Io e l’altro

 

di Oliviero Picco

Il tuo dominio è la notte quando, complice l’insonnia, la tua voce si sovrappone al ritmo del mio cuore, facendolo accelerare. Ti imponi irrispettosa e inopportuna, mischi lo spazio e il tempo. Pretendi un rapporto intimo, profondo, conflittuale. Io non ne ho voglia. Ho paura di restare solo con te, ma non so come evitarti.
A volte sei preziosa, spesso disumana. Dici che sono meschino, che dovrei ammainare quel grande pronome personale che porto stampato sulla faccia come effige della mia presunzione. Stride come un do di petto stonato.
Ma chi ti credi di essere? Mia madre? Tu non sei nessuno, non esisti, nessuno ti vede, vivi in un mondo di fantasmi ai quali non importa nulla di me. Fattene una ragione.
E anche se fossi mia madre? Il sangue è liquido e non tiene insieme nulla. Solo quando si coagula per sempre, mischiandosi agli ingredienti della morte, prende quella consistenza resinosa che tutt’al più, può servire a incollare i ricordi nella mente. Come quei triangolini neri con cui si attaccano le fotografie sull’album. Ma è una tenuta a scadenza, perché passata l’estate viene l’autunno dei ricordi, come quello delle fotografie che cadono dall’album dopo qualche anno che hai voltato le pagine.
Se non sei nessuno perché allora mi perseguiti e mi spaventi? Perché cerchi di convincermi che il tumore è tornato? Da cosa lo hai capito? Hai bevuto il mio piscio, hai assaggiato la mia merda? Non sei un dottore, eppure ti credo e terrorizzato corro all’ospedale, faccio le analisi. Va tutto bene, stronza. Non ti permettere mai più. Mi hai portato oltre la gialla della Rossa e se tu fossi dotato di arti, demagogico ectoplasma, mi avresti spinto giù.
Perché lo fai? Vuoi che io stia male? Che io muoia? È questo che vuoi veramente oppure gridi al lupo al lupo per imprigionarmi in una quaresima di incertezza, facendomi rimpiangere le mie mature speranze già tachicardiche?
Sei una parassita, qualcos’altro da me, una maledetta metempsicotica che si è infilata nel mio corpo. Vattene una volta per tutte dalle mie viscere.

Dubbi, ancora dubbi. Li fai emergere e non mi aiuti a risolverli.
Quando mio figlio mi dirà che si vuol licenziare per rincorrere un sogno giusto, etico, perfetto ma solo in un mondo perfetto, io non saprò che dire. Mi opporrò sciorinando un’analisi precisa della situazione sociopolitico economica. Lui ne formulerà una opposta, altrettanto plausibile forse un po’ ingenua. Mi guarderà e sembrerà dirmi: perché non sei d’accordo con me? Sei tu che mi hai nutrito così. Ho paura per lui ma sono commosso dalla sua freschezza e mi tapperò la bocca con un grumo di ansia.
È la scelta giusta? Non parli? A volte sei così irritante. Sei un tailleur che pretende di essere buono per tutte le stagioni. Scegli la linea di minor resistenza, quella che ti farà soffrire meno. Il mio tempo e il mio spazio diventano così minuscoli, una bolla d’aria in cui affondo la cannuccia per succhiare l’effimera serenità che mi darà il non aver litigato con lui. Ma durerà qualche settimana, forse un mese e poi?
A proposito di bolle d’aria, hai letto l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico? No? Beh, parla di fine del mondo. Tra quindici anni se non si farà nulla e non si farà nulla, ne sono certo, nelle grandi città non si potrà più respirare e fra trenta la vita sull’intero pianeta comincerà a estinguersi. Ti rendi conto qual è diventato l’arco temporale di riferimento? Solo poche decine di anni. Non ho ancora sufficientemente affinato le mie scelte di vita per affrontare i temi del ventunesimo secolo, ed ecco che mi trovo alle prese con un pensiero primitivo, quello della sopravvivenza.
Guardo tutto con occhi nuovi. Sono nel traffico in coda e penso che quelli dell’ONU hanno ragione, sono in montagna, l’aria sembra buona e mi illudo che esagerano. Poi rifletto che per arrivare in montagna ho fatto la coda nel traffico e l’ONU torna ad aver ragione. In questo tira e molla tu che cosa mi hai suggerito? Di essere felice. Non solo, hai aggiunto che devo fare di tutto perché il processo si acceleri. I tuoi calcoli dimostrerebbero che, se non mi torna il tumore, prospettiva terrificante che mi agiti continuamente davanti agli occhi, più o meno la fine del mondo potrebbe coincidere con la mia morte naturale. Che bello! Nessun rimpianto perché non vi sarà più nulla da rimpiangere, io finirò come tutto.
Come si dice? Se tutti muoiono nessuno muore.
Mi cullo in questa idea poi penso a mia nipote che ha sei mesi e la caccio dalla testa. Nei momenti in cui soffro torno a considerare la tua prospettiva. Che mi importa di mia nipote.
Noo! Non dovevo dirlo, non volevo dirlo, è colpa tua! Che cosa enorme… Che dici? Non è una cosa enorme? Metterla al mondo non è stata una mia decisione? Di piantarla con i sensi di colpa? Del sangue del tuo sangue, eccetera eccetera ne abbiamo già parlato? Ma io le voglio bene! …Eh? …Come? Avrò ancora qualche anno per dimostrarglielo? Hai ragione, voglio convincere mia figlia, ieri femminista oggi sacerdotessa del matrimonio, a vivere in montagna con me dove, in futuro forse, si respirerà ancora. Dalla foto di famiglia mi hai suggerito di cancellare il marito e i consuoceri. Il mio appartamento è di soli tre locali più servizi, cosa possono pretendere?
Con la precisione di un orologiaio svizzero compili il catalogo delle mie contraddizioni, è più voluminoso di quello dell’Ikea. Mi operi al cuore con un cucchiaio, come togliere i semi dalla zucca. Lo sai quanto io sia deprimibile, eppure non mi concedi alcun riguardo.
Per te non esistono i compromessi: o è tutto bianco o è tutto nero. Sei brava, implacabile bastarda, a scovare come una TAC il peccato nel più recondito angolo delle mie fibre.
Provo a tenerti testa a opporre delle attenuanti. Quella che preferisco è: ho tante contraddizioni perché tendo alla perfezione. Mi sbeffeggi e cominci a disfare tutto come disfacessi un puzzle.
Quell’immagine, nonostante le fessure tra una tessera e l’altra dovrebbero suggerirmi un che d’artificiale, rappresenta invece qualche cosa per me, mentre tu la riduci ad una manciata di pezzi insignificanti. Conservo, come macerie di una antica chiesa, ogni singolo frammento perché contiene la sua parte di verità. È il bandolo della matassa.
Sono stanco. Conoscere, sapere e scegliere mi è diventato faticoso. Ricostruire quel puzzle sembra il supplizio di Tantalo.
Basta! Qualunque cosa tu sia dimmi qual è la prospettiva giusta: Io e l’altro, l’altro e io o l’altro io?
No? Nessuna di queste?
Quale allora?
“Xanax”! Una compressa al mattino e una alla sera prima dei pasti.

Oliviero Picco: già responsabile di sviluppo, formazione e gestione del personale per un’area geografica di una banca milanese nonché del welfare aziendale.

9 agosto 1969

di Alvaro Travisi

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Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. Ritorno in questi luoghi dopo quarant’anni; è infatti da tanto che mi rifiuto di farlo poiché il coraggio non lo si trova dall’oggi al domani.
“Ma” sei bello più del sole. Assomigli a James Coburn nel film Giù la testa, persino in meglio anche perché sei tanto più giovane di lui. La barbetta, i baffi, i capelli biondi, gli occhi azzurri come il tuo casco. Ore e ore a chiacchierare di montagne, le ami più della pallacanestro. Fisico e postura sono perfetti, come si addicono a un neo istruttore Isef; sorridi sempre, timbro suasivo, piaci a tutti, ti godi l’età da favola con Noemi accanto. Sei felice che stasera rientri a Milano. Domani i tuoi festeggiano il venticinquesimo di matrimonio. Tu invece “Ca” non sei attraente quanto lui. Ciondoli, hai una voce nasale che alterni a momenti di divertente afonia. Nessuno è in imbarazzo più di te nel ridere; diventi paonazzo con niente. Temi per la dentatura cavallina e l’apparecchio ortodontico che ti brilla in bocca. Lo stesso che porti da quando ti conosco e che non ti molla neppure nella caduta. Non sei allievo di “Ma” a cui attribuiscono quarantotto anni anziché ventuno. I giornali, lo sappiamo, riportano inesattezze e nelle tragedie si lasciano prendere la mano. Stavolta però i nomi sul Corriere sono giusti e scritti per esteso, non come li evoco io. La fine tronca tutto, anche i nomi; ostinarsi a pronunciarli integralmente non conviene a chi rimane. Un artificio soltanto mio che, con efficacia tutta da dimostrare, confida nel garbuglio per confondere la malinconia.
Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. “Ca” non sei suo allievo. Sei solo il suo e il nostro grande amico, un affabile Pico della Mirandola che di ogni cima conosce l’altezza al centimetro. Stai per compiere diciott’anni, li festeggi a ottobre. Ai tuoi compagni della scuola tedesca già manchi. Tra tanti visi chiari sei l’unico di carnagione olivastra. Nella loro divisa sembrano copia uno dell’altro o quanto meno tali appaiono quelli presenti per l’ultimo saluto. Al Passo sono decine e decine i villeggianti pronti a invadere i sentieri. Altri indugiano rapiti alla vista dei Gruppi più famosi delle Dolomiti: Sassolungo, Sella, il Pordoi di sbieco e, più distante, la Marmolada. I turisti più pigri abbandonano le auto appena possono e fanno un’infinità di fotografie. Uno di questi curiosi ha costantemente l’obiettivo della Minolta puntato su di noi, quattro cordate di amici.
Quando diventiamo tre e voi non ci siete più, raccontano che è lui a immortalarvi: almeno un paio di scatti d’istinto del volo lungo trecento metri. E’ sempre lui, scrivono, a lanciare l’allarme. Più tardi a pentirsi di quei fotogrammi e dare alla luce la pellicola; così dell’orribile souvenir del Passo Sella non resta traccia. Al termine della cresta, Maurizio e io ti vediamo spuntare dalla variante. Ma che succede? Perché sei a testa in giù? Per un niente sfrecci davanti ai nostri occhi colti dal terrore. Forse hai ancora in mano il frammento dell’appiglio che, proprio sul più bello, ti ha tradito. O forse stringi, solo e comprensibilmente, il pugno in segno di stizza prima di cedere allo sconforto. Hai appena detto no a Franco in procinto di calare una corda per farti salire in tutta sicurezza l’ultimo tratto. – Non serve. Oramai ci siamo: un paio di metri e arrivo in cima – gli urli soddisfatto di trovarti su quella verticale. Ora tocca a te “Ca” presentarti al nostro cospetto. Sei tutto sbilenco, “Ma” ti ha investito in pieno. Il casco rosso è slacciato, come da tua brutta abitudine. Anche tu, in un baleno, ti predisponi a testa in giù. Purtroppo la corda non si impiglia in nulla e ti trascina nel vuoto. Per quanto sconvolto, ti immagino pronto a offrire quelle garanzie che nessuno si sogna di pretendere: – Tranquilli ragazzi, vado io con lui. Non lo lascio solo.
Alla base della parete, disteso sul ghiaione, sembri tutto intatto. E’ lì che i Catores della Val Gardena ti ritrovano. Respiri ancora “Ma”, giusto qualche ansito. Come l’eroe mio prediletto ne La locomotiva, il brano di Guccini che non potremo mai cantare assieme. Del tuo recupero “Ca” non parlo; preferisco farti una domanda, l’ultima prima di andarmene da qui: – Dimmi: quanto è alto… vediamo sì… quanto è alta l’Annapurna?

 

Alvaro Travisi: ultrasessantenne, mantovano di nascita milanese di adozione, attratto dagli anfratti di una metropoli lontana dagli stereotipi, e dall’ambiente della montagna frequentata da una vita.

