
Dafne è una vera forza della natura, con una vitalità e una spontaneità fuori dal comune, parla come un libro stampato, per frasi fatte ma sempre azzeccatissime, con un effetto spiazzante che ogni volta
sorprende. Dafne, come la protagonista del film, è affetta dalla sindrome di Down e il regista ha avuto l’intelligenza di lasciare all’attrice la libertà di essere se stessa, finendo per regalare a Dafne tantissimo di sé. Il risultato è un personaggio indimenticabile, tanto spontaneo quanto umano.
Giudizio: ***

 

 

 

SOFIA
Film drammatico
Primo lungometraggio della regista Meryem Benm’Barek
Interpreti: Nadia Niazi, Sarah Perles, Faouzi Bensaïdi, Lubna Azabal

 

 

Berenice dice: il Marocco visto dal di dentro (dalle donne).
Casablanca, oggi. Un pranzo in famiglia, allegro, gioviale, nessuno sembra accorgersi di nulla, fino a che Sofia – la figlia neppure ventenne dei padroni di casa – sta male. Sarà la cugina Lena, studentessa in medicina, a capire tutto, coprirla e aiutarla. Sofia è al non mese di gravidanza e sta per partorire. Solo che in Marocco, come la regista ci fa sapere in apertura del film, i rapporti sessuali fuori dal matrimonio sono puniti con un anno di reclusione. Così seguiremo Sofia e la cugina alla disperata ricerca di un ospedale che la accetti, nessuno vuole problemi e la ragazza senza un marito e un padre per il bambino può mettere nei guai se stessa e pure l’ospedale. Nonostante le doglie, l’imminenza del parto, tutti la rifiutano. La vedremo partorire di nascosto, quasi fosse una ladra, venire dimessa in fretta e furia subito dopo, senza neppure il tempo di riprendersi, assieme al suo piccolo che sente come qualcosa di estraneo di cui vorrebbe liberarsi. “Voglio solo uscire da questo incubo” urla alla cugina, ma il suo incubo è appena iniziato. Questa la parte più interessante del film. Meno meno riuscita la seconda: la reazione della famiglia, la disperata ricerca di un padre e di un marito, i sotterfugi per evirare lo scandalo. Resta comunque un bel ritratto di donne, divise tra tradizione e modernità, capaci di prendere in mano la propria vita, decidere del proprio futuro, nel rispetto della tradizione ma piegandola al proprio servizio, donne forti, determinate, decise.
Giudizio: ***

 

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’
Commedia
Tratta dai due libricini Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Francesco Piccolo
Interpreti: Renato Carpentieri, Angelica Alleruzzo, Francesco Giammanco

 

 

 

Berenice: una trascurabile leggerezza
Un’ora e trentadue minuti è quello che Paolo (Pif) avrà a disposizione per tornare sulla Terra, fare ciò che non ha mai fatto, prima di andarsene per sempre. Si renderà conto di quanto tempo abbia perso, delle cose importanti nella sua vita, di ciò cui davvero tiene. Solo che per arrivarci dovremo perderci in mille piccole deviazione, domande senza molto senso, dubbi di ogni tipo, ricordi sfilacciati, rimpianti, rimorsi, qualche tormentone. Trarre un film dai libriccini di notazioni di Piccolo era un azzardo, e la sfida a Luchetti è anche riuscita. Solo che lo spunto promettente non tiene, lo sviluppo non è altrettanto efficace, la storia si affloscia subito, tutto rimane un po’ in superficie lasciando un che di incompiuto, di occasione sprecata.
Non bastano alcune buone battute, una leggerezza di fondo, qualche sorriso strappato, bravi attori. E
neppure la simpatia di Pif che finisce per essere sempre uguale a se stesso. Lo schema, se troppo ripetuto, perde freschezza e rischia di risultare noioso. Lasciando la sensazione di non andare da nessuna parte dall’inizio alla fine. Trascurabile.
Giudizio: **

