Kaidan

Hokusai
Hokusai, La grande onda di Kanagawa

 

di Lorenzo Pedrazzi

Mi chiamo Nanami Kimura, ma il nome che vorrei ricordaste è quello di mio padre: Masanobu Kimura.
Nel nostro butsudan c’era un ihai di legno nero dove il suo nome campeggiava in ideogrammi dorati, e ogni giorno gli rendevo omaggio con qualche piccola offerta di fiori e cibo, o raccontandogli le mie piccole avventure quotidiane. Fin dalla sua morte – all’epoca avevo solo dodici anni – la figura di papà è rimasta legata a quell’altare votivo, cui sussurravo parole gentili al termine di ogni giornata. Gli confidavo i miei risultati sportivi e scolastici perché sapevo che ne sarebbe andato fiero, mentre le orecchie tese di mia madre ascoltavano ogni parola dalla cucina. Ma quando lo tsunami del 2011 ha colpito Kesennuma, è cambiato tutto.
Mio padre era un uomo quieto, che preferiva esprimersi per mezzi sorrisi e cenni del capo.
Amava il silenzio, e lo spazio con cui riempirlo. Anche per questo, in casa nostra c’era solo l’essenziale: un piccolo divano per me e mia madre, un tavolo, due sedie, pochissime suppellettili, qualche giocattolo, un paio di elettrodomestici, un letto matrimoniale nella loro camera e uno singolo nella mia. Papà non si sedeva mai, nemmeno per mangiare, e non conservava gli abiti vecchi: ogni anno ne comprava di nuovi, semplici ed economici. Il suo colore preferito era l’azzurro.
Esisteva un unico momento della giornata in cui si concedeva di sedersi, ed era quando andavo a dormire. Con il viso affondato nel cuscino, tra le nebbie del dormiveglia, lo sentivo che si adagiava sul margine del letto e mi posava una mano sulle gambe. «La mia piccola gazzella…» sussurrava mentre le accarezzava sopra la coperta, dalle ginocchia fino alle caviglie. Cullata dalle sue mani e dalla sua voce, scivolavo nel sonno senza nemmeno accorgermene.
Ho sempre avuto le gambe lunghe e snelle, quindi papà diceva che ero “la sua piccola gazzella”, e mi aveva incoraggiato fin da piccola a praticare l’atletica. Lui era un uomo d’ingegno, progettava piccole imbarcazioni per i cantieri navali di Kesennuma, e adorava l’idea che avessi trovato una vocazione puramente fisica. Ogni martedì e venerdì usciva dai cantieri alle quattro del pomeriggio e veniva a prendermi agli allenamenti di corsa, salto in lungo e salto triplo. Mi esercitavo in una pista di periferia, ai piedi delle colline che cingono la città, dove una bruma delicata scendeva dalle alture verso sera per tonificare le nostre membra affaticate. Un martedì di fine aprile, però, rimasi ad aspettarlo più del solito, seduta su una panchina con il borsone ai miei piedi. Maeda, il mio allenatore, venne da me con uno sguardo distante, raccolse il borsone e disse che mi avrebbe accompagnato a casa lui. Non disse nulla durante il tragitto, e nemmeno io. Restai per tutto il tempo a testa bassa e con le mani raccolte in grembo, lanciando rapide occhiate al paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. A casa trovai mia madre in lacrime, seduta sul divanetto con la schiena curva e un fazzoletto bianco tra le mani. Singhiozzava, circondata da mia zia, mia nonna, e alcuni vicini.
Maeda andò a dirle qualcosa, poi mi salutò posandomi una mano sulla spalla: mi parve strano, perché di solito non mi toccava mai.
Di lì a pochi minuti scoprii che mio padre era morto quel pomeriggio. Il mare si era ingrossato, e un’onda anomala lo aveva trascinato in acqua mentre stava raggiungendo la sua auto. Non era un buon nuotatore, ma non aveva importanza: la corrente sarebbe stata troppo forte per chiunque. A ucciderlo fu l’urto contro i piloni massicci del pontile su cui stava camminando. Avevano ritrovato il suo corpo che galleggiava tra le barche ormeggiate, come se il mare si fosse stancato di lui.
Quell’immagine, pur essendomi stata riferita solo a voce, mi rimase in testa molto a lungo. Il corpo esile di mio padre, la camicia azzurra rigonfia sulla schiena, le membra abbandonate sulla superficie oleosa dell’acqua: così me lo figuravo, nascosto fra gli ormeggi, tranquillo e dignitoso anche nei suoi ultimi istanti di vita. Non so perché, ma spesso mi chiedo come se la sarebbe cavata di fronte allo tsunami: se sarebbe stato fra i primi a morire, lì nel suo studio al cantiere, o se in qualche modo si sarebbe salvato. Mi dà conforto il pensiero che non abbia dovuto assistere a un orrore del genere.
Era un venerdì pomeriggio quando il maremoto travolse Kesennuma, e ovviamente il porto fu il primo a cadere. Io e mia madre ci salvammo perché quel giorno avevo gli allenamenti, e lei era venuta ad assistere: ci bastò salire sulla collina non appena fu dato l’allarme – il percorso inverso rispetto alla bruma serale – e da lassù potemmo vedere tutto.
Restammo pietrificate.
Le mani premute sulla bocca, circondate da altre persone che urlavano e singhiozzavano, osservammo l’onda dilagare sulla terraferma con una facilità scioccante, irridendo la presunta solidità delle costruzioni umane. Palazzi sradicati dalle fondamenta, manti stradali estirpati dal suolo come le croste di vecchie cicatrici, alberi frantumati o ammassati gli uni sugli altri. Le navi e le automobili, trascinate ovunque come giocattoli, sembravano mosse dalla mano invisibile di un bimbo capriccioso. D’improvviso rammentai Susanoo, il dio dei mari e delle tempeste che tanto mi aveva affascinata da piccola, e rabbrividii al pensiero della sua ira.
Quando ci permisero di tornare a casa – o a quello che vi rimaneva – il panorama si rivelò ancora più spaventoso. Della città era sopravvissuto ben poco, e l’edificio in cui abitavamo era ridotto a un tenue perimetro che ne tracciava le fondamenta. Lo tsunami aveva spazzato via tutto, compreso il butsudan con cui per anni avevo celebrato il mio defunto padre. Tutt’intorno regnava una desolazione raggelante, piatta e omogenea. C’erano solo detriti, nient’altro. Impossibile riconoscerne la provenienza. Il silenzio, turbato solo dal vago scalpiccio di chi rovistava tra le macerie, affondava nelle orecchie come una lama.
In un certo senso, io e mia madre fummo più fortunate di altri: potevamo stare dalla nonna, che viveva in una casa riparata dalle colline non lontano da Kesennuma. Molti nostri concittadini, però, non avevano parenti in grado di ospitarli, e non potevano permettersi niente di meglio degli alloggi temporanei, file interminabili di casette prefabbricate dove la gente cercava un surrogato di normalità.
Gli spettri dei loro cari, però, sembravano tormentare i superstiti ovunque andassero.
C’era chi sosteneva di vedere un figlio, un genitore o un altro familiare nelle pozze di acqua che punteggiavano la città, oppure nelle schegge di vetro che un tempo erano state le finestre dei palazzi. Altri raccontavano di aver visto figure smarrite che si aggiravano fra i detriti, oppure giù al porto, ma esse sparivano nel nulla non appena si voltava lo sguardo. Anch’io, esplorando i resti della nostra casa, ebbi l’impressione di vedere la sagoma di mio padre con la coda dell’occhio, proprio dove un tempo c’era il mio letto, ma l’archiviai come una pura suggestione.
Eppure, alcuni erano talmente perseguitati da quelle presenze che si recavano al tempio zen del reverendo Sasaki, nell’entroterra, per condividere le proprie storie e farsi “esorcizzare”. La nonna ci raccontava queste vicende durante i pasti, citando conoscenti e vicini di casa che avevano ricorso all’intervento del sacerdote. Noi l’ascoltavamo con vaga condiscendenza, soprattutto mia madre, che è sempre stata una donna molto scettica. Non davamo molta importanza alle dicerie su fantasmi e possessioni, volevamo soltanto ritrovare un minimo di stabilità in quel clima tetro.
Almeno, questo è ciò che pensavamo all’inizio.
A pochi giorni dal nostro trasferimento, infatti, accadde una cosa che ci fece cambiare idea. In quel periodo mia madre dormiva con la nonna nel letto matrimoniale, mentre io occupavo la stanza che un tempo era stata sua, da ragazza. Una notte andai a dormire con i muscoli indolenziti per gli allenamenti – era venerdì – e mi abbandonai esausta sul materasso, le gambe stremate.
Paradossalmente, la stanchezza rendeva il sonno ancora più difficile: la mia mente era tutta concentrata su quella sensazione di sfiancamento che mi appesantiva gli arti, e non riusciva a distrarsi. Distesi le gambe per distribuire meglio il peso sul materasso, quando all’improvviso mi parve di sentire una pressione sul margine destro, come se qualcosa si fosse appoggiato in punta di letto. In principio lo ignorai, poteva essere uno scherzo del dormiveglia… ma nel giro di pochi secondi cominciai ad avvertire anche un tocco leggero attraverso le coperte, che partiva dalle ginocchia e si riverberava fino alle caviglie. Ebbi uno scatto repentino, ritirai le gambe e accesi la luce, mettendomi a sedere: non c’era niente, la stanza era vuota. Mi batteva forte il cuore, ma si calmò dopo qualche respiro profondo, una tecnica che utilizzavo spesso prima delle gare o di un’interrogazione a scuola.
