Al cinema: Santiago, Italia; Il teatro a lavoro; Tre volti; La prima pietra.

55414SANTIAGO, ITALIA
Documentario di Nanni Moretti

Berenice dice: il Paese che eravamo (e non siamo più)
Cile, inizio anni ’70. La vittoria di Allende, l’entusiasmo, la gioia, le prime difficoltà, il colpo di Stato, la paura, gli arresti. Con immagini di repertorio, interviste, testimonianze, Nanni Moretti ricostruisce il periodo. Operai, imprenditori, artigiani, avvocati, registi, traduttori, giornalisti, protagonisti di quei giorni e di quelli che sono seguiti, ciascuno con un pezzo di storia, con la propria esperienza, racconti, emozioni, ricordi. Ed è con i loro bei visi, pacati, distesi, pieni di umanità – e una dignità che rimane intatta anche quando l’emozione ha il sopravvento – che il regista racconta un pezzo di Storia, del Cile ma anche del nostro Paese. E’ stato infatti proprio l’Italia (la nostra Ambasciata) ad accogliere e dare rifugio prima, ospitare ed offrire un lavoro e un futuro poi, a centinaia e centinaia di cileni. Due popoli così lontani e diversi, eppure in quel frangente così vicini. Il Paese che siamo stati e non siamo più capaci di essere.
Moretti non interviene, non giudica (ma non è imparziale, dice), all’ultimo lascia la parola a uno dei protagonisti e testimoni: ‘l’Italia di oggi, assomiglia sempre più al Cile di allora, non la riconosco più’. E forse non è il solo.
Giudizio: ****

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IL TEATRO AL LAVORO
Documentario di Massimiliano Pacifico
Tratto da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques
Interprete: Toni Servillo

Berenice dice: il teatro, gli attori, i testi al lavoro (il teatro visto dal di dentro)
Un Toni Servillo inedito entra e fa entrare nel testo (un testo difficilissimo) giovani attori e aspiranti attori. Partendo da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jacques e le preziose lezioni di Louis Jouvet, insegna cosa è il teatro, cosa sta dietro e dentro il testo, come e quanto può cambiarti. Non solo chi lo scrive ma anche chi lo interpreta e si fa portatore (involontario, come dice Jouvet) di un messaggio, è quel messaggio che chi recita deve trovare e portare allo spettatore. E’ questo il delicato compito dell’attore e lo comprendiamo, più ancora che dalle parole di Servillo – dispensate ai suoi studenti in abbondanza e con una certa ironia, sfiorando a volte un tono, se non saccente, che vi somiglia – dai dilemmi, la crisi, lo sconforto che assalgono chi va in scena quanto più si avvicina alla Prima. Quando si sente appesantito da luci, rumori, gente che va e viene, distrazioni che lo portano lontano, ‘non ci sono’ dice, ‘non mi sopporto, non mi posso sentire’. Ma poi il personaggio arriva, come aveva spiegato ai suoi studenti (e diceva anche Jouvet), ed è un successo e forse anche una liberazione. Il lavoro dell’artista visto da vicino, quello dell’attore complementare a quello dello scrittore, accomunati dallo sforzo, la fatica, il lavoro, l’impegno, la ricerca continua, perché l’arte è talento ma non solo. Questo fa capire a noi come ai suoi studenti Servillo, regalandoci qualcosa che va oltre il documentario e ci accompagnerà nella visione dei prossimi lavori (teatrali o cinematografici che siano).
Giudizio: ***

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TRE VOLTI
Film drammatico diretto da Jafar Panahi
Interpreti: Jafar Panahi, Benaz Jafari, Marziyeh Rezaei

Berenice dice: i volti dell’Iran
Marziyeh è una ragazza sveglia e libera che ragiona con la sua testa (e per questo la chiamano ‘testa vuota’), vuole fare l’attrice contro la volontà di tutti, famiglia, futuri suoceri, capo villaggio, vecchi saggi.
Disperata manda un video inquietante alla sua attrice preferita. Quando Behnaz Jafari lo riceve ne è turbata, si tormenta, non si dà pace. Può fare qualcosa?, è ancora in tempo per intervenire? Molla tutto e parte per quel villaggio sperduto tra i monti del Nord-Ovest dell’Iran, accompagnata dal regista Jafar Panahi (nei panni di se stesso). Sarà un viaggio nell’Iran più profondo, che sentiamo lontanissimo, come fermo nel tempo.
Panahi torna in macchina e ci porta fuori da Teheran, in un mondo sperduto che ci fa tornare indietro in un’altra epoca, noi come i protagonisti del film. Sembra conoscerlo molto bene (e infatti è la terra dei suoi genitori) e lo ritrae con una cura delle immagini piena d’amore, restituendoci un altro volto dell’Iran, che ha il bel viso fresco e volitivo di Marziyeh, ma anche il volto serio, forte e determinato di Behnaz, e quello stanco e un po’ invecchiato del regista, segnato da una persecuzione senza fine. E ancora, delle decine di persone che incontreranno in questo loro viaggio alla ricerca della ragazza, come anche alla scoperta di qualcosa che va più in là. Facce stanche segnate dalla fatica, accoglienti ma dure, legate a quella terra arida e dura come loro, a regole severe e inviolabili.
Una terra in cui le giovani donne non possono decidere della loro vita, hanno in mano il cellulare, ne usano benissimo le più avanzate funzioni, eppure devono rimanere seppellite nelle loro case, nei loro villaggi, all’interno di logiche e regole soffocanti. Seppellite vive.
Giudizio: ***

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LA PRIMA PIETRA
Film commedia diretto da Rolando Ravello
Interpreti: Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti

Berenice dice: leggero, intelligente, politicamente non corretto
Ante Vigilia di Natale, nel bel mezzo del giardino della scuola, il piccolo Samir prende una pietra e la scaglia contro una finestra. Dramma: un vetro in frantumi, due bidelli feriti, madre e nonna sul piede di guerra, uno scontro sul punto di farsi esplosivo. Prova a ricucire la ferita un Preside pressato da altro, pensieri, urgenze, una recita di Natale ‘politicamente corretta’ da salvare ad ogni costo. Non bastasse deve vedersela con genitori poco disponibili, una segretaria menefreghista che gli estorce denaro, e una maestra vegana finto buonista, che sorride alla vita e vede in ogni cosa un’opportunità. Ma la fretta non lo aiuta, più tenta di avvicinare le parti più queste si allontanano, i motivi di discordia si moltiplicano, facendo riaffiorare risentimenti, rancori e ferite ben più antichi.
Con un ritmo incalzante, una struttura ben congegnata, continue battute, il regista riesce a rendere con grande realismo uno spaccato tanto autentico quanto poco lusinghiero del nostro Paese, incapace di districarsi in un contesto nuovo, complesso, multietnico. La scuola quale specchio della nostra società, i suoi malumori, pregiudizi, conflitti. Un piccolo film, che con leggerezza e brio, non senza qualche sbavatura, si prende gioco di un certo buonismo di facciata, del ‘politicamente corretto’ a oltranza, di un perbenismo ipocrita che tenta di seppellire i conflitti.
Giudizio: ***

