La capitale, romanzo di Robert Menasse.

Robert Menasse
La capitale
Traduzione di Marina Pagliano e Valentina Tortelli
Sellerio Editore
445 pagine

 

di Bruna Miorelli

Strepitoso ritratto della burocrazia europea, leggero per ironia, amaro per ciò che se ne può trarre. La capitale, che dà il titolo al romanzo, è Bruxelles, sede del potere europeo, un posto in mezzo a una moltitudine di mondi, i vari paesi della UE, con i loro funzionari (non eletti) che nel groviglio di cariche e incarichi, commissioni e sedi di lavoro, compongono un puzzle che si rivelerà mostruoso. Spina dorsale, la gerarchia. Motore, la feroce determinazione a salire qualche gradino più in alto dei colleghi. Gli eurocrati provengono dalle università più prestigiose: uomini super snelli, abiti poco appariscenti, asceti sotto ogni punto di vista: capaci di negoziare per ore e ore e nottate intere. Non sembrano aver bisogno di mangiare e di dormire, se la cavano con poche parole e qualche gesto… si accontentano del metabolismo all’interno del potere.

Robert Menasse, 64 anni, scrittore austriaco di lungo corso che da anni si occupa della questione europea, mette al centro di questo suo lavoro (Deutscher Buchpreis lo scorso anno) ciò che oggi scuote l’UE, costretta nel braccio di ferro tra la necessità di un rafforzamento degli organismi transnazionali, e ciò che vi si oppone. A opporsi, le politiche nazionaliste che riguardano tutti gli stati membri, occultate quanto ai paesi guida (anche se a volte plateali, come l’intervento militare dei francesi in Libia per contendere gli interessi italiani in campo petrolifero), più grezze quelle agitate da certi populismi.

Tramite i mass media il quadro politico di fondo è più o meno a conoscenza di tutti. Di diverso, qui, la capacità di penetrare nelle sue pieghe costruendo un universo polifonico di tremenda vivezza e autenticità. Cosa alla portata della narrativa più che della scrittura saggistica (nella quale l’autore si è comunque cimentato con importanti risultati). Un conto è delineare un problema sociopolitico, un altro mettere in scena una ventina di personaggi con il loro corredo di umanità, aspirazioni, frustrazioni, destini, che si muovono nel gioco perverso del potere: chi dal suo piano inclinato impegnato per non scomparire, chi armeggia per restare a galla, rari i vincitori. E chi ce la fa ottiene la vittoria a caro prezzo: vendendosi. Così un’ambiziosa funzionaria greco-cipriota che alla fine si ritrova a un bivio: scegliere se abbandonare o meno la parte migliore di sé, di quando ragazza credeva in un’identità libera, lontana dalle pressioni di ogni bandiera nazionale.

Qualche idealista circola ancora, sebbene con l’aria del sopravvissuto. Istanze queste, espressione più del passato storico che del presente. Per quello scambio tra passato e futuro, un futuro deprecato perché minaccioso, inaffidabile e forse ingestibile, e un passato in cui le speranze non erano ancora screditate (Zygmunt Bauman). Basti pensare ai timori legati alle prossime elezioni europee del 2019.

Una UE apparentemente patinata e dai modi eleganti dunque, protesa invece a nascondere la propria ferocia, quella studiata da Menasse per più di un decennio. Un anno anche in veste di osservatore ospite della Commissione europea. Non ci sono dubbi su cosa pensi lo scrittore dei risorgenti nazionalismi con il loro carico di razzismi, aggressioni, terrorismo, guerre. E’ questo il cuore del libro. Anche se di fronte al cinismo degli eurocrati, ai loro conformismi, ingordigie, carrierismi, freddezze nel far fuori i colleghi, che lui così ben interpreta, Menasse di fa profeta del futuro problematico di questo organismo transnazionale. Senza dover chiamare in causa la reazione dei milioni di cittadini che a causa del Fiscal Austerity è caduto nel fossato che si è aperto tra redditi alti e redditi bassi, ulteriormente incrementato dalle politiche europee dopo la crisi del 2008. Così i finali delle singole vicende dei personaggi che abbiamo seguito non fanno presagire alcuna luce in fondo al tunnel.

L’inizio è travolgente, di un sarcasmo che strappa spesso la risata. Ritmi da romanzo d’azione: un cadavere in una stanza d’albergo, vittima sbagliata per uno scambio di persona, cosa che porta il killer a una fuga che gli salvi la pelle, inseguito com’è sia dalla polizia che dai suoi stessi mandanti. Ma il commissario belga che lo dovrebbe arrestare si vede togliere il caso. Ordini dall’alto, mentre dal suo computer sparisce ogni dato al riguardo. Di più, quel cadavere non deve essere mai esistito. E non è la prima volta che succede a quanto pare: la stampa non ne saprà mai nulla. Ingredienti che sembrano prefigurare un giallo, impegnato in conclusione a tirare tutti i fili dell’intreccio. Così non è, poiché l’oggetto del libro non è un delitto, per quanto paradigmatico e con il suo corredo di indizi, depistaggi, fughe, bensì ancora una volta la macchina burocratica compenetrata dai misteriosi quanto inquietanti interessi politici degli stati. Compreso il Vaticano: nessun servizio segreto del mondo ha le risorse, né finanziarie né umane, per mettere in piedi una rete di agenti che si estenda in tutto il pianeta, la globalizzazione in confronto è niente… chi ha un agente in ogni buco di paese? Il Vaticano. Non a caso il killer viene dalla Polonia ed è lì che torna, per nascondersi da un amico prelato, pure lui parte dell’imperscrutabile disegno. Come in Un requiem per il romanzo giallo, La promessa di Duerrenmatt, anche qui sarà il caso a chiudere la partita.

Intanto, un’altra vicenda corre parallela a quella: la Commissione Cultura, cenerentola tra tutte, snobbata e vilipesa perché priva di risorse economiche, cerca disperatamente il proprio rilancio. E la chance può essere offerta dalla celebrazione dei 50 anni dalla nascita della Commissione europea, prevista nel 2020. Ci vuole dunque un’idea vincente. Uno dei suoi funzionari – il più pulito, assieme a un vecchio economista – appena rientrato da una visita al lager, propone un Jubilee Project ad Auschwitz. Il luogo della memoria per eccellenza. Dove è avvenuto il peggio e da dove proprio con la nascita della UE era scaturito il proposito di mai più guerre e nazionalismi.

La donna greco-cipriota si impadronisce della pensata del suo sottoposto, se ne vuole servire per scappare dal buco della Cultura che le blocca la carriera. Via via tutta la filiera del comando europeo fino al suo grado più alto, si mostra entusiasta. Formalmente. Subito dopo il tarlo della burocrazia comincia il su lavoro, una firma, una telefonata, in fondo niente più che uno schiocco di dita. E fu colpita una sfera che ne colpì subito un’altra. Il progetto viene massacrato. A partire dai polacchi: non gradiscono che il nome del loro paese venga associato al famigerato lager impiantato in quel territorio. Dimenticare è l’urgenza. E a ostacolare l’impresa ci si mettono pure gli italiani con una controproposta risibile, gli inglesi che hanno una sola regola vincolante: essere fondamentalmente un’eccezione, i tedeschi… ciascun membro con proprie caratteristiche gergali, di stile, abbigliamento, gestualità, rese con il più caustico umorismo.