La barsana


di Rita Barbieri

“Se non portavi abbastanza soldi erano guai. Non hai girato, dicevano i padroni, invece avevo girato tutto il giorno… la vita che abbiamo fatto, non ci voglio più pensare! A me, se mi dicono di tornare indietro non ci torno, no!”
“I miei sono dovuti partire. Mia madre spingeva la sua carretta per vendere. Io sono rimasto qui con i nonni che mi hanno dato tutto quel che potevano, pieni di preoccupazioni perché comunque non ero loro figlio… ma sono stato fortunato, c’è chi veniva lasciato a degli estranei…”
“Quando ho avuto un figlio l’ho dato nel piano laggiù, a una signora che si chiamava L., per un po’ di tempo faceva il matto… è stata dura, proprio dura. Ma come si faceva? Uno doveva andare a vendere… Io piangevo quando andavo via e piangevo quando ritornavo, che me lo prendevo quei due o tre mesi ma piangevo lo stesso… perché insomma, avevamo solo quello, poi sono i nostri figli… e quando dopo due anni me lo sono ripreso, la L. c’è rimasta male anche lei, credeva che ce lo lasciavamo ancora…”
“Anche questa ci è toccata… dovevamo avere solo un figlio per una, ne facevamo solo uno per quello che dovevamo subire quando lo dovevamo lasciare.”
“Ho fatto quindici anni di quei carretti lì… una vergogna… quando conoscevo i giovanotti… Mamma mia… una vergogna, un carrettino con le tende a righe… ogni tanto il carretto partiva, sbattevo contro il paracarro e buttavo giù tutta la roba… avevo un sacchettino per mettere dentro i soldi e la sera si tiravano fuori.”
Marianna non poteva sapere. Al contrario, negli anni in cui era bambina e adolescente nel suo borgo della Lunigiana, udiva sovente l’espressione l’è propi ‘na barsana per indicare una donna di fegato, che sapeva prendere decisioni non comuni per l’epoca, che aveva la stoffa per vendere, per gli affari, che aveva il coraggio di mollare i figli pur di fare fortuna, arrivare, una donna con le braghe, che aveva ascendente sul marito, insomma una donna ammirata e rispettata, che poteva andare a testa alta.

Basta! Da qui me ne devo andare. Non ne posso più. Zappare, vangare, accudire le bestie, le unghie nere, i calli sulle mani, vestita di stracci e zoccoli ai piedi. Voglio andarmene lassù, nel barsan, dove ci sono Marisa, Rosa, Dina, Elide. Loro sì che se la passano bene. Quando ritornano per San Rocco, sfoggiano ogni anno vestiti nuovi, il rossetto e le unghie dipinte. L’estate scorsa, Marisa aveva perfino un paio di occhiali da sole. Sembrava una vamp. I miei fratelli sono partiti, uno è andato in America, uno in Francia, l’altro in Svizzera. Anch’io voglio tentare la fortuna! I migliori se ne vanno! Solo Tullio è rimasto. Non ha carattere, è ancora attaccato alle sottane della mamma. Il torello lo chiamano, forte, attraente, gran lavoratore, resiste alla fatica più di un mulo, ma è un sempliciotto, non si fa troppe domande, vive alla giornata. Adesso ha pure uno scheletro di bicicletta. L’ha trovata in un fosso, mezzo arrugginita. Passa tutti gli avanzi di tempo attorno a quel trabiccolo. Non parla d’altro. È proprio tocco. Deve avere qualche morosa d’andare a trovare, almeno spero, sennò non si capisce. Sembra non chiedere altro alla vita: far funzionare quel rottame.
Io sono diversa. Tra un paio di mesi torna Marisa e le chiedo di portarmi via. Di lei mi fido. Qualche soldo per il treno ce l’ho. La mamma non può impedirmelo. Non sono neppure promessa. Angelo, dopo la guerra, non si è rivisto. Chissà che fine ha fatto! Ho solo diciassette anni. Non può pretendere che marcisca qui. Non voglio lavorare la terra tutta la vita. Non mi piace, rovina la pelle e la schiena. Non voglio ridurmi come lei, sempre vestita di nero, gobba e piena di rughe, vedova ancor prima di perdere il marito. Non ha visto niente del mondo. Sì e no, conosce appena i borghi qui attorno. Si sarà allontanata a dir tanto dieci o dodici chilometri e solo per mercati e per portare i viveri, durante la guerra, ai figli disertori, lassù sulle montagne che si vedono da qui.
Non mi ci ha mai portato su quelle vette, bellissime, bianche d’inverno, verdi d’estate. Rimango a bocca aperta quando il cielo è limpido e la loro linea, all’orizzonte, diventa nitida e imponente. I colori cambiano di continuo, secondo le stagioni e l’ora, l’argento del primo mattino, il turchese del giorno, il rosso della sera.
La mamma, che vita grama! Piccola e secca, con il fazzoletto del lutto in testa. Ha più di cinquant’anni e non sa neppure cos’è il cinema! Ha letto soltanto un po’ di Bibbia, il librone dorato del nonno, sempre sul comodino, e il giornale dei coltivatori diretti che arriva per posta. Non ha mai fatto il bagno nel fiume dietro casa, almeno che sappia io, e non ha mai visto il mare qui vicino, soltanto a una ventina di chilometri.
No, non voglio ridurmi come lei.

