Zebre

di Pietro Margutti

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I documentari sono spesso una salvezza in TV. Li puoi guardare senza impegno, già iniziati, anche in altre lingue, persino in tedesco. Ieri sera le zebre erano vittime degli attacchi dei leoni durante la notte.
Attaccati di sorpresa, gli animali fuggivano, si disperdevano. Uno sbagliava una mossa, restava isolato, forse perché debole, anziano o ferito, e il suo destino si compiva. Dopo gli attacchi, al mattino, il branco di zebre tornava a riunirsi. Gli animali si ritrovavano, manifestavano la loro forza, confermavano la loro sopravvivenza. Non avevano memoria di ciò che era accaduto e questo permetteva loro di restare sereni.
Aperti, ariosi, senza i vecchi scompartimenti, i treni come gli uffici sono diventati open space, agili, condivisi, veloci. Il mio corre silenzioso e affollato verso Milano, nel tardo pomeriggio di venerdì. Dentro molti italiani, pendolari di lungo raggio, forse con frequenza settimanale. Chi lavora ancora, chi dorme, chi legge nonostante la pressione delle curve in velocità. Altri sono in partenza, svizzeri o tedeschi, sorridenti. I più coraggiosi sono diretti nella tumultuosa Italia, altri nel più rassicurante surrogato locale,
Lugano. Fuori, sotto un cielo limpido, scorrono i bellissimi, perfettissimi e noiosissimi villaggi sul bordo dei laghi, sotto pigre montagne che aspettano una primavera ancora acerba. I prati in basso sono di un elegante velluto scuro, la corsa del treno li accarezza. In fondo al lago di Zugo, il porticciolo di Arth Goldau e poco l’oltre l’immersione rapida nel tunnel, che scava la sua lunga via verso sud. Finisce la vista e, nel buio, tornano le riflessioni. Ho preso il treno delle cinque e venti a Lucerna per un pelo. Il solito affanno, ma il lavoro è andato bene e gli incontri hanno definito il lavoro e le produzioni di qualche mese.
Non ci danno visibilità oltre l’estate, nessuno sembra ancora informato. Ma il ricordo è un altro, quell’esperienza così, in diretta. Joanna era nella sala di fronte, non mi aveva visto. Tutti gli uffici hanno pareti in vetro, appena sfumato di verde, in cui il lavoro è trasparente e luminoso. Ascoltava un’altra persona, di fronte a lei, che sembrava recitare un lungo monologo.
Joanna. Il primo incontro anni prima, nella vecchia sede a Basilea, con una vista magnifica. Un’ora con lei finì per durare l’intera giornata. Chiedevo senza sosta e lei capì, rivoluzionò l’agenda e continuò a rispondere. Ero un noioso novellino, ma non per la paziente sensibilità di una persona, una donna, che sapeva costruire. E poi insegnando s’impara, mi disse, e m’insegnò anche questo, perché nel farlo si mette a fuoco in un modo nuovo ciò che si trasmette. È vero, è brava, pensai. Perché allora, perché adesso? Poi seguimmo diversi progetti, altri reparti, ma il contatto rimase. Non è scontato quando c’è differenza d’età, di lingua, di cultura. Basta osservare i capannelli al bar o i tavoli della mensa. Ci si raggruppa per generazioni, per livelli, per formazione, tutti più o meno chiusi nella propria bolla. Sono pochi quelli che riescono a romperla. Ieri, dopo aver notato Joanna, avevo ripreso a seguire il mio lavoro, la noiosa pianificazione. Forse l’avrei incontrata più tardi, o in mensa. Poi invece, durante una pausa, l’ho vista nel corridoio, sola e immobile. Avevamo terminato insieme? Bene, perfetto. Ho fatto un cenno ai colleghi e l’ho avvicinata con un sorriso.
– Joanna! Ciao, come va?
Un silenzio inatteso.
– Well, not so good, and you Giacomo?
La voce stentava. E il suo italiano, cui teneva tanto? Sul viso solo tanta fatica.
– I’m fine. I’m here to discuss the planning. What’s the matter?
Guardava altrove, lontano, immersa in un silenzio che mi imbarazzava. Non sapevo cosa aggiungere e stavo per salutarla e congedarmi.
– They fired me. Just now.
– Cosa?
Usci così, di petto, in italiano. Era appena accaduto, in quella sala, e dovevo essere il primo cui lo riferiva.
Si stava riprendendo. Poi le sue mani si sono mosse per sistemare i capelli e dopo un respiro profondo ha finalmente rivolto lo sguardo verso di me. Le parole scorrevano più fluide, in italiano.
– Giacomo, scusa. Sì, mi hanno licenziata. Forse è meglio che vada.
– Certo Joanna, capisco. Mi dirai.
Invece riprese.
– Poco fa. Non sono sola, sai. Una riduzione, come si dice? Strategie dall’alto, puoi immaginare, i costi.
Anche in altre sedi. Temevo che potesse accadere, ma passare nel tritacarne è un’altra cosa.
– Cosa ti hanno detto?
– Una del personale mi ha informato e mi ha presentato il “pacchetto”. Mi danno tre mesi, il supporto di outplacement e anche lo psicologo.
L’inglese è chirurgico, rimuove ogni profondità emotiva. Essere cacciati, dover trovare un altro posto suonerebbe molto diverso.
– Ti aiutano a cercare un altro posto?
Altri pensieri, in silenzio. Riprendo io.
– Ti ho vista prima, al di là dei vetri. È stato un colloquio lungo.
– Non so, ho perso il senso del tempo. Sì, deve essere stato lungo. Ho avuto l’impressione volesse colpevolizzarmi per spegnere ogni mia reazione.
– Tutto studiato?
– È un mestiere. Penso che accetterò il loro supporto per trovare un altro lavoro, ma non lo psicologo, quello no. Se capisco bene, mi vogliono convincere che non sono all’altezza del “loro” ruolo. E non mi farebbe bene. Oddio, sono ancora scossa.
– Certo. Ma tre mesi sono un tempo adeguato a trovare una buona posizione?
– Non so, non lo so ancora. Almeno non è come in America o lassù da me. Lì avrei già il mio scatolone tra le mani e la guardia che mi accompagna alla porta.
È di origine polacca, ora ricordo. Un giorno mi raccontò come avesse seguito il marito, ingegnere come lei, trasferendosi in Svizzera. Esperta di chimica farmaceutica e con uno straordinario bagaglio di lingue, aveva trovato posto con facilità in quel reparto, mi disse, dove stavano creando un gruppo molto aperto e internazionale. Ora forse la politica era cambiata.
– Ma qui non possono sostituirti in tre mesi. È assurdo. Nemmeno in trenta. Con la tua esperienza, la tua sensibilità.
Quello che non serve oggi, la sensibilità.
– Suppongo cambieranno tutto. Il lavoro va in oriente, lo sai, e in parte giù da voi, ma dovete stare molto attenti. Qui rimarranno pochi manager, i più duri. Avevano annunciato grandi novità. Beh, questa è la mia.
– Joanna, mi dispiace.
– Grazie Giacomo. Non so ancora come, ma me la caverò. Tu quanto stai qui?
– Sono qui da ieri, ma domani riparto subito. Sai, i piani trimestrali.
– Te la stai cavando bene ho sentito.
– Ho avuto la migliore insegnante.
Il primo sorriso.
– Come sta Francesca? Tommaso? E la nuova recluta Laura?
Uno a uno, i nomi di tutti. Troppo attenta per durare.
– Bene. Te li saluto. Saranno sconvolti quanto me. Prendi un caffè? Ne vuoi parlare ancora?
– No, grazie. Ti lascio, ho bisogno di riposare. Ma ti scriverò presto e spero anche di passare da Milano.
– Certo, fammi sapere. Dobbiamo vederci.
– Sure, tschüss.
– Take care!
Sono incerto, un abbraccio è sconveniente? È un attimo, troppo tardi. Solo una mano sul braccio, imbarazzata, con una lieve stretta. Uno sguardo, poi lei si allontana con passi dignitosi.
Mi avvio malvolentieri verso l’angolo caffè. Gli altri sono già lì. Non mi va di seguire i loro discorsi.
– An expresso, Giacomo?
– No, thanks.
I sopravvissuti si contano. Parlano, scherzano. In gruppo certi argomenti si evitano, se ne parla solo in privato. Dopo la riunione sono uscito presto e non ho cenato. Mi sono scusato con gli altri e sono rientrato subito in albergo. Ho letto un racconto di Salinger che avevo con me e poi ho dormito. Ero esausto, sopravvissuto, chissà sino a quando. Al mattino ho preparato il bagaglio e, dopo una rapida colazione e fatto il check out, sono tornato dentro, nel branco.
Usciamo dalla galleria ormai all’imbrunire. Per fortuna. L’oscurità mi opprimeva. Il cielo sereno disegna il profilo delle ultime montagne. Verso occidente, i colori sfumano dal verde scuro del primo piano, dove si distinguono i boschi, a un elegante e indistinto azzurro, prima scuro e poi via via più luminoso in fondo, dove le montagne più lontane si lasciano trasfigurare dall’ultima luce. Più avanti, senza più ostacoli, il treno può correre in discesa sino a Bellinzona e oltre. Gli scenari sono dolci e la bella stagione più avanzata. Il lago poi annuncia Lugano, dove qualche pavido turista scende, senza voler sapere quanto è bello essere meno perfetti più a sud. Chi resta è diretto in Italia. Rivedrò Joanna, penso, devo trovare il modo di farla tornare a Milano un paio di giorni e organizzare una serata fuori con tutti i colleghi. Poi, mentre mi perdo nella stanchezza, siamo già a Como. Col buio arriviamo nel disordine dell’Italia sofferente e affollata, ma corriamo via rapidi e la notte e la velocità nascondono le crepe dei muri e delle anime. Qualcuno sistema già le sue cose. I giornali, il computer, la giacca. Milano è vicina. Si aggancia la rete italiana e mando un messaggio a casa, sono in arrivo. So che mi stancherò presto del caos milanese, ma è bello tornare.
Poco dopo, oltre Monza e oltre la periferia, mentre il treno consuma gli ultimi binari diretti in Centrale e mi preparo a scendere, torno a pensare a Joanna, al suo solitario disagio in quella sala, allo sguardo fisso sul pacchetto elegantemente presentato, al centro della scrivania, in una sobria copertina vuota di ogni colore aziendale. Mentre il treno rallenta sotto la grande volta e spio dal finestrino cercando il lato di discesa, mi pare di avvertire sulle sue dita la ruvida sensazione di aprire la cartelletta e sfogliare la
durezza di quelle pagine. Mentre cammino lungo la piattaforma, forzando le gambe un po’ stanche a scansare le rotelle dei trolley, immagino la sua mente divisa e confusa tra le parole che provava a leggere e quelle che ascoltava da quella voce sicura e incalzante. Mentre scendo lungo il percorso commerciale della stazione e guardo distrattamente le vetrine, aspettando l’indicazione per la metropolitana o il profilo di un pacchetto destinato a me, vedo la fragilità di quello che facciamo ogni giorno, una profonda costruzione di pazienza e determinazione che può volatilizzarsi nella tempesta di un brusco cambiamento di strategia aziendale. E stretto nell’ultimo affollato vagone verso casa, mentre conto quante fermate mancano, cerco di ritrovare serenità nel branco di zebre. Nella notte, stanco e senza memoria, non so, non posso sapere che forse mi cercano, che forse hanno scelto, mi hanno isolato. Non li posso vedere, ma forse sono già tutti intorno. Forse, nella notte, sono già solo e senza scampo.

 

Pietro Margutti è nato a Milano nel 1957 e vive in Brianza da molti anni. Dopo varie esperienze professionali in Italia e all’estero, lavora come redattore e formatore tecnico per varie aziende dell’area milanese. Da alcuni anni, nell’associazione artistica Alessandro Conti di Monza, è anche autore di opere figurative frequentemente esposte nelle mostre dell’associazione.

NELL’ACQUA ALTA

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di Brunello Buonocore

– Com’è che si dice? Abbiamo perso una battaglia, non la guerra.
Una frase fatta, uno slogan che Riccardo pronuncia spesso, probabilmente ripetendo le parole di qualche allenatore famoso.
Ma non questa volta.
Lo abbiamo portato al pronto soccorso, dopo che è mezzo svenuto in campo a seguito di una testata tremenda contro un giocatore avversario. Con lo sguardo fisso e spento non rispondeva a nessuna domanda. “Dopo la craniata” non ha più parlato.
Mentre aspettiamo che lo infilino nel tunnel della TAC arriva un’ambulanza a sirene spiegate.
Adesso ci tocca stare qui tutto il giorno e tutta la notte, penso. E la stessa cosa di sicuro viene in mente a Daniele e a Giuseppe, che insieme a me lo hanno portato in ospedale. Ma, quando mi giro per scambiare uno sguardo di intesa, loro due sono spariti.
Li cerco, li chiamo al telefonino, ma niente… introvabili.
Subito dopo la mia attenzione viene catturata dall’ambulanza. Da quel mezzo non scende nessuno anche se si sentono urla e lamenti provenire dall’interno. Nessuno interviene, anzi regna il più assoluto disinteresse.
Allora apro io il portellone e salgo. Legato al lettino e chiaramente in preda a una crisi isterica c’è Riccardo.
Ma questo non ha senso.
Prima che riesca a radunare le idee, qualcuno chiude il portellone e l’automezzo riparte a velocità folle con la sirena urlante. La due azioni durano un secondo, forse meno.
Perdo l’equilibrio e cado ma mi rialzo subito. Penso di essere vittima di uno stupido scherzo dei miei amici. Mi sembra anche di vederli per un attimo e non sono preoccupati, anzi sorridono. Lo ammetto, in quel momento mi trovo per la prima volta a pensare che siano degli idioti e che non li vorrò mai più vedere.
Nel frattempo, anche perché non sono del tutto in me, non riesco nemmeno ad avvicinarmi a Riccardo, che intanto non la smette di urlare. L’ambulanza si impenna, finendo chissà dove. Impatto contro un qualcosa di molto duro e sgradevole rumore di lamiere. E questa volta anch’io batto la testa, ma fortunatamente non mi faccio male.
Attendo i soccorsi. Mi guardo in giro, senza scendere dall’ambulanza. Verifico di non perdere sangue dal braccio sinistro che ha sbattuto più volte all’interno dell’abitacolo. Sono poco lucido ma non impaurito.
Non sono uno che si fa prendere dal panico. Ma quando finisci in mezzo a un incidente non lo sai come reagisci. Rimango seduto, mi convinco che non dovrò aspettare tanto.
Invece dei volontari della Pubblica o della Misericordia arrivano dei poliziotti che senza apparente motivo si mettono a manganellare sia me che Riccardo.
Adesso sì che sento male e vengo assalito dai dubbi: forse non sono finito nel mezzo di uno stupido scherzo. Forse sono finito in un guaio.
Mentre ci trascinano via, urliamo come non abbiamo mai fatto.
Un colpo in testa, per fortuna di striscio, mi annebbia la vista. Per un istante vedo solo buio, poi vedo le sagome di Daniele e Giuseppe. Capisco che stanno portando via anche loro.

Non sono un uomo religioso, ma i sacramenti mi incuriosiscono. Soprattutto il battesimo. Quello cattolico non è un granché, ammettiamolo. Invece ho un’amica evangelica che mi ha mostrato il filmato della cerimonia di sua sorella, che si è convertita da adulta. Il sacerdote la butta nell’acqua di un fiume, la tiene sotto per qualche secondo e poi la riporta fuori. Intorno c’è parecchia gente: tutti piangono e ridono, le due cose insieme, poi si mettono a cantare. Sembra bello ma non so se avrei il coraggio di provare…

Ci tengono separati. In quattro stanzette minuscole.
Ogni cinque minuti entrano due energumeni che ci picchiano con i manganelli, senza criterio e senza pause, così come a loro viene voglia.
Quello che succede a me, succede anche ai miei amici. Non li sento e non li vedo, ma ne sono certo.
Oltre alle manganellate, arrivano gli schiaffi e le tirate di capelli. E così perdo il controllo e mi metto a gridare di tutto. Sono un fiume in piena. E racconto. Racconto quello che è successo al pronto soccorso.
A qualcosa serve perché c’è un cambiamento di programma. Ma solo per me, ne sono convinto. Arriva uno che sembra un capo: un uomo di dimensioni normali, per fortuna, forse un pochino più basso della media, con gli occhialini rotondi e con addosso un insopportabile profumo di acqua di colonia.
Il poliziotto buono, mi dico.
I suoi modi però non sono gentili. Non picchia ma fa male: forse non sa usare le mani ma le parole sì.
– Pezzo di merda. Che cazzo gridi? Pensi che non lo sappiamo chi sei? Chi credi di prendere per il culo?
Mi sento mentre pronuncio qualcosa, tenendomi la testa tra le mani. Ripeto in continuazione: l’ambulanza.
– Quale ambulanza, faccia di merda che non sei altro? Quale ambulanza?
Se ne va, ma torna subito. Mi mostra un tablet e sul tablet un filmato in bianco e nero.
– È questa?
Gli rispondo di sì con la testa.
– Questo di spalle sei tu? Non è vero? – mi chiede, facendo proseguire la proiezione.
– Sono io, ma faccia attenzione… ecco!
– Ecco che cosa, deficiente?!
– Deve tornare indietro…
Lo fa.
– Qui, piano… vede?
– Che cosa devo vedere? Che cosa?
– Alla guida non c’è nessuno… è impossibile… ma è così… si vede, si vede… si vede…
Lui riguarda il filmato. Molte volte. Intanto suda e l’odore dell’acqua di colonia invade la stanza.
– Non l’ho notato subito, ma, da quando mi avete portato qui, non penso ad altro… Sono sicuro. Sul lettino c’era Riccardo, il mio amico e non doveva essere lì perché stava facendo la TAC… Ma questo lasciamolo perdere. Su quell’ambulanza non c’era nessun altro… nessun infermiere, nessun portantino, nessun volontario e nessuno alla guida. Ho guardato, per un attimo, sia prima sia dopo l’incidente… non me lo sono sognato… non c’era nessuno… nessuno.
Non mi accorgo che sto urlando, ma deve essere così, perché lui cambia espressione e dà un accenno di fastidio. Ripeto la stessa parola, venti, trenta volte. Nessuno.
– Taci, stronzo! Che cosa cazzo gridi?
La smetto.
Lui mi guarda. Apre la bocca ma poi non parla. Esce, ritorna, mi guarda ancora in faccia… non dice nulla.
Se ne va lentamente. Chiude la porta, facendola sbattere.
A questo punto interviene il silenzio, per un tempo che non riesco a calcolare ma che sembra lunghissimo.
Non si sente più nulla: nessuno che grida, nessuno che piange. Nemmeno la suoneria di un telefonino, una fotocopiatrice, una porta che si apre o che si chiude… Niente.

Non sono capace di nuotare, ma mi piace molto andare al mare. Non sono capace di nuotare, ma di galleggiare sì. Non mi avventuro al largo. Mi fermo quando rischio di non toccare, quando il mare diventa alto. Mi spingo fino al limite. Fino a quando l’acqua mi arriva al naso e alle orecchie. Lì, in piedi, guardo l’orizzonte, rimanendo fermo a volte per un tempo imprecisato: i rumori si attenuano e la mia vista si appanna.

Adesso siamo tutti e quattro nella stessa stanza. Non è la camera degli interrogatori. È lo studio dell’uomo profumato.
– Ispettore, ispettore… posso chiedere una cosa? – esordisce Giuseppe.
– Non sono ispettore, sono vice ispettore – chiarisce come se il particolare fosse di fondamentale importanza – e mi chiamo Marino. Di cognome, non di nome. E voi chi cazzo siete? Cioè chi siete veramente?
Giuseppe si ripropone malissimo: – Stia attento… Guardi che parleremo solo in presenza del nostro avvocato.
– Lei non sembrava così… così risoluto poco fa, signor Anselmi.
Giuseppe rimane in silenzio.
– L’abbiamo registrata, lo sa?
Giuseppe rimane in silenzio.
– Ascolti! – e fa partire un registratore.
– Ho capito, ho capito, ho capito. È per le molotov, vero? – Pausa. – Alla manifestazione a Milano, quindici giorni fa. Ma non ero l’unico… Ne ho lanciate due, va bene… Ma non ho colpito nessuno.
Il vice ispettore spegne il registratore, guarda fisso negli occhi Giuseppe. E riprende:
– Non ha colpito nessuno, signor Anselmi? E come fa a saperlo? E non era la prima volta, vero?! – apre un fascicolo davanti a sé e controlla, o fa finta di controllare. Poi aggiunge – No, non era la prima volta…
Guarda ancora Giuseppe, che invece non alza lo sguardo, e aggiunge:
– Per adesso, Anselmi, l’avvocato… lasciamolo perdere.
Il poliziotto sposta l’attenzione su Riccardo:
– Come va, dottor Miserotti? Fa ancora male la testa? Ci vede bene?
Riccardo cerca di non dare a vedere di essere agitato. Ma lo conosco a sufficienza per sapere che è così. Lui, che non suda mai, ha la fronte bagnata.
– Devo ancora fare la TAC, ma non credo ci sia nulla di grave.
– Tranquillo. Tra poco avrà la sua TAC, contento? Così ci leviamo il pensiero… Non vuole chiamare l’avvocato anche lei, vero?
– No. Voglio solo andarmene.
– Lei mi piace, Miserotti. Le cose hanno un inizio e una fine. E dopo un po’ appartengono al passato… vero? È meglio metterci una pietra sopra… È meglio dimenticare… Guardi, ho qui il suo fascicolo ma non voglio nemmeno aprirlo. Che cosa potrei trovarci? Niente! Niente?
Riccardo non risponde.
– Forse qualcosa di strano, però… Che so, una querela per appropriazione indebita, una storia di tanti anni fa… Ma forse non c’è più, forse sua zia l’ha fatta sparire…
Guardo Riccardo che adesso sembra molto preoccupato. So che si vergogna di questa faccenda e che ne ha parlato solo a me. Sicuramente gli dà fastidio che anche gli altri amici ora la conoscano.
– A volte fa comodo avere una zia che lavora in tribunale, vero? Fa comodo, già…
Il vice ispettore tira un lungo sospiro.
– Veniamo a lei, Pignataro. Signor Daniele Pignataro… E qui il fascicolo lo voglio proprio aprire, perché c’è una bella indagine in corso, vero?
Daniele guarda il soffitto.
Il vice ispettore insiste:
– Vero?
– Vero – risponde il mio amico, sottovoce.
– Se ne stanno occupando i carabinieri e sono parecchio incazzati con lei… Questa Ferrari Lucia anzi Lucia Paola… le ha fatto una bella denuncia per stalking. – finge di leggere, poi rialza la testa e lo guarda, senza incontrare i suoi occhi.
– Siccome c’era stata una volta, doveva starci ancora… era questo il tono delle telefonate e dei messaggi. E ci sono pure i pedinamenti. Allora Pignataro mi dica, a chi crederà il giudice? A lei che racconterà di essere stato portato in questura e picchiato selvaggiamente… o a noi poliziotti integerrimi? Che, tre contro uno, giuriamo di non averle torto un capello? Vuole davvero chiamare l’avvocato?
– No – risponde ancora Daniele, stavolta con un tono più deciso.
Adesso tocca a me, penso. E invece no. Il vice ispettore Marino si alza, assume un tono piuttosto solenne e dichiara:
– Statemi a sentire, ragazzi… non siete voi quelli che cerchiamo. Siete degli stronzi, dei comunissimi stronzi, ma non avete fatto nulla di particolare. Ci siamo sbagliati. Mi dispiace. Sono cose che succedono.
– Fa un altro lungo sospiro. – Potete andare. No, anzi… adesso vi faccio accompagnare per una controllatina, come promesso… però cambiamo ospedale.
Alza il telefono.
– Ascolta Rosario, devi accompagnarli alla clinica Sant’Anna. Sì, tutti e quattro. Tranquillo adesso avviso io. E trattali bene che sono ragazzi bravi… perbene.
Ride.

Ci siamo rivisti dopo un mese per una birra e ne abbiamo parlato, ma poco. Riccardo ci ha ricordato che abbiamo perso una battaglia, non la guerra, e Giuseppe ha rinforzato sostenendo che quel giorno nonostante tutto non siamo usciti sconfitti dalla questura. Nessuno mi ha chiesto se davvero non ho il minimo “precedente”, diciamo così.
Ho detto qualche scemenza ma ho parlato poco. C’era molta confusione e non ho capito tutte le battute dei miei amici. Ma ho osservato con cura i loro volti e li ho trovati strani. Hanno le occhiaie profonde, tipiche di chi dorme poco e sembrano invecchiati di dieci anni. Non mi è sembrato il caso di aggiornarli sul fatto che ho rivisto il vice ispettore Marino, lo sbirro profumato, come lo abbiamo soprannominato.
È successo ieri e so che non è stata una combinazione fortuita.
– Che cosa ci fa, qui, ingegner Polizzi?.
– Ho un invito per una prova gratuita di watsu, lo shiatsu in acqua.
– Lo so che cos’è il watsu… Io invece ho accompagnato mia moglie a un corso preparto, sempre in acqua.
– Ha un bimbo in arrivo?! Congratulazioni.
– Una femmina purtroppo. Io volevo il maschio. Vabbè.
Pausa.
– Niente di nuovo, Polizzi?
– Niente.
– Nessun contatto?
– E con chi?
– Lei è un ingegnere… lo sa come si fa a far funzionare un auto tramite un telecomando.
– Sì, lo so. Ma non ne sarei capace, non è tanto semplice.
– È vero.
– E allora?
– Sono sicuro che la verranno a cercare.
– Verranno? Ma chi? Di chi parla?
– Se lo sapessi, li avrei già arrestati. Ma non è facile. Sono in gamba… Hanno rubato un’ambulanza e ci hanno messo dentro il suo amico, senza che nessuno se ne accorgesse. Poi l’hanno fatta correre senza autista in mezzo alla città a 180 all’ora. E quando hanno voluto l’hanno fatta schiantare. Potevano dirigerla dove pareva a loro. Sono persone capaci… non dico che sappiano far ricrescere le gambe e le braccia agli amputati o ridare la vista ai ciechi, ma… Ci sanno fare.
– E io che c’entro?
– Nulla. Però mi sono fatto la convinzione che quella sceneggiata all’ospedale non sia stata un avvertimento, un’esibizione di forza… ma qualcos’altro.
– Si spieghi meglio.
– Sembra assurdo ma credo che sia stato un tentativo di reclutamento.
– E io che cosa c’entro?
– Lei c’entra, Polizzi. Eccome.
Non dico nulla ma da come lo guardo si sente in dovere di proseguire.
– Forse mi sto sbagliando. Però…
– Però…?
– Lei ha aperto la portiera dell’ambulanza, se lo ricorda?!
– E allora?
– Allora lei è uno che decide, che prende l’iniziativa… E un’altra cosa: lei ha buoni, buonissimi motivi per avercela con la polizia. E per volersi vendicare. Vedrà che la contatteranno. Ma non si metta con loro, Polizzi… sono peggio di noi, sa?
Mi guarda negli occhi per un secondo, poi prosegue:
– D’accordo, glielo dico. Credo che siano degli ex poliziotti… Sono pericolosi… Se si fanno sentire, mi chiami. Per favore… per favore.
Mi ha allungato un biglietto da visita dove non c’è scritto nessun nome ma solo un numero, un cartoncino che profuma maledettamente di acqua di colonia. E se n’è andato.

Da quel pomeriggio i miei problemi di insonnia sono diminuiti. È come se li avessi regalati a Riccardo, Daniele e Giuseppe. Ogni tanto però arriva un incubo, sempre lo stesso.

Sono in una piscina e sto tremando perché l’acqua è fredda. Provo a nuotare per superare i brividi, ma la cosa non funziona. Anzi. Un crampo mi blocca un polpaccio e vado sotto. Riemergo e cerco con gli occhi il bagnino. Ma lui non è al suo posto. Mi rimetto in piedi. Sono in un punto in cui si tocca e non rischio di annegare. Ma sono paralizzato. Non riesco a muovermi. Gli spruzzi dei nuotatori delle altre corsie mi danno un fastidio enorme, insopportabile. Mi metto ad urlare. Ma la voce non esce. Mi sento solo io mentre grido basta.

 

Brunello Buonocore è nato a Piacenza nel 1958. Si occupa da molti anni di progetti e interventi in ambito sociale, che sono qualcosa di più del suo lavoro. E’ autore insieme a Giovanni Battista Menzani e Marco Murgia e ai redattori di Radio Shock di Qualcuno tornò sul nido del cuculo, Edizioni Officine Gutenberg , che contiene le biografie romanzate di alcuni pazienti psichiatrici.

Susanna don’t you cry

Alice Magnoni, 22 anni, studentessa del terzo anno di Scienze Ambientali all’Università Bicocca di Milano. Tra i cinque finalisti della nona edizione del concorso Raduga, con un racconto intitolato Il terzo atto, che sarà edito sull’Almanacco Letterario dell’Associazione Conoscere Eurasia, nel giugno 2018.

 

 

 

di Alice Mangoni

Trovarono un nido.
Prima c’era stato il rumore, furtivo, selvatico, poi li avevano visti. Brutti corpicini spelacchiati, ma già dotati di una certa grazia: la capacità di volare un giorno. Probabilmente merli, decise Susanna. I segreti della natura erano belli, le loro ombre non facevano paura, i loro misteri semplici.
Ma i segreti degli uomini. Gli uomini erano codardi e nascondevano solo i lati peggiori, sporchi, deboli.
Una bambina allungò le dita, ma la sorella le disse: «No. Alla madre non piacerà l’odore di mani umane. Potrebbe non riconoscere i suoi piccoli».
Matilde ritirò il braccio delusa. Aveva nove anni, Susanna diciassette; entrambe vivevano in una cascina del paese vicino. Quasi una volta alla settimana andavano al Castello di Masino a giocare a nascondino nel Labirinto finché erano stanche, e allora si sedevano a leggere. Consideravano quel luogo una personale proprietà.
Tornarono qualche giorno dopo la scoperta del nido. Susanna cercava la sorella da qualche minuto senza successo. Forse era entrata all’interno del castello, anche se non aveva il biglietto: c’era una via attraverso i bagni, oppure Pietro poteva averle aperto la porta principale. Trovò il ragazzo, gli chiese subito: Hai visto mia sorella.
Venti minuti fa era qui.
Non c’è.
Di colpo scorse una testa bionda e con lei un uomo dalla barba rossiccia e l’ansia scese e salì di nuovo.
Susanna sentiva con orgogliosa invidia che Matilde era bella, ancora piena di morbidezze da bambina ma con una curiosa malizia che la rendeva più adulta. Agiva per istinto e autodifesa e desiderio di piacere, ma era troppo piccola per capire i pericoli.
Susanna le corse incontro e vide una donna, un bambino e un gatto bianco poco distanti. Forse la sua famiglia. Ma Susanna sapeva che ci sono uomini con due facce, che con una mano frugano nel buio dei cinema, nelle metro affollte, in una macchina che si ferma a chiedere indicazioni, e con l’altra accarezzano la testa del figlio che va a scuola. Possono fare questo.
Raggiunse la sorella mentre lei aveva già salutato l’uomo, la strattonò per il braccio.
«Non sparire mai più!»
«Giocavamo a nascondino, lo scopo è quello».
Le propose di cambiare gioco:«Saliamo sulle mura. Chi cade è morto».

Si arrampicarono agili, capelli chiari al vento e gambe lunghe, sembravano nate per quello. Susanna in particolare era una specie di uccello, un airone o una cicogna, alta e sottile.
Una donna gridò. E le due ragazze persero l’appoggio. Fu un attimo, recuperarono l’equilibrio.
Scendete, scendete! Dunque ce l’aveva con loro. Era la moglie dell’uomo con la barba. Susanna avvertì ogni cosa in ritardo, dopo essere balzata giù con Matilde. La paura, il vuoto, l’urlo. Per poco quell’urlo non le ammazzava. Cosa diceva ora. Chiedeva della mamma, dov’era, perchè le aveva lasciate fare una cosa così pericolosa.
«Lavora» rispose Matilde squillante.
Non era pericolosa, non era pericolosa prima che arrivassi tu, pensò Susanna. Come osava, chi era, per mettere in discussione la sua capacità di prendersi cura della sorella. Squadrò con disgusto la donna. Era carica d’oro e mentre si agitava tutti gli ori si agitavano con lei. Chi porta un gatto in gita come se fosse un cane poi? Susanna la guardava con furia silenziosa.
Poi sentì Matilde dire: «Mia sorella è muta. Come può prendersela con una povera muta?»
Le prese la mano e la fece allontanare in regale sdegno. Matilde era così. Non sapevi mai cosa avrebbe fatto dopo.
Prima di andarsene Susanna lanciò un’occhiata oltre le mura. Al nulla e all’aperta campagna. Non sarebbero mai cadute. Era lo scopo del gioco.
«Dimmi cos’ho di strano».
Il pomeriggio era quasi finito, e ora camminava con Pietro nel Giardino, Matilde era sparita tra le siepi.
Lui era volotario al castello, ma lo conoscevano da anni perchè la mamma lo pagava a giornata per aiutarla nei campi.
Pietro rise.
«Non scherzo».
«Forse non ridi nei momenti giusti».
«Quali sono i momenti giusti?»
Susanna ricordava che il padre la chiamava “la mia bambina speciale”, ma la mamma sbuffava e le diceva:«Tu hai molto cervello, ma non è quasi mai mai attaccato alla testa. Non so cosa te ne fai».
Suo padre era morto quando lei aveva circa l’età di Matilde. La mamma gli elencava sempre tutte le cose che non doveva fare: fumare, guardare troppa televisione, mangiare grassi animali, entrare con le scarpe in bagno. Lui rispondeva: «Di qualcosa bisogna pur morire». Infatti.
Dopo il funerale la mamma aveva preso per le spalle Susanna: «Ecco cosa succede a chi non mi ascolta» indicando la bara: «Tuo padre non prendeva mai nulla sul serio, lasciava che lo facesse qualcun altro per lui, e di solito ero io. Ti sembra giusto?».
Susanna odiava quando lo chiamava “tuo padre”. Era anche tuo marito, pensò. Da bambina aveva adorato la sua leggerezza, l’ironica noncoranza verso il resto del mondo e sé stesso, ma a volte pensava che fosse ciò che l’aveva ucciso: aveva smesso di avere peso, niente lo ancorava più a terra. La mamma invece era solida come la fattoria, in pietra e legno scuro. Questa era la mamma.
«Sei nel nostro mondo solo a metà».
«Fai cose che gli altri non fanno» Matilde li aveva raggiunti e si era unita al gioco. Susanna arrossì. La prima volta che aveva visto Pietro gli aveva toccato i capelli, neri e ricci, affondando in sensazioni sconosciute con le dita. Avevano entrambi quattordici anni, e lui era un ragazzino dalla faccia larga e il corpo snello, che sembrava capace di fare tutto, fischiare, lanciare coltelli, fare il giocoliere con tre arance, e il resto di saperlo imparare, mentre lei era una ragazzina alta e strana. Matilde le aveva detto poi: Perchè gli hai toccato i capelli.
Non lo so.
Non dovevi farlo. E’ stato strano.
Ma Susanna con capiva perchè.
«Urli nei campi».
Anche questo era vero. Succedeva la notte. Correva all’aperto e gridava finchè non si accasciava al suolo completamente sfinita e liberata. La sorella veniva a raccattare quel mucchietto d’ossa per metterlo a letto. All’epoca in cui andava ancora al liceo strillava ogni notte per tutta la notte, e alla fine i vicini esperati avevano esasperato la madre che rinunciò al principio secondo cui conoscere nuove persone faceva bene. Ci rinunciò per stanchezza e non per mancanza di convinzione. La ritirò dalla scuola per farla studiare a casa e da allora le urla erano diminuite drasticamente. Ma non poteva rinunciarvi del tutto.
La vita la riempiva e lei doveva svuotarsi.
Non capisco perchè lo fai, le disse Pietro una volta.

Non capisco perchè voi non lo fate, rispose lei.
Susanna riconobbe la voce. Era la donna. Andarono verso quel suono. Meglio non avvicinarsi, pensò. Ma gli altri erano già avanti. Sapeva che non doveva guardare ma guardò. Il gatto era sdraiato, la testa bianca e rossa sfracellata da un sasso. Susanna si chinò e girò il gatto dalla parte intatta: come se dormisse.
La donna la fissò e l’accusò: E’ lei! Ha lanciato lei la pietra.
No.
E così non sei muta.
Il marito tentò di calmare la moglie: Lascia perdere, è stato un incidente, vuoi farla pagare a una ragazzina, non lo vedi com’è.
Pietro disse alle due sorelle: «Vi accompagno a casa».
Dietro alla donna, tra le foglie, c’era un nido.
Arrivarono alla cascina. Susanna chiese a Pietro:«Sei stato tu?»
Gli avevano raccontato dei merli.
«Pensavo fossi stata tu».
E’ notte. Una bambina si alza, apre la porta della camera di sua sorella. Le scuote la spalla.
«Dormi?» chiede la bambina.
«No»
Nel buoi non ci sono corpi, solo le voci senza materia.
«L’hanno seppellito? O l’hanno lasciato lì?»
«L’hanno seppellito».
«Dove?»
«Nel loro giardino».
«Magari non hanno un giardino».
«Tutti hanno un giardino».
«Non è meglio che il gatto sia morto alla fine?»
«Non so».
«Avrebbe ucciso gli uccellini».
«Aveva trovato il nido?»
«Sì. L’ho capito perchè c’erano i segni delle unghie sull’albero. Non le hai viste?»
«No».
«Domani te le faccio vedere».
«Va bene».
«Avresti urlato. Se trovavi gli uccelini morti. Davanti a tutti avresti urlato nel tuo modo».
La ragazza è rigida nel letto. Non si muove.
«Odio quando urli» prosegue la bambina.
Ancora non c’è risposta.
Conclude: «Non m’importa anche se stata tu. L’hai fatto per scacciare il gattto lontano dal nido e se poi è morto non potevi saperlo. Sono contenta che sia morto. Non è meglio Susi?»
«E’ meglio per gli uccellini ma non per il gatto. Non per i padroni del gatto».
La ragazza gira la testa verso il muro e la bambina torna in camera sua, i piedi nudi che sfregano le piastrelle. Passano i minuti e la ragazza si alza e entra nella camera della sorella.
«Mati».
«Che c’è».
«Sono contenta per gli uccellini. Un giorno impareranno a volare, pensa».
E poi, sulla porta: «Vuoi venire nei campi con me?»
Si infilano gli stivali e nell’oscurità della campagna urlano, creature umane e selvagge. Fino all’alba.
«Dopo si sta bene no?» sottilinea la maggiore « Devi lasciarmi urlare ogni tanto, così che possa essere felice il resto del tempo».
Qualche momento dopo momora, ma pianissimo, che si potrebbe non udirla affatto: «Dio, Matilde, perchè non gli hai fatto sciò sciò invece?»
«Non mi è venuto in mente».

La verità rimossa

Vincenzo Sciascia è nato e cresciuto in Sicilia, a Racalmuto, paese che ha dato i natali a Leonardo Sciascia. Studia Giurisprudenza a Milano, dove rimane in seguito lavorando a Palazzo di Giustizia. Riscontri nella narrativa: terzo classificato al Premio letterario Centro Culturale Antonianum nel 2013, finalista al Premio città di Como nel 2014.

Un ragazzo ferito a morte durante una partita di caccia. L’incidente rivela le pieghe più oscure dei rapporti tra uomini, famiglie, padri e figli.

 

di Vincenzo Sciascia              

 

Il sole di settembre batteva forte sul chiarchiaro, penetrava nei crepacci ricoperti di muschio e fogliame, rifugio di selvaggina e uccelli notturni. Sbiancava la collina sventrata da una cava di pietra, arbusti sospesi per aria spuntavano dalla roccia. Nel terreno in piano, due alberi di fichi dai frutti scuri, soffocati da piante di sommacco. Sul costone dirimpetto, gli occhi di due giovani erano fissi sulle fessure del chiarchiaro; da quella tana doveva uscire la preda. Il silenzio durava da più di un’ora e non si vedeva né il coniglio né il furetto. Nel labirinto delle gallerie della collina, la piccola bestia doveva aver perso la strada. Bisognava aspettare. Era un furetto esperto, non potevano rinunciarvi: la caccia si era aperta da poco. Uno dei due fece segno al compagno andare giù nella conca, qualcosa si era mosso fra i fili d’erba davanti alla tana dove avevano infilato il furetto. L’altro scese nel vallone fra i sommacchi che rinfrescavano l’aria, con passo calmo. Un colpo secco squarciò l’aria, e l’eco della conca lo fece rimbombare nella campagna come tanti colpi sparati uno dopo l’altro. Sotto, il giovane si accasciò a terra: il corpo supino, il viso al sole, il braccio e la mano tesa verso l’altro.

“Angelo, Angelo!” gridò dall’alto il compagno. Scendeva tirandosi con le mani i capelli neri, a precipizio. Appena fu vicino urlò: “Cosa ho fatto!” Rimase immobile a guardare il corpo del cugino: il viso sereno, il naso e la mascella forti, i biondi capelli arruffati fra gli steli arsi dalla calura, le labbra ancora rosse. Sotto il sole di settembre il giovane giaceva a terra. Preso dal panico, il cugino si precipitò dalla collina in direzione del paese, non lontano si intravedeva la chiesa del Carmelo. Quel giorno era stato lui a invitare Angelo alla battuta di caccia: una passeggiata, gli aveva detto, per vedere se c’erano tanti conigli come qualcuno aveva raccontato, la sera prima. Arrivò sconvolto e come un pazzo si aggirava fra i limoni del cortile interno della casa.

Il padre lo vide e gli andò incontro: “Che successe?” Non rispose. Come un forsennato, gli occhi rossi e lucenti, camminava a passi rapidi sbattendo il viso fra i rami e le foglie degli alberi.  Il padre lo incalzò: “Dov’è tuo cugino? Perché non hai il fucile? E i cani?” Il figlio non rispose. Continuava a tirarsi i capelli e a girare in tondo, il viso bagnato e sporco di terra; poi si fermò di colpo. Anche il tempo.

“Ammazzai mio cugino. Perché successe, Maria”, disse. Il padre si accasciò sul sedile di pietra del giardino. Ammutolì, pensando al fratello, a quel figlio avuto in tarda età. Il dolore l’avrebbe ucciso. Dall’uscio di casa la madre sentì tutto, si coprì il viso con le mani, incapace di fare un passo. Maria, che stava a significare? Pensò il padre, ma allontanò subito l’idea che si faceva strada, c’era altro da pensare. Guardava il figlio e gli sembrava di vedere il cugino. I due stavano sempre insieme; finito il lavoro, andavano in piazza a passeggiare, a divertirsi nelle botteghe di vino o nella sala da ballo di piazza Castello. Erano una cosa sola.  “Vieni, andiamo dai carabinieri” disse il padre.

Alla caserma il piantone chiese il perché della loro venuta e di corsa chiamò il maresciallo. Il padre conosceva quell’omone dai folti baffi e gli occhi indagatori. Per la sua attività di proprietario di un mulino l’aveva incontrato più di una volta, con onestà portava la divisa. E gli raccontò quel poco che sapeva.

“Veni ragazzo, portaci al posto di caccia”, disse il maresciallo, in tono calmo e fermo di chi è abituato a comandare.

Arrivarono che era quasi mezzogiorno. Sul costone, dove i giovani si erano appostati, giacevano i fucili e la cesta di vimini del furetto. Il sole cadeva a filo a piombo, e chiaro si vedeva nel vallone il corpo. Che strana posizione, pensò il maresciallo, disteso supino, il volto in su, ma sul petto non ci sono macchie di sangue, e quel braccio con la mano aperta protesa quasi a chiedere un perché? Con modi sicuri scese dal costone e si avvicinò al corpo che pareva riposare. Si accertò della morte del ragazzo. Non toccò la chiazza di sangue che si era allargata sotto la schiena. Ma sul torace non c’erano macchie, quindi era stato colpito alle spalle, e cadendo aveva preso quella posizione. Ad occhio, la distanza da lì a dove era appostato il cugino, doveva essere meno di venti metri. Un colpo sicuro.

“Raccontami com’è andata”, chiese il maresciallo. Con lo sguardo a terra il ragazzo sembrava incapace di dire parola. “Dì cosa è successo, non avere paura”, disse il padre.

“Eravamo appostati in attesa che il furetto uscisse da più di un’ora, niente. Poi mi sembrò di vedere qualcosa muoversi vicino alla tana, e feci segno ad Angelo di andare a vedere. Pensai che il furetto aveva perso i sonagli cercando i conigli, e poi… poi…  ricordo poco. Ho visto come un’ombra correre veloce, il coniglio, sparai d’istinto, ma quando la fumata svanì nell’aria, il corpo di Angelo era per terra. Cosa ho fatto”. Il maresciallo osservò la scena, ritornò sul costone, nel punto esatto da cui il giovane aveva sparato: guardò la posizione del corpo e la possibile traiettoria del colpo. Nella sua mente l’idea dell’incidente di caccia prendeva piede. Sopraggiunse il pretore, e dietro il cancelliere. Il maresciallo si appartò con lui e gli fece una ricostruzione di come pensava si fossero svolti i fatti. E’ chiaro! Un incidente di caccia: all’apertura è sempre così”.

Chiacchieravano intorno al corpo quando, dalla strada del paese, videro arrivare un carabiniere che accompagnava un piccolo uomo, il padre di Angelo. Nel vallone il ronzio dei mosconi, gli uomini aspettavano. Passo dopo passo, l’uomo si diresse dove giaceva il figlio. Il viso una maschera funebre. Vicino al corpo senza vita si fermò e da quegli occhi tagliati come fessure non scese una lacrima, mentre le labbra sussurravano parole confuse. Si inginocchiò, poggiò la testa sul petto, strinse il polso nelle sue mani. Il tempo sembrò fermarsi. Pochi minuti che ai presenti, gli occhi puntati sul piccolo uomo, sembrarono non passare. In quei minuti qualcosa si ruppe. Morto mio figlio, pensava l’uomo, chi avrebbe continuato la catena dell’esistenza, chi si sarebbe ricordato di lui, delle cose che gli aveva insegnato. La loro vita finiva lì. Nell’attesa del procuratore della Repubblica, il cancelliere preparava il verbale, quando l’uomo salì sul costone dov’erano rimasti gli arnesi di caccia. Da cacciatore guardò il fucile a terra, il suo regalo per la maggiore età del figlio, compiuta da poco. Accarezzò l’arma come se sfiorando la canna sentisse le sue mani, e poi d’istinto lo puntò in direzione della tana e guardò il mirino in fondo. Le pupille sparirono nelle strette fessure, riaprì gli occhi, guardò di nuovo la traiettoria di tiro verso la tana, ma non vide il corpo di Angelo. Incredulo, se li stropicciò, forse il sole gli faceva prendere un abbaglio. No! Angelo era fuori dalla linea del tiro di più di dieci metri. Com’era possibile? Il cugino non poteva sbagliare: era un tiratore esperto. “Attenzione là sopra, metta giù quel fucile”, disse il maresciallo. L’uomo non lo sentì. Senza posare il fucile ne abbassò la canna a terra, prese la cesta del furetto, scese dal costone e si incamminò per ritornare in paese. La luce del crepuscolo arrossava le pietre e le foglie degli alberi di sommacco erano di un rosso vivo quando discese la stradella. Con le spalle ricurve, come schiacciato da un masso camminava spinto dalla pendenza della via. I pugni serrati lungo i fianchi, le vene della fronte che pulsavano, mentre pensava e ripensava che Angelo era fuori dalla linea di tiro al coniglio. Perché ha sparato? Come può un tiratore esperto fare uno sbaglio simile?

Non si era accorto che era quasi arrivato a casa, ora si sentivano le grida delle vicine e della moglie: riconobbe quella voce guasta dal dolore. Entrò, si diresse verso il letto del figlio e ripose vicino il fucile e la cesta di vimini. Vedendolo, le donne abbracciarono la moglie e fra mille sussurri andarono via. Erano soli. L’uomo si avvicinò, e si strinsero forte. Dalla finestra entravano le voci della strada, le grida dei ragazzi richiamati al silenzio.

“Voglio vedere Angelo” disse la moglie.

“Ora non si può, ci sono i carabinieri e il pretore”.

“Come successe” gridò, tirandosi i capelli.

Il marito glieli accarezzò: “Dicono una disgrazia”.

“A caccia erano una coppia affiatata. Mai niente è successo”.

“Dicono… ma io non ci credo” disse il marito, e se ne pentì.

“Che vuoi dire?” gli occhi increduli, in attesa.

“Angelo era fuori dalla traiettoria di tiro”, e si lasciò cadere sulla sedia.

“Perché, Dio mio!” urlò la donna. La voce entrò in tutte le case della via.

Vennero i giorni del funerale, e delle condoglianze. Nel paese e tutti parteciparono, anche il cugino. Ma l’uomo non gli strinse la mano, da quelle fessure profonde lo guardò con occhi d’odio. Nel tempo che seguì il padre ripensò all’ultimo periodo della vita del figlio, dove e in compagnia di chi l’aveva visto. E un’immagine ritornava frequente: i cugini alla sala da ballo di piazza Castello e gli occhi maliziosi di cerbiatta di una ragazza fra i due. No! Non si può…. per una donna. Come il padre dell’assassino, capì, e da allora non lo guardò con odio, ma con occhi di pietà, quella che alcuni sentono nel vedere le miserie della vita. Tutto il paese accettò la versione dell’incidente, ma i cacciatori – e quasi tutti in paese praticavano la caccia – erano certi del contrario perché non si può mirare e colpire un bersaglio fuori tiro o scambiare un uomo per un coniglio. Il padre non parlò, non disse ai carabinieri che non poteva essere un incidente. I parenti glielo avevano chiesto per il buon nome della famiglia, anche la moglie: “Mio figlio è morto, nessuno me lo darà. Solo di lui ho desio”.

Il marito acconsentì, ma era un uomo e quella verità, da tutti accettata, non gli andava giù. Dalla morte del figlio decise che come non aveva parlato davanti ai carabinieri, non avrebbe parlato più con nessuno, neanche con la moglie. Gli altri dovevano sapere che lui non ci stava. E così fu. Dopo il lavoro nei campi e la cena, si sedeva al balcone a guardare le colline che circondavano il paese, il tramonto del sole fra i due cipressi e il volo bizzarro dei pipistrelli su e giù per la via. Ma i suoi pensieri erano altrove, in compagnia del figlio, e giorno dopo giorno ne ripercorreva la vita. Da quando era nato, ai primi passi, al precipitarsi per la strada in discesa, al sudore sul viso e nei capelli ricciuti. Un’altra sera, ragazzo a dieci anni era voluto andare ad aiutarlo al tempo della mietitura, e i capelli si confondevano con il frumento. Si ricordò di un detto che il padre ripeteva: “e lu cuccu ci dissi a li cuccuotti a lu chiarchiaru ni videmmu tuttti“. E il cucco disse ai suoi piccoli, al chiarchiaro ci rivedremo tutti. Anche lui sarebbe andato a finire nel chiarchiaro. E un sorriso luccicò fra le fessure degli occhi.

Aspirapolveri

Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Scrive per diversi siti Internet e cura il blog andreiaway.it. Ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada, edizioni Sensibili alle foglie.

Il giovane protagonista da due anni si sente al riparo: lavora in un piccola azienda dove nessuno conosce il suo passato di tossicodipendente, un passato che ritiene essersi lasciato definitivamente alle spalle. Finché in reparto entra una ragazza del suo vecchio giro… Dello stesso autore artedelnarrare.com ha pubblicato anche Il viaggiatore.

 

di Andrea Genzone

 

L’aggancio me l’avevano trovato quelli della comunità San Genesio e si erano raccomandati di non raccontare a nessuno del mio passato: “Devi ricominciare da capo,” aveva detto il direttore, “pagina nuova.” E con lo stupore di tutti avevo resistito: ormai erano due anni buoni che lavoravo per quella ditta di assemblaggi. “Passato il primo periodo, poi è tutto in discesa” dicevano gli educatori. Ed era vero: quella routine fatta di sveglie prima dell’alba, duro lavoro e rientro in comunità per la cena mi teneva sul binario. Avevo i miei momenti no – vertigini improvvise e i soliti pensieri ossessivi – ma c’era sempre qualcosa da fare per distrarre la mente. Sia la comunità che la ditta erano in collina, a un’ora di treno da Milano, lontano dalle vecchie conoscenze e dalle vecchie storie. Anche questo aiutava.

Quel giovedì pomeriggio ero in ditta con gli altri ad assemblare aspirapolveri quando si è spalancata la porta. Una lingua d’aria gelida ha fatto il giro dell’officina, qualche spruzzo di pioggia è venuto avanti insieme a una figura imbacuccata in un giaccone verde militare. Ci siamo fermati tutti a guardare, come sempre quando entrava qualcuno. Io non ci ho badato troppo – pensavo fosse il solito fattorino – e mi sono rimesso al lavoro. Poi ho sentito la sua voce: “Posso parlare col titolare?” Era una voce di ragazza. Una voce che conoscevo. Ma prima ancora della memoria ha reagito il mio corpo: la bocca mi si è allagata di saliva e un brivido mi ha scosso dalla testa ai piedi, dalla periferia al centro e ritorno.

Silvia non mi aveva notato. L’ho guardata sfilarsi il cappuccio dalla testa e darsi una scrollata. Il suo viso non era cambiato molto, e i suoi movimenti rapidi e brevi mi ricordavano ancora quelli degli scoiattoli. Gliel’avevo anche detto, una volta. Eravamo sdraiati in un parco, a Legnano – non ricordo perché fossimo finiti in quella città, che era lontanissima dalla nostra zona – e a un certo punto abbiamo iniziato a vedere un sacco di scoiattoli sugli alberi e sul prato. “Tu eri uno scoiattolo nella tua vita precedente” le ho detto. Lei era ancora un po’ fatta e mi ha risposto che in realtà era una rondine, nella sua vita precedente. Qualche minuto dopo – io ormai non ci pensavo più – mi ha chiesto: “Perché proprio uno scoiattolo?” Quando gliel’ho spiegato, facendo l’imitazione dello scoiattolo, lei ha contratto il viso in una smorfia di indignazione. Mi si è messa a cavalcioni fingendo di picchiarmi e mi sa che poi l’abbiamo fatto, lì sul prato, con la gente attorno e tutto quanto. Non eravamo fidanzati, ma a volte queste cose capitavano, grazie a Dio. Quando il titolare è spuntato in cima alla scala Silvia è partita all’attacco. Non gli ha dato nemmeno il tempo di scendere. “Buongiorno” ha detto, con un tono così gioioso che sembrava di stare in oratorio. Tutti i ragazzi si sono fermati di nuovo e hanno iniziato a seguire la scena. “Buongiorno, dica” ha detto il capo, mentre scendeva gli scalini e cercava di capire che genere di scocciatore avesse davanti.

“Buon Natale, prima di tutto!” ha detto Silvia. “Sono venuta a farvi gli auguri a nome mio e della mia comunità.” Era parte della strategia che anche io avevo messo in pratica tante volte: mettere il malcapitato alle strette davanti a gente che lo conosce. Pur di togliersi da quell’imbarazzo le persone farebbero qualsiasi cosa, garantito. “Ha proprio una bella squadra qui, eh!” ha aggiunto Silvia. Il suo sguardo ha passato in rassegna tutti i presenti e alla fine è inciampato nella mia faccia. Una specie di spavento ha attraversato i suoi occhi da roditore, ma è stato solo un lampo che nessun altro ha colto. Ha rilanciato con un sorriso ancora più largo, si è voltata verso il titolare e ha cominciato lo spettacolo, come lo chiamavamo ai nostri tempi. Ha tirato fuori dallo zaino la mercanzia: i quaderni, le penne, i profumi… e ha raccontato la storia che un tempo raccontavamo a due voci: quella degli ex tossicodipendenti che si danno da fare a raccogliere fondi per la comunità che li ha salvati e redenti. “Per salvare chi ancora c’è dentro fino al collo, per dare a tutti una seconda possibilità. Perché se ne sono uscita io, vuol dire che anche loro ce la possono fare. Ma hanno bisogno di fiducia. Un po’ di denaro e tanta fiducia.” Dio, come facevamo a stare seri? E come faceva lei, adesso, sapendo che io ero lì a bocca aperta a guardarla? Il titolare era il tipico osso duro. Ma Silvia ci sapeva fare e con gli scettici come lui ci provava ancora più gusto. Ci si è messa d’impegno. Piano piano l’ha convinto, o meglio l’ha esasperato, cercando continuamente di coinvolgere noi operai nella giustezza della sua causa. Per un attimo ho avuto l’istinto di farle da spalla, dire qualcosa, ma non l’ho fatto. Continuavo a sentire i brividi, una specie di nausea mista a eccitazione. La bocca allagata di saliva. Il capo non le ha dato i quaranta euro del pacchetto natalizio che Silvia aveva predisposto: un quaderno, due penne, un profumo, una scatola di cerotti. Gliene ha dati solo dieci, rinunciando al profumo e ai cerotti. Lei ha provato a insistere: “Se in questo momento non li ha può chiederli in prestito ai suoi dipendenti, tanto li vede tutti i giorni, non scappa mica!” Ha guardato verso di noi, verso di me, ma ho abbassato lo sguardo e ho fatto finta di ricominciare a lavorare. Il capo ha tagliato corto. Ha recuperato da qualche parte il suo tono autoritario e ha detto: “O questi o niente, ché qui abbiamo da fare.” Ha preso il suo quaderno, le sue penne e se n’è tornato in ufficio. Silvia ha chiuso i soldi in una busta di plastica di quelle a chiusura ermetica e l’ha infilata nello zaino insieme alla roba invenduta. Poi si è portata il cappuccio alla testa e mi ha lanciato uno sguardo prima di sparire dietro la porta d’ingresso. Nei suoi occhi ho visto la stanchezza, e la solita fiamma che bruciava.

Era bastato così poco a riaccendere anche la mia, di fiamma? Basta che una persona entri da una porta per riportare tutto alla linea di partenza? Non riuscivo a smettere di tremare, mi mancava il fiato e mi sentivo la febbre. “Che cazzo c’hai?” mi ha detto Simone, mentre mi asciugavo la fronte con la manica della tuta. Quando ci ripenso, oggi che è passato un po’ di tempo, mi dico che non siamo solo corpo. Non parlo di anima o di menate spirituali. Intendo dire che io sono grande e grosso, posso abbattere un lampione a spallate, ma quel giorno è come se mi fossi sgonfiato come un pupazzo. Abbiamo qualcosa che ci tiene in piedi, qualcosa che ha a che fare con l’idea che abbiamo di noi stessi, di quanto pensiamo di meritare una vita decente.

“A posto” ho detto a Simone, battendogli la spalla con la mano sudata. Poi sono andato in bagno per cercare di calmarmi, ma mi sentivo sempre peggio. Ho bussato all’ufficio del capo e l’ho trovato che si rigirava il quaderno di Silvia tra le mani mentre parlava al telefono, credo coi carabinieri: “Una ragazza, sì,” diceva, “ha detto che era della comunità Il Gabbiano. Insomma non vorrei fosse una truffa, ecco, non è certo per i cinquanta euro che le ho dato.” Mentre diceva la cifra mi ha guardato un attimo, ha fatto un gesto con la mano come per dire: “Meglio abbondare…” Quando ha riagganciato gli ho detto che stavo male e gli ho chiesto se me ne potevo andare. Lui mi ha guardato e avrà visto un disgraziato che sudava freddo, con gli occhi arrossati e il diavolo in corpo. Ha detto: “Ragazzo, fila a casa prima che mi attacchi qualche malanno!” E si è alzato per aprire la finestra. Fuori dalla porta dell’officina sono rimasto fermo per un po’. Forse un minuto, forse di più. Mi pioveva addosso, ma non riuscivo a decidermi. Poi, lento come un malato, sono andato verso la stazione. Fradicio di pioggia sono salito sul treno in direzione Milano e su quel sedile mi sentivo debole, un soldato rimasto solo in una terra assediata dal nemico. Tre fermate, ho pensato. Tre fermate e vado dritto in comunità. Un tè caldo, due chiacchiere con l’educatore in turno e passa tutto. Il paesaggio colava sui finestrini bagnati. Fuori il solito inverno asfissiante: macchine in coda e passanti sui marciapiedi che affrettavano il passo sotto agli ombrelli. Fango nei campi, sporcizia agli angoli dei davanzali. C’era un ragazzino seduto di fronte a me. Ascoltava la musica in cuffia e mi spiava. L’avrei ucciso se avessi avuto un po’ di amor proprio. Avrei gettato il suo corpo in una risaia e mi sarei infilato i suoi vestiti, il suo zaino con le scritte, il suo piercing. Avrei preso il suo posto, la sua vita, le sue innocue trasgressioni. E invece io ero l’altro, il tipo messo male sul sedile di fronte al suo. Alla prima fermata è sceso. Ricordo di aver pensato: “Di sicuro ha fatto finta di scendere e si è cercato un altro posto.” A sostituirlo è arrivata una donna obesa che parlava in spagnolo nell’auricolare. Rideva, raccontava qualcosa a voce alta, ma quando si è accorta che la stavo guardando ha abbassato la voce. Ha smesso di sorridere. Forse ha detto: “Scusa, c’è un tipo strano di fronte a me.” Se fossi stato quello dall’altra parte del telefono le avrei detto: “Cambia posto, non ti fidare.” Alla fermata successiva stessa storia. È arrivato un tale con la ventiquattro ore, i polsini candidi che spuntavano dal giaccone. Ha aperto il giornale sulle gambe ma fissava il vuoto. Poteva essere mio padre, assorto a pensare alle grane lasciate in ufficio e, forse, ogni tanto, a quelle di suo figlio. Alla mia fermata non sono sceso dal treno. La versione ufficiale, quella che racconto a me stesso e agli altri, è che mi sono distratto, che non mi sono accorto. La verità è una e semplice: sono rimasto inchiodato a quel sedile mentre il treno ripartiva. Mio padre non se n’è andato, è rimasto lì col suo giornale e il suo vuoto davanti agli occhi. Nemmeno si era accorto che c’era qualcuno seduto di fronte a lui. Che poteva essere suo figlio, che gli gocciolava acqua sulla ventiquattro ore. “Se mi guarda scendo” ho pensato. I miei soliti giochini subdoli. Non mi ha guardato nemmeno quando si è alzato per andarsene, e ormai eravamo dentro Milano. Mentre si chinava per prendere la ventiquattro ore sentivo che dovevo fare qualcosa per attirare la sua attenzione, che se non l’avessi fatto sarebbe stato troppo tardi. Gli ho afferrato il polso, senza stringere: “Scusi” ho detto. L’uomo mi ha guardato, ha allontanato la valigetta con uno scatto. “Sa che ore sono?” ho chiesto. Alla fine sono sceso a Rogoredo, non proprio una fermata a caso. Silvia era lì, dove mi aspettavo di trovarla, e con lei c’era anche tutto il resto. Certe cose non cambiano mai. Quel giorno ho mandato tutto all’aria, e non era la prima volta. “Ma spero tanto sia stata l’ultima” ho detto al direttore quando sono rientrato in comunità, due giorni dopo. Non so nemmeno io se è la verità.

Ora sono di nuovo alla San Genesio, da tre mesi. Il direttore dice: “Scrivere fa bene, guarisce e aiuta a capire.” E allora scrivo, pagine e pagine come questa. Se rigo dritto, a breve potrò ricominciare a uscire. Ma non sarà facile trovare un lavoro stavolta, con la crisi che c’è in giro.

Corso di scrittura creativa online 2018: il programma delle lezioni

Insegnanti:
Matteo B. Bianchi, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Antonio Serra, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi

 

Argomenti delle lezioni

  •  La trama e i suoi vincoli (partendo dal genere giallo).
  • La metafora.
  • Sensualità e voluttà nella letteratura erotica.
  • Tenere il lettore sulla corda.
  • Principali elementi compositivi: scene narrate, scene dialogate, descrizioni.
  • I poteri del narratore sui personaggi
  • Azione pensiero dialogo
  • Nodi narrativi da lasciare aperti
  • Trama: intrecciare più storie diverse
  • Email, SMS e tweet
  • Narrazione e realtà
  • Voci narranti e narratore provocatorio

Orientarsi nella nebbia

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di Lorenzo Pedrazzi

 
Feci l’amore con Bianca in una notte di novembre, e fu allora che imparai a trattare la nebbia come un’alleata. Chi vive a Milano lo apprende col tempo, anche se la nebbia non è più così frequente come una volta, e di solito tende a concentrarsi tutta in periferia. Quando si alza sul far del tramonto, puoi sentirla mentre ti avvolge le caviglie e ti si arrampica lungo la schiena, trasfigurando ogni presenza familiare in una sagoma misteriosa: che si tratti di un passante, di un cane al guinzaglio o del portone di un palazzo, fa poca differenza. Ogni cosa, anche la più banale e quotidiana, cambia radicalmente aspetto. Non è difficile scoprire in lei una compagna di viaggio che ti nasconde da sguardi indiscreti, a patto di apprezzarne il silenzio e la consistenza quasi materica; anzi, se ci cammini in mezzo dopo una giornata di lavoro, è bello immaginare che ti spinga dolcemente verso casa come la mano di un gigante gentile.
Io e Bianca facevamo gli stessi orari, e spesso ci incrociavamo in metropolitana quando il buio era già calato. Soffrivo di fotofobia per una recente operazione di chirurgia refrattiva, ed ero costretto a tenere gli occhiali da sole anche a bordo dei vagoni, perché la luce mi faceva male agli occhi. Fu proprio questo dettaglio bizzarro ad attirare la sua attenzione, spingendola a rivolgermi la parola dopo mesi in cui non ci eravamo mai parlati.
«Cioè, tieni gli occhiali da sole anche di sera, al chiuso. Cerchi di isolarti o vuoi solo darti un tono?»
In breve ci ritrovammo a chiacchierare mentre scendevamo dal treno, salivamo le scale della stazione e ci avventuravamo nella densa parete nebbiosa di via Bisceglie, che assorbiva i colori e leniva i rumori circostanti. Camminavamo affiancati, stretti nei cappotti, la testa incavata nelle spalle. Poi ci fu un momento in cui Bianca allungò il passo con una breve risata, e sparì nel grigiore compatto che si estendeva davanti ai miei occhi. Risi anch’io e mi affrettai per raggiungerla, ma non la trovai, e non sentii nemmeno più lo scalpiccio dei suoi stivaletti sull’asfalto umido. Mi fermai per chiamarla, inquieto. Non avevo alcun bisogno degli occhiali da sole, vedevo a malapena la luce rossa di un semaforo alla mia destra, mentre la nebbia sembrava danzarmi attorno come un’ancella.
Qualcosa mi sfiorò la nuca, e un brivido elettrico mi solleticò la base del collo: avrei giurato che fosse una mano, ma non c’era proprio nessuno alle mie spalle.
Quando Bianca ricomparve, un paio di metri più avanti, mi rivolse un sorriso che le affiorò da dietro la sciarpa come una luna crescente. Di lì a pochi minuti fui a casa sua, e poi nel suo letto.

Non ero il tipo da conquiste facili. Prima di Bianca, nella mia vita c’erano state soltanto due storie: un’avventura estiva quando avevo 18 anni, durata tre settimane e terminata in un pianto sommesso contro il finestrino di un treno; e poi una relazione di tre anni con una ragazza che avevo conosciuto all’università, e che mi aveva lasciato dopo appena dieci mesi di convivenza, sostenendo che la colpa fosse di entrambi. A dire il vero, io non ricordavo di avere mai fatto nulla per allontanarla da me, ma avevo rispettato la sua decisione senza troppi rimpianti: in fondo, stavo meglio da solo.
Con Bianca fu tutto più semplice, prese lei l’iniziativa. Fu lei a invitarmi a casa sua, fu lei a chinarsi per baciarmi mentre sorseggiavamo una birra in cucina, e fu lei a condurmi in camera da letto, dirigendo i miei passi tra la sua biancheria appallottolata per terra. Come se avesse già previsto tutto, e io fossi soltanto la pedina di uno schema più grande.
La sua pelle era fredda, e il suo sudore aveva un sapore curiosamente dolce, simile all’acqua piovana. Sotto l’occhio sinistro aveva un piccolo neo che sembrava una lacrima.
Dopo aver fatto l’amore restammo per un po’ in silenzio, nel buio. Ero certo che fosse sveglia perché il suo respiro non era regolare: aveva il corpo tangente al mio, e potevo sentire il suo torace che si espandeva e si ritirava contro il mio fianco, bussando leggermente come il muso di un gatto.
Era altrettanto freddo, al punto da farmi quasi paura.

«Sei sicura di stare bene?» le chiesi sfiorandole un piede con il mio. Lei parve ridestarsi da un lieve torpore, aveva la voce impastata.
«Mmh. Perché?»
«Sei gelida. Come fai a stare così?»
«Ah, quello. Ci sono abituata.»
«Quindi è normale?»
«Sì.»
Sospirai. «Beh, meno male. Credevo avessi un problema di circolazione o roba del genere.»
«No, non direi.»
«E non hai mai cercato di… boh, curarti?»
Lei sbuffò. «Dobbiamo parlare proprio di questo?»
«Se hai intenzione di dormirmi addosso, sì.»
«Dai, ti dà così fastidio?»
Sorrisi, ma lei non poté vedermi. «No… no, figurati» le dissi.
«Beh, comunque sono sempre così. L’unico modo che ho per scaldarmi è quando sto con… sai…»
«Un altro corpo.»
«Sì.»
«Quindi stai dicendo che mi hai rimorchiato solo perché avevi freddo?»
Lei rise piano, e io le cinsi le spalle con il braccio destro. Dopo un altro momento di silenzio, mi disse che potevo restare a dormire, se volevo. Lo fece con una strana enfasi, stringendomi il polso fra le dita e intrecciando le sue gambe nelle mie, come se volesse rimarcare le parole. Ripensai al suo neo sotto l’occhio sinistro, quella piccola lacrima d’inchiostro che non sarebbe mai sparita, e accettai.

Prima di addormentarci parlammo ancora un po’. Bianca mi raccontò di essersi laureata in Scienze dei Beni Culturali e di lavorare per una ditta specializzata in movimentazione delle opere d’arte. Io facevo l’assistente per un architetto d’interni in uno studio del centro. In realtà sognavo l’architettura del paesaggio – mi ero laureato con un progetto ispirato a Gilles Clément – e lei ne parve colpita: aveva studiato lo stesso argomento per sei crediti obbligatori durante il triennio, e si era appassionata ai grandi interventi di riqualificazione che stavano interessando Milano in quel periodo. Discutemmo di Petra Blaisse e della Biblioteca degli Alberi, di Bernard Tschumi e del Parc de La Villette, finché le nostre voci non si affievolirono nel sonno.
Fu il gelo a ridestarmi, un paio d’ore dopo. Erano quasi le tre di notte, ma il display luminoso della sveglia, sul comodino alla mia sinistra, pareva offuscato da qualcosa. Inizialmente pensai a uno scherzo del dormiveglia, mentre il corpo freddo di Bianca mi si stringeva contro, facendomi rabbrividire. Poi però mi stropicciai gli occhi, strinsi le palpebre e notai che i numeri sul display, per quanto leggibili, si confondevano dietro una lieve cortina di nebbia: era fumosa e sottile, come la bruma che si alza dai campi – l’avevo vista spesso, passeggiando nel tardo pomeriggio al Parco delle Cave – quando cala il sole nei mesi invernali. Anche il volto di Bianca sfumava nella foschia come un acquerello sbavato: potevo intravederlo grazie al bagliore dei lampioni che filtrava dalla
serranda alzata, troppo debole per urtare la mia fotofobia. Ma la nebbiolina occupava tutta la stanza, era umida e pungente.
Un’improvvisa associazione d’idee mi fece ripensare ai vecchi autobus e tram di Milano, con la carrozzeria dipinta di arancione per risaltare nella nebbia. Potevi scorgerli da lontano, forme indistinte che acquisivano consistenza metro dopo metro, come fantasmi tornati alla carne. Lo stridore delle rotaie squarciava il silenzio, lo colmava di normalità e familiarità. Si saliva a bordo come naufraghi su una scialuppa di salvataggio, prima d’immergersi ancora nella nebbia per recuperare altri superstiti.
Purtroppo nella stanza non c’era alcun punto di riferimento cromatico, nessun colore acceso che risaltasse nella caligine. Anzi, il grigiore era più denso attorno al corpo di Bianca, e s’irradiava dal letto fino alla parete opposta, velando una piccola scrivania e uno scaffale con sopra dei libri. Mi alzai, nudo e infreddolito, ma lei non si svegliò: emise un piccolo gemito e si raggomitolò sotto la coperta, le ginocchia raccolte contro il ventre.
Con mia sorpresa, fuori dalla finestra la nebbia si stava diradando, assottigliandosi
progressivamente come il fumo e la polvere al termine di una battaglia. Due piani più in basso, nel cortile condominiale, i lampioni che costeggiavano il vialetto d’ingresso proiettavano una luce abbastanza brillante da darmi fastidio, se li guardavo direttamente. Quel che restava della nebbia turbinava lì attorno, placida e impassibile.
Poggiai la mano sul vetro, unico modo per saggiare l’aria esterna senza aprire la finestra: era gelido, e sulla superficie interna si stava formando una chiazza di condensa. Ci passai sopra il polpastrello, disegnando saette che zigzagavano dall’alto verso il basso.
«Che fai alzato?»
Trasalii. Non tanto per la voce, ma per la mano fredda di Bianca posata sulla mia spalla. Mi girai e vidi che la foschia non c’era più, si era completamente dissolta, restituendo alla camera il manto bluastro della notte. Afferrai delicatamente i fianchi di Bianca e sentii la sua carne cedere piano, sotto la pressione delle mie dita.
«C’era nebbia nella stanza» le risposi. «Dev’essere entrata dalla finestra, è strano…»
Lei mi prese una mano. «Su, torna a letto» mormorò, e mi guidò fin sotto le coperte. Facemmo l’amore ancora una volta, sepolti goffamente dal piumone e dalle lenzuola.

La nebbia ha anche un odore, fateci caso. È fresco e dolce, ricco di umidità elettrostatica; pizzica le narici, se si prende un respiro profondo quando la bruma è particolarmente densa. Io con la nebbia ci giocavo, a volte. Avevo un piccolo puntatore laser, di quelli che si usavano per le presentazioni o per le lezioni frontali, ma che ebbero fortuna soprattutto come gadget ludici: si trovavano persino sulle bancarelle, a poco prezzo, e i genitori mettevano in guardia i figli dal pericolo di accecare se stessi o gli altri. Ebbene, nei giorni di nebbia fitta mi sedevo alla finestra della mia camera, prendevo il puntatore e ne orientavo il fascio contro la muraglia grigia che occupava il cortile: le goccioline scomponevano il raggio in migliaia di particelle, rendendolo granuloso e finalmente visibile, un filo rosso che s’immergeva nella foschia. Lo facevo oscillare, immaginando di tagliare la nebbia in tante sezioni squadrate, mentre le goccioline danzavano come pulviscolo al sole. Sembrava quasi viva, in quei momenti.
Vorrei poter dire di aver sognato qualcosa del genere durante la notte, ma non ricordo nulla del mio sonno. Ricordo però la luce tagliente che mi svegliò di prima mattina, riverberandosi dalla finestra: la nebbia si era completamente dissolta, e al suo posto c’era un sole basso ma brillante, incastonato fra i due palazzi che incorniciavano il giardino condominiale. Ne avvertii l’intensità persino a occhi chiusi, con un bagliore fra il rosa e l’arancione che filtrava attraverso le mie palpebre in un caos di macchie luminose.
Ebbi la pessima idea di aprire gli occhi, e la luce mi colpì come una stilettata.
Gemetti per il dolore mentre affondavo la faccia nel cuscino, ma fu in quel momento che sentii il fruscio delle lenzuola al mio fianco: Bianca si mosse e mi posò una mano sulla spalla, sotto la coperta. «Cosa c’è?» disse, con una nota di preoccupazione che mi parve sincera.
«Troppa luce» rantolai. Le parole sembravano uscirmi direttamente dalla gola.
«Ah, è vero. Me n’ero dimenticata.»
La sentii alzarsi per mettersi seduta, e con le palpebre socchiuse vidi che aveva una mano affondata nei capelli, mentre l’altro braccio era puntellato sul cuscino. La sua chioma mi era sembrata più scura, alla luce artificiale della metropolitana o dei lampioni; ora, invece, la luce naturale mi permetteva di scorgerne le screziature rossastre, tendenti al bruno, che le scendevano sulle spalle nude e sul seno. Notai anche la sua pelle, talmente chiara da apparire lunare. Vene bluastre le attraversavano il petto e i polsi, come sentieri tracciati su un deserto di sale. Ma non potei soffermarmi troppo su questi dettagli, perché anche il minimo bagliore mi torturava gli occhi: schiacciai di nuovo la faccia contro il cuscino, imprecando tra me con un mormorio lamentoso.

«Mmh» disse. «Ci penso io.»
Ipotizzai che volesse abbassare la tapparella, o passarmi gli occhiali da sole che giacevano da qualche parte in salotto… ma trascorsero alcuni secondi e non sentii nulla, come se fosse rimasta immobile lì dov’era. Socchiusi di nuovo le palpebre, e vidi che effettivamente Bianca non si era mossa di un centimetro, solo che la sua figura aveva qualcosa di confuso. La sua pelle, in precedenza così radiosa alla luce del mattino, era vagamente sfocata, come se la scrutassi attraverso un vetro smerigliato. Lei si accorse che la stavo sbirciando e mi sorrise, sollevando una mano e portandola all’altezza del viso. Voleva che la vedessi per bene. I suoi contorni erano sfumati, cambiava progressivamente colore: le dita divennero solo un’ombra indistinta, scemando in una
nube grigiastra che vorticava piano su se stessa.
Anche il resto della mano ben presto sparì, e alle mie narici giunse il profumo elettrico della nebbia. Bianca mi guardò ancora: il suo sorriso restò sospeso nell’aria per qualche istante, dietro una coltre di foschia grigia che si espandeva delicatamente dal suo corpo; poi sparì, insieme a tutto il resto. Fu allora che capii la sua esigenza di calore, il suo bisogno d’infiammarsi nell’amplesso e nel contatto con un altro corpo. Non sapevo se per lei ero solo uno dei tanti, o se avevo un significato speciale, ma francamente non m’importava. Le avevo dato quello che voleva, e ora lei mi stava restituendo il favore: la stanza si riempì di nebbia – o meglio, si riempì di lei – fino a coprire la scrivania e lo scaffale con i libri, l’armadio sulla destra e i comodini ai due lati del letto, che ne fu avvolto come da una cappa. La luce si attenuò, e io potei finalmente spalancare gli occhi.
Il clima fresco lenì il dolore.
Respirai con cautela mentre Bianca mi danzava attorno, come se avessi paura di assimilare un frammento di lei, di toglierle qualcosa. Mi sfiorò una guancia, rassicurandomi. Era davanti a me, ma anche sopra e tutt’intorno: mi circondava in una specie di abbraccio caliginoso.
Quando finalmente presi coraggio e allungai una mano, mi sembrò quasi di poterla toccare.

 

Lorenzo Pedrazzi sta seguendo il nostro corso avanzato di scrittura. Ha letto questo suo racconto durante la parte della lezione dedicata alla lettura degli scritti prodotti dai partecipanti. Il gruppo lo ha discusso e in seguito l’autore ha apportato qualche piccola modifica al testo, che ora proponiamo nell’ultima versione. 

Chi è: ha 33 anni ed è nato a Milano. Sue passioni, il cinema e la letteratura. Arrivato al giornalismo e alla critica militante, lavora a tempo pieno per ScreenWEEK.it. Collabora inoltre con Filmidee, Doppiozero e Rivista Studio. Ha pubblicato un saggio intitolato “Immagini al limite: Itinerari del disgusto nell’arte cinematografica” sulla rivista accademica Itinera. Suoi racconti sono comparsi su diverse antologie e riviste letterarie, tra cui Cattedrale. Nel 2011 ha vinto il primo premio al trofeo “Microscifiction“. Forse dal racconto che proponiamo si intuisce anche un altro suo interesse: l’astronomia.

CORSO AVANZATO DI SCRITTURA CREATIVA – PRIMAVERA 2018

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Vi aspettiamo mercoledì 28 febbraio 2018 con il nuovo Corso avanzato di scrittura creativa della scuola Arte del narrare. Le lezioni, della durata di due ore e composte da una parte teorica e una pratica, si svolgeranno ogni mercoledì a partire dalle 18:15 alla Libreria Jaca Book Città Possibile, via Frua 11, Milano.

Le 12 lezioni saranno affidate a questi insegnanti:

Matteo B. Bianchi, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi, Antonio Serra.

Argomenti delle lezioni:

  • Non utilizzare una sola forma di dialogo. Variarlo con il dialogo diretto, indiretto, e indiretto libero (ibrido delle altre due forme).
  • Dilazionare. La strategia ritardante che rimanda in là le risposte al lettore.
  • Similitudine e metafora semplice o a grappoli.
  • Quando la voce narrante è apertamente scorretta e provocatoria: punti di forza, limiti, errori.
  • Evitare il manierismo, dialoghi ingessati, descrizioni senza anima, dettagli precisi ma non autentici.
  • Sensualità, voluttà, voyeurismo.
  • Fare dei personaggi esseri irrisolti e contraddittori.
  • Simmetrie, interazioni di coppie, doppie coppie, a intreccio geometrico.
  • Pluralità di voci narrative (punti di forza e limiti). Personaggi che commentano altri personaggi.
  • La libertà di lasciare aperti alcuni nodi narrativi e fino a che punto.
  • Disarticolare la narrazione. Il romanzo a più voci dove il lettore deve lavorare attivamente sul non detto
  • Utilizzo di email, sms, Twitter. Fino a che punto?

 

Per informazioni ed iscrizioni:

 

CORSO BASE DI SCRITTURA CREATIVA – PRIMAVERA 2018

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Vi aspettiamo martedì 27 febbraio 2018 con il nuovo Corso base di scrittura creativa della scuola Arte del narrare. Le lezioni, della durata di due ore e composte da una parte teorica e una pratica, si svolgeranno ogni martedì a partire dalle 18:15 alla Libreria Popolare di via Tadino 18, Milano.

Le 12 lezioni saranno affidate a questi insegnanti:

Matteo B. Bianchi, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Sara Sullam, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

Argomenti delle lezioni:

  • Principali elementi compositivi: scene narrate, scene dialogate, descrizioni.
  • Differenziare i personaggi. Evitare che i minori risultino comparse o macchiette.
  • Rapporto tra i personaggi: intimità, aggressività, distanza.
  • Vari tipi di voce narrante, e il narratore che scrive, ricorda, parla.
  • Struttura: unità di tempo e di luogo.
  • Struttura: piani narrativi lineari o complessi.
  • Dialogo: funzioni, gestualità, intonazione, modo di rivolgersi agli altri.
  • Strategie per tenere alta la tensione psicologica ed emozionale.
  • Come rendere le illusioni del personaggio.
  • Trama: intrecciare due o tre storie diverse.
  • Trama: i suoi vincoli (partendo dal genere giallo).

Queste le date del corso: 27 febbraio; 6, 13, 20, 27 marzo; 10, 24 aprile; 8, 15, 22, 29 maggio; 5 giugno.   

Per informazioni ed iscrizioni:

 

BIG BANG

di Silvano Gasparetto

 

 

 

La colazione è sul tavolo, il pranzo nel frigo, scaldalo nel microonde a potenza 3 per 50 secondi. Mangia tutto.

A stasera.

Mamma

P.S. Non combinare pasticci.

 

Beniamino accartocciò il biglietto e lo gettò in pattumiera. Bevve un bicchiere di latte, uscì di casa e diede un’occhiata in giro: accanto alla porta dei vicini un portaombrelli, più in là una stretta scala che certamente portava alla terrazza di cui aveva parlato la tipa dell’agenzia. Salì contando i gradini, appoggiando il piede sinistro su quelli dispari e il destro su quelli pari: uno sinistro, due destro, tre sinistro, quattro destro.

Dopo due rampe si trovò davanti a una porticina verde, che si aprì appena toccò la maniglia. Uscì abbassandosi per non picchiare la testa; la luce del sole, riflessa dal pavimento chiaro, lo abbagliò. Il vento gli scompigliò i capelli. All’orizzonte, sul mare, si addensava una massa di nuvole violacee.

Aveva dormito poco quella notte, forse il letto nuovo, o lo stress del trasloco. Il giorno prima, mentre portava su gli scatoloni, sul pianerottolo aveva incontrato la vicina, una piccoletta dalla pelle scura e grandi occhi a mandorla, più o meno della sua stessa età; usciva dalla porta accanto alla sua. L’aveva salutata, e subito si era pentito, perché lei non l’aveva neanche guardato in faccia. Che cafona, chi credeva di essere?

A un tratto sentì sbattere la porta; forse è stato il vento, pensò. Gli venne un dubbio: si aprirà dall’esterno? Tornò indietro lentamente, come per rimandare la brutta sorpresa: infatti era chiusa, e non c’era maniglia. La spinse, la scosse, niente da fare. Gli venne in mente che anche la porta di casa, senza chiavi, non si apriva dall’esterno. E lui non le aveva prese le chiavi, e neanche il cellulare. Bisogna che trovi una soluzione, la mamma non deve venire a sapere che mi sono messo in questo guaio, pensò. Si affacciò dal lato del loro balcone: Nessun appiglio per calarsi giù. Di saltare neanche a parlarne, era troppo alto. Si guardò in giro cercando qualcosa che potesse servire, ma c’era soltanto, in un angolo, la base di un ombrellone. Avrebbe potuto chiamare aiuto, qualche vicino forse l’avrebbe sentito. Quelli del primo piano erano tutti via, poco prima di uscire aveva visto, dalla finestra, uscire il padre, e poco dopo la moretta con la madre. Al pianterreno, nell’appartamento sotto il loro, forse c’era qualcuno. Subito scartò l’idea: non avrebbe mai potuto, il primo giorno che era lì, fare una figura del genere con i vicini; piuttosto, meglio affrontare il sarcasmo della madre. Gli toccava aspettare fino a sera il ritorno dei suoi. Perché queste cose dovevano capitare sempre a lui? Sedette sul pavimento nell’unico punto dove c’era un po’ d’ombra, a ridosso di quella specie di abbaino da dove si accedeva alla terrazza, e appoggiò la schiena al muro.

Il pavimento era ricoperto da grandi piastrelle. Le contò: sul lato corto erano venti per ogni fila, su quello lungo ottantasette. Però non erano quadrate, un lato era forse il doppio dell’altro, e nell’ultima fila del lato lungo erano tagliate circa a metà. Dunque, per sapere quante erano avrebbe dovuto togliere mezza fila, moltiplicare…

Forse fu il freddo a svegliarlo, la felpa che indossava era troppo leggera, o forse il cigolio del cancello. Guardò il cielo coperto da nuvole basse. Il vento era aumentato. Si affacciò con cautela e la vide percorrere il vialetto. Era lei, la vicina spocchiosa che tornava da scuola.

 

Marta chiuse il libro e si avvicinò alla finestra. I prodotti notevoli: Formule di calcolo per i polinomi che permettono di scomporli…

Quante chiacchere inutili, si fa più fatica a imparare le definizioni che a capire come funzionano. Li so usare, perché debbo anche ricordare la filastrocca? Me l’immagino la risposta della prof: Perché te la chiedono, cara! Naturalmente intendo la prof che ho in casa.

La madre aveva i colloqui con i genitori e sarebbe rimasta a scuola tutto il giorno, il padre tornava sempre dopo il tramonto. Le piaceva starsene col naso appoggiato al vetro a guardare fuori. Oltre il piccolo giardino delimitato da una cancellata che circondava la casa, ancora qualche costruzione bassa, poi, dopo la statale, il mare. Il vento staccava dalla cresta delle onde spruzzi che arrivavano fino alla strada. Era una delle ultime case della periferia Est della città, una palazzina con due appartamenti al piano terra e due al primo. Uno degli appartamenti al pianterreno veniva occupato solo d’estate. Sentì gridare i fratellini del piano sotto, due gemelli casinisti; intervenne la madre urlando più di loro. D’un tratto tacquero tutti. Arrivava, da lontano, il rumore delle onde che si rompevano sul molo, poi il brontolio di un tuono; forse avrebbe piovuto.

Era arrivata una nuova famiglia nell’appartamento accanto al loro, dove prima abitava la zia Agata. Quand’era piccola passava con lei quasi tutte le giornate; la mamma la lasciava da lei quando usciva per andare al lavoro e la riprendeva nel pomeriggio. La sua porta era sempre aperta, la chiudeva solo quando andava a letto. Preparava dei dolcetti alle mandorle che di così buoni non ne aveva più assaggiati. Marta la chiamava Zia Ga, e la zia chiamava lei Ma. Poi, anche quando crebbe, continuarono a chiamarsi così, Ma e Ga. In realtà era solo una vicina, ma per lei era più zia di qualsiasi vera zia. Aveva i capelli raccolti dietro la testa e gli occhiali rotondi, papà diceva che sembrava nonna Papera.

Una sera venne a trovarle una signora con la sua bambina, che aveva circa l’età di Marta. La mamma la prese in braccio e la baciò, la piccola teneva la testa girata dall’altra parte, ma lei continuava a coccolarla, anche se era chiaro a tutti che quella non aveva nessuna voglia delle smancerie di un’estranea. Marta uscì e andò dalla zia Ga: – Io lì non ci voglio più stare, – le disse, ‒ resto da te.

Ga si fece spiegare il problema, poi: – Aspettami qui un minuto solo.

Andò di là, la sentì parlare piano con la mamma. Quando tornò tirò fuori dal ripostiglio una brandina, l’aprì, la piazzò in salotto e in pochi minuti il letto fu pronto. Quella notte Marta dormì lì. Il giorno dopo, quando la mamma tornò da scuola, si era dimenticata tutto. Non si fermò più a dormire dalla zia, ma, soprattutto quando litigava coi suoi, era bello sapere che la sua brandina era lì, col letto fatto.

Poche settimane prima, tornando da scuola, vide un’ambulanza davanti al cancello. Sapeva che Ga non stava bene. Si fermò dall’altra parte della strada e attese. La vide uscire sdraiata su una barella, legata con delle cinghie arancione. La zia la vide, e da lontano le sorrise. Marta voleva avvicinarsi per salutarla ma non ci riuscì, non capì mai cosa la trattenne. Anche le tute delle ragazze che spingevano la barella erano arancioni.

Nella nuova famiglia erano in tre, una coppia con un ragazzo, uno spilungone dall’aria timida. Si erano incrociati sulle scale, lui saliva carico di bagagli. La salutò, lei gli sorrise appena, poi pensò a lui tutta sera. I tre passarono tutto il pomeriggio a scaricare scatoloni, i mobili l’avevano portati il giorno prima quelli dei traslochi.

Diede un’occhiata fuori dalla finestra: cominciava a piovere.

 

Beniamino tornò a sedersi, chiuse gli occhi e lasciò vagare il pensiero: Mi farò dei nuovi amici, speriamo che a scuola i compagni non siano stronzi. E speriamo di conoscere delle ragazze, forse in provincia è più facile. Il tempo non passava, così si imbarcò in una delle sue fantasie: La porta si apre e compare Luisa, la cassiera del bar dell’ospedale. L’aveva vista al San Martino, quando, con i suoi, era andato a trovare Gianni, il fratello della madre. Nel corridoio incontrarono Cesare; l’aveva conosciuto la volta precedente, era sempre lì, seduto su una sedia di fronte alla sala TV. Lo salutò.

– Ben! – rispose lui allegro, – ti aspettavo, la valigia è quasi pronta, cinque minuti e arrivo.

Scappò nella sua stanza. Cesare era convinto che chiunque entrasse in reparto fosse lì per portarlo a casa dai suoi. Piccolo e grassottello, col viso infantile, vestiva sempre una tuta rossa col marchio della Ferrari. L’infermiere una volta disse che i suoi genitori erano morti in un incidente quando lui aveva dieci anni e, nei brevi periodi in cui non era ricoverato, viveva con dei lontani parenti. Quando raggiunsero la camera di Gianni, la madre lo mandò giù al bar a prendere una bottiglia d’acqua, forse per toglierselo di torno; lui ci andò volentieri, perché non sopportava il comportamento di lei col fratello, e anche perché la cassiera aveva due tette stupende, che mostrava orgogliosa indossando camicette scollate. Luisa, così l’aveva sentita chiamare da un collega, ultimamente era la principale protagonista delle sue fantasie erotiche. Mentre faceva la fila alla cassa la osservò, affascinato da quei seni che, a ogni movimento, dondolavano in tutte le direzioni, ognuno in modo autonomo.

Luisa esce sulla terrazza, si guarda intorno, si accorge di lui, sorride. È in ciabatte, addosso ha una vestaglietta di tessuto morbido che mette in risalto le forme, con i capelli spettinati è ancora più eccitante, gli si avvicina e sussurra: – Abito qui al pianterreno, vieni da me. – Mentre parla lo guarda con…

Una goccia fredda gli cade sul naso. Ci mancava solo questa. Il cielo non promette nulla di buono, è pieno di nuvoloni bassi. Sente un tuono e dopo pochi minuti comincia, prima lentamente, come per prepararsi, poi scroscia forte. Si addossa alla porta, è il posto più protetto, ma in breve è completamente bagnato. Aumenta ancora, è un acquazzone violento, sente freddo, comincia a battere i denti. Picchia forte sulla porta col palmo aperto, ma la pioggia fa un rumore tremendo, chi lo può sentire? Dopo un po’ desiste, cerca di farsi più piccolo che può per ripararsi sperando che non duri a lungo.

 

Marta è pensierosa. La mamma ultimamente è strana, parla poco, sia con lei che con papà. A volte sembra triste, e, se le chiede perché, cerca di distrarla parlando d’altro. Sono finiti i mormorii e le risatine che sentiva la sera provenire dalla loro camera.

Non si staranno mica lasciando, quei due? No, che mi viene in mente, è perché stanno invecchiando, ormai hanno più di quarant’anni. O forse papà si è innamorato di un’altra… Non posso immaginarmelo, era sempre lì a pendere dalle sue labbra, mi dava persino fastidio. O magari lei. Lei sì, ce la vedo. Chi potrebbe essere, vediamo. Il prof di matematica? No, con quell’aria saccente, non è il suo tipo, a immaginarli insieme mi vien da ridere. Però, aspetta, quel pomeriggio che sono tornata dalla piscina e l’ho trovata col preside… Loro non mi hanno sentita entrare in casa, erano chiusi nello studio. Che bisogno c’era di chiudere la porta? Quando l’ho aperta abbiamo fatto un balzo tutti e tre, io non mi aspettavo di trovare lui, loro non si aspettavano che io arrivassi. E la mamma mi pareva seccata, mentre lui con me era gentile, troppo gentile. Quando sono usciti li guardavo dalla finestra, mentre si dirigevano alla macchina lei gli ha sistemato il colletto della giacca. Era un gesto tenero, familiare, allora non ci avevo fatto caso, ma ripensandoci ora… Poi mi ha detto che era venuto ad aiutarla a correggere i compiti, ma i presidi aiutano le prof a correggere i compiti?

La pioggia è aumentata, ora è molto forte, la sente crepitare sul terrazzo. Ogni tanto tuona, dalla finestra quasi non vede oltre il cancello.

Oh madonna, sta a vedere che quella si è innamorata del preside, se ne va con lui e ci abbandona! Poi papà si risposa e sarò costretta a vivere con una matrigna, magari una che ha già una figlia, e dovrò lavare i pavimenti e far loro la serva… Uh, quante fantasie! Torna sulla terra! E poi le figlie erano due.

Un rumore, come un bussare, si sente appena, confuso con quello della pioggia. Si affaccia sul pianerottolo e lo sente più chiaramente: viene da sopra. Qualcuno picchia sulla porta della terrazza, qualche fesso che è salito senza chiavi ed è rimasto chiuso fuori. Ma che cazzo è andato a fare lassù con questo tempo?

 

Beniamino sente aprirsi la porta, subito entra e la richiude dietro di sé. È la ragazzina che abita al suo pianerottolo.

– Grazie, per fortuna mi hai sentito.

– Ma che ci facevi in terrazza?

– Sono venuto su stamattina, la porta si è chiusa col vento… pensavo di aspettare i miei fino a sera, poi ha cominciato a piovere…

A Marta viene da ridere al pensiero di lui che se ne sta tutto il giorno sul terrazzo ad aspettare che tornino i suoi, poi si accorge che sta tremando, è fradicio, le gocce gli scivolano sul viso.

– Vai subito a cambiarti! Le chiavi di casa le hai prese?

– No, non sapevo che queste porte…

È proprio imbranato. Bello e imbranato.

– Dai, vieni a casa mia.

– No, grazie, aspetto i miei qui sulle scale.

– Ma quali scale, stai tremando, vieni! – e lo accompagna in casa.

– Ti bagno tutto il pavimento, – dice mentre lei apre il rubinetto e fa andare acqua calda nella vasca.

– Io sono Marta.

– Io Beniamino, sei gentile, non vorrei disturbarti….

– Poi asciugati con questi e mettiti su quell’accappatoio.

Esce dal bagno. – Passami i vestiti, – gli dice.

A lui viene un dubbio tremendo. Fa un rapido controllo: ha un buco nelle mutande. Ora cosa faccio? Non posso certo dirle no, non te li passo i miei vestiti! Attraverso la porta socchiusa lei aspetta con un braccio proteso che non ammette esitazioni, non gli resta che fare quello che ha chiesto. Mentre le passa i vestiti nota la sagoma di lei attraverso il vetro opaco della porta. Certamente vede la mia, pensa, si copre con una mano e si allontana. Si sarà accorta che ce l’ho piccolo?

Dopo aver steso i panni bagnati sui caloriferi lei accende il giradischi e fa andare il CD che era dentro, poi passa uno straccio sul pavimento fino alla porta del bagno che è rimasta socchiusa. Dà un’occhiata dentro e lo vede nella vasca. Non si è accorto di lei, ogni tanto immerge anche la testa per qualche secondo poi torna su a respirare e sorride. A quel punto si rende conto di essersi portata in casa uno sconosciuto. E se mi mette le mani addosso? Se è uno stupratore?

Parte la musica, un disco del papà, musica classica, farò la figura della secchiona. Sto qui a pensare ai suoi gusti musicali mentre lui…

Esce dall’acqua, lo guarda mentre si asciuga, è troppo bello per essere uno stupratore. Lui si volta e la vede, lei gli sorride, lui arrossisce e svelto si mette su l’accappatoio.

Lei apre del tutto la porta, fa un passo verso di lui, lui fa un passo verso di lei. – Marta, – mormora, – Beniamino, – sussurra lei.

Lui ha voglia di scappare ma si fa coraggio, si sforza di sorridere, devo prendere l’iniziativa, si avvicina ancora, ora cosa faccio, abbassa la testa, lei alza la sua, le bocche si toccano, gli occhi si chiudono.

Lei sente l’odore della sua pelle, titubante tocca con la punta della lingua le labbra di lui, che si schiudono, dentro è umido e tiepido, il sapore è buono.

Lui non riesce a crederci: ci sta, anzi, lo bacia con la lingua, prima esita, poi è sempre più sicura, questa la sa lunga, non devo farle capire che per me è la prima volta.

Lei fa scorrere le mani sul petto di lui, sulle spalle, sente la pelle liscia, spinge indietro l’accappatoio che scivola in terra.

Lui non sa decidere, le sue dita sì, le slacciano il bottone dei jeans, scivolano dentro, sentono i peli, sono morbidi, da accarezzare, lui si spaventa, ritira la mano.

Lei lo ferma, vai avanti così, lui va avanti così, lei, col viso vicinissimo al suo, lo fissa con occhi spalancati, sente il cuore battere dentro le tempie, una bolla calda le cresce nella pancia, dallo stereo arriva un rullo di tamburi, il boato di un tuono copre la musica, poi arriva la meraviglia, il mondo scompare, la bolla scoppia. È il suo Big Bang personale.

Lui sente che non resisterà a lungo, lei lo sta accarezzando, proprio lì, devo riuscire a resistere, che figura ci faccio, devo riuscirci, devo riuscirci, devo…

Non ci riesce.