Non appena spensi la luce e riprovai ad addormentarmi, però, quel contatto si rifece vivo, ancor più nitido e familiare. Quanti anni erano passati? Almeno cinque. Ormai ne avevo diciassette, ero un’adolescente in procinto di finire le medie superiori… eppure, non avevo dimenticato le carezze serali di mio padre, lievi e cadenzate, che un tempo mi cullavano fino al sonno. Ne sentivo la mancanza, e mi chiesi se non fosse la carenza d’affetto a farmi immaginare quella sensazione in modo così realistico.
Aprii gli occhi, stavolta senza accendere la luce.
Sul bordo del mio letto scorsi una figura dai contorni indefiniti, un corpo che aveva certamente volume, ma i cui margini si disperdevano nel buio. Sembrava esserci e non esserci allo stesso tempo. Intanto, le carezze proseguivano imperterrite, solo che adesso ogni contatto mi gelava il sangue. Non riuscivo a muovermi, tanto ero spaventata. Cercai di dire qualcosa, ma ero senza voce.
In compenso, la sagoma oscura emise una vibrazione roca e abissale, da cui riuscii a distinguere alcune parole che conoscevo fin troppo bene: «La mia piccola gazzella…»
Il suono mi ridestò dal torpore, quindi mi alzai di scatto e fuggii nella camera matrimoniale, dove la nonna e mia madre dormivano ai versanti opposti del letto. Le svegliai e raccontai tutto, ma la mamma non mi prese sul serio: disse che avevo solo fatto un brutto sogno, e m’intimò di tornare a dormire. La nonna invece sembrava preoccupata, ripeteva che avrebbero dovuto portarmi dal reverendo Sasaki l’indomani stesso per farmi «esorcizzare». Nonostante fossi convinta di ciò che avevo appena vissuto, e avessi piena fiducia nei miei sensi, quella dell’esorcismo mi parve un’idea troppo ridicola. Pretesi però di dormire con loro, non avevo intenzione di stare da sola quella notte.
«Non sei più una bambina» rispose mia madre, memore di quando gli incubi mi spingevano a chiedere asilo nel letto dei miei genitori. Fortunatamente la nonna intercedette per me, e la mamma accettò dopo una breve insistenza. Doveva avermi vista davvero scossa. La loro compagnia mi tranquillizzò, e il letto era abbastanza grande da ospitarci comodamente tutte e tre.
Un attimo prima di addormentarmi, però, sentii ancora quel tocco delicato sulle gambe, come una strana brezza che spirava tra il sonno e la veglia.
Le visite dell’ombra – così l’avevo soprannominata – proseguirono anche le notti successive.
Ogni volta mi rifugiavo nella camera matrimoniale, e ogni volta mi ritagliavo uno spazio nel lettone, ignorando i mugugni di mia madre. In testa mi risuonavano sempre quelle parole, «La mia piccola gazzella…», che l’ombra pronunciava con una voce monotona e distante. Talvolta bastava che mi assopissi per qualche momento, anche durante il giorno, e subito udivo quel tono disumano, anticipato da un pizzicore che dalle ginocchia scendeva fino alle caviglie. Se dicevo alla mamma che quella presenza, o qualunque cosa fosse, mi ricordava mio padre, lei chiudeva il discorso prima ancora che potessi continuare. «Passerà» diceva. «È solo il trauma del maremoto che ti è rimasto in testa.»
Speravo con tutto il cuore che avesse ragione, ma non passò. Le apparizioni si protrassero per giorni, così come le mie fughe notturne nel letto della nonna, in lacrime. Fu lei a insistere perché andassi dal reverendo Sasaki, esasperata e spaventata dai miei racconti. Ne parlò a lungo con la mamma, che restò ad ascoltarla facendo interminabili sospiri e scuotendo lentamente il capo, più in segno di stanchezza che di diniego.
Oltre che scettica, mia madre era anche una donna pragmatica. Revisionava polizze per una piccola agenzia di assicurazioni, ed era abituata a contestualizzare i problemi, trovare le connessioni interne e individuare eventuali pecche o sotterfugi. Di conseguenza, una volta appurato che il problema non si sarebbe risolto da solo, doveva aver pensato che la soluzione più logica fosse quella di assecondare le superstizioni di mia nonna, sperando che io stessa potessi trarne giovamento.
Così, alla fine, si rassegnò ad accompagnarmi dal sacerdote. Era un sabato di metà aprile, periodo in cui l’aria tiepida e il sole alto rendevano ancora più assurde le mie storie di fantasmi.
Dopo circa mezz’ora di viaggio in auto, il tempio ci apparve dalla strada come una pagoda bassa e graziosa, con il tetto bruno che catturava la luce del pomeriggio. Parcheggiammo la macchina prima di entrare nel giardino, dove si poteva accedere solo a piedi, e sentimmo la ghiaia del vialetto scricchiolare sotto le scarpe mentre ci avvicinavamo all’entrata. Un signore tarchiato stava uscendo dal tempio proprio in quell’istante: lo vidi girarsi sulla soglia d’ingresso e rivolgere un inchino verso qualcuno all’interno, mormorando un timido ringraziamento con voce aspirata; poi si avviò per la sua strada, accompagnato dal rumore sempre più flebile dei suoi passi sul sentiero.
La persona cui stava rivolgendo i suoi ringraziamenti era il reverendo Sasaki, che ci accolse con un’espressione distesa e gli occhi sorridenti, pacifici. Anche mio padre aveva spesso quello sguardo. Sasaki però era più anziano: rughe sottili si dipanavano a raggiera dalle sue palpebre, e la chioma candida stava cominciando a diradarsi. Accennò con il capo al signore di prima, appena visibile in fondo al giardino. «Quell’uomo è stato incauto, ma ora il suo cuore è molto più leggero» ci disse. Non sapevamo a cosa si riferisse, ma prima ancora che potessimo chiedere spiegazioni – col rischio concreto di apparire indelicate – il reverendo ci invitò a sederci sul tatami e ci offrì del tè.
In quel clima rilassato, gli raccontai tutto: la morte di mio padre, il butsudan a lui dedicato, il maremoto, e infine le apparizioni che mi perseguitavano da giorni. Mia madre sedeva a fianco a me in silenzio, le mani giunte in grembo, mentre Sasaki ascoltava e annuiva. Quando finii, sorrise tranquillo e non diede alcun segno di stupore, come se per lui fosse tutto normale.
«Sono giorni travagliati, questi» ci disse. «La gente non sa come reagire. Alcuni si comportano in modo avventato, non rispettano i luoghi dove sono morte tante persone… come quell’uomo che avete visto poco fa.» Fece una piccola pausa per sorseggiare il suo tè, ancora fumante. «E allora i defunti trovano il modo di vendicarsi, si ribellano all’affronto. Oppure vagano smarriti, ancora scioccati dalla violenza della loro dipartita.»
«Ma mio padre non è morto nello tsunami» osservai con un filo di voce.
«Certo» concesse lui guardandomi negli occhi, sempre con quel sorriso. «Ma tu stessa mi hai detto che avevi l’abitudine di omaggiarlo ogni giorno, davanti al suo butsudan.»
All’improvviso capii. Lo tsunami aveva spazzato via tutto, la nostra casa e quello che si trovava al suo interno. Il butsudan, le offerte votive e l’ihai erano stati disintegrati dalla forza dell’acqua.
Avevo smesso di celebrare il ricordo di mio padre… e lui, privato di questo conforto, era tornato da me in cerca di affetto.
«Vedi, in te c’è la sua carne, nelle tue vene scorre il suo sangue» proseguì Sasaki. «Tu sei il suo appiglio nel mondo dei vivi, e il suo spirito disorientato si è fatto strada fino al ricordo più intimo che aveva di voi.»
Mia madre cominciò a singhiozzare. «Chiedo scusa» sussurrò mentre cercava un fazzoletto nella borsa.
«Non si preoccupi. Gli restituiremo la pace.»
Il reverendo mi chiese di stendermi sul tatami a occhi chiusi, poi fece serrare le porte. La grande stanza scivolò nella penombra, e io provai una vaga sonnolenza che mi intorpidiva le membra.
«Che cosa vuole fare?» chiese mia madre.
«Libereremo sua figlia da questo peso.»
«Servirà a darle conforto?»
«Certo. Non solo a lei, ma anche a suo padre.»
Sbirciai la mamma dalle palpebre socchiuse, e la vidi corrugare la fronte: dal suo punto di vista, l’utilità del rituale doveva essere soprattutto simbolica. Comunque, si inginocchiò al mio fianco e mi prese la mano, accarezzandone il dorso con grande dolcezza. Io intanto ero sempre più assonnata – dormivo poco in quel periodo – e quasi non mi accorsi del solito formicolio sulla gamba. Eppure c’era: potevo sentirlo distintamente mentre mi accarezzava le ginocchia, gli stinchi e le caviglie.