Incontro

di Rossella Bologna

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Ben arrivata.
Come stai?
Lei rispose solo con un cenno con la testa.
Come sto? Ma come vuole che stia? Come si fa a spiegare questa cosa nello stomaco che gira dentro. E morde, ovunque vai. E poi l’areo, tutta quella gente. Non è che non mi piaccia la gente. Ma loro sono lontani, distanti. Anche quando alzo gli occhi al cielo e per un attimo, mi sembra di vedere più luce lo sguardo torna ancora inevitabilmente alle scarpe. In questo modo non rischio che qualcuno si accorga di me. É cosi che funziona.
La voce non ha voglia di uscire ma i miei pensieri si attorcigliano in continuazione. Non tacciono mai.
Che ne vuoi sapere tu così rossa e fiammeggiante, di una vita buia.
E cosa ti importa?
Sei un po’ strana con quegli occhi grandi e lo sguardo diretto. D’altra parte lui lo diceva sempre che quelle coi capelli rossi sono delle streghe. E siccome dalle nostre parti nessuno aveva i capelli rossi tranne te e tua madre ho sempre pensato che dovesse essere proprio cosi.
Sorridi tu, come se adesso avessi letto nei miei pensieri.
Forse non ti è nemmeno importato che sia morto. Che poi non ammetterei mai di esserne stata un po’ sollevata anch’io. Le sue grida di rabbia le avevo io, nelle orecchie ogni giorno. Non tu. Ogni maledettissimo giorno alzarsi sempre con la paura che prima di sera qualcosa potesse non andare bene e rovinasse tutto. Tu non c’eri quando dovevo stare attenta a non sedermi mai sulla sua sedia, o quando arrivava la bolletta della luce e non c’erano i soldi per pagarla. Erano urla e botte. Evidentemente consumavamo troppo. Non si poteva leggere a letto d’inverno. Sarebbe stato necessario accendere la luce.
E questo era vietato. Avevamo la tivù ma non si poteva guardare, a meno che lui non decidesse di guardare la partita. Allora portava anche gli amici e tutti parlavano forte e bevevano birra. E in quelle rare occasioni anche la mamma rideva e le venivano le guance rosse. Ma in tutte le altre sere doveva esserci silenzio e d’inverno, con il buio, io mi cavavo gli occhi per terminare i compiti. Lasciare la scuola avrebbe significato stare a casa tutto il giorno e no, non era proprio possibile. Cercavo ogni scusa per potermi allontanare almeno un po’.
Io e mamma dovevamo alzarci all’alba e andare a dormire presto, perché le mucche andavano munte alle quattro e mezza del mattino e poi bisognava pulire la stalla e dar da mangiare alle bestie, prima di pensare alla campagna. Quindi era meglio andare a letto senza troppo indugio, la sera. Dopo la mungitura bisognava portare presto il latte al casaro. Ma qualche volta lui a quell’ora non c’era. Io non chiedevo mai dove fosse. Lo capivo subito se c’era, perché la mattina la mamma si alzava ancora prima del solito per mettere la legna nel camino. A lui non piaceva alzarsi e trovare la cucina fredda. Ma mi bastavano i capelli sempre più grigi della mamma a farmi capire che non era il caso di fare domande. E poi sapevamo entrambe che forse era meglio cosi. Non parlavamo di quei rari attimi di serenità tra noi ma erano quelli in cui ci scambiavamo alcuni abbracci. A volte lui arrivava in tempo per caricare sul furgone i bidoni del latte. Altre volte no. E allora, dopo aver fatto il pastone per il maiale e dato da mangiare alle galline, e aver aspettato e aspettato, la mamma e io caricavamo i bidoni su una vecchia carriola di legno che dovevamo spingere con una fatica immane lungo tutta la salita. Il Casaro era proprio in cima alla collina, in fondo alla strada. Poi finalmente potevo andare a scuola mentre la mamma si occupava dell’orto. Dopo la mungitura del pomeriggio di nuovo bisognava portare il latte al caseificio e di nuovo non sapevamo se lui ci sarebbe stato. La sera invece, veniva quasi sempre. Prima passava dal casaro a ritirare i soldi, poi veniva a contare le uova per vedere quanto ne avrebbe ricavato. Apriva il barattolo tenuto in alto nel mobile e si metteva le banconote in tasca, infine dopo cena, talvolta andava in camera con la mamma e altre volte usciva di nuovo.
Dov’eri tu con la tua chioma rossa quando c’era da fargli capire che le galline non facevano sempre lo stesso numero di uova e che c’erano dei periodi in cui non ne facevano quasi più? Non era mai il momento, di fare meno uova, secondo lui. Forse ero io che ne mangiavo troppe. Perché oltre che stupida ero anche ingorda. Quando la dispensa era proprio vuota, e la zuppa di verdure e patate non bastava più, dopo aver brontolato un bel po’ veniva a casa con una forma di pane ed, evento raro, ci permetteva di ammazzare una gallina. Era una cosa da fare sporadicamente perché una gallina era una risorsa importante. Un giorno una volpe riuscì ad entrare nel pollaio e fece una strage. Lui andò avanti dei mesi a dirci che era accaduto per colpa nostra.
Mi piaceva la primavera quando non avevo più così freddo ai piedi e quel tepore che permetteva ai primi piccoli fiori di sbocciare ma mi piaceva anche stare sotto le coperte d’inverno quando diventava buio presto e fuori c’era meno da fare. C’era caldo e quiete li sotto, era come se mi nascondessi e riuscivo a fantasticare un po’ prima di addormentarmi. Qualche volta rubavo un uovo, facevo un piccolo buco in cima e ne succhiavo piano piano il contenuto. Mi piaceva di più se era ancora tiepido appena fatto. Ma non potevo rischiare che lui se ne accorgesse. Mi avrebbe lasciata senza cena. Allora lo nascondevo da qualche parte cercando di recuperarlo più tardi. Qualche volta me lo portava la mamma che mi diceva che in fondo una ragazza ha bisogno di crescere. A volte mi succedeva di svegliarmi di notte, e immaginare fantastici banchetti. Ma se lui era in casa non c’era neanche da pensarci a sgusciare fuori dal letto e scendere in cucina dopo che aveva già contato le uova, bisognava averne accantonate qualcuna prima.
Non rimaneva allora che aspettare il mattino quando avrei potuto bere un po’ di latte fresco. La mia Bruna era molto generosa e ci faceva sempre fare un’ottima figura e il casaro non faceva mai storie se, arrivando con la carriola portavamo un po’ meno latte. A lui dava sempre la stessa cifra. Persino quella volta che la carriola urtando un sasso più grosso degli altri, si è rovesciata perdendo il suo carico. Io e mamma avevamo tremato tutta la sera.
Ma nessuno ne parlò mai. Mi dicevano che io non parlavo mai. In realtà non avrei saputo cosa dire.
Anche se in fondo sono state poche le volte in cui lui ci aveva picchiato forte. Bastava cercare di essere gentili e obbedienti. E nel dubbio, non parlare. Non avevo amici, solo compagni di scuola, che non frequentavo. Una volta mi avevano invitata a una festa ma lui disse che non potevo andare.
Non abbiamo tempo per queste cose e poi, non siamo come gli altri, noi.
E fu una delle poche volte in cui il giorno dopo, venne a casa con un nuovo vestito per me. Ma avevo un amico immaginario. Questo sì. Quando non parlavo nella stalla con Bruna o con Adele era a lui che facevo notare i riflessi della luce nei campi, oppure l’ora del giorno in cui gli uccelli sembravano cominciare a fare chiasso tutti insieme.
Ora dovevo mostrare di stare bene o male? Non era da me esternare sentimenti senza Bruna o con Adele o il mio amico immaginario. Cosa potevo rispondere alla sua domanda? Come stavo. Non lo sapevo come stavo. Sapevo che mia madre mi aveva spinta ad accettare l’invito ma che io non avevo idea di cosa si facesse in vacanza. Non ne avevo mai fatta una, prima. Ripensandoci, no, lui non mi mancava. Mi sentivo in colpa per questo. Era mio padre no? Mi sembrava strana tutta questa libertà ma forse nemmeno mi interessava averla. Non la conoscevo. Ma mi mancava la mia casa nel verde. Questo lo sapevo con certezza. Avevo portato con me i vecchi vestiti di sempre. Neri lunghi. Perché no. Di certo quei colori lì – riflettei guardando un po’ di sbieco il suo vestito – io non li avrei di certo indossati. Forse il mio vestito era un po’ corto. Ma era corto anche il suo. Forse ci si veste cosi quando si va in vacanza.
Cosi pensava, mentre la sorellastra, che non aspettava una risposta, semplicemente la prendeva sotto braccio e con delicatezza, la spingeva verso l’uscita dell’aeroporto.

 

Rossella Bologna, milanese, si definisce sognatrice a tempo pieno, pensionata a tempo perso, in pausa prima del prossimo viaggio.

Zebre

di Pietro Margutti

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I documentari sono spesso una salvezza in TV. Li puoi guardare senza impegno, già iniziati, anche in altre lingue, persino in tedesco. Ieri sera le zebre erano vittime degli attacchi dei leoni durante la notte.
Attaccati di sorpresa, gli animali fuggivano, si disperdevano. Uno sbagliava una mossa, restava isolato, forse perché debole, anziano o ferito, e il suo destino si compiva. Dopo gli attacchi, al mattino, il branco di zebre tornava a riunirsi. Gli animali si ritrovavano, manifestavano la loro forza, confermavano la loro sopravvivenza. Non avevano memoria di ciò che era accaduto e questo permetteva loro di restare sereni.
Aperti, ariosi, senza i vecchi scompartimenti, i treni come gli uffici sono diventati open space, agili, condivisi, veloci. Il mio corre silenzioso e affollato verso Milano, nel tardo pomeriggio di venerdì. Dentro molti italiani, pendolari di lungo raggio, forse con frequenza settimanale. Chi lavora ancora, chi dorme, chi legge nonostante la pressione delle curve in velocità. Altri sono in partenza, svizzeri o tedeschi, sorridenti. I più coraggiosi sono diretti nella tumultuosa Italia, altri nel più rassicurante surrogato locale,
Lugano. Fuori, sotto un cielo limpido, scorrono i bellissimi, perfettissimi e noiosissimi villaggi sul bordo dei laghi, sotto pigre montagne che aspettano una primavera ancora acerba. I prati in basso sono di un elegante velluto scuro, la corsa del treno li accarezza. In fondo al lago di Zugo, il porticciolo di Arth Goldau e poco l’oltre l’immersione rapida nel tunnel, che scava la sua lunga via verso sud. Finisce la vista e, nel buio, tornano le riflessioni. Ho preso il treno delle cinque e venti a Lucerna per un pelo. Il solito affanno, ma il lavoro è andato bene e gli incontri hanno definito il lavoro e le produzioni di qualche mese.
Non ci danno visibilità oltre l’estate, nessuno sembra ancora informato. Ma il ricordo è un altro, quell’esperienza così, in diretta. Joanna era nella sala di fronte, non mi aveva visto. Tutti gli uffici hanno pareti in vetro, appena sfumato di verde, in cui il lavoro è trasparente e luminoso. Ascoltava un’altra persona, di fronte a lei, che sembrava recitare un lungo monologo.
Joanna. Il primo incontro anni prima, nella vecchia sede a Basilea, con una vista magnifica. Un’ora con lei finì per durare l’intera giornata. Chiedevo senza sosta e lei capì, rivoluzionò l’agenda e continuò a rispondere. Ero un noioso novellino, ma non per la paziente sensibilità di una persona, una donna, che sapeva costruire. E poi insegnando s’impara, mi disse, e m’insegnò anche questo, perché nel farlo si mette a fuoco in un modo nuovo ciò che si trasmette. È vero, è brava, pensai. Perché allora, perché adesso? Poi seguimmo diversi progetti, altri reparti, ma il contatto rimase. Non è scontato quando c’è differenza d’età, di lingua, di cultura. Basta osservare i capannelli al bar o i tavoli della mensa. Ci si raggruppa per generazioni, per livelli, per formazione, tutti più o meno chiusi nella propria bolla. Sono pochi quelli che riescono a romperla. Ieri, dopo aver notato Joanna, avevo ripreso a seguire il mio lavoro, la noiosa pianificazione. Forse l’avrei incontrata più tardi, o in mensa. Poi invece, durante una pausa, l’ho vista nel corridoio, sola e immobile. Avevamo terminato insieme? Bene, perfetto. Ho fatto un cenno ai colleghi e l’ho avvicinata con un sorriso.
– Joanna! Ciao, come va?
Un silenzio inatteso.
– Well, not so good, and you Giacomo?
La voce stentava. E il suo italiano, cui teneva tanto? Sul viso solo tanta fatica.
– I’m fine. I’m here to discuss the planning. What’s the matter?
Guardava altrove, lontano, immersa in un silenzio che mi imbarazzava. Non sapevo cosa aggiungere e stavo per salutarla e congedarmi.
– They fired me. Just now.
– Cosa?
Usci così, di petto, in italiano. Era appena accaduto, in quella sala, e dovevo essere il primo cui lo riferiva.
Si stava riprendendo. Poi le sue mani si sono mosse per sistemare i capelli e dopo un respiro profondo ha finalmente rivolto lo sguardo verso di me. Le parole scorrevano più fluide, in italiano.
– Giacomo, scusa. Sì, mi hanno licenziata. Forse è meglio che vada.
– Certo Joanna, capisco. Mi dirai.
Invece riprese.
– Poco fa. Non sono sola, sai. Una riduzione, come si dice? Strategie dall’alto, puoi immaginare, i costi.
Anche in altre sedi. Temevo che potesse accadere, ma passare nel tritacarne è un’altra cosa.
– Cosa ti hanno detto?
– Una del personale mi ha informato e mi ha presentato il “pacchetto”. Mi danno tre mesi, il supporto di outplacement e anche lo psicologo.
L’inglese è chirurgico, rimuove ogni profondità emotiva. Essere cacciati, dover trovare un altro posto suonerebbe molto diverso.
– Ti aiutano a cercare un altro posto?
Altri pensieri, in silenzio. Riprendo io.
– Ti ho vista prima, al di là dei vetri. È stato un colloquio lungo.
– Non so, ho perso il senso del tempo. Sì, deve essere stato lungo. Ho avuto l’impressione volesse colpevolizzarmi per spegnere ogni mia reazione.
– Tutto studiato?
– È un mestiere. Penso che accetterò il loro supporto per trovare un altro lavoro, ma non lo psicologo, quello no. Se capisco bene, mi vogliono convincere che non sono all’altezza del “loro” ruolo. E non mi farebbe bene. Oddio, sono ancora scossa.
– Certo. Ma tre mesi sono un tempo adeguato a trovare una buona posizione?
– Non so, non lo so ancora. Almeno non è come in America o lassù da me. Lì avrei già il mio scatolone tra le mani e la guardia che mi accompagna alla porta.
È di origine polacca, ora ricordo. Un giorno mi raccontò come avesse seguito il marito, ingegnere come lei, trasferendosi in Svizzera. Esperta di chimica farmaceutica e con uno straordinario bagaglio di lingue, aveva trovato posto con facilità in quel reparto, mi disse, dove stavano creando un gruppo molto aperto e internazionale. Ora forse la politica era cambiata.
– Ma qui non possono sostituirti in tre mesi. È assurdo. Nemmeno in trenta. Con la tua esperienza, la tua sensibilità.
Quello che non serve oggi, la sensibilità.
– Suppongo cambieranno tutto. Il lavoro va in oriente, lo sai, e in parte giù da voi, ma dovete stare molto attenti. Qui rimarranno pochi manager, i più duri. Avevano annunciato grandi novità. Beh, questa è la mia.
– Joanna, mi dispiace.
– Grazie Giacomo. Non so ancora come, ma me la caverò. Tu quanto stai qui?
– Sono qui da ieri, ma domani riparto subito. Sai, i piani trimestrali.
– Te la stai cavando bene ho sentito.
– Ho avuto la migliore insegnante.
Il primo sorriso.
– Come sta Francesca? Tommaso? E la nuova recluta Laura?
Uno a uno, i nomi di tutti. Troppo attenta per durare.
– Bene. Te li saluto. Saranno sconvolti quanto me. Prendi un caffè? Ne vuoi parlare ancora?
– No, grazie. Ti lascio, ho bisogno di riposare. Ma ti scriverò presto e spero anche di passare da Milano.
– Certo, fammi sapere. Dobbiamo vederci.
– Sure, tschüss.
– Take care!
Sono incerto, un abbraccio è sconveniente? È un attimo, troppo tardi. Solo una mano sul braccio, imbarazzata, con una lieve stretta. Uno sguardo, poi lei si allontana con passi dignitosi.
Mi avvio malvolentieri verso l’angolo caffè. Gli altri sono già lì. Non mi va di seguire i loro discorsi.
– An expresso, Giacomo?
– No, thanks.
I sopravvissuti si contano. Parlano, scherzano. In gruppo certi argomenti si evitano, se ne parla solo in privato. Dopo la riunione sono uscito presto e non ho cenato. Mi sono scusato con gli altri e sono rientrato subito in albergo. Ho letto un racconto di Salinger che avevo con me e poi ho dormito. Ero esausto, sopravvissuto, chissà sino a quando. Al mattino ho preparato il bagaglio e, dopo una rapida colazione e fatto il check out, sono tornato dentro, nel branco.
Usciamo dalla galleria ormai all’imbrunire. Per fortuna. L’oscurità mi opprimeva. Il cielo sereno disegna il profilo delle ultime montagne. Verso occidente, i colori sfumano dal verde scuro del primo piano, dove si distinguono i boschi, a un elegante e indistinto azzurro, prima scuro e poi via via più luminoso in fondo, dove le montagne più lontane si lasciano trasfigurare dall’ultima luce. Più avanti, senza più ostacoli, il treno può correre in discesa sino a Bellinzona e oltre. Gli scenari sono dolci e la bella stagione più avanzata. Il lago poi annuncia Lugano, dove qualche pavido turista scende, senza voler sapere quanto è bello essere meno perfetti più a sud. Chi resta è diretto in Italia. Rivedrò Joanna, penso, devo trovare il modo di farla tornare a Milano un paio di giorni e organizzare una serata fuori con tutti i colleghi. Poi, mentre mi perdo nella stanchezza, siamo già a Como. Col buio arriviamo nel disordine dell’Italia sofferente e affollata, ma corriamo via rapidi e la notte e la velocità nascondono le crepe dei muri e delle anime. Qualcuno sistema già le sue cose. I giornali, il computer, la giacca. Milano è vicina. Si aggancia la rete italiana e mando un messaggio a casa, sono in arrivo. So che mi stancherò presto del caos milanese, ma è bello tornare.
Poco dopo, oltre Monza e oltre la periferia, mentre il treno consuma gli ultimi binari diretti in Centrale e mi preparo a scendere, torno a pensare a Joanna, al suo solitario disagio in quella sala, allo sguardo fisso sul pacchetto elegantemente presentato, al centro della scrivania, in una sobria copertina vuota di ogni colore aziendale. Mentre il treno rallenta sotto la grande volta e spio dal finestrino cercando il lato di discesa, mi pare di avvertire sulle sue dita la ruvida sensazione di aprire la cartelletta e sfogliare la
durezza di quelle pagine. Mentre cammino lungo la piattaforma, forzando le gambe un po’ stanche a scansare le rotelle dei trolley, immagino la sua mente divisa e confusa tra le parole che provava a leggere e quelle che ascoltava da quella voce sicura e incalzante. Mentre scendo lungo il percorso commerciale della stazione e guardo distrattamente le vetrine, aspettando l’indicazione per la metropolitana o il profilo di un pacchetto destinato a me, vedo la fragilità di quello che facciamo ogni giorno, una profonda costruzione di pazienza e determinazione che può volatilizzarsi nella tempesta di un brusco cambiamento di strategia aziendale. E stretto nell’ultimo affollato vagone verso casa, mentre conto quante fermate mancano, cerco di ritrovare serenità nel branco di zebre. Nella notte, stanco e senza memoria, non so, non posso sapere che forse mi cercano, che forse hanno scelto, mi hanno isolato. Non li posso vedere, ma forse sono già tutti intorno. Forse, nella notte, sono già solo e senza scampo.

 

Pietro Margutti è nato a Milano nel 1957 e vive in Brianza da molti anni. Dopo varie esperienze professionali in Italia e all’estero, lavora come redattore e formatore tecnico per varie aziende dell’area milanese. Da alcuni anni, nell’associazione artistica Alessandro Conti di Monza, è anche autore di opere figurative frequentemente esposte nelle mostre dell’associazione.

Akira e il Samurai

 

di Davide Zamborlin

Dal diario di Vasco João Carvalhas, esploratore al servizio di sua Maestà Sebastiano Primo d’Aviz, Re del Portogallo.

Kyoto, 21 maggio 1562
Quello che segue è il resoconto di un episodio del mio viaggio in Giappone. Accompagnavo Padre Emilio Adelante Ferreiras, dell’Ordine dei Gesuiti. Avevamo la missione di redarre un rapporto sulla cultura e le usanze locali, che le Gerarchie dell’Ordine intendevano usare per
elaborare una strategia mirata alla diffusione della Fede Cristiana fra queste genti. Al termine del viaggio, durato diciotto mesi, siamo giunti alla conclusione che il Giappone non sarà un terreno in cui la Grazia di Nostro Signore potrà attecchire facilmente. L’episodio che state per leggere è forse l’esempio più significativo a conferma di ciò, tuttavia abbiamo deciso di ometterlo dal rapporto ufficiale, perché si allontana talmente dal perimetro del credibile da poter indurre nei nostri superiori il sospetto che sia il frutto della nostra fantasia o un inganno perpetuato ai nostri danni, il che ci precluderebbe future missioni in altre parti del mondo. Lascerò perciò alle pagine del mio diario personale il compito di conservare questi ricordi. Solo ora che ci apprestiamo a salpare per la colonia di Macao, Padre Ferreiras e io iniziamo a domandarci se non si sia trattato di un’allucinazione. In ogni caso siamo ben lieti di poter tornare a dissetarci dei Misteri della nostra Fede e di poter accantonare il mistero a cui abbiamo assistito.
La storia comincia a Nagasaki, città portuale e capitale dell’isola di Kyushu. Il Governatore ci accordò il permesso di visitare l’entroterra, accompagnati dal guerriero samurai Marume Eishi. Ci fu concesso un grande onore, in qualità di ospiti provenienti da un regno potenzialmente nemico, in una terra profondamente conservatrice e chiusa. I samurai godono di grandissima stima nella cultura locale. Essi costituiscono una casta sociale di guerrieri, una delle più importanti dopo quella nobiliare. Il loro valore è leggendario: la nostra scorta valeva più di venti uomini armati, come avremmo potuto constatare.
Eishi, per quanto ancora molto giovane, aveva già dato prova di essere uno dei più forti guerrieri di Nagasaki.

La prima tappa del viaggio era un piccolo villaggio nell’entroterra, eletto a dimora da Eishi. Vi giungemmo dopo poche giornate di cammino attraverso boschi e terreni coltivati. Si trovava in una valle non molto ampia fra le colline. Il fondo era coltivato a risaie e, risalendo i lievi pendii, si incontravano terrazze adibite a orti che gli abitanti avevano strappato alla vegetazione naturale. L’esposizione a sud assicurava la presenza del sole per tutto l’arco della giornata. Le semplici case di legno erano sparse fra alberi, colture, ruscelli irrigui, piccoli ponti e recinti per animali. L’operato dell’uomo si accostava armoniosamente a quello della natura, infondendo la stessa sensazione di pace che si può percepire nelle più belle campagne d’Europa.
La prima persona che Eishi volle presentarci fu un ragazzo di nome Akira. Quando lo incontrammo, stava lavorando a un vaso di argilla davanti all’uscio della sua casa. Era di pochi anni più giovane di Eishi, ma la differenza di età sembrava più netta sia per i segni sul volto del guerriero, scolpito dall’addestramento militare, sia per la dolcezza dei lineamenti e dei modi di Akira, levigati dalla pace delle campagne e dalle acque placide dei ruscelli. Appena ci vide, abbandonò il tornio e si precipitò di fronte al samurai. Il mio sbigottimento trovò conferma nella reazione di Ferreiras, che vidi profondamente turbato nel constatare ciò che io stesso faticavo a credere. I due rimasero l’uno in fronte all’altro
guardandosi negli occhi e sussurrando parole che non udii, le braccia lungo i fianchi, gli abiti del guerriero impolverati per il viaggio, Akira in una povera veste da lavoro sporca di argilla. Un europeo non avvezzo agi usi locali non avrebbe colto nelle loro espressioni i segni della passione di due amanti rimasta in attesa per un lungo periodo, compitamente domata dal contegno del loro costume.
Questo tipo di unione, da noi considerata turpitudine incivile e contro natura, è qui accettata come cosa naturale. Avevano il rispetto di chiunque: lavoravano, aiutavano, partecipavano alla vita comunitaria e alle cerimonie religiose. Quella stessa sera, con nostro grande imbarazzo, ci fu chiesto di cenare in loro compagnia. Accettai per rimanere fedele alla missione. In qualità di osservatori esterni, avevamo l’ordine di raccogliere informazioni senza opporci alle vicende locali. Ma Ferreiras sembrava non riuscire a dominare il turbamento che lo coglieva in presenza di Akira e preferì ritirarsi in preghiera.
In Giappone la celebrazione di eventi importanti è spesso affidata a cerimonie codificate. In quell’occasione assistetti ad una cena cerimoniale in mio onore, come ospite di un altro continente scortato da un samurai del Governatore. Gli sfarzi dei palazzi di Nagasaki erano lontani, ma potei godere di un’inattesa atmosfera di intimità ai lumi delle candele in una semplice casa di legno. Akira, in un’elegante veste blu profondo a fiori bianchi, disponeva piatti e ciotole su un basso tavolo e preparava frugali pietanze a base di riso e verdure. Aveva arrotolato le maniche lasciando scoperti gli avambracci. Ogni suo gesto era dettato
dall’etichetta del rito. Si muoveva con agilità e allo stesso tempo con misurata lentezza, senza mai sembrare affettato o femminile. Dedicava grande devozione a ogni singolo particolare a dimostrazione della grande devozione verso l’ospite. Eishi, seduto compostamente a gambe incrociate a un lato del tavolino, gli avambracci abbandonati sulle
ginocchia, il busto e il collo ben dritti, seguiva i suoi movimenti. I loro sguardi si incontravano spesso e tradivano appena complici sorrisi. Dal mio lato del tavolo, non potevo non ammirare l’eleganza e l’armonia di ogni particolare, dalle semplici forme degli oggetti in legno e argilla, al comportamento sobrio e cordiale dei miei ospiti, alla grazia del più giovane.
Durante la cena raccontarono che erano rimasti entrambi orfani in tenera età. Akira non seppe mai chi furono i reali genitori. Fu allevato da un’anziana signora, scomparsa due anni prima, da cui aveva imparato il mestiere dell’artigiano. Si dedicava alla produzione di oggetti di lusso destinati al mercato di Nagasaki e utensili più umili per gli abitanti del villaggio. Eishi perse la madre durante il parto. Il padre, samurai, morì in una battaglia quando era bambino. Le differenze sociali potrebbero essere un ostacolo per un’unione in Giappone, sia di questo tipo che tradizionale. Ma il villaggio era lontano dagli occhi indiscreti di Nagasaki e, benché si sapesse, veniva tollerata. Quello era il loro porto sicuro. Al mondo non avevano che l’un l’altro.

Trascorremmo al villaggio un breve periodo di pace e di studio della cultura locale. Inizialmente Ferreiras e io faticavamo a carpire l’essenza della religione di questo Paese. Sembra essere fondata sul culto di spiriti che vivono in simbiosi con la natura. Presto avremmo scoperto che erano più di semplici credenze. Le piccole celebrazioni quotidiane, fatte di offerte, preghiere, inchini e altri rituali, sono intese a propiziare il favore di quelli benigni e sedare il livore di quelli maligni. Nei casi più importanti gli abitanti del villaggio si rivolgevano a una specie di sacerdote, un eremita, considerato anche un guaritore. Si aggirava nelle foreste circostanti, vivendo di raccolta e elemosina, riparandosi in un numero non precisato di capanne sparse nel bosco, dove gli abitanti sapevano di poterlo trovare.

Restammo colpiti dall’estrema eleganza che ognuno impiegava durante questi riti e che non si riscontrava nelle normali attività. Di sicuro una delle persone più aggraziate era Akira. Sembrava che volesse compiere ogni gesto della sua quotidianità come fosse parte di una qualche cerimonia che solo lui aveva in mente. Ci fu spiegato che quella era la sua natura: elegante, leggero, eppure sempre maschile, privo di qualsiasi affettazione, non dava mai segno di fatica quando modellava i suoi vasi o dava aiuto a qualcuno in altri mestieri. Ferreiras faceva di tutto per evitarlo. Se non poteva sottrarsi al suo cospetto, volgeva altrove lo sguardo, portava la mano al rosario e bisbigliava preghiere in latino. Più di una volta lo sorpresi fissarlo da lontano, quando era sicuro che la sua attenzione non potesse essere contraccambiata.
Il giorno antecedente alla partenza avvenne un fatto che cambiò i nostri piani: Akira fu morso da una volpe. Si trattava di una ferita non grave che di per sé non lo avrebbe ostacolato nel lavoro. Quella sera, poco prima del calar del sole, Eishi convocò d’urgenza l’intero villaggio per dire che il suo amato era gravemente malato e che a nessuno, per nessun motivo, era concesso vederlo o parlargli. Chiese che venisse subito chiamato l’eremita perché lo visitasse.
Pensammo alla rabbia o a qualche altra infezione e pregammo per la sua guarigione. Il pomeriggio seguente l’eremita visitò il ragazzo. La diagnosi fu non di una malattia ma di una maledizione. La volpe che lo aveva morso era uno spirito della foresta mandato da uno stregone. Ci spiegò che gli spiriti di questo tipo assumono la forma di un animale scelto da chi li evoca e, quando mordono una persona, essa inizia a mutare sembianze fino ad assumere quelle dell’animale. La mutazione avviene in pochi giorni e l’unico modo per fermarla è supplicare lo stregone o ucciderlo. In caso di guarigione solo un piccolo segno dell’animale rimane sul corpo umano, in un punto nascosto, quasi invisibile. Ma è importante rompere l’incantesimo prima del plenilunio, dopo il quale resta irreversibile. Per la prima volta vidi Eishi agitato: mancavano poche notti alla luna piena.
L’intero villaggio sembrò prendere molto sul serio la questione. Si iniziò a mormorare che a pochi giorni di cammino era stato avvistato un accampamento di banditi, pareva che fossero più di venti. Si sospettava che avessero pagato uno stregone per evocare lo spirito, in modo che, scomparso Akira, Eishi avrebbe negato la protezione al villaggio. Il samurai decise che doveva partire immediatamente. Non c’era tempo per chiamare rinforzi da Nagasaki. Intendeva costringere lo stregone, con le parole o con la katana, a salvare Akira. Ma dimostrò cosa significa l’onore di un samurai: qualunque fosse stato l’esito dell’impresa, avrebbe sempre protetto il villaggio che gli aveva dato serenità e ristoro. Chiese solo che fosse allestita una lapide dove avrebbe pregato per lo spirito di Akira, in caso di insuccesso.
Padre Ferreiras e io, di fronte al pericolo che la nostra scorta restasse uccisa, ci opponemmo, venendo meno al divieto di interferire con le vicende locali. Non potevamo credere a quelle superstizioni. Fummo colti da puro orrore dinnanzi alla verità. Il giovane, seduto composto in un angolo della casa, aveva nelle fattezze già molto dell’animale. Il volto era coperto da una fulva pelliccia e le orecchie terminavano con un ciuffo nero. Gli avambracci, anch’essi fulvi, terminavano con mani ricoperte di pelliccia nera, proprio come le zampe di una volpe. Gli occhi arancioni, ancora umani, fissavano il pavimento, tradendo una vergogna ben maggiore del nostro orrore. Quando si alzò constatammo che si era ridotto alle dimensioni di un bambino di dieci o dodici anni e camminava ricurvo. Sarebbe rimpicciolito ancora, fino alle dimensioni di una volpe. Sotto la veste abbondante si indovinavano le membra di una figura inquieta e ansimante. Ferreiras rimase sconcertato. Eishi ci disse che potevamo seguirlo, ma avrebbe affrontato i banditi da solo. Partimmo subito con l’eremita e Akira. L’armonia che conoscevamo aveva lasciato il posto al conflitto fra le facoltà umane e i sensi dell’animale, che alternativamente prendevano il controllo, provocando repentini sussulti, cambi d’umore, capitomboli, rantoli.
Camminammo per due giorni immersi nel verde, sulle tracce di sentieri che solo i nostri accompagnatori potevano riconoscere. La trasformazione procedeva inesorabile sotto i nostri occhi. La sera del terzo, quando la luna era piena, arrivammo ad una piccola casa di legno al margine di una radura: uno dei ripari dell’eremita. Akira era ormai una volpe. L’indomani, se l’incantesimo non fosse stato rotto, avrebbe completamente dimenticato la sua vita precedente. Eishi aveva portato i suoi vestiti piegati a mo’ di fagotto. Lo avremmo aspettato lì: non poteva mettere in pericolo la nostra vita. Quando fu il momento della separazione, Akira si oppose con acuti guaiti: era ancora umano, in fondo. Il guerriero riuscì a calmarlo parlandogli dolcemente, gli legò una corda al collo e lo assicurò nella capanna, tremante. Ci chiese di liberarlo, se non fosse tornato.
Eravamo soli. Nel caso peggiore, saremmo dovuti tornare a Nagasaki senza una scorta. Trascorremmo alcune ore attorno al fuoco fuori dalla capanna, noi in preghiera, l’eremita in meditazione, rivolgendo i nostri animi al successo del samurai. Alla fine ci addormentammo.
Fummo svegliati dall’eremita. Ci invitò all’interno con gesti concitati. La visione che ci accolse ci lasciò stupefatti. I raggi della luna si posavano sulla pelle di Akira, rivelandoci senza pudore le sue ritrovate sembianze. Dormiva su un fianco, le gambe rannicchiate, la testa abbandonata su un braccio disteso, dando la schiena al muro, la corda ancora al collo, dove prima una volpe giaceva avvolta nella coda. Lo coprii per sottrarre quella vista agli occhi di Ferreiras, che rimase paralizzato sulla porta con la bocca spalancata. Lasciai scoperta solo la testa. I capelli, tagliati a caschetto, cadevano sul volto. Erano tornati neri e lucidi nei riflessi argentati del plenilunio. Non avevamo dubbi: il samurai era riuscito nell’impresa. Ci sedemmo accanto al fuoco ad aspettare il suo ritorno.

Era ancora notte quando tornò. Portava i segni della battaglia. Si appoggiava alla katana chiusa nella custodia e le sue vesti erano insanguinate in più punti. Sembrava al limite. Quando fu sulla porta della capanna, si accasciò a terra. Akira si svegliò e, nel vederlo morente, abbandonò ogni contegno, liberando il dolore improvviso in un pianto straziante, gettandogli le braccia al collo, supplicandolo di vivere e promettendo che lo avrebbe seguito ovunque, anche nella morte.
Dopo che si riebbe, si rivestì e passò l’intera notte accanto al samurai.
Eishi, a tratti cosciente, disse che aveva ucciso tutti i banditi e lo stregone. Ci chiese di riferirlo a Nagasaki, se non fosse riuscito egli stesso.
Il giorno dopo l’eremita medicò le ferite mentre Ferreiras e io costruivamo una barella per portarlo al villaggio. Fu accolto con gli onori di un eroe e allo stesso tempo con il dolore riservato a un caro amico.
L’eremita aveva lasciato istruzioni su come curarlo e disse che non si sarebbe allontanato. Akira cessò qualsiasi attività. Trascorreva tutto il tempo in casa al capezzale dell’amato, cambiando le bende e spargendo unguenti misteriosi sulle ferite. Da fuori potevamo sentire i suoi sussurri quando lo confortava, lo esortava a bere un brodo o cantava per lui delle melodie che non sapremmo ripetere. Usciva solo per procurarsi del cibo offerto dagli abitanti e per lavare le bende al ruscello.
La mattina del terzo giorno, sull’uscio di casa, chiese di poter parlare con gli abitanti del villaggio. Era pallido e teneva la testa bassa. Con un filo di voce chiese che venisse chiamato l’eremita. Poi rientrò, dicendo che nessuno avrebbe dovuto disturbarli. Non sentimmo più sussurri, né canti, né più uscì a procurarsi da mangiare o a lavare le bende.
L’eremita venne e visitò Eishi a porte serrate. Poi si precipitò nella foresta e tornò con una cesta piena di erbe. Si chiuse nella casa, dove rimase l’intero giorno. A notte inoltrata uscì di nuovo, serio. Disse che aveva fatto ciò che poteva e che sarebbe tornato nella foresta. Non restava che pregare. Akira fu più volte udito singhiozzare.
Due giorni dopo, nel tardo pomeriggio, uscì di nuovo. Questa volta il suo viso era deturpato da nere borse sotto gli occhi arrossati e non sembrava del tutto lucido. Parlava a fatica con un tono a tratti rauco, a tratti come strangolato. Eishi stava migliorando ma aveva ancora bisogno dell’eremita. Per l’ultima volta, diceva, poi si sarebbe ripreso.
L’eremita arrivò durante la notte. Bussò. Chiamò. Nessuna risposta.
Entrò. Il corpo senza vita del samurai giaceva composto, vestito da cerimonia, circondato da fiori, le mani stringevano al petto la katana.
L’incarnato pallido del collo era solcato su un lato da una ferita scura che si insinuava sotto l’abito. Di Akira nessuna traccia. Fu cercato nei dintorni per giorni, in ogni capanna, in ogni anfratto del bosco. Poi ai piedi di ogni dirupo e nelle anse di ogni fiume. Si mandarono richieste di aiuto ai villaggi vicini, invano. Alla fine fu dato per disperso.
Tornammo a Nagasaki accompagnati da due contadini. Il governatore, ascoltata la storia, ci trattenne nei nostri alloggi, sorvegliati da guardie armate. Mandò una commissione al villaggio, per verificare come fosse morto uno dei suoi guerrieri più valorosi. Dopo pochi giorni fummo liberati. Non ci fu chiesto se volessimo rivedere alcuni aspetti del nostro racconto, né ci fu riferito quello che la commissione aveva appreso durante le indagini. Eishi ebbe l’onore di una lapide nel palazzo e, ci dissero, una più umile al villaggio, accanto a quella per Akira.
Il nostro viaggio per il Giappone poté proseguire. Mesi dopo ci imbattemmo in una processione di monaci. Ci spostammo sul lato della strada fra i campi per cedere loro il passaggio. Indossavano semplici vesti bianche e blu lunghe fino ai piedi e dalle larghe maniche le mani reggevano all’altezza del petto un piccolo oggetto, apparentemente una coppa di legno vuota. Erano completamente rasati eccetto per una lunga treccia nera che pendeva da dietro la testa. Ad un tratto Ferreiras cadde in preda all’agitazione e attirò la mia attenzione verso uno di essi.
I lineamenti erano quelli di Akira, ma invecchiati, come provati dallo strazio. Non diede segno di essersi accorto di noi: come sempre accade in Giappone, la cerimonia richiedeva la massima dedizione. Quando fu abbastanza vicino, trasalimmo per un particolare. Ci guardammo e annuimmo assieme. Sì, avevamo visto bene: quello era davvero Akira.
Riconoscemmo il segno che la maledizione gli aveva lasciato e che non avevamo potuto fino ad ora notare, perché nascosto dai folti capelli. La treccia non era nera, ma fulva come la pelliccia di una volpe.

 

Davide Zamborlin, nato a Milano nel 1980, laureato in fisica, impiegato. Appassionato di cinema, letteratura, musica. Dice di sé: “Sono onnivoro, guardo, leggo e ascolto di tutto, purché catturi la mia attenzione. Tendo a preferire generi considerati di nicchia come fantasy, fantascienza e horror. Scrittore dilettante, per divertimento”.

NELL’ACQUA ALTA

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di Brunello Buonocore

– Com’è che si dice? Abbiamo perso una battaglia, non la guerra.
Una frase fatta, uno slogan che Riccardo pronuncia spesso, probabilmente ripetendo le parole di qualche allenatore famoso.
Ma non questa volta.
Lo abbiamo portato al pronto soccorso, dopo che è mezzo svenuto in campo a seguito di una testata tremenda contro un giocatore avversario. Con lo sguardo fisso e spento non rispondeva a nessuna domanda. “Dopo la craniata” non ha più parlato.
Mentre aspettiamo che lo infilino nel tunnel della TAC arriva un’ambulanza a sirene spiegate.
Adesso ci tocca stare qui tutto il giorno e tutta la notte, penso. E la stessa cosa di sicuro viene in mente a Daniele e a Giuseppe, che insieme a me lo hanno portato in ospedale. Ma, quando mi giro per scambiare uno sguardo di intesa, loro due sono spariti.
Li cerco, li chiamo al telefonino, ma niente… introvabili.
Subito dopo la mia attenzione viene catturata dall’ambulanza. Da quel mezzo non scende nessuno anche se si sentono urla e lamenti provenire dall’interno. Nessuno interviene, anzi regna il più assoluto disinteresse.
Allora apro io il portellone e salgo. Legato al lettino e chiaramente in preda a una crisi isterica c’è Riccardo.
Ma questo non ha senso.
Prima che riesca a radunare le idee, qualcuno chiude il portellone e l’automezzo riparte a velocità folle con la sirena urlante. La due azioni durano un secondo, forse meno.
Perdo l’equilibrio e cado ma mi rialzo subito. Penso di essere vittima di uno stupido scherzo dei miei amici. Mi sembra anche di vederli per un attimo e non sono preoccupati, anzi sorridono. Lo ammetto, in quel momento mi trovo per la prima volta a pensare che siano degli idioti e che non li vorrò mai più vedere.
Nel frattempo, anche perché non sono del tutto in me, non riesco nemmeno ad avvicinarmi a Riccardo, che intanto non la smette di urlare. L’ambulanza si impenna, finendo chissà dove. Impatto contro un qualcosa di molto duro e sgradevole rumore di lamiere. E questa volta anch’io batto la testa, ma fortunatamente non mi faccio male.
Attendo i soccorsi. Mi guardo in giro, senza scendere dall’ambulanza. Verifico di non perdere sangue dal braccio sinistro che ha sbattuto più volte all’interno dell’abitacolo. Sono poco lucido ma non impaurito.
Non sono uno che si fa prendere dal panico. Ma quando finisci in mezzo a un incidente non lo sai come reagisci. Rimango seduto, mi convinco che non dovrò aspettare tanto.
Invece dei volontari della Pubblica o della Misericordia arrivano dei poliziotti che senza apparente motivo si mettono a manganellare sia me che Riccardo.
Adesso sì che sento male e vengo assalito dai dubbi: forse non sono finito nel mezzo di uno stupido scherzo. Forse sono finito in un guaio.
Mentre ci trascinano via, urliamo come non abbiamo mai fatto.
Un colpo in testa, per fortuna di striscio, mi annebbia la vista. Per un istante vedo solo buio, poi vedo le sagome di Daniele e Giuseppe. Capisco che stanno portando via anche loro.

Non sono un uomo religioso, ma i sacramenti mi incuriosiscono. Soprattutto il battesimo. Quello cattolico non è un granché, ammettiamolo. Invece ho un’amica evangelica che mi ha mostrato il filmato della cerimonia di sua sorella, che si è convertita da adulta. Il sacerdote la butta nell’acqua di un fiume, la tiene sotto per qualche secondo e poi la riporta fuori. Intorno c’è parecchia gente: tutti piangono e ridono, le due cose insieme, poi si mettono a cantare. Sembra bello ma non so se avrei il coraggio di provare…

Ci tengono separati. In quattro stanzette minuscole.
Ogni cinque minuti entrano due energumeni che ci picchiano con i manganelli, senza criterio e senza pause, così come a loro viene voglia.
Quello che succede a me, succede anche ai miei amici. Non li sento e non li vedo, ma ne sono certo.
Oltre alle manganellate, arrivano gli schiaffi e le tirate di capelli. E così perdo il controllo e mi metto a gridare di tutto. Sono un fiume in piena. E racconto. Racconto quello che è successo al pronto soccorso.
A qualcosa serve perché c’è un cambiamento di programma. Ma solo per me, ne sono convinto. Arriva uno che sembra un capo: un uomo di dimensioni normali, per fortuna, forse un pochino più basso della media, con gli occhialini rotondi e con addosso un insopportabile profumo di acqua di colonia.
Il poliziotto buono, mi dico.
I suoi modi però non sono gentili. Non picchia ma fa male: forse non sa usare le mani ma le parole sì.
– Pezzo di merda. Che cazzo gridi? Pensi che non lo sappiamo chi sei? Chi credi di prendere per il culo?
Mi sento mentre pronuncio qualcosa, tenendomi la testa tra le mani. Ripeto in continuazione: l’ambulanza.
– Quale ambulanza, faccia di merda che non sei altro? Quale ambulanza?
Se ne va, ma torna subito. Mi mostra un tablet e sul tablet un filmato in bianco e nero.
– È questa?
Gli rispondo di sì con la testa.
– Questo di spalle sei tu? Non è vero? – mi chiede, facendo proseguire la proiezione.
– Sono io, ma faccia attenzione… ecco!
– Ecco che cosa, deficiente?!
– Deve tornare indietro…
Lo fa.
– Qui, piano… vede?
– Che cosa devo vedere? Che cosa?
– Alla guida non c’è nessuno… è impossibile… ma è così… si vede, si vede… si vede…
Lui riguarda il filmato. Molte volte. Intanto suda e l’odore dell’acqua di colonia invade la stanza.
– Non l’ho notato subito, ma, da quando mi avete portato qui, non penso ad altro… Sono sicuro. Sul lettino c’era Riccardo, il mio amico e non doveva essere lì perché stava facendo la TAC… Ma questo lasciamolo perdere. Su quell’ambulanza non c’era nessun altro… nessun infermiere, nessun portantino, nessun volontario e nessuno alla guida. Ho guardato, per un attimo, sia prima sia dopo l’incidente… non me lo sono sognato… non c’era nessuno… nessuno.
Non mi accorgo che sto urlando, ma deve essere così, perché lui cambia espressione e dà un accenno di fastidio. Ripeto la stessa parola, venti, trenta volte. Nessuno.
– Taci, stronzo! Che cosa cazzo gridi?
La smetto.
Lui mi guarda. Apre la bocca ma poi non parla. Esce, ritorna, mi guarda ancora in faccia… non dice nulla.
Se ne va lentamente. Chiude la porta, facendola sbattere.
A questo punto interviene il silenzio, per un tempo che non riesco a calcolare ma che sembra lunghissimo.
Non si sente più nulla: nessuno che grida, nessuno che piange. Nemmeno la suoneria di un telefonino, una fotocopiatrice, una porta che si apre o che si chiude… Niente.

Non sono capace di nuotare, ma mi piace molto andare al mare. Non sono capace di nuotare, ma di galleggiare sì. Non mi avventuro al largo. Mi fermo quando rischio di non toccare, quando il mare diventa alto. Mi spingo fino al limite. Fino a quando l’acqua mi arriva al naso e alle orecchie. Lì, in piedi, guardo l’orizzonte, rimanendo fermo a volte per un tempo imprecisato: i rumori si attenuano e la mia vista si appanna.

Adesso siamo tutti e quattro nella stessa stanza. Non è la camera degli interrogatori. È lo studio dell’uomo profumato.
– Ispettore, ispettore… posso chiedere una cosa? – esordisce Giuseppe.
– Non sono ispettore, sono vice ispettore – chiarisce come se il particolare fosse di fondamentale importanza – e mi chiamo Marino. Di cognome, non di nome. E voi chi cazzo siete? Cioè chi siete veramente?
Giuseppe si ripropone malissimo: – Stia attento… Guardi che parleremo solo in presenza del nostro avvocato.
– Lei non sembrava così… così risoluto poco fa, signor Anselmi.
Giuseppe rimane in silenzio.
– L’abbiamo registrata, lo sa?
Giuseppe rimane in silenzio.
– Ascolti! – e fa partire un registratore.
– Ho capito, ho capito, ho capito. È per le molotov, vero? – Pausa. – Alla manifestazione a Milano, quindici giorni fa. Ma non ero l’unico… Ne ho lanciate due, va bene… Ma non ho colpito nessuno.
Il vice ispettore spegne il registratore, guarda fisso negli occhi Giuseppe. E riprende:
– Non ha colpito nessuno, signor Anselmi? E come fa a saperlo? E non era la prima volta, vero?! – apre un fascicolo davanti a sé e controlla, o fa finta di controllare. Poi aggiunge – No, non era la prima volta…
Guarda ancora Giuseppe, che invece non alza lo sguardo, e aggiunge:
– Per adesso, Anselmi, l’avvocato… lasciamolo perdere.
Il poliziotto sposta l’attenzione su Riccardo:
– Come va, dottor Miserotti? Fa ancora male la testa? Ci vede bene?
Riccardo cerca di non dare a vedere di essere agitato. Ma lo conosco a sufficienza per sapere che è così. Lui, che non suda mai, ha la fronte bagnata.
– Devo ancora fare la TAC, ma non credo ci sia nulla di grave.
– Tranquillo. Tra poco avrà la sua TAC, contento? Così ci leviamo il pensiero… Non vuole chiamare l’avvocato anche lei, vero?
– No. Voglio solo andarmene.
– Lei mi piace, Miserotti. Le cose hanno un inizio e una fine. E dopo un po’ appartengono al passato… vero? È meglio metterci una pietra sopra… È meglio dimenticare… Guardi, ho qui il suo fascicolo ma non voglio nemmeno aprirlo. Che cosa potrei trovarci? Niente! Niente?
Riccardo non risponde.
– Forse qualcosa di strano, però… Che so, una querela per appropriazione indebita, una storia di tanti anni fa… Ma forse non c’è più, forse sua zia l’ha fatta sparire…
Guardo Riccardo che adesso sembra molto preoccupato. So che si vergogna di questa faccenda e che ne ha parlato solo a me. Sicuramente gli dà fastidio che anche gli altri amici ora la conoscano.
– A volte fa comodo avere una zia che lavora in tribunale, vero? Fa comodo, già…
Il vice ispettore tira un lungo sospiro.
– Veniamo a lei, Pignataro. Signor Daniele Pignataro… E qui il fascicolo lo voglio proprio aprire, perché c’è una bella indagine in corso, vero?
Daniele guarda il soffitto.
Il vice ispettore insiste:
– Vero?
– Vero – risponde il mio amico, sottovoce.
– Se ne stanno occupando i carabinieri e sono parecchio incazzati con lei… Questa Ferrari Lucia anzi Lucia Paola… le ha fatto una bella denuncia per stalking. – finge di leggere, poi rialza la testa e lo guarda, senza incontrare i suoi occhi.
– Siccome c’era stata una volta, doveva starci ancora… era questo il tono delle telefonate e dei messaggi. E ci sono pure i pedinamenti. Allora Pignataro mi dica, a chi crederà il giudice? A lei che racconterà di essere stato portato in questura e picchiato selvaggiamente… o a noi poliziotti integerrimi? Che, tre contro uno, giuriamo di non averle torto un capello? Vuole davvero chiamare l’avvocato?
– No – risponde ancora Daniele, stavolta con un tono più deciso.
Adesso tocca a me, penso. E invece no. Il vice ispettore Marino si alza, assume un tono piuttosto solenne e dichiara:
– Statemi a sentire, ragazzi… non siete voi quelli che cerchiamo. Siete degli stronzi, dei comunissimi stronzi, ma non avete fatto nulla di particolare. Ci siamo sbagliati. Mi dispiace. Sono cose che succedono.
– Fa un altro lungo sospiro. – Potete andare. No, anzi… adesso vi faccio accompagnare per una controllatina, come promesso… però cambiamo ospedale.
Alza il telefono.
– Ascolta Rosario, devi accompagnarli alla clinica Sant’Anna. Sì, tutti e quattro. Tranquillo adesso avviso io. E trattali bene che sono ragazzi bravi… perbene.
Ride.

Ci siamo rivisti dopo un mese per una birra e ne abbiamo parlato, ma poco. Riccardo ci ha ricordato che abbiamo perso una battaglia, non la guerra, e Giuseppe ha rinforzato sostenendo che quel giorno nonostante tutto non siamo usciti sconfitti dalla questura. Nessuno mi ha chiesto se davvero non ho il minimo “precedente”, diciamo così.
Ho detto qualche scemenza ma ho parlato poco. C’era molta confusione e non ho capito tutte le battute dei miei amici. Ma ho osservato con cura i loro volti e li ho trovati strani. Hanno le occhiaie profonde, tipiche di chi dorme poco e sembrano invecchiati di dieci anni. Non mi è sembrato il caso di aggiornarli sul fatto che ho rivisto il vice ispettore Marino, lo sbirro profumato, come lo abbiamo soprannominato.
È successo ieri e so che non è stata una combinazione fortuita.
– Che cosa ci fa, qui, ingegner Polizzi?.
– Ho un invito per una prova gratuita di watsu, lo shiatsu in acqua.
– Lo so che cos’è il watsu… Io invece ho accompagnato mia moglie a un corso preparto, sempre in acqua.
– Ha un bimbo in arrivo?! Congratulazioni.
– Una femmina purtroppo. Io volevo il maschio. Vabbè.
Pausa.
– Niente di nuovo, Polizzi?
– Niente.
– Nessun contatto?
– E con chi?
– Lei è un ingegnere… lo sa come si fa a far funzionare un auto tramite un telecomando.
– Sì, lo so. Ma non ne sarei capace, non è tanto semplice.
– È vero.
– E allora?
– Sono sicuro che la verranno a cercare.
– Verranno? Ma chi? Di chi parla?
– Se lo sapessi, li avrei già arrestati. Ma non è facile. Sono in gamba… Hanno rubato un’ambulanza e ci hanno messo dentro il suo amico, senza che nessuno se ne accorgesse. Poi l’hanno fatta correre senza autista in mezzo alla città a 180 all’ora. E quando hanno voluto l’hanno fatta schiantare. Potevano dirigerla dove pareva a loro. Sono persone capaci… non dico che sappiano far ricrescere le gambe e le braccia agli amputati o ridare la vista ai ciechi, ma… Ci sanno fare.
– E io che c’entro?
– Nulla. Però mi sono fatto la convinzione che quella sceneggiata all’ospedale non sia stata un avvertimento, un’esibizione di forza… ma qualcos’altro.
– Si spieghi meglio.
– Sembra assurdo ma credo che sia stato un tentativo di reclutamento.
– E io che cosa c’entro?
– Lei c’entra, Polizzi. Eccome.
Non dico nulla ma da come lo guardo si sente in dovere di proseguire.
– Forse mi sto sbagliando. Però…
– Però…?
– Lei ha aperto la portiera dell’ambulanza, se lo ricorda?!
– E allora?
– Allora lei è uno che decide, che prende l’iniziativa… E un’altra cosa: lei ha buoni, buonissimi motivi per avercela con la polizia. E per volersi vendicare. Vedrà che la contatteranno. Ma non si metta con loro, Polizzi… sono peggio di noi, sa?
Mi guarda negli occhi per un secondo, poi prosegue:
– D’accordo, glielo dico. Credo che siano degli ex poliziotti… Sono pericolosi… Se si fanno sentire, mi chiami. Per favore… per favore.
Mi ha allungato un biglietto da visita dove non c’è scritto nessun nome ma solo un numero, un cartoncino che profuma maledettamente di acqua di colonia. E se n’è andato.

Da quel pomeriggio i miei problemi di insonnia sono diminuiti. È come se li avessi regalati a Riccardo, Daniele e Giuseppe. Ogni tanto però arriva un incubo, sempre lo stesso.

Sono in una piscina e sto tremando perché l’acqua è fredda. Provo a nuotare per superare i brividi, ma la cosa non funziona. Anzi. Un crampo mi blocca un polpaccio e vado sotto. Riemergo e cerco con gli occhi il bagnino. Ma lui non è al suo posto. Mi rimetto in piedi. Sono in un punto in cui si tocca e non rischio di annegare. Ma sono paralizzato. Non riesco a muovermi. Gli spruzzi dei nuotatori delle altre corsie mi danno un fastidio enorme, insopportabile. Mi metto ad urlare. Ma la voce non esce. Mi sento solo io mentre grido basta.

 

Brunello Buonocore è nato a Piacenza nel 1958. Si occupa da molti anni di progetti e interventi in ambito sociale, che sono qualcosa di più del suo lavoro. E’ autore insieme a Giovanni Battista Menzani e Marco Murgia e ai redattori di Radio Shock di Qualcuno tornò sul nido del cuculo, Edizioni Officine Gutenberg , che contiene le biografie romanzate di alcuni pazienti psichiatrici.

L’angelo della cava

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di Andrea Genzone

Stamattina Gigetto ha trovato un angelo senza testa. L’ha visto cadere dal camion delle macerie e ha fermato l’impianto, facendo suonare le sirene di allarme. Incurante della pioggia, è uscito dalla cabina di controllo e si è arrampicato a quattro zampe sul cumulo per recuperare la statua. Era un angelo bambino, a grandezza naturale.
Stringendolo a sé Gigetto ha preso a scavare con le mani, non si è dato pace finché non ha trovato anche il pezzo mancante. Pieno di fango dalla testa ai piedi, ha incollato le due parti e ha messo la statua sul davanzale dell’officina, insieme agli altri santi e madonne
mutilati, espulsi dai cimiteri della zona. Mario, il capo cava, è arrivato schizzando fango dalle ruote del camioncino. Quando ha capito la natura del blocco ha iniziato a bestemmiare: “Qui produciamo cemento, il presepe te lo fai a casa tua!” Gigetto, a testa bassa, ha premuto il pulsante verde e i nastri trasportatori hanno ripreso a scorrere sotto la pioggia. Insieme al rumore, è tornata la pace.
Avranno di che parlare oggi, in mensa. Ci sono attori formidabili qui, imitatori puntuali e crudeli. Mimeranno la scena del piccoletto con la statua in braccio, mentre dà spiegazioni al Mario in preda alla balbuzie: “No-no-non potevo mica lasciarlo nel f-fango.”
“Gigetto, io ho finito” ho detto. Si era dimenticato di me, nascosto in un quadro elettrico per riparare un guasto alle sirene d’allarme.
Non credo abbia collegato l’ira del Mario con la mia abilità professionale: se ci avessi messo dieci minuti di più, l’allarme non avrebbe suonato e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Comunque, la mia punizione è venuta direttamente dall’alto. La pioggia ha iniziato
a battere più forte e io dovevo uscire all’aperto. Mi aspettava un lavoro sulla draga.

Se solo venisse la neve. Invece il cielo è un coperchio di cemento, se ne sta immobile da una settimana a pisciare acqua. Visto da qui il mondo è una vasca per pesci senza branchie.
La draga è il nostro dio d’acciaio arrugginito. In mezzo al lago, ci sovrasta e ruggisce. Incute timore e rispetto ma, in cuor nostro, in una giornata come questa, speriamo tutti che si rompa.
E invece no. Qui si gioca a svuotarlo, il lago. La benna si tuffa in acqua come una mano aperta in un sacco di noccioline. Si chiude a pugno contro il fondale e poi riemerge, colma e grondante. Sassi e fango: ecco il nostro oro. Cammino sulla ruggine di questa passerella lunga due chilometri. C’è da fare un nuovo impianto elettrico sulla piattaforma e va trasportato il materiale: bobine di cavi, tubi d’acciaio, attrezzi… Cinquanta metri più avanti Pietro, il mio capo elettricista, procede sulla passerella intabarrato in un impermeabile giallo. Barcolla, ingobbito sotto il peso di una matassa di cavo. È una rivelazione: io sono così, visto da fuori.
Forse ho caricato troppe cose. Per risparmiare un viaggio ho preso la borsa degli attrezzi, il trapano, una matassa di cavo e la scatola delle viti. E proprio con questa urto uno spigolo della balaustra e il coperchio si apre. Tutte le viti si rovesciano in acqua come una raffica di mitra. Bel guaio. E adesso chi lo dice a Pietro, che è già incazzato per il fatto di essere venuto al mondo? Mi gira la testa, mi devo fermare un attimo. Ma non c’è un posto per fermarsi.

Ora d’aria. La baracca-mensa è un prefabbricato pieno di rattoppi, ma è riscaldata. Entriamo a piccoli gruppi, gocciolando acqua dagli impermeabili. Manca solo Gigetto, che preferisce rifugiarsi sulla betoniera e farsi una dormita. Ognuno apre la sua schiscetta, liberando nell’aria i profumi di casa: c’è il Salutista, con insalata e Philadelphia, e c’è Toni, con l’arrosto di maiale e i peperoni ripieni. Alle pareti sono affisse le pagine dei calendari degli ultimi tre anni. La ragazza di giugno 2015 ha la testa infilata dietro al condizionatore. Avevano finito lo scotch, e comunque l’essenziale si vedeva. Gennaio 2016, invece, è incorniciata con il nastro americano ed ha il posto d’onore, sopra al televisore. “Mado’,” dice Toni ogni volta che la vede, “questa c’ha una faccia da porca…”
Il televisore gracchia in fondo alla stanza. Fin dal mio primo giorno qui si è sempre guardato TGCOM 24, e mi chiedo se non sia l’unico canale funzionante. C’è un servizio sul neo-presidente americano: “Vai Trump!” dice Toni, “Uno così ci vorrebbe, in Italia.”
Seguono le solite battute, le solite risate. “Senti, senti questa!” dice Giovanni. La notizia successiva riguarda un naufragio di migranti al largo delle coste siciliane. Dodici cadaveri su un gommone. “Quelli bisogna sterminarli tutti,” dice Toni, “tutta la razza araba del cazzo.” Interviene anche Max: “E invece Renzi li fa venire qua. Avanti, c’è posto!” “Affondarli! Bisogna affondarli a cannonate!” conclude Toni. “Silenzio!” Il taciturno Marco richiama all’ordine, sollevando una mano tesa. È tutto il giorno che aspetta le previsioni del tempo. Ma qualcosa non va, batte il pugno sul tavolo. La biondina del meteo ha sì la gonna corta, ma i bastardi le hanno messo la striscia coi titoli proprio dove iniziano le cosce. Marco scuote la testa e ingoia l’ultima forchettata di pasta.

Io mi perdo. Mi tormenta l’immagine di Pietro, ingobbito sotto la pioggia. Io sono così. Appartengo a questo posto, a questo gruppo di persone. Ho iniziato a fare questo mestiere quasi per gioco, per far fronte a una necessità che pensavo temporanea. “Metto via un po’ di soldi,” mi sono detto, “e poi torno a fare musica.” A quei tempi il gruppo andava forte, abbiamo anche suonato al Roxy Bar di Red Ronnnie.
Ma soldi, pochi. Greta era incinta e non avevamo nemmeno una casa. È brutto da dire, ma mi sono trovato all’angolo. Gli altri sono andati avanti, non hanno avuto la pazienza di aspettare uno che si presentava alle prove più morto che vivo, che non aveva abbastanza ferie per andare in tour, che aveva la testa altrove.
Così la situazione mi è sfuggita di mano. All’inizio, in cava, mi sentivo una specie di antropologo, un osservatore esterno. Forse perché venivo da un altro mondo, o perché avevo studiato e viaggiato.
La maggioranza dei miei colleghi, invece, non si era mai mossa. In tutti i sensi. Ma ora? Cosa mi fa ancora pensare di essere diverso?
Sono un operaio. Bestemmio, sputo a terra, mangio mele con le mani sporche di fango e piscio dove capita. E rido, quando si parla del culo della segretaria, unica donna in azienda.
Siamo bestie: viviamo di fatica e televisione. Su Facebook ci occupiamo di sesso e di politica, che poi sono la stessa cosa: è tutta una questione di chi sta sotto e chi sta sopra, dare o prendere, soffrire o godere.
Siamo fantasmi: ci tiriamo in piedi prima dell’alba, ci presentiamo davanti allo specchio del bagno con gli occhi vuoti ancora prima di cominciare la giornata. Questo lavoro ci consuma le ossa, ci scava la pelle. A quarant’anni siamo già sordi, rattrappiti, pieni di ernie e cicatrici. Rientriamo a casa la sera e non ci resta niente, a parte mezz’ora di pace catodica prima di addormentarci sul divano.
E pensare che facevo tanti discorsi: “Il tempo” dicevo “è l’unica moneta che abbia davvero valore. Non serve il sacrificio se poi sei troppo impegnato, o troppo stanco, per goderne i frutti.” Capirai che scoperta. Come filosofo facevo pena, ma bisogna dire che avevo le idee chiare: volevo lavorare il meno possibile, guadagnare quanto bastava per vivere. Il resto del tempo doveva essere mio soltanto. E per la musica, che sarebbe stata un giorno il mio vero lavoro. Obiettivo centrato per metà: guadagno quanto basta, senza il minimo margine, ma non ho nemmeno il tempo per pensare. D’altra parte ho un figlio di sei anni che vuole fare l’astronauta, adesso, e non me la sento di dirgli di no.

Gigetto lo rincontro dopo pranzo. Scende dalla betoniera, mi raggiunge sotto la tettoia della mensa e sospira, mentre si infila la tuta da meccanico. “Hai una sigaretta?” dice. L’accende ad occhi chiusi, la fiamma gli illumina i riccioli neri sulla fronte.
“Gigetto!” urla una voce. Insieme alziamo lo sguardo. Venti metri più in là, davanti all’officina, Toni brandisce un San Giuseppe di gesso.
“Guarda qua, Gigetto!” dice, mentre lancia la statua al suo compagno di giochi. Giovanni la prende al volo, ma un braccio si stacca e finisce a terra. Gigetto non si scompone: “Quello lì è il protettore dei lavoratori” dice sottovoce.
Io vado d’accordo solo con Gigetto, anche se è fuori di testa. Il perché l’ho capito stamattina, guardandolo arrampicare sul cumulo delle macerie. Io e lui siamo gli unici a non darsi pace, continuamente alla ricerca di qualche pezzo mancante. Tutti gli altri, ognuno a modo suo, sembrano avere un’identità precisa, un ruolo nel mondo. Delle opinioni ferme, un’automobile ancora da pagare, un abbonamento a Sky per cui sgobbare volentieri. Noi no. Noi siamo mosche che sbattono contro i vetri delle finestre.
Mi infilo l’impermeabile e mi incammino sotto la pioggia. Non ho ancora detto a Pietro delle viti. Se mi fa una delle sue scenate è la volta buona che lo mando a quel paese. Anzi, spero proprio che succeda.

Pietro oggi lascia correre. È stanco. Ci trasciniamo verso sera, passandoci gli attrezzi senza dire una parola. La pioggia batte sul cappuccio di plastica, il freddo mi percorre la carne a piccole scosse. “Come vorrei stare in un ufficio” penso tra me, mentre cammino
sulla passerella verso la terraferma. Ma mi conosco abbastanza da sapere che, se fossi in un ufficio, vorrei essere libero di camminare sotto la pioggia. Uno vuole sempre quello che non ha.
Mentre io e Pietro ci avviciniamo all’officina vedo gente correre verso il cumulo delle macerie. Macchie gialle nel pomeriggio scuro.
Scosto il cappuccio e mi metto in ascolto: silenzio, l’Impianto è fermo. Il camioncino del Mario ci sfreccia accanto, sollevando acqua da una pozzanghera. Affretto il passo, Pietro rimane indietro. Oltre l’officina vedo un capannello di gente, proprio fuori dalla cabina di controllo dove lavora Gigetto.
Il mio amico è a terra, in mezzo al cerchio dei colleghi. Gli occhi chiusi, le braccia scomposte, la testa reclinata di lato. Toni è al telefono col 118, cammina avanti e indietro e parla a voce alta: “Uomo, 50 anni… Sarà un metro e cinquanta, poco di più, peserà cinquanta chili, non lo so… È caduto…” Mario lo interrompe con un cenno perentorio, si porta l’indice sulle labbra. “Muovetevi però,” riprende Toni, “questo non respira!”
Siamo tutti lì. Giovanni è chino sul corpo, lo scuote leggermente da una spalla: “Gigetto! Gigetto! Sveglia!” Mi chino anch’io, anche se non c’è molto di più che possa fare. Provo a sentirgli il polso e mi pare che il battito ci sia. L’addome si muove leggermente sotto la tuta da meccanico.

Il lampeggiante dell’ambulanza illumina l’Impianto di blu intermittente. I soccorritori si portano via Gigetto e ci lasciano zitti, a guardarci in faccia. Mario chiama Giovanni nel suo ufficio: vuole parlargli. Poi chiama tutti gli altri, uno a uno. “Tu dov’eri?” mi chiede quando viene il mio turno. Glielo spiego, lui mi ascolta e annuisce. Dice: “Lo sai che è un momento difficile, questo. Mi dispiace tanto per Gigetto, ma non possiamo rischiare di andare a casa tutti per uno che si arrampica a cercare le madonne. Senza protezioni, per giunta.” Non capisco dove vuole andare a parare. Lo guardo in faccia e aspetto. “Verranno a fare l’indagine” dice. “Tu non eri lì, va be’, ma stamattina l’hai visto con quella statua del cazzo. Io gli voglio bene, per carità, ma qua ci fanno chiudere!” Il resto della conversazione lo passo a fissare lo schedario alle sue spalle, nauseato. Non riesco a reagire come vorrei, a chiedere un minimo di rispetto per uno che forse sta morendo in un’ambulanza. Esco dall’ufficio, barcollando, e incrocio lo sguardo infuocato Toni sulla porta. “Ce l’hai mandato tu in cima al nastro, bastardo!” urla puntando l’indice in faccia al capo cava, senza nemmeno chiudersi la porta alle spalle. “È inutile che adesso cerchi di farlo passare per matto. Matto è matto, ma là sopra ce l’hai mandato tu perché il nastro si è bloccato.” Resto a guardare, anche gli altri si avvicinano. Mario è seduto dietro alla scrivania, Toni lo tiene per il colletto della tuta, la faccia a un centimetro dalla sua. “Abbiamo tutti bisogno di lavorare” dice Mario, con una stanchezza nella voce che non gli avevo mai sentito. Toni lo spinge indietro e viene verso la porta. Con le antinfortunistiche molla un calcio alla fotocopiatrice squarciandone la copertura. Poi si apre un varco in mezzo a noi e se ne va verso lo spogliatoio. Mario si alza e chiude la porta dell’ufficio, senza alzare gli occhi da terra.
Noi restiamo fuori. In silenzio raggiungiamo la tettoia della baracca-mensa, senza sapere cosa fare. “Però,” dice Giovanni, “se è vero che l’ha mandato lui, come ha detto il Toni…” “Io cazzate non ne racconto,” dice Marco, “io lì non c’ero e non voglio saperne un cazzo.” “A me manca un anno alla pensione,” dice Pietro, e non aggiunge altro.

In una giornata come questa, la coda in tangenziale è la stessa di sempre. Le luci rosse che si dilatano e si restringono, lo stridere ossessivo dei tergicristalli. Guardo le altre persone, chiuse nei loro abitacoli: nessuno sembra sapere nulla di Gigetto, della cava. Nessuno di loro, questa sera, deve decidere da che parte stare.
Mi fermo all’Autogrill, accendo una sigaretta appoggiato alla fiancata della macchina. Ha smesso di piovere. Penso a Gigetto che se la caverà – così hanno detto, in ospedale. Non tornerà proprio quello di prima e con i soldi dell’indennizzo, immagino, dovrebbe essere a posto per tutta la vita. Niente più cava. Sempre che i suoi colleghi si comportino come si deve.
Guardo le macchine incolonnate sull’autostrada e mi chiedo quanto tempo ho già perso. Tre ore al giorno, per sette anni. A fare la coda. Un furgone carico di operai stranieri mi parcheggia accanto: abiti macchiati di calce e vernice. Volti scavati che si confondono col mio, riflesso dal finestrino. “Migliaia di ore” mi dico.
Butto la cicca ed entro per una birra. Coda alla cassa, coda al bancone. Camminando verso l’uscita vedo un giocattolo esposto, un robot astronauta radiocomandato. Me lo rigiro tra le mani e quello si illumina di verde e di rosso: “Conto alla rovescia iniziato” dice la voce registrata. Lo rimetto a posto e ne prendo uno confezionato.
Riprendo la tangenziale e imbocco la prima uscita. Da queste parti c’è Lucky Music, il negozio dove venivamo a rifornirci di strumenti, io e gli altri. Se c’è qualcosa di cui ho bisogno, adesso, è una muta di corde nuove.

Giro tra le chitarre in esposizione in preda alle vertigini e penso che ho vissuto la vita di un altro. “Una muta di corde zerodieci” dico al commesso capellone. “E due pile stilo. Per l’astronauta.”
Vertigini. Gigetto in cima al nastro. Il volo, il fango, le luci blu. Il tempo scorre e poi finisce, anche lui sotto badilate di fango e qualche orribile statua. Noi là fuori: fantasmi con l’impermeabile giallo.
Sono quasi le otto. Greta non sa ancora niente. In qualche modo faremo penso, mentre guido verso casa accanto a un astronauta che si illumina di verde e di rosso. “Conto alla rovescia iniziato” diciamo all’unisono.

 

Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Cura il blog andreiaway.it, ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada.

Piccola odeporica parigina: Shakespeare and Company tra incanto e disincanto

Foto Libreria Shakespeare-and-Company per racconto Pedrazzi

di Lorenzo Pedrazzi

Di fronte all’ingresso c’è una giovane chitarrista scalza che canta in inglese con voce mielosa, attorniata da un gruppetto di ragazzi seduti per terra a gambe incrociate. Osservandola, mi sorprendo a pensare che ci sia qualcosa di brutalmente lascivo nei suoi piedi nudi, qualcosa di sporco e ammaliante, come un vizio da cui non ci si vuole liberare. La sento dire che ha bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno, ma è curioso che, fra tutti i luoghi di Parigi, abbia scelto di esibirsi proprio da Shakespeare and Company. Bisogna però ammettere che la Chitarrista Scalza sembra perfettamente a suo agio sotto quell’albero, circondata da avidi lettori e aspiranti scrittori, mentre una piccola fila – composta in gran parte da turisti, me compreso – attende di entrare in una delle librerie più famose del mondo.

La sede attuale si trova ai margini del Quartiere Latino, in un cantuccio tranquillo e protetto che volge sulla Senna. In origine, però, la libreria sorgeva al numero 8 di rue Dupuytren, dove Sylvia Beach – un’espatriata americana del New Jersey – la fondò nel 1919, per poi trasferirsi nel 1921 al numero 12 di rue de l’Odéon. Fu qui che Shakespeare and Company divenne il crocevia della Generazione Perduta, ospitando scrittori leggendari come Ernest Hemingway, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein e James Joyce, il quale ne usufruì addirittura come suo ufficio personale; non a caso, Beach fu la prima a pubblicare L’Ulisse nel 1922, e continuò a pubblicarlo anche quando gli Stati Uniti e l’Inghilterra scelsero di bandirne la diffusione.
Shakespeare and Company è un’isola popolata da utopisti e cacciatori di chimere, dove i librai sono rigorosamente anglofoni e si parla solo inglese: un porto franco della letteratura mondiale.

Purtroppo, l’utopia s’interruppe nel 1940, e le ragioni della chiusura sono romantiche come l’atmosfera che si respira nelle sue stanze: pare che Sylvia Beach, durante l’occupazione nazista, si rifiutò di vendere a un ufficiale tedesco l’ultima copia di Finnegans Wake di Joyce, e il negozio fu chiuso per ritorsione. Toccò quindi a George Whitman riaprirlo in rue de la Bûcherie, nel 1951, ma inizialmente si chiamava Le Mistral, e fu ribattezzato Shakespeare and Company solo nel 1964, dopo la morte di Sylvia Beach. Nel frattempo, però, la nuova libreria era diventata il punto di riferimento della Beat Generation grazie a scrittori come Allen Ginsberg, Gregory Corso e William S. Burroughs, che rinnovarono la sua fama. Ora è gestita da Sylvia Beach Whitman, l’unica figlia di George Whitman.

La coda all’ingresso è più agile del previsto: non faccio nemmeno in tempo a concentrarmi sulla Chitarrista Scalza che già mi ritrovo dentro la libreria. Muovo passi incerti, preda di un eccessivo timore reverenziale. Le sale sono anguste, brulicanti di visitatori che, non appena si fermano a sfogliare un libro, causano un ingorgo immediato. Fa caldo perché non c’è aria condizionata, ma alcuni ventilatori portano un tenue refrigerio negli angoli più reconditi del negozio, tra la sezione della fantascienza e quella dedicata alla grafica. Si respira un clima antico, profumato di carta e legno, con gli scaffali colmi di libri che arrivano fino al soffitto, e una luce polverosa, intima, come quella di un vecchio abbaino esposto al sole pomeridiano. Tanti libri, poco spazio, difficile orientarsi. Ci muoviamo come polli senza testa, seguendo il flusso per non intralciare il passaggio, ma pronti ad appiattirci contro uno scaffale se scorgiamo qualcosa che ci interessa.

Superato l’atrio principale, dove si svolgono le presentazioni e gli incontri con gli scrittori, entro in una stanza molto più piccola, e sulla destra noto una scala ripida che sale al primo piano. Sugli scalini è stata dipinta una frase del poeta persiano Hāfez di Shiraz, tradotta in inglese: “I wish I could show you, when you are lonely or in darkness, the astonishing light of your own being“. Un cartello, decisamente meno lirico, ci avverte di stare attenti ai borseggiatori. La scala è strettissima, quasi impossibile da percorrere se altre persone scendono nella direzione opposta, quindi devo aspettare che si liberi prima di poter salire. L’attesa è però ricompensata da un ambiente ancor più garbato e silenzioso: il piano superiore di Shakespeare and Company non è più una libreria, ma una biblioteca che raccoglie la vasta collezione di Sylvia Beach, a disposizione di chiunque voglia consultarla (a patto, però, di non portarsi via alcun volume). Qui, un piccolo atrio mi offre due opzioni: sulla destra c’è una stanza con una pianola e alcune sedie, sulla sinistra un corridoio che conduce a una sala più grande, illuminata da un’ampia finestra. Gli scaffali con i libri sono ovunque.

All’inizio del corridoio, sulla sinistra, si apre un minuscolo vano tappezzato di foglietti con i messaggi dei visitatori; ci sono anche una piccola scrivania, una vecchia macchina da scrivere e una seggiola, su cui siede una ragazza dalla pelle lunare, alta e magra, avvolta in un cappottino poco adatto alla stagione estiva. Sta vergando qualcosa sul suo quaderno, o forse è solo un biglietto, non riesco a vedere bene. Ha la schiena curva sulla miniscrivania, l’aria concentratissima di chi sta svolgendo un’operazione vitale, e indossa un buffo cappello nero. Più avanti, al termine del corridoio, scorgo la stanza principale con la finestra da cui si intravede la Senna. Di fronte alla finestra c’è un tavolo rettangolare, mentre il perimetro della sala è disseminato di poltroncine e divanetti, tutti occupati da lettori assorti, con le mensole cariche di libri alle loro spalle. È qui che si avverte un clima quasi sacrale, gravato dal peso di una Storia – sia umana sia letteraria – che non sono sicuro di poter cogliere nella sua interezza, o nel suo complesso intreccio di ambizioni artistiche, vita quotidiana e precarietà esistenziale. Qualcosa sfugge sempre alla comprensione, ed è per questo che ci muoviamo per i corridoi di Shakespeare and Company come se fossero di cristallo, dosando ogni passo e ogni gesto. Lo consideriamo alla stregua di un pellegrinaggio, per quanto ridicolo ed eccessivo possa sembrare.

Queste preoccupazioni di certo non affliggono Kitty, la gattona bianca che dorme sulla poltrona di fianco al tavolo, nel vertice destro della stanza. Pare un cucciolo di foca. Ecco, la gattona bianca incarna l’apice di un gusto bohémien che ancora sopravvive, seppure addomesticato dalla sua fama popolare e dalla vanità dei poser, nel nucleo pulsante di questa libreria, dalla sala lettura fino allo spiazzo dinanzi all’entrata, con i suoi musicisti e i suoi scrittori in erba. È inevitabile chiedersi dove si fermi l’essenza primigenia di Shakespeare and Company, e dove inizi il compiacimento dell’autorappresentazione.

Me lo chiedo mentre acquisto una copia di Wise Men di Stuart Nadler, con tanto di firma
originale dell’autore. Alla cassa c’è un ragazzo con occhi chiari, lunghi capelli biondi e barbetta dello stesso colore, che mi dice di aver fatto parte della stessa band in cui suonava la sorella di Nadler. Sono piacevolmente sorpreso: mi trovo a due soli gradi di separazione dall’autore, cose che possono accadere solo in un posto come questo. Gli dico di aver amato l’altro libro di Nadler, The Book of Life, ma lui mi risponde che paradossalmente non ha mai letto nulla di suo. Peccato, penso io. Comunque, il ragazzo mi chiede se voglio il timbro di Shakespeare and Company sulla prima pagina del libro, e io gli rispondo «Sure, thank you», senza sapere alcunché di questa consuetudine. Ma quel sigillo d’inchiostro dimostra quanto la libreria, ben consapevole della sua notorietà iconica, sia diventata un vero e proprio marchio, quasi una griffe da ostentare nella propria biblioteca personale. D’altra parte, in quale altro modo sarebbe potuta sopravvivere di fronte al calo dei lettori, alla diffusione degli e-book e allo strapotere della grande distribuzione? Impossibile biasimarla.

All’uscita ritrovo la Chitarrista Scalza che abbraccia la Ragazza Col Cappello Buffo. Sorride e la ringrazia calorosamente, ribadendo che aveva bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno. Non so cosa sia successo fra loro due. Evidentemente la Ragazza Col Cappello Buffo ha deciso di aiutarla in qualche modo, e vederle insieme mi suscita un misto di tenerezza e curiosità antropologica: come si chiamano, da dove vengono, cosa fanno? Sono segreti che entrambe custodiranno gelosamente, magari limitandosi a condividerli tra loro stesse, per rallegrarsi di ogni tratto comune e ammirare le reciproche differenze. O almeno è così che m’immagino quell’abbraccio fugace: come uno scambio istantaneo di informazioni tra spiriti affini.

Mi siedo sul muretto che separa il cantuccio della libreria dalla strada, ascoltando la voce della Chitarrista Scalza ancora per un po’. Si sposta in prossimità dell’ingresso e intona un pezzo soft rock di cui non ricordo il titolo. Chissà se ha ancora bisogno di soldi, o se invece sta cantando solo per il piacere di farlo, senza fini utilitaristici, rinvigorita dall’attenzione dei passanti e dalla delicatezza di quel contatto umano?

 

Torno da Shakespeare and Company durante l’ultimo pomeriggio del mio soggiorno parigino: voglio prendere un regalo per Claire, la studentessa francese che mi ospita in casa sua, e che ascolta con pazienza le mie bislacche osservazioni sui corvi di Parigi e sulle mucche bianche che popolano la campagna francese. Abbiamo trascorso le ultime serate sul davanzale della finestra, con il fumo delle sue sigarette che si smarriva all’imbrunire, parlando di lavoro, università, cinema, serie tv, vita metropolitana e paralleli linguistici tra l’italiano e il francese, ma incontrandoci sul campo neutro dell’inglese. Per merito suo, il mio viaggio è diventato un’esperienza molto più ricca e poliedrica di una normale vacanza. Le sono grato.

Stavolta non trovo la Chitarrista Scalza (spero abbia raggranellato abbastanza denaro per la sua misteriosa destinazione), e non c’è nemmeno la coda all’entrata del negozio. Si cammina liberamente, senza la pressione fisica e psicologica della folla. Acchiappo l’ultima copia di The Book of Life per Claire e me la porto al piano superiore, dove qualcuno sta suonando la pianola nella stanza più piccola. Mi siederei volentieri, ma non c’è posto. Al contrario, nella sala grande c’è una poltroncina libera, mentre Kitty sta dormendo sul divanetto che occupa il lato destro della stanza, identica a come l’avevo lasciata: ha solamente cambiato posto. Al suo fianco c’è una ragazza bionda, imponente e giunonica, che ha steso le gambe sopra di lei per appoggiarle sul bracciolo. La gattona però non se ne cura, e non reagisce nemmeno quando la ragazza comincia a vezzeggiarla con carezze e altre effusioni.

Io mi siedo sulla poltroncina e per qualche istante assaporo il delicato brusio che giunge dalla strada, attraverso la finestra spalancata. Leggo la prima pagina di The Book of Life (non l’avevo mai letta in inglese), poi sfilo un libro a caso dallo scaffale alle mie spalle: è The Mysterious Half Cat (A Judy Bolton Mystery) di Margaret Sutton, pubblicato nel 1936. Anche in questo caso mi limito a leggere la prima pagina, in cui Judy Bolton – eroina di una serie di romanzi investigativi molto popolari tra gli anni Trenta e i Sessanta – viene svegliata in piena notte da un rumore sconosciuto.

Per contrasto, una signora si addormenta sulla poltrona di fronte a me, il giornale afflosciato tra le mani.

Guardandomi attorno, vedo che ognuno è trincerato nella propria campana di vetro, come studenti in biblioteca. Cosa accadrebbe se rivolgessi una parola alla ragazza bionda che sta stuzzicando le zampe di Kitty? O se, di slancio, afferrassi il giornale della signora prima che cada per terra? Mi chiedo se la ricerca del contatto umano sia contemplata, nella quiete della sala lettura. Sembriamo tutti molto concentrati sul valore intimo e privato della nostra visita, più che sull’opportunità di condividerne i piaceri… o, almeno, questo vale per chi concepisce il pellegrinaggio da Shakespeare and Company come un momento introspettivo, alla scoperta di antichi fantasmi letterari che si aggirano per i corridoi come il fruscio della brezza sulle pagine di un libro. Mi piacerebbe tornare qui ogni settimana per osservare la gente, godermi il silenzio, cogliere ogni più piccola interazione sociale, e studiare l’influenza gravosa che questo posto – con il suo lascito quasi soffocante di Storia e Cultura – esercita sugli avventori.

Mi alzo e, dopo aver riposto The Mysterious Half Cat, saluto Kitty facendole un grattino fra le sue minuscole scapole, ma lei ovviamente non reagisce in alcun modo. La ragazza bionda intanto se n’è andata, e il suo posto è stato preso da una signora minuta, esilissima, che legge un libro con gli occhialetti calati sul naso. Alla cassa c’è invece una giovane commessa dal grazioso accento britannico, con i capelli lunghi e rossi. Le chiedo se è possibile coprire il prezzo di The Book of Life, ma lei fa di meglio, e chiude il volume in un’elegantissima confezione regalo che riporta una frase di Groucho Marx: “Outside of a dog, a book is man’s best friend. Inside of a dog it’s too dark to read“. La citazione è scritta a caratteri d’oro su carta blu, che garantisce un notevole effetto scenico.

Potrei consegnarlo a Claire quella sera stessa, ma preferisco evitarle imbarazzi, e così ci limitiamo a fare una lunga chiacchierata sul solito davanzale, mentre il sole si ritira pian piano dalle stradine del nostro arrondissement. È ormai buio quando ci congediamo per andare a letto: rientro nella mia camera e stacco una pagina dal quaderno per scriverci un biglietto da accompagnare al regalo, che il mattino dopo, reduce da un sonno frammentario, ripongo sul tavolo del soggiorno. È molto presto, e la notte cede il posto alla luce grigia dell’alba. Mi preparo senza far rumore nella pace ovattata dell’appartamento, lasciando che sia il bagliore tenue del nuovo giorno a illuminare i miei passi.

Il libro e il biglietto sono nell’angolo del tavolo, puntati verso la sua porta: non appena Claire farà capolino dalla stanza, saranno la prima cosa che vedrà.

Quando trascino la mia valigia verso l’uscita, le rotelle accennano un lieve sospiro lungo il pavimento della sala, poi faccio scattare la serratura dell’ingresso ed esco sul pianerottolo. In quel momento un trillo elettronico sembra risuonare dalla sua camera, forse è la sveglia. Possibile che l’abbia programmata così presto? Desiderava forse salutarmi prima che partissi? Fra non molto vedrà il mio piccolo dono, ma io sarò già lontano, giù per le scale, lungo la strada, nelle arterie della metropolitana e poi nel caos scintillante della stazione, riflettendo su ciò che Claire potrebbe aver pensato davanti al mio biglietto, al libro di Nadler e alla buffa citazione di Groucho Marx.

Susanna don’t you cry

Alice Magnoni, 22 anni, studentessa del terzo anno di Scienze Ambientali all’Università Bicocca di Milano. Tra i cinque finalisti della nona edizione del concorso Raduga, con un racconto intitolato Il terzo atto, che sarà edito sull’Almanacco Letterario dell’Associazione Conoscere Eurasia, nel giugno 2018.

 

 

 

di Alice Mangoni

Trovarono un nido.
Prima c’era stato il rumore, furtivo, selvatico, poi li avevano visti. Brutti corpicini spelacchiati, ma già dotati di una certa grazia: la capacità di volare un giorno. Probabilmente merli, decise Susanna. I segreti della natura erano belli, le loro ombre non facevano paura, i loro misteri semplici.
Ma i segreti degli uomini. Gli uomini erano codardi e nascondevano solo i lati peggiori, sporchi, deboli.
Una bambina allungò le dita, ma la sorella le disse: «No. Alla madre non piacerà l’odore di mani umane. Potrebbe non riconoscere i suoi piccoli».
Matilde ritirò il braccio delusa. Aveva nove anni, Susanna diciassette; entrambe vivevano in una cascina del paese vicino. Quasi una volta alla settimana andavano al Castello di Masino a giocare a nascondino nel Labirinto finché erano stanche, e allora si sedevano a leggere. Consideravano quel luogo una personale proprietà.
Tornarono qualche giorno dopo la scoperta del nido. Susanna cercava la sorella da qualche minuto senza successo. Forse era entrata all’interno del castello, anche se non aveva il biglietto: c’era una via attraverso i bagni, oppure Pietro poteva averle aperto la porta principale. Trovò il ragazzo, gli chiese subito: Hai visto mia sorella.
Venti minuti fa era qui.
Non c’è.
Di colpo scorse una testa bionda e con lei un uomo dalla barba rossiccia e l’ansia scese e salì di nuovo.
Susanna sentiva con orgogliosa invidia che Matilde era bella, ancora piena di morbidezze da bambina ma con una curiosa malizia che la rendeva più adulta. Agiva per istinto e autodifesa e desiderio di piacere, ma era troppo piccola per capire i pericoli.
Susanna le corse incontro e vide una donna, un bambino e un gatto bianco poco distanti. Forse la sua famiglia. Ma Susanna sapeva che ci sono uomini con due facce, che con una mano frugano nel buio dei cinema, nelle metro affollte, in una macchina che si ferma a chiedere indicazioni, e con l’altra accarezzano la testa del figlio che va a scuola. Possono fare questo.
Raggiunse la sorella mentre lei aveva già salutato l’uomo, la strattonò per il braccio.
«Non sparire mai più!»
«Giocavamo a nascondino, lo scopo è quello».
Le propose di cambiare gioco:«Saliamo sulle mura. Chi cade è morto».

Si arrampicarono agili, capelli chiari al vento e gambe lunghe, sembravano nate per quello. Susanna in particolare era una specie di uccello, un airone o una cicogna, alta e sottile.
Una donna gridò. E le due ragazze persero l’appoggio. Fu un attimo, recuperarono l’equilibrio.
Scendete, scendete! Dunque ce l’aveva con loro. Era la moglie dell’uomo con la barba. Susanna avvertì ogni cosa in ritardo, dopo essere balzata giù con Matilde. La paura, il vuoto, l’urlo. Per poco quell’urlo non le ammazzava. Cosa diceva ora. Chiedeva della mamma, dov’era, perchè le aveva lasciate fare una cosa così pericolosa.
«Lavora» rispose Matilde squillante.
Non era pericolosa, non era pericolosa prima che arrivassi tu, pensò Susanna. Come osava, chi era, per mettere in discussione la sua capacità di prendersi cura della sorella. Squadrò con disgusto la donna. Era carica d’oro e mentre si agitava tutti gli ori si agitavano con lei. Chi porta un gatto in gita come se fosse un cane poi? Susanna la guardava con furia silenziosa.
Poi sentì Matilde dire: «Mia sorella è muta. Come può prendersela con una povera muta?»
Le prese la mano e la fece allontanare in regale sdegno. Matilde era così. Non sapevi mai cosa avrebbe fatto dopo.
Prima di andarsene Susanna lanciò un’occhiata oltre le mura. Al nulla e all’aperta campagna. Non sarebbero mai cadute. Era lo scopo del gioco.
«Dimmi cos’ho di strano».
Il pomeriggio era quasi finito, e ora camminava con Pietro nel Giardino, Matilde era sparita tra le siepi.
Lui era volotario al castello, ma lo conoscevano da anni perchè la mamma lo pagava a giornata per aiutarla nei campi.
Pietro rise.
«Non scherzo».
«Forse non ridi nei momenti giusti».
«Quali sono i momenti giusti?»
Susanna ricordava che il padre la chiamava “la mia bambina speciale”, ma la mamma sbuffava e le diceva:«Tu hai molto cervello, ma non è quasi mai mai attaccato alla testa. Non so cosa te ne fai».
Suo padre era morto quando lei aveva circa l’età di Matilde. La mamma gli elencava sempre tutte le cose che non doveva fare: fumare, guardare troppa televisione, mangiare grassi animali, entrare con le scarpe in bagno. Lui rispondeva: «Di qualcosa bisogna pur morire». Infatti.
Dopo il funerale la mamma aveva preso per le spalle Susanna: «Ecco cosa succede a chi non mi ascolta» indicando la bara: «Tuo padre non prendeva mai nulla sul serio, lasciava che lo facesse qualcun altro per lui, e di solito ero io. Ti sembra giusto?».
Susanna odiava quando lo chiamava “tuo padre”. Era anche tuo marito, pensò. Da bambina aveva adorato la sua leggerezza, l’ironica noncoranza verso il resto del mondo e sé stesso, ma a volte pensava che fosse ciò che l’aveva ucciso: aveva smesso di avere peso, niente lo ancorava più a terra. La mamma invece era solida come la fattoria, in pietra e legno scuro. Questa era la mamma.
«Sei nel nostro mondo solo a metà».
«Fai cose che gli altri non fanno» Matilde li aveva raggiunti e si era unita al gioco. Susanna arrossì. La prima volta che aveva visto Pietro gli aveva toccato i capelli, neri e ricci, affondando in sensazioni sconosciute con le dita. Avevano entrambi quattordici anni, e lui era un ragazzino dalla faccia larga e il corpo snello, che sembrava capace di fare tutto, fischiare, lanciare coltelli, fare il giocoliere con tre arance, e il resto di saperlo imparare, mentre lei era una ragazzina alta e strana. Matilde le aveva detto poi: Perchè gli hai toccato i capelli.
Non lo so.
Non dovevi farlo. E’ stato strano.
Ma Susanna con capiva perchè.
«Urli nei campi».
Anche questo era vero. Succedeva la notte. Correva all’aperto e gridava finchè non si accasciava al suolo completamente sfinita e liberata. La sorella veniva a raccattare quel mucchietto d’ossa per metterlo a letto. All’epoca in cui andava ancora al liceo strillava ogni notte per tutta la notte, e alla fine i vicini esperati avevano esasperato la madre che rinunciò al principio secondo cui conoscere nuove persone faceva bene. Ci rinunciò per stanchezza e non per mancanza di convinzione. La ritirò dalla scuola per farla studiare a casa e da allora le urla erano diminuite drasticamente. Ma non poteva rinunciarvi del tutto.
La vita la riempiva e lei doveva svuotarsi.
Non capisco perchè lo fai, le disse Pietro una volta.

Non capisco perchè voi non lo fate, rispose lei.
Susanna riconobbe la voce. Era la donna. Andarono verso quel suono. Meglio non avvicinarsi, pensò. Ma gli altri erano già avanti. Sapeva che non doveva guardare ma guardò. Il gatto era sdraiato, la testa bianca e rossa sfracellata da un sasso. Susanna si chinò e girò il gatto dalla parte intatta: come se dormisse.
La donna la fissò e l’accusò: E’ lei! Ha lanciato lei la pietra.
No.
E così non sei muta.
Il marito tentò di calmare la moglie: Lascia perdere, è stato un incidente, vuoi farla pagare a una ragazzina, non lo vedi com’è.
Pietro disse alle due sorelle: «Vi accompagno a casa».
Dietro alla donna, tra le foglie, c’era un nido.
Arrivarono alla cascina. Susanna chiese a Pietro:«Sei stato tu?»
Gli avevano raccontato dei merli.
«Pensavo fossi stata tu».
E’ notte. Una bambina si alza, apre la porta della camera di sua sorella. Le scuote la spalla.
«Dormi?» chiede la bambina.
«No»
Nel buoi non ci sono corpi, solo le voci senza materia.
«L’hanno seppellito? O l’hanno lasciato lì?»
«L’hanno seppellito».
«Dove?»
«Nel loro giardino».
«Magari non hanno un giardino».
«Tutti hanno un giardino».
«Non è meglio che il gatto sia morto alla fine?»
«Non so».
«Avrebbe ucciso gli uccellini».
«Aveva trovato il nido?»
«Sì. L’ho capito perchè c’erano i segni delle unghie sull’albero. Non le hai viste?»
«No».
«Domani te le faccio vedere».
«Va bene».
«Avresti urlato. Se trovavi gli uccelini morti. Davanti a tutti avresti urlato nel tuo modo».
La ragazza è rigida nel letto. Non si muove.
«Odio quando urli» prosegue la bambina.
Ancora non c’è risposta.
Conclude: «Non m’importa anche se stata tu. L’hai fatto per scacciare il gattto lontano dal nido e se poi è morto non potevi saperlo. Sono contenta che sia morto. Non è meglio Susi?»
«E’ meglio per gli uccellini ma non per il gatto. Non per i padroni del gatto».
La ragazza gira la testa verso il muro e la bambina torna in camera sua, i piedi nudi che sfregano le piastrelle. Passano i minuti e la ragazza si alza e entra nella camera della sorella.
«Mati».
«Che c’è».
«Sono contenta per gli uccellini. Un giorno impareranno a volare, pensa».
E poi, sulla porta: «Vuoi venire nei campi con me?»
Si infilano gli stivali e nell’oscurità della campagna urlano, creature umane e selvagge. Fino all’alba.
«Dopo si sta bene no?» sottilinea la maggiore « Devi lasciarmi urlare ogni tanto, così che possa essere felice il resto del tempo».
Qualche momento dopo momora, ma pianissimo, che si potrebbe non udirla affatto: «Dio, Matilde, perchè non gli hai fatto sciò sciò invece?»
«Non mi è venuto in mente».

La verità rimossa

Vincenzo Sciascia è nato e cresciuto in Sicilia, a Racalmuto, paese che ha dato i natali a Leonardo Sciascia. Studia Giurisprudenza a Milano, dove rimane in seguito lavorando a Palazzo di Giustizia. Riscontri nella narrativa: terzo classificato al Premio letterario Centro Culturale Antonianum nel 2013, finalista al Premio città di Como nel 2014.

Un ragazzo ferito a morte durante una partita di caccia. L’incidente rivela le pieghe più oscure dei rapporti tra uomini, famiglie, padri e figli.

 

di Vincenzo Sciascia              

 

Il sole di settembre batteva forte sul chiarchiaro, penetrava nei crepacci ricoperti di muschio e fogliame, rifugio di selvaggina e uccelli notturni. Sbiancava la collina sventrata da una cava di pietra, arbusti sospesi per aria spuntavano dalla roccia. Nel terreno in piano, due alberi di fichi dai frutti scuri, soffocati da piante di sommacco. Sul costone dirimpetto, gli occhi di due giovani erano fissi sulle fessure del chiarchiaro; da quella tana doveva uscire la preda. Il silenzio durava da più di un’ora e non si vedeva né il coniglio né il furetto. Nel labirinto delle gallerie della collina, la piccola bestia doveva aver perso la strada. Bisognava aspettare. Era un furetto esperto, non potevano rinunciarvi: la caccia si era aperta da poco. Uno dei due fece segno al compagno andare giù nella conca, qualcosa si era mosso fra i fili d’erba davanti alla tana dove avevano infilato il furetto. L’altro scese nel vallone fra i sommacchi che rinfrescavano l’aria, con passo calmo. Un colpo secco squarciò l’aria, e l’eco della conca lo fece rimbombare nella campagna come tanti colpi sparati uno dopo l’altro. Sotto, il giovane si accasciò a terra: il corpo supino, il viso al sole, il braccio e la mano tesa verso l’altro.

“Angelo, Angelo!” gridò dall’alto il compagno. Scendeva tirandosi con le mani i capelli neri, a precipizio. Appena fu vicino urlò: “Cosa ho fatto!” Rimase immobile a guardare il corpo del cugino: il viso sereno, il naso e la mascella forti, i biondi capelli arruffati fra gli steli arsi dalla calura, le labbra ancora rosse. Sotto il sole di settembre il giovane giaceva a terra. Preso dal panico, il cugino si precipitò dalla collina in direzione del paese, non lontano si intravedeva la chiesa del Carmelo. Quel giorno era stato lui a invitare Angelo alla battuta di caccia: una passeggiata, gli aveva detto, per vedere se c’erano tanti conigli come qualcuno aveva raccontato, la sera prima. Arrivò sconvolto e come un pazzo si aggirava fra i limoni del cortile interno della casa.

Il padre lo vide e gli andò incontro: “Che successe?” Non rispose. Come un forsennato, gli occhi rossi e lucenti, camminava a passi rapidi sbattendo il viso fra i rami e le foglie degli alberi.  Il padre lo incalzò: “Dov’è tuo cugino? Perché non hai il fucile? E i cani?” Il figlio non rispose. Continuava a tirarsi i capelli e a girare in tondo, il viso bagnato e sporco di terra; poi si fermò di colpo. Anche il tempo.

“Ammazzai mio cugino. Perché successe, Maria”, disse. Il padre si accasciò sul sedile di pietra del giardino. Ammutolì, pensando al fratello, a quel figlio avuto in tarda età. Il dolore l’avrebbe ucciso. Dall’uscio di casa la madre sentì tutto, si coprì il viso con le mani, incapace di fare un passo. Maria, che stava a significare? Pensò il padre, ma allontanò subito l’idea che si faceva strada, c’era altro da pensare. Guardava il figlio e gli sembrava di vedere il cugino. I due stavano sempre insieme; finito il lavoro, andavano in piazza a passeggiare, a divertirsi nelle botteghe di vino o nella sala da ballo di piazza Castello. Erano una cosa sola.  “Vieni, andiamo dai carabinieri” disse il padre.

Alla caserma il piantone chiese il perché della loro venuta e di corsa chiamò il maresciallo. Il padre conosceva quell’omone dai folti baffi e gli occhi indagatori. Per la sua attività di proprietario di un mulino l’aveva incontrato più di una volta, con onestà portava la divisa. E gli raccontò quel poco che sapeva.

“Veni ragazzo, portaci al posto di caccia”, disse il maresciallo, in tono calmo e fermo di chi è abituato a comandare.

Arrivarono che era quasi mezzogiorno. Sul costone, dove i giovani si erano appostati, giacevano i fucili e la cesta di vimini del furetto. Il sole cadeva a filo a piombo, e chiaro si vedeva nel vallone il corpo. Che strana posizione, pensò il maresciallo, disteso supino, il volto in su, ma sul petto non ci sono macchie di sangue, e quel braccio con la mano aperta protesa quasi a chiedere un perché? Con modi sicuri scese dal costone e si avvicinò al corpo che pareva riposare. Si accertò della morte del ragazzo. Non toccò la chiazza di sangue che si era allargata sotto la schiena. Ma sul torace non c’erano macchie, quindi era stato colpito alle spalle, e cadendo aveva preso quella posizione. Ad occhio, la distanza da lì a dove era appostato il cugino, doveva essere meno di venti metri. Un colpo sicuro.

“Raccontami com’è andata”, chiese il maresciallo. Con lo sguardo a terra il ragazzo sembrava incapace di dire parola. “Dì cosa è successo, non avere paura”, disse il padre.

“Eravamo appostati in attesa che il furetto uscisse da più di un’ora, niente. Poi mi sembrò di vedere qualcosa muoversi vicino alla tana, e feci segno ad Angelo di andare a vedere. Pensai che il furetto aveva perso i sonagli cercando i conigli, e poi… poi…  ricordo poco. Ho visto come un’ombra correre veloce, il coniglio, sparai d’istinto, ma quando la fumata svanì nell’aria, il corpo di Angelo era per terra. Cosa ho fatto”. Il maresciallo osservò la scena, ritornò sul costone, nel punto esatto da cui il giovane aveva sparato: guardò la posizione del corpo e la possibile traiettoria del colpo. Nella sua mente l’idea dell’incidente di caccia prendeva piede. Sopraggiunse il pretore, e dietro il cancelliere. Il maresciallo si appartò con lui e gli fece una ricostruzione di come pensava si fossero svolti i fatti. E’ chiaro! Un incidente di caccia: all’apertura è sempre così”.

Chiacchieravano intorno al corpo quando, dalla strada del paese, videro arrivare un carabiniere che accompagnava un piccolo uomo, il padre di Angelo. Nel vallone il ronzio dei mosconi, gli uomini aspettavano. Passo dopo passo, l’uomo si diresse dove giaceva il figlio. Il viso una maschera funebre. Vicino al corpo senza vita si fermò e da quegli occhi tagliati come fessure non scese una lacrima, mentre le labbra sussurravano parole confuse. Si inginocchiò, poggiò la testa sul petto, strinse il polso nelle sue mani. Il tempo sembrò fermarsi. Pochi minuti che ai presenti, gli occhi puntati sul piccolo uomo, sembrarono non passare. In quei minuti qualcosa si ruppe. Morto mio figlio, pensava l’uomo, chi avrebbe continuato la catena dell’esistenza, chi si sarebbe ricordato di lui, delle cose che gli aveva insegnato. La loro vita finiva lì. Nell’attesa del procuratore della Repubblica, il cancelliere preparava il verbale, quando l’uomo salì sul costone dov’erano rimasti gli arnesi di caccia. Da cacciatore guardò il fucile a terra, il suo regalo per la maggiore età del figlio, compiuta da poco. Accarezzò l’arma come se sfiorando la canna sentisse le sue mani, e poi d’istinto lo puntò in direzione della tana e guardò il mirino in fondo. Le pupille sparirono nelle strette fessure, riaprì gli occhi, guardò di nuovo la traiettoria di tiro verso la tana, ma non vide il corpo di Angelo. Incredulo, se li stropicciò, forse il sole gli faceva prendere un abbaglio. No! Angelo era fuori dalla linea del tiro di più di dieci metri. Com’era possibile? Il cugino non poteva sbagliare: era un tiratore esperto. “Attenzione là sopra, metta giù quel fucile”, disse il maresciallo. L’uomo non lo sentì. Senza posare il fucile ne abbassò la canna a terra, prese la cesta del furetto, scese dal costone e si incamminò per ritornare in paese. La luce del crepuscolo arrossava le pietre e le foglie degli alberi di sommacco erano di un rosso vivo quando discese la stradella. Con le spalle ricurve, come schiacciato da un masso camminava spinto dalla pendenza della via. I pugni serrati lungo i fianchi, le vene della fronte che pulsavano, mentre pensava e ripensava che Angelo era fuori dalla linea di tiro al coniglio. Perché ha sparato? Come può un tiratore esperto fare uno sbaglio simile?

Non si era accorto che era quasi arrivato a casa, ora si sentivano le grida delle vicine e della moglie: riconobbe quella voce guasta dal dolore. Entrò, si diresse verso il letto del figlio e ripose vicino il fucile e la cesta di vimini. Vedendolo, le donne abbracciarono la moglie e fra mille sussurri andarono via. Erano soli. L’uomo si avvicinò, e si strinsero forte. Dalla finestra entravano le voci della strada, le grida dei ragazzi richiamati al silenzio.

“Voglio vedere Angelo” disse la moglie.

“Ora non si può, ci sono i carabinieri e il pretore”.

“Come successe” gridò, tirandosi i capelli.

Il marito glieli accarezzò: “Dicono una disgrazia”.

“A caccia erano una coppia affiatata. Mai niente è successo”.

“Dicono… ma io non ci credo” disse il marito, e se ne pentì.

“Che vuoi dire?” gli occhi increduli, in attesa.

“Angelo era fuori dalla traiettoria di tiro”, e si lasciò cadere sulla sedia.

“Perché, Dio mio!” urlò la donna. La voce entrò in tutte le case della via.

Vennero i giorni del funerale, e delle condoglianze. Nel paese e tutti parteciparono, anche il cugino. Ma l’uomo non gli strinse la mano, da quelle fessure profonde lo guardò con occhi d’odio. Nel tempo che seguì il padre ripensò all’ultimo periodo della vita del figlio, dove e in compagnia di chi l’aveva visto. E un’immagine ritornava frequente: i cugini alla sala da ballo di piazza Castello e gli occhi maliziosi di cerbiatta di una ragazza fra i due. No! Non si può…. per una donna. Come il padre dell’assassino, capì, e da allora non lo guardò con odio, ma con occhi di pietà, quella che alcuni sentono nel vedere le miserie della vita. Tutto il paese accettò la versione dell’incidente, ma i cacciatori – e quasi tutti in paese praticavano la caccia – erano certi del contrario perché non si può mirare e colpire un bersaglio fuori tiro o scambiare un uomo per un coniglio. Il padre non parlò, non disse ai carabinieri che non poteva essere un incidente. I parenti glielo avevano chiesto per il buon nome della famiglia, anche la moglie: “Mio figlio è morto, nessuno me lo darà. Solo di lui ho desio”.

Il marito acconsentì, ma era un uomo e quella verità, da tutti accettata, non gli andava giù. Dalla morte del figlio decise che come non aveva parlato davanti ai carabinieri, non avrebbe parlato più con nessuno, neanche con la moglie. Gli altri dovevano sapere che lui non ci stava. E così fu. Dopo il lavoro nei campi e la cena, si sedeva al balcone a guardare le colline che circondavano il paese, il tramonto del sole fra i due cipressi e il volo bizzarro dei pipistrelli su e giù per la via. Ma i suoi pensieri erano altrove, in compagnia del figlio, e giorno dopo giorno ne ripercorreva la vita. Da quando era nato, ai primi passi, al precipitarsi per la strada in discesa, al sudore sul viso e nei capelli ricciuti. Un’altra sera, ragazzo a dieci anni era voluto andare ad aiutarlo al tempo della mietitura, e i capelli si confondevano con il frumento. Si ricordò di un detto che il padre ripeteva: “e lu cuccu ci dissi a li cuccuotti a lu chiarchiaru ni videmmu tuttti“. E il cucco disse ai suoi piccoli, al chiarchiaro ci rivedremo tutti. Anche lui sarebbe andato a finire nel chiarchiaro. E un sorriso luccicò fra le fessure degli occhi.