Al cinema: Sulla mia pelle, BLACKkKLANSMAN, The wife

SULLA MIA PELLE
Film drammatico sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi
Regia: Alessio Cremonini
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Mauro Conte, Max Tortora

sulla mia pelle

Berenice dice: sulla pelle, il corpo, l’anima di un ragazzo (e di tutti noi).
Un ragazzo, poco più che trentenne, ma ancora fragile, che non ha trovato il suo posto del mondo. E’ scontroso, non simpatico, non facile. Pagherà a caro prezzo questo suo essere, non poi così fuori dalle righe, come tanti altri ragazzi suoi coetanei. Ma Stefano ha la sfortuna di incappare in chi non dovrebbe e rimanere impigliato in un meccanismo più forte, potente, disumano di quanto si immagini. Assistiamo, impotenti e increduli, a questo suo sprofondare silenzioso, come fosse una condanna già scritta cui non si può opporre. Lui tace – per paura di guai e mali peggiori – non sa, non capisce che il peggio è già stato fatto, lo vediamo in quel suo corpo martoriato, che si fa sempre più magro, livido, dolente. E’ come se, assieme a lui, tutti noi provassimo quel dolore, alla schiena, alle ossa, alla testa, la simbiosi di un bravissimo Alessandro Borghi con Cucchi è pressoché totale, rendendo ancora più vivo, forte e vicino lo strazio di quel corpo. Il regista non risparmia nulla né a noi né a Cucchi o alla sua famiglia, non abbellisce, non ingentilisce, ci mostra le cose, le persone, ‘i protagonisti’ come sono, per quello che sono, senza giustificazioni o falsi alibi, così chi non vede o non vuole vedere, chi tenta di intervenire ma si arrende, chi ha paura di ribellarsi, chi si trincera dietro carte, bolli, permessi. Intanto un ragazzo moriva, solo in un letto di ospedale, non è il solo, come ci diranno alla fine, sui titoli di coda. Non dovrebbe accadere, invece è accaduto. Cremonini ha il coraggio di mostrarcelo, nudo, crudo, livido come il corpo di quel ragazzo, un ragazzo come tanti altri.
Giudizio: ****

BLACKkKLANSMAN
Film americano, drammatico
Regia: Spike Lee
Interpreti: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier
Adattamento del libro Black Klansman dell’ex poliziotto Ron Stallworth

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Berenice dice: non convince
Denver Colorado, anni Settanta. Ron Stallworth è un ragazzotto afro-americano che si arruola nella Polizia, il primo della città. Sarà anche il primo nero a riuscire ad entrare nelle fila del Klu Klux Klan, in anni particolarmente caldi, ‘esplosivi’, come quelli. Una storia vera dalla quale Lee prende spunto per narrare in chiave poliziesca (ma a tratti anche comica, satirica, con qualche sconfinamento nel ‘tarantinismo’) un’epoca, un clima, un’America che si pensa tanto lontana, superata. Ed è proprio questo il pregio maggiore del film, rendere – alla perfezione, come Spike Lee sa fare – quegli anni, dai colori, agli abiti, la musica, pure le inquadrature, come fossimo anche noi catapultati negli anni ’70, o quantomeno in un film di quegli anni. Solo che l’esperimento non riesce fino in fondo, i vari generi (poliziesco, commedia, dramma) non sanno amalgamarsi, restituendo personaggi riusciti a metà, allegri e compagnoni nella migliore delle ipotesi, macchiette nelle altre, una storia che fatica a trovare una conclusione all’altezza del suo avvio scoppiettante. Ma Spike Lee ci ha abituati a ben altro, da lui vogliamo (pretendiamo?) di più. Interessanti le immagini (vere) finali degli scontri di Charlottesville, ma non bastano.
Giudizio: **

THE WIFE – vivere nell’ombra
Film drammatico
Regia: Biorn Runge
Interpreti: Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Max Irons
Tratto dal romanzo The wife, di Meg Wolitzer

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Berenice dice: il peso di una vita di silenzi, ombra, sacrifici
Joe e Joan, marito e moglie, scrittore senza talento lui, scrittrice brillante lei, solo che lui ha successo, fama e meriti, lei nulla. Andranno a ritirare il Nobel appena assegnato e sarà proprio questo premio a gettare in crisi la donna che gli ha vissuto a fianco una vita, nell’ombra. Cresce il disagio di lei con l’avvicinarsi della premiazione, si trasforma in disappunto, poi fastidio, astio, rancore fino a sfiorare la rabbia. La vediamo farsi strada sul viso di una straordinaria Glenn Close che mantiene il sorriso mentre ribolle dentro, rancori, risentimenti, frustrazioni accumulati in anni di silenzio riemergono e divengono
intollerabili. Fino a un epilogo (un po’ concitato, con un’accelerazione improvvisa quanto non pienamente riuscita) nel quale i due coniugi si confronteranno e scaraventeranno addosso anni e anni di risentimenti. Nel passaggio dal romanzo al film sempre qualcosa si guadagna e altro si perde, qui l’ineguagliabile interpretazione di Glenn Close regala sguardi, espressioni, gesti che pagine e pagine non riuscirebbero a rendere con pari immediatezza, la potenza dell’immagine che spiazza la parola. Ma poi quelle pagine, i pensieri così ben resi sulla pagina mancano, li possiamo solo immaginare ma non con la profondità della parola scritta, così la reazione finale della donna, improvvisa quanto repentina, per quanto attesa risulta più artificiosa. Si avverte che manca qualcosa e vien voglia di leggere il romanzo per riempire quel vuoto, ed è già un gran risultato. In una narrazione tra il presente e il passato, con ampi flashback, ben congegnati ma poco riusciti – forse anche per la recitazione poco convincente dei due giovani attori che non stanno al passo con la grandezza dei colleghi, la sceneggiatrice Jane Anderson propone il suo adattamento del romanzo di Meg Wolitzer. Non pienamente riuscito ma pur sempre interessante, soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Close e Pryce, che riescono ad andare oltre quelle pagine e farci entrare all’interno del misterioso legame che lega due persone.
Giudizio: ***

 

Al cinema: Un affare di famiglia, Una storia senza nome, Sembra mio figlio

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UN AFFARE DI FAMIGLIA

Film drammatico giapponese
Regista: HiroKazu Koreeda
Cast: Lily Franky, Nobuyo Shibata, Sokuke Ikematsu
Premi: Palma d’oro, Festival di Cannes

Berenice dice: la famiglia che scegliamo
Un uomo ruba assieme a un ragazzino in un supermercato, padre e figlio pensiamo. Sulla strada di casa vedono una bambina, triste, sola, li guarda malinconica, ha fame, ha freddo. La portano con loro, una casa piccola, piena di cose, di persone, una grande famiglia pensiamo. E iniziamo a immaginarci chi sia figlio di chi, madre o nonna di chi. Intanto la bambina, si scopre, è piena di cicatrici, non riescono proprio a riportarla a casa, la tengo con loro. Piano piano, iniziamo a pensare che, forse, anche gli altri non sono davvero legati dal sangue, si insinuano i dubbi, nel frattempo però il regista ci ha fatto entrare dentro questa strana famiglia, i suoi legami, gli affetti, qualcosa di profondo e solido, nonostante le apparenze.
Persone che hanno poco, fanno lavori umili, rubacchiano, vivono ai margini eppure non si risparmiano nel darsi, il tutto con allegria, leggerezza, semplicità. Koreeda Hirokazu ha la capacità di farci entrare in una realtà che crediamo conosciuta per ribaltare ogni nostra certezza e quando pensiamo di averla compresa la ribalta ancora, con grande naturalezza, in maniera quasi impercettibile, tanto da non sconvolgerci neppure. Capiamo che ci vuole raccontare un altro Giappone, non quello moderno, sfavillante, tecnologico e iper-strutturato cui siamo abituati, uno più nascosto e altrettanto vero, che ci sorprende, tocca nel profondo e sentiamo più vicino. Un Giappone che avevamo iniziato a scorgere in Padri e Figli, ma che qui diventa protagonista, assieme a un lato oscuro del Paese che non conoscevamo, fatto di violenze, soprusi, bambini maltrattati, lato accuratamente celato ma non per questo meno vero. Il tutto narrato con grande delicatezza, accennato più che mostrato, con eleganza, leggerezza e un’intensità rara, come il meraviglioso viso della piccola Yuri.
Giudizio: ****

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UNA STORIA SENZA NOME

Film drammatico
Data di uscita: 20 set 2018 (Italia)
Regia: Roberto Andò
Cast: Micaela Ramazzotti, Laura Morante, Alessandro Gassmann, Antonio Catania

Berenice dice: tanti elementi, poca sostanza
Una timida segretaria di un produttore che, in gran segreto, scrive sceneggiature per uno scrittore di successo, gigione e superficiale, un misterioso ‘detective’ che spunta dal niente, una madre ingombrante e sentenziosa, un critico d’arte inglese e chiacchierone, un produttore legato alla criminalità, la mafia, la politica. Seguiamo la ragazza, timida, impacciata, perdutamente innamorata, che piano piano, con l’aiuto del misterioso detective, si addentra nelle maglie di un mistero che via via diventa sempre più grande ed intricato. Costruito come un giallo, con tanto di colpi di scena (fin troppi, specie sul finire), entra nel mondo del cinema, della produzione, dei legami con la mafia poi sembra perdersi, mafia e politica, misteri, complotti. Un po’ troppo per le esili gambe di una timida segretaria che disvela un mistero più grande di lei (e anche, forse, del film). Un film che vuole troppo ma finisce per non lasciare molto, ben costruito, ben recitato, ben girato, ricco di citazioni, ma che vola in superficie senza mai andare davvero in profondità, lasciando più dubbi che verità, qualche perplessità e non poco scetticismo. Si lascia vedere ma non molto altro.
Giudizio: **

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SEMBRA MIO FIGLIO

Film drammatico, Italia 2018
regia: Costanza Quatriglio, primo lungometraggio di finzione
Interprete: Basir Ahang

Berenice dice: quando il passato ti viene a cercare
Ismail e Hassan, due fratelli di etnia hazara fuggiti dall’Afghanistan poco più che bambini vivono in Italia da anni. Ismail lavora, fa progetti, è integrato, Hassan è più timido, introverso, fragile. Seppur più grande è minuto, vulnerabile, delicato, è il fratello che pensa a tutto, si occupa di ogni cosa, protegge l’altro.
Anche dalle misteriose telefonate che riceve di nascosto, la sera, da una voce flebile, incerta, una donna, forse la madre. Poi è un uomo che prende il controllo di quelle telefonate, non fa più parlare la donna, dà ordini, anche a Ismail che con nostra sorpresa non si oppone, lascia fare. Così lo fa parlare con Hassan, è il primogenito e l’uomo vuole parlare solo con lui, impone regole e valori che non appartengono più ad Ismail. Assistiamo al graduale farsi strada di un passato, di radici e valori dimenticati, che vengono disseppelliti e imposti con prepotenza. Prepotenza che vediamo gradualmente rifarsi spazio nel fratello maggiore, quasi che grazie a quell’uomo avesse ritrovato il suo ruolo, una sua collocazione, da troppo tempo schiacciata, negata dall’inferiorità fisica. Ismail non lo riconosce più, non lo capisce, come non capirà le sue scelte, né il suo Paese quando ci tornerà. Tratto da uno storia vera, con il bel volto del poeta e giornalista afghano, Basir Ahang, segnato e antico, proprio come la storia del suo popolo Hazara. Una storia che andava raccontata, anche se l’influenza del documentario è presente e forte, la narrazione manca a tratti di scioltezza, deve ancora essere affinata, in compenso rimane una sensibilità per la fotografia non comune che regala immagini uniche. Un film intenso, coraggioso, con un finale che si porta dentro tutto il dramma di un popolo.
Giudizio: ***

Classici del Novecento: Con gli occhi rivolti al cielo

Zora Neale Hurston
Con gli occhi rivolti al cielo
Traduzione di Ariana Bottini
Bompiani 1998
191 pagine

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di Bruna Miorelli

Protagonista di questo magistrale romanzo dell’autrice di colore Zora Neale Hurston, pubblicato per la prima volta nel 1937, è Janie, che quattordicenne cede, con un primo bacio dato quasi a caso, ai primi impulsi sessuali. Quelli sì, prepotenti, a prescindere da chi sia il destinatario. Scoperta dalla nonna, allarmata da quanto si prefigura dati i precedenti in famiglia, viene da lei data subito in sposa a un contadino, un vedovo rozzo e repellente, che mira solo a piegare quella schienadritta sui solchi dell’appezzamento e a sottomettere quella ragazzina viziata.
…l’uomo bianco butta via il fardello e dice all’uomo negro di raccoglierlo. L’uomo negro lo raccoglie, ma mica se lo tiene. Lo passa alle sue donne. La donna negra è il mulo del mondo, da quello che ho visto. E io ho pregato che per te fosse diverso” spiega la nonna alla nipote disperata. E in quelle parole è concentrata tutta la sua esperienza. Di nata schiava, messa incinta dal padrone, che ha visto la figlia avere a sua volta una bimba da non si sa chi, fuggire di casa per poi perderne le tracce. Ora non pensa che alla protezione di sua nipote Janie: un marito, crede, è la sola salvezza in un mondo di maschi profittatori, e la invita a sopportare. A dividere le due diverse generazioni l’idea dell’amore, una fola per la vecchia, richiamo irresistibile per la più giovane. La piccola aveva goduto un’infanzia felice, quando una famiglia di bianchi progressisti, cui la nonna dopo la fuga era andata a servizio, l’aveva allevata senza discriminazioni in mezzo agli altri loro bambini. Tocco narrativo indimenticabile: soltanto a sei anni Janie si accorge per la prima volta di essere nera, succede attraverso una fotografia di gruppo, quando chiede indicando la propria immagine: chi è questa? Non la conosco.
Il seme della ribellione è cresciuto da allora dentro di lei. Ancora ragazzina, una gran massa di capelli fascinosi, fugge dal marito campagnolo assieme a un tale pieno di progetti e con un mazzo di dollari in tasca che intende far fruttare. Cosa che gli riuscirà non appena raggiungono la città dei neri appena sorta, delle cui nascita si stava favoleggiando. Ahimè poche case deludenti sparse in un terreno senza strade, senza illuminazione. Jody, questo il nome dell’uomo, non si scoraggia e si rimbocca le maniche: crea un emporio, un ufficio postale (mai visto un ufficio postale gestito da uno di colore!), e in breve riesce a diventare sindaco di quel tentativo di città. La festa per l’accensione del primo e per il momento unico lampione del posto sarà memorabile.
Non aveva mai letto libri,” Janie “e dunque non sapeva di essere l’universo concentrato in una goccia”. Ma sa quanto basta per sentire come sopruso l’impulso di questo suo secondo marito a sottometterla. Per anni decide di non reagire e sceglie il silenzio. “Janie era il solco lasciato da un carro: tanto viva sotto, ma schiacciata dalle ruote”. Lui ne è geloso, quel corpo snello e quella chioma attirano gli sguardi maschili, e se lei risponde ai
suoi rimbrotti, lui si incattivisce: “Bisogna pure che qualcuno pensi anche per le donne, i bambini, i polli e le vacche. Perdio, da soli non ne sono capaci”. Alla fine una malattia se lo prende e lo porta via. Sono passati vent’anni e ora Janie si ritrova ricca e sempre avvenente: gli spasimanti fanno la fila per impalmarla.
Zora Neale Huston, autrice oltre che di romanzi anche di splendidi racconti, ha studiato antropologia alla Columbia University con Franz Boas. Di qui una voce unica, che pesca detti, metafore e un certo modo di prendersi in giro, dalla cultura popolare in gran parte ancorata alla campagna, con una serie infinita di aneddoti, di storielle a raffica, come in questo romanzo Con li occhi rivolti al cielo. Ispirandosi alla letteratura orale del Sud, che ben conosce, rende conto di una intera fase storica. Un tipo di linguaggio, uno spirito del tempo, che senza lavori eccellenti come questi avrebbero potuto sparire nel nulla. Storia orale fusa alla cultura alta dell’autrice. Nei dialoghi, seppure in gergo, come anche nei vivaci scambi di battute amorose, non mancano alcuni echi della brillantezza shakespeariana.
La storia di Janie riprende con la vedovanza e a quarant’anni si rinnova. Conquistata da un allegro squattrinato pieno di verve, diciotto anni più giovane di lei, decide di fare la più avventata delle mosse e di puntare su quell’amore nel quale, benché fino ad allora frustrato, in fondo ha sempre creduto. Vende l’emporio e con dei soldi in banca e un bel gruzzolo di 200 dollari in contanti cucito dentro il vestito, parte con lui per il Sud. Terzo matrimonio. Ma un mattino lui scompare assieme al mazzo di banconote. Sembra andare come doveva e come il lettore immaginava. A prima vista, il classico truffatore immortalato più volte da Flannery O’Connor che si dilegua per sempre. Ma eccolo ricomparire dopo un giorno e una notte. Inutile dire, con pochi spiccioli e una storia strampalata a giustificare la sparizione dei soldi di lei. Risultato: si scopre che gli piace giocare d’azzardo, in particolare si confessa lesto ai dadi.
Tutto come da copione? Invece no. Zora Neale Hurston con un colpo d’ala decide di puntare su questa storia d’amore delle più improbabili, ed ecco che tra i due lievita ancor più quella loro straordinaria passione reciproca. Un duraturo scambio di vera umanità.
Janie, non più la sindachessa elegante e rispettata di un tempo, ora indossa una misera tuta e da bracciante raccoglie fagioli assieme al marito, un tanto a giornata: lui non intende essere mantenuto dalla moglie. In compenso la sera nel retro di casa loro, canti, musica, bisboccia con gli amici.
Magnificamente reso il tragico tornado che nel finale, allagando tutto intorno, distrugge la campagna con tutte le baracche dei neri, installate non molto lontano dalle ville dei bianchi. Nella città vicina, piena di crolli e di macerie, è d’obbligo estrarre la gran quantità di morti che in pochi giorni esalano i loro insopportabili fetori. Sono i neri a doverlo fare, sotto minaccia dei fucili dei bianchi che costringono i sopravvissuti di colore intercettati, non solo a fare il tremendo lavoro, ma a separare i cadaveri di pelle chiara da quelli di pelle scura, i primi destinati a bare d’abete nel cimitero consacrato, gli altri alla fossa comune ricoperti di calce. Ma i morti, come sono ridotti, a volte non si distinguono, protesta la manovalanza. Guardategli i capelli, è la risposta.
Narrazione dunque di grande respiro e dalle molteplici componenti: la schiavitù, seppur succintamente richiamata attraverso le vicissitudini della nonna, la guerra civile, la vittoria dei nordisti e la liberazione dei neri, la comparsa dei primi uomini e donne di colore che credono in se stessi e ardiscono pensare di valere tanto quanto i bianchi. Jody era uno di questi, seppure con tutto il carico di un maschilismo duro a morire (maschilismo straordinariamente messo in scena dall’autrice). Coinvolgente la descrizione del lavoro agricolo con le ondate migratorie di braccianti che si spostano stagionalmente. La loro grande affabulazione, la comicità, il piacere di stare insieme a spettegolare, con allegria e le immancabili ricadute maligne quando la presa in giro scade nella crudeltà, o nella vendetta a scapito della realtà dei fatti. Zora Neale Hurston, probabilmente la prima scrittrice di colore statunitense a raccontare con orgoglio le radici della cultura nera e a farlo con una magistralità unica, è grande anche perché in grado di rendere luci e ombre di una popolazione sottomessa che sta rialzando la testa da pochissimo. E a farlo senza ideologismi. Per questo, diventata caposcuola ineguagliabile per le scrittrici nere delle successive generazioni. Non a caso, viene da credere, Salvare le ossa, magnifico romanzo di Jasmyn Ward, NN Editore, si conclude allo stesso modo, con un devastante uragano dagli esiti imprevisti.

Consigli di lettura: Orrore

di Bruna Miorelli

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Pietro Grossi
Orrore
Feltrinelli
138 pagine

