La verità rimossa

Vincenzo Sciascia è nato e cresciuto in Sicilia, a Racalmuto, paese che ha dato i natali a Leonardo Sciascia. Studia Giurisprudenza a Milano, dove rimane in seguito lavorando a Palazzo di Giustizia. Riscontri nella narrativa: terzo classificato al Premio letterario Centro Culturale Antonianum nel 2013, finalista al Premio città di Como nel 2014.

Un ragazzo ferito a morte durante una partita di caccia. L’incidente rivela le pieghe più oscure dei rapporti tra uomini, famiglie, padri e figli.

 

di Vincenzo Sciascia              

 

Il sole di settembre batteva forte sul chiarchiaro, penetrava nei crepacci ricoperti di muschio e fogliame, rifugio di selvaggina e uccelli notturni. Sbiancava la collina sventrata da una cava di pietra, arbusti sospesi per aria spuntavano dalla roccia. Nel terreno in piano, due alberi di fichi dai frutti scuri, soffocati da piante di sommacco. Sul costone dirimpetto, gli occhi di due giovani erano fissi sulle fessure del chiarchiaro; da quella tana doveva uscire la preda. Il silenzio durava da più di un’ora e non si vedeva né il coniglio né il furetto. Nel labirinto delle gallerie della collina, la piccola bestia doveva aver perso la strada. Bisognava aspettare. Era un furetto esperto, non potevano rinunciarvi: la caccia si era aperta da poco. Uno dei due fece segno al compagno andare giù nella conca, qualcosa si era mosso fra i fili d’erba davanti alla tana dove avevano infilato il furetto. L’altro scese nel vallone fra i sommacchi che rinfrescavano l’aria, con passo calmo. Un colpo secco squarciò l’aria, e l’eco della conca lo fece rimbombare nella campagna come tanti colpi sparati uno dopo l’altro. Sotto, il giovane si accasciò a terra: il corpo supino, il viso al sole, il braccio e la mano tesa verso l’altro.

“Angelo, Angelo!” gridò dall’alto il compagno. Scendeva tirandosi con le mani i capelli neri, a precipizio. Appena fu vicino urlò: “Cosa ho fatto!” Rimase immobile a guardare il corpo del cugino: il viso sereno, il naso e la mascella forti, i biondi capelli arruffati fra gli steli arsi dalla calura, le labbra ancora rosse. Sotto il sole di settembre il giovane giaceva a terra. Preso dal panico, il cugino si precipitò dalla collina in direzione del paese, non lontano si intravedeva la chiesa del Carmelo. Quel giorno era stato lui a invitare Angelo alla battuta di caccia: una passeggiata, gli aveva detto, per vedere se c’erano tanti conigli come qualcuno aveva raccontato, la sera prima. Arrivò sconvolto e come un pazzo si aggirava fra i limoni del cortile interno della casa.

Il padre lo vide e gli andò incontro: “Che successe?” Non rispose. Come un forsennato, gli occhi rossi e lucenti, camminava a passi rapidi sbattendo il viso fra i rami e le foglie degli alberi.  Il padre lo incalzò: “Dov’è tuo cugino? Perché non hai il fucile? E i cani?” Il figlio non rispose. Continuava a tirarsi i capelli e a girare in tondo, il viso bagnato e sporco di terra; poi si fermò di colpo. Anche il tempo.

“Ammazzai mio cugino. Perché successe, Maria”, disse. Il padre si accasciò sul sedile di pietra del giardino. Ammutolì, pensando al fratello, a quel figlio avuto in tarda età. Il dolore l’avrebbe ucciso. Dall’uscio di casa la madre sentì tutto, si coprì il viso con le mani, incapace di fare un passo. Maria, che stava a significare? Pensò il padre, ma allontanò subito l’idea che si faceva strada, c’era altro da pensare. Guardava il figlio e gli sembrava di vedere il cugino. I due stavano sempre insieme; finito il lavoro, andavano in piazza a passeggiare, a divertirsi nelle botteghe di vino o nella sala da ballo di piazza Castello. Erano una cosa sola.  “Vieni, andiamo dai carabinieri” disse il padre.

Alla caserma il piantone chiese il perché della loro venuta e di corsa chiamò il maresciallo. Il padre conosceva quell’omone dai folti baffi e gli occhi indagatori. Per la sua attività di proprietario di un mulino l’aveva incontrato più di una volta, con onestà portava la divisa. E gli raccontò quel poco che sapeva.

“Veni ragazzo, portaci al posto di caccia”, disse il maresciallo, in tono calmo e fermo di chi è abituato a comandare.

Arrivarono che era quasi mezzogiorno. Sul costone, dove i giovani si erano appostati, giacevano i fucili e la cesta di vimini del furetto. Il sole cadeva a filo a piombo, e chiaro si vedeva nel vallone il corpo. Che strana posizione, pensò il maresciallo, disteso supino, il volto in su, ma sul petto non ci sono macchie di sangue, e quel braccio con la mano aperta protesa quasi a chiedere un perché? Con modi sicuri scese dal costone e si avvicinò al corpo che pareva riposare. Si accertò della morte del ragazzo. Non toccò la chiazza di sangue che si era allargata sotto la schiena. Ma sul torace non c’erano macchie, quindi era stato colpito alle spalle, e cadendo aveva preso quella posizione. Ad occhio, la distanza da lì a dove era appostato il cugino, doveva essere meno di venti metri. Un colpo sicuro.

“Raccontami com’è andata”, chiese il maresciallo. Con lo sguardo a terra il ragazzo sembrava incapace di dire parola. “Dì cosa è successo, non avere paura”, disse il padre.

“Eravamo appostati in attesa che il furetto uscisse da più di un’ora, niente. Poi mi sembrò di vedere qualcosa muoversi vicino alla tana, e feci segno ad Angelo di andare a vedere. Pensai che il furetto aveva perso i sonagli cercando i conigli, e poi… poi…  ricordo poco. Ho visto come un’ombra correre veloce, il coniglio, sparai d’istinto, ma quando la fumata svanì nell’aria, il corpo di Angelo era per terra. Cosa ho fatto”. Il maresciallo osservò la scena, ritornò sul costone, nel punto esatto da cui il giovane aveva sparato: guardò la posizione del corpo e la possibile traiettoria del colpo. Nella sua mente l’idea dell’incidente di caccia prendeva piede. Sopraggiunse il pretore, e dietro il cancelliere. Il maresciallo si appartò con lui e gli fece una ricostruzione di come pensava si fossero svolti i fatti. E’ chiaro! Un incidente di caccia: all’apertura è sempre così”.

Chiacchieravano intorno al corpo quando, dalla strada del paese, videro arrivare un carabiniere che accompagnava un piccolo uomo, il padre di Angelo. Nel vallone il ronzio dei mosconi, gli uomini aspettavano. Passo dopo passo, l’uomo si diresse dove giaceva il figlio. Il viso una maschera funebre. Vicino al corpo senza vita si fermò e da quegli occhi tagliati come fessure non scese una lacrima, mentre le labbra sussurravano parole confuse. Si inginocchiò, poggiò la testa sul petto, strinse il polso nelle sue mani. Il tempo sembrò fermarsi. Pochi minuti che ai presenti, gli occhi puntati sul piccolo uomo, sembrarono non passare. In quei minuti qualcosa si ruppe. Morto mio figlio, pensava l’uomo, chi avrebbe continuato la catena dell’esistenza, chi si sarebbe ricordato di lui, delle cose che gli aveva insegnato. La loro vita finiva lì. Nell’attesa del procuratore della Repubblica, il cancelliere preparava il verbale, quando l’uomo salì sul costone dov’erano rimasti gli arnesi di caccia. Da cacciatore guardò il fucile a terra, il suo regalo per la maggiore età del figlio, compiuta da poco. Accarezzò l’arma come se sfiorando la canna sentisse le sue mani, e poi d’istinto lo puntò in direzione della tana e guardò il mirino in fondo. Le pupille sparirono nelle strette fessure, riaprì gli occhi, guardò di nuovo la traiettoria di tiro verso la tana, ma non vide il corpo di Angelo. Incredulo, se li stropicciò, forse il sole gli faceva prendere un abbaglio. No! Angelo era fuori dalla linea del tiro di più di dieci metri. Com’era possibile? Il cugino non poteva sbagliare: era un tiratore esperto. “Attenzione là sopra, metta giù quel fucile”, disse il maresciallo. L’uomo non lo sentì. Senza posare il fucile ne abbassò la canna a terra, prese la cesta del furetto, scese dal costone e si incamminò per ritornare in paese. La luce del crepuscolo arrossava le pietre e le foglie degli alberi di sommacco erano di un rosso vivo quando discese la stradella. Con le spalle ricurve, come schiacciato da un masso camminava spinto dalla pendenza della via. I pugni serrati lungo i fianchi, le vene della fronte che pulsavano, mentre pensava e ripensava che Angelo era fuori dalla linea di tiro al coniglio. Perché ha sparato? Come può un tiratore esperto fare uno sbaglio simile?

Non si era accorto che era quasi arrivato a casa, ora si sentivano le grida delle vicine e della moglie: riconobbe quella voce guasta dal dolore. Entrò, si diresse verso il letto del figlio e ripose vicino il fucile e la cesta di vimini. Vedendolo, le donne abbracciarono la moglie e fra mille sussurri andarono via. Erano soli. L’uomo si avvicinò, e si strinsero forte. Dalla finestra entravano le voci della strada, le grida dei ragazzi richiamati al silenzio.

“Voglio vedere Angelo” disse la moglie.

“Ora non si può, ci sono i carabinieri e il pretore”.

“Come successe” gridò, tirandosi i capelli.

Il marito glieli accarezzò: “Dicono una disgrazia”.

“A caccia erano una coppia affiatata. Mai niente è successo”.

“Dicono… ma io non ci credo” disse il marito, e se ne pentì.

“Che vuoi dire?” gli occhi increduli, in attesa.

“Angelo era fuori dalla traiettoria di tiro”, e si lasciò cadere sulla sedia.

“Perché, Dio mio!” urlò la donna. La voce entrò in tutte le case della via.

Vennero i giorni del funerale, e delle condoglianze. Nel paese e tutti parteciparono, anche il cugino. Ma l’uomo non gli strinse la mano, da quelle fessure profonde lo guardò con occhi d’odio. Nel tempo che seguì il padre ripensò all’ultimo periodo della vita del figlio, dove e in compagnia di chi l’aveva visto. E un’immagine ritornava frequente: i cugini alla sala da ballo di piazza Castello e gli occhi maliziosi di cerbiatta di una ragazza fra i due. No! Non si può…. per una donna. Come il padre dell’assassino, capì, e da allora non lo guardò con odio, ma con occhi di pietà, quella che alcuni sentono nel vedere le miserie della vita. Tutto il paese accettò la versione dell’incidente, ma i cacciatori – e quasi tutti in paese praticavano la caccia – erano certi del contrario perché non si può mirare e colpire un bersaglio fuori tiro o scambiare un uomo per un coniglio. Il padre non parlò, non disse ai carabinieri che non poteva essere un incidente. I parenti glielo avevano chiesto per il buon nome della famiglia, anche la moglie: “Mio figlio è morto, nessuno me lo darà. Solo di lui ho desio”.

Il marito acconsentì, ma era un uomo e quella verità, da tutti accettata, non gli andava giù. Dalla morte del figlio decise che come non aveva parlato davanti ai carabinieri, non avrebbe parlato più con nessuno, neanche con la moglie. Gli altri dovevano sapere che lui non ci stava. E così fu. Dopo il lavoro nei campi e la cena, si sedeva al balcone a guardare le colline che circondavano il paese, il tramonto del sole fra i due cipressi e il volo bizzarro dei pipistrelli su e giù per la via. Ma i suoi pensieri erano altrove, in compagnia del figlio, e giorno dopo giorno ne ripercorreva la vita. Da quando era nato, ai primi passi, al precipitarsi per la strada in discesa, al sudore sul viso e nei capelli ricciuti. Un’altra sera, ragazzo a dieci anni era voluto andare ad aiutarlo al tempo della mietitura, e i capelli si confondevano con il frumento. Si ricordò di un detto che il padre ripeteva: “e lu cuccu ci dissi a li cuccuotti a lu chiarchiaru ni videmmu tuttti“. E il cucco disse ai suoi piccoli, al chiarchiaro ci rivedremo tutti. Anche lui sarebbe andato a finire nel chiarchiaro. E un sorriso luccicò fra le fessure degli occhi.

Il viaggiatore

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di Andrea Genzone

 

All’aeroporto La Aurora, dietro la transenna della sala d’attesa, Adelmo vide il suo nome scritto a penna rossa su un foglio di carta. A tenere in mano il cartello, all’altezza del petto, un uomo piccolo che sorrideva a tutti quelli che gli camminavano incontro, pronto ad afferrare qualunque bagaglio non appena stabilito chi fosse il suo uomo. Portava pantaloni beige e una camicia a fiori, sbiadita ma ben stirata. Una profonda ruga orizzontale gli attraversava la fronte. Adelmo ebbe un sussulto: a parte il colore della pelle, quell’uomo era tale e quale a suo padre. “La ruga del pensatore” la chiamava sua madre, scompigliando al marito i radi capelli grigi. Una delle rare manifestazioni di affetto coniugale di cui fosse stato testimone da bambino.

“Mi chiamo Hilmar, benvenuto a Città del Guatemala” disse l’uomo. Gli prese lo zaino e se lo caricò su una spalla. Camminava obliquo sotto il peso del bagaglio, senza smettere di sorridere, e ad Adelmo sembrò che non facesse alcuna fatica.

“Ha fatto buon viaggio?” chiese l’autista quando salirono in auto. Adelmo annuì. Scrutava quell’uomo senza farsi notare, cercando le differenze tra lui e suo padre. Ce n’erano. Eppure la trasandata eleganza di quella camicia a fiori, quel sorriso compiaciuto, erano proprio quelli del vecchio Mario nei giorni di vacanza, quando si stendeva sotto la veranda della casa al mare e accendeva un sigaro.

Hilmar girò la chiave nel quadro e avviò il motore. Adelmo premette il tasto per abbassare il finestrino. Il vetro si mise in moto, poi rallentò e si fermò a metà. “Più giù non va” disse Hilmar, mostrando i palmi delle mani in un gesto di scuse. “Musica?” disse, e accese la radio.

Il cielo era di un grigio distante. Hilmar guidava fischiettando un motivetto reggaeton, tamburellando con le dita sul volante. Un portachiavi in pasta di sale dondolava ticchettando contro il cruscotto; portava una scritta infantile e incerta: “Buon compleanno papà.” Entrati in città si ritrovarono nel traffico del mattino: “A quest’ora si fa prima a piedi” disse Hilmar.

Adelmo si rilassò sul sedile: la sbornia della festa d’addio e il viaggio l’avevano messo KO. Più cercava di distrarsi e più pensava ad Anita, lasciata due notti prima cinquemila chilometri più a sud, seduta sui gradini d’ingresso della pizzeria dove avevano lavorato insieme. Non te ne andrai davvero, sembrava dire il suo sguardo. Ricordò le camminate verso casa dopo il turno di mezzogiorno. Poche parole, molte mani sfiorate per sbaglio e un nodo allo stomaco che non sentiva dai tempi delle scuole medie, quando aveva una vita tutta intera e quella certezza, incrollabile quanto arbitraria, che il futuro nascondesse qualcosa di grandioso. Pensava al modo in cui lei stringeva gli occhi e sorrideva, mostrando la fossetta al lato della bocca e illuminandosi in volto.

Aveva avuto altre donne negli ultimi anni, ma in lei c’era qualcosa di struggente. C’entrava una foto, una delle poche che avesse conservato, in cui Adelmo era coi suoi genitori, su una spiaggia della Corsica. Il classico scatto della famiglia al mare, leggermente mosso, con un’inquadratura pessima presa da qualche passante. Nella foto Adelmo ha nove anni, il costume delle tartarughe ninja e sta in mezzo a mamma e papà. Ha la bocca spalancata in un sorriso incontaminato; gli occhi sembrano contenere tutta la luce di quella giornata e brillano, anche attraverso la carta opaca della fotografia. Adelmo guardava spesso quell’immagine, non poteva farne a meno. Poi la ricacciava tra le pagine di qualche libro e usciva, camminava fino a sfinirsi.

Anita risplendeva della stessa luce e gli voleva bene con un tale abbandono da fargli passare la voglia di andarsene di città in città. Era venuta a dirgli che una memoria di quella felicità, immortalata in riva al mare molti anni prima, era ancora in circolo, annidata nel suo corpo come un virus dormiente. Eppure, come sempre, Adelmo si era barricato nella sua fortezza invisibile: “Anita, lo sai che devo andare.” “Vengo con te!” aveva detto lei, con l’allegria semplice di chi ha appena incastrato l’ultima tessera di un puzzle.

Ricordò la ragazza sul gradino della pizzeria e poi si volse a guardare verso il sedile posteriore. Vide la schiera di bandierine sudicie, cucite alla tasca del suo zaino. Là in mezzo, pensò, ci sarebbe stata benissimo la spilla di campione mondiale delle occasioni perse.

 

Adelmo guardava la città scorrere oltre il finestrino mezzo abbassato. Gli autobus acceleravano e frenavano bruscamente, colorando l’aria di fumo nero. Davanti alla serranda chiusa di un negozio abbandonato, due ragazzi stavano accovacciati a terra. Avevano lo sguardo perso nel vuoto, i vestiti logori e i volti segnati da sporcizia e cicatrici. Una donna con due bambini, divisa della scuola e cartella, camminava lungo lo stesso marciapiede. Quando vide i ragazzi a terra prese i piccoli per mano e attraversò la strada. Adelmo pensò che quella che doveva essere un’esplosione di colori accesi, di suoni armoniosi e di profumi intensi, di nuovo, non era che una città come le altre. Grigia, piena di buche e di escrementi di cane. La suoneria di un cellulare lo riscosse.

Hilmar spense la radio: “Pronto” disse soltanto, poi rimase in ascolto. Adelmo poteva udire una voce di donna dall’altra parte del telefono, ma non captò che alcune parole. Appoggiò la nuca al sedile e si girò di nuovo verso il finestrino.

Quasi sbatté la faccia contro il parabrezza quando Hilmar frenò. Le gomme fischiarono, l’odore di gomma bruciata pervase l’abitacolo. L’autista fece inversione, tra le proteste degli altri automobilisti. Gettò il telefono nel portaoggetti senza nemmeno riagganciare e accelerò nella direzione opposta.

“Che succede?” chiese Adelmo.

L’uomo non rispose, ingranò la seconda e affondò il piede sull’acceleratore.

“Hilmar, rallenta! Che succede?”

L’autista aveva cambiato espressione. Era concentrato sulla strada, il sorriso era scomparso e aveva lasciato il posto a una mascella serrata. Di nuovo sembrava suo padre, durante le ultime settimane di vita. Quando tutto era già andato a puttane per i debiti e le continue, spericolate operazioni finanziarie di cui Adelmo non sapeva nulla. Lui era solo un ragazzino che se la passava bene: vestiti di marca, videogiochi costosi e una cameretta che sembrava Gardaland. Quando doveva spiegare cosa facesse papà diceva solo: consulente finanziario. Ed era tutto, a sedici anni non serve sapere altro.

 

“Figlia mia” ripeteva sottovoce Hilmar, passando un altro incrocio a colpi di clacson.

“Hilmar, per carità, così ci ammazziamo tutti e due!”

Suonò di nuovo il telefono. Adelmo prestò attenzione alla conversazione e capì che c’era di mezzo una bambina, che doveva essere a casa da un pezzo e che non si trovava da nessuna parte.

“Sto andando alla Terminal” disse l’autista prima di riagganciare. “Fammi sapere se hai novità.”

“Hilmar, forse dovresti farmi scendere” disse Adelmo.

L’uomo inchiodò a bordo strada e si allungò per aprirgli lo sportello. “Forza, scendi!” disse. Adelmo mise un piede a terra. A pochi metri da lui un gruppo di ragazzi lo stava fissando. Avevano tatuaggi su tutto il corpo, compreso il volto. “Ma guarda guarda,” sentì dire, “ecco che arriva il gringo.” Adelmo richiuse lo sportello. “Non è una bella zona per fare il turista” disse Hilmar, e ripartì.

La Terminal era una stazione di autobus con un enorme mercato annesso. “Aspettami qui” disse Hilmar. Scese dall’auto e scomparve tra le bancarelle in cerca della bambina. Tornò mezz’ora dopo, rosso in volto, parlando al telefono: “Nessuno l’ha vista,” disse col fiato corto, “non è passata di qui.” “Hai guardato alla stazione?” chiese la voce. Hilmar riagganciò e si coprì il volto con le mani.

Per un istante Adelmo invidiò quella bambina. Dovunque fosse, aveva un padre che la cercava disperatamente.

“È tua figlia, vero?” chiese.

L’uomo annuì: “Lei è… speciale, non parla bene. Di solito torna da scuola con un’amica, prendono l’autobus qui. Ma oggi l’amica non c’era, noi non lo sapevamo e adesso, chissà dov’è…”

“Hai avvertito la polizia?”

Hilmar lo guardò come se fosse uno stupido.

“Senti, perché non proviamo a fare a piedi la stessa strada che fa tua figlia?”

Adelmo si fece dare una fotografia della piccola, che Hilmar aveva nel portafoglio. Mentre l’autista camminava verso la scuola, si immerse nella stazione affollata di gente e di autobus dai colori sgargianti. Chiese a tutti gli autisti se avessero visto la bambina della foto. Molti la conoscevano: era Diana, la figlia di Hilmar, ma non l’avevano vista quel giorno.

I due si ritrovarono alla macchina senza buone notizie. L’autista si dondolava da un piede all’altro e Adelmo capì che non riusciva più a ragionare. “Andiamo avanti, Hilmar. Se non ha preso l’autobus, magari è andata a piedi. Da che parte?”

Lungo la Sexta calle Hilmar chiese a tutti i negozianti, Adelmo ai passanti, ma nessuno aveva visto Diana. L’autista guardò il cielo: il sole iniziava a tramontare. Telefonò a casa, ma Diana non si era vista e nemmeno sua moglie aveva notizie.

Adelmo seguì Hilmar sulla scala di un lungo cavalcavia pedonale, sospeso sopra tre carreggiate a doppia corsia. A metà del ponte Hilmar si bloccò, strinse con la mano il braccio di Adelmo. “Attento,” disse, “cammina normale.” In direzione opposta arrivavano due ragazzi. Adelmo si voltò e vide altre due persone che li raggiungevano da dietro. “Vogliono solo rubare,” disse Hilmar, “dagli tutto e non fare cazzate.” Adelmo sentì i propri battiti riverberare nel cranio. Per fortuna lo zaino l’aveva lasciato in macchina, con dentro il passaporto e tutto il resto. Aveva con sé il cellulare e un po’ di contanti cambiati all’aeroporto. I quattro li circondarono, stringendoli contro la balaustra. Non dissero una parola, in due li tenevano fermi e gli altri iniziarono a frugare nelle tasche. Uno dei rapinatori estrasse la fotografia di Diana dalla tasca dei jeans di Adelmo. Guardò il visino ebete, gli occhi un po’ strabici, e scoppiò a ridere: “E questa chi è, la tua fidanzata?” disse, e gettò in strada il ritratto. “Maledetti drogati!” urlò Hilmar, divincolando una mano e mollando un ceffone al ragazzo. I camion passavano sotto ai loro piedi, facevano vibrare la grata del pavimento e spostavano muri di aria tiepida e maleodorante. Il ragazzo iniziò a prendere a pugni Hilmar, mentre gli altri due lo tenevano fermo. Poi, insieme, lo presero e lo sollevarono oltre la balaustra. Hilmar urlava insulti, si dimenava come una bestia presa nella tagliola. Adelmo cercò di liberarsi dalla stretta del ragazzo che lo teneva, ma quello non si lasciò sorprendere. Sul ciglio della strada si andava formando un capannello di curiosi. Un’anziana signora urlò: “Polizia!” e agitò le braccia in direzione di una pattuglia che passava in senso opposto. Gli agenti non si fermarono, ma i rapinatori si diedero alla fuga. Fecero per riportare Hilmar coi piedi a terra, ma per la fretta lo lasciarono andare dove si trovava, in bilico sopra la balaustra. L’uomo si avvinghiò al corrimano, con il corpo che pendeva dalla parte della strada, e agitava le gambe come se stesse annegando. “Ti tengo!” urlò Adelmo, e l’aiutò a scavalcare.

 

Suo padre, invece, si era trovato solo quel giovedì pomeriggio di tredici anni prima. Non c’era nessuno a tendergli la mano al di sopra della balaustra. Di certo non lui, figlio ingenuo e stupidamente ignaro. Non aveva idea che il vecchio Mario facesse affari illegali, né che tutto il suo mondo potesse crollare da un momento all’altro. Ed era crollato. Tornando da scuola, aveva trovato la strada transennata e un’ambulanza ferma per traverso, con gli sportelli aperti. Un carabiniere, appoggiato di schiena alla gazzella, si guardava le scarpe. Un pugno di curiosi si era zittito nel vederlo arrivare. Prima ancora di sapere cos’era successo aveva capito che la sua vita, da quel momento in poi, sarebbe stata un’altra.

 

Seduti a terra, con la schiena appoggiata alla balaustra, Hilmar e Adelmo guardavano le auto passare sotto di loro attraverso la grata. Era buio, e c’era una bambina speciale persa da qualche parte della città. Non avevano più nemmeno un cellulare, così scesero in strada per cercare un telefono. Hilmar entrò nella bottega di un falegname e Adelmo attese sul marciapiede. Guardava da lontano quell’uomo incurvato su se stesso, con la cornetta in mano. Poi lo vide riagganciare e accasciarsi a terra. Entrò nella bottega e lo trovò che piangeva, la fronte appoggiata al pavimento. Adelmo ci mise un po’ a farsi dire, tra i singhiozzi, che Diana era tornata a casa e stava bene.

 

Hilmar parcheggiò di fronte all’ingresso del palazzo. “Sei arrivato” disse. “Mi scuserai se non ti accompagno dentro.” Scesero dall’auto e l’autista scaricò lo zaino sul marciapiede. I due si strinsero la mano a lungo, come fossero gli unici sopravvissuti a una battaglia. “Che Dio ti benedica” disse Hilmar. “Buona fortuna anche a te” rispose Adelmo. E si lasciò abbracciare.

Il ragazzo guardò l’automobile allontanarsi, la luce rossa dei fari traballare nel buio. Tornava a casa, il vecchio. Avrebbe aperto la porta: “Ecco papà che arriva!” Avrebbe abbracciato la bambina, forse l’avrebbe sgridata. Avrebbe messo qualcosa sotto i denti, seduto al tavolo di cucina. La moglie gli avrebbe ronzato intorno, esausta e sollevata, parlandogli di quella giornata infinita. E tutto sarebbe ricominciato da capo: una vita anonima, forse squallida, per giunta pericolosa. Ma Adelmo continuava a pensare alle lacrime dell’uomo, lasciate sul pavimento di una falegnameria. Pensava a Hilmar e pensava a se stesso, alle gocce di pianto per le persone care.

Si issò lo zaino sulle spalle e andò al portone. Avvicinò l’indice al citofono e premette il pulsante. Sentì un rumore di passi dall’altra parte: qualcuno veniva ad aprire. Di scatto si ritrasse e prese a correre, nella stessa direzione in cui se n’era andato Hilmar. Non si voltò a guardare se qualcuno, aperto il portone, l’avesse visto. Non importava più. Girato l’angolo rallentò e si diresse verso il centro. Sentiva ancora addosso l’abbraccio di Hilmar, l’odore della paura e della gioia.

Entrò nel primo albergo, prese una stanza e si lasciò cadere sul letto, lo sguardo fisso sul ventilatore a soffitto. Avrebbe dato tutto per un abbraccio di suo padre, per sentire ancora l’odore del sigaro e del dopobarba al muschio selvatico. Il giorno in cui era morto, sua madre gli era corsa incontro da dietro l’ambulanza. La luce blu dei lampeggianti confondeva i suoi lineamenti nell’imbrunire, rendeva la sua espressione smarrita difficile da interpretare. Camminava rapida sui tacchi, al braccio dello zio, asciugandosi il volto con una manica del cappotto. Non gli avevano permesso di avvicinarsi e non glielo avrebbe mai perdonato. Sarebbe stato meglio vederlo quella sola volta, carne sull’asfalto, anziché per tutta la vita sui soffitti insonni delle camere da letto.

Allungò una mano sul comodino e tirò a sé il telefono. Sua madre rispose al primo squillo:

“Elmo! Mio dio, è più di un anno… Come stai, dove sei?”

Adelmo sentiva il bisogno di raccontarle ciò che gli accadeva in quei giorni. Avrebbe anche voluto parlare del passato, sputare la sua rabbia. Ma quel bisogno non era abbastanza: la tela che negli anni aveva intessuto intorno a se stesso lo paralizzava, intrappolava ogni contenuto emotivo e lasciava passare solo parole vuote, asettiche.

“Che lavoro fai ora?” chiese sua madre.

“Niente, il cuoco, come al solito.”

“E come mai sei in Guatemala? Pensavo ti fossi sistemato a Buenos Aires, con quella fotografa.”

Ormai da troppo tempo incline al silenzio, Adelmo rispondeva in modo elusivo alle domande sui suoi programmi futuri. Non le disse neppure che erano mesi che mancava da Buenos Aires. E d’altra parte non c’era stata nessuna fotografa, nessun tentativo di sistemarsi. Sua madre, come aveva sempre fatto anche in famiglia, si affannava a riempire ogni spazio vuoto nella conversazione. Si dilungò sugli acciacchi della gatta, ormai invecchiata: “Non so se farai in tempo a vederla ancora, sai?” Poi tacque anche lei. Rimase il fruscio della linea telefonica. Adelmo considerò, per un momento seriamente, se non fosse il fruscio dell’oceano che separava i due apparecchi.

“Mamma?” disse.

“Sì?”

“Ti voglio bene… Vaffanculo.”

Riagganciò, affondò il volto nel cuscino e cacciò un urlo.

 

Non aveva voglia di uscire a procacciare una cena. Frugò nello zaino e vi trovò un pacchetto di crackers sbriciolati. Accese il televisore: sul canale Guatevisión un notiziario mostrava le immagini di una manifestazione religiosa, svoltasi in quella giornata. Un crescente senso di non appartenenza lo assalì. Una ragazza dai capelli bruni fu intervistata: quando ebbe finito di parlare sorrise al giornalista e vi fu un fermo immagine che poi sfumò in un passaggio di scena. Il bianco di quei denti rimase impresso nella mente di Adelmo e una nostalgia pungente gli chiuse la gola.

Si lasciò andare con la testa sul cuscino, seguì con lo sguardo alcune chiazze di muffa sul soffitto. Poi prese la decisione: per la prima volta dopo tanti anni avrebbe fatto inversione di marcia. Sarebbe tornato indietro, sul gradino di quella pizzeria.

Non chiuse occhio per tutta la notte, preso a pensare alle mosse del giorno dopo: lo zaino, il taxi, l’aeroporto. Ma questa volta sarebbe stato più facile, perché la strada la conosceva già.

Una storia di fiume

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di Giovanna Stanganello

 

Sul fiume ci sono nata. Quando arrivo alla fine del molo mi piace puntare sul faro perché mi vengono in mente i racconti di mare, gli avvistamenti nella notte, banchi di nebbia e suoni che avvisano i viaggiatori perché gli sforzi di salvezza non s’infrangano sulla meta. Guardo il faro quando il crepuscolo ha disertato il cielo e i viola arancio si fanno bruni. Si accendono le prime luci nelle case della vecchia Castellammare, le vedi tutt’intorno alla costa; quando si illumina quella del faro socchiudo gli occhi: non resta che un guizzo elettrico e l’odore di porto.

Quello che immagino odore di porto, perché non lo riconosco ora che l’attracco peschereccio è diventato turistico. La Pescara è il fiume; D’Annunzio ci ha scritto le novelle, con quella femminilizzazione del nome che il dialetto ha dato al nostro fiume quand’era vecchio. Oggi gli altri dicono il fiume Pescara, per noi è la Pescara, donna, acqua, curva che riceve l’Aterno e confluisce a estuario. Non ci abito più, ma i compagni di sempre chiedono anche ai “fuoriusciti” una memoria, una poesia, una foto che raccontino il fiume da difendere. In meno di 60 chilometri le acque terse delle Sorgenti di Popoli diventano la melma del porto canale per il letale inquinamento delle falde scoperto nei rifiuti tossici che la Montedison ha lasciato in regalo con la fabbrica di Bussi sul Tirino. Me li immagino i miei compagni a piedi o in bici, così com’è scritto sul volantino: “in difesa della bellezza”, faranno il corso della sponda ad est della Pescara, oltre il cementificio, alla discesa dove c’è il canile (quel posto puzzava tanto che gli amici della Madonna del Fuoco, facendo il verso al Vate, parlavano di “orrifici miasmi”); da lì seguiranno lungo l’ultimo tratto del fiume e arriveranno alla spiaggia libera, quella della Madonnina.

Io mando una storia di fiume un po’ datata: è il 1976; giratevi verso l’altra sponda del fiume, però: guardate verso Porta Nuova, è quella la vera Pescara, inglobata poi sotto il fascismo a Castellammare. Ecco, mi sto spostando tra i luoghi dove mi vedevo di nascosto con Nicola per sfuggire alle gelosie di mio padre, dispotico con le figlie femmine e succube del pregiudizio sui ragazzi della Marina. La Marina era uno dei domestici bronx, insieme alle case popolari di via Sacco e Rancitelli degli zingari, di San Donato del carcere: una delinquenza alla buona, schifata dai borghesi che non abitano quei quartieri. I pescaresi veri si mischiano, sono mezzo zingari, e sanno di porto e scafette di pesce fresco. Ma questo forse era più di trent’anni fa, alle due di pomeriggio, mentre pedalo come una pazza per capitalizzare l’ora e mezza che mi sono ritagliata imbrogliando un po’: ho preso in senso inverso via dei Peligni, ho salutato al volo Giordano, la sua calzoleria mette insieme i pezzi meglio di una sezione di partito: il vecchio partigiano Bertone risponde burbero a monosillabi ai giovani del colletivo del Manthoné, l’istituto tecnico che ha la sezione staccata proprio sopra al negozio. Vedendomi passare in senso vietato, Giordano fa per lanciarmi lo scarpone che ha in mano, sono le sue lezioni di prudenza stradale. Sfreccio davanti alle case popolari, due vecchi cuciono reti, una donna grida al figlio piccolo di rientrare in casa, tre ragazzi che danno calci a un pallone fanno apprezzamenti sulle mie gambe scoperte dal vento in bicicletta, mi gridano dietro in dialetto e sghignazzano. Li mando a cacare, tanto più che ho addosso la calzamaglia spessa, non propriamente sexy; il montgomery nero mi piace anche se mi sta un po’ largo; una sciarpa colorata fatta ai ferri da mia nonna mi copre, per abitudine invernale, la bocca e il naso. Me la tolgo con una mano: la destra, perché tengo bene il manubrio solo con la sinistra sulla bicicletta, mi è venuto caldo per la corsa e in realtà il vento non è freddo, per essere febbraio, capita ogni tanto che la sponda dell’Adriatico sia spazzata da un alito di scirocco. Siamo gente di mezzo e ci riscaldiamo con arie d’Africa, certi giorni invece ci geliamo di venti balcanici o ci facciamo prendere alle spalle dai maltempi dell’Appennino.

Mi viene bene smontare al volo, già mi guardo intorno pur sapendo che Nicola è ritardatario e mi dà il tempo di legare la bicicletta al pino piccolo prima della spiaggia, faccio i pochi metri che mi mettono sui sassi del molo, scavalco e resto in piedi ad aspettare voltata verso il fiume, i capelli vanno dove gli pare, ne ho tanti che per dargli un senso devo legarli, lo faccio con un elastico ma quelli più corti sfuggono e mi ondeggiano in anelli davanti agli occhi, è su questi che si posa la mano di Nicola. Silenzioso come un teppista, mi ha fatto sobbalzare. Lo spingo via ridendo senza dire niente e ce ne andiamo dove ci piace, sulle travocche roscie: è quello del marinaio per cui lui lavora all’alba del fine settimana, poi viene a scuola come un mezzo zombie il venerdì e a volte si addormenta; il sabato spesso non si presenta. Il professore di educazione fisica ha detto che gli dà l’insufficienza se continua con queste assenze, ma la sua famiglia se la passa male e lui aiuta in casa. Sua madre vorrebbe lavorare ma il padre è geloso pazzo e la pesta quando beve, soprattutto quando lei non vuole dargli i soldi per andare al bar. La De Crescentiis che quest’anno insegna italiano ha un debole per Nicola perché dice che dietro le arie da forsennato batte un cuore stilnovista. Glielo ha detto con la sua aria seria quando Nicola ha scritto un tema con errori ortografici e una passione tutta sua; poi ha guardato me e ha aggiunto: te lo affido, Di Tommaso, ti do nove in italiano se t’impegni a eliminargli quei quattro strafalcioni di grammatica. Io e Nicola ci siamo guardati impacciati, ma quattro mesi dopo ho preso nove e lui ha scritto un pezzo sulle periferie nel giornale d’istituto. Dopo abbiamo continuato a studiare insieme con le gambe appese sulla pensilina del trabocco rosso scrostato, lo zaino appoggiato al muretto di legno, stando attenti a non fare cadere i libri in acqua. Io da lì m’intridevo i vestiti di odore di fiume, di senso di mare, certe volte correvamo fino al faro come se dovessimo prendere una nave in partenza, lo facevamo per gioco ma lui era realistico nei paradossi: è l’ultimo passaggio e lo stiamo perdendo: se non arriviamo dove finisce il fiume non potremo vederci mai più. Inventava storie tragiche e sconclusionate, così, per farmi venire il patema d’animo, poi rideva mentre io restavo inzuppata di malinconie. Altri giorni al faro ci aggrappavamo l’uno all’altro ad ascoltare l’odore dei mulinelli. Tanto più il tempo era incazzato più alto si alzava un’essenza di profondità, di forze che si scontrano e sanno di faggeti e venti di Popoli, di foglie di pioppo strappate e di piogge trascinate dalla corrente. Respiravo come un balsamo, con i miei capelli selvatici che poi lui annusava prima di salire a casa sua, mentre mi diceva che sapevo di fiume.