Prima faceva i mercati con papà, vendevano piatti e bicchieri. Poi, dopo la guerra, ha comprato i terreni, forse non se la sentiva di guidare il biroccio da sola, e si è condannata a rimanere infossata in questo pezzo di terra, sempre ricurva. Dorme quattro, cinque ore per notte. La festa deve accudire le bestie, galline, conigli, maiali, vacche e si alza sempre all’alba. Una galera! Non può mai perdere il controllo, sennò va tutto in malora. Tullio l’asseconda sempre, se compra altri animali, pezzetti di terra per ingrandirsi, se pianta altre vigne. Un’ossessione! Per cosa poi? Molta roba va a male, le uova, le mele, anche la farina e le patate finiscono spesso nel pastone dei maiali. A volte, nella stagione dei raccolti, quando bisogna correre senza sosta da un campo all’altro, Tullio urla come un matto contro di lei e contro i lavoranti a giornata. Sbraita e bestemmia, ma è per darsi un tono. Poi, appena riceve altri ordini, l’asseconda di nuovo, senza fiatare. Tullio è un coniglio, lei una donna forte, stimata, ma a me fa pena. I suoi svaghi sono la Messa della domenica, le processioni del patrono e della Settimana Santa, la siesta nei pomeriggi d’estate quando la canicola toglie il fiato. Allora si siede un po’, sulla sedia a dondolo, sotto l’ombra del bersò, profumato di uva fragolina, e chiude gli occhi.
Chissà, magari si diverte a mungere le mucche, a fare il formaggio, a mettere il pane a lievitare tutte le notti.
Io no, io non mi diverto. Mi sento soffocare. Mi piace ballare. Si, da queste parti di balere ce ne sono un mucchio, ma i giovanotti che sono rimasti qui sono i più “molli”, sfaticati e malvestiti, figli di mezzadri senza ambizioni. Puzzano d’aglio e cipolle. Morti di fame che aspettano i funghi e le castagne per mettere qualcosa di meglio sotto i denti. E d’inverno, quando la farina è finita, si accontentano di mangiare cavoli e patate. La mamma dice che la nostra è una famiglia perbene e che devo sposare un “buon partito”, ma da queste parti non esistono né principi né signori.
Magari nel barsan, forse. Ma non m‘importa degli uomini. Posso farcela da me. Lassù potrò anche andare a scuola. Ho soltanto la quinta elementare, ma ero brava e mi piace leggere.
Devo farmi coraggio, domani stesso affronto la vecchia.

Quella notte Marianna non riuscì a dormire. La più piccola di cinque fratelli, l’unica femmina, si faceva mille scrupoli a lasciare la madre sola con Tullio. D’accordo, era in forze, sana come un pesce, ma senza di lei, come avrebbe fatto? Sì, aveva qualcheduno che l’aiutava nei campi e anche un fittavolo che la ripagava con un po’ di raccolto e servigi, ma non era la stessa cosa.

“Se tuo padre fosse vivo morirebbe di crepacuore. L’unica figlia femmina che se ne va. Non ne hai bisogno! Lui era un commerciante come il nonno, il bisnonno era uno speziale e pure un saggio, tutti correvano da lui per consigli e aiuto. Sai cosa c’è scritto sulla tomba? Uomo savio e amato, il paese in suo ricordo. La nostra famiglia è sempre stata riverita. Durante la guerra abbiamo sfamato mezzo paese. Ti vuoi mischiare con le altre poveracce che scappano per fame? Sei da marito e invece, guarda lì, piena di grilli per la testa. Cosa devo fare con te? Per i tuoi diciotto anni darò una festa. Inviterò tutti i migliori giovani della zona.”
“Ma quali? Li fai fabbricare? Sono rimasti solo i pezzenti. E i miei fratelli allora? Perché non li hai fermati?”.
Il broncio di Marianna contagiò tutti, Tullio, i lavoranti, i vicini. Non mangiava quasi più e passava ore e ore sdraiata sul letto.
“Ho capito Marianna, vuoi proprio andartene. Contavo tanto sul tuo aiuto, ma pazienza”, le disse inaspettatamente un paio di settimane dopo. “Però non se ne parla di seguire le tue amiche. Chiederò un aiuto a Settimo e a sua moglie Iside. Loro sono lassù da un po’. Non proprio nel barsan, ma vicino, in Brianza. Sono come gente di famiglia, i suoi lavoravano per il nonno. Non mi diranno di no. Sei così giovane e il mondo è cattivo, pieno di pericoli. Vedrai, ti troverai bene, ti daranno una mano e io mi sentirò più tranquilla”.