Vero tocco da maestro quando Menasse fa comparire un maiale che vagabonda per le strade di Bruxelles. Figura irreale che compare, scompare, poi torna, su cui si getta a capofitto il giornale locale con un invito ai lettori: date un nome al maialino. Animale che non sparisce dalle pagine successive del libro per motivi ben meno comici: il mercato cinese abbisogna di quantità gigantesche di carne di maiale, compreso un numero stratosferico di orecchie, prelibate per loro, scarti nella nostra cucina, che possono essere vendute al prezzo del filetto. Ma non sarà l’Unione Europea a trattare con la Cina come sarebbe giusto, al contrario, finanzia addirittura la soppressione dei suini nei propri paesi, con sovvenzioni ai produttori purché chiudano parte dei loro allevamenti. Risultato, mentre continua la politica autolesionista della UE, la Germania batte tutti e stipula in materia un accordo bilaterale con Pechino. Campione dell’esportazione come al solito la Germania, che con il suo abnorme surplus commerciale – in continuo aumento sia verso i paesi esteri che verso quelli della UE – si fa beffe dei limiti imposti da Bruxelles. I molteplici viaggi a Pechino di Frau Merkel (otto in un solo anno) hanno reso anche in quel campo i loro frutti.

Nei vialetti del grande cimitero della capitale, tra tombe, monumenti, croci dei caduti, passeggiano, si danno appuntamento, sostano sulle panchine, alcune delle nostre conoscenze: il commissario, un vecchio ebreo la cui famiglia è finita nei forni di Auschwitz, un economista invitato a Bruxelles per il Reflection Group “New Pact for Europe”, un’assise destinata a produrre parole al vento che finiscono nel mantra abituale: “bisogna creare più crescita”. Uno degli innumerevoli think thank dove questa volta il professore sceglie di venir meno all’ipocrisia di tutti con una provocazione che ha il sapore del testamento. E lo fa, davanti a colleghi cattedratici e ad esperti di varie nazionalità, che lui ha catalogato in vanesi, idealisti, e lobbisti. Vanesio chi ci va per lustrarsi le piume, idealista chi è sempre pronto ad accettare il male minore, lobbista, sia mai detto in rappresentanza diretta dei grandi gruppi industriali, bensì delle fondazioni di quei gruppi!

Episodio emotivo di rara efficacia quello di un ragazzo ebreo che scampa alla morte saltando giù dal vagone del treno pieno di prigionieri, bloccato dall’assalto di un gruppo della resistenza, che gli fornisce un nome e un indirizzo – la salvezza – mentre la madre lo supplica di risalire su con loro, di restare uniti, ignara di ciò che spetta a lei, al marito, alla figlia una volte arrivati a destinazione. E di grande sensibilità la scena erotica, protagonisti il vecchio economista e la moglie anziana, quando lui ne osserva ogni venuzza blu o rossa, ogni cuscinetto adiposo, come una carta geografica su cui era stato tracciato un lungo cammino da percorrere insieme. E di colpo al culmine dell’eccitazione la sentì: la fusione delle anime che si toccano.

Rapporto amoroso speculare a quello che lega la coppia di rampanti, dove il sesso fa da trampolino per lei e da sfogo per lui, in cui durante l’amplesso capita che l’uomo finga di raggiungere il piacere e la donna con i suoi falsi mugolii, idem. Pur di far fuori in fretta la faccenda, al pensiero di doversi alzare presto al mattino pronti alla tenzone quotidiana. Attori di un’Europa bloccata, inerte, svuotata di quella visione utopica che possa sconfiggere i nazionalismi e i para-fascismi insorgenti. Dato che ciascun paese, anche colonna economica della UE, è intento a difendere in primo luogo i propri interessi.

Classici del Novecento: Con gli occhi rivolti al cielo

Zora Neale Hurston
Con gli occhi rivolti al cielo
Traduzione di Ariana Bottini
Bompiani 1998
191 pagine

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di Bruna Miorelli

Protagonista di questo magistrale romanzo dell’autrice di colore Zora Neale Hurston, pubblicato per la prima volta nel 1937, è Janie, che quattordicenne cede, con un primo bacio dato quasi a caso, ai primi impulsi sessuali. Quelli sì, prepotenti, a prescindere da chi sia il destinatario. Scoperta dalla nonna, allarmata da quanto si prefigura dati i precedenti in famiglia, viene da lei data subito in sposa a un contadino, un vedovo rozzo e repellente, che mira solo a piegare quella schienadritta sui solchi dell’appezzamento e a sottomettere quella ragazzina viziata.
…l’uomo bianco butta via il fardello e dice all’uomo negro di raccoglierlo. L’uomo negro lo raccoglie, ma mica se lo tiene. Lo passa alle sue donne. La donna negra è il mulo del mondo, da quello che ho visto. E io ho pregato che per te fosse diverso” spiega la nonna alla nipote disperata. E in quelle parole è concentrata tutta la sua esperienza. Di nata schiava, messa incinta dal padrone, che ha visto la figlia avere a sua volta una bimba da non si sa chi, fuggire di casa per poi perderne le tracce. Ora non pensa che alla protezione di sua nipote Janie: un marito, crede, è la sola salvezza in un mondo di maschi profittatori, e la invita a sopportare. A dividere le due diverse generazioni l’idea dell’amore, una fola per la vecchia, richiamo irresistibile per la più giovane. La piccola aveva goduto un’infanzia felice, quando una famiglia di bianchi progressisti, cui la nonna dopo la fuga era andata a servizio, l’aveva allevata senza discriminazioni in mezzo agli altri loro bambini. Tocco narrativo indimenticabile: soltanto a sei anni Janie si accorge per la prima volta di essere nera, succede attraverso una fotografia di gruppo, quando chiede indicando la propria immagine: chi è questa? Non la conosco.
Il seme della ribellione è cresciuto da allora dentro di lei. Ancora ragazzina, una gran massa di capelli fascinosi, fugge dal marito campagnolo assieme a un tale pieno di progetti e con un mazzo di dollari in tasca che intende far fruttare. Cosa che gli riuscirà non appena raggiungono la città dei neri appena sorta, delle cui nascita si stava favoleggiando. Ahimè poche case deludenti sparse in un terreno senza strade, senza illuminazione. Jody, questo il nome dell’uomo, non si scoraggia e si rimbocca le maniche: crea un emporio, un ufficio postale (mai visto un ufficio postale gestito da uno di colore!), e in breve riesce a diventare sindaco di quel tentativo di città. La festa per l’accensione del primo e per il momento unico lampione del posto sarà memorabile.
Non aveva mai letto libri,” Janie “e dunque non sapeva di essere l’universo concentrato in una goccia”. Ma sa quanto basta per sentire come sopruso l’impulso di questo suo secondo marito a sottometterla. Per anni decide di non reagire e sceglie il silenzio. “Janie era il solco lasciato da un carro: tanto viva sotto, ma schiacciata dalle ruote”. Lui ne è geloso, quel corpo snello e quella chioma attirano gli sguardi maschili, e se lei risponde ai
suoi rimbrotti, lui si incattivisce: “Bisogna pure che qualcuno pensi anche per le donne, i bambini, i polli e le vacche. Perdio, da soli non ne sono capaci”. Alla fine una malattia se lo prende e lo porta via. Sono passati vent’anni e ora Janie si ritrova ricca e sempre avvenente: gli spasimanti fanno la fila per impalmarla.
Zora Neale Huston, autrice oltre che di romanzi anche di splendidi racconti, ha studiato antropologia alla Columbia University con Franz Boas. Di qui una voce unica, che pesca detti, metafore e un certo modo di prendersi in giro, dalla cultura popolare in gran parte ancorata alla campagna, con una serie infinita di aneddoti, di storielle a raffica, come in questo romanzo Con li occhi rivolti al cielo. Ispirandosi alla letteratura orale del Sud, che ben conosce, rende conto di una intera fase storica. Un tipo di linguaggio, uno spirito del tempo, che senza lavori eccellenti come questi avrebbero potuto sparire nel nulla. Storia orale fusa alla cultura alta dell’autrice. Nei dialoghi, seppure in gergo, come anche nei vivaci scambi di battute amorose, non mancano alcuni echi della brillantezza shakespeariana.
La storia di Janie riprende con la vedovanza e a quarant’anni si rinnova. Conquistata da un allegro squattrinato pieno di verve, diciotto anni più giovane di lei, decide di fare la più avventata delle mosse e di puntare su quell’amore nel quale, benché fino ad allora frustrato, in fondo ha sempre creduto. Vende l’emporio e con dei soldi in banca e un bel gruzzolo di 200 dollari in contanti cucito dentro il vestito, parte con lui per il Sud. Terzo matrimonio. Ma un mattino lui scompare assieme al mazzo di banconote. Sembra andare come doveva e come il lettore immaginava. A prima vista, il classico truffatore immortalato più volte da Flannery O’Connor che si dilegua per sempre. Ma eccolo ricomparire dopo un giorno e una notte. Inutile dire, con pochi spiccioli e una storia strampalata a giustificare la sparizione dei soldi di lei. Risultato: si scopre che gli piace giocare d’azzardo, in particolare si confessa lesto ai dadi.
Tutto come da copione? Invece no. Zora Neale Hurston con un colpo d’ala decide di puntare su questa storia d’amore delle più improbabili, ed ecco che tra i due lievita ancor più quella loro straordinaria passione reciproca. Un duraturo scambio di vera umanità.
Janie, non più la sindachessa elegante e rispettata di un tempo, ora indossa una misera tuta e da bracciante raccoglie fagioli assieme al marito, un tanto a giornata: lui non intende essere mantenuto dalla moglie. In compenso la sera nel retro di casa loro, canti, musica, bisboccia con gli amici.
Magnificamente reso il tragico tornado che nel finale, allagando tutto intorno, distrugge la campagna con tutte le baracche dei neri, installate non molto lontano dalle ville dei bianchi. Nella città vicina, piena di crolli e di macerie, è d’obbligo estrarre la gran quantità di morti che in pochi giorni esalano i loro insopportabili fetori. Sono i neri a doverlo fare, sotto minaccia dei fucili dei bianchi che costringono i sopravvissuti di colore intercettati, non solo a fare il tremendo lavoro, ma a separare i cadaveri di pelle chiara da quelli di pelle scura, i primi destinati a bare d’abete nel cimitero consacrato, gli altri alla fossa comune ricoperti di calce. Ma i morti, come sono ridotti, a volte non si distinguono, protesta la manovalanza. Guardategli i capelli, è la risposta.
Narrazione dunque di grande respiro e dalle molteplici componenti: la schiavitù, seppur succintamente richiamata attraverso le vicissitudini della nonna, la guerra civile, la vittoria dei nordisti e la liberazione dei neri, la comparsa dei primi uomini e donne di colore che credono in se stessi e ardiscono pensare di valere tanto quanto i bianchi. Jody era uno di questi, seppure con tutto il carico di un maschilismo duro a morire (maschilismo straordinariamente messo in scena dall’autrice). Coinvolgente la descrizione del lavoro agricolo con le ondate migratorie di braccianti che si spostano stagionalmente. La loro grande affabulazione, la comicità, il piacere di stare insieme a spettegolare, con allegria e le immancabili ricadute maligne quando la presa in giro scade nella crudeltà, o nella vendetta a scapito della realtà dei fatti. Zora Neale Hurston, probabilmente la prima scrittrice di colore statunitense a raccontare con orgoglio le radici della cultura nera e a farlo con una magistralità unica, è grande anche perché in grado di rendere luci e ombre di una popolazione sottomessa che sta rialzando la testa da pochissimo. E a farlo senza ideologismi. Per questo, diventata caposcuola ineguagliabile per le scrittrici nere delle successive generazioni. Non a caso, viene da credere, Salvare le ossa, magnifico romanzo di Jasmyn Ward, NN Editore, si conclude allo stesso modo, con un devastante uragano dagli esiti imprevisti.

Consigli di lettura: Orrore

di Bruna Miorelli

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Pietro Grossi
Orrore
Feltrinelli
138 pagine

Perché un autore come Pietro Grossi, giunto al suo settimo libro di narrativa e con diversi premi letterari alle spalle, sente il bisogno di scrivere un horror? Perché come il protagonista di questo romanzo da ragazzino era un divoratori di questo genere? Probabile.
Diciamo che buona parte del breve romanzo intende far leva sulla suspence, sull’attesa di ciò che le anomalie riscontrate in una casa isolata nel bosco fanno presagire: alcuni spazi interni stranamente puliti e altri polverosi, resti inspiegabilmente dimenticati di strumenti chirurgici. Un mistero, qualcosa di terribile si annuncia. Un amico riesce a coinvolgere il suo coetaneo, in Italia per le vacanze di Natale assieme alla moglie e a un figlio di pochi mesi, facendolo cadere in un abisso di curiosità. Tanto più che costui è alla ricerca di uno stimolo per il suo mestiere di sceneggiatore che in quel momento lo vede in crisi. Chissà, potrebbe trovare il bandolo di una matassa quanto mai utile per lui. Allo scadere della vacanza, il protagonista rimanda indietro la famiglia, moglie consenziente, in fondo si tratterà solo di qualche giorno. Invece l’ossessione si fa totale, ed eccolo diventare un guardone a tempo pieno, nascosto tra i cespugli, in osservazione della casa sperduta lontana chilometri dal paese dove alloggia. A dire il vero, di autentica suspence ce n’è poca, però ci ritroviamo nelle pagine più belle del romanzo, quando mezzo inebetito dal freddo lo vediamo sorvegliare il posto, nascosto sotto teli impermeabili mentre la neve imbianca lui e il terreno tutto intorno. Dopo un bel po’ se la moglie inizia a preoccuparsi, lui si stacca sempre più dai destini della sua famigliola. Il testo, in seconda persona, viene indirizzato con il “tu” a un figlio lontano non più piccino, per dirgli cosa successe a suo tempo per fa sì che il padre sparisse dalla sua vita. Nell’insieme
scarsamente convincente e poco più di un espediente letterario, questo “tu” risuona tuttavia con una venatura di rimorso seppure l’accaduto ineluttabile. Come a dire, di fronte alle ossessioni, tanto produttive quanto pericolose, poco si può.
Gran parte della narrazione è quindi basata sull’attesa che si allarga e diventa padrona nonostante gli scarsi indizi e i persistenti interrogativi. Fino a pagina 110, e manca poco alla fine, tutto procede in questo modo, a ravvivare lo scorrere lento delle ore con il giovane uomo così appostato in osservazione, poco più di una scena di sesso con una ragazzotta del paese, niente male quanto a resa. Umori, urina, amplesso violento, poi nulla resta: “… due sponde opposte di un grande lago. Buonanotte allora. Buonanotte.”
Di lì, lui tornato in città, lo scioglimento del romanzo. Viene allo scoperto il legame insospettabile tra due dei personaggi, ma il lettore resta a bocca asciutta quanto alla spiegazione del mistero. Venuto meno il fardello della logica narrativa, gettatogli in pasto solo qualche indizio, chi legge se la può sbrogliare come meglio crede. Anche se ostinato ripercorre a ritroso tutte le scene del romanzo dicendosi che i conti non tornano, che qualcosa manca, la lisca che gli è stata gettata gli deve bastare. Che costui protesti a gran voce dicendo che nei polizieschi, ad esempio, è d’obbligo scoprire chi è l’assassino e quale il suo movente, è facile che si senta rispondere che i gialli a orologeria sono cosa vecchia e che nel noir imperante sono d’uso i finali sospesi, mentre gli assassini, impuniti, se la spassano. “Sì, ma…” l’ingenuo protesta: prendiamo La promessa di Duerrenmatt. Anche se il sottotitolo riporta: requiem per il giallo, beh, lì il colpevole lo si scopre, e che il detective avesse visto giusto anche. È stato il caso a farsi beffa di quest’ultimo, opzione filosofica di alto livello. E così i conti tornano tutti al millimetro. Oppure i romanzi di Patricia Highsmith che non ama i rigori della legge, anche in quel caso la logica narrativa viene rispettata, psicopatici o presunti tali che siano i suoi personaggi. Se è così nel giallo perché non nell’horror? Dopo aver posto l’interrogativo a un amico che di horror se ne intende, questa la risposta ricevuta: “Se ti ha deluso, vuol dire che la trovata non funziona. Se ti è comunque piaciuto, complimenti all’autore per il coraggio!”.

Consigli di lettura: La mia cattiva strada. Memorie di un rapinatore.

di Bruna Miorelli

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Marcello Ghiringhelli
La mia cattiva strada
Memorie di un rapinatore
a cura di Davide Ferrario e Marilena Moretti
Le Milieu Edizioni
229 pagine

Cominciamo a rovescio, dalla frase che conclude il libro: “… vengo scarcerato il 25 aprile del 1981. Venti giorni dopo entro nelle Brigate Rosse come rivoluzionario a tempo pieno… Ma questa è un’altra storia”. Che, incuriositi, si vorrebbe leggere presto, viene da dire.
Qui, in queste memorie, abbiamo la vita precedente di Marcello Ghiringhelli, ciò che lo porterà comunque in carcere: da ragazzino ribelle a rapinatore, nome conosciuto, temuto, apprezzato nel mondo della malavita italiana e francese. Anche prima della sua svolta politica si avverte in lui un sottofondo di consapevolezza sociale, quella di appartenere alla categoria dei molti maltrattati dalla vita, operai integerrimi e gente che si arrabatta per tirare avanti. O come lui, legionario per un colpo di testa giovanile, poi fuorilegge, piccolo imprenditore, detenuto, rivoluzionario di professione. Un sottoproletario, di fatto, con lunghi anni trascorsi nel lusso però. E molti di più tra le sbarre.
Il padre operaio alla Fiat, la madre a servizio nelle case dei signori, a suo tempo attivi entrambi nella Resistenza, non possono capire quello scavezzacollo. In particolare è la madre ad avercela con Marcello, anche perché gli altri figli non hanno tutti quei grilli per la testa. O almeno questa è la sua impressione. Ma il tempo dirà chi è il più generoso tra tutti quanti. Ormai vecchia e relegata in ricovero, dimenticata dalla prole perbene che lì dentro l’ha cacciata, sarà quel bandito che entra ed esce di galera a pensare a lei, riportandola in un appartamento e fornendole di che mantenersi. Niente male, peraltro.
Come nessun film è in grado di fare, Memorie di un rapinatore dà l’opportunità di entrare
nell’esistenza avventurosa e drammatica di un fuorilegge. Nelle oltre duecento pagine troviamo nei dettagli i colpi fulminei compiuti da solo, oppure assieme a complici che devono garantire intelligenza, freddezza durante l’azione, ed etica di gruppo, dato che stanno mettendo in gioco non soltanto la propria libertà ma la pelle stessa. Prima, c’è da studiare a fondo la situazione, la suspence fa parte del gioco ma quando si agisce bisogna
essere padroni di sé, per questo anche chi ama le buone bevute, non deve toccare una goccia d’alcol nella settimana che precede il colpo. Durante, è una botta d’adrenalina.
Dopo, quando ti ritrovi con il malloppo conquistato, senza un graffio tu e i tuoi complici, il riposo nei migliori alberghi, ebbene, per Ghiringhelli è qualcosa di esaltante. Piacere puro.
Dovuto all’estrema tensione di ogni atomo di corpo e cervello durante l’azione, e dal relax che segue quando ancora l’adrenalina circola nelle vene per un bel po’. In fondo è questo a ricondurlo ogni volta alla sfida, non soltanto il bisogno di soldi. E in effetti le rapine vengono fatte anche quando in banca, in un conto corrente a suo nome, giace una notevole quantità di bei bigliettoni. Vuoi mettere del resto la soddisfazione di arraffare ciò che ti sarebbe stato negato per sempre: champagne, auto potenti, abiti firmati? Poi il gusto di lasciar cadere gocce di quell’oro sulla tua donna, su tua madre, su tua figlia.
Il gioco si era fatto precocemente duro per Ghiringhelli, quando ragazzino, barando sull’età, aveva avuto l’avventatezza di arruolarsi nella Legione Straniera. E lì sperimenta d’un colpo l’abiezione della guerra, dell’assassinio gratuito. In Algeria con gli altri commilitoni partecipa al massacro della popolazione locale, contadini, donne, intere famiglie. Qualcosa lo ferma: farsi disumani a tal punto diventa per lui inaccettabile.
Decide di scappare, benché sappia che i legionari disertori non abbiano futuro alcuno. Non c’è che la morte per loro, è notorio, la Legione non perdona. Quella strana fuga viene però notata dai ribelli algerini in armi contro i francesi nella loro lotta di liberazione, che lo catturano. Se dapprima non gli danno credito e lo sottopongano a infiniti interrogatori, alla fine intendono quel tipo di rifiuto e gli offrono la possibilità di salvare la pelle con un passaporto falso, destinazione Parigi. Raggiunta la meta, il fuggiasco, ragazzotto di scarsa cultura, trova accoglienza nel salotto intellettuale di Sartre, De Beauvoir e i loro amici, affamati come sono di notizie sulla guerra d’Algeria che li vede dalla parte degli insorti.
A Parigi comincia la sua prima storia d’amore con una giovane prostituta, la più importante anche se breve e tragica. Altre ne seguiranno, a dire come le sue donne e in seguito la figlia restino un punto nevralgico per il rapinatore, quello che può dare la felicità o toglierla. Certo, la famigliola serena non fa per lui. E quelle donne ne pagheranno il conto.
Al di qua e al di là del confine francese dove opera, nitido il disegno dell’ambiente malavitoso: le case, i personaggi affidabili, quelli da evitare, le regole vigenti. La serie memorabile dei colpi assume a volte il sapore della leggenda, seppure la galera sia un incidente di percorso inevitabile. Mai ammettere, negare sempre, e questo per qualche decennio gli risparmia detenzioni oltremodo lunghe. Ma non mancano i pestaggi degli agenti, le rivolte in carcere, le fughe rocambolesche. Celle di rigore per periodi tanto prolungati da annichilire chiunque; botte che ti possono portare al creatore, da cui Ghiringhelli una volta si salva per un pelo grazie a un infermiere detenuto che con le sue cure lo riporta in vita; la tubercolosi dovuta alle secchiate d’acqua gelida tre volte al giorno. Lui, al tempo, non è sorpreso dai maltrattamenti, né si appella alla legge che li vieta: la prigione è quella cosa lì, punto.
A evitare che il memoir possa ridursi a una noiosa sequela di rapine, a un fuori e dentro le prigioni, è la bellezza della lingua, fatta di diverse parlate popolari – il dialetto del Nord, Torino e Piemonte in particolare, come pure delle zone francesi da lui frequentate – e del gergo della malavita di allora, ormai sparito o trasformato più che probabilmente. Merito pure del ritmo e dell’asciuttezza del racconto su un antieroe come lui, tosto, sveglio, che tra le sbarre cerca di stringere i denti mentre sta ideando l’ennesima fuga.
Testimonianza, ma anche materiale storico di prima mano per ricostruire un’epoca e le sue lacerazioni. La mia cattiva strada non costituisce l’esordio dello scrittore nato in galera, preceduto com’è da alcuni racconti dal carcere e dal noir L’altra faccia della luna. Un autore più alla mano, meno crudele del geniale e provocatorio Jean Genet nel suo Diario del ladro, riferimento inevitabile. Ma seppur lontano dal grande letterato, la sua narrazione vive comunque di vita propria e possiede il sapore dell’autentico.
Non sappiamo se a quest’ultimo lavoro seguirà la storia della sua militanza nelle Brigate
Rosse, di come un rapinatore di professione si trasforma in un rivoluzionario di professione. Possibile che alcuni reati ancora in essere e la ricaduta di certe informazioni
politiche concorrano a impedirglielo. Tuttavia una testimonianza dal di dentro, con una voce come la sua, e da quella particolare angolazione, sarebbe davvero augurabile. Per ora in queste pagine, un solo assaggio narrato tra il serio e il faceto: di quando a un paio di ingenui giovani inesperti di Lotta Continua insegnò a compiere la loro prima rapina di
autofinanziamento.