Perché un autore come Pietro Grossi, giunto al suo settimo libro di narrativa e con diversi premi letterari alle spalle, sente il bisogno di scrivere un horror? Perché come il protagonista di questo romanzo da ragazzino era un divoratori di questo genere? Probabile.
Diciamo che buona parte del breve romanzo intende far leva sulla suspence, sull’attesa di ciò che le anomalie riscontrate in una casa isolata nel bosco fanno presagire: alcuni spazi interni stranamente puliti e altri polverosi, resti inspiegabilmente dimenticati di strumenti chirurgici. Un mistero, qualcosa di terribile si annuncia. Un amico riesce a coinvolgere il suo coetaneo, in Italia per le vacanze di Natale assieme alla moglie e a un figlio di pochi mesi, facendolo cadere in un abisso di curiosità. Tanto più che costui è alla ricerca di uno stimolo per il suo mestiere di sceneggiatore che in quel momento lo vede in crisi. Chissà, potrebbe trovare il bandolo di una matassa quanto mai utile per lui. Allo scadere della vacanza, il protagonista rimanda indietro la famiglia, moglie consenziente, in fondo si tratterà solo di qualche giorno. Invece l’ossessione si fa totale, ed eccolo diventare un guardone a tempo pieno, nascosto tra i cespugli, in osservazione della casa sperduta lontana chilometri dal paese dove alloggia. A dire il vero, di autentica suspence ce n’è poca, però ci ritroviamo nelle pagine più belle del romanzo, quando mezzo inebetito dal freddo lo vediamo sorvegliare il posto, nascosto sotto teli impermeabili mentre la neve imbianca lui e il terreno tutto intorno. Dopo un bel po’ se la moglie inizia a preoccuparsi, lui si stacca sempre più dai destini della sua famigliola. Il testo, in seconda persona, viene indirizzato con il “tu” a un figlio lontano non più piccino, per dirgli cosa successe a suo tempo per fa sì che il padre sparisse dalla sua vita. Nell’insieme
scarsamente convincente e poco più di un espediente letterario, questo “tu” risuona tuttavia con una venatura di rimorso seppure l’accaduto ineluttabile. Come a dire, di fronte alle ossessioni, tanto produttive quanto pericolose, poco si può.
Gran parte della narrazione è quindi basata sull’attesa che si allarga e diventa padrona nonostante gli scarsi indizi e i persistenti interrogativi. Fino a pagina 110, e manca poco alla fine, tutto procede in questo modo, a ravvivare lo scorrere lento delle ore con il giovane uomo così appostato in osservazione, poco più di una scena di sesso con una ragazzotta del paese, niente male quanto a resa. Umori, urina, amplesso violento, poi nulla resta: “… due sponde opposte di un grande lago. Buonanotte allora. Buonanotte.”
Di lì, lui tornato in città, lo scioglimento del romanzo. Viene allo scoperto il legame insospettabile tra due dei personaggi, ma il lettore resta a bocca asciutta quanto alla spiegazione del mistero. Venuto meno il fardello della logica narrativa, gettatogli in pasto solo qualche indizio, chi legge se la può sbrogliare come meglio crede. Anche se ostinato ripercorre a ritroso tutte le scene del romanzo dicendosi che i conti non tornano, che qualcosa manca, la lisca che gli è stata gettata gli deve bastare. Che costui protesti a gran voce dicendo che nei polizieschi, ad esempio, è d’obbligo scoprire chi è l’assassino e quale il suo movente, è facile che si senta rispondere che i gialli a orologeria sono cosa vecchia e che nel noir imperante sono d’uso i finali sospesi, mentre gli assassini, impuniti, se la spassano. “Sì, ma…” l’ingenuo protesta: prendiamo La promessa di Duerrenmatt. Anche se il sottotitolo riporta: requiem per il giallo, beh, lì il colpevole lo si scopre, e che il detective avesse visto giusto anche. È stato il caso a farsi beffa di quest’ultimo, opzione filosofica di alto livello. E così i conti tornano tutti al millimetro. Oppure i romanzi di Patricia Highsmith che non ama i rigori della legge, anche in quel caso la logica narrativa viene rispettata, psicopatici o presunti tali che siano i suoi personaggi. Se è così nel giallo perché non nell’horror? Dopo aver posto l’interrogativo a un amico che di horror se ne intende, questa la risposta ricevuta: “Se ti ha deluso, vuol dire che la trovata non funziona. Se ti è comunque piaciuto, complimenti all’autore per il coraggio!”.

Consigli di lettura: La mia cattiva strada. Memorie di un rapinatore.

di Bruna Miorelli

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Marcello Ghiringhelli
La mia cattiva strada
Memorie di un rapinatore
a cura di Davide Ferrario e Marilena Moretti
Le Milieu Edizioni
229 pagine

Cominciamo a rovescio, dalla frase che conclude il libro: “… vengo scarcerato il 25 aprile del 1981. Venti giorni dopo entro nelle Brigate Rosse come rivoluzionario a tempo pieno… Ma questa è un’altra storia”. Che, incuriositi, si vorrebbe leggere presto, viene da dire.
Qui, in queste memorie, abbiamo la vita precedente di Marcello Ghiringhelli, ciò che lo porterà comunque in carcere: da ragazzino ribelle a rapinatore, nome conosciuto, temuto, apprezzato nel mondo della malavita italiana e francese. Anche prima della sua svolta politica si avverte in lui un sottofondo di consapevolezza sociale, quella di appartenere alla categoria dei molti maltrattati dalla vita, operai integerrimi e gente che si arrabatta per tirare avanti. O come lui, legionario per un colpo di testa giovanile, poi fuorilegge, piccolo imprenditore, detenuto, rivoluzionario di professione. Un sottoproletario, di fatto, con lunghi anni trascorsi nel lusso però. E molti di più tra le sbarre.
Il padre operaio alla Fiat, la madre a servizio nelle case dei signori, a suo tempo attivi entrambi nella Resistenza, non possono capire quello scavezzacollo. In particolare è la madre ad avercela con Marcello, anche perché gli altri figli non hanno tutti quei grilli per la testa. O almeno questa è la sua impressione. Ma il tempo dirà chi è il più generoso tra tutti quanti. Ormai vecchia e relegata in ricovero, dimenticata dalla prole perbene che lì dentro l’ha cacciata, sarà quel bandito che entra ed esce di galera a pensare a lei, riportandola in un appartamento e fornendole di che mantenersi. Niente male, peraltro.
Come nessun film è in grado di fare, Memorie di un rapinatore dà l’opportunità di entrare
nell’esistenza avventurosa e drammatica di un fuorilegge. Nelle oltre duecento pagine troviamo nei dettagli i colpi fulminei compiuti da solo, oppure assieme a complici che devono garantire intelligenza, freddezza durante l’azione, ed etica di gruppo, dato che stanno mettendo in gioco non soltanto la propria libertà ma la pelle stessa. Prima, c’è da studiare a fondo la situazione, la suspence fa parte del gioco ma quando si agisce bisogna
essere padroni di sé, per questo anche chi ama le buone bevute, non deve toccare una goccia d’alcol nella settimana che precede il colpo. Durante, è una botta d’adrenalina.
Dopo, quando ti ritrovi con il malloppo conquistato, senza un graffio tu e i tuoi complici, il riposo nei migliori alberghi, ebbene, per Ghiringhelli è qualcosa di esaltante. Piacere puro.
Dovuto all’estrema tensione di ogni atomo di corpo e cervello durante l’azione, e dal relax che segue quando ancora l’adrenalina circola nelle vene per un bel po’. In fondo è questo a ricondurlo ogni volta alla sfida, non soltanto il bisogno di soldi. E in effetti le rapine vengono fatte anche quando in banca, in un conto corrente a suo nome, giace una notevole quantità di bei bigliettoni. Vuoi mettere del resto la soddisfazione di arraffare ciò che ti sarebbe stato negato per sempre: champagne, auto potenti, abiti firmati? Poi il gusto di lasciar cadere gocce di quell’oro sulla tua donna, su tua madre, su tua figlia.
Il gioco si era fatto precocemente duro per Ghiringhelli, quando ragazzino, barando sull’età, aveva avuto l’avventatezza di arruolarsi nella Legione Straniera. E lì sperimenta d’un colpo l’abiezione della guerra, dell’assassinio gratuito. In Algeria con gli altri commilitoni partecipa al massacro della popolazione locale, contadini, donne, intere famiglie. Qualcosa lo ferma: farsi disumani a tal punto diventa per lui inaccettabile.
Decide di scappare, benché sappia che i legionari disertori non abbiano futuro alcuno. Non c’è che la morte per loro, è notorio, la Legione non perdona. Quella strana fuga viene però notata dai ribelli algerini in armi contro i francesi nella loro lotta di liberazione, che lo catturano. Se dapprima non gli danno credito e lo sottopongano a infiniti interrogatori, alla fine intendono quel tipo di rifiuto e gli offrono la possibilità di salvare la pelle con un passaporto falso, destinazione Parigi. Raggiunta la meta, il fuggiasco, ragazzotto di scarsa cultura, trova accoglienza nel salotto intellettuale di Sartre, De Beauvoir e i loro amici, affamati come sono di notizie sulla guerra d’Algeria che li vede dalla parte degli insorti.
A Parigi comincia la sua prima storia d’amore con una giovane prostituta, la più importante anche se breve e tragica. Altre ne seguiranno, a dire come le sue donne e in seguito la figlia restino un punto nevralgico per il rapinatore, quello che può dare la felicità o toglierla. Certo, la famigliola serena non fa per lui. E quelle donne ne pagheranno il conto.
Al di qua e al di là del confine francese dove opera, nitido il disegno dell’ambiente malavitoso: le case, i personaggi affidabili, quelli da evitare, le regole vigenti. La serie memorabile dei colpi assume a volte il sapore della leggenda, seppure la galera sia un incidente di percorso inevitabile. Mai ammettere, negare sempre, e questo per qualche decennio gli risparmia detenzioni oltremodo lunghe. Ma non mancano i pestaggi degli agenti, le rivolte in carcere, le fughe rocambolesche. Celle di rigore per periodi tanto prolungati da annichilire chiunque; botte che ti possono portare al creatore, da cui Ghiringhelli una volta si salva per un pelo grazie a un infermiere detenuto che con le sue cure lo riporta in vita; la tubercolosi dovuta alle secchiate d’acqua gelida tre volte al giorno. Lui, al tempo, non è sorpreso dai maltrattamenti, né si appella alla legge che li vieta: la prigione è quella cosa lì, punto.
A evitare che il memoir possa ridursi a una noiosa sequela di rapine, a un fuori e dentro le prigioni, è la bellezza della lingua, fatta di diverse parlate popolari – il dialetto del Nord, Torino e Piemonte in particolare, come pure delle zone francesi da lui frequentate – e del gergo della malavita di allora, ormai sparito o trasformato più che probabilmente. Merito pure del ritmo e dell’asciuttezza del racconto su un antieroe come lui, tosto, sveglio, che tra le sbarre cerca di stringere i denti mentre sta ideando l’ennesima fuga.
Testimonianza, ma anche materiale storico di prima mano per ricostruire un’epoca e le sue lacerazioni. La mia cattiva strada non costituisce l’esordio dello scrittore nato in galera, preceduto com’è da alcuni racconti dal carcere e dal noir L’altra faccia della luna. Un autore più alla mano, meno crudele del geniale e provocatorio Jean Genet nel suo Diario del ladro, riferimento inevitabile. Ma seppur lontano dal grande letterato, la sua narrazione vive comunque di vita propria e possiede il sapore dell’autentico.
Non sappiamo se a quest’ultimo lavoro seguirà la storia della sua militanza nelle Brigate
Rosse, di come un rapinatore di professione si trasforma in un rivoluzionario di professione. Possibile che alcuni reati ancora in essere e la ricaduta di certe informazioni
politiche concorrano a impedirglielo. Tuttavia una testimonianza dal di dentro, con una voce come la sua, e da quella particolare angolazione, sarebbe davvero augurabile. Per ora in queste pagine, un solo assaggio narrato tra il serio e il faceto: di quando a un paio di ingenui giovani inesperti di Lotta Continua insegnò a compiere la loro prima rapina di
autofinanziamento.

Al cinema: La terra dell’abbastanza e L’atelier

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LA TERRA DELL’ABBASTANZA
Berenice dice: quando l’abbastanza è meglio dell’abbondanza
Ed è proprio la terra dell’abbastanza quella di Mirko e Manolo, inseparabili amici da sempre. E a loro basta, ridono, scherzano, fanno progetti, sono ragazzi e tutto può ancora
accadere. Poi qualcosa accade davvero, ma non è quello che speravano. Sorpresa, paura, terrore. Non sanno che fare sulle prime, fanno come nulla fosse poi – su consiglio del padre di Manolo. Poi ancora si convincono che potrebbe essere un’occasione e decidono di coglierla. Ma l’occasione si rivela presto per quello che è, chiede loro più di quanto siano realmente pronti a dare, li cambia, li trasforma. La terra dell’abbastanza si trasforma nella terra dell’abbondanza, ma non senza conseguenze, neppure loro si riconoscono più. I loro destini rimangono legati in modo indissolubile fino a un epilogo che li vedrà comunque assieme. I Fratelli Ignazio ci narrano la storia di una profonda e solida amicizia ai margini di tutto, in una periferia lasciata a se stessa ed alle bande di criminali, ragazzi che crescono come possono, genitori che li tirano su come viene. Bravissimi i due giovani protagonisti (un Crapenzago che abbiamo già conosciuto e molto apprezzato in “Tutto quello che voglio”, affiancato da un altrettanto Olivetti che promette molto), ottima regia, solida storia, fotografia notevole. Un esordio sorprendente, i fratelli Ignazio sono da tenere d’occhio, così come i due ragazzi.

Giudizio: ****

 

atelier
L’ATELIER
Berenice dice: il misterioso fascino del male
Un atelier di scrittura, un gruppo di ragazzi con problemi scolastici, una famosa scrittrice, un programma di recupero che passa per la stesura di un romanzo. I giovani si cimentano con la scrittura, la costruzione di una storia (un noir), dei personaggi, le difficoltà dello scrivere, guidati da Olivia, una donna matura, di successo, ricca. Da subito emerge il carattere di ciascuno, le motivazioni (o l’assenza di motivazioni), il legame con il passato, un presente difficile che passa sulle loro vite, per il colore della loro pelle. Fanno presto amicizia, nonostante le diverse origini, la differente cultura. Sono affiatati, motivati, fanno gruppo. Tranne Antoine, si tiene ai margini, come avesse il timore di mescolarsi, lasciarsi andare, provoca, cerca lo scontro, sostiene posizioni insostenibili, rivelando un grande vuoto e una profonda solitudine. Si intravvede però qualcos’altro, assieme a un certo talento sembra vi sia del compiacimento, per la violenza, il dolore, il male. I compagni si ribellano, ‘non si può’, ma dove sta il confine? Cos’è arte, creatività, immaginazione e cosa è altro, diverso, inaccettabile? Ci sono dei limiti che non si possono oltrepassare? E quali sono? E chi lo dice? Olivia difende la libertà dello scrittore, rivendica l’autonomia dell’arte, la distinzione tra personaggi e il pensiero dell’autore. Si ritrova nell’approccio creativo di Antoine, è in parte attratta dalla complessità del ragazzo, buono spunto per il romanzo che sta scrivendo. Sfuggente, insondabile, ambiguo, apparentemente indifferente, sordo al male, alla violenza, alla morte non riusciamo a inquadrarlo e neppure afferrarlo fino in fondo. Meno riuscita la figura della scrittrice-insegnante, ma forse rappresenta solo la nostra incapacità di comprendere, la nostra totale impotenza. Il regista de “La Classe”, dieci anni dopo, è di nuovo alle prese con i ragazzi, ma il paese è cambiato, la realtà è diversa, il terrorismo non è passato senza lasciare traccia, nuove difficoltà, nuovi problemi, un razzismo antico che assume però forme nuove, su tutto una violenza cieca e senza ragione. Un ritratto fedele, per certi aspetti inquietante, di una gioventù che poco e male conosciamo.