Parla sempre male dei poveracci e mi affida a Settimo e Iside. Lui un brutto ceffo, un mezzadro senza arte né parte, viveva in quella catapecchia in mezzo ai boschi, è fuggito per via della miseria che lo divorava. Lei povera, ma benfatta e scaltra, poteva senz’altro pretendere di meglio, ma l’amore… si sa, è cieco. Piuttosto che rimanere qui, va bene lo stesso. Bisogna saper accontentarsi. Addio amiche! Adesso non vedo l’ora di partire. Ancora pochi mesi e sarò in Altitalia. Il sogno si avvera! Lavorerò giorno e notte fino a mettere su un’attività, un negozio tutto mio, magari di porcellane, come i nonni, così la mamma sarà contenta e, in poco tempo, si trasferirà da me. Felicità!

“Su, ragazze, su! Sveglia! Il sole è già alto, non perdiamo tempo! Chi dorme non piglia pesci!”
“Iside, ci lasci dormire ancora dieci minuti… Stanotte faceva caldo. La stalla era piena di mosche e zanzare. Ci siamo addormentate che era quasi l’alba”, risponde Marianna.
“Su fannullone, il lavoro non può aspettare! Settimo è già sul carro! Oggi il giro è lungo, ci sono tante cascine che aspettano le nostre maglie! E tu Marianna, fai la brava, sennò ti rispedisco da tua madre!”
Le ragazze, assonnate e spettinate, passano dalla stalla alla cucina “dei padroni”, uno stanzone con la stufa a legna che funziona anche d’estate e un tavolone dove, all’ora di cena, si riunisce la famiglia insieme alle lavoranti. Bevono il caffè fatto con i fondi, così lungo che sembra acqua sporca, e raccattano il fagotto della colazione: un pezzo di pane, una fetta di formaggio, una di salame, sottile come un’ostia, e un paio di susine.
Poi Marianna si strofina gli occhi e la faccia sotto il rigagnolo della fontana del cortile e si avvia verso il carro trascinando i piedi avvolti da un paio di sandali con suole e tacchi sempre più sottili. Si mette tra le ceste di biancheria, come le altre, e si lascia cullare dal dondolio del carro, dal rumore degli zoccoli del cavallo e dall’aria tiepida del primo mattino.
Oggi si sente fortunata. Non deve camminare a piedi per strade e viottoli pieni di polvere, fare chilometri e chilometri con le pesanti cavagne sulle braccia o sulla testa. Oggi può anche sfoggiare il capello di paglia per proteggersi dal sole. Settimo si volta e la guarda di sbieco con un sorrisetto viscido sulle labbra che scopre i denti storti e giallastri. È un omuncolo, basso e minuto, con un paio di baffetti radi e incolti. Avrà sì e no una quarantina d’anni. Una mezza tacca, un bifolco che cerca di tirarsi su portando in testa un cappello di feltro nero, sempre il solito, in tutte le stagioni. Dalla giacca a righe, sgualcita e troppo larga, spunta la catena argentata di un orologio appuntato al panciotto. La moglie, i capelli raccolti in uno chignon con delle grandi forcine di plastica marrone, indossa un grembiule scuro smanicato sopra il vestito di cotone chiaro. Ha cinque marmocchi, tutti maschi, le mancano tre o quattro denti davanti e dimostra almeno dieci anni in più della sua età.
Settimo ci prova con tutte le ragazze che gli capitano a tiro. Le raggiunge nella stalla dove dormono tra cavalli e mucche e, quando il giro richiede due o tre giorni e Iside è costretta a casa con la prole, dorme in mezzo a loro. Attacca a fare discorsi sconci e cerca di toccarle da tutte le parti. Alcune ragazze ridono come stupide. Marianna invece lo ignora, non lo degna d’uno sguardo e se ne sta zitta. Quando gli si avvicina, perlopiù ubriaco, lo sfida: “Sporcaccione, chi credete d’essere? Sarete il padrone della roba ma non delle lavoranti! Tenete le mani a posto o racconto tutto a vostra moglie. State attento! Quella piglia il bastone e vi fa nero, come la notte che vi ha beccato con la balia.” Settimo si scansa barcollando, va al centro della stanza sotto la luce fioca di una lampada ad acetilene, porta le mani alla patta, lo tira fuori e comincia a menarlo.
Partono risolini. Marianna lo provoca: “Ma non vi vergognate con quel “coso” piccolo e nero? Sembra una gatta pelosa (millepiedi), che schifo!”
“Ah sì? Lo sapevo che sei una poco di buono. Quanti ne hai visti, dì?”
“Quelli dei miei fratelli, al mattino, quando entravo in camera per svegliarli e rifare i letti. Loro li hanno lunghi così e bei ritti!”, reagisce Marianna indicando la misura con una mano sull’avambraccio.
Settimo si ritira in un cantuccio.
Al mattino le ragazze lo cercano per svegliarlo, sembra un fagotto gettato a terra. Ma quando qualcuna ci sta, allora non lo si trova. Se l’è portata fuori, in un campo oppure in una locanda, la stessa dove hanno cenato la sera prima.

Non mi aspettavo una vita così dura, infiniti chilometri sotto il sole o in mezzo alla nebbia, camminare tutti i giorni anche quando piove e nevica, con delle scarpe che ormai si aprono sul davanti. Li riparo, ma il giorno dopo si spaccano di nuovo. Il lavoro è tanto ma si guadagna poco. Devo trovare una soluzione e mettermi in proprio. Ci sono clienti affezionate, mi chiamano “terrona” ma mi aspettano con il caffè e una fetta di torta. A volte lo bevo seduta con loro, sotto i portici, fa parte del mestiere. Alcune sono curiose, mi domandano del mio paese, del mio dialetto, di quello che vedo e succede nei dintorni, altre mi raccontano le loro storie con i mariti, le liti con le cognate, gli aborti, gli innamoramenti, le gelosie. Mi sembra di essere un prete: loro si confessano e io li ascolto. Ci sono clienti che hanno figlie da marito. Ah, se potessi mettermi in proprio! Con tutte quelle doti, farei un mucchio di soldi! Ormai è quasi un anno che girovago per cascine e dormo in stalle e fienili, non mi ricordo un letto come si deve, mi sembra di essere una zingara, anzi peggio! Almeno a casa avevo il fiume e d’estate, quando l’umidità appiccicava la pelle, era facile lavarsi. Qua dobbiamo fare a turni nel mastello. Ce ne sono soltanto due e siamo una decina. A casa c’era anche il gabinetto a portata di mano. Ah se fossi brava come la mamma! In piedi, con le gambe divaricate, la pipì scende e si forma il rigagnolo che la terra assorbe subito. Come farà a non sporcarsi le gambe? A stare senza mutande? No, non ritorno al paese. Che figuraccia! Devo farcela! Fra un paio di domeniche l’Adalgisa mi porta a una festa da ballo da suo zio Egidio, anche lui delle mie parti. Ha fatto fortuna, è ricco e fa il giro con una Topolino familiare. Anche sua moglie, Liliana, è motorizzata. Un giorno l’ho vista in bicicletta, una cesta davanti sul manubrio, una dietro la sella, sul portapacchi issato sul parafango, una gran signora, ben vestita, una camicetta bianca dentro la gonna a pieghe, un paio di sandali neri con il cinturino sul davanti, degli orecchini che sembrano di corallo e i capelli ondulati dal ferro della pettinatrice. Beata lei! Non come la Iside, rovinata a furia di stare con quel brutto ceffo di Settimo. Erano degli straccioni morti di fame, con poco sale in zucca, e tali sono rimasti. Con tutte quelle bocche da sfamare!

“Ciao Marianna, come va? Ti voglio presentare un bel giovanotto, uno dei nostri, i suoi abitano a pochi chilometri da voi, cioè, da tua mamma. Si chiama Guglielmo”, fa la signora Liliana durante la festa da ballo.
Marianna arrossisce. “Gesù! Sono mesi che non mi taglio i cappelli. Speriamo non veda il rammendo sulla gonna! Come starò con il rossetto dell’Adalgisa?”
Davanti a lei un ragazzone alto e snello, lineamenti fini, un ciuffo di ricci castano chiaro, occhi verdi striati di marrone, come lo stagno di casa sua. La fissa. Indossa una camiciola azzurra, pantaloni color sabbia e scarpe di cuoio lustrissime. L’orchestrina attacca una mazurca.
“Balli?” chiede Guglielmo.
Un paio di settimane dopo, una sera a tavola, dopo il giro, Marianna si congeda da Settimo.
Iside strilla che non può piantarli in asso dall’oggi al domani e minaccia di non pagarle le tre settimane del mese. Lei ride a crepapelle, si rivolge alle ragazze, le invita alla festa di matrimonio con Guglielmo, tra un mese, raccoglie i quattro abiti nella valigia di cartone e sbatte la porta tra i pianti dei marmocchi agitati dalle imprecazioni della madre.
Più tardi confida all’Adalgisa:
“Domenica siamo andati ai baracconi, una zingara mi ha letto la mano, mi ha detto che avrò due figli e una casa grande con due balconi!”

Ce l’ho fatta! Adesso sono “padrona”. Finalmente un paio di scarpe comode e gli occhiali da sole. Ma voglio anche il mio giro. Guglielmo ha il suo, con la bicicletta, se lo tenga. Io continuerò con le mie vecchie clienti, non mi ci vuole niente a soffiarle a Settimo, quell’ubriacone donnaiolo senza cervello. Mi prenderò una carretta con due grandi ruote e sopra la biancheria ci metterò un telo cerato per ripararla dal sole e dalla pioggia e la spingerò con i due manici. Sarà facile, meglio di prima, che portavo tutto indosso. Le barsane che tirano la carretta, sono tutte “padrone” e, quando le incontravo, le invidiavo. Non potrei mai andare in bicicletta, non sono pratica e mi fa paura. È pericolosa. Così, con un giro per uno, il guadagno raddoppia. Comprerò la roba dai grossisti di Guglielmo e tutte le sere segnerò il ricavo e le spese su un bloc-notes. Voglio fare sul serio! Così quando in agosto ritorno dalla mamma sarà contenta, anche i miei fratelli, e tutto il borgo mi stimerà!

Marianna ha lasciato i due bambini alla vicina. È Carnevale e le scuole sono chiuse. La grande ha già compiuto dieci anni ma non se la sente di lasciarli soli e il giro non può aspettare. Le clienti sono sempre più numerose. Le cascine vicine al paese sono state ormai abbandonate dagli ambulanti e lei è rimasta sola a tirare la carretta. Hanno tutti la motoretta o la macchina e fanno giri lunghi e lontani. A Marianna il suo lavoro piace, conosce un sacco di persone, di donne, con alcune è diventata amica, e sono così in confidenza che le fa persino le rate.
“Smettila di ammazzarti, con quella carretta! Hai passato i trent’anni, diventi curva se continui così. Molla tutto e fai il giro senza carretta, soltanto per recuperare i puffi di quello che hai dato a credito. Se proprio vuoi, prendi gli ordini grossi, una dote o roba del genere, e li consegniamo insieme con il furgone, la sera oppure la domenica. Ma basta girare per una sottoveste o un paio di mutande! È più la fatica che il guadagno. Meglio mettere su un negozietto, che te ne pare? Ho un amico che me lo affitterebbe per poco.”
Tutte le sere Guglielmo le fa la predica.

Già, lui ormai fa i mercati! Ha i posti fissi, va in giro con il furgone della Volkswagen, si sente arrivato. Non si ricorda nemmeno più l’inverno di due anni fa, quando il mal di schiena l’ha inchiodato nel letto per più di un mese! Che spavento! Il massaggiatore veniva tutti i giorni a casa e costava un occhio della testa! Se non c’ero io con la mia carretta, si faceva la fame, si faceva. Ma gli uomini sono così, egoisti. Egoisti e smemorati. Non capisce che mi diverto a lavorare. Mi piace chiacchierare sotto i portici delle cascine. Conosco tutto di tutti: vita, morte e miracoli! Mi vogliono bene e mi regalano ciliegie, uova, verdura fresca dell’orto. A casa mi annoio, e di certo anche in un negozio, tutta sola ad aspettare che qualcuno entri. L’unica cosa che mi fa venire il magone è che ormai i bambini si vergognano di me. Soprattutto lei, la grande, ormai è una signorina. L’altro giorno, stava passeggiando con le amichette, e quando mi ha visto spuntare sulla strada di casa si è girata e ha cambiato direzione. Crede che non me ne sono accorta. Ma lo so bene, si vergogna di me perché tiro la carretta!