Consigli di lettura: Come si comanda il mondo

saggistica – recensione di Bruna Miorelli

 


Giorgio Galli e Mario Caligiuri

Come si comanda il mondo

Rubettino editore

229 pagine

Chi è che comanda il mondo? Quale la vera razza padrona? Da questo saggio, che si propone di analizzare i meccanismi d’affermazione dell’egemonia delle élites, si deduce che a comandare l’intero pianeta siano poche persone, a capo di una cinquantina di banche e multinazionali. Oltretutto intrecciate tra loro. Nel senso che le une posseggono pacchetti di azioni delle altre in una fitta compartecipazione, cosa che rende ancora più controllati gli indirizzi economici e politici degli stati. I veri potenti non sono i premier e i loro ministri, che si trovano un gradino al di sotto e che spesso sono costretti a cooptare a livello istituzionale figure che provengono direttamente dallo stesso ambiente bancario e industriale che ha finanziato le loro campagne elettorali.

A suo tempo i romanzi d Edith Wharton avevano raccontato con chiarezza come nella New York di fine Ottocento-inizio Novecento, le famiglie che contassero davvero fossero un nucleo ristrettissimo. E la futura scrittrice, che da bambina alla domanda “cosa desideri fare da grande”, rispondeva “diventare la più elegante della città”, apparteneva a una delle dieci più importanti. Aveva perciò dei costumi, delle regole interne a quella compagine, della morale a volte stravolta sotto l’onda dei mutamenti impetuosi del capitalismo e dell’emergere di nuovi ricchi, una conoscenza approfondita e di prima mano. Che nelle odierne società democratiche nulla sia cambiato da allora, può far impressione; se poi si pensa che la concentrazione del potere si estende pressoché all’intero pianeta, c’è da tremare.

Una delle conseguenze più visibili, considerando il breve arco di tempo che va dalla fine degli anni Settanta a oggi, è una disparità di reddito mai vista nella storia, tra i pochi grandi ricchi e la vasta popolazione. Se un tempo neanche troppo lontano un manager incassava qualcosa come centinaia di volte il salario di un operaio, ora lo vede moltiplicato per migliaia di volte. Tra le concause probabili di tutto questo: neoliberismo, finanziarizzazione dell’economia, globalizzazione, caduta del muro di Berlino, nuove tecnologie, e strategia d’attacco della classe padronale.

Di questa concentrazione di potere in poche mani non c’è percezione diffusa: chi detiene le leve del comando globalizzato non ama comparire nei talk show e sui giornali. Mass media e stampa, che sono del resto proprietà degli stessi, svolgono bene il loro lavoro di occultamento dello stato reale delle cose. Del resto, secondo gli autori del libro Come si comanda il mondo, i mezzi di comunicazione più prestigiosi sono in grado di fare da battistrada e di imporre l’agenda delle notizie alla selva di testate minori. E così il cerchio si chiude. Chi sfugge alla regola e descrive lo stato reale delle cose, è facile venga tacciato di essere un complottista. Accusa da cui Galli e Caligiuri si difendono citando una selva di dati e cercando di dare un respiro teorico a questo loro lavoro sulle élites, risalendo tra gli altri a Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, e rifacendosi in particolare a Wright Mills. Gli studi su tale concentrazione del comando, che non data da ora, sono parecchi, ma quel che è certo è che le loro conclusioni non sono ancora patrimonio condiviso del sentire comune, che per il momento si limita a prendersela con la sola casta dei politici.

Per disegnare il futuro del mondo c’è bisogno che i potenti si confrontino periodicamente a un livello ristretto. Controllate attraverso inviti ad personam, tra le sessioni periodiche dei super club si annovera il Foreign Relation, attivo dal 1921, tra i cui partecipanti ci sono uomini d’affari, finanzieri, politici, giornalisti, accademici di livello internazionale. Tra i membri direttivi, bastano due nomi: Tdjane Thiam, amministratore delegato di Credit Suisse, e Kofi Annan, per quasi un decennio segretario generale dell’ONU.

Più noto il gruppo Bilderberg, nato nel 1954, che da allora si riunisce annualmente. Se da qualche tempo sono resi noti i nomi dei partecipanti, l’agenda degli argomenti e il risultato delle discussioni restano segreti. Nel direttivo sono presenti esponenti della Goldman Sachs, partecipano agli incontri i presidenti oltre che della banca citata, anche di JP Morgan Chase e Merrill Linch, Presidenti e AD presenti nell’elenco delle 65 persone più influenti del mondo. Tra gli italiani John Elkann, presidente Fiat Chrysler, nonché membro del direttivo Bilderberg, Mario Draghi, Mario Monti, Franco Bernabè, Romano Prodi, Carlo De Benedetti… i giornalisti Lucio Caracciolo, Lilli Gruber, Monica Maggioni.

C’è Poi la Trilateral Commission fondata nel 1973 da David Rockefeller, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, con 400 membri americani, europei e giapponesi. Viene qui citato un documento della commissione del 1977 dove si afferma che i problemi di governabilità delle tre aree sono dovuti a un “eccesso di democrazia”. Mario Monti ha ricoperto il ruolo di presidente del gruppo europeo, gli è succeduto Jean-Claude Trichet, ex presidente della BCE, presidente onorario Peter Sutherland, esponente chiave di Goldman Sachs.

Skull and Bones Society è legata all’università di Yale, cui hanno fatto parte i presidenti americani Bush, e pure lo sfidante democratico di Gorge W. Bush figlio, John F. Kerry.

Un ruolo di formazione dei più importanti manager l’hanno le università, che peraltro li annoverano nei loro consigli di amministrazione. Harvard in testa, seguita dalla Stanford University, New York University e via elencando.

Ci sono inoltre diverse logge massoniche, superlogge internazionali.

Tutto si tiene.

Nella nutrita serie di appendici del libro – molto, molto utili e rapide da decifrare – troviamo i nomi delle 50 multinazionali più potenti del mondo: in cima alla lista Barklays Plc. Unica italiana, al 43° posto, l’Unicredit. Pure qui le banche molto presenti. Moltissime le americane, abbastanza numerose le inglesi, qualche francese, tedesca, giapponese, svizzera. La Cina con la sola China Petrolchemical Group Co., sta in fondo all’elenco.

Rivelatrice l’appendice sui media, con la sfilza di giornali e reti televisive, ciascun singolo gruppo in possesso di numerose altre testate. In testa New York Times Company. Non mancano i nomi dei loro maggiori azionisti: banche e multinazionali, come sempre.

Incuriosisce sapere chi sono stati i principali finanziatori delle campagne elettorali delle presidenziali USA e con quale cifra. E qui tra i donatori, oltre alle banche e alle multinazionali, compare anche qualche importante università.

Scorrendo i nomi delle 65 persone che comandano il mondo il lettore medio farebbe fatica a riconoscere qualche esponente. Se i loro nomi possono dire poco, più significativo andare alle società di cui sono AD o presidenti. James Staley, John MacFarlane, entrambi Barclays, Timoty Armour di Capital Group Companies, eccetera. Qui l’italiano Giuseppe Vita di Unicredit è al 56° posto. Pochissime le donne.

Oltre alla graduatoria dei potenti, corredata oltre che delle società che dirigono anche della nazionalità, è illuminante percorrere la casella che indica di cosa sono stati manager nello loro precedente carriera. E di nuovo abbiamo conferma dell’intreccio fitto tra incarichi finanziari, industriali, politici, accademici. Le carriere sono spesso trasversali.

Quello che non è scontato per il senso comune, abituato a percepirle come entità individuali frutto di uomini di genio, è che anche tra i maggiori detentori delle azioni di società come Google, Facebook, Apple e Amazon ci siano banche e società diverse dalla capofila, per un valore di milioni di dollari ciascuna e a volte di miliardi.

Un libro da leggere con calma e non divorare questo di Giorgio Galli e Mario Calgiuri, tante sono le informazioni. Dopodiché non resta che meditare circa le implicazioni e ricadute sulla democrazia, il rapporto tra questi pochi che reggono le leve del comando e i molti espropriati senza voce in capitolo. E quando osserviamo in prima fila un politico, un giornalista, un docente opinionista, chiediamoci se sia davvero indipendente o non abbia alle spalle qualcuno di questi nomi o di queste sigle.

Consigli di lettura: Cattiva, di Rossella Milone

recensione di Bruna Miorelli

 

Cattiva

di Rossella Milone

Einaudi

116 pagine

Benché suddiviso in ben 16 capitoli, Cattiva è più un racconto che un romanzo. Straordinaria narrazione, va subito detto, su un argomento per niente facile da trattare: il rapporto tra madre e neonato. Tra le poche narratrici italiane fresche di maternità che abbiano affrontato l’argomento restando perlopiù a cavallo tra l’esperienza di vita e l’invenzione, questo di Rossella Milone è tra i migliori, forse il migliore in assoluto. Merito di un linguaggio, immaginifico e strettamente ancorato alla realtà al tempo stesso, che per la cura e l’attenzione a ogni singola parola sembra avere radici nella pratica poetica. Linguaggio fresco benché calcolato al millimetro, musicale per varie ragioni, non ultima l’eco della lingua napoletana che risuona in ogni pagina. Nessuna concessione alla moda del dialetto di troppi romanzi d’oggi. Accanto alle parole in napoletano verace, usate con parsimonia, è la struttura della singola frase, e il suo particolare andamento, a rievocare quelle radici.

Siamo in un quartiere di Napoli a ridosso del vulcano. Pochi i fatti: un parto, la nascita di una neonata – solo verso la fine sapremo il suo nome, come se il rapporto tra madre e figlia fosse innanzitutto tra due corpi – e poi il ritorno dalla clinica, pappe, pannolini e infiniti pianti di cui la madre inesperta non sa scoprire la ragione. Esaltazione perché quella nascita è una cosa grande, e paura di non farcela. L’abisso di un’esperienza sconosciuta, fatta di interrogativi, sensi di colpa, ansie per l’insufficienza propria, del marito, dei genitori, della pediatra. Un universo che si dilata nelle ore e nei giorni. Rossella Milone riesce a rendere con acutezza eccezionale gli impulsi più riposti di questo passaggio estremo nella vita di una donna, che coinvolge ogni fibra del proprio essere, fisico e mentale. Sono i rivolgimenti interiori, anche i più oscuri e contraddittori, a trovare inedita rappresentazione.

Mia figlia non lo sa afferrare quel libro, rivolge a Daniele uno sguardo lattiginoso, lui le sorride, lei non è appagata e si mette a piangere. Allora l’avvolgo in uno scialle, la stringo a me, le faccio sentire il mio odore. Lei si acquieta, si attacca al seno; il mio corpo la consola, ed è lì che porta anche me, nella mia origine atavica e informe – in una specie di magma.

Niente come una maternità fa scoprire a una donna, che fino a un momento prima si è pensata come un essere sociale, capace di plasmare i destini individuali e collettivi, quanto sia invece potente il rapporto con la natura. Le lune, quelle che sollevano le maree, le nove lune necessarie a completare la gravidanza. Le onde di dolore del parto, capaci di allargare le ossa pelviche per permettere la venuta al mondo del nascituro, come parte del cosmo. Grande la meraviglia della scoperta, ma il timore che ti possa al contempo cacciare indietro, facendoti regredire al magma primordiale. Perché da quella neonata non ti puoi staccare, le sei indispensabile, la devi attaccare al seno ogni poche ore. Non c’è nemmeno il tempo di lavarti i capelli. E quando ti offrono qualche giorno di lavoro, in famiglia ti consigliato di rifiutare. Il tuo posto è lì. Mentre il lavoro culturale della protagonista, per cui ha studiato anni e di cui va orgogliosa, adesso non conta… Può sapere tutto della sua città, dei suoi monumenti e affreschi, avere cose salienti da dire a chi li vuole visitare, come sapeva fare fino a poche settimane prima, ma ora non è il momento.

Se poi la bambina piange di continuo, e resta un mistero se abbia fame, o bisogno di un pannolino asciutto, o se soffra dei ricorrenti doloretti di pancia dei neonati, e se poi quel pianto si ripete, moltiplicandosi nei giorni e nelle notti, si può essere anche tentata da un gesto senza ritorno. Ed ecco nel bel mezzo del racconto un colpo di scena inaspettato che sembra prospettare una svolta. Un taglio a quella vita che alterna gli entusiasmi al quel logorio stressante che non dà pace. E la pace è proprio la cosa più agognata. Un’idea, questa di Rossella Milone, da buona narratrice, in grado di dare uno scossone a chi legge prospettandogli scenari imprevisti. Si cambia allora radicalmente registro? Quale potrà essere il finale a questo punto? E l’autrice saprà essere all’altezza del resto della narrazione? O ci sarà un ritorno a ciò che pure ci aveva avvinto fino a poche pagine prima dell’imprevisto. Il rapido fluire della prosa, a volte contratta, a volte rallentata in un singolo episodio, rende la voce dell’autrice da subito riconoscibile.

Durante il parto, avvenuto con l’epidurale che cancella il dolore delle ultime doglie, era stata assistita tra gli altri, medico e ostetrica, anche da un’infermiera di grande umanità. Capace di consolazione verso la puerpera, con gesti e parole opportune, anche perché popolana: una vaiassa. Unico neo del libro, l’eccessiva insistenza sulla figura della vaiassa. Citata più volte fino alla fine, tale ripetizione getta specularmene un’ombra sulla protagonista, che rischia di apparire un membro poco attraente di quel ceto medio, che quanto ad alterigia pare uguale ad ogni latitudine del paese.

I nostri libri

Vita da single
Antologia di racconti
Edizioni Libreria Popolare di via Tadino

Una società di individui soli.
Single per caso, per sbaglio, per scelta, per vocazione.
Storie divertenti, quanto malinconiche e drammatiche, che rendono conto di quanto sia variegata la vita di uomini e donne che costituiscono ormai la maggioranza nelle metropoli occidentali.

vitadasingle
C’è chi si affida ad appuntamenti che risultano buffi, a vuoto, divertenti per una notte, come quelli organizzati via internet alla Esselunga con fiocco rosso sul carrello. O al sesso ondine che ti può tendere agguati pericolosi. L’amore che nel passato avrebbe potuto concretizzarsi e il caso ha invece ha impedito, produce interrogativi perturbanti. Una donna, in stato d’ansia perché un po’ ci conta e un po’ si prende in giro, si prepara a un convegno amoroso dall’esito incerto. La storia di un debito in denaro getta una luce anomala sull’amicizia tra di uomini, nata nel pieno della contestazione e rivangata attraverso lo sguardo del nipote. Il viaggio in autostrada a tappe nelle varie aree di servizio si rivela una via crucis nel delirio della donna, vittima degli spasimi causati dalla relazione con l’amante sposato. La badante arrivata da un paese dell’Est, ignorata dagli adulti che l’anno presa a servizio, trova un contatto inatteso con la bambina di casa. Caleidoscopio di esperienze, i 28 racconti mostrano dal di dentro la mutazione antropologica in corso, che a breve o a lungo tocca tutti noi.

 

Come scrivere
di Rosaria Guacci e Bruna Miorelli
Zelig Editore
Guida per aspiranti narratori.
Come si crea un testo, come si riescono a ottenere certi effetti, come l’autore fa in modo di dare quel preciso risultato. E come scoprire in primo luogo la propria voce.

comescrivere
Lezioni di scrittura di Eraldo Affinati, Silvia Ballestra, Carmen Covito, Erri De Luca, Antonio Franchini, Giuliano Gramigna, Carlo Lucarelli, Raul Montanari, Enrico Palandri, Alberto Rollo, Tiziano Scarpa, Emilio Tadini. Gli interventi riguardano l’attacco di un racconto o di un romanzo, ovvero l’importanza delle prime frasi, il finale, la descrizione. Quanto utile sia la revisione a partire dal fatto che scrivere vuol dire riscrivere. Evitare o utilizzare le ripetizioni, rime e assonanze? L’abile uso del non detto. Il diario, l’autobiografia, il romanzo d’invenzione. Lo scoglio del dialogo, per niente facile da superare. Stendere una scaletta prima di cominciare è utile solo per il thriller?
Creare un clima di tensione, far lievitare la suspence. Come far camminare il tempo della
narrazione.
Non si tratta di imparare l’ispirazione, quanto piuttosto di affrontare i problemi del mestiere e non quelli del talento: il talento se c’è, può essere scoperto, coltivato, sviluppato quotidianamente…

 

Il millelibri
a cura di Bruna Morelli
Oscar Mondatori
22 percorsi di lettura nei campi dell’ecologia, scienza, letteratura, narrativa, psicanalisi, poesia, guidati da studiosi del settore. Tra cui Franco Fortini, Carlo Tullio-Altan, Romano Madera, Marisa Fiumanò, Franco Brioschi, Gianni Turchetta.

ilmillelibri
Mosaico stimolante, originale, spesso provocatorio, mai scontato. Un avvincente invito a conoscere, riflettere, appassionarsi, ridere, emozionarsi, divertirsi. Questi autori hanno scelto la strada delle varie discipline seguendo i loro interessi, le loro tendenze, le loro esperienze. L’idea, come dice l’introduzione, è quella di inoltrarsi nel modo della parola scritta assumendo l’interesse, il piacere, la catena dei desideri messi in moto dalla lettura. Una lettura lontana da un uso utilitaristico, lavorativo o scolastico, a partire dal bisogno intimo di godimento. L’istituzione, la scuola, la professione, la biblioteca, fanno di tutto per trasformare questa attività in dovere, in pesante incombenza da affrontare sotto il peso della colpa o la spinta di affermazione e da evitare non appena possibile. E la società dell’informazione e dello spettacolo, basata sull’immagine e sull’ascolto uditivo, l’ha già resa superflua. Proprio per questo, nel mentre accanto a quello conoscitivo si potenzia il suo lato “ozioso”, irriducibile alla logica del mercato e della produzione, si aprono nuovi inesplorati spazi di libertà. Il cuore della lettura non è assoggettabile. Ed è da essa che si diramano molte potenzialità, compreso il sogno di autodeterminazione.

 

Da un mondo all’altro
raccolta di racconti a cura di Bruna Miorelli
La Tartaruga edizioni
Le scuole di scrittura minano alla radice l’idea romantica che per scrivere basti un’ispirazione divina o un gesto spontaneo e immediato. Al contrario scrivere è un processo lento, fatto di selezioni e rifacimenti, di attenzione al particolare, di scavo psicologico e reiterato ragionare.

da un mondo all'altro
Afferrare le caratteristiche del presente è il filo conduttore di questa raccolta, a partire da noi e da quello che ci sta intorno. Come afferma Flannery O’Connor, citazione che riprendiamo dall’ultima di copertina: “Quando parliamo della terra dello scrittore, siamo inclini a dimenticarci che, qualunque terra sia, essa è dentro come fuori di lui. L’arte richiede un delicato adattamento tra il mondo esteriore e quello interiore, in modo che, senza snaturarsi, possano essere l’uno il riflesso dell’altro. Conoscere se stessi è conoscere la propria regione. E’ anche conoscere il mondo ed è altresì, paradossalmente, una forma di esilio dal mondo.”
Di stile, tono e contenuto quanto mai diversi, gli autori della raccolta mostrano una comune fiducia nella letteratura, come comunicazione altra, diversa e più autentica, da perseguire per cercare di raggiungere anzitutto una propria più intima verità.

 

Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore
di Hans Tuzzi
Bollati Boringhieri

Hans Tuzi, autore dei celebri gialli, con protagonista il commissario Norberto Melis, nonché di saggi del libro e sul suo mercato antiquario, e di romanzi non di genere, sta tenendo lezioni di scrittura agli allievi aspiranti narratori. Il testo di alcune di queste relazioni gli hanno dato l’idea di completarle con altre per farne un intero volume.

giallo
“In letteratura è come in teologia: valgono le sole domande. O meglio è l’intelligenza delle domande che costringe a elaborare risposte alla loro altezza. Il talento, l’istinto sono necessari.
Vanno educati, certo, ma sono necessari. Dieci capitoli su: Prima di scrivere; Stile, struttura, riscrittura; Come agganciare il lettore; Dire, non dire, da chi farlo dire; Come caratterizzare i personaggi; Finali chiusi, finali aperti; Buona e cattiva letteratura; Tutti i colori del genere: giallo nero rosa; Due o tre cose sul giallo perfetto; Due o tre cose sul perfetto lettore di gialli.
Fertili considerazioni sui limiti e potenzialità della parola, sulla potente irrealtà della letteratura.

 

Ciao bella
a cura di Rosaria Guacci e Bruna Miorelli
Piero Manni e Lupetti editori
Percorsi di critica letteraria al femminile. Personali, anticonformisti, indifferenti alle varie convenzioni editoriali questi saggi s’impongono per l’estrema attenzione all’altra donna, cosicché tra chi scrive e chi recensisce la corrente è forte e continua.

ciao bella
Il volume raccoglie gli scritti delle critiche letterarie più significative: tra cui Anita Raja, Nadia Fusini, Elisabetta Rasy, Barbara Lanati, Grazia Livi, Marisa Bulgheroni, Anna Maria Crispino, Maria Nadotti, Marisa Caramella. Critica che si è formata in accordo a una domanda di lettura nuova circa temi e latitudini rappresentative e in stretto legame con il movimento femminista che aveva da subito tematizzato la letteratura come una fucina di stimoli, ponendo il rapporto tra donne come questione fondamentale. Per questo è forte, in queste critiche, l’interesse al lavoro delle donne che scrivono, guardato con occhio empatico quando vi sia consonanza o anche discordanza, comunque sempre con la più grande attenzione.

CORSO AVANZATO DI SCRITTURA CREATIVA – PRIMAVERA 2018

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Vi aspettiamo mercoledì 28 febbraio 2018 con il nuovo Corso avanzato di scrittura creativa della scuola Arte del narrare. Le lezioni, della durata di due ore e composte da una parte teorica e una pratica, si svolgeranno ogni mercoledì a partire dalle 18:15 alla Libreria Jaca Book Città Possibile, via Frua 11, Milano.

Le 12 lezioni saranno affidate a questi insegnanti:

Matteo B. Bianchi, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi, Antonio Serra.

Argomenti delle lezioni:

  • Non utilizzare una sola forma di dialogo. Variarlo con il dialogo diretto, indiretto, e indiretto libero (ibrido delle altre due forme).
  • Dilazionare. La strategia ritardante che rimanda in là le risposte al lettore.
  • Similitudine e metafora semplice o a grappoli.
  • Quando la voce narrante è apertamente scorretta e provocatoria: punti di forza, limiti, errori.
  • Evitare il manierismo, dialoghi ingessati, descrizioni senza anima, dettagli precisi ma non autentici.
  • Sensualità, voluttà, voyeurismo.
  • Fare dei personaggi esseri irrisolti e contraddittori.
  • Simmetrie, interazioni di coppie, doppie coppie, a intreccio geometrico.
  • Pluralità di voci narrative (punti di forza e limiti). Personaggi che commentano altri personaggi.
  • La libertà di lasciare aperti alcuni nodi narrativi e fino a che punto.
  • Disarticolare la narrazione. Il romanzo a più voci dove il lettore deve lavorare attivamente sul non detto
  • Utilizzo di email, sms, Twitter. Fino a che punto?

 

Per informazioni ed iscrizioni:

 

CORSO BASE DI SCRITTURA CREATIVA – PRIMAVERA 2018

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Vi aspettiamo martedì 27 febbraio 2018 con il nuovo Corso base di scrittura creativa della scuola Arte del narrare. Le lezioni, della durata di due ore e composte da una parte teorica e una pratica, si svolgeranno ogni martedì a partire dalle 18:15 alla Libreria Popolare di via Tadino 18, Milano.

Le 12 lezioni saranno affidate a questi insegnanti:

Matteo B. Bianchi, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

Argomenti delle lezioni:

  • Principali elementi compositivi: scene narrate, scene dialogate, descrizioni.
  • Differenziare i personaggi. Evitare che i minori risultino comparse o macchiette.
  • Rapporto tra i personaggi: intimità, aggressività, distanza.
  • Vari tipi di voce narrante, e il narratore che scrive, ricorda, parla.
  • Struttura: unità di tempo e di luogo.
  • Struttura: piani narrativi lineari o complessi.
  • Dialogo: funzioni, gestualità, intonazione, modo di rivolgersi agli altri.
  • Strategie per tenere alta la tensione psicologica ed emozionale.
  • Come rendere le illusioni del personaggio.
  • Trama: intrecciare due o tre storie diverse.
  • Trama: i suoi vincoli (partendo dal genere giallo).

Queste le date del corso: 27 febbraio; 6, 13, 20, 27 marzo; 10, 24 aprile; 8, 15, 22, 29 maggio; 5 giugno.   

Per informazioni ed iscrizioni: