Io e l’altro

 

di Oliviero Picco

Il tuo dominio è la notte quando, complice l’insonnia, la tua voce si sovrappone al ritmo del mio cuore, facendolo accelerare. Ti imponi irrispettosa e inopportuna, mischi lo spazio e il tempo. Pretendi un rapporto intimo, profondo, conflittuale. Io non ne ho voglia. Ho paura di restare solo con te, ma non so come evitarti.
A volte sei preziosa, spesso disumana. Dici che sono meschino, che dovrei ammainare quel grande pronome personale che porto stampato sulla faccia come effige della mia presunzione. Stride come un do di petto stonato.
Ma chi ti credi di essere? Mia madre? Tu non sei nessuno, non esisti, nessuno ti vede, vivi in un mondo di fantasmi ai quali non importa nulla di me. Fattene una ragione.
E anche se fossi mia madre? Il sangue è liquido e non tiene insieme nulla. Solo quando si coagula per sempre, mischiandosi agli ingredienti della morte, prende quella consistenza resinosa che tutt’al più, può servire a incollare i ricordi nella mente. Come quei triangolini neri con cui si attaccano le fotografie sull’album. Ma è una tenuta a scadenza, perché passata l’estate viene l’autunno dei ricordi, come quello delle fotografie che cadono dall’album dopo qualche anno che hai voltato le pagine.
Se non sei nessuno perché allora mi perseguiti e mi spaventi? Perché cerchi di convincermi che il tumore è tornato? Da cosa lo hai capito? Hai bevuto il mio piscio, hai assaggiato la mia merda? Non sei un dottore, eppure ti credo e terrorizzato corro all’ospedale, faccio le analisi. Va tutto bene, stronza. Non ti permettere mai più. Mi hai portato oltre la gialla della Rossa e se tu fossi dotato di arti, demagogico ectoplasma, mi avresti spinto giù.
Perché lo fai? Vuoi che io stia male? Che io muoia? È questo che vuoi veramente oppure gridi al lupo al lupo per imprigionarmi in una quaresima di incertezza, facendomi rimpiangere le mie mature speranze già tachicardiche?
Sei una parassita, qualcos’altro da me, una maledetta metempsicotica che si è infilata nel mio corpo. Vattene una volta per tutte dalle mie viscere.

Dubbi, ancora dubbi. Li fai emergere e non mi aiuti a risolverli.
Quando mio figlio mi dirà che si vuol licenziare per rincorrere un sogno giusto, etico, perfetto ma solo in un mondo perfetto, io non saprò che dire. Mi opporrò sciorinando un’analisi precisa della situazione sociopolitico economica. Lui ne formulerà una opposta, altrettanto plausibile forse un po’ ingenua. Mi guarderà e sembrerà dirmi: perché non sei d’accordo con me? Sei tu che mi hai nutrito così. Ho paura per lui ma sono commosso dalla sua freschezza e mi tapperò la bocca con un grumo di ansia.
È la scelta giusta? Non parli? A volte sei così irritante. Sei un tailleur che pretende di essere buono per tutte le stagioni. Scegli la linea di minor resistenza, quella che ti farà soffrire meno. Il mio tempo e il mio spazio diventano così minuscoli, una bolla d’aria in cui affondo la cannuccia per succhiare l’effimera serenità che mi darà il non aver litigato con lui. Ma durerà qualche settimana, forse un mese e poi?
A proposito di bolle d’aria, hai letto l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico? No? Beh, parla di fine del mondo. Tra quindici anni se non si farà nulla e non si farà nulla, ne sono certo, nelle grandi città non si potrà più respirare e fra trenta la vita sull’intero pianeta comincerà a estinguersi. Ti rendi conto qual è diventato l’arco temporale di riferimento? Solo poche decine di anni. Non ho ancora sufficientemente affinato le mie scelte di vita per affrontare i temi del ventunesimo secolo, ed ecco che mi trovo alle prese con un pensiero primitivo, quello della sopravvivenza.
Guardo tutto con occhi nuovi. Sono nel traffico in coda e penso che quelli dell’ONU hanno ragione, sono in montagna, l’aria sembra buona e mi illudo che esagerano. Poi rifletto che per arrivare in montagna ho fatto la coda nel traffico e l’ONU torna ad aver ragione. In questo tira e molla tu che cosa mi hai suggerito? Di essere felice. Non solo, hai aggiunto che devo fare di tutto perché il processo si acceleri. I tuoi calcoli dimostrerebbero che, se non mi torna il tumore, prospettiva terrificante che mi agiti continuamente davanti agli occhi, più o meno la fine del mondo potrebbe coincidere con la mia morte naturale. Che bello! Nessun rimpianto perché non vi sarà più nulla da rimpiangere, io finirò come tutto.
Come si dice? Se tutti muoiono nessuno muore.
Mi cullo in questa idea poi penso a mia nipote che ha sei mesi e la caccio dalla testa. Nei momenti in cui soffro torno a considerare la tua prospettiva. Che mi importa di mia nipote.
Noo! Non dovevo dirlo, non volevo dirlo, è colpa tua! Che cosa enorme… Che dici? Non è una cosa enorme? Metterla al mondo non è stata una mia decisione? Di piantarla con i sensi di colpa? Del sangue del tuo sangue, eccetera eccetera ne abbiamo già parlato? Ma io le voglio bene! …Eh? …Come? Avrò ancora qualche anno per dimostrarglielo? Hai ragione, voglio convincere mia figlia, ieri femminista oggi sacerdotessa del matrimonio, a vivere in montagna con me dove, in futuro forse, si respirerà ancora. Dalla foto di famiglia mi hai suggerito di cancellare il marito e i consuoceri. Il mio appartamento è di soli tre locali più servizi, cosa possono pretendere?
Con la precisione di un orologiaio svizzero compili il catalogo delle mie contraddizioni, è più voluminoso di quello dell’Ikea. Mi operi al cuore con un cucchiaio, come togliere i semi dalla zucca. Lo sai quanto io sia deprimibile, eppure non mi concedi alcun riguardo.
Per te non esistono i compromessi: o è tutto bianco o è tutto nero. Sei brava, implacabile bastarda, a scovare come una TAC il peccato nel più recondito angolo delle mie fibre.
Provo a tenerti testa a opporre delle attenuanti. Quella che preferisco è: ho tante contraddizioni perché tendo alla perfezione. Mi sbeffeggi e cominci a disfare tutto come disfacessi un puzzle.
Quell’immagine, nonostante le fessure tra una tessera e l’altra dovrebbero suggerirmi un che d’artificiale, rappresenta invece qualche cosa per me, mentre tu la riduci ad una manciata di pezzi insignificanti. Conservo, come macerie di una antica chiesa, ogni singolo frammento perché contiene la sua parte di verità. È il bandolo della matassa.
Sono stanco. Conoscere, sapere e scegliere mi è diventato faticoso. Ricostruire quel puzzle sembra il supplizio di Tantalo.
Basta! Qualunque cosa tu sia dimmi qual è la prospettiva giusta: Io e l’altro, l’altro e io o l’altro io?
No? Nessuna di queste?
Quale allora?
“Xanax”! Una compressa al mattino e una alla sera prima dei pasti.

Oliviero Picco: già responsabile di sviluppo, formazione e gestione del personale per un’area geografica di una banca milanese nonché del welfare aziendale.

9 agosto 1969

di Alvaro Travisi

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Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. Ritorno in questi luoghi dopo quarant’anni; è infatti da tanto che mi rifiuto di farlo poiché il coraggio non lo si trova dall’oggi al domani.
“Ma” sei bello più del sole. Assomigli a James Coburn nel film Giù la testa, persino in meglio anche perché sei tanto più giovane di lui. La barbetta, i baffi, i capelli biondi, gli occhi azzurri come il tuo casco. Ore e ore a chiacchierare di montagne, le ami più della pallacanestro. Fisico e postura sono perfetti, come si addicono a un neo istruttore Isef; sorridi sempre, timbro suasivo, piaci a tutti, ti godi l’età da favola con Noemi accanto. Sei felice che stasera rientri a Milano. Domani i tuoi festeggiano il venticinquesimo di matrimonio. Tu invece “Ca” non sei attraente quanto lui. Ciondoli, hai una voce nasale che alterni a momenti di divertente afonia. Nessuno è in imbarazzo più di te nel ridere; diventi paonazzo con niente. Temi per la dentatura cavallina e l’apparecchio ortodontico che ti brilla in bocca. Lo stesso che porti da quando ti conosco e che non ti molla neppure nella caduta. Non sei allievo di “Ma” a cui attribuiscono quarantotto anni anziché ventuno. I giornali, lo sappiamo, riportano inesattezze e nelle tragedie si lasciano prendere la mano. Stavolta però i nomi sul Corriere sono giusti e scritti per esteso, non come li evoco io. La fine tronca tutto, anche i nomi; ostinarsi a pronunciarli integralmente non conviene a chi rimane. Un artificio soltanto mio che, con efficacia tutta da dimostrare, confida nel garbuglio per confondere la malinconia.
Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. “Ca” non sei suo allievo. Sei solo il suo e il nostro grande amico, un affabile Pico della Mirandola che di ogni cima conosce l’altezza al centimetro. Stai per compiere diciott’anni, li festeggi a ottobre. Ai tuoi compagni della scuola tedesca già manchi. Tra tanti visi chiari sei l’unico di carnagione olivastra. Nella loro divisa sembrano copia uno dell’altro o quanto meno tali appaiono quelli presenti per l’ultimo saluto. Al Passo sono decine e decine i villeggianti pronti a invadere i sentieri. Altri indugiano rapiti alla vista dei Gruppi più famosi delle Dolomiti: Sassolungo, Sella, il Pordoi di sbieco e, più distante, la Marmolada. I turisti più pigri abbandonano le auto appena possono e fanno un’infinità di fotografie. Uno di questi curiosi ha costantemente l’obiettivo della Minolta puntato su di noi, quattro cordate di amici.
Quando diventiamo tre e voi non ci siete più, raccontano che è lui a immortalarvi: almeno un paio di scatti d’istinto del volo lungo trecento metri. E’ sempre lui, scrivono, a lanciare l’allarme. Più tardi a pentirsi di quei fotogrammi e dare alla luce la pellicola; così dell’orribile souvenir del Passo Sella non resta traccia. Al termine della cresta, Maurizio e io ti vediamo spuntare dalla variante. Ma che succede? Perché sei a testa in giù? Per un niente sfrecci davanti ai nostri occhi colti dal terrore. Forse hai ancora in mano il frammento dell’appiglio che, proprio sul più bello, ti ha tradito. O forse stringi, solo e comprensibilmente, il pugno in segno di stizza prima di cedere allo sconforto. Hai appena detto no a Franco in procinto di calare una corda per farti salire in tutta sicurezza l’ultimo tratto. – Non serve. Oramai ci siamo: un paio di metri e arrivo in cima – gli urli soddisfatto di trovarti su quella verticale. Ora tocca a te “Ca” presentarti al nostro cospetto. Sei tutto sbilenco, “Ma” ti ha investito in pieno. Il casco rosso è slacciato, come da tua brutta abitudine. Anche tu, in un baleno, ti predisponi a testa in giù. Purtroppo la corda non si impiglia in nulla e ti trascina nel vuoto. Per quanto sconvolto, ti immagino pronto a offrire quelle garanzie che nessuno si sogna di pretendere: – Tranquilli ragazzi, vado io con lui. Non lo lascio solo.
Alla base della parete, disteso sul ghiaione, sembri tutto intatto. E’ lì che i Catores della Val Gardena ti ritrovano. Respiri ancora “Ma”, giusto qualche ansito. Come l’eroe mio prediletto ne La locomotiva, il brano di Guccini che non potremo mai cantare assieme. Del tuo recupero “Ca” non parlo; preferisco farti una domanda, l’ultima prima di andarmene da qui: – Dimmi: quanto è alto… vediamo sì… quanto è alta l’Annapurna?

 

Alvaro Travisi: ultrasessantenne, mantovano di nascita milanese di adozione, attratto dagli anfratti di una metropoli lontana dagli stereotipi, e dall’ambiente della montagna frequentata da una vita.

Incontro

di Rossella Bologna

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Ben arrivata.
Come stai?
Lei rispose solo con un cenno con la testa.
Come sto? Ma come vuole che stia? Come si fa a spiegare questa cosa nello stomaco che gira dentro. E morde, ovunque vai. E poi l’areo, tutta quella gente. Non è che non mi piaccia la gente. Ma loro sono lontani, distanti. Anche quando alzo gli occhi al cielo e per un attimo, mi sembra di vedere più luce lo sguardo torna ancora inevitabilmente alle scarpe. In questo modo non rischio che qualcuno si accorga di me. É cosi che funziona.
La voce non ha voglia di uscire ma i miei pensieri si attorcigliano in continuazione. Non tacciono mai.
Che ne vuoi sapere tu così rossa e fiammeggiante, di una vita buia.
E cosa ti importa?
Sei un po’ strana con quegli occhi grandi e lo sguardo diretto. D’altra parte lui lo diceva sempre che quelle coi capelli rossi sono delle streghe. E siccome dalle nostre parti nessuno aveva i capelli rossi tranne te e tua madre ho sempre pensato che dovesse essere proprio cosi.
Sorridi tu, come se adesso avessi letto nei miei pensieri.
Forse non ti è nemmeno importato che sia morto. Che poi non ammetterei mai di esserne stata un po’ sollevata anch’io. Le sue grida di rabbia le avevo io, nelle orecchie ogni giorno. Non tu. Ogni maledettissimo giorno alzarsi sempre con la paura che prima di sera qualcosa potesse non andare bene e rovinasse tutto. Tu non c’eri quando dovevo stare attenta a non sedermi mai sulla sua sedia, o quando arrivava la bolletta della luce e non c’erano i soldi per pagarla. Erano urla e botte. Evidentemente consumavamo troppo. Non si poteva leggere a letto d’inverno. Sarebbe stato necessario accendere la luce.
E questo era vietato. Avevamo la tivù ma non si poteva guardare, a meno che lui non decidesse di guardare la partita. Allora portava anche gli amici e tutti parlavano forte e bevevano birra. E in quelle rare occasioni anche la mamma rideva e le venivano le guance rosse. Ma in tutte le altre sere doveva esserci silenzio e d’inverno, con il buio, io mi cavavo gli occhi per terminare i compiti. Lasciare la scuola avrebbe significato stare a casa tutto il giorno e no, non era proprio possibile. Cercavo ogni scusa per potermi allontanare almeno un po’.
Io e mamma dovevamo alzarci all’alba e andare a dormire presto, perché le mucche andavano munte alle quattro e mezza del mattino e poi bisognava pulire la stalla e dar da mangiare alle bestie, prima di pensare alla campagna. Quindi era meglio andare a letto senza troppo indugio, la sera. Dopo la mungitura bisognava portare presto il latte al casaro. Ma qualche volta lui a quell’ora non c’era. Io non chiedevo mai dove fosse. Lo capivo subito se c’era, perché la mattina la mamma si alzava ancora prima del solito per mettere la legna nel camino. A lui non piaceva alzarsi e trovare la cucina fredda. Ma mi bastavano i capelli sempre più grigi della mamma a farmi capire che non era il caso di fare domande. E poi sapevamo entrambe che forse era meglio cosi. Non parlavamo di quei rari attimi di serenità tra noi ma erano quelli in cui ci scambiavamo alcuni abbracci. A volte lui arrivava in tempo per caricare sul furgone i bidoni del latte. Altre volte no. E allora, dopo aver fatto il pastone per il maiale e dato da mangiare alle galline, e aver aspettato e aspettato, la mamma e io caricavamo i bidoni su una vecchia carriola di legno che dovevamo spingere con una fatica immane lungo tutta la salita. Il Casaro era proprio in cima alla collina, in fondo alla strada. Poi finalmente potevo andare a scuola mentre la mamma si occupava dell’orto. Dopo la mungitura del pomeriggio di nuovo bisognava portare il latte al caseificio e di nuovo non sapevamo se lui ci sarebbe stato. La sera invece, veniva quasi sempre. Prima passava dal casaro a ritirare i soldi, poi veniva a contare le uova per vedere quanto ne avrebbe ricavato. Apriva il barattolo tenuto in alto nel mobile e si metteva le banconote in tasca, infine dopo cena, talvolta andava in camera con la mamma e altre volte usciva di nuovo.
Dov’eri tu con la tua chioma rossa quando c’era da fargli capire che le galline non facevano sempre lo stesso numero di uova e che c’erano dei periodi in cui non ne facevano quasi più? Non era mai il momento, di fare meno uova, secondo lui. Forse ero io che ne mangiavo troppe. Perché oltre che stupida ero anche ingorda. Quando la dispensa era proprio vuota, e la zuppa di verdure e patate non bastava più, dopo aver brontolato un bel po’ veniva a casa con una forma di pane ed, evento raro, ci permetteva di ammazzare una gallina. Era una cosa da fare sporadicamente perché una gallina era una risorsa importante. Un giorno una volpe riuscì ad entrare nel pollaio e fece una strage. Lui andò avanti dei mesi a dirci che era accaduto per colpa nostra.
Mi piaceva la primavera quando non avevo più così freddo ai piedi e quel tepore che permetteva ai primi piccoli fiori di sbocciare ma mi piaceva anche stare sotto le coperte d’inverno quando diventava buio presto e fuori c’era meno da fare. C’era caldo e quiete li sotto, era come se mi nascondessi e riuscivo a fantasticare un po’ prima di addormentarmi. Qualche volta rubavo un uovo, facevo un piccolo buco in cima e ne succhiavo piano piano il contenuto. Mi piaceva di più se era ancora tiepido appena fatto. Ma non potevo rischiare che lui se ne accorgesse. Mi avrebbe lasciata senza cena. Allora lo nascondevo da qualche parte cercando di recuperarlo più tardi. Qualche volta me lo portava la mamma che mi diceva che in fondo una ragazza ha bisogno di crescere. A volte mi succedeva di svegliarmi di notte, e immaginare fantastici banchetti. Ma se lui era in casa non c’era neanche da pensarci a sgusciare fuori dal letto e scendere in cucina dopo che aveva già contato le uova, bisognava averne accantonate qualcuna prima.
Non rimaneva allora che aspettare il mattino quando avrei potuto bere un po’ di latte fresco. La mia Bruna era molto generosa e ci faceva sempre fare un’ottima figura e il casaro non faceva mai storie se, arrivando con la carriola portavamo un po’ meno latte. A lui dava sempre la stessa cifra. Persino quella volta che la carriola urtando un sasso più grosso degli altri, si è rovesciata perdendo il suo carico. Io e mamma avevamo tremato tutta la sera.
Ma nessuno ne parlò mai. Mi dicevano che io non parlavo mai. In realtà non avrei saputo cosa dire.
Anche se in fondo sono state poche le volte in cui lui ci aveva picchiato forte. Bastava cercare di essere gentili e obbedienti. E nel dubbio, non parlare. Non avevo amici, solo compagni di scuola, che non frequentavo. Una volta mi avevano invitata a una festa ma lui disse che non potevo andare.
Non abbiamo tempo per queste cose e poi, non siamo come gli altri, noi.
E fu una delle poche volte in cui il giorno dopo, venne a casa con un nuovo vestito per me. Ma avevo un amico immaginario. Questo sì. Quando non parlavo nella stalla con Bruna o con Adele era a lui che facevo notare i riflessi della luce nei campi, oppure l’ora del giorno in cui gli uccelli sembravano cominciare a fare chiasso tutti insieme.
Ora dovevo mostrare di stare bene o male? Non era da me esternare sentimenti senza Bruna o con Adele o il mio amico immaginario. Cosa potevo rispondere alla sua domanda? Come stavo. Non lo sapevo come stavo. Sapevo che mia madre mi aveva spinta ad accettare l’invito ma che io non avevo idea di cosa si facesse in vacanza. Non ne avevo mai fatta una, prima. Ripensandoci, no, lui non mi mancava. Mi sentivo in colpa per questo. Era mio padre no? Mi sembrava strana tutta questa libertà ma forse nemmeno mi interessava averla. Non la conoscevo. Ma mi mancava la mia casa nel verde. Questo lo sapevo con certezza. Avevo portato con me i vecchi vestiti di sempre. Neri lunghi. Perché no. Di certo quei colori lì – riflettei guardando un po’ di sbieco il suo vestito – io non li avrei di certo indossati. Forse il mio vestito era un po’ corto. Ma era corto anche il suo. Forse ci si veste cosi quando si va in vacanza.
Cosi pensava, mentre la sorellastra, che non aspettava una risposta, semplicemente la prendeva sotto braccio e con delicatezza, la spingeva verso l’uscita dell’aeroporto.

 

Rossella Bologna, milanese, si definisce sognatrice a tempo pieno, pensionata a tempo perso, in pausa prima del prossimo viaggio.

Zebre

di Pietro Margutti

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I documentari sono spesso una salvezza in TV. Li puoi guardare senza impegno, già iniziati, anche in altre lingue, persino in tedesco. Ieri sera le zebre erano vittime degli attacchi dei leoni durante la notte.
Attaccati di sorpresa, gli animali fuggivano, si disperdevano. Uno sbagliava una mossa, restava isolato, forse perché debole, anziano o ferito, e il suo destino si compiva. Dopo gli attacchi, al mattino, il branco di zebre tornava a riunirsi. Gli animali si ritrovavano, manifestavano la loro forza, confermavano la loro sopravvivenza. Non avevano memoria di ciò che era accaduto e questo permetteva loro di restare sereni.
Aperti, ariosi, senza i vecchi scompartimenti, i treni come gli uffici sono diventati open space, agili, condivisi, veloci. Il mio corre silenzioso e affollato verso Milano, nel tardo pomeriggio di venerdì. Dentro molti italiani, pendolari di lungo raggio, forse con frequenza settimanale. Chi lavora ancora, chi dorme, chi legge nonostante la pressione delle curve in velocità. Altri sono in partenza, svizzeri o tedeschi, sorridenti. I più coraggiosi sono diretti nella tumultuosa Italia, altri nel più rassicurante surrogato locale,
Lugano. Fuori, sotto un cielo limpido, scorrono i bellissimi, perfettissimi e noiosissimi villaggi sul bordo dei laghi, sotto pigre montagne che aspettano una primavera ancora acerba. I prati in basso sono di un elegante velluto scuro, la corsa del treno li accarezza. In fondo al lago di Zugo, il porticciolo di Arth Goldau e poco l’oltre l’immersione rapida nel tunnel, che scava la sua lunga via verso sud. Finisce la vista e, nel buio, tornano le riflessioni. Ho preso il treno delle cinque e venti a Lucerna per un pelo. Il solito affanno, ma il lavoro è andato bene e gli incontri hanno definito il lavoro e le produzioni di qualche mese.
Non ci danno visibilità oltre l’estate, nessuno sembra ancora informato. Ma il ricordo è un altro, quell’esperienza così, in diretta. Joanna era nella sala di fronte, non mi aveva visto. Tutti gli uffici hanno pareti in vetro, appena sfumato di verde, in cui il lavoro è trasparente e luminoso. Ascoltava un’altra persona, di fronte a lei, che sembrava recitare un lungo monologo.
Joanna. Il primo incontro anni prima, nella vecchia sede a Basilea, con una vista magnifica. Un’ora con lei finì per durare l’intera giornata. Chiedevo senza sosta e lei capì, rivoluzionò l’agenda e continuò a rispondere. Ero un noioso novellino, ma non per la paziente sensibilità di una persona, una donna, che sapeva costruire. E poi insegnando s’impara, mi disse, e m’insegnò anche questo, perché nel farlo si mette a fuoco in un modo nuovo ciò che si trasmette. È vero, è brava, pensai. Perché allora, perché adesso? Poi seguimmo diversi progetti, altri reparti, ma il contatto rimase. Non è scontato quando c’è differenza d’età, di lingua, di cultura. Basta osservare i capannelli al bar o i tavoli della mensa. Ci si raggruppa per generazioni, per livelli, per formazione, tutti più o meno chiusi nella propria bolla. Sono pochi quelli che riescono a romperla. Ieri, dopo aver notato Joanna, avevo ripreso a seguire il mio lavoro, la noiosa pianificazione. Forse l’avrei incontrata più tardi, o in mensa. Poi invece, durante una pausa, l’ho vista nel corridoio, sola e immobile. Avevamo terminato insieme? Bene, perfetto. Ho fatto un cenno ai colleghi e l’ho avvicinata con un sorriso.
– Joanna! Ciao, come va?
Un silenzio inatteso.
– Well, not so good, and you Giacomo?
La voce stentava. E il suo italiano, cui teneva tanto? Sul viso solo tanta fatica.
– I’m fine. I’m here to discuss the planning. What’s the matter?
Guardava altrove, lontano, immersa in un silenzio che mi imbarazzava. Non sapevo cosa aggiungere e stavo per salutarla e congedarmi.
– They fired me. Just now.
– Cosa?
Usci così, di petto, in italiano. Era appena accaduto, in quella sala, e dovevo essere il primo cui lo riferiva.
Si stava riprendendo. Poi le sue mani si sono mosse per sistemare i capelli e dopo un respiro profondo ha finalmente rivolto lo sguardo verso di me. Le parole scorrevano più fluide, in italiano.
– Giacomo, scusa. Sì, mi hanno licenziata. Forse è meglio che vada.
– Certo Joanna, capisco. Mi dirai.
Invece riprese.
– Poco fa. Non sono sola, sai. Una riduzione, come si dice? Strategie dall’alto, puoi immaginare, i costi.
Anche in altre sedi. Temevo che potesse accadere, ma passare nel tritacarne è un’altra cosa.
– Cosa ti hanno detto?
– Una del personale mi ha informato e mi ha presentato il “pacchetto”. Mi danno tre mesi, il supporto di outplacement e anche lo psicologo.
L’inglese è chirurgico, rimuove ogni profondità emotiva. Essere cacciati, dover trovare un altro posto suonerebbe molto diverso.
– Ti aiutano a cercare un altro posto?
Altri pensieri, in silenzio. Riprendo io.
– Ti ho vista prima, al di là dei vetri. È stato un colloquio lungo.
– Non so, ho perso il senso del tempo. Sì, deve essere stato lungo. Ho avuto l’impressione volesse colpevolizzarmi per spegnere ogni mia reazione.
– Tutto studiato?
– È un mestiere. Penso che accetterò il loro supporto per trovare un altro lavoro, ma non lo psicologo, quello no. Se capisco bene, mi vogliono convincere che non sono all’altezza del “loro” ruolo. E non mi farebbe bene. Oddio, sono ancora scossa.
– Certo. Ma tre mesi sono un tempo adeguato a trovare una buona posizione?
– Non so, non lo so ancora. Almeno non è come in America o lassù da me. Lì avrei già il mio scatolone tra le mani e la guardia che mi accompagna alla porta.
È di origine polacca, ora ricordo. Un giorno mi raccontò come avesse seguito il marito, ingegnere come lei, trasferendosi in Svizzera. Esperta di chimica farmaceutica e con uno straordinario bagaglio di lingue, aveva trovato posto con facilità in quel reparto, mi disse, dove stavano creando un gruppo molto aperto e internazionale. Ora forse la politica era cambiata.
– Ma qui non possono sostituirti in tre mesi. È assurdo. Nemmeno in trenta. Con la tua esperienza, la tua sensibilità.
Quello che non serve oggi, la sensibilità.
– Suppongo cambieranno tutto. Il lavoro va in oriente, lo sai, e in parte giù da voi, ma dovete stare molto attenti. Qui rimarranno pochi manager, i più duri. Avevano annunciato grandi novità. Beh, questa è la mia.
– Joanna, mi dispiace.
– Grazie Giacomo. Non so ancora come, ma me la caverò. Tu quanto stai qui?
– Sono qui da ieri, ma domani riparto subito. Sai, i piani trimestrali.
– Te la stai cavando bene ho sentito.
– Ho avuto la migliore insegnante.
Il primo sorriso.
– Come sta Francesca? Tommaso? E la nuova recluta Laura?
Uno a uno, i nomi di tutti. Troppo attenta per durare.
– Bene. Te li saluto. Saranno sconvolti quanto me. Prendi un caffè? Ne vuoi parlare ancora?
– No, grazie. Ti lascio, ho bisogno di riposare. Ma ti scriverò presto e spero anche di passare da Milano.
– Certo, fammi sapere. Dobbiamo vederci.
– Sure, tschüss.
– Take care!
Sono incerto, un abbraccio è sconveniente? È un attimo, troppo tardi. Solo una mano sul braccio, imbarazzata, con una lieve stretta. Uno sguardo, poi lei si allontana con passi dignitosi.
Mi avvio malvolentieri verso l’angolo caffè. Gli altri sono già lì. Non mi va di seguire i loro discorsi.
– An expresso, Giacomo?
– No, thanks.
I sopravvissuti si contano. Parlano, scherzano. In gruppo certi argomenti si evitano, se ne parla solo in privato. Dopo la riunione sono uscito presto e non ho cenato. Mi sono scusato con gli altri e sono rientrato subito in albergo. Ho letto un racconto di Salinger che avevo con me e poi ho dormito. Ero esausto, sopravvissuto, chissà sino a quando. Al mattino ho preparato il bagaglio e, dopo una rapida colazione e fatto il check out, sono tornato dentro, nel branco.
Usciamo dalla galleria ormai all’imbrunire. Per fortuna. L’oscurità mi opprimeva. Il cielo sereno disegna il profilo delle ultime montagne. Verso occidente, i colori sfumano dal verde scuro del primo piano, dove si distinguono i boschi, a un elegante e indistinto azzurro, prima scuro e poi via via più luminoso in fondo, dove le montagne più lontane si lasciano trasfigurare dall’ultima luce. Più avanti, senza più ostacoli, il treno può correre in discesa sino a Bellinzona e oltre. Gli scenari sono dolci e la bella stagione più avanzata. Il lago poi annuncia Lugano, dove qualche pavido turista scende, senza voler sapere quanto è bello essere meno perfetti più a sud. Chi resta è diretto in Italia. Rivedrò Joanna, penso, devo trovare il modo di farla tornare a Milano un paio di giorni e organizzare una serata fuori con tutti i colleghi. Poi, mentre mi perdo nella stanchezza, siamo già a Como. Col buio arriviamo nel disordine dell’Italia sofferente e affollata, ma corriamo via rapidi e la notte e la velocità nascondono le crepe dei muri e delle anime. Qualcuno sistema già le sue cose. I giornali, il computer, la giacca. Milano è vicina. Si aggancia la rete italiana e mando un messaggio a casa, sono in arrivo. So che mi stancherò presto del caos milanese, ma è bello tornare.
Poco dopo, oltre Monza e oltre la periferia, mentre il treno consuma gli ultimi binari diretti in Centrale e mi preparo a scendere, torno a pensare a Joanna, al suo solitario disagio in quella sala, allo sguardo fisso sul pacchetto elegantemente presentato, al centro della scrivania, in una sobria copertina vuota di ogni colore aziendale. Mentre il treno rallenta sotto la grande volta e spio dal finestrino cercando il lato di discesa, mi pare di avvertire sulle sue dita la ruvida sensazione di aprire la cartelletta e sfogliare la
durezza di quelle pagine. Mentre cammino lungo la piattaforma, forzando le gambe un po’ stanche a scansare le rotelle dei trolley, immagino la sua mente divisa e confusa tra le parole che provava a leggere e quelle che ascoltava da quella voce sicura e incalzante. Mentre scendo lungo il percorso commerciale della stazione e guardo distrattamente le vetrine, aspettando l’indicazione per la metropolitana o il profilo di un pacchetto destinato a me, vedo la fragilità di quello che facciamo ogni giorno, una profonda costruzione di pazienza e determinazione che può volatilizzarsi nella tempesta di un brusco cambiamento di strategia aziendale. E stretto nell’ultimo affollato vagone verso casa, mentre conto quante fermate mancano, cerco di ritrovare serenità nel branco di zebre. Nella notte, stanco e senza memoria, non so, non posso sapere che forse mi cercano, che forse hanno scelto, mi hanno isolato. Non li posso vedere, ma forse sono già tutti intorno. Forse, nella notte, sono già solo e senza scampo.

 

Pietro Margutti è nato a Milano nel 1957 e vive in Brianza da molti anni. Dopo varie esperienze professionali in Italia e all’estero, lavora come redattore e formatore tecnico per varie aziende dell’area milanese. Da alcuni anni, nell’associazione artistica Alessandro Conti di Monza, è anche autore di opere figurative frequentemente esposte nelle mostre dell’associazione.

Akira e il Samurai

 

di Davide Zamborlin

Dal diario di Vasco João Carvalhas, esploratore al servizio di sua Maestà Sebastiano Primo d’Aviz, Re del Portogallo.

Kyoto, 21 maggio 1562
Quello che segue è il resoconto di un episodio del mio viaggio in Giappone. Accompagnavo Padre Emilio Adelante Ferreiras, dell’Ordine dei Gesuiti. Avevamo la missione di redarre un rapporto sulla cultura e le usanze locali, che le Gerarchie dell’Ordine intendevano usare per
elaborare una strategia mirata alla diffusione della Fede Cristiana fra queste genti. Al termine del viaggio, durato diciotto mesi, siamo giunti alla conclusione che il Giappone non sarà un terreno in cui la Grazia di Nostro Signore potrà attecchire facilmente. L’episodio che state per leggere è forse l’esempio più significativo a conferma di ciò, tuttavia abbiamo deciso di ometterlo dal rapporto ufficiale, perché si allontana talmente dal perimetro del credibile da poter indurre nei nostri superiori il sospetto che sia il frutto della nostra fantasia o un inganno perpetuato ai nostri danni, il che ci precluderebbe future missioni in altre parti del mondo. Lascerò perciò alle pagine del mio diario personale il compito di conservare questi ricordi. Solo ora che ci apprestiamo a salpare per la colonia di Macao, Padre Ferreiras e io iniziamo a domandarci se non si sia trattato di un’allucinazione. In ogni caso siamo ben lieti di poter tornare a dissetarci dei Misteri della nostra Fede e di poter accantonare il mistero a cui abbiamo assistito.
La storia comincia a Nagasaki, città portuale e capitale dell’isola di Kyushu. Il Governatore ci accordò il permesso di visitare l’entroterra, accompagnati dal guerriero samurai Marume Eishi. Ci fu concesso un grande onore, in qualità di ospiti provenienti da un regno potenzialmente nemico, in una terra profondamente conservatrice e chiusa. I samurai godono di grandissima stima nella cultura locale. Essi costituiscono una casta sociale di guerrieri, una delle più importanti dopo quella nobiliare. Il loro valore è leggendario: la nostra scorta valeva più di venti uomini armati, come avremmo potuto constatare.
Eishi, per quanto ancora molto giovane, aveva già dato prova di essere uno dei più forti guerrieri di Nagasaki.

La prima tappa del viaggio era un piccolo villaggio nell’entroterra, eletto a dimora da Eishi. Vi giungemmo dopo poche giornate di cammino attraverso boschi e terreni coltivati. Si trovava in una valle non molto ampia fra le colline. Il fondo era coltivato a risaie e, risalendo i lievi pendii, si incontravano terrazze adibite a orti che gli abitanti avevano strappato alla vegetazione naturale. L’esposizione a sud assicurava la presenza del sole per tutto l’arco della giornata. Le semplici case di legno erano sparse fra alberi, colture, ruscelli irrigui, piccoli ponti e recinti per animali. L’operato dell’uomo si accostava armoniosamente a quello della natura, infondendo la stessa sensazione di pace che si può percepire nelle più belle campagne d’Europa.
La prima persona che Eishi volle presentarci fu un ragazzo di nome Akira. Quando lo incontrammo, stava lavorando a un vaso di argilla davanti all’uscio della sua casa. Era di pochi anni più giovane di Eishi, ma la differenza di età sembrava più netta sia per i segni sul volto del guerriero, scolpito dall’addestramento militare, sia per la dolcezza dei lineamenti e dei modi di Akira, levigati dalla pace delle campagne e dalle acque placide dei ruscelli. Appena ci vide, abbandonò il tornio e si precipitò di fronte al samurai. Il mio sbigottimento trovò conferma nella reazione di Ferreiras, che vidi profondamente turbato nel constatare ciò che io stesso faticavo a credere. I due rimasero l’uno in fronte all’altro
guardandosi negli occhi e sussurrando parole che non udii, le braccia lungo i fianchi, gli abiti del guerriero impolverati per il viaggio, Akira in una povera veste da lavoro sporca di argilla. Un europeo non avvezzo agi usi locali non avrebbe colto nelle loro espressioni i segni della passione di due amanti rimasta in attesa per un lungo periodo, compitamente domata dal contegno del loro costume.
Questo tipo di unione, da noi considerata turpitudine incivile e contro natura, è qui accettata come cosa naturale. Avevano il rispetto di chiunque: lavoravano, aiutavano, partecipavano alla vita comunitaria e alle cerimonie religiose. Quella stessa sera, con nostro grande imbarazzo, ci fu chiesto di cenare in loro compagnia. Accettai per rimanere fedele alla missione. In qualità di osservatori esterni, avevamo l’ordine di raccogliere informazioni senza opporci alle vicende locali. Ma Ferreiras sembrava non riuscire a dominare il turbamento che lo coglieva in presenza di Akira e preferì ritirarsi in preghiera.
In Giappone la celebrazione di eventi importanti è spesso affidata a cerimonie codificate. In quell’occasione assistetti ad una cena cerimoniale in mio onore, come ospite di un altro continente scortato da un samurai del Governatore. Gli sfarzi dei palazzi di Nagasaki erano lontani, ma potei godere di un’inattesa atmosfera di intimità ai lumi delle candele in una semplice casa di legno. Akira, in un’elegante veste blu profondo a fiori bianchi, disponeva piatti e ciotole su un basso tavolo e preparava frugali pietanze a base di riso e verdure. Aveva arrotolato le maniche lasciando scoperti gli avambracci. Ogni suo gesto era dettato
dall’etichetta del rito. Si muoveva con agilità e allo stesso tempo con misurata lentezza, senza mai sembrare affettato o femminile. Dedicava grande devozione a ogni singolo particolare a dimostrazione della grande devozione verso l’ospite. Eishi, seduto compostamente a gambe incrociate a un lato del tavolino, gli avambracci abbandonati sulle
ginocchia, il busto e il collo ben dritti, seguiva i suoi movimenti. I loro sguardi si incontravano spesso e tradivano appena complici sorrisi. Dal mio lato del tavolo, non potevo non ammirare l’eleganza e l’armonia di ogni particolare, dalle semplici forme degli oggetti in legno e argilla, al comportamento sobrio e cordiale dei miei ospiti, alla grazia del più giovane.
Durante la cena raccontarono che erano rimasti entrambi orfani in tenera età. Akira non seppe mai chi furono i reali genitori. Fu allevato da un’anziana signora, scomparsa due anni prima, da cui aveva imparato il mestiere dell’artigiano. Si dedicava alla produzione di oggetti di lusso destinati al mercato di Nagasaki e utensili più umili per gli abitanti del villaggio. Eishi perse la madre durante il parto. Il padre, samurai, morì in una battaglia quando era bambino. Le differenze sociali potrebbero essere un ostacolo per un’unione in Giappone, sia di questo tipo che tradizionale. Ma il villaggio era lontano dagli occhi indiscreti di Nagasaki e, benché si sapesse, veniva tollerata. Quello era il loro porto sicuro. Al mondo non avevano che l’un l’altro.

Trascorremmo al villaggio un breve periodo di pace e di studio della cultura locale. Inizialmente Ferreiras e io faticavamo a carpire l’essenza della religione di questo Paese. Sembra essere fondata sul culto di spiriti che vivono in simbiosi con la natura. Presto avremmo scoperto che erano più di semplici credenze. Le piccole celebrazioni quotidiane, fatte di offerte, preghiere, inchini e altri rituali, sono intese a propiziare il favore di quelli benigni e sedare il livore di quelli maligni. Nei casi più importanti gli abitanti del villaggio si rivolgevano a una specie di sacerdote, un eremita, considerato anche un guaritore. Si aggirava nelle foreste circostanti, vivendo di raccolta e elemosina, riparandosi in un numero non precisato di capanne sparse nel bosco, dove gli abitanti sapevano di poterlo trovare.

Restammo colpiti dall’estrema eleganza che ognuno impiegava durante questi riti e che non si riscontrava nelle normali attività. Di sicuro una delle persone più aggraziate era Akira. Sembrava che volesse compiere ogni gesto della sua quotidianità come fosse parte di una qualche cerimonia che solo lui aveva in mente. Ci fu spiegato che quella era la sua natura: elegante, leggero, eppure sempre maschile, privo di qualsiasi affettazione, non dava mai segno di fatica quando modellava i suoi vasi o dava aiuto a qualcuno in altri mestieri. Ferreiras faceva di tutto per evitarlo. Se non poteva sottrarsi al suo cospetto, volgeva altrove lo sguardo, portava la mano al rosario e bisbigliava preghiere in latino. Più di una volta lo sorpresi fissarlo da lontano, quando era sicuro che la sua attenzione non potesse essere contraccambiata.
Il giorno antecedente alla partenza avvenne un fatto che cambiò i nostri piani: Akira fu morso da una volpe. Si trattava di una ferita non grave che di per sé non lo avrebbe ostacolato nel lavoro. Quella sera, poco prima del calar del sole, Eishi convocò d’urgenza l’intero villaggio per dire che il suo amato era gravemente malato e che a nessuno, per nessun motivo, era concesso vederlo o parlargli. Chiese che venisse subito chiamato l’eremita perché lo visitasse.
Pensammo alla rabbia o a qualche altra infezione e pregammo per la sua guarigione. Il pomeriggio seguente l’eremita visitò il ragazzo. La diagnosi fu non di una malattia ma di una maledizione. La volpe che lo aveva morso era uno spirito della foresta mandato da uno stregone. Ci spiegò che gli spiriti di questo tipo assumono la forma di un animale scelto da chi li evoca e, quando mordono una persona, essa inizia a mutare sembianze fino ad assumere quelle dell’animale. La mutazione avviene in pochi giorni e l’unico modo per fermarla è supplicare lo stregone o ucciderlo. In caso di guarigione solo un piccolo segno dell’animale rimane sul corpo umano, in un punto nascosto, quasi invisibile. Ma è importante rompere l’incantesimo prima del plenilunio, dopo il quale resta irreversibile. Per la prima volta vidi Eishi agitato: mancavano poche notti alla luna piena.
L’intero villaggio sembrò prendere molto sul serio la questione. Si iniziò a mormorare che a pochi giorni di cammino era stato avvistato un accampamento di banditi, pareva che fossero più di venti. Si sospettava che avessero pagato uno stregone per evocare lo spirito, in modo che, scomparso Akira, Eishi avrebbe negato la protezione al villaggio. Il samurai decise che doveva partire immediatamente. Non c’era tempo per chiamare rinforzi da Nagasaki. Intendeva costringere lo stregone, con le parole o con la katana, a salvare Akira. Ma dimostrò cosa significa l’onore di un samurai: qualunque fosse stato l’esito dell’impresa, avrebbe sempre protetto il villaggio che gli aveva dato serenità e ristoro. Chiese solo che fosse allestita una lapide dove avrebbe pregato per lo spirito di Akira, in caso di insuccesso.
Padre Ferreiras e io, di fronte al pericolo che la nostra scorta restasse uccisa, ci opponemmo, venendo meno al divieto di interferire con le vicende locali. Non potevamo credere a quelle superstizioni. Fummo colti da puro orrore dinnanzi alla verità. Il giovane, seduto composto in un angolo della casa, aveva nelle fattezze già molto dell’animale. Il volto era coperto da una fulva pelliccia e le orecchie terminavano con un ciuffo nero. Gli avambracci, anch’essi fulvi, terminavano con mani ricoperte di pelliccia nera, proprio come le zampe di una volpe. Gli occhi arancioni, ancora umani, fissavano il pavimento, tradendo una vergogna ben maggiore del nostro orrore. Quando si alzò constatammo che si era ridotto alle dimensioni di un bambino di dieci o dodici anni e camminava ricurvo. Sarebbe rimpicciolito ancora, fino alle dimensioni di una volpe. Sotto la veste abbondante si indovinavano le membra di una figura inquieta e ansimante. Ferreiras rimase sconcertato. Eishi ci disse che potevamo seguirlo, ma avrebbe affrontato i banditi da solo. Partimmo subito con l’eremita e Akira. L’armonia che conoscevamo aveva lasciato il posto al conflitto fra le facoltà umane e i sensi dell’animale, che alternativamente prendevano il controllo, provocando repentini sussulti, cambi d’umore, capitomboli, rantoli.
Camminammo per due giorni immersi nel verde, sulle tracce di sentieri che solo i nostri accompagnatori potevano riconoscere. La trasformazione procedeva inesorabile sotto i nostri occhi. La sera del terzo, quando la luna era piena, arrivammo ad una piccola casa di legno al margine di una radura: uno dei ripari dell’eremita. Akira era ormai una volpe. L’indomani, se l’incantesimo non fosse stato rotto, avrebbe completamente dimenticato la sua vita precedente. Eishi aveva portato i suoi vestiti piegati a mo’ di fagotto. Lo avremmo aspettato lì: non poteva mettere in pericolo la nostra vita. Quando fu il momento della separazione, Akira si oppose con acuti guaiti: era ancora umano, in fondo. Il guerriero riuscì a calmarlo parlandogli dolcemente, gli legò una corda al collo e lo assicurò nella capanna, tremante. Ci chiese di liberarlo, se non fosse tornato.
Eravamo soli. Nel caso peggiore, saremmo dovuti tornare a Nagasaki senza una scorta. Trascorremmo alcune ore attorno al fuoco fuori dalla capanna, noi in preghiera, l’eremita in meditazione, rivolgendo i nostri animi al successo del samurai. Alla fine ci addormentammo.
Fummo svegliati dall’eremita. Ci invitò all’interno con gesti concitati. La visione che ci accolse ci lasciò stupefatti. I raggi della luna si posavano sulla pelle di Akira, rivelandoci senza pudore le sue ritrovate sembianze. Dormiva su un fianco, le gambe rannicchiate, la testa abbandonata su un braccio disteso, dando la schiena al muro, la corda ancora al collo, dove prima una volpe giaceva avvolta nella coda. Lo coprii per sottrarre quella vista agli occhi di Ferreiras, che rimase paralizzato sulla porta con la bocca spalancata. Lasciai scoperta solo la testa. I capelli, tagliati a caschetto, cadevano sul volto. Erano tornati neri e lucidi nei riflessi argentati del plenilunio. Non avevamo dubbi: il samurai era riuscito nell’impresa. Ci sedemmo accanto al fuoco ad aspettare il suo ritorno.

Era ancora notte quando tornò. Portava i segni della battaglia. Si appoggiava alla katana chiusa nella custodia e le sue vesti erano insanguinate in più punti. Sembrava al limite. Quando fu sulla porta della capanna, si accasciò a terra. Akira si svegliò e, nel vederlo morente, abbandonò ogni contegno, liberando il dolore improvviso in un pianto straziante, gettandogli le braccia al collo, supplicandolo di vivere e promettendo che lo avrebbe seguito ovunque, anche nella morte.
Dopo che si riebbe, si rivestì e passò l’intera notte accanto al samurai.
Eishi, a tratti cosciente, disse che aveva ucciso tutti i banditi e lo stregone. Ci chiese di riferirlo a Nagasaki, se non fosse riuscito egli stesso.
Il giorno dopo l’eremita medicò le ferite mentre Ferreiras e io costruivamo una barella per portarlo al villaggio. Fu accolto con gli onori di un eroe e allo stesso tempo con il dolore riservato a un caro amico.
L’eremita aveva lasciato istruzioni su come curarlo e disse che non si sarebbe allontanato. Akira cessò qualsiasi attività. Trascorreva tutto il tempo in casa al capezzale dell’amato, cambiando le bende e spargendo unguenti misteriosi sulle ferite. Da fuori potevamo sentire i suoi sussurri quando lo confortava, lo esortava a bere un brodo o cantava per lui delle melodie che non sapremmo ripetere. Usciva solo per procurarsi del cibo offerto dagli abitanti e per lavare le bende al ruscello.
La mattina del terzo giorno, sull’uscio di casa, chiese di poter parlare con gli abitanti del villaggio. Era pallido e teneva la testa bassa. Con un filo di voce chiese che venisse chiamato l’eremita. Poi rientrò, dicendo che nessuno avrebbe dovuto disturbarli. Non sentimmo più sussurri, né canti, né più uscì a procurarsi da mangiare o a lavare le bende.
L’eremita venne e visitò Eishi a porte serrate. Poi si precipitò nella foresta e tornò con una cesta piena di erbe. Si chiuse nella casa, dove rimase l’intero giorno. A notte inoltrata uscì di nuovo, serio. Disse che aveva fatto ciò che poteva e che sarebbe tornato nella foresta. Non restava che pregare. Akira fu più volte udito singhiozzare.
Due giorni dopo, nel tardo pomeriggio, uscì di nuovo. Questa volta il suo viso era deturpato da nere borse sotto gli occhi arrossati e non sembrava del tutto lucido. Parlava a fatica con un tono a tratti rauco, a tratti come strangolato. Eishi stava migliorando ma aveva ancora bisogno dell’eremita. Per l’ultima volta, diceva, poi si sarebbe ripreso.
L’eremita arrivò durante la notte. Bussò. Chiamò. Nessuna risposta.
Entrò. Il corpo senza vita del samurai giaceva composto, vestito da cerimonia, circondato da fiori, le mani stringevano al petto la katana.
L’incarnato pallido del collo era solcato su un lato da una ferita scura che si insinuava sotto l’abito. Di Akira nessuna traccia. Fu cercato nei dintorni per giorni, in ogni capanna, in ogni anfratto del bosco. Poi ai piedi di ogni dirupo e nelle anse di ogni fiume. Si mandarono richieste di aiuto ai villaggi vicini, invano. Alla fine fu dato per disperso.
Tornammo a Nagasaki accompagnati da due contadini. Il governatore, ascoltata la storia, ci trattenne nei nostri alloggi, sorvegliati da guardie armate. Mandò una commissione al villaggio, per verificare come fosse morto uno dei suoi guerrieri più valorosi. Dopo pochi giorni fummo liberati. Non ci fu chiesto se volessimo rivedere alcuni aspetti del nostro racconto, né ci fu riferito quello che la commissione aveva appreso durante le indagini. Eishi ebbe l’onore di una lapide nel palazzo e, ci dissero, una più umile al villaggio, accanto a quella per Akira.
Il nostro viaggio per il Giappone poté proseguire. Mesi dopo ci imbattemmo in una processione di monaci. Ci spostammo sul lato della strada fra i campi per cedere loro il passaggio. Indossavano semplici vesti bianche e blu lunghe fino ai piedi e dalle larghe maniche le mani reggevano all’altezza del petto un piccolo oggetto, apparentemente una coppa di legno vuota. Erano completamente rasati eccetto per una lunga treccia nera che pendeva da dietro la testa. Ad un tratto Ferreiras cadde in preda all’agitazione e attirò la mia attenzione verso uno di essi.
I lineamenti erano quelli di Akira, ma invecchiati, come provati dallo strazio. Non diede segno di essersi accorto di noi: come sempre accade in Giappone, la cerimonia richiedeva la massima dedizione. Quando fu abbastanza vicino, trasalimmo per un particolare. Ci guardammo e annuimmo assieme. Sì, avevamo visto bene: quello era davvero Akira.
Riconoscemmo il segno che la maledizione gli aveva lasciato e che non avevamo potuto fino ad ora notare, perché nascosto dai folti capelli. La treccia non era nera, ma fulva come la pelliccia di una volpe.

 

Davide Zamborlin, nato a Milano nel 1980, laureato in fisica, impiegato. Appassionato di cinema, letteratura, musica. Dice di sé: “Sono onnivoro, guardo, leggo e ascolto di tutto, purché catturi la mia attenzione. Tendo a preferire generi considerati di nicchia come fantasy, fantascienza e horror. Scrittore dilettante, per divertimento”.

C’è un cinghiale nell’orto

 

recensione di Silvia Eleonora Longo

Mettersi “in cerca di frasi vere”, quando è la verità quella che si racconta, è forse una delle sfide più difficili per lo scrittore. Il racconto autobiografico è un percorso a ostacoli pieno di tranelli. La verità è sotto certi aspetti una rinuncia. Scegliere di attenersi ai fatti è come un voto di castità: non poter manipolare il racconto impedisce di architettare liberamente, rende più angusti gli spazi entro cui muoversi, più limitati gli strumenti di cui avvalersi. La complessità del mondo interiore – proprio e degli altri -, l’estrema vicinanza da cui osserviamo chi amiamo, l’estrema distanza di chi ci è sconosciuto, la contraddittorietà con cui gli eventi ci si parano davanti uno dopo l’altro, sono scogli impervi per la coerenza interna e la forza di una storia narrata. La sfida diventa ancora più estrema, quando al centro del racconto c’è un’esperienza dislocante come quella della malattia. La vicinanza alla morte ci trasforma in vittime, e le vittime perdono spesso la parola.

Anna Chisari si è sempre descritta come una persona poco ardita. Eppure, quando l’inevitabile si è presentato alla sua porta con il nome beffardo di non Hodgkin, ha preso coraggio e penna in mano e ha raccolto ogni sfida possibile: quella di curarsi, di sopravvivere; quella di continuare a vivere, di restare se stessa; e quella di raccontare su carta e attraverso un diario fotografico il percorso della malattia e della guarigione, con una lucidità che, in situazioni analoghe, è mancata persino a menti affilate come quella di Susan Sontag.

Per essere coraggiosi serve un cuore grande, e ad Anna non è mai mancato. Quello che fa del suo C’è un cinghiale nell’orto (101 pagine per le Edizioni del Gattaccio) un piccolo gioiello da leggere tutto d’un fiato, è la profondità di campo di cui sono capaci i suoi acuti occhi verde mare. Anche quando la vita resta appesa a “un complicato sistema di tubicini, raccordi e rubinetti”, Anna non si ripiega su se stessa, ma continua piuttosto a fare quello che ha sempre fatto: puntare il suo sguardo sagace sull’umanità che la circonda, e scrutarne l’anima attraverso la lente della malinconia del presente. Cifra percettiva, questa, conforme a chi, non potendo contenere tutta intera l’emozione dell’amore per l’Altro, deve correre sempre un po’ avanti per trasformare il presente in assente, così da poterne tollerare la bellezza. La sua scrittura passa leggera e veloce su tutto ciò che è dentro: malattia, disperazione attonita di fronte alla morte degli altri (che pur continuano a morire anche mentre siamo noi che ce ne stiamo andando!), delizia e tormento dell’amore, quello vero, quello per la vita, che arriva sarcastico proprio quando la vita ci ha buttato gambe all’aria. Al centro del racconto resta, invece, l’Altro. A popolare queste pagine è una galleria fantasmagorica di infermiere appassionate e amanti della motocicletta, giovani medici hipster barbuti e timidi, compagni di corsia patiti di Sanremo o delle creme per il corpo, madri che alla bisogna preparano acqua ugghiuta ca addauru contro il mal di pancia, e la famiglia elettiva, soprattutto: gli amici, gli amori di ieri e quelli di oggi, quelli che scappano, che non reggono il confronto con la malattia, e quelli che restano, a litigare con i medici in eccessi iperprotettivi o a piantare un orto, per mettere in scena la vita che rinasce, dentro e fuori, e aiutarla a farsi forte.

Questo piccolo libro non è un libro sulla malattia, e nemmeno sulla guarigione. È piuttosto un libro sulla cura, quella solerte e premurosa attività dell’animo e del corpo che si esprime attraverso la costanza delle amicizie di una vita come attraverso la fuggevolezza di uno sguardo e una parola scambiati in una corsia di ospedale. E che ci tiene in vita, indistintamente, tutti.

ANNA CHISARI: Nasce in Sicilia il 22 dicembre del 1962. La Sicilia nera della lava in un paese a scacchiera che si chiama Belpasso.
Da trent’anni vive a Milano, è giornalista e blogger, scrivicchia e scrivacchia da quando aveva cinque anni. La comunicazione è il suo mestiere: è stata copy di jingle, ha diretto per dieci anni la testata Milano Mese, ha lavorato per Notturnover, trasmissione notturna di Radio Popolare.
Il papà la voleva avvocato, la mamma sposa felice. Lei ha scontentato tutti e si è trovata un posto al Comune di Milano dove ora cerca di comunicare cultura con i social.
Ha scoperto di avere un linfoma non Hodgkin nel 2015. Non è stata felice di scoprirlo ma si è rimboccata le maniche.
Ha già pubblicato un libro per i tipi di VandA epublshing.

La verità rimossa

Vincenzo Sciascia è nato e cresciuto in Sicilia, a Racalmuto, paese che ha dato i natali a Leonardo Sciascia. Studia Giurisprudenza a Milano, dove rimane in seguito lavorando a Palazzo di Giustizia. Riscontri nella narrativa: terzo classificato al Premio letterario Centro Culturale Antonianum nel 2013, finalista al Premio città di Como nel 2014.

Un ragazzo ferito a morte durante una partita di caccia. L’incidente rivela le pieghe più oscure dei rapporti tra uomini, famiglie, padri e figli.

 

di Vincenzo Sciascia              

 

Il sole di settembre batteva forte sul chiarchiaro, penetrava nei crepacci ricoperti di muschio e fogliame, rifugio di selvaggina e uccelli notturni. Sbiancava la collina sventrata da una cava di pietra, arbusti sospesi per aria spuntavano dalla roccia. Nel terreno in piano, due alberi di fichi dai frutti scuri, soffocati da piante di sommacco. Sul costone dirimpetto, gli occhi di due giovani erano fissi sulle fessure del chiarchiaro; da quella tana doveva uscire la preda. Il silenzio durava da più di un’ora e non si vedeva né il coniglio né il furetto. Nel labirinto delle gallerie della collina, la piccola bestia doveva aver perso la strada. Bisognava aspettare. Era un furetto esperto, non potevano rinunciarvi: la caccia si era aperta da poco. Uno dei due fece segno al compagno andare giù nella conca, qualcosa si era mosso fra i fili d’erba davanti alla tana dove avevano infilato il furetto. L’altro scese nel vallone fra i sommacchi che rinfrescavano l’aria, con passo calmo. Un colpo secco squarciò l’aria, e l’eco della conca lo fece rimbombare nella campagna come tanti colpi sparati uno dopo l’altro. Sotto, il giovane si accasciò a terra: il corpo supino, il viso al sole, il braccio e la mano tesa verso l’altro.

“Angelo, Angelo!” gridò dall’alto il compagno. Scendeva tirandosi con le mani i capelli neri, a precipizio. Appena fu vicino urlò: “Cosa ho fatto!” Rimase immobile a guardare il corpo del cugino: il viso sereno, il naso e la mascella forti, i biondi capelli arruffati fra gli steli arsi dalla calura, le labbra ancora rosse. Sotto il sole di settembre il giovane giaceva a terra. Preso dal panico, il cugino si precipitò dalla collina in direzione del paese, non lontano si intravedeva la chiesa del Carmelo. Quel giorno era stato lui a invitare Angelo alla battuta di caccia: una passeggiata, gli aveva detto, per vedere se c’erano tanti conigli come qualcuno aveva raccontato, la sera prima. Arrivò sconvolto e come un pazzo si aggirava fra i limoni del cortile interno della casa.

Il padre lo vide e gli andò incontro: “Che successe?” Non rispose. Come un forsennato, gli occhi rossi e lucenti, camminava a passi rapidi sbattendo il viso fra i rami e le foglie degli alberi.  Il padre lo incalzò: “Dov’è tuo cugino? Perché non hai il fucile? E i cani?” Il figlio non rispose. Continuava a tirarsi i capelli e a girare in tondo, il viso bagnato e sporco di terra; poi si fermò di colpo. Anche il tempo.

“Ammazzai mio cugino. Perché successe, Maria”, disse. Il padre si accasciò sul sedile di pietra del giardino. Ammutolì, pensando al fratello, a quel figlio avuto in tarda età. Il dolore l’avrebbe ucciso. Dall’uscio di casa la madre sentì tutto, si coprì il viso con le mani, incapace di fare un passo. Maria, che stava a significare? Pensò il padre, ma allontanò subito l’idea che si faceva strada, c’era altro da pensare. Guardava il figlio e gli sembrava di vedere il cugino. I due stavano sempre insieme; finito il lavoro, andavano in piazza a passeggiare, a divertirsi nelle botteghe di vino o nella sala da ballo di piazza Castello. Erano una cosa sola.  “Vieni, andiamo dai carabinieri” disse il padre.

Alla caserma il piantone chiese il perché della loro venuta e di corsa chiamò il maresciallo. Il padre conosceva quell’omone dai folti baffi e gli occhi indagatori. Per la sua attività di proprietario di un mulino l’aveva incontrato più di una volta, con onestà portava la divisa. E gli raccontò quel poco che sapeva.

“Veni ragazzo, portaci al posto di caccia”, disse il maresciallo, in tono calmo e fermo di chi è abituato a comandare.

Arrivarono che era quasi mezzogiorno. Sul costone, dove i giovani si erano appostati, giacevano i fucili e la cesta di vimini del furetto. Il sole cadeva a filo a piombo, e chiaro si vedeva nel vallone il corpo. Che strana posizione, pensò il maresciallo, disteso supino, il volto in su, ma sul petto non ci sono macchie di sangue, e quel braccio con la mano aperta protesa quasi a chiedere un perché? Con modi sicuri scese dal costone e si avvicinò al corpo che pareva riposare. Si accertò della morte del ragazzo. Non toccò la chiazza di sangue che si era allargata sotto la schiena. Ma sul torace non c’erano macchie, quindi era stato colpito alle spalle, e cadendo aveva preso quella posizione. Ad occhio, la distanza da lì a dove era appostato il cugino, doveva essere meno di venti metri. Un colpo sicuro.

“Raccontami com’è andata”, chiese il maresciallo. Con lo sguardo a terra il ragazzo sembrava incapace di dire parola. “Dì cosa è successo, non avere paura”, disse il padre.

“Eravamo appostati in attesa che il furetto uscisse da più di un’ora, niente. Poi mi sembrò di vedere qualcosa muoversi vicino alla tana, e feci segno ad Angelo di andare a vedere. Pensai che il furetto aveva perso i sonagli cercando i conigli, e poi… poi…  ricordo poco. Ho visto come un’ombra correre veloce, il coniglio, sparai d’istinto, ma quando la fumata svanì nell’aria, il corpo di Angelo era per terra. Cosa ho fatto”. Il maresciallo osservò la scena, ritornò sul costone, nel punto esatto da cui il giovane aveva sparato: guardò la posizione del corpo e la possibile traiettoria del colpo. Nella sua mente l’idea dell’incidente di caccia prendeva piede. Sopraggiunse il pretore, e dietro il cancelliere. Il maresciallo si appartò con lui e gli fece una ricostruzione di come pensava si fossero svolti i fatti. E’ chiaro! Un incidente di caccia: all’apertura è sempre così”.

Chiacchieravano intorno al corpo quando, dalla strada del paese, videro arrivare un carabiniere che accompagnava un piccolo uomo, il padre di Angelo. Nel vallone il ronzio dei mosconi, gli uomini aspettavano. Passo dopo passo, l’uomo si diresse dove giaceva il figlio. Il viso una maschera funebre. Vicino al corpo senza vita si fermò e da quegli occhi tagliati come fessure non scese una lacrima, mentre le labbra sussurravano parole confuse. Si inginocchiò, poggiò la testa sul petto, strinse il polso nelle sue mani. Il tempo sembrò fermarsi. Pochi minuti che ai presenti, gli occhi puntati sul piccolo uomo, sembrarono non passare. In quei minuti qualcosa si ruppe. Morto mio figlio, pensava l’uomo, chi avrebbe continuato la catena dell’esistenza, chi si sarebbe ricordato di lui, delle cose che gli aveva insegnato. La loro vita finiva lì. Nell’attesa del procuratore della Repubblica, il cancelliere preparava il verbale, quando l’uomo salì sul costone dov’erano rimasti gli arnesi di caccia. Da cacciatore guardò il fucile a terra, il suo regalo per la maggiore età del figlio, compiuta da poco. Accarezzò l’arma come se sfiorando la canna sentisse le sue mani, e poi d’istinto lo puntò in direzione della tana e guardò il mirino in fondo. Le pupille sparirono nelle strette fessure, riaprì gli occhi, guardò di nuovo la traiettoria di tiro verso la tana, ma non vide il corpo di Angelo. Incredulo, se li stropicciò, forse il sole gli faceva prendere un abbaglio. No! Angelo era fuori dalla linea del tiro di più di dieci metri. Com’era possibile? Il cugino non poteva sbagliare: era un tiratore esperto. “Attenzione là sopra, metta giù quel fucile”, disse il maresciallo. L’uomo non lo sentì. Senza posare il fucile ne abbassò la canna a terra, prese la cesta del furetto, scese dal costone e si incamminò per ritornare in paese. La luce del crepuscolo arrossava le pietre e le foglie degli alberi di sommacco erano di un rosso vivo quando discese la stradella. Con le spalle ricurve, come schiacciato da un masso camminava spinto dalla pendenza della via. I pugni serrati lungo i fianchi, le vene della fronte che pulsavano, mentre pensava e ripensava che Angelo era fuori dalla linea di tiro al coniglio. Perché ha sparato? Come può un tiratore esperto fare uno sbaglio simile?

Non si era accorto che era quasi arrivato a casa, ora si sentivano le grida delle vicine e della moglie: riconobbe quella voce guasta dal dolore. Entrò, si diresse verso il letto del figlio e ripose vicino il fucile e la cesta di vimini. Vedendolo, le donne abbracciarono la moglie e fra mille sussurri andarono via. Erano soli. L’uomo si avvicinò, e si strinsero forte. Dalla finestra entravano le voci della strada, le grida dei ragazzi richiamati al silenzio.

“Voglio vedere Angelo” disse la moglie.

“Ora non si può, ci sono i carabinieri e il pretore”.

“Come successe” gridò, tirandosi i capelli.

Il marito glieli accarezzò: “Dicono una disgrazia”.

“A caccia erano una coppia affiatata. Mai niente è successo”.

“Dicono… ma io non ci credo” disse il marito, e se ne pentì.

“Che vuoi dire?” gli occhi increduli, in attesa.

“Angelo era fuori dalla traiettoria di tiro”, e si lasciò cadere sulla sedia.

“Perché, Dio mio!” urlò la donna. La voce entrò in tutte le case della via.

Vennero i giorni del funerale, e delle condoglianze. Nel paese e tutti parteciparono, anche il cugino. Ma l’uomo non gli strinse la mano, da quelle fessure profonde lo guardò con occhi d’odio. Nel tempo che seguì il padre ripensò all’ultimo periodo della vita del figlio, dove e in compagnia di chi l’aveva visto. E un’immagine ritornava frequente: i cugini alla sala da ballo di piazza Castello e gli occhi maliziosi di cerbiatta di una ragazza fra i due. No! Non si può…. per una donna. Come il padre dell’assassino, capì, e da allora non lo guardò con odio, ma con occhi di pietà, quella che alcuni sentono nel vedere le miserie della vita. Tutto il paese accettò la versione dell’incidente, ma i cacciatori – e quasi tutti in paese praticavano la caccia – erano certi del contrario perché non si può mirare e colpire un bersaglio fuori tiro o scambiare un uomo per un coniglio. Il padre non parlò, non disse ai carabinieri che non poteva essere un incidente. I parenti glielo avevano chiesto per il buon nome della famiglia, anche la moglie: “Mio figlio è morto, nessuno me lo darà. Solo di lui ho desio”.

Il marito acconsentì, ma era un uomo e quella verità, da tutti accettata, non gli andava giù. Dalla morte del figlio decise che come non aveva parlato davanti ai carabinieri, non avrebbe parlato più con nessuno, neanche con la moglie. Gli altri dovevano sapere che lui non ci stava. E così fu. Dopo il lavoro nei campi e la cena, si sedeva al balcone a guardare le colline che circondavano il paese, il tramonto del sole fra i due cipressi e il volo bizzarro dei pipistrelli su e giù per la via. Ma i suoi pensieri erano altrove, in compagnia del figlio, e giorno dopo giorno ne ripercorreva la vita. Da quando era nato, ai primi passi, al precipitarsi per la strada in discesa, al sudore sul viso e nei capelli ricciuti. Un’altra sera, ragazzo a dieci anni era voluto andare ad aiutarlo al tempo della mietitura, e i capelli si confondevano con il frumento. Si ricordò di un detto che il padre ripeteva: “e lu cuccu ci dissi a li cuccuotti a lu chiarchiaru ni videmmu tuttti“. E il cucco disse ai suoi piccoli, al chiarchiaro ci rivedremo tutti. Anche lui sarebbe andato a finire nel chiarchiaro. E un sorriso luccicò fra le fessure degli occhi.

Aspirapolveri

Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Scrive per diversi siti Internet e cura il blog andreiaway.it. Ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada, edizioni Sensibili alle foglie.

Il giovane protagonista da due anni si sente al riparo: lavora in un piccola azienda dove nessuno conosce il suo passato di tossicodipendente, un passato che ritiene essersi lasciato definitivamente alle spalle. Finché in reparto entra una ragazza del suo vecchio giro… Dello stesso autore artedelnarrare.com ha pubblicato anche Il viaggiatore.

 

di Andrea Genzone

 

L’aggancio me l’avevano trovato quelli della comunità San Genesio e si erano raccomandati di non raccontare a nessuno del mio passato: “Devi ricominciare da capo,” aveva detto il direttore, “pagina nuova.” E con lo stupore di tutti avevo resistito: ormai erano due anni buoni che lavoravo per quella ditta di assemblaggi. “Passato il primo periodo, poi è tutto in discesa” dicevano gli educatori. Ed era vero: quella routine fatta di sveglie prima dell’alba, duro lavoro e rientro in comunità per la cena mi teneva sul binario. Avevo i miei momenti no – vertigini improvvise e i soliti pensieri ossessivi – ma c’era sempre qualcosa da fare per distrarre la mente. Sia la comunità che la ditta erano in collina, a un’ora di treno da Milano, lontano dalle vecchie conoscenze e dalle vecchie storie. Anche questo aiutava.

Quel giovedì pomeriggio ero in ditta con gli altri ad assemblare aspirapolveri quando si è spalancata la porta. Una lingua d’aria gelida ha fatto il giro dell’officina, qualche spruzzo di pioggia è venuto avanti insieme a una figura imbacuccata in un giaccone verde militare. Ci siamo fermati tutti a guardare, come sempre quando entrava qualcuno. Io non ci ho badato troppo – pensavo fosse il solito fattorino – e mi sono rimesso al lavoro. Poi ho sentito la sua voce: “Posso parlare col titolare?” Era una voce di ragazza. Una voce che conoscevo. Ma prima ancora della memoria ha reagito il mio corpo: la bocca mi si è allagata di saliva e un brivido mi ha scosso dalla testa ai piedi, dalla periferia al centro e ritorno.

Silvia non mi aveva notato. L’ho guardata sfilarsi il cappuccio dalla testa e darsi una scrollata. Il suo viso non era cambiato molto, e i suoi movimenti rapidi e brevi mi ricordavano ancora quelli degli scoiattoli. Gliel’avevo anche detto, una volta. Eravamo sdraiati in un parco, a Legnano – non ricordo perché fossimo finiti in quella città, che era lontanissima dalla nostra zona – e a un certo punto abbiamo iniziato a vedere un sacco di scoiattoli sugli alberi e sul prato. “Tu eri uno scoiattolo nella tua vita precedente” le ho detto. Lei era ancora un po’ fatta e mi ha risposto che in realtà era una rondine, nella sua vita precedente. Qualche minuto dopo – io ormai non ci pensavo più – mi ha chiesto: “Perché proprio uno scoiattolo?” Quando gliel’ho spiegato, facendo l’imitazione dello scoiattolo, lei ha contratto il viso in una smorfia di indignazione. Mi si è messa a cavalcioni fingendo di picchiarmi e mi sa che poi l’abbiamo fatto, lì sul prato, con la gente attorno e tutto quanto. Non eravamo fidanzati, ma a volte queste cose capitavano, grazie a Dio. Quando il titolare è spuntato in cima alla scala Silvia è partita all’attacco. Non gli ha dato nemmeno il tempo di scendere. “Buongiorno” ha detto, con un tono così gioioso che sembrava di stare in oratorio. Tutti i ragazzi si sono fermati di nuovo e hanno iniziato a seguire la scena. “Buongiorno, dica” ha detto il capo, mentre scendeva gli scalini e cercava di capire che genere di scocciatore avesse davanti.

“Buon Natale, prima di tutto!” ha detto Silvia. “Sono venuta a farvi gli auguri a nome mio e della mia comunità.” Era parte della strategia che anche io avevo messo in pratica tante volte: mettere il malcapitato alle strette davanti a gente che lo conosce. Pur di togliersi da quell’imbarazzo le persone farebbero qualsiasi cosa, garantito. “Ha proprio una bella squadra qui, eh!” ha aggiunto Silvia. Il suo sguardo ha passato in rassegna tutti i presenti e alla fine è inciampato nella mia faccia. Una specie di spavento ha attraversato i suoi occhi da roditore, ma è stato solo un lampo che nessun altro ha colto. Ha rilanciato con un sorriso ancora più largo, si è voltata verso il titolare e ha cominciato lo spettacolo, come lo chiamavamo ai nostri tempi. Ha tirato fuori dallo zaino la mercanzia: i quaderni, le penne, i profumi… e ha raccontato la storia che un tempo raccontavamo a due voci: quella degli ex tossicodipendenti che si danno da fare a raccogliere fondi per la comunità che li ha salvati e redenti. “Per salvare chi ancora c’è dentro fino al collo, per dare a tutti una seconda possibilità. Perché se ne sono uscita io, vuol dire che anche loro ce la possono fare. Ma hanno bisogno di fiducia. Un po’ di denaro e tanta fiducia.” Dio, come facevamo a stare seri? E come faceva lei, adesso, sapendo che io ero lì a bocca aperta a guardarla? Il titolare era il tipico osso duro. Ma Silvia ci sapeva fare e con gli scettici come lui ci provava ancora più gusto. Ci si è messa d’impegno. Piano piano l’ha convinto, o meglio l’ha esasperato, cercando continuamente di coinvolgere noi operai nella giustezza della sua causa. Per un attimo ho avuto l’istinto di farle da spalla, dire qualcosa, ma non l’ho fatto. Continuavo a sentire i brividi, una specie di nausea mista a eccitazione. La bocca allagata di saliva. Il capo non le ha dato i quaranta euro del pacchetto natalizio che Silvia aveva predisposto: un quaderno, due penne, un profumo, una scatola di cerotti. Gliene ha dati solo dieci, rinunciando al profumo e ai cerotti. Lei ha provato a insistere: “Se in questo momento non li ha può chiederli in prestito ai suoi dipendenti, tanto li vede tutti i giorni, non scappa mica!” Ha guardato verso di noi, verso di me, ma ho abbassato lo sguardo e ho fatto finta di ricominciare a lavorare. Il capo ha tagliato corto. Ha recuperato da qualche parte il suo tono autoritario e ha detto: “O questi o niente, ché qui abbiamo da fare.” Ha preso il suo quaderno, le sue penne e se n’è tornato in ufficio. Silvia ha chiuso i soldi in una busta di plastica di quelle a chiusura ermetica e l’ha infilata nello zaino insieme alla roba invenduta. Poi si è portata il cappuccio alla testa e mi ha lanciato uno sguardo prima di sparire dietro la porta d’ingresso. Nei suoi occhi ho visto la stanchezza, e la solita fiamma che bruciava.

Era bastato così poco a riaccendere anche la mia, di fiamma? Basta che una persona entri da una porta per riportare tutto alla linea di partenza? Non riuscivo a smettere di tremare, mi mancava il fiato e mi sentivo la febbre. “Che cazzo c’hai?” mi ha detto Simone, mentre mi asciugavo la fronte con la manica della tuta. Quando ci ripenso, oggi che è passato un po’ di tempo, mi dico che non siamo solo corpo. Non parlo di anima o di menate spirituali. Intendo dire che io sono grande e grosso, posso abbattere un lampione a spallate, ma quel giorno è come se mi fossi sgonfiato come un pupazzo. Abbiamo qualcosa che ci tiene in piedi, qualcosa che ha a che fare con l’idea che abbiamo di noi stessi, di quanto pensiamo di meritare una vita decente.

“A posto” ho detto a Simone, battendogli la spalla con la mano sudata. Poi sono andato in bagno per cercare di calmarmi, ma mi sentivo sempre peggio. Ho bussato all’ufficio del capo e l’ho trovato che si rigirava il quaderno di Silvia tra le mani mentre parlava al telefono, credo coi carabinieri: “Una ragazza, sì,” diceva, “ha detto che era della comunità Il Gabbiano. Insomma non vorrei fosse una truffa, ecco, non è certo per i cinquanta euro che le ho dato.” Mentre diceva la cifra mi ha guardato un attimo, ha fatto un gesto con la mano come per dire: “Meglio abbondare…” Quando ha riagganciato gli ho detto che stavo male e gli ho chiesto se me ne potevo andare. Lui mi ha guardato e avrà visto un disgraziato che sudava freddo, con gli occhi arrossati e il diavolo in corpo. Ha detto: “Ragazzo, fila a casa prima che mi attacchi qualche malanno!” E si è alzato per aprire la finestra. Fuori dalla porta dell’officina sono rimasto fermo per un po’. Forse un minuto, forse di più. Mi pioveva addosso, ma non riuscivo a decidermi. Poi, lento come un malato, sono andato verso la stazione. Fradicio di pioggia sono salito sul treno in direzione Milano e su quel sedile mi sentivo debole, un soldato rimasto solo in una terra assediata dal nemico. Tre fermate, ho pensato. Tre fermate e vado dritto in comunità. Un tè caldo, due chiacchiere con l’educatore in turno e passa tutto. Il paesaggio colava sui finestrini bagnati. Fuori il solito inverno asfissiante: macchine in coda e passanti sui marciapiedi che affrettavano il passo sotto agli ombrelli. Fango nei campi, sporcizia agli angoli dei davanzali. C’era un ragazzino seduto di fronte a me. Ascoltava la musica in cuffia e mi spiava. L’avrei ucciso se avessi avuto un po’ di amor proprio. Avrei gettato il suo corpo in una risaia e mi sarei infilato i suoi vestiti, il suo zaino con le scritte, il suo piercing. Avrei preso il suo posto, la sua vita, le sue innocue trasgressioni. E invece io ero l’altro, il tipo messo male sul sedile di fronte al suo. Alla prima fermata è sceso. Ricordo di aver pensato: “Di sicuro ha fatto finta di scendere e si è cercato un altro posto.” A sostituirlo è arrivata una donna obesa che parlava in spagnolo nell’auricolare. Rideva, raccontava qualcosa a voce alta, ma quando si è accorta che la stavo guardando ha abbassato la voce. Ha smesso di sorridere. Forse ha detto: “Scusa, c’è un tipo strano di fronte a me.” Se fossi stato quello dall’altra parte del telefono le avrei detto: “Cambia posto, non ti fidare.” Alla fermata successiva stessa storia. È arrivato un tale con la ventiquattro ore, i polsini candidi che spuntavano dal giaccone. Ha aperto il giornale sulle gambe ma fissava il vuoto. Poteva essere mio padre, assorto a pensare alle grane lasciate in ufficio e, forse, ogni tanto, a quelle di suo figlio. Alla mia fermata non sono sceso dal treno. La versione ufficiale, quella che racconto a me stesso e agli altri, è che mi sono distratto, che non mi sono accorto. La verità è una e semplice: sono rimasto inchiodato a quel sedile mentre il treno ripartiva. Mio padre non se n’è andato, è rimasto lì col suo giornale e il suo vuoto davanti agli occhi. Nemmeno si era accorto che c’era qualcuno seduto di fronte a lui. Che poteva essere suo figlio, che gli gocciolava acqua sulla ventiquattro ore. “Se mi guarda scendo” ho pensato. I miei soliti giochini subdoli. Non mi ha guardato nemmeno quando si è alzato per andarsene, e ormai eravamo dentro Milano. Mentre si chinava per prendere la ventiquattro ore sentivo che dovevo fare qualcosa per attirare la sua attenzione, che se non l’avessi fatto sarebbe stato troppo tardi. Gli ho afferrato il polso, senza stringere: “Scusi” ho detto. L’uomo mi ha guardato, ha allontanato la valigetta con uno scatto. “Sa che ore sono?” ho chiesto. Alla fine sono sceso a Rogoredo, non proprio una fermata a caso. Silvia era lì, dove mi aspettavo di trovarla, e con lei c’era anche tutto il resto. Certe cose non cambiano mai. Quel giorno ho mandato tutto all’aria, e non era la prima volta. “Ma spero tanto sia stata l’ultima” ho detto al direttore quando sono rientrato in comunità, due giorni dopo. Non so nemmeno io se è la verità.

Ora sono di nuovo alla San Genesio, da tre mesi. Il direttore dice: “Scrivere fa bene, guarisce e aiuta a capire.” E allora scrivo, pagine e pagine come questa. Se rigo dritto, a breve potrò ricominciare a uscire. Ma non sarà facile trovare un lavoro stavolta, con la crisi che c’è in giro.

ERCOLE GUZZI, PARTIGIANO

Ignazio Cavarreta: Prima esperienza, gli scritti teatrali per burattini e marionette portati in scena dalla compagnia Teatro Laboratorio Mangiafuoco. Il lavoro di skipper non ha fermato la sua voglia di scrivere, ha fornito anzi altre idee. Uscito ora per Nutrimenti edizioni il saggio divulgativo Pirati, escursione nel mondo della pirateria dall’antichità ai giorni nostri. Oggi l’attività di skipper prosegue sul vicino lago di Como, ciò permette di dedicarsi maggiormente alla scrittura di racconti e di partecipando a raccolte collettive, tra cui Vita da single, ideata e curata dal corso di scrittura artedelnarrare.com.

di Ignazio Cavarreta

– Ohi, pronto, ciao…
– Stai guardando la tele?
– E’ accesa, ma sto lavando i piatti.
– Metti su Rai Storia, e guarda chi c’è.
– Chi c’è?
– Uno che si chiama come te.
Cerco il telecomando e senza togliermi il grembiule mi sintonizzo col mio omonimo.
– ‘Azz’! E’ lo zio, cosa ci fa in Rai?
– Non lo so. Mi sono persa via con quei programmi di storia in bianco e nero e a un certo punto è spuntato lo zio. Io guardo tutte le sere i documentari sui tedeschi, i partigiani, la guerra, mi fanno impazzire. Li consiglio anche ai miei studenti, ma dai risultati direi che guardano altro…
Mia sorella Grazia è brava ma non tace fino a che non ha spiegato tutto.
Prendo un dvd a caso. Senza staccare gli occhi dallo schermo fatico a trovare l’ingresso e il telefono mi scappa di mano.
– Cosa stai trafficando, si sente un casino!
– Niente, sto provando a registrare.
– Lascia perdere, domani ci facciamo dare una copia dallo zio, ne avrà una di sicuro, non credi?
Già, Grazia ha ragione, ma ormai il disco è scomparso nelle sua fessura e la registrazione è partita.
Don Ilario Rovenna, dice la scritta, sacerdote partigiano.
La voce è quella di un anziano a cui l’afonia ha aggiunto intensità. Vedo il sorriso buono e apprezzo le pause giuste di un abile comunicatore. Guarda disinvolto verso la telecamera, parla cercando le parole giuste e lo fa con piacere appena sfiorato dalla commozione, come sempre, ma qui in tivù non me l’aspettavo cosììì… così bello.
Alzo un poco il volume.
“…molti sono stati i religiosi schierati con i partigiani e uno di questi era Don Giuseppe Pollarolo, un sacerdote con la passione del cinema che anche in montagna, nei momenti più pericolosi, aveva con sé una piccola cinepresa e molti dei filmati sulle brigate partigiane si devono a lui. Era uno di loro, la persona più adatta per ricordare che ancora esisteva il bene e impedire che si facesse altro male in un momento dove di male ce n’era già troppo. Cercava di mitigare i sentimenti di rancore, gli eccessi di odio e talvolta di vendetta. Non sparava e non era armato ma come tutti, non si tirava indietro davanti ai pericoli della guerra civile…”
Mia sorella è ancora al telefono ma non parla più. La nostra attenzione è tutta verso la storia che lo zio sta raccontando.
“…una mattina, dovevo andare in curia vescovile e passando dalla galleria Vittorio Emanuele fui attratto da una massa di gente che guardava un grande manifesto, mi avvicinai anch’io, tanto per curiosare, e rimasi di stucco vedendo che questa grossa immagine ritraeva Don Pollarolo in mezzo a due partigiani e una scritta che diceva: “Cittadini, il vostro dovere è catturare al più presto la iena dell’Oltrepo Pavese: il prete Pollarolo” – breve pausa di Don Ilario ma sufficiente a Grazia per inserirsi.
– …l’ho conosciuto a Torino era simpatico, lo zio lo prendeva in giro perché era Juventino…
– Ma chi?
– Don Pollarolo, no? Tu non l’hai conosciuto? E’ morto una ventina di anni fa. Pensa che nel ‘68 gli studenti lo hanno preso a sberle.
– Grazia! Me lo dici dopo! Fammi sentire!
“…arrivammo a Piazzale Loreto seduti su un carro armato giusto in tempo per vedere le corde lanciate sul traliccio e poi uno ad uno i corpi appesi. Una babele di gente e di sentimenti nella quale vidi il mio compagno farsi largo deciso tra la folla per raggiungere la forca e i cadaveri dei capi fascisti. Lo seguii a fatica e passato l’ultimo cerchio del servizio d’ordine improvvisato dai partigiani capii cosa voleva fare Don Pollarolo: appesa all’ingiù con la gonna che le cadeva fin sulle spalle, la Petacci era… insomma, era nuda e la sua ultima missione da prete partigiano fu quella di cercare una spilla e insieme a me fissare la gonna in modo che finisse quella morbosa esposizione.”
Con questo ricordo dello zio e il primo piano della Petacci decorosamente coperta la trasmissione prosegue con altre voci e altre immagini.
E’ il momento di ascoltare mia sorella.
– Pronto?
– Si, ti sento, dimmi.
– Ma tu, la sapevi questa storia della Petacci nuda?
– Giurerei di no, lo zio Don non me ne ha mai parlato però, boh! Forse Lorenzo ne sa di più. L’hai sentito?
– Gli ho lasciato un messaggio prima di chiamare te.
– Adesso provo a chiamarlo e glielo chiedo, spero sia a casa. Ciao, Grazia. Ci sentiamo più tardi.
Mio fratello è in viaggio e non può vedere lo zio in TV ma può parlare.
– Tu sai niente della Petacci?
– In che senso?
– C’è lo zio don Ilario in televisione, ha appena raccontato che in Piazzale Loreto le ha coperto le gambe, le ha tirato su la gonna.
Attimo di silenzio
– Me lo ricordo sì! Me lo ricordo e mi ricordo le sculacciate!
– Non ti seguo. Lo zio ha sculacciato la…
– Ma ti pare? Le sculacciate le ho prese io, una quindicina di anni dopo: la mamma mi teneva, lo zio picchiava e io piangevo, e più urlavo più me ne davano, ero senza fiato. Ma tu non c’eri?
– E chi si ricorda? Quanti anni avevi?
– Boh, allora ero piccolo avrò avuto otto o nove anni.
– Quindi, io ne avevo meno di tre, cosa vuoi che mi ricordi? Ma perché ti hanno menato, cosa c’entra la Petacci?
– Ero un bambino e non sapevo niente. Non capivo cosa avessi detto di così grave. Era un venticinque aprile e papà mi aveva raccontato questa storia dello zio che insieme a un altro prete aveva coperto una donna che era nuda, ma io della fine di Mussolini, di Piazzale Loreto, fascismo e partigiani non capivo niente e la Petacci manco sapevo chi fosse, però, questa storia mi era rimasta impressa e alla prima volta che vidi lo zio gli chiesi se davvero aveva toccato il sedere della Petacci – scoppio a ridere e Lorenzo più di me – immaginati la scena, io tutto allegro che corro incontro allo zio; ricordo proprio di aver detto “il sedere della Petacci” e lì è partita la rappresaglia. Ma cos’è questa cosa dello zio in TV? E’ un’intervista?
– E’ un programma di Rai Storia sulla Liberazione, lo sto registrando. Ma, ti rendi conto? Voglio dire, va bene che i tempi cambiano ma lo zio Don ti ha massacrato di botte per aver detto in famiglia quello che questa sera ha appena raccontato a tutta l’Italia.
– Capirai! Tutta l’Italia. Un documentario su Rai Storia in prima serata, sai che audience! Sarete in quindici a guardare quella roba. Tu comunque registra tutto che fra poco arrivo e lo guardiamo insieme, ti va?
– Dai, passa dentro che c’è da commuoversi a vedere lo zio. Ciao.
Mi sono distratto a parlare con Lorenzo e non ho seguito la trasmissione. Il dvd registra ancora ma sullo schermo c’è il faccione di un giornalista che parla di Eleonora Duse.
Fermo tutto e ripenso allo zio… quante storie ha visto, e quante ce ne ha raccontate! La mia preferita era quella del poker ma non l’avrà certo raccontata in TV.
Celebrata da lui, la messa in latino durava dieci minuti, per questo era molto frequentata dai milanesi e raccoglieva una questua piuttosto ricca: chili di monete che Don Ilario scaricava sul tavolo di casa nostra, poi faceva le parti e le distribuiva per giocare a poker con i nipoti. Vinceva sempre lui e il montepremi tornava tutto in chiesa, ma intanto ci insegnava a giocare e ci svelava anche i trucchetti per barare.
Papà non era molto contento di vederci giocare a poker. Una sera chiese a suo fratello dove avesse imparato a giocare in quel modo. Senza alcun imbarazzo lo zio Prete tirò fuori la storia dei tedeschi. Quattro alti ufficiali che avevano l’incarico di amministrare la cassa del corpo di spedizione in Italia, arrivati a Milano dovettero lasciare il loro patrimonio agli alleati e in attesa di tornare a casa se ne stavano nascosti nello scantinato della chiesa sotto la protezione del giovane Don Ilario che, assolti gli impegni religiosi era invitato a sedersi al tavolo da gioco per una partitella a poker.
Non sapevano quale biscazziere si nascondesse sotto quelle sottane da prete e lui non fece nulla per farglielo credere. Come in un film, la stangata arrivò alla fine e in una sola mano vuotò le tasche dei tedeschi.
– Ilario! Tu sei un sacerdote – lo sconcerto di papà era evidente – hai dato i voti!
– Sì, ma ero anche partigiano, cosa dovevo fare? Lasciarli tornare in Germania con tutti quei soldi? Non potevo sapere che avevano rapinato il Credito Italiano.
– Ilario! Ci sono i bambini!
– C’era la guerra e quei soldi potevano servire…
– Ragazzi, per piacere, andate un momento in camera.
Io non volevo perdermi quella discussione tra grandi ma mio fratello ci spinse via senza aspettare un secondo. Ci venne poi raccontato che, gli ufficiali tedeschi pagarono il debito di gioco facendo un’anonima donazione alla società sportiva della parrocchia per acquistare un furgone nuovo con dodici posti. Mi sarebbe piaciuto saperne di più, ma dopo tutto, questa versione familiare mi ha sempre convinto. Ancora oggi la trovo molto romantica: la vendetta di un prete partigiano che poco tempo prima si era fatto un mese di San Vittore.
Della sua prigione non parla, non ha mai parlato. A volte penso che l’abbiano torturato e seviziato. Era l’autunno del ’44, ogni giorno decine di carcerati prendevano la via della Germania o venivano giustiziati. Pregava per restare chiuso in cella perché era il posto più sicuro, ma queste sono tutte cose che immagino io. L’ unico racconto di San Vittore uscito dalla voce di Don Ilario era che aveva conosciuto Mike Bongiorno, biondino e raffinato, era considerato un pericoloso comunista americano. Comunque sia andata, alla fine del soggiorno, a suo carico pesava solo un accusa per guida senza patente. Un miracolo o un segreto che Don Ilario non rivela a nessuno.
Mi passa per la mente l’immagine di una foto. Guardo la libreria e vado a colpo abbastanza sicuro a prendere un raccoglitore rosso con scritto “Don Ilario R miscellanea”. Ci sono lettere, riviste, immagini e un trafiletto con fotografia.

Il campanello suona. E’ Lorenzo. Insieme guardiamo l’immagine stampata in bianco e nero di un motocarro, che può sembrare grigio o verde scuro, ma noi sappiamo che è un bel rosso Guzzi perché su quel bestione, lo zio ci portava in giro per il campo da pallone. La sua mole fa impressione, da fuori sembra un piccolo camion coperto con un telone, ma si guida come una moto di grossa cilindrata e non per caso è stato chiamato “Ercole”. Sulle fiancate si legge il nome di un istituto dedicato a un sacerdote santificato di recente. Doveva servire per il trasporto di cose ma nella foto oltre allo zio seduto alla guida si vedono dei ragazzini che salgono a bordo.
Quando arrivò il momento “Ercole” venne messo al servizio della lotta antifascista. Era l’arma da guerra di Don Ilario Rovenna che su quelle tre ruote fece la sua Resistenza.
In piedi, davanti alla TV, guardiamo quello che sono riuscito a registrare.
Passato il pezzo di Piazzale Loreto si apre il capitolo delle Aquile Randagie: una storia nuova per me ma non per Lorenzo che si accorge della mia ignoranza.
– Mai sentito parlare di Aquile Randagie?
– Mai!
– Perché non hai fatto il boy scout come me. Per noi lupetti erano un mito: gli unici che non consegnarono la loro bandiera al duce.
– Secondo te lo zio Don Ilario era uno di queste aquile?
– No, non credo. Troppo anarchico per fare lo scout.
Come se ci avesse sentito, Don Rovenna risponde alla nostra domanda direttamente dagli studi Rai: “…e poi c’erano le Aquile Randagie che erano scout partigiani, io e altri religiosi e volontari facevamo parte della stessa rete.
Si chiamava Oscar, che stava per Organizzazione… “ lo zio non riesce a ricordare l’acronimo e da abile predicatore ci accompagna verso un altro scenario “…questa rete antifascista era stata voluta dal cardinale Schuster che si fidava più del basso clero che della curia milanese. Il mio compito era di trasportare profughi ebrei e ricercati antifascisti fino alle zone di confine e di là, le Aquile Randagie, li passavano in Svizzera seguendo i sentieri di montagna…“
Il telefono di Lorenzo squilla. È Grazia, la saluta e la mette in vivavoce senza dire altro.
“…di solito il viaggio cominciava con una telefonata:” Ciao Oscar, ti va di fare una passeggiata?” La protezione dei ricercati non prevedeva l’uso di armi e nessuno di noi ne faceva uso…“
– Bugia! Lo zio usava una Beretta.
Guardo mio fratello e gli chiedo: – Secondo te era, quella Beretta?
– Ci puoi giurare che era quella Beretta.

Dal telefono arriva una vocina – Cosa state dicendo? – evidentemente Grazia non si ricorda di questa storia – di quale Beretta state parlando?
Blocco la registrazione.
– Millenovecentosettantotto…
– Rapimento Moro…
– Perquisizione della Polizia… ti dice niente?
– Ahhh! Sì, mi ricordo ma io ero a scuola.
E’ vero. Di noi fratelli solo io ero a casa, la mamma piangeva, papà mi fissava per capire cosa avessi combinato ad Aldo Moro, il commissario cercava di aprire un bauletto che lo zio Don Ilario aveva lasciato in casa nostra anni prima.
– E’ di mio fratello – si azzardò a dire papà – è un sacerdote, ci saranno oggetti sacri per celebrare messa quando è in viaggio.
Questa precisazione bastò al commissario che non aveva nessuna intenzione di profanare il sacro cofanetto.
Chiamato da nostro padre, la sera stessa arrivò lo zio Don con la chiave, davanti a tutti noi aprì la serratura e tirò fuori la famosa Beretta 34.
– Ilario! – papà era furioso – Potevamo andare tutti in galera!
– Esagerato! Avrei chiarito tutto.
– E’ denunciata almeno?
– Non credo.
– Come non credo?
– La usavo al tempo di guerra…
– La guerra, è finita da trent’anni!
– Ma cosa devo denunciare? E poi sono un sacerdote, cosa mi possono fare?
– Certo che a te non ti fanno niente, tanto in prigione ci finisco io! Domani vai dai Carabinieri e gli molli giù di questa rivoltella.
– Non posso, sono un sacerdote, non sarebbe una cosa, come dire…
– Ti ricordi di essere un prete solo quando vuoi tu!
Una litigata come quella del poker ma ormai eravamo grandi e potemmo assistere a tutta la scena fino a che decisero di andare insieme a consegnare la pistola.
Sullo schermo lo zio è bloccato con una mano che sembra benedire.
Aspetta il nostro via ma Lorenzo sta ancora parlando.
– …mi ha fatto vedere il posto dove scaricava i fuggiaschi sulla riva davanti al campeggio. Da lì un barcaiolo li portava sull’altra sponda per passare in Svizzera.
In vivavoce sentiamo Grazia… secondo lei, più delle le armi, lo zio sapeva usare la sua faccia tosta.
Senza volerlo stiamo mettendo insieme un puzzle di storie diverse che ognuno di noi tre ha raccolto al volo dalla memoria di don Ilario; racconti senza retorica e “Bella Ciao”, frammenti buttati lì passando davanti a un cascinale, una chiesa o anche solo una fotografia.
Questi pensieri mi hanno allontanato dal racconto di mia sorella che ora sta dicendo le frasi di rito per concludere la telefonata. Lorenzo la saluta e anch’io le mando un ciao e un grazie. Poi, riavvio.
Lo zio è in primo piano, davanti a lui si materializza la striscia con il suo nome.
“…i religiosi non erano tutti d’accordo. Spesso si facevano falsi certificati di battesimo per gli ebrei e questo non piaceva a molti prelati. Una volta venni fermato ad un posto di blocco di miliziani. Sotto il telone trasportavo tre anziane di religione ebraica con documenti falsi e non mi feci scrupolo a dichiararmi fedele seguace di Don Calcagno. Usai parole che avevo letto e sentito dire da questo prete fascista e giornalista fanatico.
Appena ripartiti, raggiante di gioia, guardai le tre donne e mi accorsi che piangevano.
“Don Ilario, ci ha fatto tanto spaventare con quei brutti discorsi sugli ebrei.”
“Abbiamo pensato che ci avrebbe dato alle camice nere.”
“Sembrava tutto vero!”
A me scappò da ridere e finì che anche loro si lasciarono andare a una risata liberatoria.
“Sul furgone tenevo sempre un calice con le ostie, una bottiglietta di olio santo, aspersorio e crocifisso. Come non credere di fronte al Santissimo che stavamo andando al capezzale di un morente al quale portavo il conforto della comunione e dei suoi parenti. Le ostie non erano consacrate, naturalmente, ma questo lo sapevo solo io.”
– Queste storie le conosco – dice mio fratello, sorridendo compiaciuto – anche se il dubbio che siano un po’ delle balle mi rimane. Certo che a sentirle da lui in TV non c’è motivo di dubitare.
– Grande zio.
– E grande faccia tosta.
– Non capisco com’è che alla fine l’abbiano pizzicato?
È una domanda rivolta a me stesso ma un’occhiata in direzione di Lorenzo mi fa capire che lui sa la risposta e vorrebbe farmela conoscere. Prima di parlare preme lo stop e questo è segno che il racconto non sarà breve e merita tutta la mia attenzione.
– Stavamo andando a Lugano, lo zio era direttore della casa di riposo, ti ricordi?
– Certo. Mi ricordo che c’erano le suore e aveva un maggiolino verde pisello con la targa svizzera.
– Appunto! Avevo da poco fatto la patente, quindi parliamo del ’72, un bel po’ di anni fa. Lo zio Don capì che mi sarebbe piaciuto guidare e mi mollò il volante. Ero emozionato, sai? Guidare un’automobile vera, non quella dell’autoscuola. Stavo attento alla strada e intanto lui parlava. Fermi a un semaforo, mi indicò un benzinaio e si ricordò che trent’anni prima, lì intorno era tutta campagna ma quel distributore c’era già: era una pompa di benzina autarchica.
Lorenzo è bravo a imitare lo zio e sembra quasi che sia Don Ilario a parlare: – Una porcheria! Una misto di benzina e alcool fatto con l’uva rubata ai contadini. Perché in guerra, con l’alcool si faceva il vino e con l’uva si faceva la benzina, e trovarla era un’impresa.
– Ripartimmo, e per guardare il distributore di benzina, a momenti tamponavo l’auto davanti. Senza girarmi cercai di vedere se lo zio fosse preoccupato per la mia guida ma lui, tranquillo, era ancora girato a guardare il benzinaio, come si aspettasse di vedere qualcosa o qualcuno. Continuò a raccontarmi che era quasi buio e c’era gente, che il distributore sembrava aperto e decise di fare il pieno.
Come girò verso la pompa, vide la camionetta dei miliziani. Incontrare i fascisti era sempre una scocciatura e avrebbe tirato dritto volentieri ma ormai era lì e se avesse cambiato direzione sarebbe stato molto sospetto. Comunque era da solo e sull’Ercole non aveva niente di compromettente. Nessuno si sarebbe interessato a lui, tanto più che sul telone c’era la scritta dell’istituto ed era evidente che fosse un religioso. Si mise in fila ad aspettare il suo turno e spense il motore.
– Hai presente come può essere il rumore di una pistola che picchietta sul vetro della portiera? – mi chiede Lorenzo.
– Posso immaginare! Sarà più o meno come quello di un piccolo martello: secco e forte, fastidioso.
– Agghiacciante – mi disse lo zio Don Ilario guardando ancora verso il benzinaio ormai lontano – agghiacciante!
Era un tenente tedesco con l’uniforme nera.
– Tu, volevi scappare! Gli strillò in faccia come fanno i tedeschi nei film di guerra.
– Tu volevi scappare quando ci hai visti!
L’ufficiale era giovane, biondo e parlava un buon italiano ma dava del tu a un prete e questo irritava assai lo zio che capì che era inutile negare. Si presentò come Don Ilario Rovenna e ammise di aver pensato di cambiare strada perché sapeva di aver dimenticato la patente di guida in chiesa. Cercò perfino di lusingare il tenente per la prontezza con cui aveva colto la sua piccola esitazione.
– Tu volevi scappare!
– Signor Tenente…
– Perché?
– Gliel’ho detto… la patente.
– Noi non siamo la stradale.
– Rappresentate comunque l’autorità.
– E tu avuto paura dell’autorità, perché?
– Gliel’ ho detto la patente…
– Sai che senza patente non può guidare.
– Non avete detto che non siete la stradale.
– Adesso sto inventando – mi dice Lorenzo – ma era una storia più o meno così e mi ricordo bene come, dopo quasi trent’anni, allo zio ancora rodeva di non essere riuscito a far fesso quel tenentino. Niente di quello che gli raccontava lo convinceva e alla fine, quel fanatico decise di chiamare via radio il comando per avere chiarimenti. Nel frattempo, il manipolo di fascisti lo rinchiusero nel cassone del motocarro e lo tennero sotto tiro dei loro moschetti.
I chiarimenti che arrivarono dai suoi superiori non erano quelli che lo zio si aspettava. Su questo dettaglio è sempre stato una tomba, ma credo che se avesse avuto tra le mani il collo del suo direttore avrebbe stretto fino a vederlo blu. Capii che la storia che mi aveva raccontato era molto importante per lui ma io avevo troppa ansia di non fare sciocchezze alla guida e riuscii solamente a chiedergli quanto gli avevano dato di multa.
Smise di guardare verso il benzinaio, e disse, senza guardarmi: – Niente multa, ma ci fu un processo.
– Non aggiunse altro, ma facendo due più due, sono sicuro che quella volta la gita in montagna con l’Ercole finì a San Vittore.
Sul finale di questa storia Lorenzo tocca il tasto play e le immagini sullo schermo riprendono a vivere.
Scene di gioia si alternano a frammenti drammatici di linciaggi ai collaborazionisti, soprattutto donne, rasate, picchiate e svergognate.
Poi comparve di nuovo Don Ilario.
“…anche un ricordo vivo di quella gente dai diversi volti: c’era chi compativa, c’era chi gridava, chi aizzava e chi sputava, ecco… Piazzale Loreto fu un momento che non seppi mai definire nella mia vita, mi sembrava solo che l’uomo avesse perso il buon senso ma soprattutto il cuore.”

Una giornata esplosiva

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di Rinaldo Novati

Nel corso del loro viaggio in auto, mentre stavano attraversando una piccola comunità rurale, Piero aveva notato un capannone, un poco appartato dalla strada, con le pareti di mattoni rossi affrescate da grandi disegni colorati di pistole e fucili, vicino ad un centro commerciale.
Incuriosito, Piero aveva subito posteggiato la vettura coreana presa a nolo, nell’assolato parcheggio, proprio di fronte all’entrata ed entrato deciso all’interno dell’edificio.
L’aria condizionata viaggiava al massimo in quell’ambiente e quasi restava secco sulla soglia, sia per lo sbalzo di temperatura, che per lo spettacolo che ora aveva davanti agli occhi.
Su entrambe le pareti laterali, enormi rastrelliere mettevano in mostra un numero impressionante di fucili da caccia, da tiro e anche fucili mitragliatori da guerra e addirittura, in un angolo appartato, diverse mitragliatrici, sia leggere che pesanti, esposte al fianco di lanciarazzi, di piccole e medie dimensioni, con attaccati i cartellini dei prezzi e le loro caratteristiche specifiche, come calibro, volume di fuoco, portata utile, peso ad arma scarica oppure con i caricatori inseriti, eccetera. Collocati nel centro del locale vi erano degli enormi banconi affiancati, che sotto pesanti cristalli antiproiettile, mostravano centinaia e centinaia di pistole di tutti i tipi e di tutti i tempi, da quelle dei pirati ad acciarino, alle Colt calibro 45, famose nel mondo perché esibite in tutti i film western a delle ultramoderne pistole mitragliatrici. Erano esposte tutte le marche e modelli presenti sul mercato, in un numero infinito di esemplari, tutte collocate una fianco all’altra e distinte per costruttore e modello, appoggiate sui diversi ripiani piani delle bacheche corazzate.
Piero, con il respiro sospeso, si guardava intorno incredulo, con la netta sensazione di essere entrato nell’ armeria di una base militare oppure sul set di un film di Hollywood, in uno dei tanti action-movie americani. Passava incredulo in mezzo agli espositori e non riusciva a credere ai propri occhi per la varietà di armi in mostra e nemmeno a pronunciare una parola di risposta alle insistenze della sua compagna Matilde, che dopo un quarto d’ora di permanenza e di passeggio avanti e indietro nel capannone, era annoiata al massimo grado e insisteva per uscire e riprendere il loro viaggio.
“Stai scherzando vero? Sono arrivato nel paradiso terrestre per uno come me, abituato a vedere queste armi solo nelle riviste e tu… sul più bello mi chiedi di risvegliarmi dal mio sogno e andarmene?!”, aveva ribattuto seccamente Piero, affascinato da quella incredibile esposizione di armi e dove non riusciva a concentrarsi su nessuna in particolare, tanta era la sua emozione davanti alle dimensioni dell’armeria.
Un commesso, un ragazzone biondo dai capelli tagliati corti a spazzola, ben palestrato e dotato di una grossa pistola automatica appesa al fianco, li aveva intercettati e chiesto se poteva essere utile.
Portava un alto cinturone di cuoio dove, esposte in bell’ordine, vi era una bomboletta con lo spray al peperoncino, un paio di manette, due caricatori di ricambio della pistola, una pila, una pistola elettrica, oltre alla solita ed indispensabile rice-trasmittente, con l’auricolare inserito nell’orecchio destro.
“Pronto a tutto” aveva pensato Piero “gli manca solo la maschera antigas, l’elmetto e questo può andare anche in trincea!”. Aveva risposto immediatamente: “Sì, grazie…, per favore vorrei vedere una pistola automatica modello Beretta 92, quella in dotazione alla polizia e carabinieri italiani e una Glock 17, quella invece usata della polizia tedesca e a quella americana”. La sua curiosità nasceva dai confronti armati che le aveva viste in azione e contrapposte in mille sparatorie in tv o al cinema e ora voleva, se possibile, vederle da vicino. Senza alcuna esitazione il commesso aveva chiesto di vedere un documento identificatore e dopo un’occhiata distratta alla sua patente italiana, aveva aperto la bacheca e posato davanti allo stupefatto Piero i due esemplari di pistole richieste, non senza avere prima accertato che fossero entrambe scariche.
Con fare da intenditore Piero le aveva guardate da vicino per ben esaminare i particolari, il grilletto, la sicura, i calcioli dell’impugnatura e il dispositivo di mira. A lungo le aveva soppesate con attenzione nella mano, prima l’una e poi l’altra, stendendo il braccio e atteggiandosi a tiratore esperto e mentre prendeva di mira un armadio in fondo al salone e aveva trovato la pistola italiana ben più pesante dell’altra. Con finta indifferenza, aveva chiesto se era possibile acquistarle. “Ma certo… mi lasci fare la fotocopia del suo documento di identità e mi dica come intende pagarle, in contanti o con carta di credito? Sono 1.769 dollari più tasse in totale, se vuole, questo mese, abbiamo anche una promozione per i proiettili calibro 9 x 21, compatibile per entrambe, con una confezione da 300 pezzi a solo 149,99 dollari più tasse”. Il respiro era venuto a mancare a Piero che annaspando si era voltato verso Matilde altrettanto incredula al suo fianco: “Hai sentito anche tu quello che ha detto il signore? Quello che vediamo al cinema allora è vero, chiunque può dotarsi di un’arma in questo paese, basta una fotocopia della patente e una carta di credito!”.
“Per favore, può spiegarmi le differenze tra le due armi?” aveva chiesto con insistenza Piero, incapace di contenere la sua emozione davanti allo spettacolo di se stesso, con una bella pistola in entrambe le mani che continuava a rigirare e scambiare di mano. Con pazienza, ma anche con evidente piacere, il commesso aveva allora iniziato una lunga e dotta spiegazione tecnica sui due modelli di pistola. “Vede… la Beretta è più pesante e può contenere nel suo caricatore bifilare 15 proiettili di calibro 9. Viene prodotta qui negli USA su licenza ed è risultata prima al concorso per la fornitura di pistole all’esercito, mi sembra si trattasse di un lotto di 600/700.000 pezzi da consegnare entro due anni. Ora è uscito un nuovo bando per altre 500.000 pistole da distribuire alla Marina, Aviazione, Polizia Militare ecc. e il suo concorrente più agguerrito è proprio la Glock, con il nuovo modello Type 19, che è più leggera e potente di questa che ha in mano.
Dopo aver posato le due pistole sul bancone di cristallo, con voce rotta dall’emozione Piero aveva posto una nuova domanda al commesso: “Scusi ma… se invece volessi acquistare quel fucile d’assalto alle sue spalle?”, aveva chiesto, indicando un fucile mitragliatore sulla rastrelliera.
Senza voltarsi il commesso aveva prima risposto le due pistole al loro posto nella bacheca e poi guardando la parete dietro lui aveva risposto: “ E’ il modello più recente del M1, il fucile d’assalto in dotazione al corpo dei Marines ed esistono due versioni diverse della stessa arma, lei preferisce quella nel calibro 5,56 oppure quella in calibro 7,65?” Prendendosi tra le mani il pizzetto, con fare pensieroso Piero aveva esitato qualche secondo prima di rispondere: “Quale è la differenza fra i due calibri? Sa… non vorrei sbagliare nell’acquisto!”, muovendo la testa e le mani con fare interlocutorio.
A quel punto era più che evidente al commesso che il possibile acquirente era ben lontano dall’essere un esperto del settore delle armi da fuoco e con estrema gentilezza aveva posato il fucile davanti a Piero e iniziato una lunga discettazione sui pregi di quell’arma. Piero guardava affascinato mentre al suo lato Matilde iniziava a sbuffare per tutte le spiegazioni tecniche che la stavano annoiando, ma il suo compagno era insaziabile e con la mano aveva indicato un fucilone nella rastrellerai di fianco: “Non mi
dica che quello è il famoso… ”, “Sì … è l’eccezionale Barret 50, calibro 12,7, in dotazione ai reparti speciali dell’esercito americano e divenuto un best seller mondiale dopo la sua comparsa nel film American Sniper”. Fingendosi pensieroso, Piero era tornato a stringersi la barbetta, per poi esclamare:
“Guarda che io lo prenderei… solo… che non so si mi sta nella valigia che ho portato!”
Al bancone centrale si era intanto presentato un tipo in canottiera nera, con le braccia tatuate con serpenti e aquile sui muscolosi avambracci e un curioso ciuffo in mezzo alla testa rasata.
Era accompagnato da un grosso figuro, rasato a zero, con il tatuaggio di una svastica sulla nuca.
Avevano parlato con la ragazza della cassa, una mora dalle misure abbondanti, saltata prontamente in piedi al loro arrivo e anch’essa equipaggiata dal complesso cinturone da combattimento, in dotazione a tutti gli impiegati del capannone. Dopo un breve preambolo, il bullo aveva estratto dalla tasca posteriore dei blu jeans, un rotolo di banconote e con studiata lentezza, aveva appoggiato sul ripiano della cassa, tutti in fila, 12 biglietti di banca nuovi fiammanti da 100 dollari ciascuno. Doveva essere ben conosciuto in quel posto, non aveva infatti esibito nessun documento e la ragazza, dopo aver controllato attentamente le banconote con una speciale penna, le aveva risposte nella cassa, facendo un cenno deciso del capo alla coppia, in segno di proseguire pure oltre porta in fondo all’edificio, apertasi nel frattempo.
“Ma voi vendete armi anche a personaggi simili?” aveva chiesto Piero al commesso, dopo aver seguito con attenzione tutta la scena sin dall’inizio. Con pazienza Dan aveva spiegato che il diritto di possedere armi negli Stati Uniti è sancito dalla Costituzione e l’unica limitazione oggi consiste che non si possono portare in giro senza un apposito permesso, come era invece possibile sino ad un secolo fa.
Data la confidenza in atto, Piero aveva chiesto se era possibile testare le armi nel poligono di tiro, ma l’impiegato aveva scosso la testa: “Qui non è possibile ma, se prosegue per la statale, a tre miglia di distanza, ne trova uno piccolo, ma molto ben attrezzato”. Non aveva neanche finito di parlare che Piero ero già alla guida della macchina, lanciato verso il suo obbiettivo.
Il proprietario del poligono era una persona anziana, con un mozzicone di sigaro spento in bocca e fortemente interessato, in quel momento, ad una partita di baseball alla televisione sulla parete di fronte.
Con fare distratto, aveva chiesto un documento di identificazione e dato la consueta rapida occhiata alla patente di guida di Piero. “Non abbiamo fucili qui, troppo piccolo, però possediamo una bella collezione di pistole, scelga quella che vuole!” aveva detto senza staccare gli occhi dalla partita e indicando con la mano una teca blindata, con all’interno almeno 100 pistole diverse. “Per favore, vorrei provare la Glock 17, posso?”. L’anziano proprietario si era chinato e subito riapparso con la famosa pistola e un vassoio in cui scintillavano un numero infiniti di proiettili. “Sono 30 dollari, più le tasse per 50 proiettili, il poligono è al piano inferiore”. Aveva indicato con la mano una scala al fianco della sua postazione ed era tornato a guardare il televisore. Piero era terrorizzato, per la prima volta in vita sua aveva a disposizione una vera arma, con anche un numero infinito di colpi e per l’emozione, non sapeva più che cosa fare in quel momento. “Mi scusi… ma come si fa a caricarla?” aveva chiesto con voce tremula e con molto imbarazzo. Il vecchio canuto si era voltato scocciato verso di lui e aveva chiesto piuttosto
seccato “Ma tu… hai mai sparato?” “No” “Allora niente armi!” e in attimo aveva fatto sparire dal bancone sia la pistola che i proiettili. In quell’istante Piero si era reso conto che il suo sogno stava svanendo velocemente ma aveva avuto la forza di spirito di ribattere subito: “Ho fatto il servizio militare, ma non ho mai sparato con questo tipo di pistola, era questo che intendevo dire, mi scusi!”. Ormai decisamente irritato da tutte quelle interruzione alla visione della sua partita, con fare infastidito aveva ripreso la pistola automatica e le munizioni riposte e le aveva posate con stizza ancora una volta sul ripiano. Senza staccare gli occhi dal televisore, aveva messo di fianco anche un grande foglio di carta con il disegno di una sagoma di colore nero, con al centro diversi cerchi, un paio di cuffie e di occhiali trasparenti. Senza interrompere la visione della partita, aveva fatto un gesto con la mano eloquente, che lo invitava ad andare via e non importunarlo più. Piero si era voltato e aveva visto il terrore sul volto di Matilde, che lo guardava muta e con gli occhi spalancati, mentre lui, immobile con in mano la pistola e il vassoio dei proiettili, le cuffie sulle orecchie e gli occhiali trasparenti indietro sulla testa, la guardava a sua volta in silenzio, senza parlare, perché la gola gli si era completamente disseccata.
Con la testa aveva indicato la porta d’ingresso del sotterraneo e con la pistola aveva fatto segno di….
Poi ti spiego! Matilde si era lasciata cadere di colpo sulla poltroncina del salotto di attesa, incapace di pronunciare una sola parola davanti alla vista del compagno armato fino ai denti che le faceva cenni di rassicurazione, mentre agitava nell’aria, con poca confidenza invero, un pistolone di colore grigio scuro.
Visto che non era possibile parlare per nessuno dei due, Piero aveva imboccato con decisione la scala che scendeva nel sotterraneo, avviandosi verso il suo destino.
Vi erano una dozzina di postazioni di tiro, ciascuna con un piccolo banchetto davanti e almeno tre o quattro siti erano occupate da pistoleri, occupati a sparare senza sosta alle sagome davanti loro.
Il primo problema era sorto con il fissaggio del foglione di carta del bersaglio, dato che Piero non trovava nulla su come attaccarlo alla tavola di legno della postazione.
Si era allora rivolto ad un cow boy in transito in quel momento, con le cuffie sulla testa che, senza parlare, gli aveva indicato una pistola sparachiodi appesa vicino alla porta d’ingresso.
Dopo una serie di tentativi infruttuosi, finalmente la sagoma del bersaglio era stata affrancata alla tavola e con molta difficoltà, allontanata di qualche metro dalla postazione di tiro, nel corridoio di sua competenza. Con una terribile ansia in corpo, Piero si era quindi dedicato alla fase successiva, quella del caricamento della pistola! Dopo una serie di tentativi infruttuosi, si era deciso a richiedere aiuto a un tiratore, non avendo il coraggio di tornare dal vecchietto di sopra per chiedergli come poteva fare per caricare l’arma. Con fare scocciato, il cow boy di prima gli aveva indicato un bottone sul fianco della pistola, vicino al grilletto e una volta premuto, per incanto, il grosso caricatore bifilare era uscito dal calcio della pistola. Piero si era profuso in ringraziamenti ed era ritornato alla sua postazione di tiro con un sospiro di sollievo. Dopo cinque minuti di tentativi, non un solo proiettile era stato infilato nel caricatore e la sua disperazione era sempre più nera. Il pensiero di rinunciare a quella folle impresa appariva sempre più reale e al colmo della disperazione Piero aveva deciso di chiedere la collaborazione di qualcuno degli altri tiratori. Non voleva importunare ancora una volta il solito e quindi era andato alla postazione alla sinistra della sua ma, con enorme stupore si era trovato davanti ancora una volta la solita camicia a quadri rossi del consueto villano. Con fare decisamente scocciato, ma anche incredulo del fatto che esistesse sulla terra qualcuno incapace di caricare una pistola automatica, aveva preso in
mano il caricatore e in pochi secondi era riuscito ad infilare cinque proiettili facendo ben vedere a Piero che esisteva un invito sulla testa del supporto, dove andava infilata la pallottola, per poi farla scivolare in avanti, una dopo l’altra. Tornato alla sua postazione aveva inserito il caricatore nel calcio e sentito un click di approvazione, segno che l’operazione era andata finalmente in porto. Ricordando i vari film polizieschi, Piero aveva tirato all’indietro il carrello superiore dell’arma e sentito distintamente il rumore
della pallottola che entrava nella camera di scoppio. Era sudato fradicio, nonostante l’aria condizionata che andava al massimo, e con decisione aveva puntato la pistola sul bersaglio davanti a lui, mettendosi di traverso nella postazione, in posa, come se si apprestasse ad affrontare un duello di fine ottocento.
Con scarsa convinzione aveva premuto il grilletto, sicuro di dover ritornare dal cow boy di prima per chiedere ancora una volta spiegazioni del perché quell’arma ancora non funzionava e con la speranza che quello non si scocciasse per davvero e finisse per sparargli. Con sua sorpresa il colpo era invece esploso, rimbombando con forza sulla volta del sotterraneo, assordandolo completamente, perché nell’eccitazione del momento, aveva dimenticato di mettere le cuffie sulle orecchie.
Il rinculo della pistola era stato molto forte e lo aveva colto completamente impreparato.
Il suo polso aveva avuto una violenta torsione verso l’alto e ora dolorava e pulsava come per effetto di una slogatura. Aveva posato la pistola sul banchetto davanti a lui e si era massaggiato delicatamente il polso dolorante, con l’idea di tornare di sopra dal vecchietto e restituire il tutto.
Aveva guardato la sagoma davanti a lui e visto che il proiettile aveva fatto un bel foro, proprio vicino al centro del bersaglio. Preso dall’entusiasmo, aveva impugnato ancora una volta l’arma e tenendola con due mani, aveva schiacciato di nuovo il grilletto. Lo sparo gli era giunto attutito nella cuffia e un nuovo foro, era apparso nella sagoma, vicino a quello precedente.
Preso dall’entusiasmo aveva schiacciato in rapida successione il grilletto e in meno di un secondo tre nuovi orifizi erano apparsi, una alto, nel centro della testa e due in basso, vicino ai piedi.
Beh… per essere la prima volta… Aveva schiacciato il bottone del rilascio caricatore e aveva preso la pistola per la canna per appoggiarla sul ripiano. Con tutta la sua forza di volontà era riuscito a trattenere l’urlo di dolore per l’ustione al palmo della mano e prendendosi la testa fra le dita, si era detto a titolo di constatazione che questo, molto probabilmente non era un lavoro adatto a lui, molto meglio sfogliare un libro o cercare di scrivere un racconto, sui dolori e le pene delle umane vicissitudini.
Era rimasto in quella posizione per una decina di minuti e alla fine, con silenziosa decisione, aveva preso il caricatore e iniziato a infilare i proiettili uno ad uno. Arrivato al numero sei però, non era riuscito a progredire perché la molla di carico era sempre più forte e solo nei film si vedono i pistoleri che, con fare indifferente, e mentre scrutano le mosse del nemico, caricano le pallottole come fossero noccioline.
Stava prendendo confidenza con l’oggetto e questa volta la sequenza di tiro rapido non era andata così male e almeno tre colpi su sei avevano centrato il bersaglio.
A quel punto gli era venuta l’idea di filmarsi con il telefonino, per mostrare al figlio e agli amici che genere di avventura stava vivendo in quel momento e così condividere l’esperienza.
Aveva posizionato il telefonino sul banchetto e controllato l’inquadratura, purtroppo non ottimale per la scarsa distanza, o inquadrava la pistola, oppure lui in posa di sparo, le due cose insieme non erano possibili. Aveva trovato un compromesso, prima, con la ripresa in primo piano del suo faccione attraversato da un sorriso compiaciuto, poi, si era ritratto e avvicinato la pistola all’obbiettivo, aveva ripetutamente fatto fuoco. Nella penombra del poligono faceva molto effetto vedere le lunghe fiamme che uscivano dalla bocca della pistola e oltre al rumore dello sparo, si sentivano ben distintamente anche quello dei bossoli espulsi che cadevano a terra.
Aveva spostato allora il telefonino sull’altro lato del banchetto e ripetuta l’operazione di caricamento, con una sempre maggior sicurezza dei gesti mentre guardava compiaciuto dentro l’obbiettivo.
I colpi sulla sagoma non erano il massimo dell’efficienza e sicuramente non un monumento alla sua capacità di tiratore e allora Piero aveva avuto una brillante idea per aumentare la sua performance.
Caricata la nuovamente la pistola, con i consueti sei colpi, perché oltre non si poteva andare, altro che diciassette proiettili possibili, aveva schiacciato l’interruttore che avvicinava la sagoma del bersaglio e da poca distanza aveva fatto fuoco, crivellandola di colpi, quasi tutti al centro. Schiacciato di nuovo l’interruttore, aveva posizionato la sagoma alla massima distanza possibile nella corsia e preso in mano il telefonino, ne aveva ripreso il lento avvicinamento al banchetto di sparo. Una volta vicina a lui, con il dito Piero aveva indicato con quanta maestria e precisione il bersaglio era stato crivellato di colpi, con una granucola di fori tutti in prossimità del cuore.
Si era poi inquadrato da vicino e con voce chiara aveva impresso il seguente messaggio: “Ragazzi… Da adesso in poi… non chiamatemi più Piero, ma solo Pecos Bill!”.