Al cinema: Cold War, Il gioco delle coppie, La donna elettrica e Colette.

COLD WAR

Film drammatico
Palma d’oro per la miglior regia al Festival di Cannes
Regia: Pawel Pawlinowski j
Interpreti: Joanna Kulig, Tomasz Kot

Berenice dice: l’amore ai tempi della Guerra Fredda

Polonia, fine anni ’40. Wiktor è incaricato di mettere in piedi una compagnia di canti e danze popolari, simbolo della coesione nazionale. Percorre in lungo e in largo il Paese in cerca di giovani talenti. Quando incrocia Zula, ancor prima del talento ne coglie il temperamento e la vuole a tutti i costi nella compagnia.
Nascerà tra loro un fortissimo amore, li seguiremo nel loro unirsi, separarsi, ricongiungersi, in un continuo prendere e lasciarsi attraverso gli anni, i Paesi (Polonia, Francia, Jugoslavia, di nuovo Francia, di nuovo Polonia), le difficoltà, le incomprensioni. Sullo sfondo un Paese da ricostruire, l’influenza sovietica, la Guerra fredda, la Cortina di Ferro, sapientemente lasciati sullo sfondo, senza mai farne dei protagonisti, riuscendo a restituirne alla perfezione, atmosfere, clima e contraddizioni. Incantevole la prima parte meno riuscita la seconda; complesso, contraddittorio, interessante il personaggio di Zula, meno indagato, meno riuscito lui. Con grandi pennellate, un bianco e nero che
assieme alla musica diventa parte della storia, dopo Ida, premio Oscar come miglior film in lingua straniera, Pawlikowski ci regala un altro film intenso, forte, coinvolgente, che come una melodia ci lega a sé dall’inizio alla fine senza neppure che ce ne accorgiamo o ne comprendiamo il motivo.
Giudizio: ****

Il GIOCO delle COPPIE

Film drammatico
Regia: Olivier Assayas
Interpreti: Juliette Binoche, Guillaume Canet

Berenice dice: le sorti dell’editoria nel XXI secolo in un lungo monologo vestito da dialogo. Artificioso.

Alain è un editore moderno e all’avanguardia, aperto alle nuove idee, tendenze, tecnologie ma allo stesso tempo legato all’editoria tradizionale. Combattuto tra le due continua a parlarne con la moglie, l’amante, gli amici, l’azionista di riferimento, lo scrittore un tempo di successo che però ora non vorrebbe più pubblicare, o chiunque capiti. Léonard è lo scrittore che scrive sempre la stessa storia, la sua. Selena è la moglie di Alain che teme il marito la tradisca mentre lei stessa lo tradisce con il suo ex-marito, che è anche lo scrittore non più di successo, a sua volta sposato con Valérie, nervosissima assistente di un politico di grido. Le coppie ci sono (tante) ma più che giocare parlano di continuo, discettazioni più che dialoghi i loro, non fanno altro che snocciolare dati, informazioni, percentuali, tendenze, anche interessanti ma si ha l’impressione leggano i risultati di una lunghissima indagine di mercato (appena
scaricata da internet?). Mangiano, bevono, s’incontrano, fanno sesso, ma sembra tutto un espediente per far dire loro quello che il regista ha una grande (troppa) urgenza di farci sapere. Ben girato, ben interpretato, dialoghi ben scritti ma suona tutto un po’ falso, artefatto, posticcio; i rari momenti autentici sono quelli tra lo scrittore e l’amante e, sul finale, tra lui e la moglie, e sono infatti quelli meno dialogati, in cui si dimentica ciò che il regista vuole tanto farci sapere e ci si abbandona ai personaggi e alla loro storia. Troppo pochi purtroppo. Giudizio: **

LA DONNA ELETTRICA

Anticommedia della contemporaneità
Regia: Benedikt Erlingsson
Interpreti: Halldora Geirharos, Johann Siguroarson

Berenice dice: spunto interessante, si perde un po’ nello sviluppo per riprendersi verso la fine

Più che elettrica è quasi esplosiva la cinquantenne islandese che dietro le sembianze di una tranquilla direttrice di coro dedita alla meditazione, cela una sabotatrice convinta. Con una grinta e una determinazione che le leggiamo in viso sin dalle prime immagini, Halle porterà a compimento il suo progetto, salvare la propria terra sabotando l’industria siderurgica del Paese poco sensibile alle istanze ecologiste. Il governo indagherà, aiutato da americani, israeliani e tecnologia. Ma un esercito, droni ed elicotteri, non potranno avere la meglio sulla determinazione della donna (e i suoi pochi e poveri mezzi). Prendendosi gioco dei servizi segreti, intelligence internazionale, stampa e un certo catastrofismo gridato, il regista islandese confeziona un film non perfetto (specie nella parte centrale che si sfilaccia un po’) ma di certo non convenzionale: con una grande protagonista che è la forza del film assieme a un paesaggio incantevole, a tratti quasi lunare, da amare, abbracciare, annusare come fa la sua protagonista.
Giudizio: ***

COLETTE

Film sulla grande scrittrice francese Colette
Regia: Wash Westmoreland
Interpreti: Keira Knightley, Eleanor Tomlinson, Dominic West

Berenice: ritratto sbiadito e deludente di un’artista

Gabrielle Sidonie Colette è una ragazza della piccola borghesia di campagna, intelligente, acuta e piena di talento. Conosce Willy, uno scrittore e scaltro imprenditore letterario, se ne innamora e lo sposa. Inizierà la sua vita parigina di moglie e poi d’artista. Difficile all’inizio, nel complicato adattarsi a un ambiente non suo e a un uomo non poi amabile come credeva, più stimolante ed interessante in seguito quanto più Colette prenderà coscienza di sé. Vedremo il suo accostarsi, a forza, alla scrittura ma anche i progressi, l’evoluzione, la crescita, gli insegnamenti del marito, il suo spronarla, forgiarla, sfruttarla, i loro litigi, i tradimenti, le gelosie, le ripicche.
Tutto qui. Il regista si accontenta di questo rimanendo in superficie, appiattendosi su un rapporto più complicato e complesso di quanto riesca a rappresentare, non riuscendo a rendere nulla della Colette che abbiamo conosciuto e ammirato. Complice una Keira Knightley che rimane algida, distaccata, senza riuscire ad entrare davvero nel personaggio e restituirne lo spessore, la forza e la genialità. Spicca invece un Dominic West perfetto nella parte che, nonostante l’odioso personaggio che gli è stato cucito addosso, riesce a farsi amare (molto più della Colette ombrosa e fragile dipinta da Wash Westmoreland). Rimane un film in costume un po’ patinato, molto curato, dalle belle immagini, splendidi costumi e magnifici interni, pochissimo altro. Bell’involucro, poca sostanza.
Giudizio: **

Corso base di scrittura creativa 2019

Si può seguire il corso online (da tutta Italia), oppure in libreria dal vivo, a Milano

Libreria Popolare
Via Tadino 18, Milano
Inizio: martedì 26 febbraio 2019
Durata della singola lezione: h 18.15 – 20

Insegnanti:

Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Giorgio Fontana, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

Argomenti:

  • Cos’è la struttura, esempi di riferimento per l’oggi.
  • Davvero il verbo al passato remoto resta il tempo per eccellenza della narrativa?
  • Come movimentare i piani narrativi.
  • Le scansioni (scena, episodio, dialogo, soliloquio, …).
  • Rompere le regole: Joyce, Proust, Céline.
  • Punti a favore e punti di debolezza da risolvere per chi sceglie l’io narrante.
  • Narrare in terza persona per contenere l’eccesso di autobiografismo?
  • Il dialogo nei romanzi di Elena Ferrante.
  • Come rendere il pensiero dei personaggi.
  • Quando la ripetizione ci vuole e quando risulta stucchevole.
  • L’uso degli aggettivi.
  • Il rapporto tra i personaggi e lo spazio (far capire quando ne sopraggiunge un altro, chi c’è nella stanza, raccontare un luogo affollato, festa, cerimonia, eccetera).
  • Come accorpare il testo, secondo quali criteri, e quali spaziature utilizzare.

Profilo degli insegnanti:

Matteo B. Bianchi: Scrittore, autore di numerosi romanzi, tra cui Generations of love, Fermati tanto così, Esperimenti di felicità provvisoria (tutti Baldini & Castoldi), Apocalisse a domicilio, Sotto anestesia, Maria accanto. Ha partecipato alla trasmissione Dispenser di Radio 2 RAI, ed è stato coautore della trasmissione Very Victoria (MTV). È autore della commedia teatrale Bigodini.

Maurizio Cucchi: Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito da La traversata di Milano. Molte le raccolte di poesie: Paradossalmente e con affanno (Einaudi), Il disperso, Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.

Giorgio Fontana: Scrittore, pubblica con Sellerio Per legge superiore, Morte di un uomo felice (Premio Campiello 2014), Un solo paradiso. Il suo romanzo d’esordio, Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori), è seguito da Novalis (Marsilio). Con il reportage narrativo sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia (Terre di Mezzo) è finalista al Premio Tondelli 2009. Nel 2011 pubblica per Zona il saggio La velocità del buio. Autore di articoli e saggi su “Il manifesto”, “Lo Straniero”, “Opendemocracy.net”, “Il primo amore”, “Berfrois”, “El Aleph”, “Wired”. Dal 2005 al 2010 è condirettore del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”.

Bruna Miorelli: Giornalista culturale a Radio Popolare Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due (tutte la Tartaruga edizioni). Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri (Oscar Mondadori), e Ciao Bella (Lupetti). Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere (Zelig). Ha tenuto rubriche di recensioni letterarie per le riviste “Cuore” e “Linus”.

Marta Morazzoni: Autrice di romanzi e racconti. Nel 2018 ha ottenuto il Premio Campiello alla Carriera, nel 1997 il Premio Campiello per Il caso Courrier (Longanesi). Tra i suoi lavori di narrativa: La ragazza col turbante, Casa Materna, L’estuario, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe (tutti Longanesi), La città del desiderio, Amsterdam (Guanda), Una nota segreta (Longanesi), Il fuoco di Jeanne (Guanda).

Mauro Novelli: Docente di Letteratura italiana all’Università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Suoi Il verismo in maschera, Il ponte vecchio, Divora il tuo cuore (Il Saggiatore). Ha collaborato alle riviste “Linea d’ombra”, “Tirature”, “Nuova antologia”, “Diario”. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.

Alessandro Robecchi: Scrittore, giornalista, autore di testi televisivi. È diventato autore di bestseller con la serie di gialli ambientati a Milano, protagonista Carlo Monterossi. Cinque i titoli, l’ultimo Follia maggiore (tutti Sellerio). Preceduti da Manu Chao. Música y libertad (Sperling & Kupfer) e Piovono pietre (Laterza). Scrive per “il Fatto Quotidiano”. È stato editorialista de “il manifesto”, caporedattore al settimanale satirico “Cuore”, critico musicale per “L’Unità” e ha collaborato al mensile di musica “Il mucchio selvaggio”. È uno degli autori delle trasmissioni di Maurizio Crozza. È stato direttore dei programmi a Radio Popolare, firmando per cinque anni una striscia satirica quotidiana, Piovono Pietre (premio Viareggio per la satira politica 2001).

Gianni Turchetta: Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 20033), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.

Hans Tuzzi: Autore di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto di storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella, Casta diva. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano (Skira).

Corso avanzato di scrittura creativa 2019

Si può seguire il corso online (da tutta Italia), oppure in libreria dal vivo, a Milano


Libreria Jaca Book
Via Frua 11 (entrata all’angolo da via delle Stelline), Milano
Inizio corso: mercoledì 20 febbraio 2019
Durata della singola lezione: h 18.15 – 20

Insegnanti:

Marta Morazzoni, Serena Daniele, Bruna Miorelli, Mauro Novelli, Gianni Turchetta, Sara Sullam, Matteo B. Bianchi, Hans Tuzzi, Mariarosa Bricchi, Giorgio Fontana

 

Argomenti lezioni:

  • Pluralità di voci narranti (non nel romanzo corale): come farle coesistere senza appesantire.
  • Si può riconoscere il proprio stile e imparare a lavorarci per migliorarlo? Utilità di maestri di riferimento
  • La revisione: quando fermarsi, pena un peggioramento del testo.
  • Eliminare il superfluo, il finto ricercato, il manierismo, per dare pienezza alla scrittura.
  • L’uso delle immagini negli scritti (nell’era della civiltà dell’immagine). La contaminazione con altre arti (visive in particolare) per creare più piani di riferimento e concorrere al ritmo e alla forza descrittiva.
  • Fare di un personaggio il motore della storia (“storie di personaggi”, “storie di trama”).
  • Leggere, come leggere, cosa leggere (romanzi, saggi, documenti) per sostenere la propria scrittura.
  • La gestione dei tempi verbali per movimentare la narrazione.
  • Recensioni e interviste: elementi costitutivi essenziali, stile, pubblico di riferimento.
  • Rischi e pregi dell’utilizzo di slang, linguaggi giovanili, dialetti e simili.
  • Rendere vivi i personaggi minori, non facendone delle semplici comparse.
  • Natura particolare delle regole in letteratura.

Profilo degli insegnanti:

Matteo B. Bianchi: Scrittore, autore di numerosi romanzi, tra cui Generations of love, Fermati tanto così, Esperimenti di felicità provvisoria (tutti Baldini & Castoldi), Apocalisse a domicilio, Sotto anestesia, Maria accanto. Ha partecipato alla trasmissione Dispenser di Radio 2 RAI, ed è stato coautore della trasmissione Very Victoria (MTV). È autore della commedia teatrale Bigodini.

Maurizio Cucchi: Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito da La traversata di Milano. Molte le raccolte di poesie: Paradossalmente e con affanno (Einaudi), Il disperso, Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.

Giorgio Fontana: Scrittore, pubblica con Sellerio Per legge superiore, Morte di un uomo felice (Premio Campiello 2014), Un solo paradiso. Il suo romanzo d’esordio, Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori), è seguito da Novalis (Marsilio). Con il reportage narrativo sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia (Terre di Mezzo) è finalista al Premio Tondelli 2009. Nel 2011 pubblica per Zona il saggio La velocità del buio. Autore di articoli e saggi su “Il manifesto”, “Lo Straniero”, “Opendemocracy.net”, “Il primo amore”, “Berfrois”, “El Aleph”, “Wired”. Dal 2005 al 2010 è condirettore del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”.

Bruna Miorelli: Giornalista culturale a Radio Popolare Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due (tutte la Tartaruga edizioni). Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri (Oscar Mondadori), e Ciao Bella (Lupetti). Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere (Zelig). Ha tenuto rubriche di recensioni letterarie per le riviste “Cuore” e “Linus”.

Marta Morazzoni: Autrice di romanzi e racconti. Nel 2018 ha ottenuto il Premio Campiello alla Carriera, nel 1997 il Premio Campiello per Il caso Courrier (Longanesi). Tra i suoi lavori di narrativa: La ragazza col turbante, Casa Materna, L’estuario, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe (tutti Longanesi), La città del desiderio, Amsterdam (Guanda), Una nota segreta (Longanesi), Il fuoco di Jeanne (Guanda).

Mauro Novelli: Docente di Letteratura italiana all’Università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Suoi Il verismo in maschera, Il ponte vecchio, Divora il tuo cuore (Il Saggiatore). Ha collaborato alle riviste “Linea d’ombra”, “Tirature”, “Nuova antologia”, “Diario”. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.

Alessandro Robecchi: Scrittore, giornalista, autore di testi televisivi. È diventato autore di bestseller con la serie di gialli ambientati a Milano, protagonista Carlo Monterossi. Cinque i titoli, l’ultimo Follia maggiore (tutti Sellerio). Preceduti da Manu Chao. Música y libertad (Sperling & Kupfer) e Piovono pietre (Laterza). Scrive per “il Fatto Quotidiano”. È stato editorialista de “il manifesto”, caporedattore al settimanale satirico “Cuore”, critico musicale per “L’Unità” e ha collaborato al mensile di musica “Il mucchio selvaggio”. È uno degli autori delle trasmissioni di Maurizio Crozza. È stato direttore dei programmi a Radio Popolare, firmando per cinque anni una striscia satirica quotidiana, Piovono Pietre (premio Viareggio per la satira politica 2001).

Gianni Turchetta: Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 20033), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.

Hans Tuzzi: Autore di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto di storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella, Casta diva. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano (Skira).

Io e l’altro

 

di Oliviero Picco

Il tuo dominio è la notte quando, complice l’insonnia, la tua voce si sovrappone al ritmo del mio cuore, facendolo accelerare. Ti imponi irrispettosa e inopportuna, mischi lo spazio e il tempo. Pretendi un rapporto intimo, profondo, conflittuale. Io non ne ho voglia. Ho paura di restare solo con te, ma non so come evitarti.
A volte sei preziosa, spesso disumana. Dici che sono meschino, che dovrei ammainare quel grande pronome personale che porto stampato sulla faccia come effige della mia presunzione. Stride come un do di petto stonato.
Ma chi ti credi di essere? Mia madre? Tu non sei nessuno, non esisti, nessuno ti vede, vivi in un mondo di fantasmi ai quali non importa nulla di me. Fattene una ragione.
E anche se fossi mia madre? Il sangue è liquido e non tiene insieme nulla. Solo quando si coagula per sempre, mischiandosi agli ingredienti della morte, prende quella consistenza resinosa che tutt’al più, può servire a incollare i ricordi nella mente. Come quei triangolini neri con cui si attaccano le fotografie sull’album. Ma è una tenuta a scadenza, perché passata l’estate viene l’autunno dei ricordi, come quello delle fotografie che cadono dall’album dopo qualche anno che hai voltato le pagine.
Se non sei nessuno perché allora mi perseguiti e mi spaventi? Perché cerchi di convincermi che il tumore è tornato? Da cosa lo hai capito? Hai bevuto il mio piscio, hai assaggiato la mia merda? Non sei un dottore, eppure ti credo e terrorizzato corro all’ospedale, faccio le analisi. Va tutto bene, stronza. Non ti permettere mai più. Mi hai portato oltre la gialla della Rossa e se tu fossi dotato di arti, demagogico ectoplasma, mi avresti spinto giù.
Perché lo fai? Vuoi che io stia male? Che io muoia? È questo che vuoi veramente oppure gridi al lupo al lupo per imprigionarmi in una quaresima di incertezza, facendomi rimpiangere le mie mature speranze già tachicardiche?
Sei una parassita, qualcos’altro da me, una maledetta metempsicotica che si è infilata nel mio corpo. Vattene una volta per tutte dalle mie viscere.

Dubbi, ancora dubbi. Li fai emergere e non mi aiuti a risolverli.
Quando mio figlio mi dirà che si vuol licenziare per rincorrere un sogno giusto, etico, perfetto ma solo in un mondo perfetto, io non saprò che dire. Mi opporrò sciorinando un’analisi precisa della situazione sociopolitico economica. Lui ne formulerà una opposta, altrettanto plausibile forse un po’ ingenua. Mi guarderà e sembrerà dirmi: perché non sei d’accordo con me? Sei tu che mi hai nutrito così. Ho paura per lui ma sono commosso dalla sua freschezza e mi tapperò la bocca con un grumo di ansia.
È la scelta giusta? Non parli? A volte sei così irritante. Sei un tailleur che pretende di essere buono per tutte le stagioni. Scegli la linea di minor resistenza, quella che ti farà soffrire meno. Il mio tempo e il mio spazio diventano così minuscoli, una bolla d’aria in cui affondo la cannuccia per succhiare l’effimera serenità che mi darà il non aver litigato con lui. Ma durerà qualche settimana, forse un mese e poi?
A proposito di bolle d’aria, hai letto l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico? No? Beh, parla di fine del mondo. Tra quindici anni se non si farà nulla e non si farà nulla, ne sono certo, nelle grandi città non si potrà più respirare e fra trenta la vita sull’intero pianeta comincerà a estinguersi. Ti rendi conto qual è diventato l’arco temporale di riferimento? Solo poche decine di anni. Non ho ancora sufficientemente affinato le mie scelte di vita per affrontare i temi del ventunesimo secolo, ed ecco che mi trovo alle prese con un pensiero primitivo, quello della sopravvivenza.
Guardo tutto con occhi nuovi. Sono nel traffico in coda e penso che quelli dell’ONU hanno ragione, sono in montagna, l’aria sembra buona e mi illudo che esagerano. Poi rifletto che per arrivare in montagna ho fatto la coda nel traffico e l’ONU torna ad aver ragione. In questo tira e molla tu che cosa mi hai suggerito? Di essere felice. Non solo, hai aggiunto che devo fare di tutto perché il processo si acceleri. I tuoi calcoli dimostrerebbero che, se non mi torna il tumore, prospettiva terrificante che mi agiti continuamente davanti agli occhi, più o meno la fine del mondo potrebbe coincidere con la mia morte naturale. Che bello! Nessun rimpianto perché non vi sarà più nulla da rimpiangere, io finirò come tutto.
Come si dice? Se tutti muoiono nessuno muore.
Mi cullo in questa idea poi penso a mia nipote che ha sei mesi e la caccio dalla testa. Nei momenti in cui soffro torno a considerare la tua prospettiva. Che mi importa di mia nipote.
Noo! Non dovevo dirlo, non volevo dirlo, è colpa tua! Che cosa enorme… Che dici? Non è una cosa enorme? Metterla al mondo non è stata una mia decisione? Di piantarla con i sensi di colpa? Del sangue del tuo sangue, eccetera eccetera ne abbiamo già parlato? Ma io le voglio bene! …Eh? …Come? Avrò ancora qualche anno per dimostrarglielo? Hai ragione, voglio convincere mia figlia, ieri femminista oggi sacerdotessa del matrimonio, a vivere in montagna con me dove, in futuro forse, si respirerà ancora. Dalla foto di famiglia mi hai suggerito di cancellare il marito e i consuoceri. Il mio appartamento è di soli tre locali più servizi, cosa possono pretendere?
Con la precisione di un orologiaio svizzero compili il catalogo delle mie contraddizioni, è più voluminoso di quello dell’Ikea. Mi operi al cuore con un cucchiaio, come togliere i semi dalla zucca. Lo sai quanto io sia deprimibile, eppure non mi concedi alcun riguardo.
Per te non esistono i compromessi: o è tutto bianco o è tutto nero. Sei brava, implacabile bastarda, a scovare come una TAC il peccato nel più recondito angolo delle mie fibre.
Provo a tenerti testa a opporre delle attenuanti. Quella che preferisco è: ho tante contraddizioni perché tendo alla perfezione. Mi sbeffeggi e cominci a disfare tutto come disfacessi un puzzle.
Quell’immagine, nonostante le fessure tra una tessera e l’altra dovrebbero suggerirmi un che d’artificiale, rappresenta invece qualche cosa per me, mentre tu la riduci ad una manciata di pezzi insignificanti. Conservo, come macerie di una antica chiesa, ogni singolo frammento perché contiene la sua parte di verità. È il bandolo della matassa.
Sono stanco. Conoscere, sapere e scegliere mi è diventato faticoso. Ricostruire quel puzzle sembra il supplizio di Tantalo.
Basta! Qualunque cosa tu sia dimmi qual è la prospettiva giusta: Io e l’altro, l’altro e io o l’altro io?
No? Nessuna di queste?
Quale allora?
“Xanax”! Una compressa al mattino e una alla sera prima dei pasti.

Oliviero Picco: già responsabile di sviluppo, formazione e gestione del personale per un’area geografica di una banca milanese nonché del welfare aziendale.

Al cinema: Santiago, Italia; Il teatro a lavoro; Tre volti; La prima pietra.

55414SANTIAGO, ITALIA
Documentario di Nanni Moretti

Berenice dice: il Paese che eravamo (e non siamo più)
Cile, inizio anni ’70. La vittoria di Allende, l’entusiasmo, la gioia, le prime difficoltà, il colpo di Stato, la paura, gli arresti. Con immagini di repertorio, interviste, testimonianze, Nanni Moretti ricostruisce il periodo. Operai, imprenditori, artigiani, avvocati, registi, traduttori, giornalisti, protagonisti di quei giorni e di quelli che sono seguiti, ciascuno con un pezzo di storia, con la propria esperienza, racconti, emozioni, ricordi. Ed è con i loro bei visi, pacati, distesi, pieni di umanità – e una dignità che rimane intatta anche quando l’emozione ha il sopravvento – che il regista racconta un pezzo di Storia, del Cile ma anche del nostro Paese. E’ stato infatti proprio l’Italia (la nostra Ambasciata) ad accogliere e dare rifugio prima, ospitare ed offrire un lavoro e un futuro poi, a centinaia e centinaia di cileni. Due popoli così lontani e diversi, eppure in quel frangente così vicini. Il Paese che siamo stati e non siamo più capaci di essere.
Moretti non interviene, non giudica (ma non è imparziale, dice), all’ultimo lascia la parola a uno dei protagonisti e testimoni: ‘l’Italia di oggi, assomiglia sempre più al Cile di allora, non la riconosco più’. E forse non è il solo.
Giudizio: ****

imm

IL TEATRO AL LAVORO
Documentario di Massimiliano Pacifico
Tratto da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques
Interprete: Toni Servillo

Berenice dice: il teatro, gli attori, i testi al lavoro (il teatro visto dal di dentro)
Un Toni Servillo inedito entra e fa entrare nel testo (un testo difficilissimo) giovani attori e aspiranti attori. Partendo da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jacques e le preziose lezioni di Louis Jouvet, insegna cosa è il teatro, cosa sta dietro e dentro il testo, come e quanto può cambiarti. Non solo chi lo scrive ma anche chi lo interpreta e si fa portatore (involontario, come dice Jouvet) di un messaggio, è quel messaggio che chi recita deve trovare e portare allo spettatore. E’ questo il delicato compito dell’attore e lo comprendiamo, più ancora che dalle parole di Servillo – dispensate ai suoi studenti in abbondanza e con una certa ironia, sfiorando a volte un tono, se non saccente, che vi somiglia – dai dilemmi, la crisi, lo sconforto che assalgono chi va in scena quanto più si avvicina alla Prima. Quando si sente appesantito da luci, rumori, gente che va e viene, distrazioni che lo portano lontano, ‘non ci sono’ dice, ‘non mi sopporto, non mi posso sentire’. Ma poi il personaggio arriva, come aveva spiegato ai suoi studenti (e diceva anche Jouvet), ed è un successo e forse anche una liberazione. Il lavoro dell’artista visto da vicino, quello dell’attore complementare a quello dello scrittore, accomunati dallo sforzo, la fatica, il lavoro, l’impegno, la ricerca continua, perché l’arte è talento ma non solo. Questo fa capire a noi come ai suoi studenti Servillo, regalandoci qualcosa che va oltre il documentario e ci accompagnerà nella visione dei prossimi lavori (teatrali o cinematografici che siano).
Giudizio: ***

54793

TRE VOLTI
Film drammatico diretto da Jafar Panahi
Interpreti: Jafar Panahi, Benaz Jafari, Marziyeh Rezaei

Berenice dice: i volti dell’Iran
Marziyeh è una ragazza sveglia e libera che ragiona con la sua testa (e per questo la chiamano ‘testa vuota’), vuole fare l’attrice contro la volontà di tutti, famiglia, futuri suoceri, capo villaggio, vecchi saggi.
Disperata manda un video inquietante alla sua attrice preferita. Quando Behnaz Jafari lo riceve ne è turbata, si tormenta, non si dà pace. Può fare qualcosa?, è ancora in tempo per intervenire? Molla tutto e parte per quel villaggio sperduto tra i monti del Nord-Ovest dell’Iran, accompagnata dal regista Jafar Panahi (nei panni di se stesso). Sarà un viaggio nell’Iran più profondo, che sentiamo lontanissimo, come fermo nel tempo.
Panahi torna in macchina e ci porta fuori da Teheran, in un mondo sperduto che ci fa tornare indietro in un’altra epoca, noi come i protagonisti del film. Sembra conoscerlo molto bene (e infatti è la terra dei suoi genitori) e lo ritrae con una cura delle immagini piena d’amore, restituendoci un altro volto dell’Iran, che ha il bel viso fresco e volitivo di Marziyeh, ma anche il volto serio, forte e determinato di Behnaz, e quello stanco e un po’ invecchiato del regista, segnato da una persecuzione senza fine. E ancora, delle decine di persone che incontreranno in questo loro viaggio alla ricerca della ragazza, come anche alla scoperta di qualcosa che va più in là. Facce stanche segnate dalla fatica, accoglienti ma dure, legate a quella terra arida e dura come loro, a regole severe e inviolabili.
Una terra in cui le giovani donne non possono decidere della loro vita, hanno in mano il cellulare, ne usano benissimo le più avanzate funzioni, eppure devono rimanere seppellite nelle loro case, nei loro villaggi, all’interno di logiche e regole soffocanti. Seppellite vive.
Giudizio: ***

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LA PRIMA PIETRA
Film commedia diretto da Rolando Ravello
Interpreti: Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti

Berenice dice: leggero, intelligente, politicamente non corretto
Ante Vigilia di Natale, nel bel mezzo del giardino della scuola, il piccolo Samir prende una pietra e la scaglia contro una finestra. Dramma: un vetro in frantumi, due bidelli feriti, madre e nonna sul piede di guerra, uno scontro sul punto di farsi esplosivo. Prova a ricucire la ferita un Preside pressato da altro, pensieri, urgenze, una recita di Natale ‘politicamente corretta’ da salvare ad ogni costo. Non bastasse deve vedersela con genitori poco disponibili, una segretaria menefreghista che gli estorce denaro, e una maestra vegana finto buonista, che sorride alla vita e vede in ogni cosa un’opportunità. Ma la fretta non lo aiuta, più tenta di avvicinare le parti più queste si allontanano, i motivi di discordia si moltiplicano, facendo riaffiorare risentimenti, rancori e ferite ben più antichi.
Con un ritmo incalzante, una struttura ben congegnata, continue battute, il regista riesce a rendere con grande realismo uno spaccato tanto autentico quanto poco lusinghiero del nostro Paese, incapace di districarsi in un contesto nuovo, complesso, multietnico. La scuola quale specchio della nostra società, i suoi malumori, pregiudizi, conflitti. Un piccolo film, che con leggerezza e brio, non senza qualche sbavatura, si prende gioco di un certo buonismo di facciata, del ‘politicamente corretto’ a oltranza, di un perbenismo ipocrita che tenta di seppellire i conflitti.
Giudizio: ***

9 agosto 1969

di Alvaro Travisi

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Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. Ritorno in questi luoghi dopo quarant’anni; è infatti da tanto che mi rifiuto di farlo poiché il coraggio non lo si trova dall’oggi al domani.
“Ma” sei bello più del sole. Assomigli a James Coburn nel film Giù la testa, persino in meglio anche perché sei tanto più giovane di lui. La barbetta, i baffi, i capelli biondi, gli occhi azzurri come il tuo casco. Ore e ore a chiacchierare di montagne, le ami più della pallacanestro. Fisico e postura sono perfetti, come si addicono a un neo istruttore Isef; sorridi sempre, timbro suasivo, piaci a tutti, ti godi l’età da favola con Noemi accanto. Sei felice che stasera rientri a Milano. Domani i tuoi festeggiano il venticinquesimo di matrimonio. Tu invece “Ca” non sei attraente quanto lui. Ciondoli, hai una voce nasale che alterni a momenti di divertente afonia. Nessuno è in imbarazzo più di te nel ridere; diventi paonazzo con niente. Temi per la dentatura cavallina e l’apparecchio ortodontico che ti brilla in bocca. Lo stesso che porti da quando ti conosco e che non ti molla neppure nella caduta. Non sei allievo di “Ma” a cui attribuiscono quarantotto anni anziché ventuno. I giornali, lo sappiamo, riportano inesattezze e nelle tragedie si lasciano prendere la mano. Stavolta però i nomi sul Corriere sono giusti e scritti per esteso, non come li evoco io. La fine tronca tutto, anche i nomi; ostinarsi a pronunciarli integralmente non conviene a chi rimane. Un artificio soltanto mio che, con efficacia tutta da dimostrare, confida nel garbuglio per confondere la malinconia.
Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. “Ca” non sei suo allievo. Sei solo il suo e il nostro grande amico, un affabile Pico della Mirandola che di ogni cima conosce l’altezza al centimetro. Stai per compiere diciott’anni, li festeggi a ottobre. Ai tuoi compagni della scuola tedesca già manchi. Tra tanti visi chiari sei l’unico di carnagione olivastra. Nella loro divisa sembrano copia uno dell’altro o quanto meno tali appaiono quelli presenti per l’ultimo saluto. Al Passo sono decine e decine i villeggianti pronti a invadere i sentieri. Altri indugiano rapiti alla vista dei Gruppi più famosi delle Dolomiti: Sassolungo, Sella, il Pordoi di sbieco e, più distante, la Marmolada. I turisti più pigri abbandonano le auto appena possono e fanno un’infinità di fotografie. Uno di questi curiosi ha costantemente l’obiettivo della Minolta puntato su di noi, quattro cordate di amici.
Quando diventiamo tre e voi non ci siete più, raccontano che è lui a immortalarvi: almeno un paio di scatti d’istinto del volo lungo trecento metri. E’ sempre lui, scrivono, a lanciare l’allarme. Più tardi a pentirsi di quei fotogrammi e dare alla luce la pellicola; così dell’orribile souvenir del Passo Sella non resta traccia. Al termine della cresta, Maurizio e io ti vediamo spuntare dalla variante. Ma che succede? Perché sei a testa in giù? Per un niente sfrecci davanti ai nostri occhi colti dal terrore. Forse hai ancora in mano il frammento dell’appiglio che, proprio sul più bello, ti ha tradito. O forse stringi, solo e comprensibilmente, il pugno in segno di stizza prima di cedere allo sconforto. Hai appena detto no a Franco in procinto di calare una corda per farti salire in tutta sicurezza l’ultimo tratto. – Non serve. Oramai ci siamo: un paio di metri e arrivo in cima – gli urli soddisfatto di trovarti su quella verticale. Ora tocca a te “Ca” presentarti al nostro cospetto. Sei tutto sbilenco, “Ma” ti ha investito in pieno. Il casco rosso è slacciato, come da tua brutta abitudine. Anche tu, in un baleno, ti predisponi a testa in giù. Purtroppo la corda non si impiglia in nulla e ti trascina nel vuoto. Per quanto sconvolto, ti immagino pronto a offrire quelle garanzie che nessuno si sogna di pretendere: – Tranquilli ragazzi, vado io con lui. Non lo lascio solo.
Alla base della parete, disteso sul ghiaione, sembri tutto intatto. E’ lì che i Catores della Val Gardena ti ritrovano. Respiri ancora “Ma”, giusto qualche ansito. Come l’eroe mio prediletto ne La locomotiva, il brano di Guccini che non potremo mai cantare assieme. Del tuo recupero “Ca” non parlo; preferisco farti una domanda, l’ultima prima di andarmene da qui: – Dimmi: quanto è alto… vediamo sì… quanto è alta l’Annapurna?

 

Alvaro Travisi: ultrasessantenne, mantovano di nascita milanese di adozione, attratto dagli anfratti di una metropoli lontana dagli stereotipi, e dall’ambiente della montagna frequentata da una vita.

Al cinema: Roma, In guerra, Il settimo sigillo, Zen – Sul ghiaccio sottile

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ROMA
Film drammatico, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 2018
Regista: Alfonso Cuaròn
Interpreti: Marina de Tavira, Danie Deme, Latin Lover

Berenice dice: due donne, un Paese, la Storia
Anni ’70, città del Messico. Cleo, una domestica indio, dedica tutto il suo tempo, l’intera vita, alla famiglia presso la quale lavora. Cresce i bambini al posto della madre, li ama quasi fossero suoi, accudisce la nonna, sopporta la ‘signora’, rispetta senza giudicare un padrone di casa sempre più assente.
E’ con i suoi occhi che vediamo il dipanarsi di un piccolo dramma familiare, poi quello più grande di un Paese in rapida trasformazione, non senza violenza. Ma questa rimane tutto sullo sfondo, entra nella vita di Cleo quasi di striscio, senza sconvolgerla, dato che la donna si lascia scorrere le cose come fossero ineluttabili, quasi un destino già scritto cui non si può sottrarre. Il suo sguardo è morbido, incredulo più che arrabbiato o indignato. Non succede quasi niente in questo lungo film, ed è proprio nell’apparente immobilismo, nello scandire delle giornate di Cleo quasi tutte uguali, che Cuaròn ci narra un Paese che di lì a poco verrà sconvolto dagli eventi; allo stesso tempo ci racconta una storia privata, quasi autobiografica, dando al film ancor più autenticità. In un bianco e nero definito da qualcuno ‘pastoso’, immagini, inquadrature, stile che marchiano l’opera dall’inizio alla fine.
Giudizio: ***

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IN GUERRA
Film a tematica sociale: lotta per salvare la fabbrica
Regia: Stéphane Brizé
Interprete: Vincent Lindon

Berenice dice: la potenza di un documentario, la profondità di un film
E’ in guerra Laurent, un combattivo sindacalista, sono in guerra i millecento operai che perderanno il lavoro se non vinceranno la loro lotta. Una guerra di attese estenuanti, promesse disattese, silenzi, rinvii, combattuta con forza, moltissimo impegno, poche armi, pochissime speranze. Dall’altra parte una dirigenza sorda, una proprietà assente, una politica ondivaga. In mezzo una stampa onnipresente, che rende tutto uno spettacolo, uno spot da mandare in onda, possibilmente in diretta. Ed è in diretta che il regista ci fa assistere a questa guerra; con gli strumenti del documentario ci racconta una storia, più viva e vicina di una reale. I momenti più forti: quando toglie l’audio e lascia che parlino solo le immagini accompagnate da una musica potente. Assistiamo alle trattative, alle discussioni, alle divisioni, allo sfaldarsi di ogni coesione, alla disfatta. Ma è poi con il viso intenso e quasi tenero di Vincent Lindon che Stéphane Brizé ci fa entrare nella vita degli operai, sentire la loro rabbia, la delusione, il crollo di ogni speranza e infine la disperazione. Lasciando alle immagini un epilogo che, assieme a quella musica, ci entra dentro.
Giudizio: ****

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IL SETTIMO SIGILLO
Film drammatico di Ingmar Bergman, 1958
Opera ora restaurata
Interpreti: Max von Sydow, Bibi Anderson, Bengt Ekerot, Gunnel Lindblom

Berenice dice: è, e rimane, un capolavoro
Di ritorno dalle Crociate, il nobile cavaliere Antonius Block incontra la morte, ‘è un po’ che ti cammino a fianco’ dice lei avvolta nel suo mantello nero. ‘Non me ne sono accorto’ risponde l’uomo senza essere spaventato, quasi ne conoscesse preferenze e abitudini, e la sfida a scacchi. Per prendere tempo pensiamo ma – lo scopriremo solo alla fine – l’uomo ha in mente altro. Inizia così una lunga partita che, mossa dopo mossa con Block e il suo scudiero, ci porterà dentro una Svezia del XII secolo, sconvolta dalla peste, percorsa da dubbi, paure, caccia alle streghe. Dubbi del Cavaliere – e di tutti noi – che pur sapendo vicina la morte, vuole capire, senza smettere di interrogarsi (e interrogarci). Bergman ci fa entrare in un mondo lontano che sentiamo vicinissimo e ci pare di percorrere, con i suoi odori e profumi, il calore del fuoco, i personaggi strampalati, le loro stesse paure. Un viaggio verso la morte ma dentro la vita, capace di arrivare all’essenza. Ad oltre mezzo secolo rimane quel capolavoro che è, nella versione restaurata ancora più luminosa, quasi “colorata” tanto sono forti, intense e piene di poesia alcune immagini. Bergman parla con immagini e inquadrature che lasciano incantanti, frammenti che sono versi di poesia, giochi di luci e ombre che non smettono di sorprendere. Indimenticabile, eppure ogni volta che lo si vede è come fosse la prima.
Giudizio: *****

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ZEN – SUL GHIACCIO SOTTILE
Regia: Margherita Ferri
Interprete: Eleonora Conti, Susanna Acchiardi

Berenice dice: il coraggio di essere diversi
Maia, ragazza dura e spigolosa, è imprigionata in un corpo di donna che sente non suo. Non ha amici, non cerca e non vuole nessuno e nessuno la vuole o la cerca. Solo sulla pista di pattinaggio quando gioca a hockey, nascosta e protetta dalla sua divisa grande e informe, ritrova se stessa. La vediamo correre, quasi danzare, libera, leggera. Come non fosse più ingabbiata in quel corpo che non le corrisponde, capiamo che quella è la sua dimensione e solo lì sta bene. Ma è fuori di lì che deve vivere, e non ha vita facile. La vediamo vittima di bullismo, assalita, ridicolizzata, emarginata, allontanata in quanto diversa. Capace comunque di dire e fare ciò che pensa e vuole, a differenza di tutti gli altri, soffocati da un piccola realtà di provincia che sta stretta a molti ma che nessuno, tranne Maia, ha il coraggio di mettere in discussione.
Ci proverà Vanessa, una compagna di classe, e per un breve momento le due ragazze si avvicineranno, sarà un momento magico, ma poi il conformismo e la paura prevarranno di nuovo. Un piccolo film, girato con scarsissimi mezzi e in poco tempo (una settimana). Esordio di Margherita Ferri degno di attenzione, anche se da affinare c’è ancora parecchio. Nei personaggi troppe le sottolineature e una certa insistenza, che finiscono per fare di Maia una vittima. Qualche sfumatura in più avrebbe giovato, facendola un po’
meno preda e un po’ più protagonista, con le sue difficoltà ma anche con la sua grande forza. Mentre senso estetico, fotografia e amore per quella terra (l’Appennino bolognese) si avvertono già profondi, maturi e potenti.
Giudizio: ***

Incontro

di Rossella Bologna

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Ben arrivata.
Come stai?
Lei rispose solo con un cenno con la testa.
Come sto? Ma come vuole che stia? Come si fa a spiegare questa cosa nello stomaco che gira dentro. E morde, ovunque vai. E poi l’areo, tutta quella gente. Non è che non mi piaccia la gente. Ma loro sono lontani, distanti. Anche quando alzo gli occhi al cielo e per un attimo, mi sembra di vedere più luce lo sguardo torna ancora inevitabilmente alle scarpe. In questo modo non rischio che qualcuno si accorga di me. É cosi che funziona.
La voce non ha voglia di uscire ma i miei pensieri si attorcigliano in continuazione. Non tacciono mai.
Che ne vuoi sapere tu così rossa e fiammeggiante, di una vita buia.
E cosa ti importa?
Sei un po’ strana con quegli occhi grandi e lo sguardo diretto. D’altra parte lui lo diceva sempre che quelle coi capelli rossi sono delle streghe. E siccome dalle nostre parti nessuno aveva i capelli rossi tranne te e tua madre ho sempre pensato che dovesse essere proprio cosi.
Sorridi tu, come se adesso avessi letto nei miei pensieri.
Forse non ti è nemmeno importato che sia morto. Che poi non ammetterei mai di esserne stata un po’ sollevata anch’io. Le sue grida di rabbia le avevo io, nelle orecchie ogni giorno. Non tu. Ogni maledettissimo giorno alzarsi sempre con la paura che prima di sera qualcosa potesse non andare bene e rovinasse tutto. Tu non c’eri quando dovevo stare attenta a non sedermi mai sulla sua sedia, o quando arrivava la bolletta della luce e non c’erano i soldi per pagarla. Erano urla e botte. Evidentemente consumavamo troppo. Non si poteva leggere a letto d’inverno. Sarebbe stato necessario accendere la luce.
E questo era vietato. Avevamo la tivù ma non si poteva guardare, a meno che lui non decidesse di guardare la partita. Allora portava anche gli amici e tutti parlavano forte e bevevano birra. E in quelle rare occasioni anche la mamma rideva e le venivano le guance rosse. Ma in tutte le altre sere doveva esserci silenzio e d’inverno, con il buio, io mi cavavo gli occhi per terminare i compiti. Lasciare la scuola avrebbe significato stare a casa tutto il giorno e no, non era proprio possibile. Cercavo ogni scusa per potermi allontanare almeno un po’.
Io e mamma dovevamo alzarci all’alba e andare a dormire presto, perché le mucche andavano munte alle quattro e mezza del mattino e poi bisognava pulire la stalla e dar da mangiare alle bestie, prima di pensare alla campagna. Quindi era meglio andare a letto senza troppo indugio, la sera. Dopo la mungitura bisognava portare presto il latte al casaro. Ma qualche volta lui a quell’ora non c’era. Io non chiedevo mai dove fosse. Lo capivo subito se c’era, perché la mattina la mamma si alzava ancora prima del solito per mettere la legna nel camino. A lui non piaceva alzarsi e trovare la cucina fredda. Ma mi bastavano i capelli sempre più grigi della mamma a farmi capire che non era il caso di fare domande. E poi sapevamo entrambe che forse era meglio cosi. Non parlavamo di quei rari attimi di serenità tra noi ma erano quelli in cui ci scambiavamo alcuni abbracci. A volte lui arrivava in tempo per caricare sul furgone i bidoni del latte. Altre volte no. E allora, dopo aver fatto il pastone per il maiale e dato da mangiare alle galline, e aver aspettato e aspettato, la mamma e io caricavamo i bidoni su una vecchia carriola di legno che dovevamo spingere con una fatica immane lungo tutta la salita. Il Casaro era proprio in cima alla collina, in fondo alla strada. Poi finalmente potevo andare a scuola mentre la mamma si occupava dell’orto. Dopo la mungitura del pomeriggio di nuovo bisognava portare il latte al caseificio e di nuovo non sapevamo se lui ci sarebbe stato. La sera invece, veniva quasi sempre. Prima passava dal casaro a ritirare i soldi, poi veniva a contare le uova per vedere quanto ne avrebbe ricavato. Apriva il barattolo tenuto in alto nel mobile e si metteva le banconote in tasca, infine dopo cena, talvolta andava in camera con la mamma e altre volte usciva di nuovo.
Dov’eri tu con la tua chioma rossa quando c’era da fargli capire che le galline non facevano sempre lo stesso numero di uova e che c’erano dei periodi in cui non ne facevano quasi più? Non era mai il momento, di fare meno uova, secondo lui. Forse ero io che ne mangiavo troppe. Perché oltre che stupida ero anche ingorda. Quando la dispensa era proprio vuota, e la zuppa di verdure e patate non bastava più, dopo aver brontolato un bel po’ veniva a casa con una forma di pane ed, evento raro, ci permetteva di ammazzare una gallina. Era una cosa da fare sporadicamente perché una gallina era una risorsa importante. Un giorno una volpe riuscì ad entrare nel pollaio e fece una strage. Lui andò avanti dei mesi a dirci che era accaduto per colpa nostra.
Mi piaceva la primavera quando non avevo più così freddo ai piedi e quel tepore che permetteva ai primi piccoli fiori di sbocciare ma mi piaceva anche stare sotto le coperte d’inverno quando diventava buio presto e fuori c’era meno da fare. C’era caldo e quiete li sotto, era come se mi nascondessi e riuscivo a fantasticare un po’ prima di addormentarmi. Qualche volta rubavo un uovo, facevo un piccolo buco in cima e ne succhiavo piano piano il contenuto. Mi piaceva di più se era ancora tiepido appena fatto. Ma non potevo rischiare che lui se ne accorgesse. Mi avrebbe lasciata senza cena. Allora lo nascondevo da qualche parte cercando di recuperarlo più tardi. Qualche volta me lo portava la mamma che mi diceva che in fondo una ragazza ha bisogno di crescere. A volte mi succedeva di svegliarmi di notte, e immaginare fantastici banchetti. Ma se lui era in casa non c’era neanche da pensarci a sgusciare fuori dal letto e scendere in cucina dopo che aveva già contato le uova, bisognava averne accantonate qualcuna prima.
Non rimaneva allora che aspettare il mattino quando avrei potuto bere un po’ di latte fresco. La mia Bruna era molto generosa e ci faceva sempre fare un’ottima figura e il casaro non faceva mai storie se, arrivando con la carriola portavamo un po’ meno latte. A lui dava sempre la stessa cifra. Persino quella volta che la carriola urtando un sasso più grosso degli altri, si è rovesciata perdendo il suo carico. Io e mamma avevamo tremato tutta la sera.
Ma nessuno ne parlò mai. Mi dicevano che io non parlavo mai. In realtà non avrei saputo cosa dire.
Anche se in fondo sono state poche le volte in cui lui ci aveva picchiato forte. Bastava cercare di essere gentili e obbedienti. E nel dubbio, non parlare. Non avevo amici, solo compagni di scuola, che non frequentavo. Una volta mi avevano invitata a una festa ma lui disse che non potevo andare.
Non abbiamo tempo per queste cose e poi, non siamo come gli altri, noi.
E fu una delle poche volte in cui il giorno dopo, venne a casa con un nuovo vestito per me. Ma avevo un amico immaginario. Questo sì. Quando non parlavo nella stalla con Bruna o con Adele era a lui che facevo notare i riflessi della luce nei campi, oppure l’ora del giorno in cui gli uccelli sembravano cominciare a fare chiasso tutti insieme.
Ora dovevo mostrare di stare bene o male? Non era da me esternare sentimenti senza Bruna o con Adele o il mio amico immaginario. Cosa potevo rispondere alla sua domanda? Come stavo. Non lo sapevo come stavo. Sapevo che mia madre mi aveva spinta ad accettare l’invito ma che io non avevo idea di cosa si facesse in vacanza. Non ne avevo mai fatta una, prima. Ripensandoci, no, lui non mi mancava. Mi sentivo in colpa per questo. Era mio padre no? Mi sembrava strana tutta questa libertà ma forse nemmeno mi interessava averla. Non la conoscevo. Ma mi mancava la mia casa nel verde. Questo lo sapevo con certezza. Avevo portato con me i vecchi vestiti di sempre. Neri lunghi. Perché no. Di certo quei colori lì – riflettei guardando un po’ di sbieco il suo vestito – io non li avrei di certo indossati. Forse il mio vestito era un po’ corto. Ma era corto anche il suo. Forse ci si veste cosi quando si va in vacanza.
Cosi pensava, mentre la sorellastra, che non aspettava una risposta, semplicemente la prendeva sotto braccio e con delicatezza, la spingeva verso l’uscita dell’aeroporto.

 

Rossella Bologna, milanese, si definisce sognatrice a tempo pieno, pensionata a tempo perso, in pausa prima del prossimo viaggio.

Zebre

di Pietro Margutti

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I documentari sono spesso una salvezza in TV. Li puoi guardare senza impegno, già iniziati, anche in altre lingue, persino in tedesco. Ieri sera le zebre erano vittime degli attacchi dei leoni durante la notte.
Attaccati di sorpresa, gli animali fuggivano, si disperdevano. Uno sbagliava una mossa, restava isolato, forse perché debole, anziano o ferito, e il suo destino si compiva. Dopo gli attacchi, al mattino, il branco di zebre tornava a riunirsi. Gli animali si ritrovavano, manifestavano la loro forza, confermavano la loro sopravvivenza. Non avevano memoria di ciò che era accaduto e questo permetteva loro di restare sereni.
Aperti, ariosi, senza i vecchi scompartimenti, i treni come gli uffici sono diventati open space, agili, condivisi, veloci. Il mio corre silenzioso e affollato verso Milano, nel tardo pomeriggio di venerdì. Dentro molti italiani, pendolari di lungo raggio, forse con frequenza settimanale. Chi lavora ancora, chi dorme, chi legge nonostante la pressione delle curve in velocità. Altri sono in partenza, svizzeri o tedeschi, sorridenti. I più coraggiosi sono diretti nella tumultuosa Italia, altri nel più rassicurante surrogato locale,
Lugano. Fuori, sotto un cielo limpido, scorrono i bellissimi, perfettissimi e noiosissimi villaggi sul bordo dei laghi, sotto pigre montagne che aspettano una primavera ancora acerba. I prati in basso sono di un elegante velluto scuro, la corsa del treno li accarezza. In fondo al lago di Zugo, il porticciolo di Arth Goldau e poco l’oltre l’immersione rapida nel tunnel, che scava la sua lunga via verso sud. Finisce la vista e, nel buio, tornano le riflessioni. Ho preso il treno delle cinque e venti a Lucerna per un pelo. Il solito affanno, ma il lavoro è andato bene e gli incontri hanno definito il lavoro e le produzioni di qualche mese.
Non ci danno visibilità oltre l’estate, nessuno sembra ancora informato. Ma il ricordo è un altro, quell’esperienza così, in diretta. Joanna era nella sala di fronte, non mi aveva visto. Tutti gli uffici hanno pareti in vetro, appena sfumato di verde, in cui il lavoro è trasparente e luminoso. Ascoltava un’altra persona, di fronte a lei, che sembrava recitare un lungo monologo.
Joanna. Il primo incontro anni prima, nella vecchia sede a Basilea, con una vista magnifica. Un’ora con lei finì per durare l’intera giornata. Chiedevo senza sosta e lei capì, rivoluzionò l’agenda e continuò a rispondere. Ero un noioso novellino, ma non per la paziente sensibilità di una persona, una donna, che sapeva costruire. E poi insegnando s’impara, mi disse, e m’insegnò anche questo, perché nel farlo si mette a fuoco in un modo nuovo ciò che si trasmette. È vero, è brava, pensai. Perché allora, perché adesso? Poi seguimmo diversi progetti, altri reparti, ma il contatto rimase. Non è scontato quando c’è differenza d’età, di lingua, di cultura. Basta osservare i capannelli al bar o i tavoli della mensa. Ci si raggruppa per generazioni, per livelli, per formazione, tutti più o meno chiusi nella propria bolla. Sono pochi quelli che riescono a romperla. Ieri, dopo aver notato Joanna, avevo ripreso a seguire il mio lavoro, la noiosa pianificazione. Forse l’avrei incontrata più tardi, o in mensa. Poi invece, durante una pausa, l’ho vista nel corridoio, sola e immobile. Avevamo terminato insieme? Bene, perfetto. Ho fatto un cenno ai colleghi e l’ho avvicinata con un sorriso.
– Joanna! Ciao, come va?
Un silenzio inatteso.
– Well, not so good, and you Giacomo?
La voce stentava. E il suo italiano, cui teneva tanto? Sul viso solo tanta fatica.
– I’m fine. I’m here to discuss the planning. What’s the matter?
Guardava altrove, lontano, immersa in un silenzio che mi imbarazzava. Non sapevo cosa aggiungere e stavo per salutarla e congedarmi.
– They fired me. Just now.
– Cosa?
Usci così, di petto, in italiano. Era appena accaduto, in quella sala, e dovevo essere il primo cui lo riferiva.
Si stava riprendendo. Poi le sue mani si sono mosse per sistemare i capelli e dopo un respiro profondo ha finalmente rivolto lo sguardo verso di me. Le parole scorrevano più fluide, in italiano.
– Giacomo, scusa. Sì, mi hanno licenziata. Forse è meglio che vada.
– Certo Joanna, capisco. Mi dirai.
Invece riprese.
– Poco fa. Non sono sola, sai. Una riduzione, come si dice? Strategie dall’alto, puoi immaginare, i costi.
Anche in altre sedi. Temevo che potesse accadere, ma passare nel tritacarne è un’altra cosa.
– Cosa ti hanno detto?
– Una del personale mi ha informato e mi ha presentato il “pacchetto”. Mi danno tre mesi, il supporto di outplacement e anche lo psicologo.
L’inglese è chirurgico, rimuove ogni profondità emotiva. Essere cacciati, dover trovare un altro posto suonerebbe molto diverso.
– Ti aiutano a cercare un altro posto?
Altri pensieri, in silenzio. Riprendo io.
– Ti ho vista prima, al di là dei vetri. È stato un colloquio lungo.
– Non so, ho perso il senso del tempo. Sì, deve essere stato lungo. Ho avuto l’impressione volesse colpevolizzarmi per spegnere ogni mia reazione.
– Tutto studiato?
– È un mestiere. Penso che accetterò il loro supporto per trovare un altro lavoro, ma non lo psicologo, quello no. Se capisco bene, mi vogliono convincere che non sono all’altezza del “loro” ruolo. E non mi farebbe bene. Oddio, sono ancora scossa.
– Certo. Ma tre mesi sono un tempo adeguato a trovare una buona posizione?
– Non so, non lo so ancora. Almeno non è come in America o lassù da me. Lì avrei già il mio scatolone tra le mani e la guardia che mi accompagna alla porta.
È di origine polacca, ora ricordo. Un giorno mi raccontò come avesse seguito il marito, ingegnere come lei, trasferendosi in Svizzera. Esperta di chimica farmaceutica e con uno straordinario bagaglio di lingue, aveva trovato posto con facilità in quel reparto, mi disse, dove stavano creando un gruppo molto aperto e internazionale. Ora forse la politica era cambiata.
– Ma qui non possono sostituirti in tre mesi. È assurdo. Nemmeno in trenta. Con la tua esperienza, la tua sensibilità.
Quello che non serve oggi, la sensibilità.
– Suppongo cambieranno tutto. Il lavoro va in oriente, lo sai, e in parte giù da voi, ma dovete stare molto attenti. Qui rimarranno pochi manager, i più duri. Avevano annunciato grandi novità. Beh, questa è la mia.
– Joanna, mi dispiace.
– Grazie Giacomo. Non so ancora come, ma me la caverò. Tu quanto stai qui?
– Sono qui da ieri, ma domani riparto subito. Sai, i piani trimestrali.
– Te la stai cavando bene ho sentito.
– Ho avuto la migliore insegnante.
Il primo sorriso.
– Come sta Francesca? Tommaso? E la nuova recluta Laura?
Uno a uno, i nomi di tutti. Troppo attenta per durare.
– Bene. Te li saluto. Saranno sconvolti quanto me. Prendi un caffè? Ne vuoi parlare ancora?
– No, grazie. Ti lascio, ho bisogno di riposare. Ma ti scriverò presto e spero anche di passare da Milano.
– Certo, fammi sapere. Dobbiamo vederci.
– Sure, tschüss.
– Take care!
Sono incerto, un abbraccio è sconveniente? È un attimo, troppo tardi. Solo una mano sul braccio, imbarazzata, con una lieve stretta. Uno sguardo, poi lei si allontana con passi dignitosi.
Mi avvio malvolentieri verso l’angolo caffè. Gli altri sono già lì. Non mi va di seguire i loro discorsi.
– An expresso, Giacomo?
– No, thanks.
I sopravvissuti si contano. Parlano, scherzano. In gruppo certi argomenti si evitano, se ne parla solo in privato. Dopo la riunione sono uscito presto e non ho cenato. Mi sono scusato con gli altri e sono rientrato subito in albergo. Ho letto un racconto di Salinger che avevo con me e poi ho dormito. Ero esausto, sopravvissuto, chissà sino a quando. Al mattino ho preparato il bagaglio e, dopo una rapida colazione e fatto il check out, sono tornato dentro, nel branco.
Usciamo dalla galleria ormai all’imbrunire. Per fortuna. L’oscurità mi opprimeva. Il cielo sereno disegna il profilo delle ultime montagne. Verso occidente, i colori sfumano dal verde scuro del primo piano, dove si distinguono i boschi, a un elegante e indistinto azzurro, prima scuro e poi via via più luminoso in fondo, dove le montagne più lontane si lasciano trasfigurare dall’ultima luce. Più avanti, senza più ostacoli, il treno può correre in discesa sino a Bellinzona e oltre. Gli scenari sono dolci e la bella stagione più avanzata. Il lago poi annuncia Lugano, dove qualche pavido turista scende, senza voler sapere quanto è bello essere meno perfetti più a sud. Chi resta è diretto in Italia. Rivedrò Joanna, penso, devo trovare il modo di farla tornare a Milano un paio di giorni e organizzare una serata fuori con tutti i colleghi. Poi, mentre mi perdo nella stanchezza, siamo già a Como. Col buio arriviamo nel disordine dell’Italia sofferente e affollata, ma corriamo via rapidi e la notte e la velocità nascondono le crepe dei muri e delle anime. Qualcuno sistema già le sue cose. I giornali, il computer, la giacca. Milano è vicina. Si aggancia la rete italiana e mando un messaggio a casa, sono in arrivo. So che mi stancherò presto del caos milanese, ma è bello tornare.
Poco dopo, oltre Monza e oltre la periferia, mentre il treno consuma gli ultimi binari diretti in Centrale e mi preparo a scendere, torno a pensare a Joanna, al suo solitario disagio in quella sala, allo sguardo fisso sul pacchetto elegantemente presentato, al centro della scrivania, in una sobria copertina vuota di ogni colore aziendale. Mentre il treno rallenta sotto la grande volta e spio dal finestrino cercando il lato di discesa, mi pare di avvertire sulle sue dita la ruvida sensazione di aprire la cartelletta e sfogliare la
durezza di quelle pagine. Mentre cammino lungo la piattaforma, forzando le gambe un po’ stanche a scansare le rotelle dei trolley, immagino la sua mente divisa e confusa tra le parole che provava a leggere e quelle che ascoltava da quella voce sicura e incalzante. Mentre scendo lungo il percorso commerciale della stazione e guardo distrattamente le vetrine, aspettando l’indicazione per la metropolitana o il profilo di un pacchetto destinato a me, vedo la fragilità di quello che facciamo ogni giorno, una profonda costruzione di pazienza e determinazione che può volatilizzarsi nella tempesta di un brusco cambiamento di strategia aziendale. E stretto nell’ultimo affollato vagone verso casa, mentre conto quante fermate mancano, cerco di ritrovare serenità nel branco di zebre. Nella notte, stanco e senza memoria, non so, non posso sapere che forse mi cercano, che forse hanno scelto, mi hanno isolato. Non li posso vedere, ma forse sono già tutti intorno. Forse, nella notte, sono già solo e senza scampo.

 

Pietro Margutti è nato a Milano nel 1957 e vive in Brianza da molti anni. Dopo varie esperienze professionali in Italia e all’estero, lavora come redattore e formatore tecnico per varie aziende dell’area milanese. Da alcuni anni, nell’associazione artistica Alessandro Conti di Monza, è anche autore di opere figurative frequentemente esposte nelle mostre dell’associazione.

Akira e il Samurai

 

di Davide Zamborlin

Dal diario di Vasco João Carvalhas, esploratore al servizio di sua Maestà Sebastiano Primo d’Aviz, Re del Portogallo.

Kyoto, 21 maggio 1562
Quello che segue è il resoconto di un episodio del mio viaggio in Giappone. Accompagnavo Padre Emilio Adelante Ferreiras, dell’Ordine dei Gesuiti. Avevamo la missione di redarre un rapporto sulla cultura e le usanze locali, che le Gerarchie dell’Ordine intendevano usare per
elaborare una strategia mirata alla diffusione della Fede Cristiana fra queste genti. Al termine del viaggio, durato diciotto mesi, siamo giunti alla conclusione che il Giappone non sarà un terreno in cui la Grazia di Nostro Signore potrà attecchire facilmente. L’episodio che state per leggere è forse l’esempio più significativo a conferma di ciò, tuttavia abbiamo deciso di ometterlo dal rapporto ufficiale, perché si allontana talmente dal perimetro del credibile da poter indurre nei nostri superiori il sospetto che sia il frutto della nostra fantasia o un inganno perpetuato ai nostri danni, il che ci precluderebbe future missioni in altre parti del mondo. Lascerò perciò alle pagine del mio diario personale il compito di conservare questi ricordi. Solo ora che ci apprestiamo a salpare per la colonia di Macao, Padre Ferreiras e io iniziamo a domandarci se non si sia trattato di un’allucinazione. In ogni caso siamo ben lieti di poter tornare a dissetarci dei Misteri della nostra Fede e di poter accantonare il mistero a cui abbiamo assistito.
La storia comincia a Nagasaki, città portuale e capitale dell’isola di Kyushu. Il Governatore ci accordò il permesso di visitare l’entroterra, accompagnati dal guerriero samurai Marume Eishi. Ci fu concesso un grande onore, in qualità di ospiti provenienti da un regno potenzialmente nemico, in una terra profondamente conservatrice e chiusa. I samurai godono di grandissima stima nella cultura locale. Essi costituiscono una casta sociale di guerrieri, una delle più importanti dopo quella nobiliare. Il loro valore è leggendario: la nostra scorta valeva più di venti uomini armati, come avremmo potuto constatare.
Eishi, per quanto ancora molto giovane, aveva già dato prova di essere uno dei più forti guerrieri di Nagasaki.

La prima tappa del viaggio era un piccolo villaggio nell’entroterra, eletto a dimora da Eishi. Vi giungemmo dopo poche giornate di cammino attraverso boschi e terreni coltivati. Si trovava in una valle non molto ampia fra le colline. Il fondo era coltivato a risaie e, risalendo i lievi pendii, si incontravano terrazze adibite a orti che gli abitanti avevano strappato alla vegetazione naturale. L’esposizione a sud assicurava la presenza del sole per tutto l’arco della giornata. Le semplici case di legno erano sparse fra alberi, colture, ruscelli irrigui, piccoli ponti e recinti per animali. L’operato dell’uomo si accostava armoniosamente a quello della natura, infondendo la stessa sensazione di pace che si può percepire nelle più belle campagne d’Europa.
La prima persona che Eishi volle presentarci fu un ragazzo di nome Akira. Quando lo incontrammo, stava lavorando a un vaso di argilla davanti all’uscio della sua casa. Era di pochi anni più giovane di Eishi, ma la differenza di età sembrava più netta sia per i segni sul volto del guerriero, scolpito dall’addestramento militare, sia per la dolcezza dei lineamenti e dei modi di Akira, levigati dalla pace delle campagne e dalle acque placide dei ruscelli. Appena ci vide, abbandonò il tornio e si precipitò di fronte al samurai. Il mio sbigottimento trovò conferma nella reazione di Ferreiras, che vidi profondamente turbato nel constatare ciò che io stesso faticavo a credere. I due rimasero l’uno in fronte all’altro
guardandosi negli occhi e sussurrando parole che non udii, le braccia lungo i fianchi, gli abiti del guerriero impolverati per il viaggio, Akira in una povera veste da lavoro sporca di argilla. Un europeo non avvezzo agi usi locali non avrebbe colto nelle loro espressioni i segni della passione di due amanti rimasta in attesa per un lungo periodo, compitamente domata dal contegno del loro costume.
Questo tipo di unione, da noi considerata turpitudine incivile e contro natura, è qui accettata come cosa naturale. Avevano il rispetto di chiunque: lavoravano, aiutavano, partecipavano alla vita comunitaria e alle cerimonie religiose. Quella stessa sera, con nostro grande imbarazzo, ci fu chiesto di cenare in loro compagnia. Accettai per rimanere fedele alla missione. In qualità di osservatori esterni, avevamo l’ordine di raccogliere informazioni senza opporci alle vicende locali. Ma Ferreiras sembrava non riuscire a dominare il turbamento che lo coglieva in presenza di Akira e preferì ritirarsi in preghiera.
In Giappone la celebrazione di eventi importanti è spesso affidata a cerimonie codificate. In quell’occasione assistetti ad una cena cerimoniale in mio onore, come ospite di un altro continente scortato da un samurai del Governatore. Gli sfarzi dei palazzi di Nagasaki erano lontani, ma potei godere di un’inattesa atmosfera di intimità ai lumi delle candele in una semplice casa di legno. Akira, in un’elegante veste blu profondo a fiori bianchi, disponeva piatti e ciotole su un basso tavolo e preparava frugali pietanze a base di riso e verdure. Aveva arrotolato le maniche lasciando scoperti gli avambracci. Ogni suo gesto era dettato
dall’etichetta del rito. Si muoveva con agilità e allo stesso tempo con misurata lentezza, senza mai sembrare affettato o femminile. Dedicava grande devozione a ogni singolo particolare a dimostrazione della grande devozione verso l’ospite. Eishi, seduto compostamente a gambe incrociate a un lato del tavolino, gli avambracci abbandonati sulle
ginocchia, il busto e il collo ben dritti, seguiva i suoi movimenti. I loro sguardi si incontravano spesso e tradivano appena complici sorrisi. Dal mio lato del tavolo, non potevo non ammirare l’eleganza e l’armonia di ogni particolare, dalle semplici forme degli oggetti in legno e argilla, al comportamento sobrio e cordiale dei miei ospiti, alla grazia del più giovane.
Durante la cena raccontarono che erano rimasti entrambi orfani in tenera età. Akira non seppe mai chi furono i reali genitori. Fu allevato da un’anziana signora, scomparsa due anni prima, da cui aveva imparato il mestiere dell’artigiano. Si dedicava alla produzione di oggetti di lusso destinati al mercato di Nagasaki e utensili più umili per gli abitanti del villaggio. Eishi perse la madre durante il parto. Il padre, samurai, morì in una battaglia quando era bambino. Le differenze sociali potrebbero essere un ostacolo per un’unione in Giappone, sia di questo tipo che tradizionale. Ma il villaggio era lontano dagli occhi indiscreti di Nagasaki e, benché si sapesse, veniva tollerata. Quello era il loro porto sicuro. Al mondo non avevano che l’un l’altro.

Trascorremmo al villaggio un breve periodo di pace e di studio della cultura locale. Inizialmente Ferreiras e io faticavamo a carpire l’essenza della religione di questo Paese. Sembra essere fondata sul culto di spiriti che vivono in simbiosi con la natura. Presto avremmo scoperto che erano più di semplici credenze. Le piccole celebrazioni quotidiane, fatte di offerte, preghiere, inchini e altri rituali, sono intese a propiziare il favore di quelli benigni e sedare il livore di quelli maligni. Nei casi più importanti gli abitanti del villaggio si rivolgevano a una specie di sacerdote, un eremita, considerato anche un guaritore. Si aggirava nelle foreste circostanti, vivendo di raccolta e elemosina, riparandosi in un numero non precisato di capanne sparse nel bosco, dove gli abitanti sapevano di poterlo trovare.

Restammo colpiti dall’estrema eleganza che ognuno impiegava durante questi riti e che non si riscontrava nelle normali attività. Di sicuro una delle persone più aggraziate era Akira. Sembrava che volesse compiere ogni gesto della sua quotidianità come fosse parte di una qualche cerimonia che solo lui aveva in mente. Ci fu spiegato che quella era la sua natura: elegante, leggero, eppure sempre maschile, privo di qualsiasi affettazione, non dava mai segno di fatica quando modellava i suoi vasi o dava aiuto a qualcuno in altri mestieri. Ferreiras faceva di tutto per evitarlo. Se non poteva sottrarsi al suo cospetto, volgeva altrove lo sguardo, portava la mano al rosario e bisbigliava preghiere in latino. Più di una volta lo sorpresi fissarlo da lontano, quando era sicuro che la sua attenzione non potesse essere contraccambiata.
Il giorno antecedente alla partenza avvenne un fatto che cambiò i nostri piani: Akira fu morso da una volpe. Si trattava di una ferita non grave che di per sé non lo avrebbe ostacolato nel lavoro. Quella sera, poco prima del calar del sole, Eishi convocò d’urgenza l’intero villaggio per dire che il suo amato era gravemente malato e che a nessuno, per nessun motivo, era concesso vederlo o parlargli. Chiese che venisse subito chiamato l’eremita perché lo visitasse.
Pensammo alla rabbia o a qualche altra infezione e pregammo per la sua guarigione. Il pomeriggio seguente l’eremita visitò il ragazzo. La diagnosi fu non di una malattia ma di una maledizione. La volpe che lo aveva morso era uno spirito della foresta mandato da uno stregone. Ci spiegò che gli spiriti di questo tipo assumono la forma di un animale scelto da chi li evoca e, quando mordono una persona, essa inizia a mutare sembianze fino ad assumere quelle dell’animale. La mutazione avviene in pochi giorni e l’unico modo per fermarla è supplicare lo stregone o ucciderlo. In caso di guarigione solo un piccolo segno dell’animale rimane sul corpo umano, in un punto nascosto, quasi invisibile. Ma è importante rompere l’incantesimo prima del plenilunio, dopo il quale resta irreversibile. Per la prima volta vidi Eishi agitato: mancavano poche notti alla luna piena.
L’intero villaggio sembrò prendere molto sul serio la questione. Si iniziò a mormorare che a pochi giorni di cammino era stato avvistato un accampamento di banditi, pareva che fossero più di venti. Si sospettava che avessero pagato uno stregone per evocare lo spirito, in modo che, scomparso Akira, Eishi avrebbe negato la protezione al villaggio. Il samurai decise che doveva partire immediatamente. Non c’era tempo per chiamare rinforzi da Nagasaki. Intendeva costringere lo stregone, con le parole o con la katana, a salvare Akira. Ma dimostrò cosa significa l’onore di un samurai: qualunque fosse stato l’esito dell’impresa, avrebbe sempre protetto il villaggio che gli aveva dato serenità e ristoro. Chiese solo che fosse allestita una lapide dove avrebbe pregato per lo spirito di Akira, in caso di insuccesso.
Padre Ferreiras e io, di fronte al pericolo che la nostra scorta restasse uccisa, ci opponemmo, venendo meno al divieto di interferire con le vicende locali. Non potevamo credere a quelle superstizioni. Fummo colti da puro orrore dinnanzi alla verità. Il giovane, seduto composto in un angolo della casa, aveva nelle fattezze già molto dell’animale. Il volto era coperto da una fulva pelliccia e le orecchie terminavano con un ciuffo nero. Gli avambracci, anch’essi fulvi, terminavano con mani ricoperte di pelliccia nera, proprio come le zampe di una volpe. Gli occhi arancioni, ancora umani, fissavano il pavimento, tradendo una vergogna ben maggiore del nostro orrore. Quando si alzò constatammo che si era ridotto alle dimensioni di un bambino di dieci o dodici anni e camminava ricurvo. Sarebbe rimpicciolito ancora, fino alle dimensioni di una volpe. Sotto la veste abbondante si indovinavano le membra di una figura inquieta e ansimante. Ferreiras rimase sconcertato. Eishi ci disse che potevamo seguirlo, ma avrebbe affrontato i banditi da solo. Partimmo subito con l’eremita e Akira. L’armonia che conoscevamo aveva lasciato il posto al conflitto fra le facoltà umane e i sensi dell’animale, che alternativamente prendevano il controllo, provocando repentini sussulti, cambi d’umore, capitomboli, rantoli.
Camminammo per due giorni immersi nel verde, sulle tracce di sentieri che solo i nostri accompagnatori potevano riconoscere. La trasformazione procedeva inesorabile sotto i nostri occhi. La sera del terzo, quando la luna era piena, arrivammo ad una piccola casa di legno al margine di una radura: uno dei ripari dell’eremita. Akira era ormai una volpe. L’indomani, se l’incantesimo non fosse stato rotto, avrebbe completamente dimenticato la sua vita precedente. Eishi aveva portato i suoi vestiti piegati a mo’ di fagotto. Lo avremmo aspettato lì: non poteva mettere in pericolo la nostra vita. Quando fu il momento della separazione, Akira si oppose con acuti guaiti: era ancora umano, in fondo. Il guerriero riuscì a calmarlo parlandogli dolcemente, gli legò una corda al collo e lo assicurò nella capanna, tremante. Ci chiese di liberarlo, se non fosse tornato.
Eravamo soli. Nel caso peggiore, saremmo dovuti tornare a Nagasaki senza una scorta. Trascorremmo alcune ore attorno al fuoco fuori dalla capanna, noi in preghiera, l’eremita in meditazione, rivolgendo i nostri animi al successo del samurai. Alla fine ci addormentammo.
Fummo svegliati dall’eremita. Ci invitò all’interno con gesti concitati. La visione che ci accolse ci lasciò stupefatti. I raggi della luna si posavano sulla pelle di Akira, rivelandoci senza pudore le sue ritrovate sembianze. Dormiva su un fianco, le gambe rannicchiate, la testa abbandonata su un braccio disteso, dando la schiena al muro, la corda ancora al collo, dove prima una volpe giaceva avvolta nella coda. Lo coprii per sottrarre quella vista agli occhi di Ferreiras, che rimase paralizzato sulla porta con la bocca spalancata. Lasciai scoperta solo la testa. I capelli, tagliati a caschetto, cadevano sul volto. Erano tornati neri e lucidi nei riflessi argentati del plenilunio. Non avevamo dubbi: il samurai era riuscito nell’impresa. Ci sedemmo accanto al fuoco ad aspettare il suo ritorno.

Era ancora notte quando tornò. Portava i segni della battaglia. Si appoggiava alla katana chiusa nella custodia e le sue vesti erano insanguinate in più punti. Sembrava al limite. Quando fu sulla porta della capanna, si accasciò a terra. Akira si svegliò e, nel vederlo morente, abbandonò ogni contegno, liberando il dolore improvviso in un pianto straziante, gettandogli le braccia al collo, supplicandolo di vivere e promettendo che lo avrebbe seguito ovunque, anche nella morte.
Dopo che si riebbe, si rivestì e passò l’intera notte accanto al samurai.
Eishi, a tratti cosciente, disse che aveva ucciso tutti i banditi e lo stregone. Ci chiese di riferirlo a Nagasaki, se non fosse riuscito egli stesso.
Il giorno dopo l’eremita medicò le ferite mentre Ferreiras e io costruivamo una barella per portarlo al villaggio. Fu accolto con gli onori di un eroe e allo stesso tempo con il dolore riservato a un caro amico.
L’eremita aveva lasciato istruzioni su come curarlo e disse che non si sarebbe allontanato. Akira cessò qualsiasi attività. Trascorreva tutto il tempo in casa al capezzale dell’amato, cambiando le bende e spargendo unguenti misteriosi sulle ferite. Da fuori potevamo sentire i suoi sussurri quando lo confortava, lo esortava a bere un brodo o cantava per lui delle melodie che non sapremmo ripetere. Usciva solo per procurarsi del cibo offerto dagli abitanti e per lavare le bende al ruscello.
La mattina del terzo giorno, sull’uscio di casa, chiese di poter parlare con gli abitanti del villaggio. Era pallido e teneva la testa bassa. Con un filo di voce chiese che venisse chiamato l’eremita. Poi rientrò, dicendo che nessuno avrebbe dovuto disturbarli. Non sentimmo più sussurri, né canti, né più uscì a procurarsi da mangiare o a lavare le bende.
L’eremita venne e visitò Eishi a porte serrate. Poi si precipitò nella foresta e tornò con una cesta piena di erbe. Si chiuse nella casa, dove rimase l’intero giorno. A notte inoltrata uscì di nuovo, serio. Disse che aveva fatto ciò che poteva e che sarebbe tornato nella foresta. Non restava che pregare. Akira fu più volte udito singhiozzare.
Due giorni dopo, nel tardo pomeriggio, uscì di nuovo. Questa volta il suo viso era deturpato da nere borse sotto gli occhi arrossati e non sembrava del tutto lucido. Parlava a fatica con un tono a tratti rauco, a tratti come strangolato. Eishi stava migliorando ma aveva ancora bisogno dell’eremita. Per l’ultima volta, diceva, poi si sarebbe ripreso.
L’eremita arrivò durante la notte. Bussò. Chiamò. Nessuna risposta.
Entrò. Il corpo senza vita del samurai giaceva composto, vestito da cerimonia, circondato da fiori, le mani stringevano al petto la katana.
L’incarnato pallido del collo era solcato su un lato da una ferita scura che si insinuava sotto l’abito. Di Akira nessuna traccia. Fu cercato nei dintorni per giorni, in ogni capanna, in ogni anfratto del bosco. Poi ai piedi di ogni dirupo e nelle anse di ogni fiume. Si mandarono richieste di aiuto ai villaggi vicini, invano. Alla fine fu dato per disperso.
Tornammo a Nagasaki accompagnati da due contadini. Il governatore, ascoltata la storia, ci trattenne nei nostri alloggi, sorvegliati da guardie armate. Mandò una commissione al villaggio, per verificare come fosse morto uno dei suoi guerrieri più valorosi. Dopo pochi giorni fummo liberati. Non ci fu chiesto se volessimo rivedere alcuni aspetti del nostro racconto, né ci fu riferito quello che la commissione aveva appreso durante le indagini. Eishi ebbe l’onore di una lapide nel palazzo e, ci dissero, una più umile al villaggio, accanto a quella per Akira.
Il nostro viaggio per il Giappone poté proseguire. Mesi dopo ci imbattemmo in una processione di monaci. Ci spostammo sul lato della strada fra i campi per cedere loro il passaggio. Indossavano semplici vesti bianche e blu lunghe fino ai piedi e dalle larghe maniche le mani reggevano all’altezza del petto un piccolo oggetto, apparentemente una coppa di legno vuota. Erano completamente rasati eccetto per una lunga treccia nera che pendeva da dietro la testa. Ad un tratto Ferreiras cadde in preda all’agitazione e attirò la mia attenzione verso uno di essi.
I lineamenti erano quelli di Akira, ma invecchiati, come provati dallo strazio. Non diede segno di essersi accorto di noi: come sempre accade in Giappone, la cerimonia richiedeva la massima dedizione. Quando fu abbastanza vicino, trasalimmo per un particolare. Ci guardammo e annuimmo assieme. Sì, avevamo visto bene: quello era davvero Akira.
Riconoscemmo il segno che la maledizione gli aveva lasciato e che non avevamo potuto fino ad ora notare, perché nascosto dai folti capelli. La treccia non era nera, ma fulva come la pelliccia di una volpe.

 

Davide Zamborlin, nato a Milano nel 1980, laureato in fisica, impiegato. Appassionato di cinema, letteratura, musica. Dice di sé: “Sono onnivoro, guardo, leggo e ascolto di tutto, purché catturi la mia attenzione. Tendo a preferire generi considerati di nicchia come fantasy, fantascienza e horror. Scrittore dilettante, per divertimento”.