Un giorno che faceva freddo siamo entrati nel trabocco e mi è venuta voglia di farci l’amore con questo ragazzo della marina, ma mentre mi stringeva forte da far male, lui mi ha detto: Madonna, io vi rispetto! Un po’ scherzava e un po’ faceva sul serio, perché gli piace parlare come Guido e come Dante, così straniero alla lingua letteraria, la voce da basso gli vibra di dialetto e rime nuove. E io l’adoro. L’amore l’abbiamo fatto il mese dopo, che per me era la prima volta. Abbiamo finito il quarto anno, e il quinto doveva essere il più bello: soffrire agli esami e rinascere, pensare a dopo, viaggiare, che ne so, le cose del futuro. Invece la nave l’ha presa solo lui, quella dove suo zio gli ha trovato un posto dopo che la madre di Nicola è morta. Lei era la colla di una famiglia che stava in piedi in modo obliquo: suo marito, poco lavoro e molto vino; i fratelli, filoni a scuola e vita di strada. La madre di Nicola era così: povera, distinta e tutti avevano i vestiti puliti quando c’era; Nicola portava la sciarpa fatta con un punto fitto, il cappello di lana blu lui lo aveva voluto all’uncinetto anche se la madre diceva che non era da maschio. Con quelle cose di lei si è imbarcato, aveva addosso il cappotto nero di suo zio. Il giaccone fuori moda che mi piaceva si è strappato; è stato proprio questo fratello del padre a rovinarlo: lo tirava, lo tirava via mentre lui dava pugni e scalciava con la bava alla bocca. Ha strappato il giaccone di Nicola per allontanare il fratello dalle mani del ragazzo perché non lo ammazzasse, come aveva fatto quello sciagurato con sua cognata, la madre di Nicola per aprire il portafogli dove teneva i soldi della spesa. L’aveva riempita di botte e poi aveva stretto e stretto le mani senza avere la coscienza che erano appese al collo di lei; Nicola aveva fatto le scale a quattro a quattro ma lei era immobile, la mano serrata sul portafogli e il padre con gli occhi di un pazzo, che non capiva niente.

Ha visto lo zio Michele che è entrato in casa correndo subito dopo di lui. Si è messo le mani nei capelli lo zio, però ha cercato le parole.

– S’ha finite lu monde, Nicò.

A vedere la furia e l’orrore dentro gli occhi del nipote si è messo paura, più di quella che già lo ghiacciava e gli ha detto – lui non voleva sicuro, Nicò, non capisce niente quando beve.

– Adesso glielo faccio capire io – Ma quello che è riuscito a fare, Nicola, è ritrovarsi il giaccone strappato.

 

L’ho cercato tanto dopo il funerale, lo ha cercato la professoressa di italiano, però lui si è fatto negare. Un giorno prima di andarsene ha suonato con il campanello della bicicletta sotto la finestra, riconosco quel suono di allegria perché ci aveva fatto uno studio che lo rendesse squillante. Mi ha fatto segno di scendere e sono volata giù. Ha stretto gli occhi: – Anna – mi ha detto – Anna – E poi se n’è rimasto zitto. Gli ho preso una mano e me la sono portata alla faccia, ci ho chiuso gli occhi dentro e solo allora gli è tornata la voce: – Mi vieni a salutare domani quando parte la Tiziano? Sto un mese a Spalato con mio zio che deve sbrigare certi affari, poi andiamo più su in Croazia da un altro parente che ha lavoro da fare, se non mi piace m’imbarco.

– Nicò, e la scuola? E io? E tu?

Mi ha fatto un cenno vago con la mano e un angolo della bocca tremava; ha sbattuto due volte le palpebre ed è salito sulla bicicletta che quasi sbandava.

 

Al porto avevo la sciarpa tirata su fino al naso; ho alzato la mano e volevo agitarla ma mi è rimasta ferma e sono rimasta così, fino a quando la nave si è fatta piccola. Se ripenso a quella scena mi sento un po’ ridicola, io con la mano come quando il professore fa l’appello o come quando vuoi intervenire e resti ad aspettare che ti diano la parola.

 

Io non lo ritrovo quel sapore di fiume, perché l’acqua che si getta in mare non conosce il vento di Popoli, tutti quei faggeti né le foglie di pioppo con i rami piccoli; ci sono macchie di un colore che non so e un odore che non è un odore.

 

La sorella Rosetta

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di Gabriella Ferrari Curi

Cesarina osservò il viso sorridente di sua sorella: uno sguardo lungo e pieno di rimpianto.
Voleva imprimersi bene nella mente i suoi amati lineamenti. L’aveva fotografata quell’ultima sera, in controluce, con il suo vestito blu di velluto e il colletto di pizzo bianco, illuminata da dietro dal chiarore della televisione. Era venuta benissimo. Proprio lei, in tutto e per tutto.
Le mancava solo la parola. L’avrebbe ricordata così per sempre.
Voleva sistemare la sua fotografia sulla credenza in sala, in una bella cornice d’argento che avrebbe comperato nel negozio Argenterie Rimoldi e Figli, in Piazza nel paese.
“La più bella cornice che avete. E’ per metterci la foto di mia sorella. No, la foto non l’ho con me. Mica è morta, che me la devo portare dietro nella borsa. E poi è di un formato grande,” avrebbe detto a quei due impiccioni dei Rimoldi, marito e moglie con i nasi da formichiere che vibravano per la curiosità. Tempo un’ora lo avrebbe saputo tutto il paese.
“Quanta compagnia ci siamo fatte negli ultimi dieci anni. Che la mia Rosetta è veramente una persona speciale.” Li avrebbe guardati dritti negli occhi con un lievissimo tono di commiserazione nella voce. “Non c’era mai pericolo di annoiarsi con lei!”
Ogni sera quando rincasava, era una gioia pensare a sua sorella ad aspettarla, seduta al tavolo della cucina che fungeva anche da tinello.
Stava di solito dietro le leggere tendine di plumetis inamidate, alla finestra che si affacciava sulla Piazza Grande. Si divertiva a osservare le persone che passavano. Faceva dei commenti arguti su ognuno di loro.
Non le scappava niente. Quasi avesse avuto delle antenne speciali.
Cesarina, mentre metteva a scaldare la cena, le raccontava nella sua giornata: i fatterelli capitati al lavoro, qualche pettegolezzo, chi aveva incontrato e cosa aveva provato quando la Tilde le aveva rivelato in gran segreto che aspettava il secondo bambino, senza essere sicura di chi fosse il padre…
“Ma ci pensi Rosetta, un altro bambino! Immagina se anch’io avessi avuto un bambino, un bel putein! Chissà, forse la mia vita sarebbe stata diversa… Ma va bene così, non mi posso certo lamentare per come mi sono andate le cose.”
Quanti discorsi, quante confidenze! Pensieri intimi che Cesarina non avrebbe potuto svelare a nessun altro. E poi a chi, lì nel paese?
“Rosetta mia, che magone, a doverti lasciare. Sì, hai ragione, adesso che verrà l’Hermann racconterò tutto a lui. Ma non tutto tutto, perché lo sai come sono fatti gli uomini, che si annoiano ad ascoltare i nostri ragionamenti di donne. Sono impazienti, loro. Non che voglia già adesso brontolare sull’Hermann, ci mancherebbe, che lui è proprio un brav’uomo, lo sai, e sono contentissima che ci sposiamo. Poi, con te mi posso sfogare, anche se ci divento un po’ rossa, ma qualcuno nel letto mi manca, che io sono stata sempre una donna calda, e già adesso al pensiero… uh, perché l’Hermann è proprio un bel maschione, e anche ben attrezzato. Ma cosa mi fai dire!”
Ridendo di gusto Cesarina fece alla sorella una carezza affettuosa sui capelli setosi lucidi, che la scorsa domenica aveva tinto in un morbido color mogano, quello della Kerastase, il numero 17.
“Proprio una sfumatura magnifica, questa! Ti sta anche molto bene. Ti dà una luce speciale al viso. Quasi quasi lo faccio anche a me, cosa dici?
No, hai ragione, non ho il tuo colore di carnagione. Anche se come te, anch’io ho dei bei capelli folti. Come quelli della mamma, te la ricordi? quando si scioglieva dietro la crocchia e se li pettinava. Una magnificenza… La minestrina è pronta tra un minuto. L’ho fatta con il pezzetto di vitello che ho comprato questa mattina dall’Antonio. Ho già detto anche a lui che stai partendo… Preparo subito la tavola. A te, per festeggiare la nostra ultima cena insieme, metto davanti il piatto azzurro della povera nonna Anselma, quello con i disegni di fiori, che ti piace così tanto. E un bel bicchiere di Lambrusco frizzante. Viene da vicino a Castellazzo, hai presente i Borri? dalle loro vigne… Ecco cara, e buon appetito! Scusa, ma dov’ho la testa? Con tutte queste emozioni mi sono dimenticata il grana, te ne verso un bel cucchiaio, che alla pastina aggiunge un tocco di sapore buono….”

Cesarina aveva quasi cinquant’anni. Anzi doveva essere già sui cinquantaquattro, ma lei, con aria innocente, barava un po’. Sapeva di dimostrarne di meno, con la pelle cremosa e liscia, lo sguardo malizioso e il fare peperino.
Si era trasferita in quel paese della pianura lombarda a tredici anni per entrare a servizio dalla signora Romilda. Povera diavola anche lei, che dopo aver lavorato quasi tutta la vita nella merceria proprio in Piazza, a Castel d’Isola, le era venuto un bel coccolone. E invece di godersi finalmente i soldi che aveva messo via risparmiando come una formichina, li aveva buttati a piene mani in medici e medicine.
Per darle un aiuto in casa un compare di San Prospero, il suo paese vicino a Modena, le aveva mandato Cesarina.
“E’ una brava figliola, onesta. Gran lavoratrice. Forte come un mulo. Soldi spesi bene!”
Così Cesarina, tra lacrime e speranze, si era trasferita in quella desolata terra straniera. In mezzo a nuvole di zanzare. Grigia. Nell’acqua sotto e sopra, otto mesi l’anno.
Avendo però un’indole ottimista pian piano si era abituata ai modi grezzi e mugugnosi della gente del posto, al cibo a base di riso, alla lontananza dalla sua espansiva, rumorosa famiglia. Aveva calcolato: tengo duro una decina d’anni, metto via un po’ di soldini e ritorno al paese al momento giusto, a trovarmi un marito. Un brav’uomo delle mie parti – che lì siamo tutti più gioviali – con cui mettere su casa, fare un paio di figli e finire i miei giorni con lui, mano nella mano, come la mamma col babbo.
Purtroppo la signora Romilda che stava sempre per morire, durò goccia goccia altri vent’anni. Vent’anni di medici, iniezioni, sciroppi, supposte, clisteri e pannoloni. Cesarina poco alla volta ci si era affezionata e la teneva pulita e profumata come una principessa. Ogni giorno se la portava a spasso per il paese, seduta sulla sua sedia a rotelle che sembrava su un trono, ben vestita e pettinata e il viso bianco e rosa di una bambina.
Che Cesarina aveva avuto da subito una mano delicata in queste cose e occhio attento con creme e profumi.
Una bella domenica di maggio allegra di sole, come se avesse preso finalmente la sua decisione, senza perdere tempo in chiacchiere e lamenti inutili com’era nel suo carattere, la signora Romilda morì.
Cesarina, piangendo, la vestì per l’ultima volta con il suo abito della domenica di pizzo marrone che le stava una meraviglia e per la veglia funebre la sistemò, nella bara, sul tavolo in sala da pranzo.
Fu proprio in quell’occasione che tutti poterono verificare di persona e da vicino che con le sue cure, nonostante i lunghi anni di malattia, la signora Romilda era diventata quasi attraente. Lei che da giovane, poveretta, non aveva avuto neanche la bellezza dell’asino, come dicevano da quelle parti. Che il marito, il defunto Tonino, l’aveva sposata soprattutto per la sua merceria che portava un fiume di soldi, non certo per la sua avvenenza.
In un frenetico incrociarsi di telefonate per comunicare la triste notizia, tutte avevano commentato: “La Romilda da morta? Uno schianto! Dimostra sì e no cinquant’anni. Pelle di seta. Senza una ruga. Un vero miracolo.”
Si era sparsa la voce. Addirittura molte donne anche dei poderi intorno, che la conoscevano poco o nulla, erano venute apposta per costatare un tale cambiamento. Chine sulla bara aperta, come a mormorare lentamente una preghiera commossa, avevano scrutato le sopracciglia folte e ben disegnate, il contorno degli occhi e della bocca liscio e compatto, le labbra turgide. La povera Romilda, con i suoi radi capelli gonfiati dalla lacca e distesa serena nel suo vestito color caffè, ben stirato, aveva un’aria così fresca e pimpante, da far invidia a tutte le donne venute a salutarla.
Alla sua morte Cesarina si trovò sola.
Con un piccolo gruzzolo che la sua assistita, senza parenti, le aveva lasciato. E l’appartamento nella Piazza. Incerta se ritornare al suo paese, dove era difficile trovare lavoro e tirar su quattro soldi o sfruttare in pieno la fortuna che le era capitata lì.
Si decise: fece un corso intensivo di tre mesi a Pavia per avere un diploma da appendere al muro e aprì un salone di bellezza, l’Istituto Cesarina, unico in tutto il paese.
Sembrava una bomboniera con le pareti dipinte di rosa confetto e le seggioline d’oro.
Vista la convincente pubblicità che senza volerlo le aveva fatto la defunta Romilda, la sua attività ebbe un gran successo da subito. Cesarina era felice. Si sentiva arrivata. “Estetista“, si ripeteva ogni tanto, perché la parola le suonava bene, più che se l’avessero chiamata avvocato o dottoressa.
“Sì, io sono l’estetista del paese”, proclamava con aria d’importanza appena conosceva qualcuno di nuovo. “L’unica dei dintorni.”
E’ che purtroppo tanta gente nuova da lì non passava. Soprattutto di maschi nuovi. Gli altri, tra l’altro niente di che, erano tutti sposati, ingabbiati stretti da famiglia e figli. Cesarina quando avrebbe potuto cogliere qualche buona occasione era stata troppo occupata, giorno e notte, con la signora Romilda, e non le restava il tempo per divertirsi, incontrare qualcuno e pensare a sistemarsi.
Così la sera o il sabato e la domenica, quando l’Istituto chiudeva, non sapeva che fare.
Tutte grandi amiche, le donne del paese, molte anche clienti affezionate.
Che si confidavano e le chiedevano consigli su ogni argomento. Che ridevano alle sue battute e ascoltavano i suoi discorsi. C’era con loro una certa disinvolta intimità, anche perché per il massaggio le vedeva distese sul lettino nude. Però la sera, e neppure la domenica, non facevano mai nessun programma con lei. Quando le incontrava per la strada non sembravano più le stesse, non si fermavano a chiacchierare, si salutavano appena. E proseguivano subito frettolosamente. Anzi la Mocchetti Ida, quando c’era stata la comunione di suo figlio Germano, che Cesarina aveva visto crescere, non l’aveva neanche invitata alla festa che aveva fatto al Ristorante Boschetto, che per la grande occasione aveva affittato tutto, e decorato con palloncini bianchi e rossi.
Porca vacca, nessuno a Castel d’Isola aveva mai visto tanta originale sciccheria, fu il commento unanime di tutti i partecipanti all’evento.
“E’ che i posti a sedere erano a coppie e tu ti saresti sentita a disagio a dover stare al tavolo delle vedove scompagnate. Tutte ben più vecchie di te e perfino un po’ tristi”, si giustificò imbarazzata la Ida, e anche un po’ sorpresa quando le riferirono che Cesarina ci era rimasta male. Oh, ben, questa! Chi ci andava a pensare!
Cesarina la domenica, dietro la finestra che si affacciava nella Piazza Grande, scostando appena un po’ la tendina ricamata, osservava le famiglie del paese, i Corti: marito e moglie e tre bambini goffi e con la testa grossa, i Rurale insieme alle due vecchie zie zitelle, piccole e magre, sempre vestite di grigio come due secondine, il gruppo compatto
e riverito della famiglia del sindaco, il geometra Maurelli Adelio, che con le palazzine condominiali aveva fatto dei bei soldi. La moglie Mariastella ogni domenica sfoggiava un vestito nuovo, che d’inverno lasciava intravedere dal cappotto lasciato appositamente aperto.
La domenica mattina alle undici proprio quasi sotto le sue finestre passavano tutti per andare a messa nella Parrocchia di Santa Maria della Neve, con i bambini e le nonne e i parenti al completo, poi si fermavano sul sagrato a chiacchierare e magari a progettare il programma per la giornata e infine andavano a gruppetti alla Pasticceria Dolci Sensazioni a comprare le paste. Un piacevole rito mondano: la Mercedes, con il suo grembiule di raso nero con colletto di pizzo e i polsini bianchi, che conosceva i gusti di ognuno, li serviva, gratificandoli con piccoli commenti appropriati e scherzosi. Dopo finalmente tutti a casa a tavola e la piazza si svuotava.
Poche ore più tardi nel pomeriggio, se la giornata non era piovosa, si animava di nuovo, gli abitanti a zonzo per la pigra passeggiata nel corso a sfoggiare il vestito buono e il rituale del caffè preso al bar. Gli uomini col colorito rubizzo e l’espressione un po’ beota di chi a pranzo aveva mangiato tanto e bevuto ancora di più, si scambiavano battute sporcaccione mentre le donne, con la pettinatura rigida da parrucchiere, stavano in disparte fingendo di scandalizzarsi, la mano davanti alla bocca e gli occhi spalancati.
Fino a sera quando toccava ai ragazzi a uscire. Gruppetti vocianti che si attardavano prima di andare in discoteca a Pavia.
Cesarina, tranne qualche volta per la messa, rimaneva chiusa in casa l’intero giorno, esclusa dalla vita del paese. Sempre sola a far passare le ore.
“Non che mi facciano una grande simpatia, ‘sti burini a festa. Il marito della Mocchetti con il suo abito marrone una taglia di troppo – che i pantaloni gli si arricciano alle caviglie come a un disgraziato – è un noioso morto in piedi e in casa dei Grandori mi hanno detto che si mangia poco e male, perché lei, la Mariuccia, è un cane che riesce a rovinare perfino una fetta di prosciutto. Magari, anche se me lo chiedessero, probabilmente rifiuterei, di andarci. Però almeno una volta mi potrebbero invitare! Se non altro per cortesia.”
Si sentiva un po’ umiliata da tanta mancanza di rispetto. E dall’essere lasciata in disparte così, come fosse stata un nessuno. Rifiutata dalle persone che nel suo Istituto invece la trattavano con confidenza cordiale.
Che spesso rimanevano oltre il tempo del massaggio, per farsi due chiacchiere tutte insieme, da una cabina all’altra.
E poi perché questa specie di quarantena? Avevano paura che, essendo sola, s’insinuasse nella loro famiglia e se la trovassero sempre tra i piedi a piatire un po’ di compagnia? Sì, proprio lei era il tipo!

Piccola di statura, con il corpo un po’ tozzo, ma bello sodo, le gambe corte e muscolose, i lineamenti forti da contadina, gli occhi birichini e ancora l’accento generoso della sua terra d’origine, la Cesarina la si poteva considerare una donna piacente.
Con la Panda che si era comprata alcuni anni prima, qualche volta, soprattutto d’estate, era andata da sola a ballare nelle balere dei paesi vicini, per non suscitare pettegolezzi. Ma nonostante il suo modo di fare alla mano e ingenuamente seduttivo, un marito non se lo era proprio trovato. Tanti corteggiatori, questo sì. Ma diverso era il suo scopo.
Anche se lei ormai con gli anni che passavano così in fretta, si sarebbe di molto accontentata.
Si trovò invece un amante fisso. Un camionista. Una pasta d’uomo che faceva avanti indietro ogni settimana la Monaco-Genova e che una sera si era fermato a Massaua a dormire, perché il suo camion aveva avuto un guasto. Veniva dalla Baviera, dove viveva in una cittadina vicino a Norimberga – glielo aveva raccontato subito – con una moglie bionda e gigantesca come lui e un paio di ragazzini. Con la sua risata esplosiva e le sue grandi bevute di birra, che si era accumulata tutta sul ventre prominente e teso come un tamburo, alla Cesarina era piaciuto subito, seduto sull’alto sgabello del bar del Dancing Honolulu.
Eccome, se le era piaciuto! Tanto che il giovedì chiudeva il suo Istituto alle sette, “Vado a trovare una mia vecchia zia alla lontana”, diceva alle clienti pettegole e con la sua macchinetta andava all’Hotel Moderno sperduto nella campagna di Bereguardo. Portava con sé ogni volta ben avvolto nella carta d’argento per tenerlo al caldo o un bel tegame di pasta al forno o degli agnolotti conditi generosamente con burro fuso e salvia.
Perché nei dintorni, soprattutto nei giorni feriali, ristoranti e trattorie chiudevano presto.
A quell’ora le sue donnette clienti dell’Istituto andavano al Bar Moka a spararsi uno svogliato aperitivo con tre olive vizze, per sentirsi un po’ come le protagoniste di Sex and the city, pensava, ironica, deponendo sul comò della stanza tutte le buone cose che aveva portato e che riempivano l’aria di un profumo succulento.
Mentre lui, l’Herman, appena entrato nella camera, senza perdere tempo in tante smancerie, la prendeva subito, così, quasi senza spogliarla. Solo un bel pezzo dopo, finalmente appagati, pensavano a svuotare il cesto con tutto il suo ben di dio. Non mancava mai la birra. Ma anche una bella bottiglia di frizzante Lambrusco.
Un giorno, buttando giù l’ultima forchettata di un’intera teglia di lasagne al forno che aveva divorato, come fosse stata l’ultimo pasto di un condannato a morte, Hermann cupo in faccia avvisò Cesarina che con il suo camion non avrebbe percorso più quella tratta. La sua ditta lo destinava al nord dell’Europa, Norvegia, Danimarca o giù di lì. Glielo disse, e poi in lacrime e anche un po’ubriaco, per l’ultima volta l’abbracciò stretta quasi da stritolarla.
Per Cesarina incominciò una solitudine che ora le rodeva dentro più di prima, perché non era condita neanche con l’attesa esaltante dei suoi eccitanti, clandestini giovedì.
Una sera che svogliatamente stava sfogliando un giornale, la sua attenzione fu attirata da un’offerta pubblicitaria. Lesse attentamente un paio di volte e il suo viso prese subito colore, la sua mente incominciò a lavorare. Era un’idea azzardata, ma tutto, nella sua vita, non era stato semplice. Eppure guarda dove era arrivata!
L’ordinazione la fece in grande segretezza, addirittura andando direttamente a Pavia un lunedì mattina presto. Si fece mandare il pacco anonimo al Fermo Posta, dove tra mille peripezie e un bel po’ di batticuore, andò a ritirarlo un venerdì sera. Parcheggiò poi la Panda in una stradina isolata vicino a casa.
Nottetempo, pregando la madonnina santa che nessuno la scorgesse, con molta fatica portò a casa il suo tesoro: la bambola “Payme Patty”.
Ordinata per posta dal catalogo Shoppingsex.
La tolse circospetta dallo scatolone, senza etichette pubblicitarie, in cui era stata piegata e la gonfiò con cura con l’apposita pompa in dotazione.
Le ci volle quasi mezz’ora. A lavoro compiuto l’osservò con aria critica.
Anche se la Patty era la bambola più semplice e umana del catalogo nel quale l’aveva scelta, senza le tettone e il culone delle altre, era assolutamente necessario farle alcuni ritocchi.
Lei che tutta la settimana aveva studiato ogni sera con grande attenzione le foto, se l’era immaginato e aveva preparato in casa tutto il necessario.
Quella che richiese maggior impegno fu la bocca, per farla diventare normale, che a vederla così spalancata come quella di una morta strangolata, le faceva anche un po’ impressione.
Dopo un lavoro paziente e di grande abilità col silicone e le matite del trucco, con la biancheria che aveva comprato e un grazioso vestitino celeste a fiori, nonché una folta parrucca color mogano, la bambola gonfiabile Payme Patty, ormai irriconoscibile, era diventata Rosetta: la sua amata sorella.
Di lei parlò eccitata con tutte le clienti.
“Ieri sera tardi mia sorella è arrivata dal mio paese vicino a Modena per passare un po’ di tempo con me. Lì ormai non c’è rimasto quasi più nessuno della famiglia… La Rosetta non cammina molto bene, per un incidente di macchina alle gambe e quindi non esce… Scrive poesie. Al paese ha vinto perfino un concorso “Belle Parole per un anno”. Venti composizioni che hanno stampato in un vero libro rilegato. Hanno letto le sue poesie nella sala del Comune, davanti al Sindaco, alle Autorità e al Parroco. C’era un sacco di gente ad applaudirla, a farle le foto. L’hanno intervistata anche sulla Gazzetta locale.
Ci siamo sempre fatte molta compagnia, io e lei, e non smettiamo mai di ridere, perché la mia Rosetta è molto spiritosa, ha sempre qualcosa per la testa, non una di quelle persone che ti fa sbadigliare dalla noia solo a guardarla in faccia. Per questo ci piace starcene per conto nostro. Ci siamo sempre bastate. Poi so già che qualche sera verrà a trovarci la zia da Bereguardo e anche i cugini e gli amici. Che la rivedono volentieri.
Perché alla Rosetta vogliono tutti bene, con il carattere simpatico che ha.“
Si sparse subito la voce.
Le donne d’improvviso presero a invitarla al Bar Moka in piazza per prendere insieme un caffè prima di tornare a casa a preparare la cena alla loro noiosissima famiglia: volevano notizie, venire a trovarla, combinare una domenica insieme, desiderose di vedere in faccia la nuova arrivata che sembrava, dalle descrizioni, graziosa e simpatica. E anche un po’ speciale.
“Perbacco! Addirittura una poetessa! Una che ha scritto un libro col suo nome! Non cosucce da niente. Famosa. Messa addirittura sul giornale. Qui a Castel d’Isola non abbiamo mai avuto nulla del genere.”
Anzi la Mocchetti aveva subito affermato decisa: “Io e lei andremo immediatamente d’accordo. Perché io dentro sono sempre stata un po’ poetica.”
Poi una persona nuova, di compagnia: era un bel diversivo nella piccola comunità, imprigionata nelle sue abitudini in cui si sentiva spesso soffocare, che l’ultima volta che aveva visto dei volti nuovi era stato con l’arrivo, tanti anni prima, delle zie dei Rurale. Neanche tanto simpatiche, a dirla tutta, brutte, vecchie e un po’ sorde.
Ma adesso era la Cesarina che rifiutava. Voleva rincasare presto e già in strada, – confessava tutta allegra alle clienti – le si allargava il cuore a scorgere dietro le tendine del tinello la sagoma della Rosetta che passava la giornata a scrivere le sue bellissime poesie, che mandava al paese al Sindaco, per metterle in un altro libro, e poi a sera la aspettava.
Le piaceva preparare la tavola per due, chiacchierare, commentare i fatti della giornata, guardare insieme qualche programma alla Tv, mangiare un dolcetto prima di augurarsi la buona notte. Lo andava a scegliere anche lei alla Pasticceria Dolci Sensazioni.
”Ce lo gustiamo dopo cena, mentre guardiamo la televisione. E’ golosa, la mia Rosetta!”
Davanti a quel paese di gente chiusa, diffidente e ingrata, non era più la zitella da compatire come avevano fatto fino allora, con un pizzico di trionfante malignità:
“Povera Cesarina. Farà un sacco di soldi con il suo Istituto, ma la sera, sola come un cane!”, e da lasciare accuratamente in disparte, perché:
“Ragazze, se si è un po’ furbe, non s’invita a casa una donna libera e ancora sulla breccia. Che magari il marito può farsi venire il ghiribizzo.“
Una donna indipendente! Con il suo appartamento dove può invitare chi vuole, senza rendere conto a nessuno!
“Che si sa, l’uomo è cacciatore! E’ nella sua natura. E gli basta poco per non riuscire a frenare la fantasia. Anche al più onesto.”
Sorrisini. Sguardi maliziosi.
Le aveva indovinate, Cesarina, le chiacchiere di quelle bigottone invidiose e malfidenti!
Adesso, guarda, proprio quella ficcanaso della Mocchetti, la più sfacciata di tutte, una sera quasi all’ora di cena le si era presentata a sorpresa a casa con la scusa di farle controllare uno sfogo che le era improvvisamente apparso sulla faccia. Uno sfogo! Una microscopica macchiolina sulla fronte.
“Sarà mica stata la crema che mi hai messo oggi per il massaggio?” le aveva domandato come scusa e intanto in anticamera allungava il collo come un’oca, pronta a entrare di slancio. Cesarina, ferma ma gentile, l’aveva spinta con forza sul pianerottolo.
“Scusa se non ti faccio venire dentro, ma la mia Rosetta ha un po’ d’influenza e si è appena appisolata sulla poltrona in tinello. Non voglio disturbarla, che già stanotte ha dormito poco per la tosse,” la congedò sussurrando. “Ci vediamo domani all’Istituto. Non perdiamo tempo adesso, che anche tu avrai la tua famiglia da mettere a tavola! Ed io non
vorrei che mi si bruciasse la cena sul fuoco”.
Dal piccolo appartamento usciva un casalingo, appetitoso profumo di spezzatino. Anche lì, come in tutte le case del paese, la cena era quasi pronta.
Quante sghignazzate si era fatta poi con la Rosetta dopo il batticuore di quella visita improvvisa e quando l’aveva imitata, facendo la bocca stretta a culo di gallina, come faceva la Mocchetti, che diventava tutta pettoruta nei momenti in cui si sentiva furba.
“Sì, uno sfogo! Pensa tu, che trovata! Una macchiolina piccolissima che probabilmente si é fatta con la biro. Una scusa per venire a ficcanasare e per vederti da vicino, la scema!”
Si sentiva ridere fino in strada.
O come la volta che era arrivato addirittura l’Adelio Maurelli, il marito della Mariastella. Aveva un po’ bevuto, lo si percepiva dall’alito greve a metri di distanza. Di soppiatto una sera, dopo il lavoro, era entrato silenziosamente dietro di lei nel portoncino e l’aveva seguita sul pianerottolo buio, brancicandola malamente con le mani dovunque e sbavandole ansimante sul viso.
Grugniva: “Dai, che so che ti piace. Una donna sola come te… chissà che fame che hai di maschio… che senti qui cosa c’è, dentro i pantaloni…” Il suo faccione solitamente squadrato e pallido e con una certa espressione astuta, si era tramutato in quello di un omarino cattivo e prepotente. Va beh, che aveva la madre che non moriva mai, affetta di Parkinson. E che il suo nuovo affare edilizio puzzava di galera. Ma questo non lo giustificava dal metterle le sue manacce sotto la gonna.
Arrabbiata lo aveva allontanato facilmente, perché era forte, la Cesarina.
“Aho! Sei via di testa? Cosa ti passa in quel cervellino da gallina? Lasciami stare e vattene. Che poi la Rosetta s’incazza ed è buona di mettersi a strillare così forte che arrivano i pompieri anche dalle frazioni vicine! Capace che fa scrivere il fattaccio anche sul giornale del nostro paese!”
Perché ora pure lei aveva una famiglia, non era più una povera donna qualunque che passava le sue serate e le feste sola, compatita da tutti, aveva una sorella perfino importante, che le faceva da scudo protettivo da tutte le cattiverie.
E va all’inferno! a quei villani mugugnosi che solo adesso, che non ne aveva più bisogno, si stavano accorgendo di lei!
Quasi dieci anni erano scivolati via in compagnia di Rosetta quando, inaspettata come un fulmine, arrivò dalla Baviera una lettera:
Cara Zesarina, io in pensione e finito lavoro. Mia frau morta e ragazzi partiti. Non te mai dimenticato. E pensato sempre con grandissimo amore e nostalgia. Io arriva in tre giorni. Se vuoi sposo te e viviamo sempre insieme. Aspetto tua risposta che spero ja. Tuo caro Hermann.
Seguiva il numero di telefono.
“Mariavergine,” sussurrò Cesarina mentre credeva che le venisse un colpo, per la gioia. Aveva aperto la lettera nella pausa tra un massaggio e l’altro. Senza dire una parola alle clienti, che non ne sarebbe stata neanche in grado tanto aveva la gola chiusa, abbandonò il suo Istituto e corse a casa dalla Rosetta:
“Chi se lo aspettava più. Dio mio, senti come mi batte il cuore. Il mio gigante biondo! Ritorna da me. Non mi ha mai dimenticato!” Abbracciò la sorella, le stampò due baci di felicità sulle guance e ritornò di corsa al lavoro.
Sprizzava splendore. A chi le chiese se era successo qualcosa, fece la misteriosa: “Vedrete, donne, che bella sorpresa vi prepara la vostra Cesarina, una sorpresa che proprio non ve l’aspettate. Una sorpresa da far resuscitare tutti i morti, qui a Castel d’Isola!”
Solo verso sera le venne in mente: “Dio mio, e la Rosetta? Non posso farla trovare in casa dall’Hermann. Come faccio?”
A cena piangendo Cesarina illustrò alla sorella il suo piano. Pure la Rosetta era triste, ma le faceva anche coraggio: “Non pensare a me. Adesso importante è l’Hermann. Io sarò sempre nel tuo cuore e tu nel mio. Qualsiasi decisione dobbiamo prendere, noi saremo sorelle per tutta la vita.“
Il giorno dopo a notte fonda Cesarina, che aveva parcheggiato la macchina davanti casa, scese a fatica le scale del palazzetto in cui abitava, con Rosetta tra le braccia. La teneva diritta davanti a sé, che sembrava che camminasse. Le aveva lasciato addosso il vestito, la biancheria, la folta parrucca.
Non aveva avuto cuore di spogliarla e di piegarla per metterla nella scatola. E neanche Rosetta aveva voluto.
Con la sorella seduta sul sedile accanto e il cuore pesante, aveva guidato la sua Panda fino a raggiungere un ponte sul Ticino, un posto un po’ solitario che aveva scoperto con l’Hermann, nell’unico intero week end che avevano passato insieme.
Con circospezione e gentilezza fece scivolare Rosetta fuori dalla macchina. Le avvolse il corpo fino alle spalle in un lenzuolo, una specie di sacco e sul fondo mise delle pesanti pietre.
Dopo un ultimo bacio, piangendo, la lasciò andare nella corrente. Poi, al chiaro della luna appesa nel cielo come un fanale, stette a guardarla mentre si allontanava.
Rosetta si girò verso di lei lentamente, con la mano alzata, a salutarla.
Per l’ultima volta.
Cesarina, che quasi non ci vedeva per le lacrime che aveva negli occhi, fece ritorno a casa. Che le sembrò, per la prima volta dopo tanti anni, vuota e abbandonata.
Per fortuna tra qualche giorno arrivava il suo Hermann.
Avevano già preparato le carte.
Si sarebbero sposati il sabato successivo, a Bereguardo, loro due soli con due testimoni, dei suoi colleghi che, come lui un tempo, facevano la tratta Monaco-Genova.
Non avrebbe invitato nessuna delle donnette del paese, che non l’avevano mai voluta come amica e l’avevano sempre snobbata. Lei, una donna sola, da tener lontano per paura e interesse.
Avrebbe fatto loro una bella sorpresa. Se le immaginava già le facce livide di quelle sceme a presentargli la domenica mattina, davanti al sagrato della chiesa il marito, grande, bello, biondo, allegro e soprattutto che sprizzava entusiasmo e mascolinità da tutti i pori. Autentico.
“Sì, sono sua moglie” avrebbe detto facendo vedere la fede che luccicava al dito. “Sono la signora Mayer. Cesarina Mayer! Come ci siamo conosciuti? Oh, é una lunga storia terribilmente romantica, da cuore e batticuore, tipo telenovela, che in questo momento non abbiamo tempo di raccontare. Dobbiamo correre a Pavia. Ci sono gli amici dell’Hermann che ci aspettano per festeggiarci!”
A lui, un giorno, avrebbe raccontato della sua amata sorella e di quanta compagnia le aveva fatto in tutti quegli anni.
“Abbiamo lo stesso carattere e andiamo sempre d’accordo. Ha più o meno la mia età e i capelli color mogano. Però è più alta di me. Ha preso dal povero babbo, che era anche lui un gran pezzo d’uomo. Ora è ritornata al paese. Un giorno andremo a trovarla.”

E la Rosetta, senza la sua adorata Cesarina?
Beh, due giorni dopo la prese all’amo un pescatore solitario.
Anche lui ebbe modo di apprezzarne il buon carattere e l’affettuosa compagnia.

CORSO AVANZATO DI SCRITTURA CREATIVA – PRIMAVERA 2018

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Vi aspettiamo mercoledì 28 febbraio 2018 con il nuovo Corso avanzato di scrittura creativa della scuola Arte del narrare. Le lezioni, della durata di due ore e composte da una parte teorica e una pratica, si svolgeranno ogni mercoledì a partire dalle 18:15 alla Libreria Jaca Book Città Possibile, via Frua 11, Milano.

Le 12 lezioni saranno affidate a questi insegnanti:

Matteo B. Bianchi, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi, Antonio Serra.

Argomenti delle lezioni:

  • Non utilizzare una sola forma di dialogo. Variarlo con il dialogo diretto, indiretto, e indiretto libero (ibrido delle altre due forme).
  • Dilazionare. La strategia ritardante che rimanda in là le risposte al lettore.
  • Similitudine e metafora semplice o a grappoli.
  • Quando la voce narrante è apertamente scorretta e provocatoria: punti di forza, limiti, errori.
  • Evitare il manierismo, dialoghi ingessati, descrizioni senza anima, dettagli precisi ma non autentici.
  • Sensualità, voluttà, voyeurismo.
  • Fare dei personaggi esseri irrisolti e contraddittori.
  • Simmetrie, interazioni di coppie, doppie coppie, a intreccio geometrico.
  • Pluralità di voci narrative (punti di forza e limiti). Personaggi che commentano altri personaggi.
  • La libertà di lasciare aperti alcuni nodi narrativi e fino a che punto.
  • Disarticolare la narrazione. Il romanzo a più voci dove il lettore deve lavorare attivamente sul non detto
  • Utilizzo di email, sms, Twitter. Fino a che punto?

 

Per informazioni ed iscrizioni:

 

CORSO BASE DI SCRITTURA CREATIVA – PRIMAVERA 2018

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Vi aspettiamo martedì 27 febbraio 2018 con il nuovo Corso base di scrittura creativa della scuola Arte del narrare. Le lezioni, della durata di due ore e composte da una parte teorica e una pratica, si svolgeranno ogni martedì a partire dalle 18:15 alla Libreria Popolare di via Tadino 18, Milano.

Le 12 lezioni saranno affidate a questi insegnanti:

Matteo B. Bianchi, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

Argomenti delle lezioni:

  • Principali elementi compositivi: scene narrate, scene dialogate, descrizioni.
  • Differenziare i personaggi. Evitare che i minori risultino comparse o macchiette.
  • Rapporto tra i personaggi: intimità, aggressività, distanza.
  • Vari tipi di voce narrante, e il narratore che scrive, ricorda, parla.
  • Struttura: unità di tempo e di luogo.
  • Struttura: piani narrativi lineari o complessi.
  • Dialogo: funzioni, gestualità, intonazione, modo di rivolgersi agli altri.
  • Strategie per tenere alta la tensione psicologica ed emozionale.
  • Come rendere le illusioni del personaggio.
  • Trama: intrecciare due o tre storie diverse.
  • Trama: i suoi vincoli (partendo dal genere giallo).

Queste le date del corso: 27 febbraio; 6, 13, 20, 27 marzo; 10, 24 aprile; 8, 15, 22, 29 maggio; 5 giugno.   

Per informazioni ed iscrizioni: