NELL’ACQUA ALTA

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di Brunello Buonocore

– Com’è che si dice? Abbiamo perso una battaglia, non la guerra.
Una frase fatta, uno slogan che Riccardo pronuncia spesso, probabilmente ripetendo le parole di qualche allenatore famoso.
Ma non questa volta.
Lo abbiamo portato al pronto soccorso, dopo che è mezzo svenuto in campo a seguito di una testata tremenda contro un giocatore avversario. Con lo sguardo fisso e spento non rispondeva a nessuna domanda. “Dopo la craniata” non ha più parlato.
Mentre aspettiamo che lo infilino nel tunnel della TAC arriva un’ambulanza a sirene spiegate.
Adesso ci tocca stare qui tutto il giorno e tutta la notte, penso. E la stessa cosa di sicuro viene in mente a Daniele e a Giuseppe, che insieme a me lo hanno portato in ospedale. Ma, quando mi giro per scambiare uno sguardo di intesa, loro due sono spariti.
Li cerco, li chiamo al telefonino, ma niente… introvabili.
Subito dopo la mia attenzione viene catturata dall’ambulanza. Da quel mezzo non scende nessuno anche se si sentono urla e lamenti provenire dall’interno. Nessuno interviene, anzi regna il più assoluto disinteresse.
Allora apro io il portellone e salgo. Legato al lettino e chiaramente in preda a una crisi isterica c’è Riccardo.
Ma questo non ha senso.
Prima che riesca a radunare le idee, qualcuno chiude il portellone e l’automezzo riparte a velocità folle con la sirena urlante. La due azioni durano un secondo, forse meno.
Perdo l’equilibrio e cado ma mi rialzo subito. Penso di essere vittima di uno stupido scherzo dei miei amici. Mi sembra anche di vederli per un attimo e non sono preoccupati, anzi sorridono. Lo ammetto, in quel momento mi trovo per la prima volta a pensare che siano degli idioti e che non li vorrò mai più vedere.
Nel frattempo, anche perché non sono del tutto in me, non riesco nemmeno ad avvicinarmi a Riccardo, che intanto non la smette di urlare. L’ambulanza si impenna, finendo chissà dove. Impatto contro un qualcosa di molto duro e sgradevole rumore di lamiere. E questa volta anch’io batto la testa, ma fortunatamente non mi faccio male.
Attendo i soccorsi. Mi guardo in giro, senza scendere dall’ambulanza. Verifico di non perdere sangue dal braccio sinistro che ha sbattuto più volte all’interno dell’abitacolo. Sono poco lucido ma non impaurito.
Non sono uno che si fa prendere dal panico. Ma quando finisci in mezzo a un incidente non lo sai come reagisci. Rimango seduto, mi convinco che non dovrò aspettare tanto.
Invece dei volontari della Pubblica o della Misericordia arrivano dei poliziotti che senza apparente motivo si mettono a manganellare sia me che Riccardo.
Adesso sì che sento male e vengo assalito dai dubbi: forse non sono finito nel mezzo di uno stupido scherzo. Forse sono finito in un guaio.
Mentre ci trascinano via, urliamo come non abbiamo mai fatto.
Un colpo in testa, per fortuna di striscio, mi annebbia la vista. Per un istante vedo solo buio, poi vedo le sagome di Daniele e Giuseppe. Capisco che stanno portando via anche loro.

Non sono un uomo religioso, ma i sacramenti mi incuriosiscono. Soprattutto il battesimo. Quello cattolico non è un granché, ammettiamolo. Invece ho un’amica evangelica che mi ha mostrato il filmato della cerimonia di sua sorella, che si è convertita da adulta. Il sacerdote la butta nell’acqua di un fiume, la tiene sotto per qualche secondo e poi la riporta fuori. Intorno c’è parecchia gente: tutti piangono e ridono, le due cose insieme, poi si mettono a cantare. Sembra bello ma non so se avrei il coraggio di provare…

Ci tengono separati. In quattro stanzette minuscole.
Ogni cinque minuti entrano due energumeni che ci picchiano con i manganelli, senza criterio e senza pause, così come a loro viene voglia.
Quello che succede a me, succede anche ai miei amici. Non li sento e non li vedo, ma ne sono certo.
Oltre alle manganellate, arrivano gli schiaffi e le tirate di capelli. E così perdo il controllo e mi metto a gridare di tutto. Sono un fiume in piena. E racconto. Racconto quello che è successo al pronto soccorso.
A qualcosa serve perché c’è un cambiamento di programma. Ma solo per me, ne sono convinto. Arriva uno che sembra un capo: un uomo di dimensioni normali, per fortuna, forse un pochino più basso della media, con gli occhialini rotondi e con addosso un insopportabile profumo di acqua di colonia.
Il poliziotto buono, mi dico.
I suoi modi però non sono gentili. Non picchia ma fa male: forse non sa usare le mani ma le parole sì.
– Pezzo di merda. Che cazzo gridi? Pensi che non lo sappiamo chi sei? Chi credi di prendere per il culo?
Mi sento mentre pronuncio qualcosa, tenendomi la testa tra le mani. Ripeto in continuazione: l’ambulanza.
– Quale ambulanza, faccia di merda che non sei altro? Quale ambulanza?
Se ne va, ma torna subito. Mi mostra un tablet e sul tablet un filmato in bianco e nero.
– È questa?
Gli rispondo di sì con la testa.
– Questo di spalle sei tu? Non è vero? – mi chiede, facendo proseguire la proiezione.
– Sono io, ma faccia attenzione… ecco!
– Ecco che cosa, deficiente?!
– Deve tornare indietro…
Lo fa.
– Qui, piano… vede?
– Che cosa devo vedere? Che cosa?
– Alla guida non c’è nessuno… è impossibile… ma è così… si vede, si vede… si vede…
Lui riguarda il filmato. Molte volte. Intanto suda e l’odore dell’acqua di colonia invade la stanza.
– Non l’ho notato subito, ma, da quando mi avete portato qui, non penso ad altro… Sono sicuro. Sul lettino c’era Riccardo, il mio amico e non doveva essere lì perché stava facendo la TAC… Ma questo lasciamolo perdere. Su quell’ambulanza non c’era nessun altro… nessun infermiere, nessun portantino, nessun volontario e nessuno alla guida. Ho guardato, per un attimo, sia prima sia dopo l’incidente… non me lo sono sognato… non c’era nessuno… nessuno.
Non mi accorgo che sto urlando, ma deve essere così, perché lui cambia espressione e dà un accenno di fastidio. Ripeto la stessa parola, venti, trenta volte. Nessuno.
– Taci, stronzo! Che cosa cazzo gridi?
La smetto.
Lui mi guarda. Apre la bocca ma poi non parla. Esce, ritorna, mi guarda ancora in faccia… non dice nulla.
Se ne va lentamente. Chiude la porta, facendola sbattere.
A questo punto interviene il silenzio, per un tempo che non riesco a calcolare ma che sembra lunghissimo.
Non si sente più nulla: nessuno che grida, nessuno che piange. Nemmeno la suoneria di un telefonino, una fotocopiatrice, una porta che si apre o che si chiude… Niente.

Non sono capace di nuotare, ma mi piace molto andare al mare. Non sono capace di nuotare, ma di galleggiare sì. Non mi avventuro al largo. Mi fermo quando rischio di non toccare, quando il mare diventa alto. Mi spingo fino al limite. Fino a quando l’acqua mi arriva al naso e alle orecchie. Lì, in piedi, guardo l’orizzonte, rimanendo fermo a volte per un tempo imprecisato: i rumori si attenuano e la mia vista si appanna.

Adesso siamo tutti e quattro nella stessa stanza. Non è la camera degli interrogatori. È lo studio dell’uomo profumato.
– Ispettore, ispettore… posso chiedere una cosa? – esordisce Giuseppe.
– Non sono ispettore, sono vice ispettore – chiarisce come se il particolare fosse di fondamentale importanza – e mi chiamo Marino. Di cognome, non di nome. E voi chi cazzo siete? Cioè chi siete veramente?
Giuseppe si ripropone malissimo: – Stia attento… Guardi che parleremo solo in presenza del nostro avvocato.
– Lei non sembrava così… così risoluto poco fa, signor Anselmi.
Giuseppe rimane in silenzio.
– L’abbiamo registrata, lo sa?
Giuseppe rimane in silenzio.
– Ascolti! – e fa partire un registratore.
– Ho capito, ho capito, ho capito. È per le molotov, vero? – Pausa. – Alla manifestazione a Milano, quindici giorni fa. Ma non ero l’unico… Ne ho lanciate due, va bene… Ma non ho colpito nessuno.
Il vice ispettore spegne il registratore, guarda fisso negli occhi Giuseppe. E riprende:
– Non ha colpito nessuno, signor Anselmi? E come fa a saperlo? E non era la prima volta, vero?! – apre un fascicolo davanti a sé e controlla, o fa finta di controllare. Poi aggiunge – No, non era la prima volta…
Guarda ancora Giuseppe, che invece non alza lo sguardo, e aggiunge:
– Per adesso, Anselmi, l’avvocato… lasciamolo perdere.
Il poliziotto sposta l’attenzione su Riccardo:
– Come va, dottor Miserotti? Fa ancora male la testa? Ci vede bene?
Riccardo cerca di non dare a vedere di essere agitato. Ma lo conosco a sufficienza per sapere che è così. Lui, che non suda mai, ha la fronte bagnata.
– Devo ancora fare la TAC, ma non credo ci sia nulla di grave.
– Tranquillo. Tra poco avrà la sua TAC, contento? Così ci leviamo il pensiero… Non vuole chiamare l’avvocato anche lei, vero?
– No. Voglio solo andarmene.
– Lei mi piace, Miserotti. Le cose hanno un inizio e una fine. E dopo un po’ appartengono al passato… vero? È meglio metterci una pietra sopra… È meglio dimenticare… Guardi, ho qui il suo fascicolo ma non voglio nemmeno aprirlo. Che cosa potrei trovarci? Niente! Niente?
Riccardo non risponde.
– Forse qualcosa di strano, però… Che so, una querela per appropriazione indebita, una storia di tanti anni fa… Ma forse non c’è più, forse sua zia l’ha fatta sparire…
Guardo Riccardo che adesso sembra molto preoccupato. So che si vergogna di questa faccenda e che ne ha parlato solo a me. Sicuramente gli dà fastidio che anche gli altri amici ora la conoscano.
– A volte fa comodo avere una zia che lavora in tribunale, vero? Fa comodo, già…
Il vice ispettore tira un lungo sospiro.
– Veniamo a lei, Pignataro. Signor Daniele Pignataro… E qui il fascicolo lo voglio proprio aprire, perché c’è una bella indagine in corso, vero?
Daniele guarda il soffitto.
Il vice ispettore insiste:
– Vero?
– Vero – risponde il mio amico, sottovoce.
– Se ne stanno occupando i carabinieri e sono parecchio incazzati con lei… Questa Ferrari Lucia anzi Lucia Paola… le ha fatto una bella denuncia per stalking. – finge di leggere, poi rialza la testa e lo guarda, senza incontrare i suoi occhi.
– Siccome c’era stata una volta, doveva starci ancora… era questo il tono delle telefonate e dei messaggi. E ci sono pure i pedinamenti. Allora Pignataro mi dica, a chi crederà il giudice? A lei che racconterà di essere stato portato in questura e picchiato selvaggiamente… o a noi poliziotti integerrimi? Che, tre contro uno, giuriamo di non averle torto un capello? Vuole davvero chiamare l’avvocato?
– No – risponde ancora Daniele, stavolta con un tono più deciso.
Adesso tocca a me, penso. E invece no. Il vice ispettore Marino si alza, assume un tono piuttosto solenne e dichiara:
– Statemi a sentire, ragazzi… non siete voi quelli che cerchiamo. Siete degli stronzi, dei comunissimi stronzi, ma non avete fatto nulla di particolare. Ci siamo sbagliati. Mi dispiace. Sono cose che succedono.
– Fa un altro lungo sospiro. – Potete andare. No, anzi… adesso vi faccio accompagnare per una controllatina, come promesso… però cambiamo ospedale.
Alza il telefono.
– Ascolta Rosario, devi accompagnarli alla clinica Sant’Anna. Sì, tutti e quattro. Tranquillo adesso avviso io. E trattali bene che sono ragazzi bravi… perbene.
Ride.

Ci siamo rivisti dopo un mese per una birra e ne abbiamo parlato, ma poco. Riccardo ci ha ricordato che abbiamo perso una battaglia, non la guerra, e Giuseppe ha rinforzato sostenendo che quel giorno nonostante tutto non siamo usciti sconfitti dalla questura. Nessuno mi ha chiesto se davvero non ho il minimo “precedente”, diciamo così.
Ho detto qualche scemenza ma ho parlato poco. C’era molta confusione e non ho capito tutte le battute dei miei amici. Ma ho osservato con cura i loro volti e li ho trovati strani. Hanno le occhiaie profonde, tipiche di chi dorme poco e sembrano invecchiati di dieci anni. Non mi è sembrato il caso di aggiornarli sul fatto che ho rivisto il vice ispettore Marino, lo sbirro profumato, come lo abbiamo soprannominato.
È successo ieri e so che non è stata una combinazione fortuita.
– Che cosa ci fa, qui, ingegner Polizzi?.
– Ho un invito per una prova gratuita di watsu, lo shiatsu in acqua.
– Lo so che cos’è il watsu… Io invece ho accompagnato mia moglie a un corso preparto, sempre in acqua.
– Ha un bimbo in arrivo?! Congratulazioni.
– Una femmina purtroppo. Io volevo il maschio. Vabbè.
Pausa.
– Niente di nuovo, Polizzi?
– Niente.
– Nessun contatto?
– E con chi?
– Lei è un ingegnere… lo sa come si fa a far funzionare un auto tramite un telecomando.
– Sì, lo so. Ma non ne sarei capace, non è tanto semplice.
– È vero.
– E allora?
– Sono sicuro che la verranno a cercare.
– Verranno? Ma chi? Di chi parla?
– Se lo sapessi, li avrei già arrestati. Ma non è facile. Sono in gamba… Hanno rubato un’ambulanza e ci hanno messo dentro il suo amico, senza che nessuno se ne accorgesse. Poi l’hanno fatta correre senza autista in mezzo alla città a 180 all’ora. E quando hanno voluto l’hanno fatta schiantare. Potevano dirigerla dove pareva a loro. Sono persone capaci… non dico che sappiano far ricrescere le gambe e le braccia agli amputati o ridare la vista ai ciechi, ma… Ci sanno fare.
– E io che c’entro?
– Nulla. Però mi sono fatto la convinzione che quella sceneggiata all’ospedale non sia stata un avvertimento, un’esibizione di forza… ma qualcos’altro.
– Si spieghi meglio.
– Sembra assurdo ma credo che sia stato un tentativo di reclutamento.
– E io che cosa c’entro?
– Lei c’entra, Polizzi. Eccome.
Non dico nulla ma da come lo guardo si sente in dovere di proseguire.
– Forse mi sto sbagliando. Però…
– Però…?
– Lei ha aperto la portiera dell’ambulanza, se lo ricorda?!
– E allora?
– Allora lei è uno che decide, che prende l’iniziativa… E un’altra cosa: lei ha buoni, buonissimi motivi per avercela con la polizia. E per volersi vendicare. Vedrà che la contatteranno. Ma non si metta con loro, Polizzi… sono peggio di noi, sa?
Mi guarda negli occhi per un secondo, poi prosegue:
– D’accordo, glielo dico. Credo che siano degli ex poliziotti… Sono pericolosi… Se si fanno sentire, mi chiami. Per favore… per favore.
Mi ha allungato un biglietto da visita dove non c’è scritto nessun nome ma solo un numero, un cartoncino che profuma maledettamente di acqua di colonia. E se n’è andato.

Da quel pomeriggio i miei problemi di insonnia sono diminuiti. È come se li avessi regalati a Riccardo, Daniele e Giuseppe. Ogni tanto però arriva un incubo, sempre lo stesso.

Sono in una piscina e sto tremando perché l’acqua è fredda. Provo a nuotare per superare i brividi, ma la cosa non funziona. Anzi. Un crampo mi blocca un polpaccio e vado sotto. Riemergo e cerco con gli occhi il bagnino. Ma lui non è al suo posto. Mi rimetto in piedi. Sono in un punto in cui si tocca e non rischio di annegare. Ma sono paralizzato. Non riesco a muovermi. Gli spruzzi dei nuotatori delle altre corsie mi danno un fastidio enorme, insopportabile. Mi metto ad urlare. Ma la voce non esce. Mi sento solo io mentre grido basta.

 

Brunello Buonocore è nato a Piacenza nel 1958. Si occupa da molti anni di progetti e interventi in ambito sociale, che sono qualcosa di più del suo lavoro. E’ autore insieme a Giovanni Battista Menzani e Marco Murgia e ai redattori di Radio Shock di Qualcuno tornò sul nido del cuculo, Edizioni Officine Gutenberg , che contiene le biografie romanzate di alcuni pazienti psichiatrici.

L’angelo della cava

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di Andrea Genzone

Stamattina Gigetto ha trovato un angelo senza testa. L’ha visto cadere dal camion delle macerie e ha fermato l’impianto, facendo suonare le sirene di allarme. Incurante della pioggia, è uscito dalla cabina di controllo e si è arrampicato a quattro zampe sul cumulo per recuperare la statua. Era un angelo bambino, a grandezza naturale.
Stringendolo a sé Gigetto ha preso a scavare con le mani, non si è dato pace finché non ha trovato anche il pezzo mancante. Pieno di fango dalla testa ai piedi, ha incollato le due parti e ha messo la statua sul davanzale dell’officina, insieme agli altri santi e madonne
mutilati, espulsi dai cimiteri della zona. Mario, il capo cava, è arrivato schizzando fango dalle ruote del camioncino. Quando ha capito la natura del blocco ha iniziato a bestemmiare: “Qui produciamo cemento, il presepe te lo fai a casa tua!” Gigetto, a testa bassa, ha premuto il pulsante verde e i nastri trasportatori hanno ripreso a scorrere sotto la pioggia. Insieme al rumore, è tornata la pace.
Avranno di che parlare oggi, in mensa. Ci sono attori formidabili qui, imitatori puntuali e crudeli. Mimeranno la scena del piccoletto con la statua in braccio, mentre dà spiegazioni al Mario in preda alla balbuzie: “No-no-non potevo mica lasciarlo nel f-fango.”
“Gigetto, io ho finito” ho detto. Si era dimenticato di me, nascosto in un quadro elettrico per riparare un guasto alle sirene d’allarme.
Non credo abbia collegato l’ira del Mario con la mia abilità professionale: se ci avessi messo dieci minuti di più, l’allarme non avrebbe suonato e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Comunque, la mia punizione è venuta direttamente dall’alto. La pioggia ha iniziato
a battere più forte e io dovevo uscire all’aperto. Mi aspettava un lavoro sulla draga.

Se solo venisse la neve. Invece il cielo è un coperchio di cemento, se ne sta immobile da una settimana a pisciare acqua. Visto da qui il mondo è una vasca per pesci senza branchie.
La draga è il nostro dio d’acciaio arrugginito. In mezzo al lago, ci sovrasta e ruggisce. Incute timore e rispetto ma, in cuor nostro, in una giornata come questa, speriamo tutti che si rompa.
E invece no. Qui si gioca a svuotarlo, il lago. La benna si tuffa in acqua come una mano aperta in un sacco di noccioline. Si chiude a pugno contro il fondale e poi riemerge, colma e grondante. Sassi e fango: ecco il nostro oro. Cammino sulla ruggine di questa passerella lunga due chilometri. C’è da fare un nuovo impianto elettrico sulla piattaforma e va trasportato il materiale: bobine di cavi, tubi d’acciaio, attrezzi… Cinquanta metri più avanti Pietro, il mio capo elettricista, procede sulla passerella intabarrato in un impermeabile giallo. Barcolla, ingobbito sotto il peso di una matassa di cavo. È una rivelazione: io sono così, visto da fuori.
Forse ho caricato troppe cose. Per risparmiare un viaggio ho preso la borsa degli attrezzi, il trapano, una matassa di cavo e la scatola delle viti. E proprio con questa urto uno spigolo della balaustra e il coperchio si apre. Tutte le viti si rovesciano in acqua come una raffica di mitra. Bel guaio. E adesso chi lo dice a Pietro, che è già incazzato per il fatto di essere venuto al mondo? Mi gira la testa, mi devo fermare un attimo. Ma non c’è un posto per fermarsi.

Ora d’aria. La baracca-mensa è un prefabbricato pieno di rattoppi, ma è riscaldata. Entriamo a piccoli gruppi, gocciolando acqua dagli impermeabili. Manca solo Gigetto, che preferisce rifugiarsi sulla betoniera e farsi una dormita. Ognuno apre la sua schiscetta, liberando nell’aria i profumi di casa: c’è il Salutista, con insalata e Philadelphia, e c’è Toni, con l’arrosto di maiale e i peperoni ripieni. Alle pareti sono affisse le pagine dei calendari degli ultimi tre anni. La ragazza di giugno 2015 ha la testa infilata dietro al condizionatore. Avevano finito lo scotch, e comunque l’essenziale si vedeva. Gennaio 2016, invece, è incorniciata con il nastro americano ed ha il posto d’onore, sopra al televisore. “Mado’,” dice Toni ogni volta che la vede, “questa c’ha una faccia da porca…”
Il televisore gracchia in fondo alla stanza. Fin dal mio primo giorno qui si è sempre guardato TGCOM 24, e mi chiedo se non sia l’unico canale funzionante. C’è un servizio sul neo-presidente americano: “Vai Trump!” dice Toni, “Uno così ci vorrebbe, in Italia.”
Seguono le solite battute, le solite risate. “Senti, senti questa!” dice Giovanni. La notizia successiva riguarda un naufragio di migranti al largo delle coste siciliane. Dodici cadaveri su un gommone. “Quelli bisogna sterminarli tutti,” dice Toni, “tutta la razza araba del cazzo.” Interviene anche Max: “E invece Renzi li fa venire qua. Avanti, c’è posto!” “Affondarli! Bisogna affondarli a cannonate!” conclude Toni. “Silenzio!” Il taciturno Marco richiama all’ordine, sollevando una mano tesa. È tutto il giorno che aspetta le previsioni del tempo. Ma qualcosa non va, batte il pugno sul tavolo. La biondina del meteo ha sì la gonna corta, ma i bastardi le hanno messo la striscia coi titoli proprio dove iniziano le cosce. Marco scuote la testa e ingoia l’ultima forchettata di pasta.

Io mi perdo. Mi tormenta l’immagine di Pietro, ingobbito sotto la pioggia. Io sono così. Appartengo a questo posto, a questo gruppo di persone. Ho iniziato a fare questo mestiere quasi per gioco, per far fronte a una necessità che pensavo temporanea. “Metto via un po’ di soldi,” mi sono detto, “e poi torno a fare musica.” A quei tempi il gruppo andava forte, abbiamo anche suonato al Roxy Bar di Red Ronnnie.
Ma soldi, pochi. Greta era incinta e non avevamo nemmeno una casa. È brutto da dire, ma mi sono trovato all’angolo. Gli altri sono andati avanti, non hanno avuto la pazienza di aspettare uno che si presentava alle prove più morto che vivo, che non aveva abbastanza ferie per andare in tour, che aveva la testa altrove.
Così la situazione mi è sfuggita di mano. All’inizio, in cava, mi sentivo una specie di antropologo, un osservatore esterno. Forse perché venivo da un altro mondo, o perché avevo studiato e viaggiato.
La maggioranza dei miei colleghi, invece, non si era mai mossa. In tutti i sensi. Ma ora? Cosa mi fa ancora pensare di essere diverso?
Sono un operaio. Bestemmio, sputo a terra, mangio mele con le mani sporche di fango e piscio dove capita. E rido, quando si parla del culo della segretaria, unica donna in azienda.
Siamo bestie: viviamo di fatica e televisione. Su Facebook ci occupiamo di sesso e di politica, che poi sono la stessa cosa: è tutta una questione di chi sta sotto e chi sta sopra, dare o prendere, soffrire o godere.
Siamo fantasmi: ci tiriamo in piedi prima dell’alba, ci presentiamo davanti allo specchio del bagno con gli occhi vuoti ancora prima di cominciare la giornata. Questo lavoro ci consuma le ossa, ci scava la pelle. A quarant’anni siamo già sordi, rattrappiti, pieni di ernie e cicatrici. Rientriamo a casa la sera e non ci resta niente, a parte mezz’ora di pace catodica prima di addormentarci sul divano.
E pensare che facevo tanti discorsi: “Il tempo” dicevo “è l’unica moneta che abbia davvero valore. Non serve il sacrificio se poi sei troppo impegnato, o troppo stanco, per goderne i frutti.” Capirai che scoperta. Come filosofo facevo pena, ma bisogna dire che avevo le idee chiare: volevo lavorare il meno possibile, guadagnare quanto bastava per vivere. Il resto del tempo doveva essere mio soltanto. E per la musica, che sarebbe stata un giorno il mio vero lavoro. Obiettivo centrato per metà: guadagno quanto basta, senza il minimo margine, ma non ho nemmeno il tempo per pensare. D’altra parte ho un figlio di sei anni che vuole fare l’astronauta, adesso, e non me la sento di dirgli di no.

Gigetto lo rincontro dopo pranzo. Scende dalla betoniera, mi raggiunge sotto la tettoia della mensa e sospira, mentre si infila la tuta da meccanico. “Hai una sigaretta?” dice. L’accende ad occhi chiusi, la fiamma gli illumina i riccioli neri sulla fronte.
“Gigetto!” urla una voce. Insieme alziamo lo sguardo. Venti metri più in là, davanti all’officina, Toni brandisce un San Giuseppe di gesso.
“Guarda qua, Gigetto!” dice, mentre lancia la statua al suo compagno di giochi. Giovanni la prende al volo, ma un braccio si stacca e finisce a terra. Gigetto non si scompone: “Quello lì è il protettore dei lavoratori” dice sottovoce.
Io vado d’accordo solo con Gigetto, anche se è fuori di testa. Il perché l’ho capito stamattina, guardandolo arrampicare sul cumulo delle macerie. Io e lui siamo gli unici a non darsi pace, continuamente alla ricerca di qualche pezzo mancante. Tutti gli altri, ognuno a modo suo, sembrano avere un’identità precisa, un ruolo nel mondo. Delle opinioni ferme, un’automobile ancora da pagare, un abbonamento a Sky per cui sgobbare volentieri. Noi no. Noi siamo mosche che sbattono contro i vetri delle finestre.
Mi infilo l’impermeabile e mi incammino sotto la pioggia. Non ho ancora detto a Pietro delle viti. Se mi fa una delle sue scenate è la volta buona che lo mando a quel paese. Anzi, spero proprio che succeda.

Pietro oggi lascia correre. È stanco. Ci trasciniamo verso sera, passandoci gli attrezzi senza dire una parola. La pioggia batte sul cappuccio di plastica, il freddo mi percorre la carne a piccole scosse. “Come vorrei stare in un ufficio” penso tra me, mentre cammino
sulla passerella verso la terraferma. Ma mi conosco abbastanza da sapere che, se fossi in un ufficio, vorrei essere libero di camminare sotto la pioggia. Uno vuole sempre quello che non ha.
Mentre io e Pietro ci avviciniamo all’officina vedo gente correre verso il cumulo delle macerie. Macchie gialle nel pomeriggio scuro.
Scosto il cappuccio e mi metto in ascolto: silenzio, l’Impianto è fermo. Il camioncino del Mario ci sfreccia accanto, sollevando acqua da una pozzanghera. Affretto il passo, Pietro rimane indietro. Oltre l’officina vedo un capannello di gente, proprio fuori dalla cabina di controllo dove lavora Gigetto.
Il mio amico è a terra, in mezzo al cerchio dei colleghi. Gli occhi chiusi, le braccia scomposte, la testa reclinata di lato. Toni è al telefono col 118, cammina avanti e indietro e parla a voce alta: “Uomo, 50 anni… Sarà un metro e cinquanta, poco di più, peserà cinquanta chili, non lo so… È caduto…” Mario lo interrompe con un cenno perentorio, si porta l’indice sulle labbra. “Muovetevi però,” riprende Toni, “questo non respira!”
Siamo tutti lì. Giovanni è chino sul corpo, lo scuote leggermente da una spalla: “Gigetto! Gigetto! Sveglia!” Mi chino anch’io, anche se non c’è molto di più che possa fare. Provo a sentirgli il polso e mi pare che il battito ci sia. L’addome si muove leggermente sotto la tuta da meccanico.

Il lampeggiante dell’ambulanza illumina l’Impianto di blu intermittente. I soccorritori si portano via Gigetto e ci lasciano zitti, a guardarci in faccia. Mario chiama Giovanni nel suo ufficio: vuole parlargli. Poi chiama tutti gli altri, uno a uno. “Tu dov’eri?” mi chiede quando viene il mio turno. Glielo spiego, lui mi ascolta e annuisce. Dice: “Lo sai che è un momento difficile, questo. Mi dispiace tanto per Gigetto, ma non possiamo rischiare di andare a casa tutti per uno che si arrampica a cercare le madonne. Senza protezioni, per giunta.” Non capisco dove vuole andare a parare. Lo guardo in faccia e aspetto. “Verranno a fare l’indagine” dice. “Tu non eri lì, va be’, ma stamattina l’hai visto con quella statua del cazzo. Io gli voglio bene, per carità, ma qua ci fanno chiudere!” Il resto della conversazione lo passo a fissare lo schedario alle sue spalle, nauseato. Non riesco a reagire come vorrei, a chiedere un minimo di rispetto per uno che forse sta morendo in un’ambulanza. Esco dall’ufficio, barcollando, e incrocio lo sguardo infuocato Toni sulla porta. “Ce l’hai mandato tu in cima al nastro, bastardo!” urla puntando l’indice in faccia al capo cava, senza nemmeno chiudersi la porta alle spalle. “È inutile che adesso cerchi di farlo passare per matto. Matto è matto, ma là sopra ce l’hai mandato tu perché il nastro si è bloccato.” Resto a guardare, anche gli altri si avvicinano. Mario è seduto dietro alla scrivania, Toni lo tiene per il colletto della tuta, la faccia a un centimetro dalla sua. “Abbiamo tutti bisogno di lavorare” dice Mario, con una stanchezza nella voce che non gli avevo mai sentito. Toni lo spinge indietro e viene verso la porta. Con le antinfortunistiche molla un calcio alla fotocopiatrice squarciandone la copertura. Poi si apre un varco in mezzo a noi e se ne va verso lo spogliatoio. Mario si alza e chiude la porta dell’ufficio, senza alzare gli occhi da terra.
Noi restiamo fuori. In silenzio raggiungiamo la tettoia della baracca-mensa, senza sapere cosa fare. “Però,” dice Giovanni, “se è vero che l’ha mandato lui, come ha detto il Toni…” “Io cazzate non ne racconto,” dice Marco, “io lì non c’ero e non voglio saperne un cazzo.” “A me manca un anno alla pensione,” dice Pietro, e non aggiunge altro.

In una giornata come questa, la coda in tangenziale è la stessa di sempre. Le luci rosse che si dilatano e si restringono, lo stridere ossessivo dei tergicristalli. Guardo le altre persone, chiuse nei loro abitacoli: nessuno sembra sapere nulla di Gigetto, della cava. Nessuno di loro, questa sera, deve decidere da che parte stare.
Mi fermo all’Autogrill, accendo una sigaretta appoggiato alla fiancata della macchina. Ha smesso di piovere. Penso a Gigetto che se la caverà – così hanno detto, in ospedale. Non tornerà proprio quello di prima e con i soldi dell’indennizzo, immagino, dovrebbe essere a posto per tutta la vita. Niente più cava. Sempre che i suoi colleghi si comportino come si deve.
Guardo le macchine incolonnate sull’autostrada e mi chiedo quanto tempo ho già perso. Tre ore al giorno, per sette anni. A fare la coda. Un furgone carico di operai stranieri mi parcheggia accanto: abiti macchiati di calce e vernice. Volti scavati che si confondono col mio, riflesso dal finestrino. “Migliaia di ore” mi dico.
Butto la cicca ed entro per una birra. Coda alla cassa, coda al bancone. Camminando verso l’uscita vedo un giocattolo esposto, un robot astronauta radiocomandato. Me lo rigiro tra le mani e quello si illumina di verde e di rosso: “Conto alla rovescia iniziato” dice la voce registrata. Lo rimetto a posto e ne prendo uno confezionato.
Riprendo la tangenziale e imbocco la prima uscita. Da queste parti c’è Lucky Music, il negozio dove venivamo a rifornirci di strumenti, io e gli altri. Se c’è qualcosa di cui ho bisogno, adesso, è una muta di corde nuove.

Giro tra le chitarre in esposizione in preda alle vertigini e penso che ho vissuto la vita di un altro. “Una muta di corde zerodieci” dico al commesso capellone. “E due pile stilo. Per l’astronauta.”
Vertigini. Gigetto in cima al nastro. Il volo, il fango, le luci blu. Il tempo scorre e poi finisce, anche lui sotto badilate di fango e qualche orribile statua. Noi là fuori: fantasmi con l’impermeabile giallo.
Sono quasi le otto. Greta non sa ancora niente. In qualche modo faremo penso, mentre guido verso casa accanto a un astronauta che si illumina di verde e di rosso. “Conto alla rovescia iniziato” diciamo all’unisono.

 

Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Cura il blog andreiaway.it, ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada.

Piccola odeporica parigina: Shakespeare and Company tra incanto e disincanto

Foto Libreria Shakespeare-and-Company per racconto Pedrazzi

di Lorenzo Pedrazzi

Di fronte all’ingresso c’è una giovane chitarrista scalza che canta in inglese con voce mielosa, attorniata da un gruppetto di ragazzi seduti per terra a gambe incrociate. Osservandola, mi sorprendo a pensare che ci sia qualcosa di brutalmente lascivo nei suoi piedi nudi, qualcosa di sporco e ammaliante, come un vizio da cui non ci si vuole liberare. La sento dire che ha bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno, ma è curioso che, fra tutti i luoghi di Parigi, abbia scelto di esibirsi proprio da Shakespeare and Company. Bisogna però ammettere che la Chitarrista Scalza sembra perfettamente a suo agio sotto quell’albero, circondata da avidi lettori e aspiranti scrittori, mentre una piccola fila – composta in gran parte da turisti, me compreso – attende di entrare in una delle librerie più famose del mondo.

La sede attuale si trova ai margini del Quartiere Latino, in un cantuccio tranquillo e protetto che volge sulla Senna. In origine, però, la libreria sorgeva al numero 8 di rue Dupuytren, dove Sylvia Beach – un’espatriata americana del New Jersey – la fondò nel 1919, per poi trasferirsi nel 1921 al numero 12 di rue de l’Odéon. Fu qui che Shakespeare and Company divenne il crocevia della Generazione Perduta, ospitando scrittori leggendari come Ernest Hemingway, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein e James Joyce, il quale ne usufruì addirittura come suo ufficio personale; non a caso, Beach fu la prima a pubblicare L’Ulisse nel 1922, e continuò a pubblicarlo anche quando gli Stati Uniti e l’Inghilterra scelsero di bandirne la diffusione.
Shakespeare and Company è un’isola popolata da utopisti e cacciatori di chimere, dove i librai sono rigorosamente anglofoni e si parla solo inglese: un porto franco della letteratura mondiale.

Purtroppo, l’utopia s’interruppe nel 1940, e le ragioni della chiusura sono romantiche come l’atmosfera che si respira nelle sue stanze: pare che Sylvia Beach, durante l’occupazione nazista, si rifiutò di vendere a un ufficiale tedesco l’ultima copia di Finnegans Wake di Joyce, e il negozio fu chiuso per ritorsione. Toccò quindi a George Whitman riaprirlo in rue de la Bûcherie, nel 1951, ma inizialmente si chiamava Le Mistral, e fu ribattezzato Shakespeare and Company solo nel 1964, dopo la morte di Sylvia Beach. Nel frattempo, però, la nuova libreria era diventata il punto di riferimento della Beat Generation grazie a scrittori come Allen Ginsberg, Gregory Corso e William S. Burroughs, che rinnovarono la sua fama. Ora è gestita da Sylvia Beach Whitman, l’unica figlia di George Whitman.

La coda all’ingresso è più agile del previsto: non faccio nemmeno in tempo a concentrarmi sulla Chitarrista Scalza che già mi ritrovo dentro la libreria. Muovo passi incerti, preda di un eccessivo timore reverenziale. Le sale sono anguste, brulicanti di visitatori che, non appena si fermano a sfogliare un libro, causano un ingorgo immediato. Fa caldo perché non c’è aria condizionata, ma alcuni ventilatori portano un tenue refrigerio negli angoli più reconditi del negozio, tra la sezione della fantascienza e quella dedicata alla grafica. Si respira un clima antico, profumato di carta e legno, con gli scaffali colmi di libri che arrivano fino al soffitto, e una luce polverosa, intima, come quella di un vecchio abbaino esposto al sole pomeridiano. Tanti libri, poco spazio, difficile orientarsi. Ci muoviamo come polli senza testa, seguendo il flusso per non intralciare il passaggio, ma pronti ad appiattirci contro uno scaffale se scorgiamo qualcosa che ci interessa.

Superato l’atrio principale, dove si svolgono le presentazioni e gli incontri con gli scrittori, entro in una stanza molto più piccola, e sulla destra noto una scala ripida che sale al primo piano. Sugli scalini è stata dipinta una frase del poeta persiano Hāfez di Shiraz, tradotta in inglese: “I wish I could show you, when you are lonely or in darkness, the astonishing light of your own being“. Un cartello, decisamente meno lirico, ci avverte di stare attenti ai borseggiatori. La scala è strettissima, quasi impossibile da percorrere se altre persone scendono nella direzione opposta, quindi devo aspettare che si liberi prima di poter salire. L’attesa è però ricompensata da un ambiente ancor più garbato e silenzioso: il piano superiore di Shakespeare and Company non è più una libreria, ma una biblioteca che raccoglie la vasta collezione di Sylvia Beach, a disposizione di chiunque voglia consultarla (a patto, però, di non portarsi via alcun volume). Qui, un piccolo atrio mi offre due opzioni: sulla destra c’è una stanza con una pianola e alcune sedie, sulla sinistra un corridoio che conduce a una sala più grande, illuminata da un’ampia finestra. Gli scaffali con i libri sono ovunque.

All’inizio del corridoio, sulla sinistra, si apre un minuscolo vano tappezzato di foglietti con i messaggi dei visitatori; ci sono anche una piccola scrivania, una vecchia macchina da scrivere e una seggiola, su cui siede una ragazza dalla pelle lunare, alta e magra, avvolta in un cappottino poco adatto alla stagione estiva. Sta vergando qualcosa sul suo quaderno, o forse è solo un biglietto, non riesco a vedere bene. Ha la schiena curva sulla miniscrivania, l’aria concentratissima di chi sta svolgendo un’operazione vitale, e indossa un buffo cappello nero. Più avanti, al termine del corridoio, scorgo la stanza principale con la finestra da cui si intravede la Senna. Di fronte alla finestra c’è un tavolo rettangolare, mentre il perimetro della sala è disseminato di poltroncine e divanetti, tutti occupati da lettori assorti, con le mensole cariche di libri alle loro spalle. È qui che si avverte un clima quasi sacrale, gravato dal peso di una Storia – sia umana sia letteraria – che non sono sicuro di poter cogliere nella sua interezza, o nel suo complesso intreccio di ambizioni artistiche, vita quotidiana e precarietà esistenziale. Qualcosa sfugge sempre alla comprensione, ed è per questo che ci muoviamo per i corridoi di Shakespeare and Company come se fossero di cristallo, dosando ogni passo e ogni gesto. Lo consideriamo alla stregua di un pellegrinaggio, per quanto ridicolo ed eccessivo possa sembrare.

Queste preoccupazioni di certo non affliggono Kitty, la gattona bianca che dorme sulla poltrona di fianco al tavolo, nel vertice destro della stanza. Pare un cucciolo di foca. Ecco, la gattona bianca incarna l’apice di un gusto bohémien che ancora sopravvive, seppure addomesticato dalla sua fama popolare e dalla vanità dei poser, nel nucleo pulsante di questa libreria, dalla sala lettura fino allo spiazzo dinanzi all’entrata, con i suoi musicisti e i suoi scrittori in erba. È inevitabile chiedersi dove si fermi l’essenza primigenia di Shakespeare and Company, e dove inizi il compiacimento dell’autorappresentazione.

Me lo chiedo mentre acquisto una copia di Wise Men di Stuart Nadler, con tanto di firma
originale dell’autore. Alla cassa c’è un ragazzo con occhi chiari, lunghi capelli biondi e barbetta dello stesso colore, che mi dice di aver fatto parte della stessa band in cui suonava la sorella di Nadler. Sono piacevolmente sorpreso: mi trovo a due soli gradi di separazione dall’autore, cose che possono accadere solo in un posto come questo. Gli dico di aver amato l’altro libro di Nadler, The Book of Life, ma lui mi risponde che paradossalmente non ha mai letto nulla di suo. Peccato, penso io. Comunque, il ragazzo mi chiede se voglio il timbro di Shakespeare and Company sulla prima pagina del libro, e io gli rispondo «Sure, thank you», senza sapere alcunché di questa consuetudine. Ma quel sigillo d’inchiostro dimostra quanto la libreria, ben consapevole della sua notorietà iconica, sia diventata un vero e proprio marchio, quasi una griffe da ostentare nella propria biblioteca personale. D’altra parte, in quale altro modo sarebbe potuta sopravvivere di fronte al calo dei lettori, alla diffusione degli e-book e allo strapotere della grande distribuzione? Impossibile biasimarla.

All’uscita ritrovo la Chitarrista Scalza che abbraccia la Ragazza Col Cappello Buffo. Sorride e la ringrazia calorosamente, ribadendo che aveva bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno. Non so cosa sia successo fra loro due. Evidentemente la Ragazza Col Cappello Buffo ha deciso di aiutarla in qualche modo, e vederle insieme mi suscita un misto di tenerezza e curiosità antropologica: come si chiamano, da dove vengono, cosa fanno? Sono segreti che entrambe custodiranno gelosamente, magari limitandosi a condividerli tra loro stesse, per rallegrarsi di ogni tratto comune e ammirare le reciproche differenze. O almeno è così che m’immagino quell’abbraccio fugace: come uno scambio istantaneo di informazioni tra spiriti affini.

Mi siedo sul muretto che separa il cantuccio della libreria dalla strada, ascoltando la voce della Chitarrista Scalza ancora per un po’. Si sposta in prossimità dell’ingresso e intona un pezzo soft rock di cui non ricordo il titolo. Chissà se ha ancora bisogno di soldi, o se invece sta cantando solo per il piacere di farlo, senza fini utilitaristici, rinvigorita dall’attenzione dei passanti e dalla delicatezza di quel contatto umano?

Torno da Shakespeare and Company durante l’ultimo pomeriggio del mio soggiorno parigino: voglio prendere un regalo per Claire, la studentessa francese che mi ospita in casa sua, e che ascolta con pazienza le mie bislacche osservazioni sui corvi di Parigi e sulle mucche bianche che popolano la campagna francese. Abbiamo trascorso le ultime serate sul davanzale della finestra, con il fumo delle sue sigarette che si smarriva all’imbrunire, parlando di lavoro, università, cinema, serie tv, vita metropolitana e paralleli linguistici tra l’italiano e il francese, ma incontrandoci sul campo neutro dell’inglese. Per merito suo, il mio viaggio è diventato un’esperienza molto più ricca e poliedrica di una normale vacanza. Le sono grato.

Stavolta non trovo la Chitarrista Scalza (spero abbia raggranellato abbastanza denaro per la sua misteriosa destinazione), e non c’è nemmeno la coda all’entrata del negozio. Si cammina liberamente, senza la pressione fisica e psicologica della folla. Acchiappo l’ultima copia di The Book of Life per Claire e me la porto al piano superiore, dove qualcuno sta suonando la pianola nella stanza più piccola. Mi siederei volentieri, ma non c’è posto. Al contrario, nella sala grande c’è una poltroncina libera, mentre Kitty sta dormendo sul divanetto che occupa il lato destro della stanza, identica a come l’avevo lasciata: ha solamente cambiato posto. Al suo fianco c’è una ragazza bionda, imponente e giunonica, che ha steso le gambe sopra di lei per appoggiarle sul bracciolo. La gattona però non se ne cura, e non reagisce nemmeno quando la ragazza comincia a vezzeggiarla con carezze e altre effusioni.

Io mi siedo sulla poltroncina e per qualche istante assaporo il delicato brusio che giunge dalla strada, attraverso la finestra spalancata. Leggo la prima pagina di The Book of Life (non l’avevo mai letta in inglese), poi sfilo un libro a caso dallo scaffale alle mie spalle: è The Mysterious Half Cat (A Judy Bolton Mystery) di Margaret Sutton, pubblicato nel 1936. Anche in questo caso mi limito a leggere la prima pagina, in cui Judy Bolton – eroina di una serie di romanzi investigativi molto popolari tra gli anni Trenta e i Sessanta – viene svegliata in piena notte da un rumore sconosciuto.

Per contrasto, una signora si addormenta sulla poltrona di fronte a me, il giornale afflosciato tra le mani.

Guardandomi attorno, vedo che ognuno è trincerato nella propria campana di vetro, come studenti in biblioteca. Cosa accadrebbe se rivolgessi una parola alla ragazza bionda che sta stuzzicando le zampe di Kitty? O se, di slancio, afferrassi il giornale della signora prima che cada per terra? Mi chiedo se la ricerca del contatto umano sia contemplata, nella quiete della sala lettura. Sembriamo tutti molto concentrati sul valore intimo e privato della nostra visita, più che sull’opportunità di condividerne i piaceri… o, almeno, questo vale per chi concepisce il pellegrinaggio da Shakespeare and Company come un momento introspettivo, alla scoperta di antichi fantasmi letterari che si aggirano per i corridoi come il fruscio della brezza sulle pagine di un libro. Mi piacerebbe tornare qui ogni settimana per osservare la gente, godermi il silenzio, cogliere ogni più piccola interazione sociale, e studiare l’influenza gravosa che questo posto – con il suo lascito quasi soffocante di Storia e Cultura – esercita sugli avventori.

Mi alzo e, dopo aver riposto The Mysterious Half Cat, saluto Kitty facendole un grattino fra le sue minuscole scapole, ma lei ovviamente non reagisce in alcun modo. La ragazza bionda intanto se n’è andata, e il suo posto è stato preso da una signora minuta, esilissima, che legge un libro con gli occhialetti calati sul naso. Alla cassa c’è invece una giovane commessa dal grazioso accento britannico, con i capelli lunghi e rossi. Le chiedo se è possibile coprire il prezzo di The Book of Life, ma lei fa di meglio, e chiude il volume in un’elegantissima confezione regalo che riporta una frase di Groucho Marx: “Outside of a dog, a book is man’s best friend. Inside of a dog it’s too dark to read“. La citazione è scritta a caratteri d’oro su carta blu, che garantisce un notevole effetto scenico.

Potrei consegnarlo a Claire quella sera stessa, ma preferisco evitarle imbarazzi, e così ci limitiamo a fare una lunga chiacchierata sul solito davanzale, mentre il sole si ritira pian piano dalle stradine del nostro arrondissement. È ormai buio quando ci congediamo per andare a letto: rientro nella mia camera e stacco una pagina dal quaderno per scriverci un biglietto da accompagnare al regalo, che il mattino dopo, reduce da un sonno frammentario, ripongo sul tavolo del soggiorno. È molto presto, e la notte cede il posto alla luce grigia dell’alba. Mi preparo senza far rumore nella pace ovattata dell’appartamento, lasciando che sia il bagliore tenue del nuovo giorno a illuminare i miei passi.

Il libro e il biglietto sono nell’angolo del tavolo, puntati verso la sua porta: non appena Claire farà capolino dalla stanza, saranno la prima cosa che vedrà.

Quando trascino la mia valigia verso l’uscita, le rotelle accennano un lieve sospiro lungo il pavimento della sala, poi faccio scattare la serratura dell’ingresso ed esco sul pianerottolo. In quel momento un trillo elettronico sembra risuonare dalla sua camera, forse è la sveglia. Possibile che l’abbia programmata così presto? Desiderava forse salutarmi prima che partissi? Fra non molto vedrà il mio piccolo dono, ma io sarò già lontano, giù per le scale, lungo la strada, nelle arterie della metropolitana e poi nel caos scintillante della stazione, riflettendo su ciò che Claire potrebbe aver pensato davanti al mio biglietto, al libro di Nadler e alla buffa citazione di Groucho Marx.

Lorenzo Pedrazzi è nato nel 1984 a Milano, dove si è laureato in Scienze
dei Beni Culturali e Scienze dello Spettacolo. Scrive per ScreenWEEK,
Filmidee e Doppiozero, ma ha collaborato anche con Itinera, Players e Rivista Studio; è inoltre fra gli autori del podcast Destini Incrociati.
Diversi suoi racconti sono apparsi in varie antologie e riviste letterarie.

Aspirapolveri

Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Scrive per diversi siti Internet e cura il blog andreiaway.it. Ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada, edizioni Sensibili alle foglie.

Il giovane protagonista da due anni si sente al riparo: lavora in un piccola azienda dove nessuno conosce il suo passato di tossicodipendente, un passato che ritiene essersi lasciato definitivamente alle spalle. Finché in reparto entra una ragazza del suo vecchio giro… Dello stesso autore artedelnarrare.com ha pubblicato anche Il viaggiatore.

 

di Andrea Genzone

 

L’aggancio me l’avevano trovato quelli della comunità San Genesio e si erano raccomandati di non raccontare a nessuno del mio passato: “Devi ricominciare da capo,” aveva detto il direttore, “pagina nuova.” E con lo stupore di tutti avevo resistito: ormai erano due anni buoni che lavoravo per quella ditta di assemblaggi. “Passato il primo periodo, poi è tutto in discesa” dicevano gli educatori. Ed era vero: quella routine fatta di sveglie prima dell’alba, duro lavoro e rientro in comunità per la cena mi teneva sul binario. Avevo i miei momenti no – vertigini improvvise e i soliti pensieri ossessivi – ma c’era sempre qualcosa da fare per distrarre la mente. Sia la comunità che la ditta erano in collina, a un’ora di treno da Milano, lontano dalle vecchie conoscenze e dalle vecchie storie. Anche questo aiutava.

Quel giovedì pomeriggio ero in ditta con gli altri ad assemblare aspirapolveri quando si è spalancata la porta. Una lingua d’aria gelida ha fatto il giro dell’officina, qualche spruzzo di pioggia è venuto avanti insieme a una figura imbacuccata in un giaccone verde militare. Ci siamo fermati tutti a guardare, come sempre quando entrava qualcuno. Io non ci ho badato troppo – pensavo fosse il solito fattorino – e mi sono rimesso al lavoro. Poi ho sentito la sua voce: “Posso parlare col titolare?” Era una voce di ragazza. Una voce che conoscevo. Ma prima ancora della memoria ha reagito il mio corpo: la bocca mi si è allagata di saliva e un brivido mi ha scosso dalla testa ai piedi, dalla periferia al centro e ritorno.

Silvia non mi aveva notato. L’ho guardata sfilarsi il cappuccio dalla testa e darsi una scrollata. Il suo viso non era cambiato molto, e i suoi movimenti rapidi e brevi mi ricordavano ancora quelli degli scoiattoli. Gliel’avevo anche detto, una volta. Eravamo sdraiati in un parco, a Legnano – non ricordo perché fossimo finiti in quella città, che era lontanissima dalla nostra zona – e a un certo punto abbiamo iniziato a vedere un sacco di scoiattoli sugli alberi e sul prato. “Tu eri uno scoiattolo nella tua vita precedente” le ho detto. Lei era ancora un po’ fatta e mi ha risposto che in realtà era una rondine, nella sua vita precedente. Qualche minuto dopo – io ormai non ci pensavo più – mi ha chiesto: “Perché proprio uno scoiattolo?” Quando gliel’ho spiegato, facendo l’imitazione dello scoiattolo, lei ha contratto il viso in una smorfia di indignazione. Mi si è messa a cavalcioni fingendo di picchiarmi e mi sa che poi l’abbiamo fatto, lì sul prato, con la gente attorno e tutto quanto. Non eravamo fidanzati, ma a volte queste cose capitavano, grazie a Dio. Quando il titolare è spuntato in cima alla scala Silvia è partita all’attacco. Non gli ha dato nemmeno il tempo di scendere. “Buongiorno” ha detto, con un tono così gioioso che sembrava di stare in oratorio. Tutti i ragazzi si sono fermati di nuovo e hanno iniziato a seguire la scena. “Buongiorno, dica” ha detto il capo, mentre scendeva gli scalini e cercava di capire che genere di scocciatore avesse davanti.

“Buon Natale, prima di tutto!” ha detto Silvia. “Sono venuta a farvi gli auguri a nome mio e della mia comunità.” Era parte della strategia che anche io avevo messo in pratica tante volte: mettere il malcapitato alle strette davanti a gente che lo conosce. Pur di togliersi da quell’imbarazzo le persone farebbero qualsiasi cosa, garantito. “Ha proprio una bella squadra qui, eh!” ha aggiunto Silvia. Il suo sguardo ha passato in rassegna tutti i presenti e alla fine è inciampato nella mia faccia. Una specie di spavento ha attraversato i suoi occhi da roditore, ma è stato solo un lampo che nessun altro ha colto. Ha rilanciato con un sorriso ancora più largo, si è voltata verso il titolare e ha cominciato lo spettacolo, come lo chiamavamo ai nostri tempi. Ha tirato fuori dallo zaino la mercanzia: i quaderni, le penne, i profumi… e ha raccontato la storia che un tempo raccontavamo a due voci: quella degli ex tossicodipendenti che si danno da fare a raccogliere fondi per la comunità che li ha salvati e redenti. “Per salvare chi ancora c’è dentro fino al collo, per dare a tutti una seconda possibilità. Perché se ne sono uscita io, vuol dire che anche loro ce la possono fare. Ma hanno bisogno di fiducia. Un po’ di denaro e tanta fiducia.” Dio, come facevamo a stare seri? E come faceva lei, adesso, sapendo che io ero lì a bocca aperta a guardarla? Il titolare era il tipico osso duro. Ma Silvia ci sapeva fare e con gli scettici come lui ci provava ancora più gusto. Ci si è messa d’impegno. Piano piano l’ha convinto, o meglio l’ha esasperato, cercando continuamente di coinvolgere noi operai nella giustezza della sua causa. Per un attimo ho avuto l’istinto di farle da spalla, dire qualcosa, ma non l’ho fatto. Continuavo a sentire i brividi, una specie di nausea mista a eccitazione. La bocca allagata di saliva. Il capo non le ha dato i quaranta euro del pacchetto natalizio che Silvia aveva predisposto: un quaderno, due penne, un profumo, una scatola di cerotti. Gliene ha dati solo dieci, rinunciando al profumo e ai cerotti. Lei ha provato a insistere: “Se in questo momento non li ha può chiederli in prestito ai suoi dipendenti, tanto li vede tutti i giorni, non scappa mica!” Ha guardato verso di noi, verso di me, ma ho abbassato lo sguardo e ho fatto finta di ricominciare a lavorare. Il capo ha tagliato corto. Ha recuperato da qualche parte il suo tono autoritario e ha detto: “O questi o niente, ché qui abbiamo da fare.” Ha preso il suo quaderno, le sue penne e se n’è tornato in ufficio. Silvia ha chiuso i soldi in una busta di plastica di quelle a chiusura ermetica e l’ha infilata nello zaino insieme alla roba invenduta. Poi si è portata il cappuccio alla testa e mi ha lanciato uno sguardo prima di sparire dietro la porta d’ingresso. Nei suoi occhi ho visto la stanchezza, e la solita fiamma che bruciava.

Era bastato così poco a riaccendere anche la mia, di fiamma? Basta che una persona entri da una porta per riportare tutto alla linea di partenza? Non riuscivo a smettere di tremare, mi mancava il fiato e mi sentivo la febbre. “Che cazzo c’hai?” mi ha detto Simone, mentre mi asciugavo la fronte con la manica della tuta. Quando ci ripenso, oggi che è passato un po’ di tempo, mi dico che non siamo solo corpo. Non parlo di anima o di menate spirituali. Intendo dire che io sono grande e grosso, posso abbattere un lampione a spallate, ma quel giorno è come se mi fossi sgonfiato come un pupazzo. Abbiamo qualcosa che ci tiene in piedi, qualcosa che ha a che fare con l’idea che abbiamo di noi stessi, di quanto pensiamo di meritare una vita decente.

“A posto” ho detto a Simone, battendogli la spalla con la mano sudata. Poi sono andato in bagno per cercare di calmarmi, ma mi sentivo sempre peggio. Ho bussato all’ufficio del capo e l’ho trovato che si rigirava il quaderno di Silvia tra le mani mentre parlava al telefono, credo coi carabinieri: “Una ragazza, sì,” diceva, “ha detto che era della comunità Il Gabbiano. Insomma non vorrei fosse una truffa, ecco, non è certo per i cinquanta euro che le ho dato.” Mentre diceva la cifra mi ha guardato un attimo, ha fatto un gesto con la mano come per dire: “Meglio abbondare…” Quando ha riagganciato gli ho detto che stavo male e gli ho chiesto se me ne potevo andare. Lui mi ha guardato e avrà visto un disgraziato che sudava freddo, con gli occhi arrossati e il diavolo in corpo. Ha detto: “Ragazzo, fila a casa prima che mi attacchi qualche malanno!” E si è alzato per aprire la finestra. Fuori dalla porta dell’officina sono rimasto fermo per un po’. Forse un minuto, forse di più. Mi pioveva addosso, ma non riuscivo a decidermi. Poi, lento come un malato, sono andato verso la stazione. Fradicio di pioggia sono salito sul treno in direzione Milano e su quel sedile mi sentivo debole, un soldato rimasto solo in una terra assediata dal nemico. Tre fermate, ho pensato. Tre fermate e vado dritto in comunità. Un tè caldo, due chiacchiere con l’educatore in turno e passa tutto. Il paesaggio colava sui finestrini bagnati. Fuori il solito inverno asfissiante: macchine in coda e passanti sui marciapiedi che affrettavano il passo sotto agli ombrelli. Fango nei campi, sporcizia agli angoli dei davanzali. C’era un ragazzino seduto di fronte a me. Ascoltava la musica in cuffia e mi spiava. L’avrei ucciso se avessi avuto un po’ di amor proprio. Avrei gettato il suo corpo in una risaia e mi sarei infilato i suoi vestiti, il suo zaino con le scritte, il suo piercing. Avrei preso il suo posto, la sua vita, le sue innocue trasgressioni. E invece io ero l’altro, il tipo messo male sul sedile di fronte al suo. Alla prima fermata è sceso. Ricordo di aver pensato: “Di sicuro ha fatto finta di scendere e si è cercato un altro posto.” A sostituirlo è arrivata una donna obesa che parlava in spagnolo nell’auricolare. Rideva, raccontava qualcosa a voce alta, ma quando si è accorta che la stavo guardando ha abbassato la voce. Ha smesso di sorridere. Forse ha detto: “Scusa, c’è un tipo strano di fronte a me.” Se fossi stato quello dall’altra parte del telefono le avrei detto: “Cambia posto, non ti fidare.” Alla fermata successiva stessa storia. È arrivato un tale con la ventiquattro ore, i polsini candidi che spuntavano dal giaccone. Ha aperto il giornale sulle gambe ma fissava il vuoto. Poteva essere mio padre, assorto a pensare alle grane lasciate in ufficio e, forse, ogni tanto, a quelle di suo figlio. Alla mia fermata non sono sceso dal treno. La versione ufficiale, quella che racconto a me stesso e agli altri, è che mi sono distratto, che non mi sono accorto. La verità è una e semplice: sono rimasto inchiodato a quel sedile mentre il treno ripartiva. Mio padre non se n’è andato, è rimasto lì col suo giornale e il suo vuoto davanti agli occhi. Nemmeno si era accorto che c’era qualcuno seduto di fronte a lui. Che poteva essere suo figlio, che gli gocciolava acqua sulla ventiquattro ore. “Se mi guarda scendo” ho pensato. I miei soliti giochini subdoli. Non mi ha guardato nemmeno quando si è alzato per andarsene, e ormai eravamo dentro Milano. Mentre si chinava per prendere la ventiquattro ore sentivo che dovevo fare qualcosa per attirare la sua attenzione, che se non l’avessi fatto sarebbe stato troppo tardi. Gli ho afferrato il polso, senza stringere: “Scusi” ho detto. L’uomo mi ha guardato, ha allontanato la valigetta con uno scatto. “Sa che ore sono?” ho chiesto. Alla fine sono sceso a Rogoredo, non proprio una fermata a caso. Silvia era lì, dove mi aspettavo di trovarla, e con lei c’era anche tutto il resto. Certe cose non cambiano mai. Quel giorno ho mandato tutto all’aria, e non era la prima volta. “Ma spero tanto sia stata l’ultima” ho detto al direttore quando sono rientrato in comunità, due giorni dopo. Non so nemmeno io se è la verità.

Ora sono di nuovo alla San Genesio, da tre mesi. Il direttore dice: “Scrivere fa bene, guarisce e aiuta a capire.” E allora scrivo, pagine e pagine come questa. Se rigo dritto, a breve potrò ricominciare a uscire. Ma non sarà facile trovare un lavoro stavolta, con la crisi che c’è in giro.