Soledad

di Marta G.

Giù di corsa, le scarpe ancora umide lasciavano impronte sul marmo.
– Arrivederci! – un altro saluto sospeso nel vuoto, lasciato a fluttuare in quell’antro scuro come un pesce nella sua boccia tonda, con gli occhi spalancati in cerca di uno sguardo di riconoscimento, o perché no di una risposta a quel suo vago e incessante modo di stare al mondo.
I passi di Barbara risuonavano sull’asfalto, camminando guardava per terra le sue scarpe bianche sporcate dalla pioggia muoversi sicure, con velocità.
Chissà se loro sanno dove stanno andando, chissà se posso lasciare che siano loro a scegliere la strada – pensava slegando la bicicletta inchiodata al palo.
Le ruote erano sgonfie, sembrava che a nulla fosse concesso di rianimarle. Barbara salì sulla sua bici e cominciò a pedalare, e fu in quell’istante, alzando lo sguardo dritto davanti a lei, sopra il manubrio, fissando la strada, e con lei le macchine e le persone tutt’intorno, e i negozi e i colori dei palazzi, che la vide; il suo cappello, la sua lunga treccia.
Decisa a infrangersi su quella riva, Barbara non voltò sulla strada ma continuò a pedalare lenta sul marciapiede; al rallentatore, vide Soledad girare il corpo, chiudere e riaprire veloce le palpebre e poi
fermarsi immobile, fissarla con i suoi occhi incredibilmente gialli.
– Sei qui, pensavo non ci fossi più, non ti ho più trovata…
– Non mi hai cercata.
– Ti ho cercata, qui. Ci siamo sempre incontrate qui, non potevo sapere…
– Cosa?
– Dove… dimmi, dove sei stata? Come stai?
Soledad rise con tenerezza, Barbara se ne dispiacque.
– Ridi di me, Soledad? Oh, mi spiace, per…
– Basta.
Soledad aveva la pelle più scura di quanto Barbara si ricordasse; erano mesi che non si vedevano, eppure erano state… Barbara non aveva le parole per dirlo, per dirselo.
Erano state che cosa?
– Mi spiace, non so cosa dire… no, vorrei dire tante cose ma non ho le parole. Capita anche a te? Come quando hai il mondo dentro che non esce, e allora sai che devi dargli una forma e la cerchi disperatamente e comunque non la trovi e allora rimani con tutte le tue parole inesistenti nel cuore e invece escono fuori solo le cose inutili che nessuno ascolta, come adesso vedi, volevo dirti l’essenziale e ti ho riempita di parole.
Soledad la osservava silenziosa e seria; forse le era mancata quella sua amica che le parlava a gran
velocità, dimenticandosi che lei, Soledad, era straniera, non capiva certe cose. Altre sì, naturalmente; ma certe cose di Barbara no, proprio non le capiva.
– Non capisco.
– Scusa parlo veloce, e parlo di me, e vorrei sapere di te… se ti va, di parlarmi ancora, dopo tutto…il
tempo, e quello che è successo… Soledad, ci tengo a dirtelo, io avrei voluto aiutarti, ma proprio non
potevo, tu mi capisci vero? Te l’avevo spiegato, ti ricordi?
– Ricordo.
– Bene – un sorriso flebile, come un sussurro, mosse le labbra di Barbara – sono contenta che non hai dimenticato quello che ci siamo dette… che avrei provato a chiedere, ma che non ero certa che ci sarebbe stato un posto libero… e che comunque l’iter sarebbe stato lungo, che avresti fatto i colloqui, e… accidenti, ma come sta la piccola, Soledad non te l’ho nemmeno chiesto, come sta?

– Bene – il volto di Soledad si illuminò e dalla sua persona uscì il sole e nessuna traccia di solitudine. – E’ grande.
– O Soledad, come sarei felice di vederla, ma dove state ora?
– Ventimiglia.
– Miglia? No, Soledad, qui non… oh, ma che sciocca, Ventimiglia certo, a Ventimiglia! È lontano, be’ neanche troppo… oh Soledad come sono felice di vederti, ho temuto che non ti avrei più incontrata… non avrei saputo dove cercarti, non avrei potuto trovarti… che buffo, tu invece sai dove trovare me. Non ci avevo mai pensato. Pensavo di poterti aiutare, di sapere, e invece io non so nulla, e tu…
– So tanto di te.
Barbara la fissò, spostò impercettibilmente indietro la testa, e il corpo si irrigidì in un movimento involontario, e anche per questo non gradito.
Lei sapeva, Soledad la conosceva; la sua città, i suoi luoghi, e poi il lavoro, l’esigua spesa e la sua bicicletta rosa. Soledad la vedeva immergersi nei suoi pensieri, prendere aria il tempo di un saluto e
tornare nelle profondità oceaniche che si sentiva costretta ad esplorare. Soledad le aveva domandato della sua casa, una volta, e Barbara le aveva detto tra le altre cose la via, e poi se n’era spaventata e si era stupita di quel timore che le aveva occupato la mente; di Soledad poteva fidarsi, no? Di Soledad lei era… che cosa?
– Siamo amiche!
Ma come poteva dire una cosa del genere? Come potevano loro essere amiche?
Erano estranee l’una all’altra, le loro solitudini si incrociavano nello spazio di una via, nel tempo concesso dalla clemenza della sua stessa frenetica esistenza, ma bastava questo per dire, o pensare, amicizia?
– Amiche… non ho molte amiche, in fondo… forse parlo troppo per…
– A me piace, la tua voce, il tuo suono.
– Non sapevo di avere un suono, Soledad. Non l’ho mai ascoltato, non sono mai rimasta in silenzio ad ascoltarlo. Come hai fatto, tu? Sei rimasta qui, ferma, e hai imparato tante cose di me, di noi… e io pensavo di conoscerti, e credevo di aiutarti, e adesso è chiaro che non è così, e tu mi sei estranea ma io ti sono amica, e mi sento sola, in questo non conoscerti, sola per non averti incontrato, al di là di quello che posso fare, che non riesco a fare…
– Non capisco.
– Scusa, dico i miei pensieri.
– Ascolto.
– Io… è così… sconvolgente… io ho studiato, sai, per imparare ad ascoltare…
– Studia …
– Via di qua, è privato! Via, non puoi stare, ogni giorno è così! – Barbara riconobbe la voce grave del
portinaio irrompere nella loro conversazione, si voltò e poi abbassò lo sguardo.
– Vigliacca, cosa fai? – pensò di se stessa.
Soledad raccolse il cappello lentamente, al ritmo naturale del suo respiro.
– Via, non mi senti? O non capisci, forse? – continuava ad abbaiare l’uomo.
– Sente e capisce, non si preoccupi, un attimo per favore – Barbara si detestava per quel poco che riusciva a dire. Perché non urlava? Perché non si ribellava?
– Sono come lui – pensò inorridita – ci dev’essere qualcosa di orribile, dentro di me, che mi fa sentire d’accordo con lui…
Il portinaio se ne andò, nemmeno un arrivederci, un saluto. Si allontanò sprezzante, neppure fiero di aver compiuto quel suo lavoro; arrabbiato, e indifferente insieme. Arrabbiato per tutto e quindi assolutamente disinteressato ad ogni questione.
Barbara guardò Soledad cercando complicità contro quell’esistenza cui non voleva concedersi, lei in risposta la guardò con placido disappunto.
– Ciao, vado via, torno domani, magari con lei.
– Vai? Sì, mi spiace… domani, oh che bello, speriamo! Dovrei passare, domani, si ci sarò… ciao… Soledad, sono felice…
Barbara la guardò allontanarsi sul marciapiede grigio; la luce si rifletteva nelle pozzanghere in cui i suoi grandi piedi non avevano alcun timore ad entrare. Sapeva dove andare, a quanto pare. Camminava decisa, senza fretta, sicura, stabile, come ancorata a terra seppur in perpetuo movimento.
Barbara, invece, si sentiva un giunco in un acquitrino; guardava il suo riflesso nell’acqua tremula e si
vedeva al contrario, ribaltata. Era senza orientamento, coi confini incerti; gambe incerte cui affidarsi per scoprire il proprio passo.
Straniera a se stessa, sola in quel suo parlare senza senso, in quel pensare di sapere e conoscersi, Barbara si sedette sul sellino della sua bicicletta, illudendosi di pedalare lontano da quelle verità che sostavano invece lì, proprio sopra di lei, in attesa che il giusto silenzio, non interrotto da futili parole, permettesse loro di uscire dallo stagno.

Uno strappo nel vestito

 

di Olga Foti

Zia Laura raccontava di essersi innamorata di una divisa, una bellissima divisa bianca con i bottoni dorati.
Cose d’altri tempi, d’accordo, ma io ho un’amica che quest’estate si è innamorata di un costume da bagno, sulla spiaggia, e al primo paio di pantaloni corredati da giacca… “Ah mia cara, avresti dovuto
vederlo, penoso, altro che dio marino!” Insomma, una bella storia nata su un’isola greca, mare sabbia cielo azzurro sulla testa, svanita come una bolla di sapone.
La zia però quella divisa l’aveva sposata. Lui era capitano di lungo corso e stava in mare anche sei mesi, prima di tornare a casa in licenza. Durante una licenza lei l’aveva conosciuto ed era stata chiesta in moglie, durante un’altra si erano sposati. Lei l’aveva visto solo in divisa. Com’erano andate le cose quando l’aveva tolta non è possibile saperlo, so solo che a casa il capitano si comportava come se fosse sulla nave davanti alla sua ciurma. Poi ripartiva e la zia restava nella sua bella casa che aveva un portone di ferro con il battente a forma di drago. Nell’armadio, appesa ad una gruccia, una delle divise bianche in attesa della nuova licenza del capitano.
“Zia Laura, ci racconti della prima volta che sei andata da tua suocera, la prima visita da fidanzata?”
L’avevamo sentita cento volte quella storia ma ci piaceva sempre.
A casa della futura suocera aspettava il parentado al completo, cognate, zii, prozie… anche una cugina monaca di casa, nana, con un paio di occhi tondi dietro gli occhiali. Con la mano appoggiata al bracciodel fidanzato, zia Laura aveva fatto il suo ingresso in un salotto pieno di odori di cipria, di cera, di folla.
Sedici persone, ma a lei erano sembrate una folla immensa, travolgente, che l’abbracciava, la baciava, le si chiudeva attorno come una tenaglia. Sul tavolo c’era già pronta la cassata, la vera cassata siciliana, disse la futura suocera appena si sedettero e arrivarono a valanga domande e complimenti, congratulazioni, e, poiché era estate, anche i gelati. Per gli adulti quelli speciali chiamati pezzi duri, i coni per i bambini.
Di quella fidanzata i bambini dovevano essere un po’ delusi, dopo tanti discorsi e raccomandazioni ne pretendevano una se non proprio con le ali almeno con gli occhi azzurri e i capelli d’oro. Ma si consolarono gridando e correndo per la sala. Apparve anche il gatto e la suocera, che occupava mezzo divano che lei chiamava canapé, continuava a ripetere chis chis e fingendo di volerlo mandar via faceva dondolare i braccialetti e gli orecchini a goccia. Le cognate intanto spiegavano alla futura sposa come si prepara la torta al cioccolato e la più giovane, che aveva nove figli, diceva com’era intelligente il più piccolo, superava perfino i fratelli. Seduta vicino alla porta finestra che dava sul terrazzo la zia guardava una mosca prigioniera nella ragnatela, si sentiva anche lei una mosca, piccola, intrappolata in una grande tela.
La cugina nana disse: “Sai? Con questo vestito non sembri nemmeno troppo magra.”
La zia non ne poteva più. Decise che aveva bisogno di una pausa, ne aveva il diritto, e tacque, ignorò tutti come fosse stata sola in quella stanza che non era nemmeno di suo gusto.
“Laura, che c’è Lauretta, qualcosa che non va?”
Un segno con la mano per far capire che aveva mal di testa e i bambini furono subito mandati in giardino, gli adulti rimasero in silenzio, poi ripresero a parlare sottovoce.
Ogni tanto: “Laura, vuoi qualcosa Lauretta? Una pillola, delle pezzuole con l’aceto?”
Come i parenti nemmeno quel salotto le piaceva: troppe lampade, troppi ninnoli, mobili pretenziosi,
l’unico bello, una specchiera di mogano di un caldo legno che dava sul rossiccio, era relegato in un
angolo, come in castigo.
“Laura, vuoi distenderti sul letto?”
Fece segno di no e prese un’immediata decisione: sistemare quel salotto a modo suo. Mentalmente, si capisce. Spostò una consolle, eliminò qualche lampada, sostituì l’impiallacciatura di una credenza. Poi bruciò i quadri, mandò in cantina uno sgabello e una poltrona, buttò dalla finestra tutti i soprammobili e – visto che c’era – anche la cugina nana. Infine, soddisfatta, si mise ad osservare il disegno del tappeto che copriva il parquet.
“Laura, come stai Lauretta, mandiamo a chiamare il medico?”
“No” disse la zia “avevo mal di testa ma è passato” e sorrise amabilmente.
“Povera cara, commentò la suocera, ti succede spesso?”
La cugina nana volle far sentire il suo parere: non c’è cosa peggiore di una moglie che ha sempre mal di testa.
Si sposarono.
Uscivano a braccetto a passeggiare lungo il corso e tutti dicevano com’era stata fortunata, sposare un capitano! Guardate che divisa! A casa lui leggeva alla moglie le notizie del giornale, diceva come
bisognava interpretarle, e quando andavano a teatro le spiegava cosa succedeva sulla scena. Poi ripartiva e la zia rimaneva nella sua bella casa con il drago nel portone che non riusciva però a tener lontano nemmeno uno dei numerosi parenti del marito. Tutti così affettuosi, pronti a dirle cosa doveva fare e pensare, ed erano sempre da lei, soprattutto per le feste perché dai balconi si vedeva la processione. Per la processione del Santo Patrono, in gennaio, la casa fu letteralmente invasa. Fuori frastuono di campane, dentro vociare di bambini che aprivano e chiudevano porte, giravano per le stanze. La suocera aveva invitato anche altra gente, parenti di parenti, e tutti erano arrivati prima del previsto. Lei aveva appena avuto il tempo di indossare un vestito, lo sentiva un po’ stretto, sì, è stretto, si disse provando ad alzare le braccia, ma era tardi per cambiarlo.
“Prego, prego… accomodatevi.”
Era stretto quel vestito, decisamente troppo stretto.
“Posso offrirvi qualcosa, il rosolio, un dolce?”
Sentiva il tessuto stringerle sul petto mentre la cugina monaca di casa le dava buoni consigli per la vita eterna e una cognata ricette di dolci per la vita terrena: “Non devi sbagliare con la cannella, un pizzico in più o in meno fa la differenza. La moglie di un capitano deve essere la prima in tutti i campi e tenere alto il decoro della divisa”.
Il vestito tirava, stava per scucirsi sotto l’ascella, anzi si era già scucito, ne era certa, e il fatto che una cosa così potesse metterla in agitazione bastava ad irritarla. Tutti però erano allegri, a loro agio, la suocera raccontava qualcosa alle nuore che ascoltavano approvando, un gruppo di ospiti era riunito a crocchio, altri parenti in giro per la casa.
I bambini invece reclamavano una torta al cioccolato che non c’era.
“Non vanno bene i biscotti, i biscotti al cioccolato?” e mentre lo diceva le balenò un pensiero spaventoso: forse non aveva nemmeno quelli. Aveva normali biscotti al latte e le Nuvolette che sembravano davvero piccole nuvole, soffici, bianche, leggere.
Ma i pargoli li rifiutarono e si misero a correre, ad aprire e chiudere porte, a rotolarsi per terra. Alzandosi lanciavano il grido degli Apaches. Propose di raccontar loro una storia, “la storia del santo patrono”, suggerì la suocera, ma l’orda urlò di no.
“Anche i bambini non sono più quelli di una volta” disse la suocera, ma aggiunse subito: San Filippo Neri però diceva “State fermi se potete…” e sorrise soddisfatta.
L’avrebbe detta quella frase san Filippo Neri se avesse avuto a che fare con quelli che le stavano distruggendo la casa? Solo uno, con gli occhiali tondi sulla faccia tonda se ne stava seduto con lo sguardo torvo.
Fuori una serie di spari annunciarono che il Santo fra non molto sarebbe uscito dalla chiesa.
“Le bombe, le bombe…!” e i bambini presero d’assalto i balconi, quello con gli occhiali invece chiese: “ma non muore nessuno?”
Gli spari continuavano, le campane suonavano a distesa ma la processione non si vedeva ancora. I bambini rientrarono e gridando sparirono di nuovo. In giro per la sua casa, i pargoletti, e le toccava anche stendere il sorriso sulla faccia, lasciar fare e disfare. Il grande specchio alla parete rifletté il suo viso rassegnato, pronto a sorridere a comando alla suocera, alla cognata, alla madre della moglie del cognato, e a qualunque mostriciattolo che doveva far pipì, che aveva sete o voleva la torta che non c’era. Aveva voglia di scuoterlo quel suo viso, di prenderlo a schiaffi!
Due cognate e una lontana parente, malgrado il freddo e il frastuono che saliva dalla piazza, restavano in balcone e parlavano piano, lei si avvicinò per chiedere se volevano il the o il caffè e il discorso venne troncato di colpo.
Laura…!
La chiamavano…? Era lei con quel nome e quel viso riflesso nello specchio? Aveva voglia di gridargli: stupido!
Tonf! Una porta era stata chiusa, un’altra aperta, e da questa apparvero i bambini in processione: il primo della fila, compunto e fiero, reggeva uno stendardo bianco.
“La gruccia e la divisa dell’armadio…!”
D’impulso alzò il braccio come per fermarli, o per schiaffeggiare – non i pargoli, certo – ma il suo viso nello specchio, e … crac! Uno strappo nel vestito. Uno strappo deciso che dall’ascella arrivava fino al seno. E da quello strappo, all’improvviso, vennero fuori collera, ribellione, ira, e sì anche un po’ di cattiveria che da troppo tempo erano murate dentro vive e volevano uscire. Urlavano: basta! Pazienza, rassegnazione, obbedienza, spazzate via d’un colpo. Tutte le belle virtù che le avevano insegnato da quando era nata, che aveva dovuto respirare assieme all’aria, d’un tratto erano sparite, messe in fuga da una parola capace da sola a cambiare tutto: basta! Era venuto il momento di cambiare il vestito e le cose a casa sua.
Chiamò i parenti affacciati alla finestra, gli altri che giravano per le stanze: “Ho mal di testa” disse ad alta voce “voglio restare sola.”
Si fece di colpo silenzio. La guardavano, guardavano quell’alga mostruosa che turbava le acque tranquille della Grande famiglia.
“Ho mal di testa” ripeté zia Laura, ma il tono diceva chiaramente: andate al diavolo e da oggi cercate di stare alla larga, non voglio più conigli né ricette.
Trasecolati andarono.
Lei chiuse la porta, la sprangò, si tolse il vestito, là nel salone, poi guardò la divisa abbandonata sulla sedia, la bella divisa bianca che allora aveva turbato il suo cuore, la sollevò, lentamente si avvicinò al camino e la gettò nel fuoco.

Il lecca-lecca

 

di Giovanna Vanin

È un giorno come un altro, senza un sole vero. Sulla strada macchine di ogni forma, colore e dimensione, grandi e piccole, ce ne sono di quelle lunghe appena il necessario a contenere due persone, altre raggiungono parecchi metri. Bianche blu rosse verdi argentate nere, ci sono anche quelle bicolori. I progettisti si sono sbizzarriti anche con i fari, ovali tondi quadrati a rettangolo triangolari, ce ne sono di piatti bombati sporgenti come gli occhi di un ipertiroideo, danno di volta in volta un’espressione diversa al muso di ogni vettura, c’è quella dalla faccia allegra truce aggressiva timida vivace. Dall’utilitaria al macchinone, tutte trasportano qualcuno, giovani e vecchi, padri e madri con bambini ragazzi neonati nelle culle, ci sono intere famiglie compresi nonni e zii, ci sono coppie, uomini e donne, soli. Arrivano da ogni direzione, dai quattro punti cardinali, da case lontane lontanissime e vicine. È una coda ininterrotta, no, sono tre code una accanto all’altra, serpenti mostruosi dalle squame di metallo, draghi. Fabbriche lontane emanano bagliori rossi dalle ciminiere. Negli abitacoli la gente parla, sorridono, stanno in silenzio, scherzano. Ci sono quelli che, innervositi dal procedere lento, allungano il collo per vedere la testa del serpente, non si vede, ancora qualche metro, tra poco ci siamo. Passiamo sotto un ponte, ecco, sulla destra, quattro alberi scarnificati dalle piogge acide, intossicati dalle esalazioni dei tubi di scappamento. Li superiamo e anche un distributore di benzina, poi nel chiarore lattiginoso appare un’enorme costruzione grigia, in mezzo a campi senza fiori e senza grano, dietro, altri capannoni, contenitori giganteschi, sono i magazzini. Due cartelli rossi vietano l’ingresso, il varco consentito è indicato da un cartello blu con sopra una freccia che come un grosso dito ti dice dove andare, ti affidi a lui e non protesti. Gli occhi girano veloci da destra a sinistra e viceversa in cerca di un parcheggio, eccolo là, no, c’è già qualcuno che aspetta, vai avanti, è un piazzale senza fine. Bravo, segui il ditone, giri e rigiri in cerchi concentrici che si allargano a dismisura, non c’è il posto dove lo vorresti, ti tocca andare sempre più in fuori, è come andare a teatro e stare nelle ultime file da dove vedi poco. Ma ecco, finalmente l’abbiamo trovato, si scende, su, andiamo, abbiamo raggiunto l’obiettivo, in tutta la sua possanza s’innalza davanti a noi. All’entrata uno vende pizze panini polli arrosto patatine fritte. Le porte a vetri si aprono si chiudono si aprono si chiudono come bocche che inghiottono e poi vomitano nauseate tutti quelli che le avvicinano. Dentro voci lingue s’incrociano in un brusio continuo, la musica arriva dall’alto e da ogni lato. Siamo in un parco giochi dai colori accesi e zeppo di uomini e donne tornati all’età dei figli che hanno attaccati alle mani e si agitano in braccio o piangono nei carrozzini. Senza respiro ogni cosa sugli scaffali chiama, sono qui perché
non vieni? Prendi me sono più buono. Non è vero, tocca a me. Te l’hanno detto ieri in televisione. Ma se c’ero prima io. Trent’anni di pubblicità dentro a un cartellone. Come fai a non saperlo? Sei sordo cieco o fuori tempo? Svegliati citrullo. Non siamo più nell’Ottocento. Ogni giorno ti porta una cosa nuova e non scemenze come il sole la mattina, che poi è impossibile vederlo con la nebbia lo smog e una schiera di palazzi alti mille metri. E allora cosa aspetti? La felicità è qui, da noi, nei nostri negozioni, siamo senza dubbio i migliori super e iper, dove cerchi la tua vita? Lei è dentro alla nostra scatola di cartone. Se leggi le istruzioni vedrai che abbiamo fatto il giro del mondo, dalla Cina all’India dall’Africa più nera al Canada dalla Finlandia al Perù, ti portiamo quello che non vedresti mai a meno di non andarci di persona ma, lo sai, tu non sei Marco Polo o un riccastro da poter girare dove come e quando vuoi. Dacci retta, non aspettare la carota striminzita nel tuo vaso sul balcone, noi sì, siamo pieni di energia, prendi e ingoia e smetti di raccontarti balle. La vita è una sola, non pensare sia diversa da come tu la vedi. Non c’è altra consolazione. E allora suvvia tutti in coro gridiamo, lo voglio lo voglio anch’io il biscotto biscottino macinato dal mulino la merenda golosona la fragola con la lisca. E ciascuno guarda incuriosito il suo vicino l’amico il parente lo sconosciuto protesi sui banconi pieni di cibo, strumenti, oggetti, prodotti, a volte non sai nemmeno cosa sono. Lo voglio il pomodoro e non importa se non ha odore il pollo imbottito di antibiotici è un’enorme pillola antinfluenzale il germe che protegge da ogni cancro e com’è buono il fungo cresciuto nel cesio e nel plutonio precipitati a terra dopo l’ultima esplosione del nuovissimo reattore di una centrale nucleare di ultima e sicura generazione e ciascuno afferra quello che gli promette una fetta di paradiso un piatto di saporita felicità un suono sensuale che scongiuri le tre maledizioni ricevute ai tempi di Adamo, sofferenza solitudine e paura. E trionfanti spingiamo il carrello nella luce bianca del supermercato. E in coda alla cassa sorridiamo, che bella spesona tesoro mio! Oggi abbiamo preso proprio tutto. Noo?! perché piangi? vuoi il lecca-lecca? quello rosso? Non c’è. Quello verde non va bene? Noo? Che differenza fa, il sapore è lo stesso. Adesso smettila di frignare. Insomma. Non sei mai contento. Piantala, ti dico, e metti giù ‘ste mani, hai capito? Giulio, fammi un piacere, portala via, ‘sta sanguisuga, sì sì, vai fuori, andate via e poi, si può sapere cos’avete tutti e due? Sempre in giro con i vostri musi lunghi, mi avete rotto. Non ne posso più. Veramente.

Le caramelle del nonno

di Anna Maria Tagliaretti

Salì sul cumulo di ghiaia, aiutandosi con le mani ogni volta che la presa dei sandali leggeri cedeva e la faceva scivolare indietro. Quando la bambina arrivò in cima, si guardò intorno soddisfatta. Poi lentamente iniziò la discesa mentre cascatelle di ghiaia rotolavano sul terreno. Subito dopo decise di dedicarsi ai tubi di cemento allineati e sovrapposti nell’ampio spazio del cortile: alcuni avevano un diametro così esiguo che avrebbe potuto camminarvi sopra come l’equilibrista sul filo, altri erano grossi, tanto da poterci scivolare dentro e percorrerli strisciando, come in una galleria. Oppure cavalcarli, come sul dorso di un elefante. Era immersa in questi giochi solitari quando una delle porte della casa padronale, prospiciente lo spiazzo dove erano accatastati i tubi, la ghiaia, la sabbia, i lavandini di graniglia e le macchine per
l’edilizia, si aprì. L’edificio e la parte di cortile in cui si trovavano i materiali di lavoro erano separati da un marciapiede e da alcune aiuole su cui ciuffi di ortensie e fazzoletti di gerbere spezzavano il grigio del cemento con le loro macchie di colore. Sulla soglia della porta dai vetri smerigliati si era affacciato il proprietario, un uomo anziano, panciuto, con un faccione pallido e gli occhiali senza montatura. A quella vista, la bambina si bloccò di colpo e rimase immobile a cavalcioni del tubo: per un istante ebbe la tentazione di scappare, ma le gambe non le ubbidirono e lui si stava avvicinando agitando l’indice e scrollando la testa in segno di diniego.
“Non devi venire a giocare qui,” le disse dolcemente, “la mamma non te l’ha detto che è pericoloso? Queste cose non sono giocattoli. Potresti farti male”.
La bambina accennò di sì con la testa. Lo sapeva anche lei che non si doveva superare il confine fra le abitazioni più povere e quella del padrone, anche se entrambe si trovavano nello stesso cortile della grande casa di ringhiera. “Noi abitiamo di qua,” le aveva detto tante volte la mamma, “di là abita il signor Angiolotto. Non puoi andare da quella parte, quel signore non vuole. Le cose che vedi là gli servono per il suo lavoro, puoi rompere qualcosa e lui si arrabbierà. E mamma e papà dovranno pagare quello che hai rotto”.
Sì, lo sapeva, ma voleva giocare a fare l’esploratrice… Intanto era scivolata giù dal tubo e il vecchio signore l’aveva presa per mano come per accompagnarla verso l’altra ala del cortile. Aveva stretto la sua mano molle e grassoccia intorno a quella bruna e sudicia della bambina e l’aveva condotta verso casa sua.
“Vieni,” le disse,” ti do una cosa da portare alla mamma”.
Lei lo guardò di sbieco di sotto in su, solo per un istante, perché si era ricordata la storia di Pollicino che le avevano raccontato alla scuola materna, e temette che si trattasse dell’orco delle figure del libro, ma il suo sguardo non riuscì ad andare oltre la pancia dell’uomo protesa in avanti e in movimento ad ogni passo.
Entrarono in un salotto fresco, ombroso, con le persiane accostate e pieno di mobili scuri che la bambina non aveva mai visto.
“Come ti chiami?” chiese l’uomo, guardandola di sfuggita.
“Lisa” mormorò.
“E quanti anni hai?”
“Cinque e mezzo.”
“Chi sono i tuoi genitori?”
Lui doveva sapere già tutto questo, tante volte l’aveva vista correre dall’altra parte del cortile in mezzo alla marmaglia di mocciosi urlanti. A lei pareva che la seguisse con lo sguardo quando sguazzava nelle
pozzanghere, quando rideva e strillava mostrando i dentini da latte. Lisa era rimasta immobile al centro della stanza. Avrebbe voluto dire “Vado a casa”, ma non le uscivano le parole di bocca. Mentre si guardava furtivamente intorno, la sua attenzione fu attratta dalla statuetta di
una ballerina con un tutù rosa e rimase a fissarla, mentre il signor Angiolotto se ne andava in un’altra stanza e subito ritornava con una manciata di caramelle piccine. Le prese la manina e vi ficcò le caramelle, qualcuna finì per terra. Poi però non lasciò la mano, attrasse la bambina verso di sé e l’abbracciò con dolcezza. La spinse verso una poltrona, prima si sedette lui e poi, tenendole stretta la mano, raccolse la bambina sul grembo. Lisa avvertì un odore di sapone che le stuzzicò le narici; i bottoni del panciotto del vecchio le pungevano la schiena e cercò di divincolarsi con prudenza. Da sopra la testa le arrivava un rantolo leggero, un sibilo sottile. Prese a scalciare prima timidamente poi con più decisione, ma lui le mise una mano sulle ginocchia e la tenne ferma.
“Non muoverti, non ti faccio nulla…” mormorò posando la bocca sui suoi capelli.
Le prese il mento con l’altra mano, delicatamente, le girò il viso verso di lui e rimase a fissarla per un lungo istante.
“Che begli occhi hai, piccina!” le sussurrò e intanto cominciò a carezzarle i capelli, i ricci neri che sembravano averlo incantato, attorcigliando qualche ciuffo intorno alle dita paffute. “Sai, potrei essere il tuo nonno… e tu la mia nipotina… Ti cullerei tutte le sere, per farti addormentare…” continuò quasi biascicando.
Gli occhi della bambina erano fermi, spalancati, il mento scosso da un tremito leggero.
“Voglio andare a casa”, riuscì infine a dire cercando di scivolare dalle ginocchia del vecchio, che la trattenne serrandola in un abbraccio leggero.
“Non devi avere paura di me, bambina. Sono il tuo nonno… ti voglio bene…”
La voce del vecchio era impastata come se qualcosa gli avesse legato la lingua. “Non avere paura…”
Cominciò a carezzarle il viso, gli occhi che fremettero sotto le sue dita, la piccola bocca contratta. La mano che teneva ferme le ginocchia abbandonò la presa, sollevò il grembiulino fino a scoprire le minuscole mutandine. La mano accarezzò la coscia, si infilò oltre l’orlo e scostò il tessuto. L’uomo premette le dita e rimase per qualche istante immobile. Ansimava. Anche lei non si muoveva, continuava a fissare la ballerina in tutù sul mobile davanti a lei.
Poi il signor Angiolotto sollevò piano la mano, ricompose la stoffa, le lisciò il grembiulino sulle gambe e spinse la bambina lontano da sé.
“Va’ a casa”, le disse con voce roca, tremante, “e non venire più a giocare qui”.
La bambina uscì correndo, stringendo nel pugno sudato le caramelle rimaste e guardando verso la sua abitazione. Le faceva male da qualche parte, ma non sapeva dove, né perché.

Anna Maria Tagliaretti: Assistente sociale, insegnante di scuola primaria, impegnata nel campo della solidarietà internazionale e del turismo responsabile. Fondatrice e per otto anni presidente del centro antiviolenza “Filo Rosa Auser”. Ha pubblicato due libri ed è un’appassionata viaggiatrice.

CORSO AVANZATO DI SCRITTURA CREATIVA 2019/20

Libreria Jaca Book, via Frua 11, Milano
da mercoledì 16 ottobre 2019

Insegnanti: Maurizio Cucchi, Serena Daniele, Giorgio Fontana, Silvia E. Longo, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Marco Rossari, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

 

Argomenti delle lezioni

La violenza psicologica dentro e fuori i rapporti famigliari. Come rappresentarla e renderla credibile (in modo obliquo o da protagonista?)
I personaggi nella loro fisicità: l’importanza dei corpi e la corporeità delle loro relazioni.
Famiglie allargate e rapporti famigliari a geometria variabile.
Lavoro, ambiente di lavoro, nuove forme e professioni: relazioni, dinamiche, rapporti di forza e di potere.
Complicare è facile, semplificare è difficile, ma è volte complicare è necessario.
La grammatica del cinema utile alla narrativa. Rapporto tra cinema e letteratura. Narrare per immagini o con parole: differenze e punti di contatto.
Rendere riconoscibili e dare umanità ai personaggi. Da chi imparare per costruirli, tratteggiarli, renderli indimenticabili.
I tre momenti chiave per lo scrittore: percepire, pensare, padroneggiare il linguaggio. A partire dalla centralità delle emozioni.
La revisione come occasione per comprendere meglio e arricchire il proprio lavoro.
Il blocco dello scrittore: superarlo e prevenirlo.
Personaggi, ceti sociali, luoghi: farne elementi ricorrenti e interrelati.
Su quali fattori si basa la resa del nostro presente.

Profilo degli insegnanti:

Maurizio Cucchi. Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito nel 2007 dalla sua seconda opera narrativa La traversata di Milano. Preceduto da molte raccolte di poesie: Il disperso (1976; nuova ed. 1994), Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.
Serena Daniele. Editor di NNedizioni, si occupa di libri di autori italiani e stranieri, sia di fiction che di non-fiction. In precedenza ha lavorato da Salani Editore, è stata collaboratrice esterna di Feltrinelli per la lettura e valutazione di manoscritti.
Giorgio Fontana. Scrittore, saggista e sceneggiatore, ha esordito con il romanzo Buoni propositi per l’anno nuovo, Mondadori, sul tema della giustizia e la magistratura. Segue Novalis, Marsilio. Con Per legge superiore, Sellerio, ha vinto il Premio Recalmare-Leonardo Sciascia e il Premio Lo straniero, libro tradotto in diversi Paesi. Morte di un uomo felice, Sellerio, che torna sui temi dell’esordio, ha vinto il Premio Campiello. L’ultimo romanzo è Un solo paradiso, Sellerio. Ha pubblicato saggi e reportage, e collaborato con Il manifesto, Lo straniero, Wired.
Silvia Eleonora Longo. Giornalista culturale e filmaker, ha lavorato a Iris Mediaset, collaborato con Radio Popolare, Radio Onda d’Urto, Artribune, Exibart. E’ autore dell’adattamento radiofonico di Gente del Wyoming di Anie Proulx, e Un’educazione sentimentale di Joyce Carol Oates. E del pamphlet Il vademecum della vittima, pubblicato su diverse piattaforme femministe online. Ha diretto diverse campagne video indipendenti, tra cui Street Art 639 e SQUEEZE2015. Collabora con il pittore e incisore stampatore Marica Rizzato Naressi alla realizzazione di performance come La stamperia dei falsari e La Traviata Italia.
Marta Morazzoni. Autrice di romanzi e racconti. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Campiello. La ragazza col turbante, Longanesi, è la raccolta di racconti dell’esordio, cui hanno fatto seguito Casa Materna, Longanesi, L’estuario, Il caso Courrier, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe, tutti Longanesi, La città del desiderio, Amsterdam, Guanda, Una nota segreta, Longanesi.
Bruna Miorelli. Giornalista culturale a Radio Popolare di Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due, tutte la Tartaruga edizioni. Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri, Oscar Mondadori, e Ciao Bella, Lupetti. Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere, Zelig. Ha tenuto rubriche per “Cuore” e la rivista “Linus”.
Mauro Novelli. Docente di Letteratura italiana all’università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Ha collaborato a Linea d’ombra, Tirature, Nuova antologia, Diario. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.
Marco Rossari. Scrittore e traduttore, con E/O ha pubblicato nel 2012 L’unico scrittore buono è quello morto e nel 2016 Le cento vite di Nemesio. Il suo libro più recente è Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità (add editore, 2017). Tra i tanti autori tradotti, Charles Dickens, Mark Twain, Percival Everett, Dave Eggers, James M. Cain, Hunter S. Thompson. Collabora con numerose riviste.
Sara Sullam. Insegna letteratura inglese all’Università Statale di Milano. È autrice di Tra i generi. Virginia Woolf e il romanzo (Mimesis 2016) e Moll Flanders. Matrici (Mimesis 2018). Fra le sue traduzioni, Storia segreta del male oscuro, di Gary Greenbergb (Bollati Boringhieri 2011), Dossier Freud. L’invenzione della leggenda psicoanalitica (Bollati Boringhieri 2012), ha tradotto i Saggi di Joyce per il Saggiatore e Il paese del re pescatore e Da dove vengo di Joan Didion (il saggiatore 2017 e 2018).
Gianni Turchetta. Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 2003), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.
Hans Tuzzi. Autori di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto della storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), L’ora incerta fra il cane e il lupo (2010), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano.

CORSO BASE DI SCRITTURA CREATIVA 2019/20

Libreria Popolare via Tadino 18, Milano
da martedì 29 ottobre 2019
Orario lezioni: 18.15 – 20

 

Insegnanti: Maurizio Cucchi, Giorgio Fontana, Silvia E. Longo, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Marco Rossari, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

Argomenti delle lezioni
L’idea originaria e la costruzione di un racconto.
Contro la concezione spontaneista della scrittura. Quali risorse mobilitare e di quali strumenti dotarsi.
I dubbi legati all’utilizzo dell’io narrante (narrazione in prima
persona).
Impostare la trama e i piani temporali di racconto lungo o di un romanzo breve (aggiungere personaggi, ambienti, arricchire l’intreccio con nuove storie e poi selezionare secondo un filo unificante).
Come comporre dialoghi a due voci e dialoghi a più voci.
Le emozioni quali risultato di elementi concatenati. Tradurle nella narrazione.
Rendere riconoscibili e dare umanità ai personaggi.
Il tema principale e le sue variazioni (come in una sinfonia).
Il romanzo a esplorazione tematica (ad es. il viaggio, la malattia, la città).
Allenare lo sguardo e non solo. L’arte dell’osservazione in vista della scrittura (indagare come un detective). Mobilitare tutti i sensi.
Dalla causa all’effetto e viceversa. Il va e vieni – non meccanico – per dare uno o più percorsi di senso dentro l’amalgama informe dei dati.
Cosa dipende dalla scelta della voce che narra. Se e quando avere voci diverse nel medesimo testo.

Informazioni: 349.3206832, artedelnarrare@gmail.com
Iscrizioni: artedelnarrare@gmail.com

 

Profilo degli insegnanti:

Maurizio Cucchi. Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito nel 2007 dalla sua seconda opera narrativa La traversata di Milano. Preceduto da molte raccolte di poesie: Il disperso (1976; nuova ed. 1994), Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.
Serena Daniele. Editor di NNedizioni, si occupa di libri di autori italiani e stranieri, sia di fiction che di non-fiction. In precedenza ha lavorato da Salani Editore, è stata collaboratrice esterna di Feltrinelli per la lettura e valutazione di manoscritti.
Giorgio Fontana. Scrittore, saggista e sceneggiatore, ha esordito con il romanzo Buoni propositi per l’anno nuovo, Mondadori, sul tema della giustizia e la magistratura. Segue Novalis, Marsilio. Con Per legge superiore, Sellerio, ha vinto il Premio Recalmare-Leonardo Sciascia e il Premio Lo straniero, libro tradotto in diversi Paesi. Morte di un uomo felice, Sellerio, che torna sui temi dell’esordio, ha vinto il Premio Campiello. L’ultimo romanzo è Un solo paradiso, Sellerio. Ha pubblicato saggi e reportage, e collaborato con Il manifesto, Lo straniero, Wired.
Silvia Eleonora Longo. Giornalista culturale e filmaker, ha lavorato a Iris Mediaset, collaborato con Radio Popolare, Radio Onda d’Urto, Artribune, Exibart. E’ autore dell’adattamento radiofonico di Gente del Wyoming di Anie Proulx, e Un’educazione sentimentale di Joyce Carol Oates. E del pamphlet Il vademecum della vittima, pubblicato su diverse piattaforme femministe online. Ha diretto diverse campagne video indipendenti, tra cui Street Art 639 e SQUEEZE2015. Collabora con il pittore e incisore stampatore Marica Rizzato Naressi alla realizzazione di performance come La stamperia dei falsari e La Traviata Italia.
Marta Morazzoni. Autrice di romanzi e racconti. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Campiello. La ragazza col turbante, Longanesi, è la raccolta di racconti dell’esordio, cui hanno fatto seguito Casa Materna, Longanesi, L’estuario, Il caso Courrier, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe, tutti Longanesi, La città del desiderio, Amsterdam, Guanda, Una nota segreta, Longanesi.
Bruna Miorelli. Giornalista culturale a Radio Popolare di Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due, tutte la Tartaruga edizioni. Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri, Oscar Mondadori, e Ciao Bella, Lupetti. Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere, Zelig. Ha tenuto rubriche per “Cuore” e la rivista “Linus”.
Mauro Novelli. Docente di Letteratura italiana all’università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Ha collaborato a Linea d’ombra, Tirature, Nuova antologia, Diario. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.
Sara Sullam. Insegna letteratura inglese all’Università Statale di Milano. È autrice di Tra i generi. Virginia Woolf e il romanzo (Mimesis 2016) e Moll Flanders. Matrici (Mimesis 2018). Fra le sue traduzioni, Storia segreta del male oscuro, di Gary Greenbergb (Bollati Boringhieri 2011), Dossier Freud. L’invenzione della leggenda psicoanalitica (Bollati Boringhieri 2012), ha tradotto i Saggi di Joyce per il Saggiatore e Il paese del re pescatore e Da dove vengo di Joan Didion (il saggiatore 2017 e 2018).
Gianni Turchetta. Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 2003), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.
Hans Tuzzi. Autori di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto della storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), L’ora incerta fra il cane e il lupo (2010), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano.

Al cinema: Il traditore, Tutti pazzi a Tel Aviv, Selfie, Il flauto magico di piazza Vittorio, Soledad.

IL TRADITORE
Film drammatico su Tommaso Buscetta, primo pentito di mafia.
Regia: Marco Bellocchio
Palma d’oro per la migliori attrice
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Candido, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferraca

Berenice dice: la storia di un uomo d’onore
Anni Ottanta, la guerra di mafia imperversa. Uomini, donne, bambini uccisi senza pietà, il mercato dell’eroina fa gola a molti e c’è chi, per assicurarsene il controllo, è disposto a tutto. Una guerra tra famiglie, soprattutto tra un’idea tradizionale di mafia (‘uomini d’onore’) e una nuova e diversa, più moderna, più spietata. Quasi lo specchio di un Paese che cambia, tra tradizione e modernità, rispetto delle regole e totale assenza di regole. Non è questo che interessa a Bellocchio ma l’uomo, Buscetta, il pentito non pentito, l’uomo d’onore che non può tollerare una simile macelleria. Lo vediamo libero, nel pieno dei suoi anni, forte, vigoroso, deciso, assieme a una bellissima e giovane moglie,
circondato dai figli, in Sicilia prima – per una pace tra famiglie alla quale non crede molto – in Brasile poi. Ma non sarà e non si sentirà al sicuro neppure lì. Riusciranno a scovarlo, farlo arrestare, torturare e poi consegnare alle autorità italiane. Sarà solo allora che si deciderà a collaborare, permettendo l’incriminazione dei maggiori esponenti mafiosi, soprattutto di comprendere la mafia dall’interno. Il film, a grande effetto e impatto, girato con potenti mezzi e tantissima maestria, rende con poche efficaci pennellate la guerra di mafia. La disumanità crescente, la totale assenza di regole, il retrocedere e l’impotenza di chi rimane fedele al vecchio codice d’onore, la sensazione costante di essere braccati. Sensazione questa che non abbandonerà più, fino all’ultimo giorno, l’uomo Buscetta.
Bellocchio riesce a renderlo al meglio e quella sottile sensazione d’inquietudine accompagna l’intero film. Rimangono invece sullo sfondo altri aspetti che avremmo voluto vedere più approfonditi: il rapporto con Falcone, il legame con la politica. Non è un caso ma una scelta precisa. Peccato.
Giudizio: ***

 

TUTTI PAZZI A TEL AVIV
Regia: Sameh Zoabi
Interpreti: Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton

Berenice dice: la follia di un conflitto millenario concentrato in una soap-opera
Tutti pazzi per “Tel Aviv on fire”, una commedia in chiave palestinese, ambientata durante la Guerra dei sei Giorni, prodotta e finanziata da palestinesi ma film seguitissimo anche dagli israeliani.
Merito di Salem, un giovane palestinese, spaesato e incerto, ingaggiato dallo zio come stagista, ben presto promosso a sceneggiatore. Sceneggiatore per caso (e necessità) grazie ad Assi, un generale israeliano al comando del posto di blocco dal quale Salem deve passare ogni giorno, e grande appassionato della soap-opera. Gli detterà i dialoghi, criticherà i personaggi, imporrà un suo finale.
Salem si troverà costretto a ingegnarsi, ascolterà le persone, come parlano, cosa si dicono, cosa provano, studierà e, di puntata in puntata, migliorerà i dialoghi, darà spessore ai personaggi, renderà credibile la storia, aumentando gli ascolti. Ma scontentando anche molti: i finanziatori che vogliono una soap pro-palestinese, Assi che pretende il suo finale romantico e filo-israeliano, gli spettatori dell’una e dell’altra parte. In mezzo i dilemmi di un giovane uomo innamorato e quelli di due popoli costretti a convivere e che non riescono a trovare un accordo neppure sul finale di una soap. Il regista palestinese riesce con grande ironia e leggerezza a mostrarci la quotidianità di un conflitto
mai sopito, le ingiustizie, le violenze, la difficoltà di dialogo, prendendosi gioco di entrambe le parti, dei preconcetti, assurdità e ottusità di ciascuna. Senza dare giudizi o schierarsi il film sembra mostrare una via, una speranza, proprio nel finale che sorprende tutti e con ironia ci mostra che altre strade sono possibili.
Giudizio: ****

 

SELFIE
Film drammatico
Regia: Agostino Ferrente
Interpreti: Pietro Orlando, Alessandro Antonelli

Berenice dice: girato con l’i-phone e pensato con gli occhi (e il cuore) di due ragazzini
Pietro e Alessandro, amici per la pelle, appena sedicenni ma con il destino già segnato. Napoli, rione Traiano, una condanna già scritta. Eppure Pietro e Alessandro ci faranno vedere che può anche non essere così, ci mostreranno le cose belle di Traiano, non esclusivamente quelle brutte e squallide.
Tante, troppe per due ragazzini come loro. Con un i-phone gireranno per le vie del quartiere, ci faranno entrare nelle loro case, nelle loro giornate, nelle loro vite, nei loro pensieri. Pensieri di sedicenni che si preoccupano delle ragazze, i capelli, l’aspetto fisico, il futuro. Ma anche pienamente consapevoli di un destino già segnato, sanno che è meglio non illudersi, non pensare a certe cose (che non potranno mai avere) ‘perché stai male e basta’. Senza però negarsi di sognare, di vedere oltre quel muro (‘come Leopardi oltre il suo colle’ dice Pietro facendosi un selfie davanti alla tomba di Leopardi). Ragazzi che vedono cose che non dovrebbero vedere, vivono una vita da adulti senza esserlo ancora, vedono la morte troppo da vicino. Un film fatto di immagini, frammenti, pensieri, riflessioni, brevi interviste ma che riesce ad entrare in quel mondo, guardarlo dal di dentro e mostrarcelo con gli occhi di due ragazzini.
Giudizio: ****

 

IL FLAUTO MAGICO DI PIAZZA VITTORIO
Regia: Gianfranco Cabiddu, Mario Tronco

Berenice dice: un musical esplosivo, travolgente, multi-etnico
Un parco in Piazza Vittorio, famiglie, bambini, baby-sitter, avventori di ogni genere, arriva il tramonto e, come per magia, chiusi i cancelli tutto si trasforma al suo interno. Principi, regine, maghi, briganti, sacerdoti, personaggi di ogni tipo appariranno davanti i nostri occhi, in abiti
coloratissimi, accompagnati da musiche multi-etniche, voci in tutte le lingue e i colori del mondo in una mescolanza esplosiva, sorprendente e originalissima.
Un’inconsueta rivisitazione e reinterpretazione in chiave moderna di una delle più classiche opere di Mozart, ‘Il Flauto Magico’. Un film che ribalta schemi, logiche, luoghi comuni, parla d’amore ma anche di potere, ingiustizie, soprusi, con fantasia, brio e trascinate intensità. Ne rimaniamo affascinati, quasi travolti ad ogni nota, scena, in un’esplosione senza fine di colori, melodie, gioco di luci, voci, coreografie. Sorprendente, vitale, gioioso, magnetico e potente come solo la musica può rendere.
Giudizio: ****

 

SOLEDAD
Thriller
Regia: Agustina Macri
Interpreti: Marco Leonardi Belmonte, Vera Spinetta, Francesco De Vito

Berenice dice: riuscito solo a metà
Soledad vive a Buenos Aires, la sua famiglia agiata e conservatrice vuole il meglio per lei ma non riesce a darglielo. Nonostante le attenzioni della madre e del fidanzato la ragazza è stanca, stufa, insoddisfatta. Cerca qualcosa ma non sa cosa. Poi un viaggio, forse l’occasione per andarsene, evadere, cercare di capire chi è e cosa vuole. Parte, destinazione Europa, Torino. Solo che Soledad non ritornerà più. Una casa occupata, un gruppo di anarchici che protesta contro il sistema, non ne accetta le regole, si dissocia e prova a vivere in modo alternativo. Soledad ne è affascinata, attratta, soprattutto da Edo, uno dei più convinti e agguerriti, arrabbiato con il mondo, con tutto, pare anche con lei. Le cose andranno in modo diverso e Soledad rimarrà indissolubilmente legata a lui.
Se il ritratto della ragazza, il suo disorientamento, il desiderio di conoscere, sapere, sperimentare, vivere è pienamente riuscito, molto meno quello del gruppo anarchico e delle forze dell’ordine.
Estremizzate al limite del credibile, risultano prive di autenticità e spessore, risultando piatte, quasi delle macchiette a tratti fastidiose. Il risultato è discontinuo, interessante il profilo umano personale e privato, troppo superficiale e non elaborato a sufficienza l’altro, quello più politico, sociale. Ma l’uno non può stare senza l’altro, sono i due lati della medesima storia e se si sceglie di raccontarla bisogna sapere andare fino in fondo in entrambi, con sincerità, equilibrio, il necessario approfondimento. Così non è stato e si avverte lungo tutto il film. Peccato, la mano sicura, l’occhio per le immagini e la necessaria sensibilità c’erano tutte, si poteva fare di più e di meglio.
Giudizio:**

Al cinema: The sisters brothers, Stanlio e Ollio, Le grand bal, Gloria y dolor, I figli del fiume giallo

THE SISTERS BROTHERS

Film drammatico, 2018

Adattamento del romanzo Arrivano i Sister di Patrick deWitt

Palma doro, Gran premio della giuria

Regia: Jacques Aurdiard

Interpreti: John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed

Berenice: quel profondo e misterioso legame che unisce due fratelli

1851, il West, la corsa all’oro. In mezzo a tanta frenesia e violenza i due fratelli Eli e Charlie, uniti da un passato complicato e un presente non facile, sono pistoleri non per scelta. Esuberante, intraprendente e spesso attaccato alla bottiglia il minore; sensibile e riflessivo il maggiore. Al soldo del Commodoro andranno alla caccia di un cercatore d’oro per strappargli una formula magica che promette di separare l’acqua dall’oro, intanto sulle cui tracce è già attivo un investigatore dal cuore tenero e la penna facile. Un western classico (per immagini, inquadrature, ambientazioni) che ci parla d’altro: odio, amore, rivalità, tenerezza, sensi di colpa e responsabilità. Del legame intenso e misterioso che lega due fratelli diversi e dai caratteri inconciliabili eppure uniti per sempre, legame sul quale non smettiamo di interrogarci e che non finisce mai di sorprenderci. Con grande sensibilità il regista francese riesce a renderci le mille sfaccettature, le contraddizioni ma anche la forza inesauribile di quel rapporto, facendolo con delicatezza, sincerità, leggerezza e grande profondità.

Giudizio: ****

STANLIO e OLLIO

Adattamento del libro Laurel & Hardy – The British Tours di A.J. Marriot

Regia: Jon S. Baird

Interpreti: Steve Coogan

Berenice: storia di un’amicizia (raccontata dalla fine)

Hollywood anni ’30, Stanlio e Ollio sono all’apice della carriera, i loro film fanno incassare una fortuna… agli altri. Tra divorzi, alimenti, spese di ogni tipo, non hanno mai un soldo, Stanlio – la mente – vuole di più e lo rivendica. Nulla sarà più come prima. Solo uno scorcio e li ritroviamo una quindicina di anni dopo in una sperduta cittadina dell’Inghilterra, sotto la pioggia, davanti a una pensione di quart’ordine, nelle mani di un agente spregiudicato. Un tour per l’Inghilterra in attesa inizino le riprese di un nuovo film, un progetto, un sogno. Il film non comincerà mai ma la coppia non smette di provare, discutere, rivedere battute, affinare sketch. Come non si stanca di recitare serata dopo serata, nonostante teatri di dubbia fama semi-deserti, un pubblico desolante e scarsi incassi. Ma la loro fama li precede e data dopo data i teatri si riempiono, la gente li acclama, fanno il tutto esaurito. Mentre il film non decolla la salute di Ollio peggiora, incomprensioni e rancori riemergono, i dissapori rischiano di portarli a una nuova rottura. La storia di un sodalizio e di una ancor più forte amicizia, vista da una prospettiva particolare, nel momento più delicato, quello dell’epilogo. Il regista la narra con mano sicura e delicata, sguardo sincero, molto rispetto e una certa grazia. Commuove, diverte, emoziona. Una sorpresa.

Giudizio: ***

LE GRAND BAL

Documentario

Premio César

Regia e sceneggiatura: Laetitia Carton

Berenice: uniti da un’unica fortissima passione

Una settimana, in mezzo alla campagna francese, con uomini, donne, vecchi, giovani, bambini, di tutte le nazioni e colori, uniti da un’unica enorme e fortissima passione: il ballo. Balleranno ininterrottamente per sette giorni e sette notti, come se tutto si fermasse intorno a loro. E quella sospensione nello spazio e nel tempo, la regista francese Laetitia Carton riesce a renderla con grande intensità. Lo fa con splendide immagini, brevi interviste, testimonianze, sue riflessioni e tanta tantissima musica di tutti i generi, valzer, mazurca, tarantella… Si passa da uno all’altra senza soluzione di continuità, i piedi vanno, i corpi seguono e l’incanto ha inizio. Vedremo i protagonisti di giorno e di notte provare, riprovare, emozionarsi, lamentarsi, criticare, ricordare, disfarsi su un divano. Un piccolo documentario che ha la magia dentro, quella magia che solo la musica, il ballo, il contatto fisico possono regalare e che la Carton ha la capacità di catturare e restituire.

Giudizio: ****

GLORIA Y DOLOR

Film di sapore autobiografico

Regia: Pedro Almodovar

Interpreti: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandìa, Leonardo Sbaraglia

Berenice: un po’ di gloria, tanto dolore.

E’ il dolore fisico, ancor più di quello interiore, che non dà tregua a Salvador Mallo, famoso regista in crisi. Non gira, non scrive, quasi non esce più di casa. I dolori gli danno il tormento, non solo, piano piano sprofonda in qualcosa che assomiglia alla depressione e niente e nessuno riescono a risollevarlo. Fino a che un suo vecchio successo viene restaurato e gli chiedono di presentarlo. Si rianima un po’, si riappacifica con il protagonista, si avvicina all’eroina. Soprattutto tornano i ricordi, l’infanzia a Valencia, gli stenti, la madre, i preti, il seminario ma anche il primo desiderio e il primo vero amore fortissimo e indimenticabile. Gli inizi nel cinema a Madrid. Di nuovo il ricordo della madre, anziana e malata questa volta. Dolore e gloria, ineluttabilmente mescolati, non ci sarebbe stata gloria senza dolore e nella vita di Salvador, come in quella di Almodovar regista del film, non è mai mancato. Raccontato con il viso dolce, l’aria sperduta, i capelli arruffati di un Banderas mai così umano e tenero, con colori accesi, immagine nitide e perfette e toni inconsuetamente sobri. Come se nel racconto più personale di tutta la sua carriera il regista avesse una sorta di pudore, non di sé ma di chi viene narrato (in particolare la madre che ‘non gradiva’). Non delude, arriva dove deve arrivare, tocca tante corde (specie per chi scrive, per chi crea) e rimane dentro, assieme ai suoi colori.

Giudizio: ***

I FIGLI del FIUME GIALLO

Film drammatico

Regia: Jia Zhang-ke

Interpreti: Zhao Tao, Liao Fan

Berenice: un amore (e un Paese) che cambia, lungo quasi vent’anni

Cina, 2001. Qiao e Bin, giovane coppia felice in un Paese in pieno sviluppo, gestisce senza molti problemi e nessuno scrupolo una bisca clandestina. Qiao è innamorata, Bin è più sfuggente, ma non c’è tempo per fermarsi o avere incertezze. Poi un agguato, Qiao per salvare il fidanzato spara. In aria, ma comunque arrestata e incarcerata, sconterà una pena di cinque anni. All’uscita però non ci sarà il suo Bin e lei lo cercherà mettendosi sulle sue tracce fino a una provincia diversa, quella delle Tre gole. La donna, assieme al suo Paese, è cambiata in quei cinque anni, ora è più determinata, più donna. Lo rintraccerà, lo affronterà e poi se ne andrà. Li ritroveremo dopo altri dieci anni, lei sempre forte e decisa a capo di un locale. Lui fragile, colpito dalla malattia, un fallito o almeno così si sente. Con particolare durezza lei se ne prenderà cura, per lealtà, per rispetto alla legge dei clan. “Non provo niente per te” gli dirà con quel viso sempre uguale che da dolce e tenero si è fatto quasi di pietra. Come il Paese che fa da sfondo al film. Un paese che corre veloce, si sviluppa rapido, schiacciando chi non riesce a stare dietro, grigio, freddo, con grandi sacche di squallore come impietosamente mostra il regista, con immagini dai colori lividi che accentuano gelo e desolazione. Unico spiraglio di speranza e umanità sembra lasciato alla musica che Jia Zhang-Ke usa sapientemente. Quasi un sequel dei precedenti Still Life e Unknown Pleasure, o forse l’epilogo, in cui ripropone quell’atmosfera pesante e impietosa come certi suoi personaggi. Da vedere per cercare di capire.

Giudizio: ***

Al cinema: Sarah & Saleem; Le invisibili; Dililì a Parigi; Il professore e il pazzo; Book Club – Tutto può succedere.

SARAH e SALEEM – Là dove nulla è possibile
Film drammatico – sentimentale
Regia: Muayad Alayan
Intepreti: Silvane Kretchner, Adeeb Safadi
Berenice dice: una questione privata in una Terra in cui nulla può rimanere privato
Sarah e Saleem sono sposati, lei con un militare in carriera, lui con una studentessa universitaria, si conoscono, si piacciono, si amano. Una storia clandestina come tante, fatta di incontri impossibili, attimi rubati, forte passione, gioia mista a paura, un’infinità di segreti e bugie. Non fosse che sono a Gerusalemme, Sarah è ebrea e Saleem palestinese e tutto è molto, molto più complicato. Lo scopriranno presto, a loro spese. Un semplice brindisi: “E’ solo un bicchiere, la vita non è complicata come vuoi farla sembrare” dice Saleem alla donna, per convincerla a seguirlo, liberi e leggeri, in un locale pubblico, a bere, ballare come una coppia normale, seppur per pochi attimi. Poi un piccolo diverbio, una scazzottata e nulla sarà più come prima. Sospetti, accuse, trame e complotti, entreranno a forza nelle loro vite, rovinando ogni cosa, la loro relazione ma anche le rispettive famiglie. Pagheranno tutti, loro più di tutti.
Ispirato a una storia vera, su quella terra ci dice più di mille documentari, saggi o cronache. Girato con maestria, un ritmo incalzante, grande intensità, in una splendida Gerusalemme, ritratta con grande cura – sembra di poterla toccare tanto è vera – senza dare giudizi, il film inchioda dall’inizio alla fine, e poi rimane dentro.
Giudizio: ****

LE INVISIBILI
Film umoristico
Regia: Louis-Julien Petit (aiuto regista con autori come Luc Besson, ora al suo terzo film)
Interpreti: Corinne Masiero, Audrey Lamy, Déborah Lukumouena, Noémy Lvovsky
Berenice dice: la forza di non arrendersi
Lady D, Madame Macron, Edith Piaff e altre ancora, sono le donne invisibili, quelle che nessuno vede, nessuno vuole. Con i visi segnati, l’aspetto trasandato, grandi sacchetti pieni zeppi, chiacchierano, ridono, scherzano, si prendono in giro in attesa che i cancelli aprano. Envol è il centro di accoglienza per sole donne, l’unico che dia loro un po’ di assistenza, un pasto caldo, shampoo e sapone per farsi una doccia, una lavatrice per il bucato, soprattutto un luogo caldo e sicuro per passare qualche ora. Ma il centro non fa abbastanza, non secondo i canoni di chi lo finanzia, bisogna fare di più e di meglio per rendere autonome quelle donne, l’assistenza non deve essere beneficenza, creare dipendenza. Audrey e Manu, responsabili del centro, non ne sono molto convinte, cercano di ingegnarsi, di trovare nuovi modi per aiutare quelle donne. Per farlo infrangeranno schemi, regole, supereranno limiti e divieti in vista di una nuova possibilità. A cavallo tra road-movie e commedia sociale, senza mai sconfinare nel patetico o nell’autocompiacimento, il film va oltre il documentario, denuncia raccontando, riuscendo anche a
divertire, con momenti in cui le immagini prendono il posto delle parole. Ogni cosa sembra sospesa e non c’è spazio che per loro. Potente.
Giudizio: ***

DILILI A PARIGI
Film d’animazione
Regia: Michel Ocelot
Berenice dice: una favola per bambini che parla anche ai grandi
Dilili è una piccola meticcia intraprendente e curiosa, scappata dalla sua terra, la Nuova Caledonia, che arriva a Parigi, esibita in un villaggio ricostruito allo zoo per il piacere dei visitatori. Ma lei ha voglia di scoprire quella meravigliosa città nel pieno del suo splendore di fine Ottocento. Con l’amico Orel, un simpatico e bellissimo garzone, andrà alla caccia della perfida banda dei Maschi Maestri che non solo rapinano banche e rubano gioielli, ma rapiscono anche bambine e giovani donne. Sarà proprio questo mistero che cercheranno di svelare Dilili e Orel e per farlo gireranno in lungo e in largo la città, incontreranno pittori, poeti, scienziati e ricercatrici, donne di cultura che hanno contribuito all’emancipazione femminile, non solo francese.
Ambientato in una Parigi coloratissima, gioiosa, vitale, costruita come una fiaba di altri tempi, il film incanta, ammalia, cattura e ci riporta in quegli anni mettendoci in guardia sull’oggi e le sue derive. Il tutto tramite la voce, l’innocenza e il candore della giovanissima kanak.
Giudizio: ***

IL PROFESSORE E IL PAZZO
Thriller diretto da Farhad Safinia
Interpreti: Mel Gibson, Sean Penn, Natalie Dormer.
Berenice dice: quando genio e follia si incontrano (e confondono)
Un progetto, un sogno, una follia. E’ quella di James Murrey, professore scozzese autodidatta e di umili origini, chiamato ad Oxford per un compito eccezionale: censire tutte le parole inglesi in un unico, enorme e finalmente completo dizionario. E’ la nascita dell’Oxford English Dictionary, ancora oggi il più autorevole dizionario di lingua inglese. Un mastodontico lavoro che il Professore, trasferitosi ad Oxford con la numerosa famiglia, non potrà affrontare da solo. Non basteranno i pochi aiutanti che l’università, assai di malavoglia, gli ha fornito. Avrà un’idea, rivolgere un appello a tutta la popolazione di lingua inglese, sparpagliata per l’intero Impero, ciascuno potrà contribuire inviando significato e origini di ogni più strampalato e sconosciuto termine. Sarà così che l’ex colonnello americano (W.C. Minor, si firmava), coltissimo chirurgo affetto da una grave patologia psichiatrica, verrà a conoscenza del progetto e darà il suo fondamentale contributo. Due vite parallele che si intrecceranno in modo indissolubile, dando origine a una profonda amicizia e a un lavoro fondamentale per la lingua e letteratura inglesi e di tutto il mondo.
Il film segue in parallelo le vicende dei due uomini, la nascita della loro amicizia, il crescere di un vero sodalizio, perdendosi poi nei meandri di una follia allucinata, terapie devastanti quanto inutili, la centralità della fede, la necessità di redenzione (nel tentativo di farne un film di redenzione). Riuscendo a guastare una storia interessante che poteva essere sviluppata meglio restituendole parte di verità.
Giudizio: **


BOOK CLUB – Tutto può succedere
Commedia romantica a sfondo sessuale
Regia: Bill Holderman.
Interpreti: Jane Fonda, Diane Keaton, Andy Garcia, Mary Steemburgen
Berenice dice: zuccheroso
Quattro amiche, una casalinga e moglie devota, una vedova, un giudice e una business woman ricca e sicura di sé, unite da profonda amicizia e una grande passione per la lettura, leggono il romanzo erotico Cinquanta sfumature di grigio e la loro vita, placida e tranquilla, si risveglia. Chi cercherà di solleticare un marito all’apparenza assopito, chi di rifarsi una vita dopo un abbandono e tradimento ancora non superati, chi si lascerà tentare da una vecchia fiamma e chi ancora da un perfetto (e affascinante) sconosciuto. Un film sull’amore e il sesso qualunque età, l’esigenza di cercarlo, la speranza di trovarlo.
Una commedia senza particolari pretese, leggera, garbata, a tratti divertente, si lascia guardare senza lasciare molto altro. Nonostante l’ottimo cast e un tema interessante che si prestava a migliori sviluppi.

Al cinema: Border- Creature di confine; Una giusta causa; Copia originale; Boy Erased – Vite cancellate.

BORDER – CREATURE DI CONFINE
Film drammatico tratto dal racconto Confine di John Ajvide Lindqvist, originariamente pubblicato nel 2005 all’interno della raccolta Muri di carta.
Regia: Ali Abbasi
Interpreti: Eva Melander, Eero Milonoff, Joergen Thorsson, Rakel Waermlaender

Berenice: una vita ai confini (e la tentazione di superarli)
Svezia, un porto con controlli alla Dogana, dove un’agente donna dall’aspetto bizzarro, una smorfia sul viso e un fiuto eccezionale, scova potenziali contrabbandieri con una semplice annusata. Ne percepisce la colpa, la vergogna, la rabbia. Possiede un olfatto fuori dal comune ma non soltanto, ha per la natura una fortissima attrazione, ne è quasi in simbiosi. Sta bene quando è là a piedi scalzi, respirando, toccando insetti, piante, erba. Solo allora si sente se stessa, finalmente normale. Da una vita, infatti, Tina si considera ed è trattata come diversa, ‘strana’, sgraziata, rude, qualcuno da tenere a distanza. Lei stessa si isola, chiusa nel suo mondo fatto quasi di nulla. Avvertiamo la sua solitudine, il senso di estraneità, la sensazione incessante che manchi qualcosa. Poi arriva Vore, uomo alto, grosso e dalle sembianze bizzarre quanto le sue. L’olfatto di Tina ne è sconvolto, fiuta qualcosa che resta indecifrabile quanto sconvolgente. Ne è attratta in modo viscerale, sente una vicinanza, un’assonanza mai provata per nessuno prima, qualcosa di ferocemente potente, quasi animalesco.
Tratto dal racconto Grans di John Ajvide Lindquist – che si concentrava in particolare sull’incontro tra due esseri diversi ed estranei al resto del mondo – il film intende andare oltre e costruisce attorno a quel fortissimo nucleo una storia che però non ha pari potenza, quasi volesse trattare troppi temi e non sapesse quale prediligere. Il regista svedese di origini iraniane mischia i generi (forse troppi): dramma, fantasy, thriller, sfiora l’horror, chiede allo spettatore uno sforzo non da poco, andare oltre le proprie preferenze, aspettative, gusti. Ma se si riesce a superare preconcetti e sovrastrutture si può apprezzare il film in tutta la sua bellezza, con momenti di intensità rara, a tratti poetica. Forse Ali Abbassi non avrebbe potuto fare meglio se avesse prediletto un solo genere o un solo tema.
Un film non perfetto, a tratti non facile ma con momenti di straordinaria poesia e di grande potenza.
Giudizio: ***

 

UNA GIUSTA CAUSA
Film drammatico
Regia: Mimi Leder
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Sam Waterston, Kathy Bates.

Berenice dice: il mondo cambiato dalle donne
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta per le donne è ancora complicato, se non impossibile, fare tante cose. Ruth Ginsburg è una di loro, intelligente, forte, determinata, ha una bella famiglia, un uomo che la ama, un bimba piccola. E vuole diventare avvocato. Non sarà così semplice. Tra le prime nove studentesse entrate ad Harvard, riuscirà a laurearsi con il massimo dei voti nonostante le difficoltà – anche personali – le discriminazioni, un maschilismo neppure così latente. Poi però nessuno la vorrà nel proprio studio: una rivale, una minaccia, un sovvertitrice di regole e abitudini? Ciascuno la vedrà a modo proprio e Ruth sarà costretta a ripiegare sull’insegnamento. E proprio da quelle aule continuerà la sua battaglia, stimolando i suoi studenti, non stancandosi di denunciare le disuguaglianze, le assurdità di un sistema che si ostina a rimanere attaccato a regole vecchie e da superare. I tempi stanno cambiando, Ruth lo percepisce e con l’aiuto del marito riuscirà a scardinare il sistema dall’interno utilizzando le sue stesse regole. Un biopic costruito e interpretato con cura in un’ottima ambientazione che, pur nei limiti del genere, riesce a restituire un personaggio credibile assieme a un’epoca che ci sembra così lontana, senza esserlo davvero.
Giudizio: ***

 

COPIA ORIGINALE
Film drammatico
Tratto dalle memorie Can You Ever Forgive Me? di Lee Israel, biografa e falsaria.
Regia: Marielle Heller
Interpreti: Melissa McCarthy, Richard E. Grant.

Berenice dice: quando la copia è meglio dell’originale
Lee Israel scrive biografie, è un’ottima scrittrice ma ha un pessimo carattere, beve, fuma, non sopporta la compagnia di nessuno. Così non ha il successo e il riconoscimento che meriterebbe. Mentre qualcuno riceve milioni di euro per insulse storie, lei non riesce a ottenere neppure un piccolo anticipo. Dopo un furibondo litigio viene licenziata e deve trovare un modo per guadagnarsi da vivere. Saranno delle vecchie lettere di Fanny Brice a darle l’idea. Grazie al suo ingegno riuscirà a scrivere come e meglio dei più famosi scrittori (Dorothy Parker, Louise Brooks, Edna Ferber), le sue lettere saranno ancora più ‘autentiche’ delle vere e andranno a ruba. Assieme al simpatico e goliardico Jack, un bravissimo Richard E. Grant, si divertirà a creare, riprodurre e poi vendere il frutto del suo genio, che ancora una volta passerà per genio altrui. Un film sul talento, la scrittura, le difficoltà di emergere, di confrontarsi con un mondo editoriale sordo, ma anche sulla diversità, l’incapacità di uniformarsi, inserirsi, non rimanere ai margini. Il tutto interpretato magistralmente da Melissa McCarthy al suo primo ruolo drammatico, inaspettatamente perfetta per la parte, capace di dare al personaggio una umanità unica, permettendo al film di andare oltre alla biografia per reinterpretare la protagonista e renderla un personaggio difficile da dimenticare.
Giudizio: ***

 

BOY ERASED – VITE CANCELLATE
Film drammatico
Basato sulla storia di Garrard Conley, raccontata nel suo libro di memorie Boy Erased: A Memoir
Regia: Joel Edgerton
Interpreti: Victor Sykes, Jared Eamons, Joe Halwyn

Berenice dice: sforzarsi di diventare la persona che non si è
Una piccola cittadina dell’Arkansas, un pastore battista, la sua famiglia. La loro vita scorre senza grandi scossoni, il figlio Jared cresce, è un bravo studente, sportivo, serio, ha anche una ragazza. Presto però si accorge che qualcosa non va come ‘dovrebbe’, come gli hanno insegnato, come tutti si aspettano e pretendono. Lascia la ragazza, va al College, conosce altri ragazzi. Poi una violenza, il ritorno a casa, la ‘rivelazione’, la reazione della sua famiglia. Si vedrà costretto a rinnegare se stesso, a frequentare una scuola di “rieducazione morale”, a provare ad essere quello che non è e non sarà mai (e non vuole essere).
Tratto dal memoir di Gerrard Conley ha il pregio di portare alla luce una realtà ancora troppo sconosciuta (e ancora troppo diffusa) ma per farlo il regista si abbandona all’eccessiva drammatizzazione, a una sceneggiatura appiattita, a personaggi che non hanno la giusta complessità e rischiano, in molti casi, di risolversi in macchiette. Le pregevoli intenzioni si infrangono su un filmone ‘a tema’, stucchevolmente enfatizzato finendo per sortire l’effetto opposto e allontanare lo spettatore. Peccato, il tema meritava e il cast era ottimo.
Giudizio: **