Giudizio: ***

C’è un cinghiale nell’orto

 

recensione di Silvia Eleonora Longo

Mettersi “in cerca di frasi vere”, quando è la verità quella che si racconta, è forse una delle sfide più difficili per lo scrittore. Il racconto autobiografico è un percorso a ostacoli pieno di tranelli. La verità è sotto certi aspetti una rinuncia. Scegliere di attenersi ai fatti è come un voto di castità: non poter manipolare il racconto impedisce di architettare liberamente, rende più angusti gli spazi entro cui muoversi, più limitati gli strumenti di cui avvalersi. La complessità del mondo interiore – proprio e degli altri -, l’estrema vicinanza da cui osserviamo chi amiamo, l’estrema distanza di chi ci è sconosciuto, la contraddittorietà con cui gli eventi ci si parano davanti uno dopo l’altro, sono scogli impervi per la coerenza interna e la forza di una storia narrata. La sfida diventa ancora più estrema, quando al centro del racconto c’è un’esperienza dislocante come quella della malattia. La vicinanza alla morte ci trasforma in vittime, e le vittime perdono spesso la parola.

Anna Chisari si è sempre descritta come una persona poco ardita. Eppure, quando l’inevitabile si è presentato alla sua porta con il nome beffardo di non Hodgkin, ha preso coraggio e penna in mano e ha raccolto ogni sfida possibile: quella di curarsi, di sopravvivere; quella di continuare a vivere, di restare se stessa; e quella di raccontare su carta e attraverso un diario fotografico il percorso della malattia e della guarigione, con una lucidità che, in situazioni analoghe, è mancata persino a menti affilate come quella di Susan Sontag.

Per essere coraggiosi serve un cuore grande, e ad Anna non è mai mancato. Quello che fa del suo C’è un cinghiale nell’orto (101 pagine per le Edizioni del Gattaccio) un piccolo gioiello da leggere tutto d’un fiato, è la profondità di campo di cui sono capaci i suoi acuti occhi verde mare. Anche quando la vita resta appesa a “un complicato sistema di tubicini, raccordi e rubinetti”, Anna non si ripiega su se stessa, ma continua piuttosto a fare quello che ha sempre fatto: puntare il suo sguardo sagace sull’umanità che la circonda, e scrutarne l’anima attraverso la lente della malinconia del presente. Cifra percettiva, questa, conforme a chi, non potendo contenere tutta intera l’emozione dell’amore per l’Altro, deve correre sempre un po’ avanti per trasformare il presente in assente, così da poterne tollerare la bellezza. La sua scrittura passa leggera e veloce su tutto ciò che è dentro: malattia, disperazione attonita di fronte alla morte degli altri (che pur continuano a morire anche mentre siamo noi che ce ne stiamo andando!), delizia e tormento dell’amore, quello vero, quello per la vita, che arriva sarcastico proprio quando la vita ci ha buttato gambe all’aria. Al centro del racconto resta, invece, l’Altro. A popolare queste pagine è una galleria fantasmagorica di infermiere appassionate e amanti della motocicletta, giovani medici hipster barbuti e timidi, compagni di corsia patiti di Sanremo o delle creme per il corpo, madri che alla bisogna preparano acqua ugghiuta ca addauru contro il mal di pancia, e la famiglia elettiva, soprattutto: gli amici, gli amori di ieri e quelli di oggi, quelli che scappano, che non reggono il confronto con la malattia, e quelli che restano, a litigare con i medici in eccessi iperprotettivi o a piantare un orto, per mettere in scena la vita che rinasce, dentro e fuori, e aiutarla a farsi forte.

Questo piccolo libro non è un libro sulla malattia, e nemmeno sulla guarigione. È piuttosto un libro sulla cura, quella solerte e premurosa attività dell’animo e del corpo che si esprime attraverso la costanza delle amicizie di una vita come attraverso la fuggevolezza di uno sguardo e una parola scambiati in una corsia di ospedale. E che ci tiene in vita, indistintamente, tutti.

ANNA CHISARI: Nasce in Sicilia il 22 dicembre del 1962. La Sicilia nera della lava in un paese a scacchiera che si chiama Belpasso.
Da trent’anni vive a Milano, è giornalista e blogger, scrivicchia e scrivacchia da quando aveva cinque anni. La comunicazione è il suo mestiere: è stata copy di jingle, ha diretto per dieci anni la testata Milano Mese, ha lavorato per Notturnover, trasmissione notturna di Radio Popolare.
Il papà la voleva avvocato, la mamma sposa felice. Lei ha scontentato tutti e si è trovata un posto al Comune di Milano dove ora cerca di comunicare cultura con i social.
Ha scoperto di avere un linfoma non Hodgkin nel 2015. Non è stata felice di scoprirlo ma si è rimboccata le maniche.
Ha già pubblicato un libro per i tipi di VandA epublshing.

Al cinema: Tonya, Il principe felice e Lovers

TONYA

Berenice dice: le tante verità di una storia

Portland, Oregon, anni ’90. Tonya Harding, pattinatrice di fortissimo temperamento lotta come può e come sa per farsi accettare da un mondo non suo, che non la vuole, la respinge. Farà di tutto per arrivare in cima, partecipare alle Olimpiadi, far riconoscere al mondo il suo talento. Proprio di tutto. La storia la conosciamo, la verità non la conosceremo forse mai. Ciascuno ha la propria e la racconta, come in un’intervista, davanti alla telecamera, al regista e quindi a noi. Tutte vere, tutte credibili, tutte capaci di consegnarci un pezzo di una verità più profonda. Quella che il regista Craig Gillespie sa far emergere dai personaggi mentre si raccontano, una verità fatta d’assenza d’amore, incapacità di dare e ricevere affetto, che conosce una sola lingua, quella della violenza e della miseria, non solo esteriori. Eppure, per quanto faccia per dipingere i protagonisti di questa storia per quello che sono, insopportabili, spregevoli, detestabili, non riusciamo a odiarli. Con l’aiuto di un’ottima musica, un frenetico e interessante montaggio e non poca ironia.

Giudizio: ***

 

IL PRINCIPE FELICE

Berenice dice: la fine di un genio

Francia, Parigi, fine ‘800, un Oscar Wilde ormai alla fine, che arriva lenta e ben poco felice. Rupert Everett, al suo esordio alla regia, lo dipinge con il tratto ironico e brioso che gli conosciamo, ma c’è un che di malinconico e profondamente ingiusto in ciò che subisce. Ingiustizia che cogliamo sin dalle prime immagini, Everett si schiera e ci fa schierare da subito. Ma pur condividendone le motivazioni, narrativamente non funziona. Ancora una volta lo spettatore viene allontanato anziché avvicinato, finendo per non essere coinvolto, come dovrebbe, come vorrebbe. Peccato perché le ambientazioni sono perfette, la fotografia impeccabile, le immagini e la luce ti entrano dentro, ma ancora una volta non basta. Né basta la straordinaria interpretazione di Everett, verrebbe quasi da pensare abbia fatto l’attore per arrivare a recitare questa parte. Mai come qui, dentro il personaggio, e il personaggio dentro di lui.

Giudizio: **

 

LOVERS

Berenice dice: tante storie ma il meccanismo si ripete

Bologna, oggi. Quattro attori che si scambiano i ruoli per altrettante storie, otto coppie, sedici personaggi. Mariti, mogli, amici, amanti che ruotano ma gli schemi si ripetono e alla lunga diventano  scontati. C’è il lui ricchissimo e sprezzante, l’amico invidioso e un po’ sfigato, la moglie gelosa, il fidanzato possessivo, lui che tradisce lei, lei che tradisce lui, quasi che il meccanismo fosse condannato a ripetersi. Ne risentono i personaggi, a volte stereotipati, le situazioni non sempre credibili, le singole storie soggiogate da una struttura narrativa interessante ma alla fine ingombrante e forse anche soffocante. La curiosità iniziale rischia di diventare noia.  Spiace perché il film di Matteo Vicino ha una sua freschezza, una certa originalità (non portata fino in fondo, purtroppo) e mantiene una sua indipendenza. Occasione non proprio perduta ma forse non sviluppata al meglio.

Giudizio: **

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Un sogno chiamato Florida, Charley Thompson, L’ultimo viaggio e 15:17 – Attacco al treno

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UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA
Berenice dice: ai margini del sogno con occhi di bambino
Ed è proprio con gli occhi dei bambini che il regista ci fa vedere i lati oscuri del sogno. Una Florida marginale, povera, fatta di motel, espedienti per sopravvivere, miseria, alcool, violenza, in mezzo al sogno variopinto e sfavillante di Mall, Fast-food, club esclusivi, Disneyland, un mondo che neppure si accorge di chi rimane fuori. Ma neppure Moonee, Scooty ed Jancey si accorgono, per loro tutto è un gioco, una sfida, un’avventura. Li vediamo correre ovunque, non avere paura di nulla, fare i piccoli teppistelli, mangiare a sbafo, spiare la cliente tettona. Tutto passa per i loro occhi, è a loro altezza, a loro misura. Ed è da quella prospettiva che vediamo, meglio che mai, ciò che di norma non ci mostrano. Ma il regista Sean Baker non cade mai nel pietismo, con l’aiuto di tanto colore,
tanto gioco, tanta allegria, bellissime immagini, ottimi dialoghi e sopra ogni cosa di quei bambini straordinari, uno più bello dell’altro, uno più bravo dell’altro.
Giudizio: ****

 

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CHARLEY THOMPSON
Berenice dice: delicato e coraggioso.
Con grande delicatezza il regista ci porta nella vita di Charley Thompson, un ragazzino quindicenne a cui la vita è caduta addosso troppo presto. Senza madre, cresciuto da un padre scapestrato, ha imparato a badare a se stesso molto in fretta. E in fretta dovrà crescere ancora, quando di nuovo la vita gli si accanirà contro. Troppo per un ragazzo così giovane, senza difese, pensiamo quando lo seguiamo per strade sterrate, il deserto, la notte buia, solo lui e un cavallo, cui parla, confessa quello che con ogni probabilità non ha mai detto nessuno. Per mezza America, senza un soldo, solo con il suo cavallo, alla ricerca della zia, l’unica sua àncora di salvezza. Continuerà senza fermarsi, con grande determinazione e coraggio, “dobbiamo andare avanti” dice al cavallo e prosegue il suo viaggio, fino in fondo. Ma quando arriverà in fondo non sarà più lo stesso, il suo viaggio e quello che sarà accaduto in mezzo lo avrà trasformato, lo percepiamo da una rigidità che gli scorgiamo nel corpo sempre più magro, dall’incapacità di sciogliersi in un abbraccio, in un pianto. Ed è con estremo coraggio che il regista affida l’intero film a questo straordinario ragazzo (Charlie Plummer, premio Mastroianni migliore attore emergente a Venezia) fragile e al contempo forte, coraggioso e fiero il cui viso dolce, tenero, ancora bambino non ci abbandonerà con facilità.
Giudizio: ****

 

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L’ULTIMO VIAGGIO
Berenice dice: interessante ma didascalico (e non esente da rischi).
Germania, 2014 (i giorni della rivolta di Kiev). Eduard novantenne taciturno e burbero, rimane vedovo. Prende e parte, senza dire nulla a nessuno. Destinazione Ucraina dove ha combattuto (e lasciato il cuore) più di mezzo secolo prima. La figlia non lo può permettere, né si può permettere di seguirlo. Lo farà la giovane e scontrosa nipote, Adel che “della guerra se ne frega”. Invece scoprirà che non se ne frega affatto, del passato del nonno, come del proprio. Nonno, nipote e un giovane ucraino (che è “russo ma anche ucraino”) ci fanno fare un viaggio nel tempo e nella storia, pensiamo sia quella di ieri invece scopriamo che è soprattutto quella di oggi. Il pregio del film è di narrare una storia poco (e male) raccontata, parlare di responsabilità che forse non si conoscevano fino in fondo e per intero. Il rischio (forte), cadere nel didascalico. Si avverte l’urgenza di “raccontare” la storia, torti e ragioni, responsabilità, conosciute e meno conosciute, a discapito dell’autenticità di dialoghi e personaggi. Il pericolo più grande? Che nel pregevole sforzo di voler far comprendere la complessità delle cose, che le responsabilità non siano mai solo da una parte e non si possano tagliare con l’accetta, non si distingua più con nettezza chi è stato un criminale da chi non lo è stato, e sopra ogni altra cosa si finisca per dare un alibi a chi alibi non ha. Il regista Nick Baker-Monteys lotta contro questo pericolo facendo tenere con decisione la barra al centro al protagonista, ma forse non basta.
Giudizio: ***

 

treno

15:17 – ATTACCO AL TRENO
Berenice dice: buone intenzioni, meno (molto meno) la realizzazione.
Anthony, Alek, Spencer, tre amici inseparabili. Li vediamo ragazzini al primo incontro (in attesa della predica del Preside), al momento dell’inevitabile separazione, più grandi, ancora amici, e alla ricerca della propria strada nella vita. Sacramento, anni 2000, l’America profonda, non ricca, ordinaria. Seguiamo le piccole traversie dei tre ragazzi, senza particolare entusiasmo, sappiamo che li aspetta altro e tutto assume un aspetto ancor più scontato, sbiadito, banale, come un lungo intermezzo prima dello spettacolo vero che arriva però troppo tardi. Clint Eastwood ci ha abituato ad altro, anche quando ha raccontato storie vere lo ha fatto con sapienza. Non qui, la storia, la vita di questi tre ragazzi è e rimane vuota, senza nulla di particolare. Fino al fatidico giorno, in cui un
treno, la loro vita e quelle di centinaia di persone si incrociano per la fortuna di tutti. Ed è infatti proprio in quella parte (l’ultima mezz’ora) che il film decolla, la storia diventa qualcosa di più di un banale resoconto dell’esistenza di tre eroi, prima che lo diventino. Ancora una volta la riprova che a fare un film, una trama che funzioni, non basta che tutto sia accaduto davvero, ci vuole altro e di più, quel di più che questa volta Eastwood non ha saputo mettere per la più gran parte del film.
Giudizio: **

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere