Soledad

di Marta G.

Giù di corsa, le scarpe ancora umide lasciavano impronte sul marmo.
– Arrivederci! – un altro saluto sospeso nel vuoto, lasciato a fluttuare in quell’antro scuro come un pesce nella sua boccia tonda, con gli occhi spalancati in cerca di uno sguardo di riconoscimento, o perché no di una risposta a quel suo vago e incessante modo di stare al mondo.
I passi di Barbara risuonavano sull’asfalto, camminando guardava per terra le sue scarpe bianche sporcate dalla pioggia muoversi sicure, con velocità.
Chissà se loro sanno dove stanno andando, chissà se posso lasciare che siano loro a scegliere la strada – pensava slegando la bicicletta inchiodata al palo.
Le ruote erano sgonfie, sembrava che a nulla fosse concesso di rianimarle. Barbara salì sulla sua bici e cominciò a pedalare, e fu in quell’istante, alzando lo sguardo dritto davanti a lei, sopra il manubrio, fissando la strada, e con lei le macchine e le persone tutt’intorno, e i negozi e i colori dei palazzi, che la vide; il suo cappello, la sua lunga treccia.
Decisa a infrangersi su quella riva, Barbara non voltò sulla strada ma continuò a pedalare lenta sul marciapiede; al rallentatore, vide Soledad girare il corpo, chiudere e riaprire veloce le palpebre e poi
fermarsi immobile, fissarla con i suoi occhi incredibilmente gialli.
– Sei qui, pensavo non ci fossi più, non ti ho più trovata…
– Non mi hai cercata.
– Ti ho cercata, qui. Ci siamo sempre incontrate qui, non potevo sapere…
– Cosa?
– Dove… dimmi, dove sei stata? Come stai?
Soledad rise con tenerezza, Barbara se ne dispiacque.
– Ridi di me, Soledad? Oh, mi spiace, per…
– Basta.
Soledad aveva la pelle più scura di quanto Barbara si ricordasse; erano mesi che non si vedevano, eppure erano state… Barbara non aveva le parole per dirlo, per dirselo.
Erano state che cosa?
– Mi spiace, non so cosa dire… no, vorrei dire tante cose ma non ho le parole. Capita anche a te? Come quando hai il mondo dentro che non esce, e allora sai che devi dargli una forma e la cerchi disperatamente e comunque non la trovi e allora rimani con tutte le tue parole inesistenti nel cuore e invece escono fuori solo le cose inutili che nessuno ascolta, come adesso vedi, volevo dirti l’essenziale e ti ho riempita di parole.
Soledad la osservava silenziosa e seria; forse le era mancata quella sua amica che le parlava a gran
velocità, dimenticandosi che lei, Soledad, era straniera, non capiva certe cose. Altre sì, naturalmente; ma certe cose di Barbara no, proprio non le capiva.
– Non capisco.
– Scusa parlo veloce, e parlo di me, e vorrei sapere di te… se ti va, di parlarmi ancora, dopo tutto…il
tempo, e quello che è successo… Soledad, ci tengo a dirtelo, io avrei voluto aiutarti, ma proprio non
potevo, tu mi capisci vero? Te l’avevo spiegato, ti ricordi?
– Ricordo.
– Bene – un sorriso flebile, come un sussurro, mosse le labbra di Barbara – sono contenta che non hai dimenticato quello che ci siamo dette… che avrei provato a chiedere, ma che non ero certa che ci sarebbe stato un posto libero… e che comunque l’iter sarebbe stato lungo, che avresti fatto i colloqui, e… accidenti, ma come sta la piccola, Soledad non te l’ho nemmeno chiesto, come sta?

– Bene – il volto di Soledad si illuminò e dalla sua persona uscì il sole e nessuna traccia di solitudine. – E’ grande.
– O Soledad, come sarei felice di vederla, ma dove state ora?
– Ventimiglia.
– Miglia? No, Soledad, qui non… oh, ma che sciocca, Ventimiglia certo, a Ventimiglia! È lontano, be’ neanche troppo… oh Soledad come sono felice di vederti, ho temuto che non ti avrei più incontrata… non avrei saputo dove cercarti, non avrei potuto trovarti… che buffo, tu invece sai dove trovare me. Non ci avevo mai pensato. Pensavo di poterti aiutare, di sapere, e invece io non so nulla, e tu…
– So tanto di te.
Barbara la fissò, spostò impercettibilmente indietro la testa, e il corpo si irrigidì in un movimento involontario, e anche per questo non gradito.
Lei sapeva, Soledad la conosceva; la sua città, i suoi luoghi, e poi il lavoro, l’esigua spesa e la sua bicicletta rosa. Soledad la vedeva immergersi nei suoi pensieri, prendere aria il tempo di un saluto e
tornare nelle profondità oceaniche che si sentiva costretta ad esplorare. Soledad le aveva domandato della sua casa, una volta, e Barbara le aveva detto tra le altre cose la via, e poi se n’era spaventata e si era stupita di quel timore che le aveva occupato la mente; di Soledad poteva fidarsi, no? Di Soledad lei era… che cosa?
– Siamo amiche!
Ma come poteva dire una cosa del genere? Come potevano loro essere amiche?
Erano estranee l’una all’altra, le loro solitudini si incrociavano nello spazio di una via, nel tempo concesso dalla clemenza della sua stessa frenetica esistenza, ma bastava questo per dire, o pensare, amicizia?
– Amiche… non ho molte amiche, in fondo… forse parlo troppo per…
– A me piace, la tua voce, il tuo suono.
– Non sapevo di avere un suono, Soledad. Non l’ho mai ascoltato, non sono mai rimasta in silenzio ad ascoltarlo. Come hai fatto, tu? Sei rimasta qui, ferma, e hai imparato tante cose di me, di noi… e io pensavo di conoscerti, e credevo di aiutarti, e adesso è chiaro che non è così, e tu mi sei estranea ma io ti sono amica, e mi sento sola, in questo non conoscerti, sola per non averti incontrato, al di là di quello che posso fare, che non riesco a fare…
– Non capisco.
– Scusa, dico i miei pensieri.
– Ascolto.
– Io… è così… sconvolgente… io ho studiato, sai, per imparare ad ascoltare…
– Studia …
– Via di qua, è privato! Via, non puoi stare, ogni giorno è così! – Barbara riconobbe la voce grave del
portinaio irrompere nella loro conversazione, si voltò e poi abbassò lo sguardo.
– Vigliacca, cosa fai? – pensò di se stessa.
Soledad raccolse il cappello lentamente, al ritmo naturale del suo respiro.
– Via, non mi senti? O non capisci, forse? – continuava ad abbaiare l’uomo.
– Sente e capisce, non si preoccupi, un attimo per favore – Barbara si detestava per quel poco che riusciva a dire. Perché non urlava? Perché non si ribellava?
– Sono come lui – pensò inorridita – ci dev’essere qualcosa di orribile, dentro di me, che mi fa sentire d’accordo con lui…
Il portinaio se ne andò, nemmeno un arrivederci, un saluto. Si allontanò sprezzante, neppure fiero di aver compiuto quel suo lavoro; arrabbiato, e indifferente insieme. Arrabbiato per tutto e quindi assolutamente disinteressato ad ogni questione.
Barbara guardò Soledad cercando complicità contro quell’esistenza cui non voleva concedersi, lei in risposta la guardò con placido disappunto.
– Ciao, vado via, torno domani, magari con lei.
– Vai? Sì, mi spiace… domani, oh che bello, speriamo! Dovrei passare, domani, si ci sarò… ciao… Soledad, sono felice…
Barbara la guardò allontanarsi sul marciapiede grigio; la luce si rifletteva nelle pozzanghere in cui i suoi grandi piedi non avevano alcun timore ad entrare. Sapeva dove andare, a quanto pare. Camminava decisa, senza fretta, sicura, stabile, come ancorata a terra seppur in perpetuo movimento.
Barbara, invece, si sentiva un giunco in un acquitrino; guardava il suo riflesso nell’acqua tremula e si
vedeva al contrario, ribaltata. Era senza orientamento, coi confini incerti; gambe incerte cui affidarsi per scoprire il proprio passo.
Straniera a se stessa, sola in quel suo parlare senza senso, in quel pensare di sapere e conoscersi, Barbara si sedette sul sellino della sua bicicletta, illudendosi di pedalare lontano da quelle verità che sostavano invece lì, proprio sopra di lei, in attesa che il giusto silenzio, non interrotto da futili parole, permettesse loro di uscire dallo stagno.

Uno strappo nel vestito

 

di Olga Foti

Zia Laura raccontava di essersi innamorata di una divisa, una bellissima divisa bianca con i bottoni dorati.
Cose d’altri tempi, d’accordo, ma io ho un’amica che quest’estate si è innamorata di un costume da bagno, sulla spiaggia, e al primo paio di pantaloni corredati da giacca… “Ah mia cara, avresti dovuto
vederlo, penoso, altro che dio marino!” Insomma, una bella storia nata su un’isola greca, mare sabbia cielo azzurro sulla testa, svanita come una bolla di sapone.
La zia però quella divisa l’aveva sposata. Lui era capitano di lungo corso e stava in mare anche sei mesi, prima di tornare a casa in licenza. Durante una licenza lei l’aveva conosciuto ed era stata chiesta in moglie, durante un’altra si erano sposati. Lei l’aveva visto solo in divisa. Com’erano andate le cose quando l’aveva tolta non è possibile saperlo, so solo che a casa il capitano si comportava come se fosse sulla nave davanti alla sua ciurma. Poi ripartiva e la zia restava nella sua bella casa che aveva un portone di ferro con il battente a forma di drago. Nell’armadio, appesa ad una gruccia, una delle divise bianche in attesa della nuova licenza del capitano.
“Zia Laura, ci racconti della prima volta che sei andata da tua suocera, la prima visita da fidanzata?”
L’avevamo sentita cento volte quella storia ma ci piaceva sempre.
A casa della futura suocera aspettava il parentado al completo, cognate, zii, prozie… anche una cugina monaca di casa, nana, con un paio di occhi tondi dietro gli occhiali. Con la mano appoggiata al bracciodel fidanzato, zia Laura aveva fatto il suo ingresso in un salotto pieno di odori di cipria, di cera, di folla.
Sedici persone, ma a lei erano sembrate una folla immensa, travolgente, che l’abbracciava, la baciava, le si chiudeva attorno come una tenaglia. Sul tavolo c’era già pronta la cassata, la vera cassata siciliana, disse la futura suocera appena si sedettero e arrivarono a valanga domande e complimenti, congratulazioni, e, poiché era estate, anche i gelati. Per gli adulti quelli speciali chiamati pezzi duri, i coni per i bambini.
Di quella fidanzata i bambini dovevano essere un po’ delusi, dopo tanti discorsi e raccomandazioni ne pretendevano una se non proprio con le ali almeno con gli occhi azzurri e i capelli d’oro. Ma si consolarono gridando e correndo per la sala. Apparve anche il gatto e la suocera, che occupava mezzo divano che lei chiamava canapé, continuava a ripetere chis chis e fingendo di volerlo mandar via faceva dondolare i braccialetti e gli orecchini a goccia. Le cognate intanto spiegavano alla futura sposa come si prepara la torta al cioccolato e la più giovane, che aveva nove figli, diceva com’era intelligente il più piccolo, superava perfino i fratelli. Seduta vicino alla porta finestra che dava sul terrazzo la zia guardava una mosca prigioniera nella ragnatela, si sentiva anche lei una mosca, piccola, intrappolata in una grande tela.
La cugina nana disse: “Sai? Con questo vestito non sembri nemmeno troppo magra.”
La zia non ne poteva più. Decise che aveva bisogno di una pausa, ne aveva il diritto, e tacque, ignorò tutti come fosse stata sola in quella stanza che non era nemmeno di suo gusto.
“Laura, che c’è Lauretta, qualcosa che non va?”
Un segno con la mano per far capire che aveva mal di testa e i bambini furono subito mandati in giardino, gli adulti rimasero in silenzio, poi ripresero a parlare sottovoce.
Ogni tanto: “Laura, vuoi qualcosa Lauretta? Una pillola, delle pezzuole con l’aceto?”
Come i parenti nemmeno quel salotto le piaceva: troppe lampade, troppi ninnoli, mobili pretenziosi,
l’unico bello, una specchiera di mogano di un caldo legno che dava sul rossiccio, era relegato in un
angolo, come in castigo.
“Laura, vuoi distenderti sul letto?”
Fece segno di no e prese un’immediata decisione: sistemare quel salotto a modo suo. Mentalmente, si capisce. Spostò una consolle, eliminò qualche lampada, sostituì l’impiallacciatura di una credenza. Poi bruciò i quadri, mandò in cantina uno sgabello e una poltrona, buttò dalla finestra tutti i soprammobili e – visto che c’era – anche la cugina nana. Infine, soddisfatta, si mise ad osservare il disegno del tappeto che copriva il parquet.
“Laura, come stai Lauretta, mandiamo a chiamare il medico?”
“No” disse la zia “avevo mal di testa ma è passato” e sorrise amabilmente.
“Povera cara, commentò la suocera, ti succede spesso?”
La cugina nana volle far sentire il suo parere: non c’è cosa peggiore di una moglie che ha sempre mal di testa.
Si sposarono.
Uscivano a braccetto a passeggiare lungo il corso e tutti dicevano com’era stata fortunata, sposare un capitano! Guardate che divisa! A casa lui leggeva alla moglie le notizie del giornale, diceva come
bisognava interpretarle, e quando andavano a teatro le spiegava cosa succedeva sulla scena. Poi ripartiva e la zia rimaneva nella sua bella casa con il drago nel portone che non riusciva però a tener lontano nemmeno uno dei numerosi parenti del marito. Tutti così affettuosi, pronti a dirle cosa doveva fare e pensare, ed erano sempre da lei, soprattutto per le feste perché dai balconi si vedeva la processione. Per la processione del Santo Patrono, in gennaio, la casa fu letteralmente invasa. Fuori frastuono di campane, dentro vociare di bambini che aprivano e chiudevano porte, giravano per le stanze. La suocera aveva invitato anche altra gente, parenti di parenti, e tutti erano arrivati prima del previsto. Lei aveva appena avuto il tempo di indossare un vestito, lo sentiva un po’ stretto, sì, è stretto, si disse provando ad alzare le braccia, ma era tardi per cambiarlo.
“Prego, prego… accomodatevi.”
Era stretto quel vestito, decisamente troppo stretto.
“Posso offrirvi qualcosa, il rosolio, un dolce?”
Sentiva il tessuto stringerle sul petto mentre la cugina monaca di casa le dava buoni consigli per la vita eterna e una cognata ricette di dolci per la vita terrena: “Non devi sbagliare con la cannella, un pizzico in più o in meno fa la differenza. La moglie di un capitano deve essere la prima in tutti i campi e tenere alto il decoro della divisa”.
Il vestito tirava, stava per scucirsi sotto l’ascella, anzi si era già scucito, ne era certa, e il fatto che una cosa così potesse metterla in agitazione bastava ad irritarla. Tutti però erano allegri, a loro agio, la suocera raccontava qualcosa alle nuore che ascoltavano approvando, un gruppo di ospiti era riunito a crocchio, altri parenti in giro per la casa.
I bambini invece reclamavano una torta al cioccolato che non c’era.
“Non vanno bene i biscotti, i biscotti al cioccolato?” e mentre lo diceva le balenò un pensiero spaventoso: forse non aveva nemmeno quelli. Aveva normali biscotti al latte e le Nuvolette che sembravano davvero piccole nuvole, soffici, bianche, leggere.
Ma i pargoli li rifiutarono e si misero a correre, ad aprire e chiudere porte, a rotolarsi per terra. Alzandosi lanciavano il grido degli Apaches. Propose di raccontar loro una storia, “la storia del santo patrono”, suggerì la suocera, ma l’orda urlò di no.
“Anche i bambini non sono più quelli di una volta” disse la suocera, ma aggiunse subito: San Filippo Neri però diceva “State fermi se potete…” e sorrise soddisfatta.
L’avrebbe detta quella frase san Filippo Neri se avesse avuto a che fare con quelli che le stavano distruggendo la casa? Solo uno, con gli occhiali tondi sulla faccia tonda se ne stava seduto con lo sguardo torvo.
Fuori una serie di spari annunciarono che il Santo fra non molto sarebbe uscito dalla chiesa.
“Le bombe, le bombe…!” e i bambini presero d’assalto i balconi, quello con gli occhiali invece chiese: “ma non muore nessuno?”
Gli spari continuavano, le campane suonavano a distesa ma la processione non si vedeva ancora. I bambini rientrarono e gridando sparirono di nuovo. In giro per la sua casa, i pargoletti, e le toccava anche stendere il sorriso sulla faccia, lasciar fare e disfare. Il grande specchio alla parete rifletté il suo viso rassegnato, pronto a sorridere a comando alla suocera, alla cognata, alla madre della moglie del cognato, e a qualunque mostriciattolo che doveva far pipì, che aveva sete o voleva la torta che non c’era. Aveva voglia di scuoterlo quel suo viso, di prenderlo a schiaffi!
Due cognate e una lontana parente, malgrado il freddo e il frastuono che saliva dalla piazza, restavano in balcone e parlavano piano, lei si avvicinò per chiedere se volevano il the o il caffè e il discorso venne troncato di colpo.
Laura…!
La chiamavano…? Era lei con quel nome e quel viso riflesso nello specchio? Aveva voglia di gridargli: stupido!
Tonf! Una porta era stata chiusa, un’altra aperta, e da questa apparvero i bambini in processione: il primo della fila, compunto e fiero, reggeva uno stendardo bianco.
“La gruccia e la divisa dell’armadio…!”
D’impulso alzò il braccio come per fermarli, o per schiaffeggiare – non i pargoli, certo – ma il suo viso nello specchio, e … crac! Uno strappo nel vestito. Uno strappo deciso che dall’ascella arrivava fino al seno. E da quello strappo, all’improvviso, vennero fuori collera, ribellione, ira, e sì anche un po’ di cattiveria che da troppo tempo erano murate dentro vive e volevano uscire. Urlavano: basta! Pazienza, rassegnazione, obbedienza, spazzate via d’un colpo. Tutte le belle virtù che le avevano insegnato da quando era nata, che aveva dovuto respirare assieme all’aria, d’un tratto erano sparite, messe in fuga da una parola capace da sola a cambiare tutto: basta! Era venuto il momento di cambiare il vestito e le cose a casa sua.
Chiamò i parenti affacciati alla finestra, gli altri che giravano per le stanze: “Ho mal di testa” disse ad alta voce “voglio restare sola.”
Si fece di colpo silenzio. La guardavano, guardavano quell’alga mostruosa che turbava le acque tranquille della Grande famiglia.
“Ho mal di testa” ripeté zia Laura, ma il tono diceva chiaramente: andate al diavolo e da oggi cercate di stare alla larga, non voglio più conigli né ricette.
Trasecolati andarono.
Lei chiuse la porta, la sprangò, si tolse il vestito, là nel salone, poi guardò la divisa abbandonata sulla sedia, la bella divisa bianca che allora aveva turbato il suo cuore, la sollevò, lentamente si avvicinò al camino e la gettò nel fuoco.

Il lecca-lecca

 

di Giovanna Vanin

È un giorno come un altro, senza un sole vero. Sulla strada macchine di ogni forma, colore e dimensione, grandi e piccole, ce ne sono di quelle lunghe appena il necessario a contenere due persone, altre raggiungono parecchi metri. Bianche blu rosse verdi argentate nere, ci sono anche quelle bicolori. I progettisti si sono sbizzarriti anche con i fari, ovali tondi quadrati a rettangolo triangolari, ce ne sono di piatti bombati sporgenti come gli occhi di un ipertiroideo, danno di volta in volta un’espressione diversa al muso di ogni vettura, c’è quella dalla faccia allegra truce aggressiva timida vivace. Dall’utilitaria al macchinone, tutte trasportano qualcuno, giovani e vecchi, padri e madri con bambini ragazzi neonati nelle culle, ci sono intere famiglie compresi nonni e zii, ci sono coppie, uomini e donne, soli. Arrivano da ogni direzione, dai quattro punti cardinali, da case lontane lontanissime e vicine. È una coda ininterrotta, no, sono tre code una accanto all’altra, serpenti mostruosi dalle squame di metallo, draghi. Fabbriche lontane emanano bagliori rossi dalle ciminiere. Negli abitacoli la gente parla, sorridono, stanno in silenzio, scherzano. Ci sono quelli che, innervositi dal procedere lento, allungano il collo per vedere la testa del serpente, non si vede, ancora qualche metro, tra poco ci siamo. Passiamo sotto un ponte, ecco, sulla destra, quattro alberi scarnificati dalle piogge acide, intossicati dalle esalazioni dei tubi di scappamento. Li superiamo e anche un distributore di benzina, poi nel chiarore lattiginoso appare un’enorme costruzione grigia, in mezzo a campi senza fiori e senza grano, dietro, altri capannoni, contenitori giganteschi, sono i magazzini. Due cartelli rossi vietano l’ingresso, il varco consentito è indicato da un cartello blu con sopra una freccia che come un grosso dito ti dice dove andare, ti affidi a lui e non protesti. Gli occhi girano veloci da destra a sinistra e viceversa in cerca di un parcheggio, eccolo là, no, c’è già qualcuno che aspetta, vai avanti, è un piazzale senza fine. Bravo, segui il ditone, giri e rigiri in cerchi concentrici che si allargano a dismisura, non c’è il posto dove lo vorresti, ti tocca andare sempre più in fuori, è come andare a teatro e stare nelle ultime file da dove vedi poco. Ma ecco, finalmente l’abbiamo trovato, si scende, su, andiamo, abbiamo raggiunto l’obiettivo, in tutta la sua possanza s’innalza davanti a noi. All’entrata uno vende pizze panini polli arrosto patatine fritte. Le porte a vetri si aprono si chiudono si aprono si chiudono come bocche che inghiottono e poi vomitano nauseate tutti quelli che le avvicinano. Dentro voci lingue s’incrociano in un brusio continuo, la musica arriva dall’alto e da ogni lato. Siamo in un parco giochi dai colori accesi e zeppo di uomini e donne tornati all’età dei figli che hanno attaccati alle mani e si agitano in braccio o piangono nei carrozzini. Senza respiro ogni cosa sugli scaffali chiama, sono qui perché
non vieni? Prendi me sono più buono. Non è vero, tocca a me. Te l’hanno detto ieri in televisione. Ma se c’ero prima io. Trent’anni di pubblicità dentro a un cartellone. Come fai a non saperlo? Sei sordo cieco o fuori tempo? Svegliati citrullo. Non siamo più nell’Ottocento. Ogni giorno ti porta una cosa nuova e non scemenze come il sole la mattina, che poi è impossibile vederlo con la nebbia lo smog e una schiera di palazzi alti mille metri. E allora cosa aspetti? La felicità è qui, da noi, nei nostri negozioni, siamo senza dubbio i migliori super e iper, dove cerchi la tua vita? Lei è dentro alla nostra scatola di cartone. Se leggi le istruzioni vedrai che abbiamo fatto il giro del mondo, dalla Cina all’India dall’Africa più nera al Canada dalla Finlandia al Perù, ti portiamo quello che non vedresti mai a meno di non andarci di persona ma, lo sai, tu non sei Marco Polo o un riccastro da poter girare dove come e quando vuoi. Dacci retta, non aspettare la carota striminzita nel tuo vaso sul balcone, noi sì, siamo pieni di energia, prendi e ingoia e smetti di raccontarti balle. La vita è una sola, non pensare sia diversa da come tu la vedi. Non c’è altra consolazione. E allora suvvia tutti in coro gridiamo, lo voglio lo voglio anch’io il biscotto biscottino macinato dal mulino la merenda golosona la fragola con la lisca. E ciascuno guarda incuriosito il suo vicino l’amico il parente lo sconosciuto protesi sui banconi pieni di cibo, strumenti, oggetti, prodotti, a volte non sai nemmeno cosa sono. Lo voglio il pomodoro e non importa se non ha odore il pollo imbottito di antibiotici è un’enorme pillola antinfluenzale il germe che protegge da ogni cancro e com’è buono il fungo cresciuto nel cesio e nel plutonio precipitati a terra dopo l’ultima esplosione del nuovissimo reattore di una centrale nucleare di ultima e sicura generazione e ciascuno afferra quello che gli promette una fetta di paradiso un piatto di saporita felicità un suono sensuale che scongiuri le tre maledizioni ricevute ai tempi di Adamo, sofferenza solitudine e paura. E trionfanti spingiamo il carrello nella luce bianca del supermercato. E in coda alla cassa sorridiamo, che bella spesona tesoro mio! Oggi abbiamo preso proprio tutto. Noo?! perché piangi? vuoi il lecca-lecca? quello rosso? Non c’è. Quello verde non va bene? Noo? Che differenza fa, il sapore è lo stesso. Adesso smettila di frignare. Insomma. Non sei mai contento. Piantala, ti dico, e metti giù ‘ste mani, hai capito? Giulio, fammi un piacere, portala via, ‘sta sanguisuga, sì sì, vai fuori, andate via e poi, si può sapere cos’avete tutti e due? Sempre in giro con i vostri musi lunghi, mi avete rotto. Non ne posso più. Veramente.

Le caramelle del nonno

di Anna Maria Tagliaretti

Salì sul cumulo di ghiaia, aiutandosi con le mani ogni volta che la presa dei sandali leggeri cedeva e la faceva scivolare indietro. Quando la bambina arrivò in cima, si guardò intorno soddisfatta. Poi lentamente iniziò la discesa mentre cascatelle di ghiaia rotolavano sul terreno. Subito dopo decise di dedicarsi ai tubi di cemento allineati e sovrapposti nell’ampio spazio del cortile: alcuni avevano un diametro così esiguo che avrebbe potuto camminarvi sopra come l’equilibrista sul filo, altri erano grossi, tanto da poterci scivolare dentro e percorrerli strisciando, come in una galleria. Oppure cavalcarli, come sul dorso di un elefante. Era immersa in questi giochi solitari quando una delle porte della casa padronale, prospiciente lo spiazzo dove erano accatastati i tubi, la ghiaia, la sabbia, i lavandini di graniglia e le macchine per
l’edilizia, si aprì. L’edificio e la parte di cortile in cui si trovavano i materiali di lavoro erano separati da un marciapiede e da alcune aiuole su cui ciuffi di ortensie e fazzoletti di gerbere spezzavano il grigio del cemento con le loro macchie di colore. Sulla soglia della porta dai vetri smerigliati si era affacciato il proprietario, un uomo anziano, panciuto, con un faccione pallido e gli occhiali senza montatura. A quella vista, la bambina si bloccò di colpo e rimase immobile a cavalcioni del tubo: per un istante ebbe la tentazione di scappare, ma le gambe non le ubbidirono e lui si stava avvicinando agitando l’indice e scrollando la testa in segno di diniego.
“Non devi venire a giocare qui,” le disse dolcemente, “la mamma non te l’ha detto che è pericoloso? Queste cose non sono giocattoli. Potresti farti male”.
La bambina accennò di sì con la testa. Lo sapeva anche lei che non si doveva superare il confine fra le abitazioni più povere e quella del padrone, anche se entrambe si trovavano nello stesso cortile della grande casa di ringhiera. “Noi abitiamo di qua,” le aveva detto tante volte la mamma, “di là abita il signor Angiolotto. Non puoi andare da quella parte, quel signore non vuole. Le cose che vedi là gli servono per il suo lavoro, puoi rompere qualcosa e lui si arrabbierà. E mamma e papà dovranno pagare quello che hai rotto”.
Sì, lo sapeva, ma voleva giocare a fare l’esploratrice… Intanto era scivolata giù dal tubo e il vecchio signore l’aveva presa per mano come per accompagnarla verso l’altra ala del cortile. Aveva stretto la sua mano molle e grassoccia intorno a quella bruna e sudicia della bambina e l’aveva condotta verso casa sua.
“Vieni,” le disse,” ti do una cosa da portare alla mamma”.
Lei lo guardò di sbieco di sotto in su, solo per un istante, perché si era ricordata la storia di Pollicino che le avevano raccontato alla scuola materna, e temette che si trattasse dell’orco delle figure del libro, ma il suo sguardo non riuscì ad andare oltre la pancia dell’uomo protesa in avanti e in movimento ad ogni passo.
Entrarono in un salotto fresco, ombroso, con le persiane accostate e pieno di mobili scuri che la bambina non aveva mai visto.
“Come ti chiami?” chiese l’uomo, guardandola di sfuggita.
“Lisa” mormorò.
“E quanti anni hai?”
“Cinque e mezzo.”
“Chi sono i tuoi genitori?”
Lui doveva sapere già tutto questo, tante volte l’aveva vista correre dall’altra parte del cortile in mezzo alla marmaglia di mocciosi urlanti. A lei pareva che la seguisse con lo sguardo quando sguazzava nelle
pozzanghere, quando rideva e strillava mostrando i dentini da latte. Lisa era rimasta immobile al centro della stanza. Avrebbe voluto dire “Vado a casa”, ma non le uscivano le parole di bocca. Mentre si guardava furtivamente intorno, la sua attenzione fu attratta dalla statuetta di
una ballerina con un tutù rosa e rimase a fissarla, mentre il signor Angiolotto se ne andava in un’altra stanza e subito ritornava con una manciata di caramelle piccine. Le prese la manina e vi ficcò le caramelle, qualcuna finì per terra. Poi però non lasciò la mano, attrasse la bambina verso di sé e l’abbracciò con dolcezza. La spinse verso una poltrona, prima si sedette lui e poi, tenendole stretta la mano, raccolse la bambina sul grembo. Lisa avvertì un odore di sapone che le stuzzicò le narici; i bottoni del panciotto del vecchio le pungevano la schiena e cercò di divincolarsi con prudenza. Da sopra la testa le arrivava un rantolo leggero, un sibilo sottile. Prese a scalciare prima timidamente poi con più decisione, ma lui le mise una mano sulle ginocchia e la tenne ferma.
“Non muoverti, non ti faccio nulla…” mormorò posando la bocca sui suoi capelli.
Le prese il mento con l’altra mano, delicatamente, le girò il viso verso di lui e rimase a fissarla per un lungo istante.
“Che begli occhi hai, piccina!” le sussurrò e intanto cominciò a carezzarle i capelli, i ricci neri che sembravano averlo incantato, attorcigliando qualche ciuffo intorno alle dita paffute. “Sai, potrei essere il tuo nonno… e tu la mia nipotina… Ti cullerei tutte le sere, per farti addormentare…” continuò quasi biascicando.
Gli occhi della bambina erano fermi, spalancati, il mento scosso da un tremito leggero.
“Voglio andare a casa”, riuscì infine a dire cercando di scivolare dalle ginocchia del vecchio, che la trattenne serrandola in un abbraccio leggero.
“Non devi avere paura di me, bambina. Sono il tuo nonno… ti voglio bene…”
La voce del vecchio era impastata come se qualcosa gli avesse legato la lingua. “Non avere paura…”
Cominciò a carezzarle il viso, gli occhi che fremettero sotto le sue dita, la piccola bocca contratta. La mano che teneva ferme le ginocchia abbandonò la presa, sollevò il grembiulino fino a scoprire le minuscole mutandine. La mano accarezzò la coscia, si infilò oltre l’orlo e scostò il tessuto. L’uomo premette le dita e rimase per qualche istante immobile. Ansimava. Anche lei non si muoveva, continuava a fissare la ballerina in tutù sul mobile davanti a lei.
Poi il signor Angiolotto sollevò piano la mano, ricompose la stoffa, le lisciò il grembiulino sulle gambe e spinse la bambina lontano da sé.
“Va’ a casa”, le disse con voce roca, tremante, “e non venire più a giocare qui”.
La bambina uscì correndo, stringendo nel pugno sudato le caramelle rimaste e guardando verso la sua abitazione. Le faceva male da qualche parte, ma non sapeva dove, né perché.

Anna Maria Tagliaretti: Assistente sociale, insegnante di scuola primaria, impegnata nel campo della solidarietà internazionale e del turismo responsabile. Fondatrice e per otto anni presidente del centro antiviolenza “Filo Rosa Auser”. Ha pubblicato due libri ed è un’appassionata viaggiatrice.

Io e l’altro

 

di Oliviero Picco

Il tuo dominio è la notte quando, complice l’insonnia, la tua voce si sovrappone al ritmo del mio cuore, facendolo accelerare. Ti imponi irrispettosa e inopportuna, mischi lo spazio e il tempo. Pretendi un rapporto intimo, profondo, conflittuale. Io non ne ho voglia. Ho paura di restare solo con te, ma non so come evitarti.
A volte sei preziosa, spesso disumana. Dici che sono meschino, che dovrei ammainare quel grande pronome personale che porto stampato sulla faccia come effige della mia presunzione. Stride come un do di petto stonato.
Ma chi ti credi di essere? Mia madre? Tu non sei nessuno, non esisti, nessuno ti vede, vivi in un mondo di fantasmi ai quali non importa nulla di me. Fattene una ragione.
E anche se fossi mia madre? Il sangue è liquido e non tiene insieme nulla. Solo quando si coagula per sempre, mischiandosi agli ingredienti della morte, prende quella consistenza resinosa che tutt’al più, può servire a incollare i ricordi nella mente. Come quei triangolini neri con cui si attaccano le fotografie sull’album. Ma è una tenuta a scadenza, perché passata l’estate viene l’autunno dei ricordi, come quello delle fotografie che cadono dall’album dopo qualche anno che hai voltato le pagine.
Se non sei nessuno perché allora mi perseguiti e mi spaventi? Perché cerchi di convincermi che il tumore è tornato? Da cosa lo hai capito? Hai bevuto il mio piscio, hai assaggiato la mia merda? Non sei un dottore, eppure ti credo e terrorizzato corro all’ospedale, faccio le analisi. Va tutto bene, stronza. Non ti permettere mai più. Mi hai portato oltre la gialla della Rossa e se tu fossi dotato di arti, demagogico ectoplasma, mi avresti spinto giù.
Perché lo fai? Vuoi che io stia male? Che io muoia? È questo che vuoi veramente oppure gridi al lupo al lupo per imprigionarmi in una quaresima di incertezza, facendomi rimpiangere le mie mature speranze già tachicardiche?
Sei una parassita, qualcos’altro da me, una maledetta metempsicotica che si è infilata nel mio corpo. Vattene una volta per tutte dalle mie viscere.

Dubbi, ancora dubbi. Li fai emergere e non mi aiuti a risolverli.
Quando mio figlio mi dirà che si vuol licenziare per rincorrere un sogno giusto, etico, perfetto ma solo in un mondo perfetto, io non saprò che dire. Mi opporrò sciorinando un’analisi precisa della situazione sociopolitico economica. Lui ne formulerà una opposta, altrettanto plausibile forse un po’ ingenua. Mi guarderà e sembrerà dirmi: perché non sei d’accordo con me? Sei tu che mi hai nutrito così. Ho paura per lui ma sono commosso dalla sua freschezza e mi tapperò la bocca con un grumo di ansia.
È la scelta giusta? Non parli? A volte sei così irritante. Sei un tailleur che pretende di essere buono per tutte le stagioni. Scegli la linea di minor resistenza, quella che ti farà soffrire meno. Il mio tempo e il mio spazio diventano così minuscoli, una bolla d’aria in cui affondo la cannuccia per succhiare l’effimera serenità che mi darà il non aver litigato con lui. Ma durerà qualche settimana, forse un mese e poi?
A proposito di bolle d’aria, hai letto l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico? No? Beh, parla di fine del mondo. Tra quindici anni se non si farà nulla e non si farà nulla, ne sono certo, nelle grandi città non si potrà più respirare e fra trenta la vita sull’intero pianeta comincerà a estinguersi. Ti rendi conto qual è diventato l’arco temporale di riferimento? Solo poche decine di anni. Non ho ancora sufficientemente affinato le mie scelte di vita per affrontare i temi del ventunesimo secolo, ed ecco che mi trovo alle prese con un pensiero primitivo, quello della sopravvivenza.
Guardo tutto con occhi nuovi. Sono nel traffico in coda e penso che quelli dell’ONU hanno ragione, sono in montagna, l’aria sembra buona e mi illudo che esagerano. Poi rifletto che per arrivare in montagna ho fatto la coda nel traffico e l’ONU torna ad aver ragione. In questo tira e molla tu che cosa mi hai suggerito? Di essere felice. Non solo, hai aggiunto che devo fare di tutto perché il processo si acceleri. I tuoi calcoli dimostrerebbero che, se non mi torna il tumore, prospettiva terrificante che mi agiti continuamente davanti agli occhi, più o meno la fine del mondo potrebbe coincidere con la mia morte naturale. Che bello! Nessun rimpianto perché non vi sarà più nulla da rimpiangere, io finirò come tutto.
Come si dice? Se tutti muoiono nessuno muore.
Mi cullo in questa idea poi penso a mia nipote che ha sei mesi e la caccio dalla testa. Nei momenti in cui soffro torno a considerare la tua prospettiva. Che mi importa di mia nipote.
Noo! Non dovevo dirlo, non volevo dirlo, è colpa tua! Che cosa enorme… Che dici? Non è una cosa enorme? Metterla al mondo non è stata una mia decisione? Di piantarla con i sensi di colpa? Del sangue del tuo sangue, eccetera eccetera ne abbiamo già parlato? Ma io le voglio bene! …Eh? …Come? Avrò ancora qualche anno per dimostrarglielo? Hai ragione, voglio convincere mia figlia, ieri femminista oggi sacerdotessa del matrimonio, a vivere in montagna con me dove, in futuro forse, si respirerà ancora. Dalla foto di famiglia mi hai suggerito di cancellare il marito e i consuoceri. Il mio appartamento è di soli tre locali più servizi, cosa possono pretendere?
Con la precisione di un orologiaio svizzero compili il catalogo delle mie contraddizioni, è più voluminoso di quello dell’Ikea. Mi operi al cuore con un cucchiaio, come togliere i semi dalla zucca. Lo sai quanto io sia deprimibile, eppure non mi concedi alcun riguardo.
Per te non esistono i compromessi: o è tutto bianco o è tutto nero. Sei brava, implacabile bastarda, a scovare come una TAC il peccato nel più recondito angolo delle mie fibre.
Provo a tenerti testa a opporre delle attenuanti. Quella che preferisco è: ho tante contraddizioni perché tendo alla perfezione. Mi sbeffeggi e cominci a disfare tutto come disfacessi un puzzle.
Quell’immagine, nonostante le fessure tra una tessera e l’altra dovrebbero suggerirmi un che d’artificiale, rappresenta invece qualche cosa per me, mentre tu la riduci ad una manciata di pezzi insignificanti. Conservo, come macerie di una antica chiesa, ogni singolo frammento perché contiene la sua parte di verità. È il bandolo della matassa.
Sono stanco. Conoscere, sapere e scegliere mi è diventato faticoso. Ricostruire quel puzzle sembra il supplizio di Tantalo.
Basta! Qualunque cosa tu sia dimmi qual è la prospettiva giusta: Io e l’altro, l’altro e io o l’altro io?
No? Nessuna di queste?
Quale allora?
“Xanax”! Una compressa al mattino e una alla sera prima dei pasti.

Oliviero Picco: già responsabile di sviluppo, formazione e gestione del personale per un’area geografica di una banca milanese nonché del welfare aziendale.

9 agosto 1969

di Alvaro Travisi

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Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. Ritorno in questi luoghi dopo quarant’anni; è infatti da tanto che mi rifiuto di farlo poiché il coraggio non lo si trova dall’oggi al domani.
“Ma” sei bello più del sole. Assomigli a James Coburn nel film Giù la testa, persino in meglio anche perché sei tanto più giovane di lui. La barbetta, i baffi, i capelli biondi, gli occhi azzurri come il tuo casco. Ore e ore a chiacchierare di montagne, le ami più della pallacanestro. Fisico e postura sono perfetti, come si addicono a un neo istruttore Isef; sorridi sempre, timbro suasivo, piaci a tutti, ti godi l’età da favola con Noemi accanto. Sei felice che stasera rientri a Milano. Domani i tuoi festeggiano il venticinquesimo di matrimonio. Tu invece “Ca” non sei attraente quanto lui. Ciondoli, hai una voce nasale che alterni a momenti di divertente afonia. Nessuno è in imbarazzo più di te nel ridere; diventi paonazzo con niente. Temi per la dentatura cavallina e l’apparecchio ortodontico che ti brilla in bocca. Lo stesso che porti da quando ti conosco e che non ti molla neppure nella caduta. Non sei allievo di “Ma” a cui attribuiscono quarantotto anni anziché ventuno. I giornali, lo sappiamo, riportano inesattezze e nelle tragedie si lasciano prendere la mano. Stavolta però i nomi sul Corriere sono giusti e scritti per esteso, non come li evoco io. La fine tronca tutto, anche i nomi; ostinarsi a pronunciarli integralmente non conviene a chi rimane. Un artificio soltanto mio che, con efficacia tutta da dimostrare, confida nel garbuglio per confondere la malinconia.
Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. “Ca” non sei suo allievo. Sei solo il suo e il nostro grande amico, un affabile Pico della Mirandola che di ogni cima conosce l’altezza al centimetro. Stai per compiere diciott’anni, li festeggi a ottobre. Ai tuoi compagni della scuola tedesca già manchi. Tra tanti visi chiari sei l’unico di carnagione olivastra. Nella loro divisa sembrano copia uno dell’altro o quanto meno tali appaiono quelli presenti per l’ultimo saluto. Al Passo sono decine e decine i villeggianti pronti a invadere i sentieri. Altri indugiano rapiti alla vista dei Gruppi più famosi delle Dolomiti: Sassolungo, Sella, il Pordoi di sbieco e, più distante, la Marmolada. I turisti più pigri abbandonano le auto appena possono e fanno un’infinità di fotografie. Uno di questi curiosi ha costantemente l’obiettivo della Minolta puntato su di noi, quattro cordate di amici.
Quando diventiamo tre e voi non ci siete più, raccontano che è lui a immortalarvi: almeno un paio di scatti d’istinto del volo lungo trecento metri. E’ sempre lui, scrivono, a lanciare l’allarme. Più tardi a pentirsi di quei fotogrammi e dare alla luce la pellicola; così dell’orribile souvenir del Passo Sella non resta traccia. Al termine della cresta, Maurizio e io ti vediamo spuntare dalla variante. Ma che succede? Perché sei a testa in giù? Per un niente sfrecci davanti ai nostri occhi colti dal terrore. Forse hai ancora in mano il frammento dell’appiglio che, proprio sul più bello, ti ha tradito. O forse stringi, solo e comprensibilmente, il pugno in segno di stizza prima di cedere allo sconforto. Hai appena detto no a Franco in procinto di calare una corda per farti salire in tutta sicurezza l’ultimo tratto. – Non serve. Oramai ci siamo: un paio di metri e arrivo in cima – gli urli soddisfatto di trovarti su quella verticale. Ora tocca a te “Ca” presentarti al nostro cospetto. Sei tutto sbilenco, “Ma” ti ha investito in pieno. Il casco rosso è slacciato, come da tua brutta abitudine. Anche tu, in un baleno, ti predisponi a testa in giù. Purtroppo la corda non si impiglia in nulla e ti trascina nel vuoto. Per quanto sconvolto, ti immagino pronto a offrire quelle garanzie che nessuno si sogna di pretendere: – Tranquilli ragazzi, vado io con lui. Non lo lascio solo.
Alla base della parete, disteso sul ghiaione, sembri tutto intatto. E’ lì che i Catores della Val Gardena ti ritrovano. Respiri ancora “Ma”, giusto qualche ansito. Come l’eroe mio prediletto ne La locomotiva, il brano di Guccini che non potremo mai cantare assieme. Del tuo recupero “Ca” non parlo; preferisco farti una domanda, l’ultima prima di andarmene da qui: – Dimmi: quanto è alto… vediamo sì… quanto è alta l’Annapurna?

 

Alvaro Travisi: ultrasessantenne, mantovano di nascita milanese di adozione, attratto dagli anfratti di una metropoli lontana dagli stereotipi, e dall’ambiente della montagna frequentata da una vita.

Incontro

di Rossella Bologna

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Ben arrivata.
Come stai?
Lei rispose solo con un cenno con la testa.
Come sto? Ma come vuole che stia? Come si fa a spiegare questa cosa nello stomaco che gira dentro. E morde, ovunque vai. E poi l’areo, tutta quella gente. Non è che non mi piaccia la gente. Ma loro sono lontani, distanti. Anche quando alzo gli occhi al cielo e per un attimo, mi sembra di vedere più luce lo sguardo torna ancora inevitabilmente alle scarpe. In questo modo non rischio che qualcuno si accorga di me. É cosi che funziona.
La voce non ha voglia di uscire ma i miei pensieri si attorcigliano in continuazione. Non tacciono mai.
Che ne vuoi sapere tu così rossa e fiammeggiante, di una vita buia.
E cosa ti importa?
Sei un po’ strana con quegli occhi grandi e lo sguardo diretto. D’altra parte lui lo diceva sempre che quelle coi capelli rossi sono delle streghe. E siccome dalle nostre parti nessuno aveva i capelli rossi tranne te e tua madre ho sempre pensato che dovesse essere proprio cosi.
Sorridi tu, come se adesso avessi letto nei miei pensieri.
Forse non ti è nemmeno importato che sia morto. Che poi non ammetterei mai di esserne stata un po’ sollevata anch’io. Le sue grida di rabbia le avevo io, nelle orecchie ogni giorno. Non tu. Ogni maledettissimo giorno alzarsi sempre con la paura che prima di sera qualcosa potesse non andare bene e rovinasse tutto. Tu non c’eri quando dovevo stare attenta a non sedermi mai sulla sua sedia, o quando arrivava la bolletta della luce e non c’erano i soldi per pagarla. Erano urla e botte. Evidentemente consumavamo troppo. Non si poteva leggere a letto d’inverno. Sarebbe stato necessario accendere la luce.
E questo era vietato. Avevamo la tivù ma non si poteva guardare, a meno che lui non decidesse di guardare la partita. Allora portava anche gli amici e tutti parlavano forte e bevevano birra. E in quelle rare occasioni anche la mamma rideva e le venivano le guance rosse. Ma in tutte le altre sere doveva esserci silenzio e d’inverno, con il buio, io mi cavavo gli occhi per terminare i compiti. Lasciare la scuola avrebbe significato stare a casa tutto il giorno e no, non era proprio possibile. Cercavo ogni scusa per potermi allontanare almeno un po’.
Io e mamma dovevamo alzarci all’alba e andare a dormire presto, perché le mucche andavano munte alle quattro e mezza del mattino e poi bisognava pulire la stalla e dar da mangiare alle bestie, prima di pensare alla campagna. Quindi era meglio andare a letto senza troppo indugio, la sera. Dopo la mungitura bisognava portare presto il latte al casaro. Ma qualche volta lui a quell’ora non c’era. Io non chiedevo mai dove fosse. Lo capivo subito se c’era, perché la mattina la mamma si alzava ancora prima del solito per mettere la legna nel camino. A lui non piaceva alzarsi e trovare la cucina fredda. Ma mi bastavano i capelli sempre più grigi della mamma a farmi capire che non era il caso di fare domande. E poi sapevamo entrambe che forse era meglio cosi. Non parlavamo di quei rari attimi di serenità tra noi ma erano quelli in cui ci scambiavamo alcuni abbracci. A volte lui arrivava in tempo per caricare sul furgone i bidoni del latte. Altre volte no. E allora, dopo aver fatto il pastone per il maiale e dato da mangiare alle galline, e aver aspettato e aspettato, la mamma e io caricavamo i bidoni su una vecchia carriola di legno che dovevamo spingere con una fatica immane lungo tutta la salita. Il Casaro era proprio in cima alla collina, in fondo alla strada. Poi finalmente potevo andare a scuola mentre la mamma si occupava dell’orto. Dopo la mungitura del pomeriggio di nuovo bisognava portare il latte al caseificio e di nuovo non sapevamo se lui ci sarebbe stato. La sera invece, veniva quasi sempre. Prima passava dal casaro a ritirare i soldi, poi veniva a contare le uova per vedere quanto ne avrebbe ricavato. Apriva il barattolo tenuto in alto nel mobile e si metteva le banconote in tasca, infine dopo cena, talvolta andava in camera con la mamma e altre volte usciva di nuovo.
Dov’eri tu con la tua chioma rossa quando c’era da fargli capire che le galline non facevano sempre lo stesso numero di uova e che c’erano dei periodi in cui non ne facevano quasi più? Non era mai il momento, di fare meno uova, secondo lui. Forse ero io che ne mangiavo troppe. Perché oltre che stupida ero anche ingorda. Quando la dispensa era proprio vuota, e la zuppa di verdure e patate non bastava più, dopo aver brontolato un bel po’ veniva a casa con una forma di pane ed, evento raro, ci permetteva di ammazzare una gallina. Era una cosa da fare sporadicamente perché una gallina era una risorsa importante. Un giorno una volpe riuscì ad entrare nel pollaio e fece una strage. Lui andò avanti dei mesi a dirci che era accaduto per colpa nostra.
Mi piaceva la primavera quando non avevo più così freddo ai piedi e quel tepore che permetteva ai primi piccoli fiori di sbocciare ma mi piaceva anche stare sotto le coperte d’inverno quando diventava buio presto e fuori c’era meno da fare. C’era caldo e quiete li sotto, era come se mi nascondessi e riuscivo a fantasticare un po’ prima di addormentarmi. Qualche volta rubavo un uovo, facevo un piccolo buco in cima e ne succhiavo piano piano il contenuto. Mi piaceva di più se era ancora tiepido appena fatto. Ma non potevo rischiare che lui se ne accorgesse. Mi avrebbe lasciata senza cena. Allora lo nascondevo da qualche parte cercando di recuperarlo più tardi. Qualche volta me lo portava la mamma che mi diceva che in fondo una ragazza ha bisogno di crescere. A volte mi succedeva di svegliarmi di notte, e immaginare fantastici banchetti. Ma se lui era in casa non c’era neanche da pensarci a sgusciare fuori dal letto e scendere in cucina dopo che aveva già contato le uova, bisognava averne accantonate qualcuna prima.
Non rimaneva allora che aspettare il mattino quando avrei potuto bere un po’ di latte fresco. La mia Bruna era molto generosa e ci faceva sempre fare un’ottima figura e il casaro non faceva mai storie se, arrivando con la carriola portavamo un po’ meno latte. A lui dava sempre la stessa cifra. Persino quella volta che la carriola urtando un sasso più grosso degli altri, si è rovesciata perdendo il suo carico. Io e mamma avevamo tremato tutta la sera.
Ma nessuno ne parlò mai. Mi dicevano che io non parlavo mai. In realtà non avrei saputo cosa dire.
Anche se in fondo sono state poche le volte in cui lui ci aveva picchiato forte. Bastava cercare di essere gentili e obbedienti. E nel dubbio, non parlare. Non avevo amici, solo compagni di scuola, che non frequentavo. Una volta mi avevano invitata a una festa ma lui disse che non potevo andare.
Non abbiamo tempo per queste cose e poi, non siamo come gli altri, noi.
E fu una delle poche volte in cui il giorno dopo, venne a casa con un nuovo vestito per me. Ma avevo un amico immaginario. Questo sì. Quando non parlavo nella stalla con Bruna o con Adele era a lui che facevo notare i riflessi della luce nei campi, oppure l’ora del giorno in cui gli uccelli sembravano cominciare a fare chiasso tutti insieme.
Ora dovevo mostrare di stare bene o male? Non era da me esternare sentimenti senza Bruna o con Adele o il mio amico immaginario. Cosa potevo rispondere alla sua domanda? Come stavo. Non lo sapevo come stavo. Sapevo che mia madre mi aveva spinta ad accettare l’invito ma che io non avevo idea di cosa si facesse in vacanza. Non ne avevo mai fatta una, prima. Ripensandoci, no, lui non mi mancava. Mi sentivo in colpa per questo. Era mio padre no? Mi sembrava strana tutta questa libertà ma forse nemmeno mi interessava averla. Non la conoscevo. Ma mi mancava la mia casa nel verde. Questo lo sapevo con certezza. Avevo portato con me i vecchi vestiti di sempre. Neri lunghi. Perché no. Di certo quei colori lì – riflettei guardando un po’ di sbieco il suo vestito – io non li avrei di certo indossati. Forse il mio vestito era un po’ corto. Ma era corto anche il suo. Forse ci si veste cosi quando si va in vacanza.
Cosi pensava, mentre la sorellastra, che non aspettava una risposta, semplicemente la prendeva sotto braccio e con delicatezza, la spingeva verso l’uscita dell’aeroporto.

 

Rossella Bologna, milanese, si definisce sognatrice a tempo pieno, pensionata a tempo perso, in pausa prima del prossimo viaggio.

Zebre

di Pietro Margutti

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I documentari sono spesso una salvezza in TV. Li puoi guardare senza impegno, già iniziati, anche in altre lingue, persino in tedesco. Ieri sera le zebre erano vittime degli attacchi dei leoni durante la notte.
Attaccati di sorpresa, gli animali fuggivano, si disperdevano. Uno sbagliava una mossa, restava isolato, forse perché debole, anziano o ferito, e il suo destino si compiva. Dopo gli attacchi, al mattino, il branco di zebre tornava a riunirsi. Gli animali si ritrovavano, manifestavano la loro forza, confermavano la loro sopravvivenza. Non avevano memoria di ciò che era accaduto e questo permetteva loro di restare sereni.
Aperti, ariosi, senza i vecchi scompartimenti, i treni come gli uffici sono diventati open space, agili, condivisi, veloci. Il mio corre silenzioso e affollato verso Milano, nel tardo pomeriggio di venerdì. Dentro molti italiani, pendolari di lungo raggio, forse con frequenza settimanale. Chi lavora ancora, chi dorme, chi legge nonostante la pressione delle curve in velocità. Altri sono in partenza, svizzeri o tedeschi, sorridenti. I più coraggiosi sono diretti nella tumultuosa Italia, altri nel più rassicurante surrogato locale,
Lugano. Fuori, sotto un cielo limpido, scorrono i bellissimi, perfettissimi e noiosissimi villaggi sul bordo dei laghi, sotto pigre montagne che aspettano una primavera ancora acerba. I prati in basso sono di un elegante velluto scuro, la corsa del treno li accarezza. In fondo al lago di Zugo, il porticciolo di Arth Goldau e poco l’oltre l’immersione rapida nel tunnel, che scava la sua lunga via verso sud. Finisce la vista e, nel buio, tornano le riflessioni. Ho preso il treno delle cinque e venti a Lucerna per un pelo. Il solito affanno, ma il lavoro è andato bene e gli incontri hanno definito il lavoro e le produzioni di qualche mese.
Non ci danno visibilità oltre l’estate, nessuno sembra ancora informato. Ma il ricordo è un altro, quell’esperienza così, in diretta. Joanna era nella sala di fronte, non mi aveva visto. Tutti gli uffici hanno pareti in vetro, appena sfumato di verde, in cui il lavoro è trasparente e luminoso. Ascoltava un’altra persona, di fronte a lei, che sembrava recitare un lungo monologo.
Joanna. Il primo incontro anni prima, nella vecchia sede a Basilea, con una vista magnifica. Un’ora con lei finì per durare l’intera giornata. Chiedevo senza sosta e lei capì, rivoluzionò l’agenda e continuò a rispondere. Ero un noioso novellino, ma non per la paziente sensibilità di una persona, una donna, che sapeva costruire. E poi insegnando s’impara, mi disse, e m’insegnò anche questo, perché nel farlo si mette a fuoco in un modo nuovo ciò che si trasmette. È vero, è brava, pensai. Perché allora, perché adesso? Poi seguimmo diversi progetti, altri reparti, ma il contatto rimase. Non è scontato quando c’è differenza d’età, di lingua, di cultura. Basta osservare i capannelli al bar o i tavoli della mensa. Ci si raggruppa per generazioni, per livelli, per formazione, tutti più o meno chiusi nella propria bolla. Sono pochi quelli che riescono a romperla. Ieri, dopo aver notato Joanna, avevo ripreso a seguire il mio lavoro, la noiosa pianificazione. Forse l’avrei incontrata più tardi, o in mensa. Poi invece, durante una pausa, l’ho vista nel corridoio, sola e immobile. Avevamo terminato insieme? Bene, perfetto. Ho fatto un cenno ai colleghi e l’ho avvicinata con un sorriso.
– Joanna! Ciao, come va?
Un silenzio inatteso.
– Well, not so good, and you Giacomo?
La voce stentava. E il suo italiano, cui teneva tanto? Sul viso solo tanta fatica.
– I’m fine. I’m here to discuss the planning. What’s the matter?
Guardava altrove, lontano, immersa in un silenzio che mi imbarazzava. Non sapevo cosa aggiungere e stavo per salutarla e congedarmi.
– They fired me. Just now.
– Cosa?
Usci così, di petto, in italiano. Era appena accaduto, in quella sala, e dovevo essere il primo cui lo riferiva.
Si stava riprendendo. Poi le sue mani si sono mosse per sistemare i capelli e dopo un respiro profondo ha finalmente rivolto lo sguardo verso di me. Le parole scorrevano più fluide, in italiano.
– Giacomo, scusa. Sì, mi hanno licenziata. Forse è meglio che vada.
– Certo Joanna, capisco. Mi dirai.
Invece riprese.
– Poco fa. Non sono sola, sai. Una riduzione, come si dice? Strategie dall’alto, puoi immaginare, i costi.
Anche in altre sedi. Temevo che potesse accadere, ma passare nel tritacarne è un’altra cosa.
– Cosa ti hanno detto?
– Una del personale mi ha informato e mi ha presentato il “pacchetto”. Mi danno tre mesi, il supporto di outplacement e anche lo psicologo.
L’inglese è chirurgico, rimuove ogni profondità emotiva. Essere cacciati, dover trovare un altro posto suonerebbe molto diverso.
– Ti aiutano a cercare un altro posto?
Altri pensieri, in silenzio. Riprendo io.
– Ti ho vista prima, al di là dei vetri. È stato un colloquio lungo.
– Non so, ho perso il senso del tempo. Sì, deve essere stato lungo. Ho avuto l’impressione volesse colpevolizzarmi per spegnere ogni mia reazione.
– Tutto studiato?
– È un mestiere. Penso che accetterò il loro supporto per trovare un altro lavoro, ma non lo psicologo, quello no. Se capisco bene, mi vogliono convincere che non sono all’altezza del “loro” ruolo. E non mi farebbe bene. Oddio, sono ancora scossa.
– Certo. Ma tre mesi sono un tempo adeguato a trovare una buona posizione?
– Non so, non lo so ancora. Almeno non è come in America o lassù da me. Lì avrei già il mio scatolone tra le mani e la guardia che mi accompagna alla porta.
È di origine polacca, ora ricordo. Un giorno mi raccontò come avesse seguito il marito, ingegnere come lei, trasferendosi in Svizzera. Esperta di chimica farmaceutica e con uno straordinario bagaglio di lingue, aveva trovato posto con facilità in quel reparto, mi disse, dove stavano creando un gruppo molto aperto e internazionale. Ora forse la politica era cambiata.
– Ma qui non possono sostituirti in tre mesi. È assurdo. Nemmeno in trenta. Con la tua esperienza, la tua sensibilità.
Quello che non serve oggi, la sensibilità.
– Suppongo cambieranno tutto. Il lavoro va in oriente, lo sai, e in parte giù da voi, ma dovete stare molto attenti. Qui rimarranno pochi manager, i più duri. Avevano annunciato grandi novità. Beh, questa è la mia.
– Joanna, mi dispiace.
– Grazie Giacomo. Non so ancora come, ma me la caverò. Tu quanto stai qui?
– Sono qui da ieri, ma domani riparto subito. Sai, i piani trimestrali.
– Te la stai cavando bene ho sentito.
– Ho avuto la migliore insegnante.
Il primo sorriso.
– Come sta Francesca? Tommaso? E la nuova recluta Laura?
Uno a uno, i nomi di tutti. Troppo attenta per durare.
– Bene. Te li saluto. Saranno sconvolti quanto me. Prendi un caffè? Ne vuoi parlare ancora?
– No, grazie. Ti lascio, ho bisogno di riposare. Ma ti scriverò presto e spero anche di passare da Milano.
– Certo, fammi sapere. Dobbiamo vederci.
– Sure, tschüss.
– Take care!
Sono incerto, un abbraccio è sconveniente? È un attimo, troppo tardi. Solo una mano sul braccio, imbarazzata, con una lieve stretta. Uno sguardo, poi lei si allontana con passi dignitosi.
Mi avvio malvolentieri verso l’angolo caffè. Gli altri sono già lì. Non mi va di seguire i loro discorsi.
– An expresso, Giacomo?
– No, thanks.
I sopravvissuti si contano. Parlano, scherzano. In gruppo certi argomenti si evitano, se ne parla solo in privato. Dopo la riunione sono uscito presto e non ho cenato. Mi sono scusato con gli altri e sono rientrato subito in albergo. Ho letto un racconto di Salinger che avevo con me e poi ho dormito. Ero esausto, sopravvissuto, chissà sino a quando. Al mattino ho preparato il bagaglio e, dopo una rapida colazione e fatto il check out, sono tornato dentro, nel branco.
Usciamo dalla galleria ormai all’imbrunire. Per fortuna. L’oscurità mi opprimeva. Il cielo sereno disegna il profilo delle ultime montagne. Verso occidente, i colori sfumano dal verde scuro del primo piano, dove si distinguono i boschi, a un elegante e indistinto azzurro, prima scuro e poi via via più luminoso in fondo, dove le montagne più lontane si lasciano trasfigurare dall’ultima luce. Più avanti, senza più ostacoli, il treno può correre in discesa sino a Bellinzona e oltre. Gli scenari sono dolci e la bella stagione più avanzata. Il lago poi annuncia Lugano, dove qualche pavido turista scende, senza voler sapere quanto è bello essere meno perfetti più a sud. Chi resta è diretto in Italia. Rivedrò Joanna, penso, devo trovare il modo di farla tornare a Milano un paio di giorni e organizzare una serata fuori con tutti i colleghi. Poi, mentre mi perdo nella stanchezza, siamo già a Como. Col buio arriviamo nel disordine dell’Italia sofferente e affollata, ma corriamo via rapidi e la notte e la velocità nascondono le crepe dei muri e delle anime. Qualcuno sistema già le sue cose. I giornali, il computer, la giacca. Milano è vicina. Si aggancia la rete italiana e mando un messaggio a casa, sono in arrivo. So che mi stancherò presto del caos milanese, ma è bello tornare.
Poco dopo, oltre Monza e oltre la periferia, mentre il treno consuma gli ultimi binari diretti in Centrale e mi preparo a scendere, torno a pensare a Joanna, al suo solitario disagio in quella sala, allo sguardo fisso sul pacchetto elegantemente presentato, al centro della scrivania, in una sobria copertina vuota di ogni colore aziendale. Mentre il treno rallenta sotto la grande volta e spio dal finestrino cercando il lato di discesa, mi pare di avvertire sulle sue dita la ruvida sensazione di aprire la cartelletta e sfogliare la
durezza di quelle pagine. Mentre cammino lungo la piattaforma, forzando le gambe un po’ stanche a scansare le rotelle dei trolley, immagino la sua mente divisa e confusa tra le parole che provava a leggere e quelle che ascoltava da quella voce sicura e incalzante. Mentre scendo lungo il percorso commerciale della stazione e guardo distrattamente le vetrine, aspettando l’indicazione per la metropolitana o il profilo di un pacchetto destinato a me, vedo la fragilità di quello che facciamo ogni giorno, una profonda costruzione di pazienza e determinazione che può volatilizzarsi nella tempesta di un brusco cambiamento di strategia aziendale. E stretto nell’ultimo affollato vagone verso casa, mentre conto quante fermate mancano, cerco di ritrovare serenità nel branco di zebre. Nella notte, stanco e senza memoria, non so, non posso sapere che forse mi cercano, che forse hanno scelto, mi hanno isolato. Non li posso vedere, ma forse sono già tutti intorno. Forse, nella notte, sono già solo e senza scampo.

 

Pietro Margutti è nato a Milano nel 1957 e vive in Brianza da molti anni. Dopo varie esperienze professionali in Italia e all’estero, lavora come redattore e formatore tecnico per varie aziende dell’area milanese. Da alcuni anni, nell’associazione artistica Alessandro Conti di Monza, è anche autore di opere figurative frequentemente esposte nelle mostre dell’associazione.

Susanna don’t you cry

Alice Magnoni, 22 anni, studentessa del terzo anno di Scienze Ambientali all’Università Bicocca di Milano. Tra i cinque finalisti della nona edizione del concorso Raduga, con un racconto intitolato Il terzo atto, che sarà edito sull’Almanacco Letterario dell’Associazione Conoscere Eurasia, nel giugno 2018.

 

 

 

di Alice Mangoni

Trovarono un nido.
Prima c’era stato il rumore, furtivo, selvatico, poi li avevano visti. Brutti corpicini spelacchiati, ma già dotati di una certa grazia: la capacità di volare un giorno. Probabilmente merli, decise Susanna. I segreti della natura erano belli, le loro ombre non facevano paura, i loro misteri semplici.
Ma i segreti degli uomini. Gli uomini erano codardi e nascondevano solo i lati peggiori, sporchi, deboli.
Una bambina allungò le dita, ma la sorella le disse: «No. Alla madre non piacerà l’odore di mani umane. Potrebbe non riconoscere i suoi piccoli».
Matilde ritirò il braccio delusa. Aveva nove anni, Susanna diciassette; entrambe vivevano in una cascina del paese vicino. Quasi una volta alla settimana andavano al Castello di Masino a giocare a nascondino nel Labirinto finché erano stanche, e allora si sedevano a leggere. Consideravano quel luogo una personale proprietà.
Tornarono qualche giorno dopo la scoperta del nido. Susanna cercava la sorella da qualche minuto senza successo. Forse era entrata all’interno del castello, anche se non aveva il biglietto: c’era una via attraverso i bagni, oppure Pietro poteva averle aperto la porta principale. Trovò il ragazzo, gli chiese subito: Hai visto mia sorella.
Venti minuti fa era qui.
Non c’è.
Di colpo scorse una testa bionda e con lei un uomo dalla barba rossiccia e l’ansia scese e salì di nuovo.
Susanna sentiva con orgogliosa invidia che Matilde era bella, ancora piena di morbidezze da bambina ma con una curiosa malizia che la rendeva più adulta. Agiva per istinto e autodifesa e desiderio di piacere, ma era troppo piccola per capire i pericoli.
Susanna le corse incontro e vide una donna, un bambino e un gatto bianco poco distanti. Forse la sua famiglia. Ma Susanna sapeva che ci sono uomini con due facce, che con una mano frugano nel buio dei cinema, nelle metro affollte, in una macchina che si ferma a chiedere indicazioni, e con l’altra accarezzano la testa del figlio che va a scuola. Possono fare questo.
Raggiunse la sorella mentre lei aveva già salutato l’uomo, la strattonò per il braccio.
«Non sparire mai più!»
«Giocavamo a nascondino, lo scopo è quello».
Le propose di cambiare gioco:«Saliamo sulle mura. Chi cade è morto».

Si arrampicarono agili, capelli chiari al vento e gambe lunghe, sembravano nate per quello. Susanna in particolare era una specie di uccello, un airone o una cicogna, alta e sottile.
Una donna gridò. E le due ragazze persero l’appoggio. Fu un attimo, recuperarono l’equilibrio.
Scendete, scendete! Dunque ce l’aveva con loro. Era la moglie dell’uomo con la barba. Susanna avvertì ogni cosa in ritardo, dopo essere balzata giù con Matilde. La paura, il vuoto, l’urlo. Per poco quell’urlo non le ammazzava. Cosa diceva ora. Chiedeva della mamma, dov’era, perchè le aveva lasciate fare una cosa così pericolosa.
«Lavora» rispose Matilde squillante.
Non era pericolosa, non era pericolosa prima che arrivassi tu, pensò Susanna. Come osava, chi era, per mettere in discussione la sua capacità di prendersi cura della sorella. Squadrò con disgusto la donna. Era carica d’oro e mentre si agitava tutti gli ori si agitavano con lei. Chi porta un gatto in gita come se fosse un cane poi? Susanna la guardava con furia silenziosa.
Poi sentì Matilde dire: «Mia sorella è muta. Come può prendersela con una povera muta?»
Le prese la mano e la fece allontanare in regale sdegno. Matilde era così. Non sapevi mai cosa avrebbe fatto dopo.
Prima di andarsene Susanna lanciò un’occhiata oltre le mura. Al nulla e all’aperta campagna. Non sarebbero mai cadute. Era lo scopo del gioco.
«Dimmi cos’ho di strano».
Il pomeriggio era quasi finito, e ora camminava con Pietro nel Giardino, Matilde era sparita tra le siepi.
Lui era volotario al castello, ma lo conoscevano da anni perchè la mamma lo pagava a giornata per aiutarla nei campi.
Pietro rise.
«Non scherzo».
«Forse non ridi nei momenti giusti».
«Quali sono i momenti giusti?»
Susanna ricordava che il padre la chiamava “la mia bambina speciale”, ma la mamma sbuffava e le diceva:«Tu hai molto cervello, ma non è quasi mai mai attaccato alla testa. Non so cosa te ne fai».
Suo padre era morto quando lei aveva circa l’età di Matilde. La mamma gli elencava sempre tutte le cose che non doveva fare: fumare, guardare troppa televisione, mangiare grassi animali, entrare con le scarpe in bagno. Lui rispondeva: «Di qualcosa bisogna pur morire». Infatti.
Dopo il funerale la mamma aveva preso per le spalle Susanna: «Ecco cosa succede a chi non mi ascolta» indicando la bara: «Tuo padre non prendeva mai nulla sul serio, lasciava che lo facesse qualcun altro per lui, e di solito ero io. Ti sembra giusto?».
Susanna odiava quando lo chiamava “tuo padre”. Era anche tuo marito, pensò. Da bambina aveva adorato la sua leggerezza, l’ironica noncoranza verso il resto del mondo e sé stesso, ma a volte pensava che fosse ciò che l’aveva ucciso: aveva smesso di avere peso, niente lo ancorava più a terra. La mamma invece era solida come la fattoria, in pietra e legno scuro. Questa era la mamma.
«Sei nel nostro mondo solo a metà».
«Fai cose che gli altri non fanno» Matilde li aveva raggiunti e si era unita al gioco. Susanna arrossì. La prima volta che aveva visto Pietro gli aveva toccato i capelli, neri e ricci, affondando in sensazioni sconosciute con le dita. Avevano entrambi quattordici anni, e lui era un ragazzino dalla faccia larga e il corpo snello, che sembrava capace di fare tutto, fischiare, lanciare coltelli, fare il giocoliere con tre arance, e il resto di saperlo imparare, mentre lei era una ragazzina alta e strana. Matilde le aveva detto poi: Perchè gli hai toccato i capelli.
Non lo so.
Non dovevi farlo. E’ stato strano.
Ma Susanna con capiva perchè.
«Urli nei campi».
Anche questo era vero. Succedeva la notte. Correva all’aperto e gridava finchè non si accasciava al suolo completamente sfinita e liberata. La sorella veniva a raccattare quel mucchietto d’ossa per metterlo a letto. All’epoca in cui andava ancora al liceo strillava ogni notte per tutta la notte, e alla fine i vicini esperati avevano esasperato la madre che rinunciò al principio secondo cui conoscere nuove persone faceva bene. Ci rinunciò per stanchezza e non per mancanza di convinzione. La ritirò dalla scuola per farla studiare a casa e da allora le urla erano diminuite drasticamente. Ma non poteva rinunciarvi del tutto.
La vita la riempiva e lei doveva svuotarsi.
Non capisco perchè lo fai, le disse Pietro una volta.

Non capisco perchè voi non lo fate, rispose lei.
Susanna riconobbe la voce. Era la donna. Andarono verso quel suono. Meglio non avvicinarsi, pensò. Ma gli altri erano già avanti. Sapeva che non doveva guardare ma guardò. Il gatto era sdraiato, la testa bianca e rossa sfracellata da un sasso. Susanna si chinò e girò il gatto dalla parte intatta: come se dormisse.
La donna la fissò e l’accusò: E’ lei! Ha lanciato lei la pietra.
No.
E così non sei muta.
Il marito tentò di calmare la moglie: Lascia perdere, è stato un incidente, vuoi farla pagare a una ragazzina, non lo vedi com’è.
Pietro disse alle due sorelle: «Vi accompagno a casa».
Dietro alla donna, tra le foglie, c’era un nido.
Arrivarono alla cascina. Susanna chiese a Pietro:«Sei stato tu?»
Gli avevano raccontato dei merli.
«Pensavo fossi stata tu».
E’ notte. Una bambina si alza, apre la porta della camera di sua sorella. Le scuote la spalla.
«Dormi?» chiede la bambina.
«No»
Nel buoi non ci sono corpi, solo le voci senza materia.
«L’hanno seppellito? O l’hanno lasciato lì?»
«L’hanno seppellito».
«Dove?»
«Nel loro giardino».
«Magari non hanno un giardino».
«Tutti hanno un giardino».
«Non è meglio che il gatto sia morto alla fine?»
«Non so».
«Avrebbe ucciso gli uccellini».
«Aveva trovato il nido?»
«Sì. L’ho capito perchè c’erano i segni delle unghie sull’albero. Non le hai viste?»
«No».
«Domani te le faccio vedere».
«Va bene».
«Avresti urlato. Se trovavi gli uccelini morti. Davanti a tutti avresti urlato nel tuo modo».
La ragazza è rigida nel letto. Non si muove.
«Odio quando urli» prosegue la bambina.
Ancora non c’è risposta.
Conclude: «Non m’importa anche se stata tu. L’hai fatto per scacciare il gattto lontano dal nido e se poi è morto non potevi saperlo. Sono contenta che sia morto. Non è meglio Susi?»
«E’ meglio per gli uccellini ma non per il gatto. Non per i padroni del gatto».
La ragazza gira la testa verso il muro e la bambina torna in camera sua, i piedi nudi che sfregano le piastrelle. Passano i minuti e la ragazza si alza e entra nella camera della sorella.
«Mati».
«Che c’è».
«Sono contenta per gli uccellini. Un giorno impareranno a volare, pensa».
E poi, sulla porta: «Vuoi venire nei campi con me?»
Si infilano gli stivali e nell’oscurità della campagna urlano, creature umane e selvagge. Fino all’alba.
«Dopo si sta bene no?» sottilinea la maggiore « Devi lasciarmi urlare ogni tanto, così che possa essere felice il resto del tempo».
Qualche momento dopo momora, ma pianissimo, che si potrebbe non udirla affatto: «Dio, Matilde, perchè non gli hai fatto sciò sciò invece?»
«Non mi è venuto in mente».

La verità rimossa

Vincenzo Sciascia è nato e cresciuto in Sicilia, a Racalmuto, paese che ha dato i natali a Leonardo Sciascia. Studia Giurisprudenza a Milano, dove rimane in seguito lavorando a Palazzo di Giustizia. Riscontri nella narrativa: terzo classificato al Premio letterario Centro Culturale Antonianum nel 2013, finalista al Premio città di Como nel 2014.

Un ragazzo ferito a morte durante una partita di caccia. L’incidente rivela le pieghe più oscure dei rapporti tra uomini, famiglie, padri e figli.

 

di Vincenzo Sciascia              

 

Il sole di settembre batteva forte sul chiarchiaro, penetrava nei crepacci ricoperti di muschio e fogliame, rifugio di selvaggina e uccelli notturni. Sbiancava la collina sventrata da una cava di pietra, arbusti sospesi per aria spuntavano dalla roccia. Nel terreno in piano, due alberi di fichi dai frutti scuri, soffocati da piante di sommacco. Sul costone dirimpetto, gli occhi di due giovani erano fissi sulle fessure del chiarchiaro; da quella tana doveva uscire la preda. Il silenzio durava da più di un’ora e non si vedeva né il coniglio né il furetto. Nel labirinto delle gallerie della collina, la piccola bestia doveva aver perso la strada. Bisognava aspettare. Era un furetto esperto, non potevano rinunciarvi: la caccia si era aperta da poco. Uno dei due fece segno al compagno andare giù nella conca, qualcosa si era mosso fra i fili d’erba davanti alla tana dove avevano infilato il furetto. L’altro scese nel vallone fra i sommacchi che rinfrescavano l’aria, con passo calmo. Un colpo secco squarciò l’aria, e l’eco della conca lo fece rimbombare nella campagna come tanti colpi sparati uno dopo l’altro. Sotto, il giovane si accasciò a terra: il corpo supino, il viso al sole, il braccio e la mano tesa verso l’altro.

“Angelo, Angelo!” gridò dall’alto il compagno. Scendeva tirandosi con le mani i capelli neri, a precipizio. Appena fu vicino urlò: “Cosa ho fatto!” Rimase immobile a guardare il corpo del cugino: il viso sereno, il naso e la mascella forti, i biondi capelli arruffati fra gli steli arsi dalla calura, le labbra ancora rosse. Sotto il sole di settembre il giovane giaceva a terra. Preso dal panico, il cugino si precipitò dalla collina in direzione del paese, non lontano si intravedeva la chiesa del Carmelo. Quel giorno era stato lui a invitare Angelo alla battuta di caccia: una passeggiata, gli aveva detto, per vedere se c’erano tanti conigli come qualcuno aveva raccontato, la sera prima. Arrivò sconvolto e come un pazzo si aggirava fra i limoni del cortile interno della casa.

Il padre lo vide e gli andò incontro: “Che successe?” Non rispose. Come un forsennato, gli occhi rossi e lucenti, camminava a passi rapidi sbattendo il viso fra i rami e le foglie degli alberi.  Il padre lo incalzò: “Dov’è tuo cugino? Perché non hai il fucile? E i cani?” Il figlio non rispose. Continuava a tirarsi i capelli e a girare in tondo, il viso bagnato e sporco di terra; poi si fermò di colpo. Anche il tempo.

“Ammazzai mio cugino. Perché successe, Maria”, disse. Il padre si accasciò sul sedile di pietra del giardino. Ammutolì, pensando al fratello, a quel figlio avuto in tarda età. Il dolore l’avrebbe ucciso. Dall’uscio di casa la madre sentì tutto, si coprì il viso con le mani, incapace di fare un passo. Maria, che stava a significare? Pensò il padre, ma allontanò subito l’idea che si faceva strada, c’era altro da pensare. Guardava il figlio e gli sembrava di vedere il cugino. I due stavano sempre insieme; finito il lavoro, andavano in piazza a passeggiare, a divertirsi nelle botteghe di vino o nella sala da ballo di piazza Castello. Erano una cosa sola.  “Vieni, andiamo dai carabinieri” disse il padre.

Alla caserma il piantone chiese il perché della loro venuta e di corsa chiamò il maresciallo. Il padre conosceva quell’omone dai folti baffi e gli occhi indagatori. Per la sua attività di proprietario di un mulino l’aveva incontrato più di una volta, con onestà portava la divisa. E gli raccontò quel poco che sapeva.

“Veni ragazzo, portaci al posto di caccia”, disse il maresciallo, in tono calmo e fermo di chi è abituato a comandare.

Arrivarono che era quasi mezzogiorno. Sul costone, dove i giovani si erano appostati, giacevano i fucili e la cesta di vimini del furetto. Il sole cadeva a filo a piombo, e chiaro si vedeva nel vallone il corpo. Che strana posizione, pensò il maresciallo, disteso supino, il volto in su, ma sul petto non ci sono macchie di sangue, e quel braccio con la mano aperta protesa quasi a chiedere un perché? Con modi sicuri scese dal costone e si avvicinò al corpo che pareva riposare. Si accertò della morte del ragazzo. Non toccò la chiazza di sangue che si era allargata sotto la schiena. Ma sul torace non c’erano macchie, quindi era stato colpito alle spalle, e cadendo aveva preso quella posizione. Ad occhio, la distanza da lì a dove era appostato il cugino, doveva essere meno di venti metri. Un colpo sicuro.

“Raccontami com’è andata”, chiese il maresciallo. Con lo sguardo a terra il ragazzo sembrava incapace di dire parola. “Dì cosa è successo, non avere paura”, disse il padre.

“Eravamo appostati in attesa che il furetto uscisse da più di un’ora, niente. Poi mi sembrò di vedere qualcosa muoversi vicino alla tana, e feci segno ad Angelo di andare a vedere. Pensai che il furetto aveva perso i sonagli cercando i conigli, e poi… poi…  ricordo poco. Ho visto come un’ombra correre veloce, il coniglio, sparai d’istinto, ma quando la fumata svanì nell’aria, il corpo di Angelo era per terra. Cosa ho fatto”. Il maresciallo osservò la scena, ritornò sul costone, nel punto esatto da cui il giovane aveva sparato: guardò la posizione del corpo e la possibile traiettoria del colpo. Nella sua mente l’idea dell’incidente di caccia prendeva piede. Sopraggiunse il pretore, e dietro il cancelliere. Il maresciallo si appartò con lui e gli fece una ricostruzione di come pensava si fossero svolti i fatti. E’ chiaro! Un incidente di caccia: all’apertura è sempre così”.

Chiacchieravano intorno al corpo quando, dalla strada del paese, videro arrivare un carabiniere che accompagnava un piccolo uomo, il padre di Angelo. Nel vallone il ronzio dei mosconi, gli uomini aspettavano. Passo dopo passo, l’uomo si diresse dove giaceva il figlio. Il viso una maschera funebre. Vicino al corpo senza vita si fermò e da quegli occhi tagliati come fessure non scese una lacrima, mentre le labbra sussurravano parole confuse. Si inginocchiò, poggiò la testa sul petto, strinse il polso nelle sue mani. Il tempo sembrò fermarsi. Pochi minuti che ai presenti, gli occhi puntati sul piccolo uomo, sembrarono non passare. In quei minuti qualcosa si ruppe. Morto mio figlio, pensava l’uomo, chi avrebbe continuato la catena dell’esistenza, chi si sarebbe ricordato di lui, delle cose che gli aveva insegnato. La loro vita finiva lì. Nell’attesa del procuratore della Repubblica, il cancelliere preparava il verbale, quando l’uomo salì sul costone dov’erano rimasti gli arnesi di caccia. Da cacciatore guardò il fucile a terra, il suo regalo per la maggiore età del figlio, compiuta da poco. Accarezzò l’arma come se sfiorando la canna sentisse le sue mani, e poi d’istinto lo puntò in direzione della tana e guardò il mirino in fondo. Le pupille sparirono nelle strette fessure, riaprì gli occhi, guardò di nuovo la traiettoria di tiro verso la tana, ma non vide il corpo di Angelo. Incredulo, se li stropicciò, forse il sole gli faceva prendere un abbaglio. No! Angelo era fuori dalla linea del tiro di più di dieci metri. Com’era possibile? Il cugino non poteva sbagliare: era un tiratore esperto. “Attenzione là sopra, metta giù quel fucile”, disse il maresciallo. L’uomo non lo sentì. Senza posare il fucile ne abbassò la canna a terra, prese la cesta del furetto, scese dal costone e si incamminò per ritornare in paese. La luce del crepuscolo arrossava le pietre e le foglie degli alberi di sommacco erano di un rosso vivo quando discese la stradella. Con le spalle ricurve, come schiacciato da un masso camminava spinto dalla pendenza della via. I pugni serrati lungo i fianchi, le vene della fronte che pulsavano, mentre pensava e ripensava che Angelo era fuori dalla linea di tiro al coniglio. Perché ha sparato? Come può un tiratore esperto fare uno sbaglio simile?

Non si era accorto che era quasi arrivato a casa, ora si sentivano le grida delle vicine e della moglie: riconobbe quella voce guasta dal dolore. Entrò, si diresse verso il letto del figlio e ripose vicino il fucile e la cesta di vimini. Vedendolo, le donne abbracciarono la moglie e fra mille sussurri andarono via. Erano soli. L’uomo si avvicinò, e si strinsero forte. Dalla finestra entravano le voci della strada, le grida dei ragazzi richiamati al silenzio.

“Voglio vedere Angelo” disse la moglie.

“Ora non si può, ci sono i carabinieri e il pretore”.

“Come successe” gridò, tirandosi i capelli.

Il marito glieli accarezzò: “Dicono una disgrazia”.

“A caccia erano una coppia affiatata. Mai niente è successo”.

“Dicono… ma io non ci credo” disse il marito, e se ne pentì.

“Che vuoi dire?” gli occhi increduli, in attesa.

“Angelo era fuori dalla traiettoria di tiro”, e si lasciò cadere sulla sedia.

“Perché, Dio mio!” urlò la donna. La voce entrò in tutte le case della via.

Vennero i giorni del funerale, e delle condoglianze. Nel paese e tutti parteciparono, anche il cugino. Ma l’uomo non gli strinse la mano, da quelle fessure profonde lo guardò con occhi d’odio. Nel tempo che seguì il padre ripensò all’ultimo periodo della vita del figlio, dove e in compagnia di chi l’aveva visto. E un’immagine ritornava frequente: i cugini alla sala da ballo di piazza Castello e gli occhi maliziosi di cerbiatta di una ragazza fra i due. No! Non si può…. per una donna. Come il padre dell’assassino, capì, e da allora non lo guardò con odio, ma con occhi di pietà, quella che alcuni sentono nel vedere le miserie della vita. Tutto il paese accettò la versione dell’incidente, ma i cacciatori – e quasi tutti in paese praticavano la caccia – erano certi del contrario perché non si può mirare e colpire un bersaglio fuori tiro o scambiare un uomo per un coniglio. Il padre non parlò, non disse ai carabinieri che non poteva essere un incidente. I parenti glielo avevano chiesto per il buon nome della famiglia, anche la moglie: “Mio figlio è morto, nessuno me lo darà. Solo di lui ho desio”.

Il marito acconsentì, ma era un uomo e quella verità, da tutti accettata, non gli andava giù. Dalla morte del figlio decise che come non aveva parlato davanti ai carabinieri, non avrebbe parlato più con nessuno, neanche con la moglie. Gli altri dovevano sapere che lui non ci stava. E così fu. Dopo il lavoro nei campi e la cena, si sedeva al balcone a guardare le colline che circondavano il paese, il tramonto del sole fra i due cipressi e il volo bizzarro dei pipistrelli su e giù per la via. Ma i suoi pensieri erano altrove, in compagnia del figlio, e giorno dopo giorno ne ripercorreva la vita. Da quando era nato, ai primi passi, al precipitarsi per la strada in discesa, al sudore sul viso e nei capelli ricciuti. Un’altra sera, ragazzo a dieci anni era voluto andare ad aiutarlo al tempo della mietitura, e i capelli si confondevano con il frumento. Si ricordò di un detto che il padre ripeteva: “e lu cuccu ci dissi a li cuccuotti a lu chiarchiaru ni videmmu tuttti“. E il cucco disse ai suoi piccoli, al chiarchiaro ci rivedremo tutti. Anche lui sarebbe andato a finire nel chiarchiaro. E un sorriso luccicò fra le fessure degli occhi.