Al cinema: Sarah & Saleem; Le invisibili; Dililì a Parigi; Il professore e il pazzo; Book Club – Tutto può succedere.

SARAH e SALEEM – Là dove nulla è possibile
Film drammatico – sentimentale
Regia: Muayad Alayan
Intepreti: Silvane Kretchner, Adeeb Safadi
Berenice dice: una questione privata in una Terra in cui nulla può rimanere privato
Sarah e Saleem sono sposati, lei con un militare in carriera, lui con una studentessa universitaria, si conoscono, si piacciono, si amano. Una storia clandestina come tante, fatta di incontri impossibili, attimi rubati, forte passione, gioia mista a paura, un’infinità di segreti e bugie. Non fosse che sono a Gerusalemme, Sarah è ebrea e Saleem palestinese e tutto è molto, molto più complicato. Lo scopriranno presto, a loro spese. Un semplice brindisi: “E’ solo un bicchiere, la vita non è complicata come vuoi farla sembrare” dice Saleem alla donna, per convincerla a seguirlo, liberi e leggeri, in un locale pubblico, a bere, ballare come una coppia normale, seppur per pochi attimi. Poi un piccolo diverbio, una scazzottata e nulla sarà più come prima. Sospetti, accuse, trame e complotti, entreranno a forza nelle loro vite, rovinando ogni cosa, la loro relazione ma anche le rispettive famiglie. Pagheranno tutti, loro più di tutti.
Ispirato a una storia vera, su quella terra ci dice più di mille documentari, saggi o cronache. Girato con maestria, un ritmo incalzante, grande intensità, in una splendida Gerusalemme, ritratta con grande cura – sembra di poterla toccare tanto è vera – senza dare giudizi, il film inchioda dall’inizio alla fine, e poi rimane dentro.
Giudizio: ****

LE INVISIBILI
Film umoristico
Regia: Louis-Julien Petit (aiuto regista con autori come Luc Besson, ora al suo terzo film)
Interpreti: Corinne Masiero, Audrey Lamy, Déborah Lukumouena, Noémy Lvovsky
Berenice dice: la forza di non arrendersi
Lady D, Madame Macron, Edith Piaff e altre ancora, sono le donne invisibili, quelle che nessuno vede, nessuno vuole. Con i visi segnati, l’aspetto trasandato, grandi sacchetti pieni zeppi, chiacchierano, ridono, scherzano, si prendono in giro in attesa che i cancelli aprano. Envol è il centro di accoglienza per sole donne, l’unico che dia loro un po’ di assistenza, un pasto caldo, shampoo e sapone per farsi una doccia, una lavatrice per il bucato, soprattutto un luogo caldo e sicuro per passare qualche ora. Ma il centro non fa abbastanza, non secondo i canoni di chi lo finanzia, bisogna fare di più e di meglio per rendere autonome quelle donne, l’assistenza non deve essere beneficenza, creare dipendenza. Audrey e Manu, responsabili del centro, non ne sono molto convinte, cercano di ingegnarsi, di trovare nuovi modi per aiutare quelle donne. Per farlo infrangeranno schemi, regole, supereranno limiti e divieti in vista di una nuova possibilità. A cavallo tra road-movie e commedia sociale, senza mai sconfinare nel patetico o nell’autocompiacimento, il film va oltre il documentario, denuncia raccontando, riuscendo anche a
divertire, con momenti in cui le immagini prendono il posto delle parole. Ogni cosa sembra sospesa e non c’è spazio che per loro. Potente.
Giudizio: ***

DILILI A PARIGI
Film d’animazione
Regia: Michel Ocelot
Berenice dice: una favola per bambini che parla anche ai grandi
Dilili è una piccola meticcia intraprendente e curiosa, scappata dalla sua terra, la Nuova Caledonia, che arriva a Parigi, esibita in un villaggio ricostruito allo zoo per il piacere dei visitatori. Ma lei ha voglia di scoprire quella meravigliosa città nel pieno del suo splendore di fine Ottocento. Con l’amico Orel, un simpatico e bellissimo garzone, andrà alla caccia della perfida banda dei Maschi Maestri che non solo rapinano banche e rubano gioielli, ma rapiscono anche bambine e giovani donne. Sarà proprio questo mistero che cercheranno di svelare Dilili e Orel e per farlo gireranno in lungo e in largo la città, incontreranno pittori, poeti, scienziati e ricercatrici, donne di cultura che hanno contribuito all’emancipazione femminile, non solo francese.
Ambientato in una Parigi coloratissima, gioiosa, vitale, costruita come una fiaba di altri tempi, il film incanta, ammalia, cattura e ci riporta in quegli anni mettendoci in guardia sull’oggi e le sue derive. Il tutto tramite la voce, l’innocenza e il candore della giovanissima kanak.
Giudizio: ***

IL PROFESSORE E IL PAZZO
Thriller diretto da Farhad Safinia
Interpreti: Mel Gibson, Sean Penn, Natalie Dormer.
Berenice dice: quando genio e follia si incontrano (e confondono)
Un progetto, un sogno, una follia. E’ quella di James Murrey, professore scozzese autodidatta e di umili origini, chiamato ad Oxford per un compito eccezionale: censire tutte le parole inglesi in un unico, enorme e finalmente completo dizionario. E’ la nascita dell’Oxford English Dictionary, ancora oggi il più autorevole dizionario di lingua inglese. Un mastodontico lavoro che il Professore, trasferitosi ad Oxford con la numerosa famiglia, non potrà affrontare da solo. Non basteranno i pochi aiutanti che l’università, assai di malavoglia, gli ha fornito. Avrà un’idea, rivolgere un appello a tutta la popolazione di lingua inglese, sparpagliata per l’intero Impero, ciascuno potrà contribuire inviando significato e origini di ogni più strampalato e sconosciuto termine. Sarà così che l’ex colonnello americano (W.C. Minor, si firmava), coltissimo chirurgo affetto da una grave patologia psichiatrica, verrà a conoscenza del progetto e darà il suo fondamentale contributo. Due vite parallele che si intrecceranno in modo indissolubile, dando origine a una profonda amicizia e a un lavoro fondamentale per la lingua e letteratura inglesi e di tutto il mondo.
Il film segue in parallelo le vicende dei due uomini, la nascita della loro amicizia, il crescere di un vero sodalizio, perdendosi poi nei meandri di una follia allucinata, terapie devastanti quanto inutili, la centralità della fede, la necessità di redenzione (nel tentativo di farne un film di redenzione). Riuscendo a guastare una storia interessante che poteva essere sviluppata meglio restituendole parte di verità.
Giudizio: **


BOOK CLUB – Tutto può succedere
Commedia romantica a sfondo sessuale
Regia: Bill Holderman.
Interpreti: Jane Fonda, Diane Keaton, Andy Garcia, Mary Steemburgen
Berenice dice: zuccheroso
Quattro amiche, una casalinga e moglie devota, una vedova, un giudice e una business woman ricca e sicura di sé, unite da profonda amicizia e una grande passione per la lettura, leggono il romanzo erotico Cinquanta sfumature di grigio e la loro vita, placida e tranquilla, si risveglia. Chi cercherà di solleticare un marito all’apparenza assopito, chi di rifarsi una vita dopo un abbandono e tradimento ancora non superati, chi si lascerà tentare da una vecchia fiamma e chi ancora da un perfetto (e affascinante) sconosciuto. Un film sull’amore e il sesso qualunque età, l’esigenza di cercarlo, la speranza di trovarlo.
Una commedia senza particolari pretese, leggera, garbata, a tratti divertente, si lascia guardare senza lasciare molto altro. Nonostante l’ottimo cast e un tema interessante che si prestava a migliori sviluppi.

Al cinema: Border- Creature di confine; Una giusta causa; Copia originale; Boy Erased – Vite cancellate.

BORDER – CREATURE DI CONFINE
Film drammatico tratto dal racconto Confine di John Ajvide Lindqvist, originariamente pubblicato nel 2005 all’interno della raccolta Muri di carta.
Regia: Ali Abbasi
Interpreti: Eva Melander, Eero Milonoff, Joergen Thorsson, Rakel Waermlaender

Berenice: una vita ai confini (e la tentazione di superarli)
Svezia, un porto con controlli alla Dogana, dove un’agente donna dall’aspetto bizzarro, una smorfia sul viso e un fiuto eccezionale, scova potenziali contrabbandieri con una semplice annusata. Ne percepisce la colpa, la vergogna, la rabbia. Possiede un olfatto fuori dal comune ma non soltanto, ha per la natura una fortissima attrazione, ne è quasi in simbiosi. Sta bene quando è là a piedi scalzi, respirando, toccando insetti, piante, erba. Solo allora si sente se stessa, finalmente normale. Da una vita, infatti, Tina si considera ed è trattata come diversa, ‘strana’, sgraziata, rude, qualcuno da tenere a distanza. Lei stessa si isola, chiusa nel suo mondo fatto quasi di nulla. Avvertiamo la sua solitudine, il senso di estraneità, la sensazione incessante che manchi qualcosa. Poi arriva Vore, uomo alto, grosso e dalle sembianze bizzarre quanto le sue. L’olfatto di Tina ne è sconvolto, fiuta qualcosa che resta indecifrabile quanto sconvolgente. Ne è attratta in modo viscerale, sente una vicinanza, un’assonanza mai provata per nessuno prima, qualcosa di ferocemente potente, quasi animalesco.
Tratto dal racconto Grans di John Ajvide Lindquist – che si concentrava in particolare sull’incontro tra due esseri diversi ed estranei al resto del mondo – il film intende andare oltre e costruisce attorno a quel fortissimo nucleo una storia che però non ha pari potenza, quasi volesse trattare troppi temi e non sapesse quale prediligere. Il regista svedese di origini iraniane mischia i generi (forse troppi): dramma, fantasy, thriller, sfiora l’horror, chiede allo spettatore uno sforzo non da poco, andare oltre le proprie preferenze, aspettative, gusti. Ma se si riesce a superare preconcetti e sovrastrutture si può apprezzare il film in tutta la sua bellezza, con momenti di intensità rara, a tratti poetica. Forse Ali Abbassi non avrebbe potuto fare meglio se avesse prediletto un solo genere o un solo tema.
Un film non perfetto, a tratti non facile ma con momenti di straordinaria poesia e di grande potenza.
Giudizio: ***

 

UNA GIUSTA CAUSA
Film drammatico
Regia: Mimi Leder
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Sam Waterston, Kathy Bates.

Berenice dice: il mondo cambiato dalle donne
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta per le donne è ancora complicato, se non impossibile, fare tante cose. Ruth Ginsburg è una di loro, intelligente, forte, determinata, ha una bella famiglia, un uomo che la ama, un bimba piccola. E vuole diventare avvocato. Non sarà così semplice. Tra le prime nove studentesse entrate ad Harvard, riuscirà a laurearsi con il massimo dei voti nonostante le difficoltà – anche personali – le discriminazioni, un maschilismo neppure così latente. Poi però nessuno la vorrà nel proprio studio: una rivale, una minaccia, un sovvertitrice di regole e abitudini? Ciascuno la vedrà a modo proprio e Ruth sarà costretta a ripiegare sull’insegnamento. E proprio da quelle aule continuerà la sua battaglia, stimolando i suoi studenti, non stancandosi di denunciare le disuguaglianze, le assurdità di un sistema che si ostina a rimanere attaccato a regole vecchie e da superare. I tempi stanno cambiando, Ruth lo percepisce e con l’aiuto del marito riuscirà a scardinare il sistema dall’interno utilizzando le sue stesse regole. Un biopic costruito e interpretato con cura in un’ottima ambientazione che, pur nei limiti del genere, riesce a restituire un personaggio credibile assieme a un’epoca che ci sembra così lontana, senza esserlo davvero.
Giudizio: ***

 

COPIA ORIGINALE
Film drammatico
Tratto dalle memorie Can You Ever Forgive Me? di Lee Israel, biografa e falsaria.
Regia: Marielle Heller
Interpreti: Melissa McCarthy, Richard E. Grant.

Berenice dice: quando la copia è meglio dell’originale
Lee Israel scrive biografie, è un’ottima scrittrice ma ha un pessimo carattere, beve, fuma, non sopporta la compagnia di nessuno. Così non ha il successo e il riconoscimento che meriterebbe. Mentre qualcuno riceve milioni di euro per insulse storie, lei non riesce a ottenere neppure un piccolo anticipo. Dopo un furibondo litigio viene licenziata e deve trovare un modo per guadagnarsi da vivere. Saranno delle vecchie lettere di Fanny Brice a darle l’idea. Grazie al suo ingegno riuscirà a scrivere come e meglio dei più famosi scrittori (Dorothy Parker, Louise Brooks, Edna Ferber), le sue lettere saranno ancora più ‘autentiche’ delle vere e andranno a ruba. Assieme al simpatico e goliardico Jack, un bravissimo Richard E. Grant, si divertirà a creare, riprodurre e poi vendere il frutto del suo genio, che ancora una volta passerà per genio altrui. Un film sul talento, la scrittura, le difficoltà di emergere, di confrontarsi con un mondo editoriale sordo, ma anche sulla diversità, l’incapacità di uniformarsi, inserirsi, non rimanere ai margini. Il tutto interpretato magistralmente da Melissa McCarthy al suo primo ruolo drammatico, inaspettatamente perfetta per la parte, capace di dare al personaggio una umanità unica, permettendo al film di andare oltre alla biografia per reinterpretare la protagonista e renderla un personaggio difficile da dimenticare.
Giudizio: ***

 

BOY ERASED – VITE CANCELLATE
Film drammatico
Basato sulla storia di Garrard Conley, raccontata nel suo libro di memorie Boy Erased: A Memoir
Regia: Joel Edgerton
Interpreti: Victor Sykes, Jared Eamons, Joe Halwyn

Berenice dice: sforzarsi di diventare la persona che non si è
Una piccola cittadina dell’Arkansas, un pastore battista, la sua famiglia. La loro vita scorre senza grandi scossoni, il figlio Jared cresce, è un bravo studente, sportivo, serio, ha anche una ragazza. Presto però si accorge che qualcosa non va come ‘dovrebbe’, come gli hanno insegnato, come tutti si aspettano e pretendono. Lascia la ragazza, va al College, conosce altri ragazzi. Poi una violenza, il ritorno a casa, la ‘rivelazione’, la reazione della sua famiglia. Si vedrà costretto a rinnegare se stesso, a frequentare una scuola di “rieducazione morale”, a provare ad essere quello che non è e non sarà mai (e non vuole essere).
Tratto dal memoir di Gerrard Conley ha il pregio di portare alla luce una realtà ancora troppo sconosciuta (e ancora troppo diffusa) ma per farlo il regista si abbandona all’eccessiva drammatizzazione, a una sceneggiatura appiattita, a personaggi che non hanno la giusta complessità e rischiano, in molti casi, di risolversi in macchiette. Le pregevoli intenzioni si infrangono su un filmone ‘a tema’, stucchevolmente enfatizzato finendo per sortire l’effetto opposto e allontanare lo spettatore. Peccato, il tema meritava e il cast era ottimo.
Giudizio: **

Al cinema: Il colpevole – The guilty; Dafne; Sofia; Momenti di trascurabile felicità.

 

 

 

IL COLPEVOLE – THE GUILTY
Thriller
Regia: Gustav Moeller
Interpreti: Jakob Cedergren, Johan Olsen, Katinka Evers-Jahnsen

 

 

Berenice dice: nulla è mai come sembra
Stazione di Polizia, centralino di pronto intervento. Asger è un agente addetto alle chiamate d’emergenza, suo malgrado. Telefonate strampalate, individui fatti, sopra le righe, infuriati. Asger risponde a tono, non si lascia impressionare, non li prende troppo sul serio. Poi arriva una telefonata, una voce di donna, e tutto cambia. Sarà quella telefonata a tenere incollato il poliziotto (e tutti noi) per un’ora e mezza, non avrà pace fino a che si arriverà in fondo a quella vicenda, a ciò che le sta dietro. Ma, in parallelo, anche un’altra storia si rivelerà. E infatti, mentre con quel suo viso duro e imperturbabile Asger risponde al telefono, chiama i colleghi, parla con la Centrale, gli occhi fissi sul computer, ci chiediamo perché tutti lo trattino con freddezza, non si fidino di lui, cosa sia successo per farlo finire lì. Lui si finge tranquillo anche se capiamo che qualcosa non torna. Immagine dopo immagine, telefonata dopo telefonata, capiremo. Tutto passerà su quel viso, apparentemente impassibile, ansia, paura, angoscia, speranza, rabbia. Sarà con i suoi occhi, le sue parole, le sue espressioni, che conosceremo i suoi interlocutori, il dramma, l’angoscia, la rabbia ma anche l’improvvisa tragica consapevolezza. Assieme a lui sbaglieremo e con lui capiremo quanto e come ci si possa sbagliare. Rimanendo incollati fino all’ultimo a quel filo invisibile che l’uomo crea con chi parla con lui. Un imperdibile debutto.
Giudizio: ****

 

 

 

DAFNE
Film drammatico
Regia: Federico Bondi
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

 

 

Berenice dice: da vedere (impossibile raccontarlo)
Dafne ha i capelli rossi, lavora in un supermercato, ha trentacinque anni e vive ancora con i genitori. All’improvviso la madre muore e gli equilibri della famiglia ne vengono travolti, lei e il padre dovranno uscire da quel grande lutto e ciascuno lo farà a modo suo. Saremmo portati a pensare che per lei possa essere più complicato. Invece sarà proprio la ragazza, con la sua determinazione e tenacia granitiche che non solo supererà il lutto ma troverà le forze per tirare fuori dalla depressione nella quale è caduto l’anziano padre.
Dafne è una vera forza della natura, con una vitalità e una spontaneità fuori dal comune, parla come un libro stampato, per frasi fatte ma sempre azzeccatissime, con un effetto spiazzante che ogni volta
sorprende. Dafne, come la protagonista del film, è affetta dalla sindrome di Down e il regista ha avuto l’intelligenza di lasciare all’attrice la libertà di essere se stessa, finendo per regalare a Dafne tantissimo di sé. Il risultato è un personaggio indimenticabile, tanto spontaneo quanto umano.
Giudizio: ***

 

 

 

SOFIA
Film drammatico
Primo lungometraggio della regista Meryem Benm’Barek
Interpreti: Nadia Niazi, Sarah Perles, Faouzi Bensaïdi, Lubna Azabal

 

 

Berenice dice: il Marocco visto dal di dentro (dalle donne).
Casablanca, oggi. Un pranzo in famiglia, allegro, gioviale, nessuno sembra accorgersi di nulla, fino a che Sofia – la figlia neppure ventenne dei padroni di casa – sta male. Sarà la cugina Lena, studentessa in medicina, a capire tutto, coprirla e aiutarla. Sofia è al non mese di gravidanza e sta per partorire. Solo che in Marocco, come la regista ci fa sapere in apertura del film, i rapporti sessuali fuori dal matrimonio sono puniti con un anno di reclusione. Così seguiremo Sofia e la cugina alla disperata ricerca di un ospedale che la accetti, nessuno vuole problemi e la ragazza senza un marito e un padre per il bambino può mettere nei guai se stessa e pure l’ospedale. Nonostante le doglie, l’imminenza del parto, tutti la rifiutano. La vedremo partorire di nascosto, quasi fosse una ladra, venire dimessa in fretta e furia subito dopo, senza neppure il tempo di riprendersi, assieme al suo piccolo che sente come qualcosa di estraneo di cui vorrebbe liberarsi. “Voglio solo uscire da questo incubo” urla alla cugina, ma il suo incubo è appena iniziato. Questa la parte più interessante del film. Meno meno riuscita la seconda: la reazione della famiglia, la disperata ricerca di un padre e di un marito, i sotterfugi per evirare lo scandalo. Resta comunque un bel ritratto di donne, divise tra tradizione e modernità, capaci di prendere in mano la propria vita, decidere del proprio futuro, nel rispetto della tradizione ma piegandola al proprio servizio, donne forti, determinate, decise.
Giudizio: ***

 

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’
Commedia
Tratta dai due libricini Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Francesco Piccolo
Interpreti: Renato Carpentieri, Angelica Alleruzzo, Francesco Giammanco

 

 

 

Berenice: una trascurabile leggerezza
Un’ora e trentadue minuti è quello che Paolo (Pif) avrà a disposizione per tornare sulla Terra, fare ciò che non ha mai fatto, prima di andarsene per sempre. Si renderà conto di quanto tempo abbia perso, delle cose importanti nella sua vita, di ciò cui davvero tiene. Solo che per arrivarci dovremo perderci in mille piccole deviazione, domande senza molto senso, dubbi di ogni tipo, ricordi sfilacciati, rimpianti, rimorsi, qualche tormentone. Trarre un film dai libriccini di notazioni di Piccolo era un azzardo, e la sfida a Luchetti è anche riuscita. Solo che lo spunto promettente non tiene, lo sviluppo non è altrettanto efficace, la storia si affloscia subito, tutto rimane un po’ in superficie lasciando un che di incompiuto, di occasione sprecata.
Non bastano alcune buone battute, una leggerezza di fondo, qualche sorriso strappato, bravi attori. E
neppure la simpatia di Pif che finisce per essere sempre uguale a se stesso. Lo schema, se troppo ripetuto, perde freschezza e rischia di risultare noioso. Lasciando la sensazione di non andare da nessuna parte dall’inizio alla fine. Trascurabile.
Giudizio: **

La barsana


di Rita Barbieri

“Se non portavi abbastanza soldi erano guai. Non hai girato, dicevano i padroni, invece avevo girato tutto il giorno… la vita che abbiamo fatto, non ci voglio più pensare! A me, se mi dicono di tornare indietro non ci torno, no!”
“I miei sono dovuti partire. Mia madre spingeva la sua carretta per vendere. Io sono rimasto qui con i nonni che mi hanno dato tutto quel che potevano, pieni di preoccupazioni perché comunque non ero loro figlio… ma sono stato fortunato, c’è chi veniva lasciato a degli estranei…”
“Quando ho avuto un figlio l’ho dato nel piano laggiù, a una signora che si chiamava L., per un po’ di tempo faceva il matto… è stata dura, proprio dura. Ma come si faceva? Uno doveva andare a vendere… Io piangevo quando andavo via e piangevo quando ritornavo, che me lo prendevo quei due o tre mesi ma piangevo lo stesso… perché insomma, avevamo solo quello, poi sono i nostri figli… e quando dopo due anni me lo sono ripreso, la L. c’è rimasta male anche lei, credeva che ce lo lasciavamo ancora…”
“Anche questa ci è toccata… dovevamo avere solo un figlio per una, ne facevamo solo uno per quello che dovevamo subire quando lo dovevamo lasciare.”
“Ho fatto quindici anni di quei carretti lì… una vergogna… quando conoscevo i giovanotti… Mamma mia… una vergogna, un carrettino con le tende a righe… ogni tanto il carretto partiva, sbattevo contro il paracarro e buttavo giù tutta la roba… avevo un sacchettino per mettere dentro i soldi e la sera si tiravano fuori.”
Marianna non poteva sapere. Al contrario, negli anni in cui era bambina e adolescente nel suo borgo della Lunigiana, udiva sovente l’espressione l’è propi ‘na barsana per indicare una donna di fegato, che sapeva prendere decisioni non comuni per l’epoca, che aveva la stoffa per vendere, per gli affari, che aveva il coraggio di mollare i figli pur di fare fortuna, arrivare, una donna con le braghe, che aveva ascendente sul marito, insomma una donna ammirata e rispettata, che poteva andare a testa alta.

Basta! Da qui me ne devo andare. Non ne posso più. Zappare, vangare, accudire le bestie, le unghie nere, i calli sulle mani, vestita di stracci e zoccoli ai piedi. Voglio andarmene lassù, nel barsan, dove ci sono Marisa, Rosa, Dina, Elide. Loro sì che se la passano bene. Quando ritornano per San Rocco, sfoggiano ogni anno vestiti nuovi, il rossetto e le unghie dipinte. L’estate scorsa, Marisa aveva perfino un paio di occhiali da sole. Sembrava una vamp. I miei fratelli sono partiti, uno è andato in America, uno in Francia, l’altro in Svizzera. Anch’io voglio tentare la fortuna! I migliori se ne vanno! Solo Tullio è rimasto. Non ha carattere, è ancora attaccato alle sottane della mamma. Il torello lo chiamano, forte, attraente, gran lavoratore, resiste alla fatica più di un mulo, ma è un sempliciotto, non si fa troppe domande, vive alla giornata. Adesso ha pure uno scheletro di bicicletta. L’ha trovata in un fosso, mezzo arrugginita. Passa tutti gli avanzi di tempo attorno a quel trabiccolo. Non parla d’altro. È proprio tocco. Deve avere qualche morosa d’andare a trovare, almeno spero, sennò non si capisce. Sembra non chiedere altro alla vita: far funzionare quel rottame.
Io sono diversa. Tra un paio di mesi torna Marisa e le chiedo di portarmi via. Di lei mi fido. Qualche soldo per il treno ce l’ho. La mamma non può impedirmelo. Non sono neppure promessa. Angelo, dopo la guerra, non si è rivisto. Chissà che fine ha fatto! Ho solo diciassette anni. Non può pretendere che marcisca qui. Non voglio lavorare la terra tutta la vita. Non mi piace, rovina la pelle e la schiena. Non voglio ridurmi come lei, sempre vestita di nero, gobba e piena di rughe, vedova ancor prima di perdere il marito. Non ha visto niente del mondo. Sì e no, conosce appena i borghi qui attorno. Si sarà allontanata a dir tanto dieci o dodici chilometri e solo per mercati e per portare i viveri, durante la guerra, ai figli disertori, lassù sulle montagne che si vedono da qui.
Non mi ci ha mai portato su quelle vette, bellissime, bianche d’inverno, verdi d’estate. Rimango a bocca aperta quando il cielo è limpido e la loro linea, all’orizzonte, diventa nitida e imponente. I colori cambiano di continuo, secondo le stagioni e l’ora, l’argento del primo mattino, il turchese del giorno, il rosso della sera.
La mamma, che vita grama! Piccola e secca, con il fazzoletto del lutto in testa. Ha più di cinquant’anni e non sa neppure cos’è il cinema! Ha letto soltanto un po’ di Bibbia, il librone dorato del nonno, sempre sul comodino, e il giornale dei coltivatori diretti che arriva per posta. Non ha mai fatto il bagno nel fiume dietro casa, almeno che sappia io, e non ha mai visto il mare qui vicino, soltanto a una ventina di chilometri.
No, non voglio ridurmi come lei.

Prima faceva i mercati con papà, vendevano piatti e bicchieri. Poi, dopo la guerra, ha comprato i terreni, forse non se la sentiva di guidare il biroccio da sola, e si è condannata a rimanere infossata in questo pezzo di terra, sempre ricurva. Dorme quattro, cinque ore per notte. La festa deve accudire le bestie, galline, conigli, maiali, vacche e si alza sempre all’alba. Una galera! Non può mai perdere il controllo, sennò va tutto in malora. Tullio l’asseconda sempre, se compra altri animali, pezzetti di terra per ingrandirsi, se pianta altre vigne. Un’ossessione! Per cosa poi? Molta roba va a male, le uova, le mele, anche la farina e le patate finiscono spesso nel pastone dei maiali. A volte, nella stagione dei raccolti, quando bisogna correre senza sosta da un campo all’altro, Tullio urla come un matto contro di lei e contro i lavoranti a giornata. Sbraita e bestemmia, ma è per darsi un tono. Poi, appena riceve altri ordini, l’asseconda di nuovo, senza fiatare. Tullio è un coniglio, lei una donna forte, stimata, ma a me fa pena. I suoi svaghi sono la Messa della domenica, le processioni del patrono e della Settimana Santa, la siesta nei pomeriggi d’estate quando la canicola toglie il fiato. Allora si siede un po’, sulla sedia a dondolo, sotto l’ombra del bersò, profumato di uva fragolina, e chiude gli occhi.
Chissà, magari si diverte a mungere le mucche, a fare il formaggio, a mettere il pane a lievitare tutte le notti.
Io no, io non mi diverto. Mi sento soffocare. Mi piace ballare. Si, da queste parti di balere ce ne sono un mucchio, ma i giovanotti che sono rimasti qui sono i più “molli”, sfaticati e malvestiti, figli di mezzadri senza ambizioni. Puzzano d’aglio e cipolle. Morti di fame che aspettano i funghi e le castagne per mettere qualcosa di meglio sotto i denti. E d’inverno, quando la farina è finita, si accontentano di mangiare cavoli e patate. La mamma dice che la nostra è una famiglia perbene e che devo sposare un “buon partito”, ma da queste parti non esistono né principi né signori.
Magari nel barsan, forse. Ma non m‘importa degli uomini. Posso farcela da me. Lassù potrò anche andare a scuola. Ho soltanto la quinta elementare, ma ero brava e mi piace leggere.
Devo farmi coraggio, domani stesso affronto la vecchia.

Quella notte Marianna non riuscì a dormire. La più piccola di cinque fratelli, l’unica femmina, si faceva mille scrupoli a lasciare la madre sola con Tullio. D’accordo, era in forze, sana come un pesce, ma senza di lei, come avrebbe fatto? Sì, aveva qualcheduno che l’aiutava nei campi e anche un fittavolo che la ripagava con un po’ di raccolto e servigi, ma non era la stessa cosa.

“Se tuo padre fosse vivo morirebbe di crepacuore. L’unica figlia femmina che se ne va. Non ne hai bisogno! Lui era un commerciante come il nonno, il bisnonno era uno speziale e pure un saggio, tutti correvano da lui per consigli e aiuto. Sai cosa c’è scritto sulla tomba? Uomo savio e amato, il paese in suo ricordo. La nostra famiglia è sempre stata riverita. Durante la guerra abbiamo sfamato mezzo paese. Ti vuoi mischiare con le altre poveracce che scappano per fame? Sei da marito e invece, guarda lì, piena di grilli per la testa. Cosa devo fare con te? Per i tuoi diciotto anni darò una festa. Inviterò tutti i migliori giovani della zona.”
“Ma quali? Li fai fabbricare? Sono rimasti solo i pezzenti. E i miei fratelli allora? Perché non li hai fermati?”.
Il broncio di Marianna contagiò tutti, Tullio, i lavoranti, i vicini. Non mangiava quasi più e passava ore e ore sdraiata sul letto.
“Ho capito Marianna, vuoi proprio andartene. Contavo tanto sul tuo aiuto, ma pazienza”, le disse inaspettatamente un paio di settimane dopo. “Però non se ne parla di seguire le tue amiche. Chiederò un aiuto a Settimo e a sua moglie Iside. Loro sono lassù da un po’. Non proprio nel barsan, ma vicino, in Brianza. Sono come gente di famiglia, i suoi lavoravano per il nonno. Non mi diranno di no. Sei così giovane e il mondo è cattivo, pieno di pericoli. Vedrai, ti troverai bene, ti daranno una mano e io mi sentirò più tranquilla”.

Parla sempre male dei poveracci e mi affida a Settimo e Iside. Lui un brutto ceffo, un mezzadro senza arte né parte, viveva in quella catapecchia in mezzo ai boschi, è fuggito per via della miseria che lo divorava. Lei povera, ma benfatta e scaltra, poteva senz’altro pretendere di meglio, ma l’amore… si sa, è cieco. Piuttosto che rimanere qui, va bene lo stesso. Bisogna saper accontentarsi. Addio amiche! Adesso non vedo l’ora di partire. Ancora pochi mesi e sarò in Altitalia. Il sogno si avvera! Lavorerò giorno e notte fino a mettere su un’attività, un negozio tutto mio, magari di porcellane, come i nonni, così la mamma sarà contenta e, in poco tempo, si trasferirà da me. Felicità!

“Su, ragazze, su! Sveglia! Il sole è già alto, non perdiamo tempo! Chi dorme non piglia pesci!”
“Iside, ci lasci dormire ancora dieci minuti… Stanotte faceva caldo. La stalla era piena di mosche e zanzare. Ci siamo addormentate che era quasi l’alba”, risponde Marianna.
“Su fannullone, il lavoro non può aspettare! Settimo è già sul carro! Oggi il giro è lungo, ci sono tante cascine che aspettano le nostre maglie! E tu Marianna, fai la brava, sennò ti rispedisco da tua madre!”
Le ragazze, assonnate e spettinate, passano dalla stalla alla cucina “dei padroni”, uno stanzone con la stufa a legna che funziona anche d’estate e un tavolone dove, all’ora di cena, si riunisce la famiglia insieme alle lavoranti. Bevono il caffè fatto con i fondi, così lungo che sembra acqua sporca, e raccattano il fagotto della colazione: un pezzo di pane, una fetta di formaggio, una di salame, sottile come un’ostia, e un paio di susine.
Poi Marianna si strofina gli occhi e la faccia sotto il rigagnolo della fontana del cortile e si avvia verso il carro trascinando i piedi avvolti da un paio di sandali con suole e tacchi sempre più sottili. Si mette tra le ceste di biancheria, come le altre, e si lascia cullare dal dondolio del carro, dal rumore degli zoccoli del cavallo e dall’aria tiepida del primo mattino.
Oggi si sente fortunata. Non deve camminare a piedi per strade e viottoli pieni di polvere, fare chilometri e chilometri con le pesanti cavagne sulle braccia o sulla testa. Oggi può anche sfoggiare il capello di paglia per proteggersi dal sole. Settimo si volta e la guarda di sbieco con un sorrisetto viscido sulle labbra che scopre i denti storti e giallastri. È un omuncolo, basso e minuto, con un paio di baffetti radi e incolti. Avrà sì e no una quarantina d’anni. Una mezza tacca, un bifolco che cerca di tirarsi su portando in testa un cappello di feltro nero, sempre il solito, in tutte le stagioni. Dalla giacca a righe, sgualcita e troppo larga, spunta la catena argentata di un orologio appuntato al panciotto. La moglie, i capelli raccolti in uno chignon con delle grandi forcine di plastica marrone, indossa un grembiule scuro smanicato sopra il vestito di cotone chiaro. Ha cinque marmocchi, tutti maschi, le mancano tre o quattro denti davanti e dimostra almeno dieci anni in più della sua età.
Settimo ci prova con tutte le ragazze che gli capitano a tiro. Le raggiunge nella stalla dove dormono tra cavalli e mucche e, quando il giro richiede due o tre giorni e Iside è costretta a casa con la prole, dorme in mezzo a loro. Attacca a fare discorsi sconci e cerca di toccarle da tutte le parti. Alcune ragazze ridono come stupide. Marianna invece lo ignora, non lo degna d’uno sguardo e se ne sta zitta. Quando gli si avvicina, perlopiù ubriaco, lo sfida: “Sporcaccione, chi credete d’essere? Sarete il padrone della roba ma non delle lavoranti! Tenete le mani a posto o racconto tutto a vostra moglie. State attento! Quella piglia il bastone e vi fa nero, come la notte che vi ha beccato con la balia.” Settimo si scansa barcollando, va al centro della stanza sotto la luce fioca di una lampada ad acetilene, porta le mani alla patta, lo tira fuori e comincia a menarlo.
Partono risolini. Marianna lo provoca: “Ma non vi vergognate con quel “coso” piccolo e nero? Sembra una gatta pelosa (millepiedi), che schifo!”
“Ah sì? Lo sapevo che sei una poco di buono. Quanti ne hai visti, dì?”
“Quelli dei miei fratelli, al mattino, quando entravo in camera per svegliarli e rifare i letti. Loro li hanno lunghi così e bei ritti!”, reagisce Marianna indicando la misura con una mano sull’avambraccio.
Settimo si ritira in un cantuccio.
Al mattino le ragazze lo cercano per svegliarlo, sembra un fagotto gettato a terra. Ma quando qualcuna ci sta, allora non lo si trova. Se l’è portata fuori, in un campo oppure in una locanda, la stessa dove hanno cenato la sera prima.

Non mi aspettavo una vita così dura, infiniti chilometri sotto il sole o in mezzo alla nebbia, camminare tutti i giorni anche quando piove e nevica, con delle scarpe che ormai si aprono sul davanti. Li riparo, ma il giorno dopo si spaccano di nuovo. Il lavoro è tanto ma si guadagna poco. Devo trovare una soluzione e mettermi in proprio. Ci sono clienti affezionate, mi chiamano “terrona” ma mi aspettano con il caffè e una fetta di torta. A volte lo bevo seduta con loro, sotto i portici, fa parte del mestiere. Alcune sono curiose, mi domandano del mio paese, del mio dialetto, di quello che vedo e succede nei dintorni, altre mi raccontano le loro storie con i mariti, le liti con le cognate, gli aborti, gli innamoramenti, le gelosie. Mi sembra di essere un prete: loro si confessano e io li ascolto. Ci sono clienti che hanno figlie da marito. Ah, se potessi mettermi in proprio! Con tutte quelle doti, farei un mucchio di soldi! Ormai è quasi un anno che girovago per cascine e dormo in stalle e fienili, non mi ricordo un letto come si deve, mi sembra di essere una zingara, anzi peggio! Almeno a casa avevo il fiume e d’estate, quando l’umidità appiccicava la pelle, era facile lavarsi. Qua dobbiamo fare a turni nel mastello. Ce ne sono soltanto due e siamo una decina. A casa c’era anche il gabinetto a portata di mano. Ah se fossi brava come la mamma! In piedi, con le gambe divaricate, la pipì scende e si forma il rigagnolo che la terra assorbe subito. Come farà a non sporcarsi le gambe? A stare senza mutande? No, non ritorno al paese. Che figuraccia! Devo farcela! Fra un paio di domeniche l’Adalgisa mi porta a una festa da ballo da suo zio Egidio, anche lui delle mie parti. Ha fatto fortuna, è ricco e fa il giro con una Topolino familiare. Anche sua moglie, Liliana, è motorizzata. Un giorno l’ho vista in bicicletta, una cesta davanti sul manubrio, una dietro la sella, sul portapacchi issato sul parafango, una gran signora, ben vestita, una camicetta bianca dentro la gonna a pieghe, un paio di sandali neri con il cinturino sul davanti, degli orecchini che sembrano di corallo e i capelli ondulati dal ferro della pettinatrice. Beata lei! Non come la Iside, rovinata a furia di stare con quel brutto ceffo di Settimo. Erano degli straccioni morti di fame, con poco sale in zucca, e tali sono rimasti. Con tutte quelle bocche da sfamare!

“Ciao Marianna, come va? Ti voglio presentare un bel giovanotto, uno dei nostri, i suoi abitano a pochi chilometri da voi, cioè, da tua mamma. Si chiama Guglielmo”, fa la signora Liliana durante la festa da ballo.
Marianna arrossisce. “Gesù! Sono mesi che non mi taglio i cappelli. Speriamo non veda il rammendo sulla gonna! Come starò con il rossetto dell’Adalgisa?”
Davanti a lei un ragazzone alto e snello, lineamenti fini, un ciuffo di ricci castano chiaro, occhi verdi striati di marrone, come lo stagno di casa sua. La fissa. Indossa una camiciola azzurra, pantaloni color sabbia e scarpe di cuoio lustrissime. L’orchestrina attacca una mazurca.
“Balli?” chiede Guglielmo.
Un paio di settimane dopo, una sera a tavola, dopo il giro, Marianna si congeda da Settimo.
Iside strilla che non può piantarli in asso dall’oggi al domani e minaccia di non pagarle le tre settimane del mese. Lei ride a crepapelle, si rivolge alle ragazze, le invita alla festa di matrimonio con Guglielmo, tra un mese, raccoglie i quattro abiti nella valigia di cartone e sbatte la porta tra i pianti dei marmocchi agitati dalle imprecazioni della madre.
Più tardi confida all’Adalgisa:
“Domenica siamo andati ai baracconi, una zingara mi ha letto la mano, mi ha detto che avrò due figli e una casa grande con due balconi!”

Ce l’ho fatta! Adesso sono “padrona”. Finalmente un paio di scarpe comode e gli occhiali da sole. Ma voglio anche il mio giro. Guglielmo ha il suo, con la bicicletta, se lo tenga. Io continuerò con le mie vecchie clienti, non mi ci vuole niente a soffiarle a Settimo, quell’ubriacone donnaiolo senza cervello. Mi prenderò una carretta con due grandi ruote e sopra la biancheria ci metterò un telo cerato per ripararla dal sole e dalla pioggia e la spingerò con i due manici. Sarà facile, meglio di prima, che portavo tutto indosso. Le barsane che tirano la carretta, sono tutte “padrone” e, quando le incontravo, le invidiavo. Non potrei mai andare in bicicletta, non sono pratica e mi fa paura. È pericolosa. Così, con un giro per uno, il guadagno raddoppia. Comprerò la roba dai grossisti di Guglielmo e tutte le sere segnerò il ricavo e le spese su un bloc-notes. Voglio fare sul serio! Così quando in agosto ritorno dalla mamma sarà contenta, anche i miei fratelli, e tutto il borgo mi stimerà!

Marianna ha lasciato i due bambini alla vicina. È Carnevale e le scuole sono chiuse. La grande ha già compiuto dieci anni ma non se la sente di lasciarli soli e il giro non può aspettare. Le clienti sono sempre più numerose. Le cascine vicine al paese sono state ormai abbandonate dagli ambulanti e lei è rimasta sola a tirare la carretta. Hanno tutti la motoretta o la macchina e fanno giri lunghi e lontani. A Marianna il suo lavoro piace, conosce un sacco di persone, di donne, con alcune è diventata amica, e sono così in confidenza che le fa persino le rate.
“Smettila di ammazzarti, con quella carretta! Hai passato i trent’anni, diventi curva se continui così. Molla tutto e fai il giro senza carretta, soltanto per recuperare i puffi di quello che hai dato a credito. Se proprio vuoi, prendi gli ordini grossi, una dote o roba del genere, e li consegniamo insieme con il furgone, la sera oppure la domenica. Ma basta girare per una sottoveste o un paio di mutande! È più la fatica che il guadagno. Meglio mettere su un negozietto, che te ne pare? Ho un amico che me lo affitterebbe per poco.”
Tutte le sere Guglielmo le fa la predica.

Già, lui ormai fa i mercati! Ha i posti fissi, va in giro con il furgone della Volkswagen, si sente arrivato. Non si ricorda nemmeno più l’inverno di due anni fa, quando il mal di schiena l’ha inchiodato nel letto per più di un mese! Che spavento! Il massaggiatore veniva tutti i giorni a casa e costava un occhio della testa! Se non c’ero io con la mia carretta, si faceva la fame, si faceva. Ma gli uomini sono così, egoisti. Egoisti e smemorati. Non capisce che mi diverto a lavorare. Mi piace chiacchierare sotto i portici delle cascine. Conosco tutto di tutti: vita, morte e miracoli! Mi vogliono bene e mi regalano ciliegie, uova, verdura fresca dell’orto. A casa mi annoio, e di certo anche in un negozio, tutta sola ad aspettare che qualcuno entri. L’unica cosa che mi fa venire il magone è che ormai i bambini si vergognano di me. Soprattutto lei, la grande, ormai è una signorina. L’altro giorno, stava passeggiando con le amichette, e quando mi ha visto spuntare sulla strada di casa si è girata e ha cambiato direzione. Crede che non me ne sono accorta. Ma lo so bene, si vergogna di me perché tiro la carretta!

“Guglielmo, guarda quel povar fiol!”
“Chi?” risponde Guglielmo un po’ sordo mentre, appoggiato al bastone, controlla le albicocche sull’albero.
Quel povar fiol là. Quel chi porta do sacchi sulla spallia! Ma sei orbo? Non lo vedi? È carico come un somaro, porta due borse di plastica che strisciano per terra, cammina tutto curvo!”, strilla seccata Marianna mentre chiude il libro e si aggiusta gli occhiali attaccati a una catena di perline colorate. È seduta su una sdraio, nel giardino davanti alla villetta in sasso, di fianco alla casa che era di sua madre, ora dei fratelli. Da qualche anno, passa gran parte dell’estate qui, con Guglielmo. L’età l’ha leggermente irrobustita, ma il viso è rimasto tale e quale, l’espressione addolcita e le rughe le donano un aspetto signorile.
Si alza e insiste: “Quand quel povar fiol i passa davanti al cancel, fermal! Gli offro qualcosa da bere. Te capì?”
Ma famm al piaser! Non vedi che è un marocchino? Non vorret confondarta, comprare quelle porcherie che vende? Famm al piaser!” si ringalluzzisce Guglielmo.
“Che vita! Non la auguro neanche ai cani. Vergognati! L’è un povar fiol!”, risponde Marianna con voce velata socchiudendo gli occhi.
Atze’ ridicla! Fa quello che vuoi! Ma lasma astar!”
“Buongiorno signora, non ho venduto niente oggi, signora”, e un bel sorriso bianco si allarga sulla faccia del ragazzo.
“Da dove vieni?”
“Da Casablanca.”
“Mi spiace, non ho bisogno di niente, se vuoi ti posso dare dell’acqua.”
“Grazie nonna, ma non ho sete, ho bevuto alla fontana, grazie, compra qualcosa dai, ho due
bambini, devono mangiare”.
“Due bambini? Ma quanti anni hai?”
“Ventidue, ma i bambini sono al mio paese, mando i soldi.”
“Mi dispiace, non posso mica mantenere tutti, se vuoi posso darti qualche albicocca dell’albero.”
“No, grazie, compra qualcosa, dai, per i bambini.”
“Su non insistere, non ho bisogno di niente, ciao.”
Tu guarda questo impertinente, rifiuta da bere e da mangiare, già due bambini così giovane, mah… chissà se è vero, per me caccia balle, vuole soltanto impietosirmi… hai capito? vuole soldi, altro che le albicocche dell’albero… io, quando tiravo la caretta e mi offrivano frutta e verdura, la prendevo, altroché… mi accontentavo, mica facevo la schizzinosa… questi invece, vengono qui, e pretendono, noi ci siamo sudati tutto, nessuno ci ha regalato niente, altroché… che vita abbiamo fatto… non la auguro neanche a un cane… ha ragione Guglielmo, se ne stiano al loro paese…

Rita Barbieri è nata in Lunigiana, ha vissuto in Brianza fino a 25 anni, poi a Milano. Ha frequentato il Liceo Artistico di Brera e Scienza Politiche alla Statale. Femminista, impegnata da giovanissima nelle lotte per la parità di genere e i diritti civili, ha militato nel sindacato del movimento dei consigli, con ruoli direttivi nella Fiom e nella Cgil, quindi candidata al Parlamento Europeo nelle liste del PCI del 1984. Da anni è consigliera nel Municipio 6 del Comune di Milano, per 5 anni con la carica di Presidente della Commissione Cultura e da 3 con quella di Assessora al Welfare e Coesione Sociale, Diritti, Educazione Civica e Politiche di Genere. Appassionata lettrice, ha sempre coltivato l’amore per l’arte, la letteratura, i viaggi, la fotografia, la lingua spagnola.

Al cinema: Un valzer tra gli scaffali, Il corriere – The mule, Green book, Domani è un altro giorno.

UN VALZER TRA GLI SCAFFALI


Film drammatico

Regia di Thomas Stuber,

Interpreti: Sandra Hueller, Franz Rogowski, Peter Kurth

Berenice dice: musica e poesia tra gli scaffali di un iper-mercato (post-unificazione tedesca)

Christian è un ragazzotto silenzioso, timido e introverso. Che abbia avuto qualche problema lo intuiamo subito, dal suo sguardo, l’aria triste, le riflessioni che accompagnano l’intera pellicola. E, infatti, narrato in prima persona (tratto da un racconto di Clemens Meyer, che ne ha curato anche la sceneggiatura) il film si dipana tra gli scaffali di un ex ditta di trasporti convertita in iper-mercato nel bel mezzo della provincia della Germania Est. Tra casse, muletti, rifiuti, surgelati Christian passa le sue giornate, una uguale all’altra, entra con il buio ed esce che è di nuovo buio, senza il tempo per fare null’altro che lavorare. E mentre impara ad usare il muletto, spostare casse, eliminare i rifiuti, ne conosce anche i segreti. Questo grazie a Bruno, addetto al reparto bevande, che lo accompagna ovunque e rivela ogni segreto di quell’oscuro mondo, a Marion addetta ai dolciumi e della quale il ragazzo si innamora follemente e a tutti gli altri colleghi, ciascuno con un pezzo di vita, esperienza, verità, uniti come una famiglia. Christian si lascia avvolgere da questo nuovo mondo, senza mai smettere di osservare, riflettere, assorbire ogni dettaglio. E sono proprio i dettagli, le luci, le immagini, le inquadrature (spesso di spalle) a essere al centro del film, scanditi con cura, prendendosi tutto il tempo che serve, lasciando che lo spettatore li assapori. Il regista tedesco riesce a mostrarci una realtà quasi sconosciuta, dietro gli scaffali, tra gli addetti, dentro i magazzini. Lo fa con una grazia e una delicatezza che diventano quasi poesia.

Giudizio: ****

IL CORRIERE – THE MULE


Film basato sulla storia vera di Leo Sharp

Diretto e interpretato da Clint Eastwood

Altri interpreti: Alison Eastwood, Bradley Cooper, Taissa Farmiga

Berenice dice: quando è solo il tempo a mancare

A quasi novant’anni, appassionato floricoltore che ha dedicato la vita a un fiore che vive solo un giorno, Earl si trova senza casa, senza soldi e praticamente senza famiglia. O, meglio, una famiglia l’avrebbe ma, avendola trascurata per un’intera esistenza, moglie, figlia e per certi versi anche la giovane nipote non ne vogliono più sapere di lui. Così, quasi per caso, senza saperlo (né volerlo sapere) Earl si ritroverà a fare da corriere per un cartello messicano. Con la sua aria fragile e innocente, il passo incerto, il fare spigoloso e irriverente, la lingua tagliente e una certa ironia si farà beffe della Dea, della polizia e anche dei grandi capi del cartello. Lo seguiremo consegna dopo consegna, per le strade del Midwest, alla guida del suo pick-up, libero, leggero, tra una canzone, una sosta e l’altra, senza perdersi il miglior arrosto di maiale, farsi un panino, salutare un’amica. Un Clint Eastwood alla soglia dei novant’anni presta il suo fisico stanco, consumato dagli anni, il suo sguardo acuto e ancora limpido, l’ironia e l’irriverenza che lo caratterizzano a un personaggio che gli somiglia anche più di Walt Kowalsky in Gran Torino. Ancora più libero e irriverente, si prenderà gioco del politically correct, di un anti-razzismo peloso, delle storture di un sistema che lascia senza casa chi ha dedicato tutta la vita a fare il bravo cittadino. Meno riuscita invece proprio la parte sulla famiglia, un po’ ripiegata, senza quella lucidità e distacco cui ci ha abituati, quasi che – anche sullo schermo – si riflettesse una mancanza di scioltezza, prevalesse una certa goffaggine, un che di maldestro che (immaginiamo) sia stato anche della vita privata del regista. Il lavoro prima (e meglio) dei rapporti famigliari. Ma a Earl, come a Eastwood, la vera cosa che manca è il tempo, ‘Ho comprato tutto nella vita, solo il tempo non posso comprare’ fa dire al suo protagonista Eastwood, e sembra quasi un testamento.

Giudizio: ****

GREEN BOOK

Commedia drammatica

Regia: Peter Farrelly

Interpreti: Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini

Berenice dice: viaggio dentro i nostri stessi pregiudizi

Tony è un buttafuori nato e cresciuto nel Bronx, ama mangiare, menare le mani e parlare senza peli sulla lingua. Ha però una grande abilità: sa sistemare ogni cosa, anche la più complicata. Sarà perfetto per Shirley un pianista di grande talento, colto, raffinato e ricchissimo, che si è messo in testa di fare un tour negli Stati del Sud. Solo che sono gli anni ’60, Shirley è afro-americano e la segregazione razziale, specie nel Sud del Paese, non è ancora superata. Avrà quindi un gran bisogno di essere tolto dai guai, anche perché non mancherà di mettercisi lui stesso. In uno strano equilibrio tra diffidenza, curiosità, insofferenza saranno proprio questi due straordinari personaggi l’asse portante del film. In un continuo confronto, battute, provocazioni ma anche gesti gentili, consigli, aiuti, piano piano la distanza si attenuerà, capiranno che non sono poi così lontani. Mentre noi assieme a loro attraverseremo l’America profonda razzista, che celebra un grande pianista ma poi non lo accoglie alla propria tavola, non lo vuole nei suoi alberghi, nei propri bagni. Ed è proprio sui pregiudizi, la segregazione, che il regista costruisce l’intero film, ribaltando ruoli, prendendosi gioco di stereotipi, generalizzazioni, preconcetti, mentalità ottuse, mischiando in continuazione le carte. Sfiora a tratti il film di buoni sentimenti ma li combatte con grandi dosi di ironia e con l’aiuto di un personaggio straordinario, tratteggiato con maestria ed interpretato da un Viggo Mortensen in un ruolo inconsueto in cui riesce a dare il meglio di sé. Un film per il grande pubblico ma condotto con sapienza e grande ironia, ottima sceneggiatura, dialoghi eccellenti e due attori straordinari.

Giudizio: ***

DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO


Commedia

Regia: Simone Spada

Interpreti: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Anna Ferzetti, Andrea Arcangeli

Berenice dice: quando guadagnare tempo non basta più

Giuliano ha l’aria scanzonata di chi ha passato la vita con leggerezza, prendendo quello che c’era da prendere, senza soffermarcisi troppo. Solo che arriva a fermarlo qualcosa che non dà scampo. Ma lui sceglie di non lasciarsi sopraffare, di decidere lui della sua vita e della sua morte. E davanti a questa decisione avrà bisogno di chi gli è più vicino. Arriverà Tommaso, l’amico di una vita, lontano da anni, pacato e riflessivo, l’opposto di Giuliano, esuberante, diretto e impulsivo. Sarà proprio questo contrasto, il continuo contrapporsi, l’amicizia di un tempo, qualche rimprovero a riempire i quattro giorni che i due avranno a disposizione. Dovranno occuparsi di mille cose, anche pratiche (la scelta della bara, la nuova famiglia per il cane Teo, il compleanno del figlio), ma soprattutto dovranno cercare di convincersi, di convincere l’altro. Lo faranno quasi senza parole, con semplici gesti, sguardi, tanti silenzi. Un remake del film ispanico Truman, non aggiunge molto alla storia ma ripropone un argomento che non smette di farci interrogare, e ha il pregio di farlo con due attori – amici anche nella vita – che mettono del loro, parecchio. Simpatia, umanità, spontaneità, con i loro volti, i loro sguardi, le pieghe del viso sanno regalare al film qualcosa di autentico.

Giudizio: ***

Al cinema: La favorita, L’uomo dal cuore di ferro, Ben is back, Van Gogh

  

LA FAVORITA
Film drammatico
Regia di Yorgos Lanthimos
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz
Dieci candidature agli Oscar
Olivia Colman premiata ai Golden Globes

Berenice dice: intrighi di corte declinati al femminile

Inghilterra XVIII secolo, alla corte della Regina Anna, due donne intelligenti e abili si contendono i favori di una regina, stanca, viziata, capricciosa, segnata dalla vita. Lady Sarah, forte e scaltra nobildonna, già favorita della Regina e capace d’influenzarne la politica, manipolarla, dettare ogni decisione strategica, imporre scelte invise ai sudditi, non si fermerà davanti a nulla e, benché donna, userà ogni strumento di pressione, con uomini e donne indifferentemente, inclusa la Regina. E la bella e apparentemente ingenua Abigaile, dama caduta in disgrazia, nonché cugina di Sarah, con strumenti più sottili, modi gentili e aria indifesa, farà anche lei di tutto per ottenere ciò che vuole. Con un ritmo incalzante, immagini suggestive – deformate da un grande uso del grandangolo – dialoghi taglienti, scenografia curatissima, un tocco di barocco e qualche scivolata nel grottesco, il regista ci offre un interessante spaccato del mondo di Corte e dei suoi retroscena, in un continuo susseguirsi di astuzie, trabocchetti, cattiverie, intrighi, favoritismi, cadute e disgrazie. Ottimo inizio, buona tenuta fino a un certo punto, poi qualcosa si allenta. Come se il confronto tra le due donne fosse la vera forza del film, quando una la spunta anche il film sembra perdere qualcosa. Peccat

Giudizio: ***

 

L’UOMO DAL CUORE DI FERRO
Adattamento dell’omonimo romanzo di Laurent Binet
Incentrato sull’Operazione Anthropoid, che portò all’assassinio del leader nazista Reinhard Heydrich
Regia: Cédric Jimenez
Interpreti: Rosamund Pike, Jason Clarke, Jacl O’Con

Berenice dice: inarrestabile ascesa e improvvisa fine di un boia

HHhH, il cervello di Himmler, messo proprio da lui a capo dell’Intelligence delle SS, assegnato poi da Hitler all’alto Protettorato di Boemia e Moravia, è uno dei principali fautori della soluzione finale, soprannominato ‘il Macellaio di Praga’. Un uomo mediocre, spietato, senza nessuna umanità, congedato dall’esercito con disonore, che si unisce alle fila del partito per volere della moglie, portando a compimento con particolare impegno e una certa solerzia il disegno dei nazisti. Sempre freddo, distaccato, lucidissimo, calcolatore. Seguiremo la sua rapida ascesa e al contempo il crescere della sua spietatezza. Poi, a metà film, il registro cambierà, ci staccheremo dalla sua storia per seguire quella di due ragazzotti, pieni di ideali e buona volontà, che sacrificheranno la loro vita per la libertà del loro Paese. In equilibrio non proprio perfetto tra l’ascesa di un boia e l’organizzazione clandestina della sua morte, successo e fine che si approssimano più alto l’apice della carriera dell’uomo, più vicina sarà la sua fine. Ispirato al romanzo di Laurent Binet, sull’attentato a Reinhard Heydrich, il regista si prende qualche libertà e resta un po’ in superficie (trascurando alcune storie e personaggi di non poco interesse), senza soffermarsi troppo su questioni di rilievo (delazione, rischio di rappresaglie, etc), ne esce un film che si avvicina al biopic, grandi mezzi, ottima interpretazione (in particolare di Jason Clarke e Rosamund Pike nei panni di Heydrich e della moglie), forse un po’ patinato, a tratti enfatico, ma la prima parte merita davvero.

Giudizio: ***

 

BEN IS BACK
Film drammatico
Scritto e diretto da Peter Hedge

Berenice dice: la forza di una madre, la debolezza di un figlio, in mezzo un’assurda e feroce dipendenza

E’ Natale e Ben torna a casa. Solo che non tutti ne sono felici, capiamo ben presto che qualcosa non va.
Ben si sta disintossicando, è ‘pulito’ da 77 giorni, troppo pochi dice il suo ‘sponsor’, è ancora troppo fragile, vulnerabile, rischia di ricaderci. Lo pensano anche il suo patrigno, la sorella e forse la madre che però non si arrende e lotta con tutte le sue forze per dimostrare al marito, alla figlia, a Ben – e anche a se stessa – che il ragazzo può farcela. Sarà proprio questo duo madre-figlio a monopolizzare l’intero film, li seguiremo prima per i negozi, i grandi magazzini, i centri di sostegno, la Chiesa della cittadina, poi nelle sue strade, i bassifondi, le miserie. Scopriremo piano piano quanto in basso era arrivato il ragazzo, quanto a fondo può portare una dipendenza. ‘Non ti fidare di me’ urla il ragazzo alla madre, ‘tu non mi conosci’ le dice, ma la donna non vuole sentire, non può accettare di non fidarsi del figlio, di non conoscerlo più.
Ed è proprio il ruolo della madre, interpretato da una Julia Roberts – ancora una volta calata con tutta se stessa nella parte – l’essenza del film, la sua forza e intensità ma anche il suo limite. Ben scritto, ben interpretato ma lontano dal capolavoro.

Giudizio: ***

 

VAN GOGH – Sulla soglia dell’eternità
Film drammatico
Regia di Julian Schnabel, pittore celebre negli anni Ottanta
Interprete: Willelm Dafoe, Rupert Friend
Premi: miglior interpretazione di Willelm Dafoe al Festival di Venezia

Berenice dice: dono e dannazione di un talento smisurato

Van Gogh nei suoi ultimi anni, lontano da Parigi, da tutto e tutti. Isolato, incompreso e incomprensibile (anche a se stesso) è immerso nella natura, nei suoi colori, profumi, varietà, inebriato dalla sua incontenibile forza, continua sorpresa, infiniti spunti, radici che diventano vermi, serpenti colorati, alberi che si gonfiano a dismisura, quasi sotto i nostri occhi, colori così vivi e forti da diventare protagonisti.
Solo un altro pittore poteva farci entrare così bene nella vita, la testa, le sensazioni di un grande della pittura. Il regista Julian Schnabel non aggiunge nulla a quanto già sapevamo di Van Gogh, ma ci fa vedere quello che vedeva il grande pittore, rotolare assieme a lui nell’erba, sentire la forza esplosiva della natura, del vento, dei suoi accecanti colori. Ci accompagna dentro il suo tormento, i dubbi, la sofferenza di una vita dominata e resa schiava da un immenso talento. Talento al quale non si può sottrarre, capace di segnare una vita intera, che permette di vedere ciò che gli altri non vedono, sentire in modo diverso, prima e più di loro, e per ‘quelli che verranno’.
Con il viso scarno e segnato, lo sguardo perso, il corpo consumato di uno straordinario Dafoe, in un film intenso sull’arte, il talento, il dono, il regista riesce nel suo intento, restituendo con grande forza il tormento di un uomo geniale e dannato.

Giudizio: ***

I figli dell’astronauta

di Lorenzo Pedrazzi

Jeremy Geddes, Astronauta

I figli dell’astronauta non riuscivano a dormire. «Sono le 23 passate» disse la sorella maggiore al fratellino insonne, che le aveva appena chiesto l’ora. Restarono sdraiati sul letto con gli occhi sbarrati nella luce lunare, che filtrava dalla finestra e spandeva un alone grigio sulle coperte, sulle pantofole riverse per terra e sugli scaffali, dove libri e quaderni erano schierati insieme a piccoli robot, animali di peluche e camioncini. Una volta, l’astronauta aveva detto che alla luce della Luna si poteva persino leggere il giornale, era come vedere in bianco e nero. La sorella maggiore e il fratellino si guardarono intorno e scoprirono che era vero: bastava stringere un po’ le palpebre, e i titoli dei libri apparivano chiari ma incolori, come se un vampiro li avesse resi esangui. Seguirono a ritroso il cammino della luce e scorsero la Luna in cielo, solo leggermente venata dalle fronde dell’albero che sorgeva in cortile. Cavalcando quella radiazione, l’astronauta stava tornando a casa.
Aveva insegnato loro a distinguere i velivoli sperimentali dagli UFO, le sonde meteorologiche dai satelliti, le costellazioni vere da quelle di sua invenzione, che disegnava nel cielo con dita affusolate. Ma, d’altra parte, ogni costellazione era solo il frutto della fantasia umana: un tentativo illusorio di dare ordine e significato alla volta celeste. Così diceva l’astronauta. La sorella maggiore e il fratellino ascoltavano le sue storie con rapimento infantile, come fiabe: il cosmo era la loro casa di marzapane, Einstein e Von Braun i loro Hansel e Gretel. Riascoltarono la voce dell’astronauta nelle loro teste, e si addormentarono con le piccole mani che si cercavano a vicenda, fuori dalle coperte.
Al mattino, la Luna era sparita. Senza il suo bagliore argenteo da seguire, i bambini si chiesero quale strada avrebbe percorso l’astronauta. La televisione dava notizie del ritorno, e diceva che il viaggio stava procedendo senza alcun disagio. Forse la Luna aveva tracciato un sentiero di luce solo per l’astronauta e la sua piccola navicella, accompagnandone il tragitto fino all’abbraccio materno del pianeta Terra. I bambini avevano un numero da chiamare per tenersi in contatto con la base, e persone che li aggiornavano con sorrisi rassicuranti… ma come si può stare tranquilli quando il proprio genitore galleggia nel vuoto dentro un guscio di alluminio? Pensarono all’astronauta che sfrecciava nello spazio, alla modesta navicella come unica protezione dal freddo, e rabbrividirono.
Tennero il telefono in grembo e la televisione accesa per tutta il giorno, finché il crepuscolo non calò sui loro volti angustiati. L’astronauta li aveva istruiti a riconoscere Venere dopo il tramonto, così ne osservarono il fulgore biancastro mentre la sera consumava il pomeriggio, domandandosi se anche l’astronauta avesse modo di vederlo. Presto il Vespero si confuse con le stelle, pulsanti e ben più lontane. Quando finalmente arrivò la mezzanotte, in televisione comparvero le immagini di un oceano lontano, dove il sole era ancora alto. Un puntino solcava il cielo azzurro, facendosi sempre più grande man mano che si avvicinava. Emise un guizzo di fiamma nell’atmosfera terrestre, dipingendo nuove costellazioni alla luce del giorno, tanto brillanti quanto effimere. La sorella maggiore e il fratellino si strinsero, tremanti, immaginando l’astronauta dentro una palla di fuoco, i lunghi capelli che si scioglievano in una chioma lucente, il corpo irrigidito in attesa dell’impatto.
Quando il portellone si aprì, videro una madre che aveva ancora gli occhi pieni di stelle.


Lorenzo Pedrazzi è nato nel 1984 a Milano, dove si è laureato in Scienze 
dei Beni Culturali e Scienze dello Spettacolo. Scrive per ScreenWEEK, 
Filmidee e Doppiozero, ma ha collaborato anche con Itinera, Players e Rivista Studio; è inoltre fra gli autori del podcast Destini Incrociati. 
Diversi suoi racconti sono apparsi in varie antologie e riviste letterarie. 

Al cinema: La douleur, Il mio capolavoro, Vice – L’uomo nell’ombra, Una notte di 12 anni.

LA DOULEUR
Film drammatico di guerra
Tratto dal romanzo “Il dolore” di Marguerite Duras
Regia: Emmanuel Finkiel
Interpreti: Mélanie Thierry, Benoit Magimel, Benjamin Biolay

Berenice dice: l’agonia di un’attesa senza fine
Parigi ’44, lo scrittore Robert Antelme, esponente di rilievo nella Resistenza francese, viene arrestato. La moglie, Marguerite Duras, lo cerca, angosciata vuole sue notizie, sapere dov’è, quando tornerà, se tornerà. Lo attenderà inutilmente per mesi. Di quei mesi d’attesa, incertezza, sofferenza, speranza, disperazione la Duras scriverà un diario che poi diventerà romanzo e ora – con qualche libertà d’adattamento – film, Assieme alla Duras, alle sue parole, all’immagine del bel viso diafano di Mélanie Thierry, entreremo nel suo dolore che è quello di ‘tutte le donne, di tutti i tempi’. Donne che aspettano i loro uomini, i loro figli, contro ogni speranza, ogni logica, ogni ragione. E sono proprio la disperazione, la perdita di lucidità, lo sdoppiamento, che ci mostra, con particolare grazia ed eleganza, il regista. Elementi che diventano anche visivi, offrendo qualcosa a un testo che pur restando più adatto alla lettura che alla visione, risulta un’interessante testimonianza di quei giorni, della Parigi occupata e poi liberata, di una
guerra che ‘non smette di smettere’, dei giorni del ritorno, dei silenzi, della scoperta dell’indicibile. Nasce la voglia di riprendere quelle pagine, leggerle di nuovo, con in mente ancora le immagini che il film ha saputo donarci.
Giudizio: ***

IL MIO CAPOLAVORO
Thriller – commedia
Regia: Gaston Duprat
Interpreti: Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio.

Berenice dice: un’amicizia lunga una vita
Alfredo e Renzo sono amici da una vita. Gallerista elegante e senza scrupoli il primo, pittore ormai in declino il secondo. Arturo cerca in ogni modo di conciliare il temperamento burbero e scontroso dell’amico con le esigenze del mondo dell’arte contemporanea e del suo pubblico, legati più all’apparenza, le mode, il denaro, che al vero talento. Logiche che Renzo non tollera e fa di tutto per contrastare, per la disperazione dell’amico. Fino a che un incidente improvviso cambierà per sempre le cose, per i due amici e le sorti delle opere del grande Renzo.
Senza lo spessore e la profondità del Il cittadino illustre Duprat affronta in chiave ironica un tema a lui caro, l’arte e il mercato dell’arte, con tutte le loro storture. Ne esce una commedia gradevole, divertente, a tratti prevedibile, ma condotta con garbo fino alla fine. C’è un momento in cui vira verso qualcosa di diverso e più profondo per tornare poi alla commedia, perdendo forse un’occasione. Non un capolavoro, avrebbe potuto mantenere la virata e condurre altrove, la mano sicura e la sceneggiatura solida – così
come una fotografia esemplare – lo avrebbero permesso, ma il regista ha scelto e voluto diversamente.
Giudizio: ***

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA
Commedia drammatica
Regia: Adam McKay
Interpreti: Christian Bale, Sam Rockwell, Amy Adams

Berenice dice: l’inquietante potere di un uomo tranquillo
Un uomo tranquillo, silenzioso, senza particolari qualità, destinato a diventare un fallito. Non fosse per una moglie ambiziosa che pretende da lui ciò che i tempi non le permettono (ancora) di ottenere. E così, per amor suo, Cheney si darà da fare, scalando a uno a uno gli scalini del potere fino a raggiungere il più alto. Sempre nell’ombra, senza mai spiccare, rimanendo in quel cono dove la luce non arriva e non illumina e tutto si può fare. Basta cambiare i nomi, infiocchettare, negare, re-interpretare, infilarsi negli spazi lasciati liberi e soprattutto circondarsi di validi e scaltri collaboratori. Con il suo stile originale, tagliente e ironico Adam Mc Kay confeziona la biografia di un uomo di potere offrendo, al contempo, una fotografia di quasi mezzo secolo di storia della maggiore potenza del mondo, vista dal di dentro. Non ha il ritmo, lo smalto e la forza de La grande scommessa, ma ne mantiene il taglio e anche il tono, ne esce un film interessante, originale, a tratti divertente – non fosse che è tutto vero – che con efficacia e ironia ci fa tornare a quel recente passato con un occhio più smaliziato, offrendoci le coordinate per comprendere meglio anche il nostro presente. Contribuiscono non poco alla riuscita del film un Christian Bale perfetto per la parte, che interpreta Cheney come fosse un grande orso – enorme e apparentemente mansueto – e una Amy Adams non da meno, nei panni dell’ambiziosa Lynne, assieme a un cast di eccezione, scelto con particolare cura. Azzeccatissimo Sam Rockwell nei panni di Bush-figlio.
Giudizio: ***

UNA NOTTE DI 12 ANNI
Film di denuncia
Regia: Álvaro Brechner
Interpreti: Antonio De La Torre, Chino Darín

Berenice: la forza di resistere a un’interminabile notte, senza senso, senza speranza, senza umanità
Uruguay 1972, nove Tupamaros vengono arrestati, interrogati, torturati e poi rinchiusi. Un anno dopo verranno prelevati all’improvviso, picchiati, di nuovo torturati, messi in isolamento e tenuti come ostaggi per dodici anni. Seguiremo tre dei nove reclusi cella dopo cella, sempre più buie, piccole, scomode. Da soli, senza poter parlare, senza poter vedere nessuno, assetati di parole, gesti, cenni, briciole di umanità. Staremo anche noi chiusi là dentro per oltre due ore, odiando quelle carceri, la sporcizia, il buio, i soprusi, le costrizioni cui sono condannati i tre, soffrendo la mancanza di luce, colori, vita. Ma poi sarà con loro che gioiremo per uno squarcio di luce, uno scorcio di verde, che ci sembrerà di respirare quell’aria, pura, leggera, fresca, di vedere colline, campi, di sguazzare nell’acqua. Un film non facile, faticoso, che mette a prova lo spettatore come sono stati messi (a dura) prova i suoi protagonisti, ma se si ha la pazienza di arrivare in fondo si capirà che era l’unico modo per farci gioire, sentire anche solo in minima parte quanto hanno provato i tre nel ritrovare le piccole cose che ci sembrano scontate (carta, penna, un libro, un raggio di luce) e poi – quando neppure si riesce più a sperarlo – la libertà, la propria vita.
Giudizio: ***

Quando Clara diventò donna

di Marianna Guida

Quando meno se lo aspettava, cioè nella pienezza dell’infanzia, Clara si trovò tutte le mutandine imbrattate di sangue. Fissò con aria incredula la macchia filiforme che, tutta allungata, le sembrò la sagoma di un mago allampanato. Stringendo gli occhi riuscì addirittura a intravedere la presenza della bacchetta nella mano destra. Un po’ storta, in verità, ma la visione d’insieme era proprio quella. Sforzarsi di vedere un’immagine là dove in realtà c’era solo una macchia era sempre stata una sua inclinazione. “Scendi sulla terra, Clara”, la ammoniva sua madre, e con quella frase, buttata lì tutte le volte in cui sorprendeva la figlia a fissare un po’ troppo a lungo gli oggetti, sembrava voler agguantare un lembo della giacca della bambina e agganciarlo da qualche parte come un guinzaglio. Clara trasformava spesso gli oggetti in principesse dalle lunghe chiome, in animali dalle intenzioni non sempre benevole, in re e regine assisi sui loro troni. Con tutti questi personaggi Clara provava a parlare, stabilendo i tempi di un dialogo le cui battute affioravano sulle sue labbra come una piccola e muta preghiera. Quando vide la macchia si spaventò perché il sangue, quella sostanza appiccicaticcia che tratteneva ancora il calore del corpo da cui proveniva, lo aveva sempre associato a cadute e conseguenti sbucciature sulle ginocchia. Sentendo il pianto arrivare alla gola, che deglutiva a fatica, alla punta del naso e agli occhi, fino a un attimo prima distratti, ora invece trafitti da mille spilli, pensò anche questa volta di essere caduta. E come tutte le volte che cascava, sentì risuonare dentro la testa le parole della mamma: “Clara, tu sì troppo distratta!”

Era un rimprovero e a lei non piacevano le critiche, soprattutto quando venivano dalla mamma. Anche quel giorno sentì affiorare il magone e lo ricacciò dentro. Spesso si chiedeva dove fossero andati a cacciarsi tutti questi pianti trattenuti. Qualche volta li immaginava come bolle di sapone che, riempite dell’aria da lei insufflata nel cerchietto, luccicavano alla luce del sole e prendevano tante forme strane. Poi volavano, chissà dove.

Eppure non ricordava, quel pomeriggio, di essere caduta, unica spiegazione alla sagoma impressa sulla mutandina. Era finito qualcosa lì dentro? Non sapeva che nome dare a quella cosa lì, in famiglia mai nessuno l’aveva nominata. Era un buco? Una piccola cavernetta? Lei non aveva mai pensato potesse avere una qualche altra funzione se non quella di far passare il getto caldo della pipì. Si stupì, quindi, di quello che accadeva fra le sue gambe. E strillò così forte da richiamare suo fratello, che si trovava nell’angolo opposto della casa. Lei allungò un braccio fuori della porta, lo agguantò cacciandolo dentro. “Sono malata grave, perdo sangue”, disse a Gianluca. Lui la guardò sbigottito, ugualmente ignaro della natura dello strano fenomeno. “Aspetta, chiamo mamma” aggiunse, cercando di dissimulare il panico per non far spaventare la sorella minore. Quando la madre arrivò, cacciò il figlio Gianluca in malo modo. La sua presenza le sembrava incoerente con una situazione che doveva gestire da sola con la figlia. Le parole che doveva dirle le si spensero però immediatamente sulle labbra, fino a diventare un indistinto biascichio. Era un fenomeno normale. Non si trattava di una malattia, provò a rassicurarla. “Però non lo dire a nessuno. Non ne parlare né con tuo padre né con tuo fratello. Stai zitta con le compagne perché queste sono cose private. Parlane solo con me.”

Aprì poi il mobiletto bianco e un po’ spartano accostato alla parete del bagno e le piazzò in mano un pannolino. Alla bambina sembrò impossibile poter portare fra le gambe un pezzo di ovatta così grande che, ne fu certa appena lo tenne fra le mani, l’avrebbe impacciata e rallentata nei movimenti. Ma il pensiero più terribile era che il pannolino sarebbe stato visibile a chiunque e il suo segreto smascherato. Cosa poi fosse quel sangue, che continuò a sentir scendere per tutto il pomeriggio, lo ignorava. Continuò a pensare che dentro di lei qualche organo si fosse rotto per sempre. Magari però non era un organo tanto importante, altrimenti perché la mamma non si era preccupata e non le aveva dato qualche farmaco per arrestare il flusso di sangue?

Da quel giorno cominciò la sua messainscena: fingeva in casa, dove nascondeva il suo stato ai familiari, fingeva a scuola, dove l’ampio grembiule riusciva a mimetizzare bene il rilievo dell’immondo pannolino, fingeva perfino con le amiche più strette, a cui niente rivelò di quanto le era successo. Rimase profondamente afflitta e stupita quando si rese conto, il mese dopo, che il fenomeno si stava ripetendo, lei che invece si era convinta si fosse trattato di una manifestazione episodica. Le sembrò che da quel momento la vita sarebbe stata soltanto una continua montatura. A scuola, durante i cambi d’ora rimaneva spesso seduta nel banchetto che le era stato destinato dalla maestra, in seconda fila. Tutte le compagne si alzavano per reagire alla forzata immobilità cui erano state costrette, incuranti di poter rilasciare quel sangue che invece teneva lei inchiodata alla sedia. A metà degli anni Settanta non erano molte le fonti cui una bambina poteva attingere per documentarsi e capire cosa le stesse succedendo. Si stupì, poi, del fatto che il  famoso pannolino  avesse  anche un suo nome ben preciso. Quell’affare, infatti, si chiamava assorbente. Passati alcuni mesi, la madre gliene fornì di più piccoli, allineati dentro pacchi blu sulla cui plastica era stampato un merletto assai simile ai centrini che decoravano la casa. Quel disegno suggeriva una specie di consuetudine domestica, una normalità alla quale Clara continuò a sentirsi estranea. Erano più piccoli, ma lei aveva comunque la sensazione che la loro sagoma fosse chiaramente intuibile sotto i pantaloni. Temeva molto il momento in cui sarebbe stata smascherata, sapeva che le compagne l’avrebbero accusata di avere taciuto su una questione importante, una faccenda che le riguardava tutte. Lei però non riusciva a considerarlo un fatto di donne: era piuttosto una malattia vergognosa che l’aveva colpita.

Passato un anno, la situazione non era molto cambiata. Ora frequentava la scuola media ma tutto quello che avveniva in classe le risultava ugualmente estraneo. Le altre ragazzine continuavano i loro giochi nonostante si muovessero nei loro grembiuli neri con l’urgenza nervosa degli avvoltoi. Anche loro forse presagivano la fine dei giochi? Forse per questo ci si buttavano con una fitta di ansia che rendeva le loro voci più acute del normale e i loro movimenti impacciati come quelli di un soldato intrappolato dentro un’armatura.

Durante quell’anno i suoi organi interni compivano la loro trasformazione silenziosa, mentre lei continuava a stare ferma al banchetto di scuola, gelosa custode del suo segreto. Le compagne si addensavano tutte attorno a un banco per raccontarsi i loro segreti, ridendo dei primi sguardi dei ragazzi più grandi. Gli organi riproduttivi, quelli delle donne, per intenderci, continuavano la loro opera nascosta anche mentre lei, tornata a casa, guardava le bambole con cui volentieri avrebbe giocato ancora. Erano tutte allineate sulla mensola del corridoio, ognuna col suo vestitino di un cotone un po’ rigido che il tempo aveva contribuito a scolorire. Erano rimaste nella stessa posizione in cui le aveva lasciate il pomeriggio in cui era apparso il mago di sangue sulle sue mutandine. Quando percorreva il corridoio sentiva il loro sguardo poggiarsi sulla sua schiena. Quella che sentiva gravare sulle spalle, lo capiva bene, non era una qualsiasi occhiata insistente, quello era un richiamo, l’invito a continuare le storie di mamme e figlie lasciate a languire in attesa di un finale. Avvertiva altri richiami oltre quello delle bambole, appelli e segnali che si manifestavano in una pressione insolita nella pancia o nel cuore, che prendeva un ritmo capriccioso e martellante quando vedeva passare ragazzi un po’ più grandi di lei per la strada o nei corridoi della scuola.

Alla fine della prima media non ne potè più. Si alzò dal banchetto dal quale non ricordava di essersi mai sollevata e si avvicinò alle compagne riunite nel solito angolo dell’aula. La prima volta si limitò ad ascoltarle, fissando con intensità ogni moto dei loro visi, ogni sopracciglio alzato alla ricerca di un chiarimento, ogni labbro sollevato in un atteggiamento di biasimo verso qualcuno, ogni sorriso che si apriva in un’improvvisa risata. Imparò in fretta, mettendosi davanti allo specchio e mimando ogni moto facciale delle compagne. Quando finalmente si decise a parlare, le compagne si girarono nella sua direzione profondamente meravigliate. Fino ad allora avevano ignorato la compagna immobile nel suo banco. Parlò del film che la sera prima i genitori non le avevano permesso di vedere. Loro pretendevano che andasse a letto presto. Cercò di immaginare cosa fosse successo dopo le prime sequenze, le uniche che era riuscita a vedere e si inventò la storia, provando una sensazione di tepore mista a autocompiacimento: la fantasia appena attivata era un sipario che si apriva alle scene che si sarebbero dispiegate di lì a un momento. Nei giorni seguenti, inventò storie ancora più artificiose e articolate, ricche di dettagli fantasiosi, sempre modulate sugli intrecci di film di cui aveva visto solo le sequenze iniziali. Mentre narrava, dimenticava la tristezza buia di quegli ultimi mesi, le infinite volte in cui era rimasta saldamente ancorata al banco nel timore che quel maledetto sangue avrebbe superato il confine dell’assorbente. Assorbente, cioè carta assorbente, spugna, ovatta, impregnate di quella roba rossa che ne penetrava i vari strati senza mai arrestarsi. Arrivò il giorno in cui le ragazzine ascoltarono anche quella storia, cioè il racconto di Clara che, da un momento all’altro, aveva avuto le sue regole senza che nessuno le avesse spiegato cosa stava succedendo. Solo a quel punto qualcuna ammise essere successo anche a lei. Anche a lei la mamma aveva detto: “Statt zitt, so cos ‘e femmene”. Nessuna sapeva precisamente cosa stesse avvenendo dentro la fessura. A Clara, come ad altre, era stato ordinato di non toccare le piante in quei giorni. Già era strano che questo flusso venisse chiamato regole – come se dentro ci fosse un specie di ordine misterioso –, ma che addirittura non si potessero neanche sfiorare le foglie, beh, questo era davvero troppo! Cosa sarebbe successo se Clara avesse sfiorato quella piantina grassa che mamma teneva nell’ingresso, e di cui quasi aveva dimenticato l’esistenza? Clara non voleva toccarla ma un giorno sfiorò da parte a parte, per sbaglio, il dorso vellutato della foglia più grande con l’indice. La pianta, nelle ore successive, non si mosse: se ne rimase al suo posto, indifferente al delitto. E non appassì. Fu il segno. Non tutto quanto le era stato detto o vietato aveva un fondamento. Il mondo degli adulti non era infallibile. Cominciò un anno strano.

In seconda media arrivò una professoressa di lettere che incuteva nelle ragazze un certo timore. Era molto alta e la sua imponente statura contribuiva a creare un’immediata sospettosità fatta di diffidenza e cautela. La prima volta che entrò nell’aula indossava una mantella marrone che la faceva sembrare ancora più alta, le scarpe di vernice dal tacco molto basso contribuivano a cucirle addosso un’aria senza tempo. Alla professoressa Rizzitelli questa iniziale ritrosia faceva piacere, perché le assicurava l’attenzione degli alunni, senza dover fare gli sforzi che toccavano a molte delle sue colleghe in classi di periferia come la sua, dove i ragazzi erano naturalmente maldisposti verso gli insegnanti. Lei sfruttava questo vantaggio ben sapendo che la sua altezza, unita al naso aquilino e a tutto un atteggimento che teneva l’interlocutore in soggezione, poteva giocare in suo favore. Quando entrò in quell’aula della scuola Salvo d’Acquisto, giocò d’astuzia. Lesse alle ragazze le pagine iniziali del Diario di Anna Frank appoggiandosi alla cattedra, man mano che il suo stesso tremore (di cui nessuno si accorgeva) si allentava fino a diventare una specie di onda calda sulla schiena, e poi disse: “Ragazze, adesso tocca a voi”. Prese dalla capace borsa che aveva poggiato sulla cattedra dei cartoncini di colori diversi e li distribuì a ognuna di loro: “Adesso voi siete come Anna Frank, che descriveva ogni minimo fatto che le succedeva e lo raccontava. A se stessa”. Disse loro di scrivere di ricordi, pensieri e desideri così come affioravano nella loro testa. Ognuna di loro si buttò a capofitto nella scrittura e anche Clara scrisse. Scrisse fino a farsi dolere il polso, tanto era il desiderio di raccontare la storia del mago con la bacchetta che mago non era, la storia della mamma che le parlava delle regole senza dirle che non erano delle leggi. Parlò della volta in cui le aveva sfidate, quelle regole, di come alla pianta non fosse successo nulla, e di tutte le volte in cui aveva evitato di guardare l’abbozzo di seno che stava crescendo e che le impediva di giocare come in passato con le bambole. Di cosa avrebbe potuto parlare ormai con loro? Quali storie avrebbe potuto raccontare per catturare l’interesse delle pupattole allineate sulla mensola?

A Clara piacque ciò che stava succedendo in quell’aula, avvertì che da ogni banco si stava sprigionando un’energia che mai avrebbe ritenuto possibile dentro la scuola. Tante volte le era successo di rimanere imbambolata a fissare la grigia parete che aveva di fronte, senza nutrire alcun interesse per le spiegazioni che i vari insegnanti andavano facendo. Sentiva, anzi, un’oscura avversione per le conoscenze che le venivano imposte, mentre la sua mente sentiva invece l’esigenza di vagare altrove per trovare la spiegazione a tutto quello che le stava succedendo. La nuova professoressa aveva intercettato questo bisogno e diede spesso alle sue ragazze l’opportunità di soddisfarlo. Clara continuò a scrivere anche nei mesi successivi, quando ormai tutte le compagne l’avevano raggiunta con le loro prime mestruazioni e lei non era più sola a vivere un’esperienza del genere. Ma il mistero sulle cose del sesso si protrasse. Lei continuò a ignorare da quale organo rotto uscisse tutto quel sangue e accettò senza farsi troppe domande la prima frettolosa e maliziosa spiegazione dell’atto sessuale fornita dalla compagna più vivace della classe: “Ma davvero non sapete come funziona?”, esclamò, prima di addentrarsi in alcuni incomprensibili aspetti meccanici. L’arcano e barocco disegno dell’apparato genitale femminile rimase, appunto, solo un disegno, di cui Clara e le altre mai verificarono la congruenza con il loro. La fessura rimase un luogo remoto di cui nessun adulto era disposo a parlare. Lei, la fessura, esisteva solo nel linguaggio crudo ed esplicito di alcuni ragazzi, esisteva nel suo sangue mensile, puntuale come un orologio, esisteva nel dolore mestruale che nessuna camomilla riusciva a lenire, o quando si chiedeva con aria smarrita e ansiosa se ci si era macchiate alla compagna che si trovava nei paraggi. Solo alcuni anni dopo Clara capì che quel flusso di sangue misterioso non era un evento inspiegabile di cui vergognarsi, ma una faccenda di donne. Di cui sarebbe bastato parlare un po’ di più per sentirsi meno sole.

Marianna Guida insegna Lettere in un liceo di Napoli. Ha collaborato alla rivista “Didattica della Storia” e si occupa di scrittura creativa. Recentemente ha pubblicato una raccolta di racconti.

Al cinema: Cold War, Il gioco delle coppie, La donna elettrica e Colette.

COLD WAR

Film drammatico
Palma d’oro per la miglior regia al Festival di Cannes
Regia: Pawel Pawlinowski j
Interpreti: Joanna Kulig, Tomasz Kot

Berenice dice: l’amore ai tempi della Guerra Fredda

Polonia, fine anni ’40. Wiktor è incaricato di mettere in piedi una compagnia di canti e danze popolari, simbolo della coesione nazionale. Percorre in lungo e in largo il Paese in cerca di giovani talenti. Quando incrocia Zula, ancor prima del talento ne coglie il temperamento e la vuole a tutti i costi nella compagnia.
Nascerà tra loro un fortissimo amore, li seguiremo nel loro unirsi, separarsi, ricongiungersi, in un continuo prendere e lasciarsi attraverso gli anni, i Paesi (Polonia, Francia, Jugoslavia, di nuovo Francia, di nuovo Polonia), le difficoltà, le incomprensioni. Sullo sfondo un Paese da ricostruire, l’influenza sovietica, la Guerra fredda, la Cortina di Ferro, sapientemente lasciati sullo sfondo, senza mai farne dei protagonisti, riuscendo a restituirne alla perfezione, atmosfere, clima e contraddizioni. Incantevole la prima parte meno riuscita la seconda; complesso, contraddittorio, interessante il personaggio di Zula, meno indagato, meno riuscito lui. Con grandi pennellate, un bianco e nero che
assieme alla musica diventa parte della storia, dopo Ida, premio Oscar come miglior film in lingua straniera, Pawlikowski ci regala un altro film intenso, forte, coinvolgente, che come una melodia ci lega a sé dall’inizio alla fine senza neppure che ce ne accorgiamo o ne comprendiamo il motivo.
Giudizio: ****

Il GIOCO delle COPPIE

Film drammatico
Regia: Olivier Assayas
Interpreti: Juliette Binoche, Guillaume Canet

Berenice dice: le sorti dell’editoria nel XXI secolo in un lungo monologo vestito da dialogo. Artificioso.

Alain è un editore moderno e all’avanguardia, aperto alle nuove idee, tendenze, tecnologie ma allo stesso tempo legato all’editoria tradizionale. Combattuto tra le due continua a parlarne con la moglie, l’amante, gli amici, l’azionista di riferimento, lo scrittore un tempo di successo che però ora non vorrebbe più pubblicare, o chiunque capiti. Léonard è lo scrittore che scrive sempre la stessa storia, la sua. Selena è la moglie di Alain che teme il marito la tradisca mentre lei stessa lo tradisce con il suo ex-marito, che è anche lo scrittore non più di successo, a sua volta sposato con Valérie, nervosissima assistente di un politico di grido. Le coppie ci sono (tante) ma più che giocare parlano di continuo, discettazioni più che dialoghi i loro, non fanno altro che snocciolare dati, informazioni, percentuali, tendenze, anche interessanti ma si ha l’impressione leggano i risultati di una lunghissima indagine di mercato (appena
scaricata da internet?). Mangiano, bevono, s’incontrano, fanno sesso, ma sembra tutto un espediente per far dire loro quello che il regista ha una grande (troppa) urgenza di farci sapere. Ben girato, ben interpretato, dialoghi ben scritti ma suona tutto un po’ falso, artefatto, posticcio; i rari momenti autentici sono quelli tra lo scrittore e l’amante e, sul finale, tra lui e la moglie, e sono infatti quelli meno dialogati, in cui si dimentica ciò che il regista vuole tanto farci sapere e ci si abbandona ai personaggi e alla loro storia. Troppo pochi purtroppo. Giudizio: **

LA DONNA ELETTRICA

Anticommedia della contemporaneità
Regia: Benedikt Erlingsson
Interpreti: Halldora Geirharos, Johann Siguroarson

Berenice dice: spunto interessante, si perde un po’ nello sviluppo per riprendersi verso la fine

Più che elettrica è quasi esplosiva la cinquantenne islandese che dietro le sembianze di una tranquilla direttrice di coro dedita alla meditazione, cela una sabotatrice convinta. Con una grinta e una determinazione che le leggiamo in viso sin dalle prime immagini, Halle porterà a compimento il suo progetto, salvare la propria terra sabotando l’industria siderurgica del Paese poco sensibile alle istanze ecologiste. Il governo indagherà, aiutato da americani, israeliani e tecnologia. Ma un esercito, droni ed elicotteri, non potranno avere la meglio sulla determinazione della donna (e i suoi pochi e poveri mezzi). Prendendosi gioco dei servizi segreti, intelligence internazionale, stampa e un certo catastrofismo gridato, il regista islandese confeziona un film non perfetto (specie nella parte centrale che si sfilaccia un po’) ma di certo non convenzionale: con una grande protagonista che è la forza del film assieme a un paesaggio incantevole, a tratti quasi lunare, da amare, abbracciare, annusare come fa la sua protagonista.
Giudizio: ***

COLETTE

Film sulla grande scrittrice francese Colette
Regia: Wash Westmoreland
Interpreti: Keira Knightley, Eleanor Tomlinson, Dominic West

Berenice: ritratto sbiadito e deludente di un’artista

Gabrielle Sidonie Colette è una ragazza della piccola borghesia di campagna, intelligente, acuta e piena di talento. Conosce Willy, uno scrittore e scaltro imprenditore letterario, se ne innamora e lo sposa. Inizierà la sua vita parigina di moglie e poi d’artista. Difficile all’inizio, nel complicato adattarsi a un ambiente non suo e a un uomo non poi amabile come credeva, più stimolante ed interessante in seguito quanto più Colette prenderà coscienza di sé. Vedremo il suo accostarsi, a forza, alla scrittura ma anche i progressi, l’evoluzione, la crescita, gli insegnamenti del marito, il suo spronarla, forgiarla, sfruttarla, i loro litigi, i tradimenti, le gelosie, le ripicche.
Tutto qui. Il regista si accontenta di questo rimanendo in superficie, appiattendosi su un rapporto più complicato e complesso di quanto riesca a rappresentare, non riuscendo a rendere nulla della Colette che abbiamo conosciuto e ammirato. Complice una Keira Knightley che rimane algida, distaccata, senza riuscire ad entrare davvero nel personaggio e restituirne lo spessore, la forza e la genialità. Spicca invece un Dominic West perfetto nella parte che, nonostante l’odioso personaggio che gli è stato cucito addosso, riesce a farsi amare (molto più della Colette ombrosa e fragile dipinta da Wash Westmoreland). Rimane un film in costume un po’ patinato, molto curato, dalle belle immagini, splendidi costumi e magnifici interni, pochissimo altro. Bell’involucro, poca sostanza.
Giudizio: **