“Guglielmo, guarda quel povar fiol!”
“Chi?” risponde Guglielmo un po’ sordo mentre, appoggiato al bastone, controlla le albicocche sull’albero.
Quel povar fiol là. Quel chi porta do sacchi sulla spallia! Ma sei orbo? Non lo vedi? È carico come un somaro, porta due borse di plastica che strisciano per terra, cammina tutto curvo!”, strilla seccata Marianna mentre chiude il libro e si aggiusta gli occhiali attaccati a una catena di perline colorate. È seduta su una sdraio, nel giardino davanti alla villetta in sasso, di fianco alla casa che era di sua madre, ora dei fratelli. Da qualche anno, passa gran parte dell’estate qui, con Guglielmo. L’età l’ha leggermente irrobustita, ma il viso è rimasto tale e quale, l’espressione addolcita e le rughe le donano un aspetto signorile.
Si alza e insiste: “Quand quel povar fiol i passa davanti al cancel, fermal! Gli offro qualcosa da bere. Te capì?”
Ma famm al piaser! Non vedi che è un marocchino? Non vorret confondarta, comprare quelle porcherie che vende? Famm al piaser!” si ringalluzzisce Guglielmo.
“Che vita! Non la auguro neanche ai cani. Vergognati! L’è un povar fiol!”, risponde Marianna con voce velata socchiudendo gli occhi.
Atze’ ridicla! Fa quello che vuoi! Ma lasma astar!”
“Buongiorno signora, non ho venduto niente oggi, signora”, e un bel sorriso bianco si allarga sulla faccia del ragazzo.
“Da dove vieni?”
“Da Casablanca.”
“Mi spiace, non ho bisogno di niente, se vuoi ti posso dare dell’acqua.”
“Grazie nonna, ma non ho sete, ho bevuto alla fontana, grazie, compra qualcosa dai, ho due
bambini, devono mangiare”.
“Due bambini? Ma quanti anni hai?”
“Ventidue, ma i bambini sono al mio paese, mando i soldi.”
“Mi dispiace, non posso mica mantenere tutti, se vuoi posso darti qualche albicocca dell’albero.”
“No, grazie, compra qualcosa, dai, per i bambini.”
“Su non insistere, non ho bisogno di niente, ciao.”
Tu guarda questo impertinente, rifiuta da bere e da mangiare, già due bambini così giovane, mah… chissà se è vero, per me caccia balle, vuole soltanto impietosirmi… hai capito? vuole soldi, altro che le albicocche dell’albero… io, quando tiravo la caretta e mi offrivano frutta e verdura, la prendevo, altroché… mi accontentavo, mica facevo la schizzinosa… questi invece, vengono qui, e pretendono, noi ci siamo sudati tutto, nessuno ci ha regalato niente, altroché… che vita abbiamo fatto… non la auguro neanche a un cane… ha ragione Guglielmo, se ne stiano al loro paese…

Rita Barbieri è nata in Lunigiana, ha vissuto in Brianza fino a 25 anni, poi a Milano. Ha frequentato il Liceo Artistico di Brera e Scienza Politiche alla Statale. Femminista, impegnata da giovanissima nelle lotte per la parità di genere e i diritti civili, ha militato nel sindacato del movimento dei consigli, con ruoli direttivi nella Fiom e nella Cgil, quindi candidata al Parlamento Europeo nelle liste del PCI del 1984. Da anni è consigliera nel Municipio 6 del Comune di Milano, per 5 anni con la carica di Presidente della Commissione Cultura e da 3 con quella di Assessora al Welfare e Coesione Sociale, Diritti, Educazione Civica e Politiche di Genere. Appassionata lettrice, ha sempre coltivato l’amore per l’arte, la letteratura, i viaggi, la fotografia, la lingua spagnola.