Con gli occhi ridotti a fessure, mi parve di scorgere la sagoma dell’ombra che si confondeva nel buio: ricordava davvero mio padre, il suo corpo asciutto seduto sul mio letto quando mi dava la buonanotte.
La mamma ebbe un sussulto, mi strinse forte la mano. Lo vedeva anche lei.
Trattenni il respiro quando il reverendo suonò il tamburo del tempio, prima di recitare il sutra del cuore. Sentirlo declamare l’inconsistenza di tutti i fenomeni ebbe un effetto rasserenante su di me… come se nessuno di noi, compreso quel che restava di mio padre, avesse nulla di cui preoccuparsi.
«Masanobu» disse infine Sasaki. «Il mare si è preso la tua vita, e il mare ti ha riportato indietro. Ma ora questo non è più il tuo posto. Tua figlia si ricorda di te. In lei c’è la testimonianza del tuo passaggio sulla Terra… in lei c’è il tuo retaggio fra i vivi. Se è un mondo freddo e oscuro quello che vedi attorno a te, come gli abissi del mare che ti ha inghiottito… tu cerca la luce.»
Il formicolio cominciò ad attenuarsi, diventò come il tocco evanescente di una piuma. Immaginai mio padre camminare sul fondo del mare, e poi aggirarsi fra i detriti di Kesennuma in cerca della sua casa, circondato da spiriti ugualmente disorientati che frugavano tra le scorie della loro vita mortale.
«Segui la luce, Masanobu» ripeté il sacerdote. «Questo è il tuo nome, e noi ce lo ricordiamo.»
Il tamburo suonò ancora, ne percepii il riverbero sulla punta delle dita. Forse fu solo suggestione, ma non appena il formicolio sparì, mi parve di sentire un’ultima volta quella voce lontana: «La mia piccola gazzella…»
E fu allora che mi tornarono alla mente le istantanee della mia vita con papà, lampi mnemonici che mi sfuggivano dalle mani come il filo di un aquilone, ma che cercavo di stringere al petto per non farli volare via.
Quella volta che mi portò a Tokyo e la folla di Shibuya mi terrorizzò, ma lui disse che nemmeno un oceano di persone lo avrebbe tenuto lontano da me.
Quella volta che togliemmo le rotelle alla mia prima bicicletta, e la sua mano mi guidò nel vento finché non imparai a pedalare da sola.
Quella volta che ruppi il modellino di una barca nel suo studio, e lui mi aiutò a ripararlo con una lacca dorata che lo rese unico e prezioso.
Quella volta che trovai un bombo intrappolato nella mia camera, scappai via spaventata e lui mi aiutò a liberarlo, spiegandomi la sua importanza in natura.
Quella volta che tornò a casa tardi dal lavoro e mi trovò ancora sveglia nel mio letto, il respiro
affannato per un brutto sogno, e rimase a vegliarmi finché non mi addormentai.
Quella volta che vinsi la mia prima gara, tagliai il traguardo e vidi che lui era lì, a incitarmi e applaudirmi, sempre presente, sempre lì, dove potesse rassicurarmi e proteggermi con la sua sola presenza, il suo sguardo quieto e i suoi modi gentili.
Mio padre.
Condivido questa storia perché il suo spirito possa contare sulla nostra memoria collettiva, e non si senta mai abbandonato nelle sue peregrinazioni ultraterrene.
Ora, nella mia casa c’è un nuovo butsudan a lui dedicato, sempre ricco di fiori, incenso e altre offerte, mentre il suo nome è tornato a campeggiare sulla superficie lucente di un ihai. Solo nelle notti di metà agosto, quando festeggiamo l’Obon e le nostre abitazioni sono addobbate a festa per i defunti, mi capita di sentire nuovamente il suo tocco discreto sulle gambe. Allora accendo una lanterna per il Tōrō nagashi e la affido al fiume, dove il bagliore di mille piccoli soli lo aiuterà a ritrovare la strada.

Glossario dei termini giapponesi:

Kaidan: storia di fantasmi

Butsudan: piccolo mobile a due ante, adibito alla commemorazione dei defunti

Ihai: tavoletta su cui è inciso il nome del defunto

Tatami: tradizionale pavimentazione giapponese composta da pannelli rettangolari modulari

Obon: festa di tradizione buddista in cui si commemorano gli antenati

Tōrō nagashi: cerimonia che consiste nel porre in un corso d’acqua delle lanterne di carta, ognuna delle quali rappresenta l’anima di un defunto

Addio al celibe

 

di Andrea Genzone

Alle tre del pomeriggio i falegnami si sfilarono i guanti, gli impiegati spensero i computer, le sarte misero da parte stoffe e pellami. Giovanni Piccolo gettò sul banco il trapano elettrico e si asciugò le mani sudate sulla tuta. Guardò in alto, verso le vetrate degli uffici. Oltre la tenda scostata della direzione riconobbe la sagoma di Mauro Costa, amico d’infanzia e amministratore della Fernando Costa Divani.
Era un venerdì di dicembre e quel giorno la fabbrica chiudeva in anticipo. L’indomani Costa si sarebbe sposato con Rebecca Longo, ex operaia del reparto falegnameria, e così aveva deciso di festeggiare regalando a tutti qualche ora di libertà. Dopotutto, quella storia d’amore era nata e cresciuta lì dentro, tra le macchine e gli operai che avevano fatto di quell’azienda il fiore all’occhiello dell’artigianato brianzolo.
Quanto a Giovanni Piccolo, in qualità di testimone di nozze, era da settimane impegnato nell’organizzazione di quello che definiva il più indimenticabile degli addio al celibato e si apprestava, parole sue, a scatenare l’inferno. Mostrò il pollice alto in direzione della finestra: era il momento della prima prova. Costa sapeva già cosa doveva fare.
Venti minuti più tardi i dipendenti della fabbrica erano in strada ad aspettare. Videro il loro capo uscire dal capannone, ancheggiando in un vestitino femminile di lana nera, calze autoreggenti e un seno posticcio. Scarpe dai tacchi alti, ma non esagerati. Sulla testa una parrucca di capelli biondi e ricci.
“Somiglia alla sua futura moglie” commentò una delle sarte, “solo un po’ più bassino.”
“Minchia, vero è!” disse Giulio Tosto, l’impiegato siciliano che si occupava delle spedizioni.
“Se ci levi la barba è lei! Ma almeno una zeppa da buttana ce la potevi mettere.”
I dipendenti guardarono Piccolo, dal quale non si sarebbero aspettati tanto buon gusto.
“In effetti abbiamo pescato di nascosto dall’armadio di Rebecca” disse, mentre con il cellulare riprendeva l’amico e lo mandava in diretta Facebook.
“Sì, Giovà, ma anche i capelli sono uguali,” insistette la sarta, “sembra proprio lei.”

Ti ricordi il pomeriggio in cui abbiamo rotto il vetro con una pallonata, in cortile? Ero stato io e tu ti sei preso la colpa.
Quando tuo padre è tornato dal lavoro i miei gli hanno spiegato la cosa, sul portone d’ingresso. Mia madre, sempre con quella vocina da leccaculo, sempre in difesa:
“Sa, dottor Costa, io e mio marito glielo diciamo sempre ai bambini che qui non si può giocare, ma appena ci voltiamo dall’altra parte per fare le nostre faccende…”
Poi tu hai preso l’ascensore e sei salito nell’attico all’ultimo piano, con tuo padre che ti teneva una mano sulla spalla – sai quanto gliene fregava a lui di uno stupido vetro – e io sono rientrato in portineria, come ogni sera, con quella puzza di verdure bollite che non se ne andava mai. Mio padre distribuiva la posta agli ultimi condomini di rientro, con quei suoi inchini del cazzo che faceva con la testa, e mia madre mi ha mollato una sberla che mi fa male ancora adesso.
“E ringrazia che quel bambino è un santo,” mi ha detto, “che sennò ci toccava pure di pagare i danni.”
Aveva visto che ero stato io, capito? E intanto si contava e ricontava le centomila lire che tuo
padre le aveva dato per far aggiustare la vetrata. Poi ha messo in tavola la minestra, una roba verde che mi faceva venire da vomitare:
“Mangia.”

Costa se la cavò con stile, nonostante quella trovata del travestimento gli sembrasse un po’ banale. Non voleva deludere Piccolo, che si era dato tanto da fare, il giorno prima, per scegliere quei vestiti dall’armadio di Rebecca. Erano entrati di nascosto nell’appartamento – con le chiavi, ma di nascosto – e avevano riso come quando, da ragazzini, facevano esplodere petardi nelle cantine condominiali. No, non voleva proprio deluderlo, così fece volteggiare la borsetta intorno all’avambraccio e cercò di fermare qualche automobilista. Ricevette in risposta colpi di clacson, insulti. Grandi risate. La prima prova l’aveva superata.
“E adesso dove mi porti, maschione?” disse, mettendo una mano sulla spalla di Piccolo, quasi mezzo metro più alta della sua.
A parte Giulio Tosto, anche lui amico di lunga data del festeggiato, tutti i dipendenti andarono a casa a godersi il pomeriggio di riposo. I tre salirono sulla Golf GT di Piccolo e si diressero verso la seconda tappa di quei festeggiamenti, che l’organizzatore definì una corsa alcolica sulle minimoto, ovvero una gara di velocità da iniziarsi dopo aver bevuto insieme diversi bicchieri di un gin tonic rinforzato.
“L’ho fatto con queste mani” disse Piccolo, sollevando dal volante quelle pale da pizza che aveva in fondo alle braccia.
“Prima mi posso cambiare, almeno?” chiese Costa.
Bevvero l’intruglio nello spogliatoio. Si misero i caschi, le protezioni e si presentarono alla griglia di partenza. Erano in quindici, compresi gli amici storici che si erano fatti trovare lì.
(Sorpresa!
Oh mio dio, che cazzo ci fai coi vestiti di Rebby?
Frocio! Frocio! Frocio!
Dai, troia, fammi toccare.)
Piccolo era partito in fondo al gruppo e superava con facilità quelli che aveva davanti, nonostante la stazza troppo imponente per quel mezzo. La guida veloce era il suo pane. Allungava una staccata, si piazzava all’interno della traiettoria e tanti saluti.
Arrivò alle spalle di Costa e lo mise nel mirino. Guardò i riccioli biondi svolazzare sotto il casco, le gambe fasciate nelle collant con il rigonfiamento all’altezza delle ginocchiere. Gli prese la scia sul rettilineo più lungo, senza farsi vedere, e poco prima della curva lo affiancò. Rimase all’interno della sua traiettoria fino all’ultimo, poi piegò e andò verso la corda. Costa fu colto di sorpresa e tirò il freno. Finì contro le gomme di protezione.

Poi è finita la scuola. Non ci eravamo mai persi di vista, anche se tu avevi fatto il liceo e io l’istituto tecnico. È un miracolo che non mi abbiano mai bocciato. Tu, com’era naturale, ti sei
iscritto all’università, mentre io…
Me ne volevo andare da questo cesso di città, da quell’odore di verdure bollite. A me interessavano i motori, lo sai benissimo: quante volte ne abbiamo parlato? Ero in grado di smontarti e rimontarti lo scooter dalle carene all’albero motore in mezza giornata.
Ma come potevo rifiutare, eh? Come potevo quando il distinto, generoso e soprattutto ricchissimo dottor Fernando Costa si è degnato di scendere al più basso dei piani bassi, nella portineria fetida, e mi ha offerto un lavoro nella sua pregiata fabbrica di divani? A mia madre brillavano gli occhi, mio padre aveva il mal di collo a forza di inchini.
La vecchia: “Dì grazie al dottor Costa, Giovanni!”
Il vecchio: “Non sei contento, Giovà? La fabbrica di divani del dottor – inchino – Costa!”

A cena andarono al Pedro. Costa fu accompagnato a capotavola, un po’ barcollante per l’effetto dell’alcol. Le autoreggenti strappate dove avevano sfregato contro le gomme, durante la corsa.
Piccolo si mise dall’altro capo della tavolata. Durante la cena tenne d’occhio Costa e capì che era vicino al limite quando, nel portare alla bocca l’ultima fetta di pizza, lo vide sbagliare mira e spalmarsela in faccia.
Alzò la mano e chiamò il cameriere:
“Un altro giro!”

Hai finito l’università, ovviamente col massimo dei voti. Neanche avessi avuto bisogno di dimostrare qualcosa, di farti una posizione nel mondo… La tua strada era già bella e pronta, fin dalla nascita.
Così, quel 13 settembre, mi hai detto: “Andiamo insieme, domani?”
Era il tuo primo giorno. Che bellezza, eh? Inseparabili come un tempo. Da allora abbiamo iniziato ad andare insieme al lavoro, una volta con la tua e una volta con la mia, come se fossimo davvero colleghi. Eppure sono sicuro che per te era bello, che non sentivi qualcosa di stonato come lo sentivo io. Neanche quando, all’ingresso della fabbrica, tu salivi nell’ufficio della direzione, da dove potevi vedere tutti i reparti, mentre io mi infilavo la tuta e accendevo le luci della falegnameria.
Sei stato da subito un capo modello. Da quando sei arrivato era tutto un commentare che le cose erano cambiate. Sala ristoro con divano e televisore, permessi più facili da ottenere, niente più straordinari obbligatori… Trovavi tempo per tutti, chiamavi ciascuno per nome, cercavi di trovare una soluzione ai problemi. E so che eri sincero.

L’ultima fase di quell’addio al celibato si svolse al parco pubblico, poco lontano dal Pedro. Il locale aveva chiuso la serranda ed erano le tre del mattino. Mancavano otto ore alla cerimonia, che si sarebbe svolta alle undici nella chiesa di San Bartolomeo. Centosettanta invitati più il prete e i fotografi.
Ormai i giochi preparati da Piccolo erano finiti. Al pub c’era stato lo strip-tease goliardico e quello serio, c’era stata la torta coprofaga e quella con la sorpresa.
(Dis-cor-so! Dis-cor-so!
Ollelle. Ollalla. Faccela vedè…
Per lo sposo Hip Hip – rutto generale.
E giù a bere.)
Nel parco Piccolo aveva pensato di organizzare una specie di staffetta con le braghe calate e una caccia allo scoiattolo con le pietre – era pieno di scoiattoli quel parco – ma si rese conto che i pochi invitati rimasti non avevano più molte energie. E anche lui, ormai, era ubriaco. Di tutta la compagnia, solo Giulio Tosto sembrava avere conservato una minima padronanza di sé.
Per concludere la festa gli restava solo l’imbuto.
Prese sotto braccio il festeggiato, un po’ infreddolito in quel vestitino corto e completamente perso sotto l’effetto dell’alcol. Lo fece sdraiare su una panchina e chiamò gli altri a farsi intorno.
Dallo zainetto estrasse un imbuto e una bottiglia di gin. Il festeggiato rise, biascicò qualcosa di incomprensibile e aprì la bocca. Il pubblico fece:
“Ooooooooooh-lè!”
Il liquido iniziò a scendere, il pomo d’adamo di Costa si muoveva su e giù.
Poi un colpo di tosse, un respiro soffocato.
“Forza, Maurino,” disse Piccolo, “non abbiamo ancora finito.”
Costa si calmò, riprese a respirare normalmente. Guardò l’amico negli occhi e gli sorrise.
Piccolo riprese a versare.
Qualche secondo dopo Costa perse i sensi, mentre il gin gli colava ai lati della bocca.
“Fermati, che minchia fai!” disse Tosto. “Così lo ammazzi.”
Ma Piccolo non si fermò, teneva la bottiglia in verticale, premeva l’imbuto più a fondo nella gola di Costa e aveva le lacrime agli occhi.

Poi ci fu quella sera di un anno fa. Mi hai invitato al Pedro dopo il lavoro, ti ricordi? “C’è anche Rebby” hai detto. Quello che forse non sai è che io non avevo voglia di venirci, perché quel giorno avevo sgobbato come un maledetto per quella consegna urgente che partiva il mattino dopo. Ma tu, comodo nel tuo ufficio, con la poltrona girevole di pelle, che cazzo ne sapevi! Però ci sono venuto. Ti dovevo gratitudine e non me lo dovevo dimenticare.
A metà della serata ti è suonato il cellulare e sei sparito. Tuo padre, che era rimasto in ditta, aveva bisogno urgente di trovare alcune carte, sempre per quella spedizione. Almeno, questo è quello che ricordo.
Rebby… Rebecca, era incazzata nera. E alla pinta di doppio malto che aveva bevuto ne ha aggiunte altre due. Non ne poteva più di quel tuo correre sempre dietro al lavoro, dietro a chiunque avesse bisogno. All’epoca non lavorava già più con noi da un annetto, mi pare, e avevate già fissato la data del matrimonio. Io la guardavo e non sapevo che dire. Lei si lamentava: “Alla fine mi ritrovo sempre sola e non posso nemmeno maledirlo, perché lui è troppo perfetto. A volte lo odio proprio!”
Sì, sei sempre stato un perfettino del cazzo. Buono da fare schifo. Anche adesso, mezzo morto su questa panchina, mi sorridi ad occhi chiusi come se fossi la persona più importante della tua vita. Dio santo, sto perdendo il controllo.
Me la sono scopata, Mauro. Questo lo devi sapere. Siamo usciti dal Pedro che non si reggeva nemmeno in piedi, la guardavo ancheggiare nel vestitino di lana nera, i tacchi alti ma non cafoni, quei riccioli biondi. Bella topa, tutto sommato, senza la divisa da operaia. Allora le ho preso la mano e le ho detto: “Facciamo due passi nel parco.” Proprio qui, dove siamo adesso.
L’ho portata dietro a quegli alberi, in quell’angolo dove nessuno ci poteva vedere. L’ho presa da dietro, l’ho sbattuta contro quel tronco, e non le ho chiesto il permesso. Non ti ha mai detto niente, vero?

Giulio Tosto strappò di mano l’imbuto a Giovanni Piccolo. Dovettero prenderlo in due per spostarlo, mentre cercava di versare altro gin nella gola di Costa. Chiamarono i soccorsi.
Con la bottiglia in mano Piccolo si allontanò da solo verso un angolo buio del parco, sedette con la schiena appoggiata a un albero. Bevve un sorso e guardò gli amici muoversi intorno al corpo di Costa, sentì le loro voci spaventate.

Non abbiate paura! Mauro va in paradiso, di sicuro.

Giovanni Piccolo alzò la bottiglia e brindò:

Alla nostra amicizia.

UNA QUESTIONE di TEMPO

 

di Rosmunda

“Posso sedermi?”.
“Certamente” rispose con un sorriso tirato e riprese la lettura del
giornale.
“Interessante?”.
Enrico alzò il sopracciglio “Ci conosciamo?”.
“Più o meno” disse l’altro accomodandosi.
Enrico avvicinò il viso per scrutarlo. No, non conosceva quell’uomo,
anche se il tempo cambiava chiunque, anche lui.
“Non ci arrivi proprio?”.
Enrico lo guardava come cercasse di svelarne le sembianze, forse
qualche amico d’infanzia?
“Uff, ti facevo più sveglio, non sei tu quello che non vuole morire?”.
“Penso di essere in buona compagnia”.
“Sì, siete parecchi” si guardò intorno con aria annoiata “specie quando
raggiungete una certa età”.
“Credo sia inevitabile”.
“Non c’è nulla di inevitabile”.
Tranne la morte, Enrico non osò dirlo e l’uomo parve non pensarlo.
“Ad ogni buon conto, adesso parliamo di te”.
No, lui non aveva paura di morire, di invecchiare forse. L’idea del
corpo che lo tradiva, abbandonava piano piano, forze, energie che
sparivano, la prospettiva di non riconoscersi più, non riuscire a fare
quello che voleva quando voleva, di non essere lui a disporre del
proprio corpo bensì questo di lui, lo atterriva. Meglio morire subito, un
colpo e via. Anche se ultimamente…
“Non è forse vero che da mesi vai dicendo ‘non adesso’?”.
Sì era vero, ma era diverso. Si chiedeva, si tormentava da settimane,
doveva lasciare proprio adesso? Ora che cominciava a divertirsi? Non
si era mai fatto mancare nulla, certo. Ma ora, dopo una vita passata a
lavorare, faticare per sé e tutta la famiglia, adesso che finalmente
poteva tirare il fiato, dedicarsi (a tempo pieno) al suo esclusivo
piacere, doveva mollare? Per l’amor del cielo, se costretto lo avrebbe
fatto, non si era mai tirato indietro in vita sua, ma se c’era un modo…
“Vedo che ci stai arrivando”.
Quell’uomo iniziava a dargli sui nervi, sapeva troppe cose e aveva un
che di supponente.
“Veniamo al dunque che non ho molto tempo” lo guardò, sorrise “e
neanche tu”.

Aspettò qualche istante, quasi volesse far atterrare bene bene lo
sgomento nell’interlocutore e poi riprese “Allora cos’è che vuoi
stavolta?”.
Enrico non aprì bocca.
“Soldi non credo, giusto?”.
Di soldi ne aveva in abbondanza, più di quelli che sarebbe riuscito a
spendere. Lo aveva detto ai suoi figli “Vi lascio tutto quello che non
riesco a spendere” ed era stato di parola, cene, viaggi, dipinti e gioielli
antichi, regali a non finire, non per sé ma per quelli che lo
circondavano. Gli dava un gran piacere regalare.
A Pallina si illuminavano gli occhi, il viso si faceva bellissimo, lo
abbracciava, lo baciava, feste a non finire, sembrava una bambina.
Quello era il bello, con un niente esaudire i desideri degli altri, prima
ancora che sapessero di averli. E a lui, in fondo, costava niente. I soldi
servivano per essere usati, questo andava ripetendo, specie quando la
donna non si staccava da lui.
“Che altro desideri?”.
Che desideri poteva ancora avere lui? Ormai li aveva esauditi tutti,
voleva smettere di essere povero e c’era riuscito, diventare ricco
sfondato e lo aveva fatto, avere una bella famiglia e aveva pure quella.
Desiderava vedere almeno il suo primo nipotino ed era già al quarto –
se adesso sua figlia Federica avesse smesso di sfornare pargoli e si
fosse dedicata all’Agriturismo che le aveva regalato ne sarebbe stato
contento, ma non era un vero desiderio, solo un’idea, per il bene della
figlia e del pianeta.
Altra cosa erano i sogni, quelli sì ne aveva. Il più grande lo stava
realizzando proprio ora, il suo Cinema lo occupava giorno e notte –
beh la notte sapeva impiegarla anche diversamente – ma insomma
aveva un gran da fare, scegliere i film, programmare gli spettacoli,
organizzare le serate, intrattenere registi, attori, conoscere le loro
storie, le storie dei loro film e gli piaceva, gli piaceva da morire.
“Soldi ne hai, donne pure” lo sconosciuto lo guardò “e parecchie”
quell’occhio furbo non piaceva proprio ad Enrico “non ti manca
nulla?”.
Se proprio poteva chiedere, qualcosa ci sarebbe stato, solo per finire di
realizzare il suo sogno più grande.
“Tempo? E’ questo che vuoi? Tutti a volerne di più, foste almeno
capaci di usarlo bene”.
“Questo so farlo, non si può negare”.
“Uno dei pochi, sentiamo, quanto te ne occorre?”.
“Dipende, quanto ne posso chiedere?”.
“Tutto quello che vuoi”.

“Sì, ma in cambio?”.
“Tutto quello che voglio io”.
A Enrico mancò il fiato.
“Tu a cosa saresti disposto a rinunciare?” lo fermò ancora prima che
aprisse bocca “Non sciocchezze, sia chiaro”.
Ci pensò un po’, guardò il mare, la costa, le spiagge, alcune barche a
vela solcavano l’acqua, un enorme telo azzurro, liscio, disteso, senza
una grinza, poi guardò l’uomo “La mia casa al mare”.
“Non ci siamo capiti, qualcosa cui tieni davvero”.
“Ci tengo tantissimo”.
L’uomo scosse la testa “Intendo, irrinunciabile…”.
“Come la mia anima?”.
“No, quella l’abbiamo già”.
Il caffè gli andò di traverso, sapeva da tempo che sarebbe andato
all’Inferno ma addirittura la sua anima…
“Non ricordate mai voialtri, da dove credi arrivino tutti quei desideri
esauditi? Tutto ha un prezzo”.
“Pensavo di averlo pagato abbondantemente”.
“Sottostimate voi, specie se dovete prendere di nuovo quella piega
cattiva nell’angolo sinistro”.
“Cos’altro volete allora?”.
“Che so, qualcosa di prezioso, tipo un figlio, un nipote, hai appena
avuto un nipotino no? Lo avrai visto sì e no tre volte”.
Tre, quattro, dieci non voleva dire nulla, non era quello che contava,
ogni volta che poteva e lui era ancora un uomo molto indaffarato,
pensionato per modo di dire, chi pensava mandasse avanti la Società?
Quei rimbambiti dei figli? Ci voleva una balia per loro. Così si
ritrovava con doppio lavoro, il cinema e tutte le beghe del precedente.
Ma non si lamentava, non era mai stato capace di stare con le mani in
mano e poi quella sala era il suo sogno e i sogni si pagano.
“Allora siamo d’accordo? Il piccolo Jacopo?”.
“Sei pazzo?” né lui né Chiara né la piccola Francesca, li voleva vedere
crescere, almeno un pochino.
“Tua figlia allora?”.
Federica?, un’inguaribile rompipalle, tutti d’accordo, lo aveva detto
anche al genero prima di portarla all’altare ‘Sicuro sicuro? Ora mio
caro sono cavoli tuoi!’. Ma di qui a sacrificarla ne passava, era un
pezzo di lui, della sua vita, della sua felicità, non ne avrebbe potuto
fare a meno, mai.
“Come sei noioso, tua moglie? Anche se, per uno come te, sarebbe
quasi una liberazione ”.
Sbagliava. Per quanto avesse avuto un’infinità di donne, bene o male

sempre da lei era tornato. E ancora adesso, non ci pensava proprio a
lasciarla, non poteva immaginarsi senza di lei, semplicemente non si
immaginava neppure solo con lei. Che ci poteva fare se era un tipo
fantasioso?
“E la tua bella amante, che ne dici?”.
Pallina? Proprio adesso che aveva ricominciato a divertirsi, quella
schifosetta lo faceva diventare matto, l’aveva cercata una vita intera
una così e ora che l’aveva trovata doveva rinunciarvi?
“Insomma non rinunci ai soldi, al successo, ai tuoi figli, ai nipoti,
neppure all’amante e allora cosa pretendi?”.
Era vero, e non pretendeva nulla. La sua vita era già perfetta così, non
avrebbe saputo fare a meno di nessuno dei suoi cari, di quanto aveva
fatto e conquistato, o di ciò che faceva ora, allora forse… davvero si
poteva dire…
“Ho capito, un altro di quei falsi infelici che mi fanno perdere un
mucchio di tempo. Blaterate tanto, sempre a lamentarvi ma poi, stringi
stringi, non volete rinunciare a nulla di ciò che avete. E allora
tenetevelo ben stretto e non chiamate me, che ho altro da fare!” e in un
attimo si dissolse nel nulla “Ci vediamo dall’altra parte!”.

Soledad

di Marta G.

Giù di corsa, le scarpe ancora umide lasciavano impronte sul marmo.
– Arrivederci! – un altro saluto sospeso nel vuoto, lasciato a fluttuare in quell’antro scuro come un pesce nella sua boccia tonda, con gli occhi spalancati in cerca di uno sguardo di riconoscimento, o perché no di una risposta a quel suo vago e incessante modo di stare al mondo.
I passi di Barbara risuonavano sull’asfalto, camminando guardava per terra le sue scarpe bianche sporcate dalla pioggia muoversi sicure, con velocità.
Chissà se loro sanno dove stanno andando, chissà se posso lasciare che siano loro a scegliere la strada – pensava slegando la bicicletta inchiodata al palo.
Le ruote erano sgonfie, sembrava che a nulla fosse concesso di rianimarle. Barbara salì sulla sua bici e cominciò a pedalare, e fu in quell’istante, alzando lo sguardo dritto davanti a lei, sopra il manubrio, fissando la strada, e con lei le macchine e le persone tutt’intorno, e i negozi e i colori dei palazzi, che la vide; il suo cappello, la sua lunga treccia.
Decisa a infrangersi su quella riva, Barbara non voltò sulla strada ma continuò a pedalare lenta sul marciapiede; al rallentatore, vide Soledad girare il corpo, chiudere e riaprire veloce le palpebre e poi
fermarsi immobile, fissarla con i suoi occhi incredibilmente gialli.
– Sei qui, pensavo non ci fossi più, non ti ho più trovata…
– Non mi hai cercata.
– Ti ho cercata, qui. Ci siamo sempre incontrate qui, non potevo sapere…
– Cosa?
– Dove… dimmi, dove sei stata? Come stai?
Soledad rise con tenerezza, Barbara se ne dispiacque.
– Ridi di me, Soledad? Oh, mi spiace, per…
– Basta.
Soledad aveva la pelle più scura di quanto Barbara si ricordasse; erano mesi che non si vedevano, eppure erano state… Barbara non aveva le parole per dirlo, per dirselo.
Erano state che cosa?
– Mi spiace, non so cosa dire… no, vorrei dire tante cose ma non ho le parole. Capita anche a te? Come quando hai il mondo dentro che non esce, e allora sai che devi dargli una forma e la cerchi disperatamente e comunque non la trovi e allora rimani con tutte le tue parole inesistenti nel cuore e invece escono fuori solo le cose inutili che nessuno ascolta, come adesso vedi, volevo dirti l’essenziale e ti ho riempita di parole.
Soledad la osservava silenziosa e seria; forse le era mancata quella sua amica che le parlava a gran
velocità, dimenticandosi che lei, Soledad, era straniera, non capiva certe cose. Altre sì, naturalmente; ma certe cose di Barbara no, proprio non le capiva.
– Non capisco.
– Scusa parlo veloce, e parlo di me, e vorrei sapere di te… se ti va, di parlarmi ancora, dopo tutto…il
tempo, e quello che è successo… Soledad, ci tengo a dirtelo, io avrei voluto aiutarti, ma proprio non
potevo, tu mi capisci vero? Te l’avevo spiegato, ti ricordi?
– Ricordo.
– Bene – un sorriso flebile, come un sussurro, mosse le labbra di Barbara – sono contenta che non hai dimenticato quello che ci siamo dette… che avrei provato a chiedere, ma che non ero certa che ci sarebbe stato un posto libero… e che comunque l’iter sarebbe stato lungo, che avresti fatto i colloqui, e… accidenti, ma come sta la piccola, Soledad non te l’ho nemmeno chiesto, come sta?

– Bene – il volto di Soledad si illuminò e dalla sua persona uscì il sole e nessuna traccia di solitudine. – E’ grande.
– O Soledad, come sarei felice di vederla, ma dove state ora?
– Ventimiglia.
– Miglia? No, Soledad, qui non… oh, ma che sciocca, Ventimiglia certo, a Ventimiglia! È lontano, be’ neanche troppo… oh Soledad come sono felice di vederti, ho temuto che non ti avrei più incontrata… non avrei saputo dove cercarti, non avrei potuto trovarti… che buffo, tu invece sai dove trovare me. Non ci avevo mai pensato. Pensavo di poterti aiutare, di sapere, e invece io non so nulla, e tu…
– So tanto di te.
Barbara la fissò, spostò impercettibilmente indietro la testa, e il corpo si irrigidì in un movimento involontario, e anche per questo non gradito.
Lei sapeva, Soledad la conosceva; la sua città, i suoi luoghi, e poi il lavoro, l’esigua spesa e la sua bicicletta rosa. Soledad la vedeva immergersi nei suoi pensieri, prendere aria il tempo di un saluto e
tornare nelle profondità oceaniche che si sentiva costretta ad esplorare. Soledad le aveva domandato della sua casa, una volta, e Barbara le aveva detto tra le altre cose la via, e poi se n’era spaventata e si era stupita di quel timore che le aveva occupato la mente; di Soledad poteva fidarsi, no? Di Soledad lei era… che cosa?
– Siamo amiche!
Ma come poteva dire una cosa del genere? Come potevano loro essere amiche?
Erano estranee l’una all’altra, le loro solitudini si incrociavano nello spazio di una via, nel tempo concesso dalla clemenza della sua stessa frenetica esistenza, ma bastava questo per dire, o pensare, amicizia?
– Amiche… non ho molte amiche, in fondo… forse parlo troppo per…
– A me piace, la tua voce, il tuo suono.
– Non sapevo di avere un suono, Soledad. Non l’ho mai ascoltato, non sono mai rimasta in silenzio ad ascoltarlo. Come hai fatto, tu? Sei rimasta qui, ferma, e hai imparato tante cose di me, di noi… e io pensavo di conoscerti, e credevo di aiutarti, e adesso è chiaro che non è così, e tu mi sei estranea ma io ti sono amica, e mi sento sola, in questo non conoscerti, sola per non averti incontrato, al di là di quello che posso fare, che non riesco a fare…
– Non capisco.
– Scusa, dico i miei pensieri.
– Ascolto.
– Io… è così… sconvolgente… io ho studiato, sai, per imparare ad ascoltare…
– Studia …
– Via di qua, è privato! Via, non puoi stare, ogni giorno è così! – Barbara riconobbe la voce grave del
portinaio irrompere nella loro conversazione, si voltò e poi abbassò lo sguardo.
– Vigliacca, cosa fai? – pensò di se stessa.
Soledad raccolse il cappello lentamente, al ritmo naturale del suo respiro.
– Via, non mi senti? O non capisci, forse? – continuava ad abbaiare l’uomo.
– Sente e capisce, non si preoccupi, un attimo per favore – Barbara si detestava per quel poco che riusciva a dire. Perché non urlava? Perché non si ribellava?
– Sono come lui – pensò inorridita – ci dev’essere qualcosa di orribile, dentro di me, che mi fa sentire d’accordo con lui…
Il portinaio se ne andò, nemmeno un arrivederci, un saluto. Si allontanò sprezzante, neppure fiero di aver compiuto quel suo lavoro; arrabbiato, e indifferente insieme. Arrabbiato per tutto e quindi assolutamente disinteressato ad ogni questione.
Barbara guardò Soledad cercando complicità contro quell’esistenza cui non voleva concedersi, lei in risposta la guardò con placido disappunto.
– Ciao, vado via, torno domani, magari con lei.
– Vai? Sì, mi spiace… domani, oh che bello, speriamo! Dovrei passare, domani, si ci sarò… ciao… Soledad, sono felice…
Barbara la guardò allontanarsi sul marciapiede grigio; la luce si rifletteva nelle pozzanghere in cui i suoi grandi piedi non avevano alcun timore ad entrare. Sapeva dove andare, a quanto pare. Camminava decisa, senza fretta, sicura, stabile, come ancorata a terra seppur in perpetuo movimento.
Barbara, invece, si sentiva un giunco in un acquitrino; guardava il suo riflesso nell’acqua tremula e si
vedeva al contrario, ribaltata. Era senza orientamento, coi confini incerti; gambe incerte cui affidarsi per scoprire il proprio passo.
Straniera a se stessa, sola in quel suo parlare senza senso, in quel pensare di sapere e conoscersi, Barbara si sedette sul sellino della sua bicicletta, illudendosi di pedalare lontano da quelle verità che sostavano invece lì, proprio sopra di lei, in attesa che il giusto silenzio, non interrotto da futili parole, permettesse loro di uscire dallo stagno.

Uno strappo nel vestito

 

di Olga Foti

Zia Laura raccontava di essersi innamorata di una divisa, una bellissima divisa bianca con i bottoni dorati.
Cose d’altri tempi, d’accordo, ma io ho un’amica che quest’estate si è innamorata di un costume da bagno, sulla spiaggia, e al primo paio di pantaloni corredati da giacca… “Ah mia cara, avresti dovuto
vederlo, penoso, altro che dio marino!” Insomma, una bella storia nata su un’isola greca, mare sabbia cielo azzurro sulla testa, svanita come una bolla di sapone.
La zia però quella divisa l’aveva sposata. Lui era capitano di lungo corso e stava in mare anche sei mesi, prima di tornare a casa in licenza. Durante una licenza lei l’aveva conosciuto ed era stata chiesta in moglie, durante un’altra si erano sposati. Lei l’aveva visto solo in divisa. Com’erano andate le cose quando l’aveva tolta non è possibile saperlo, so solo che a casa il capitano si comportava come se fosse sulla nave davanti alla sua ciurma. Poi ripartiva e la zia restava nella sua bella casa che aveva un portone di ferro con il battente a forma di drago. Nell’armadio, appesa ad una gruccia, una delle divise bianche in attesa della nuova licenza del capitano.
“Zia Laura, ci racconti della prima volta che sei andata da tua suocera, la prima visita da fidanzata?”
L’avevamo sentita cento volte quella storia ma ci piaceva sempre.
A casa della futura suocera aspettava il parentado al completo, cognate, zii, prozie… anche una cugina monaca di casa, nana, con un paio di occhi tondi dietro gli occhiali. Con la mano appoggiata al bracciodel fidanzato, zia Laura aveva fatto il suo ingresso in un salotto pieno di odori di cipria, di cera, di folla.
Sedici persone, ma a lei erano sembrate una folla immensa, travolgente, che l’abbracciava, la baciava, le si chiudeva attorno come una tenaglia. Sul tavolo c’era già pronta la cassata, la vera cassata siciliana, disse la futura suocera appena si sedettero e arrivarono a valanga domande e complimenti, congratulazioni, e, poiché era estate, anche i gelati. Per gli adulti quelli speciali chiamati pezzi duri, i coni per i bambini.
Di quella fidanzata i bambini dovevano essere un po’ delusi, dopo tanti discorsi e raccomandazioni ne pretendevano una se non proprio con le ali almeno con gli occhi azzurri e i capelli d’oro. Ma si consolarono gridando e correndo per la sala. Apparve anche il gatto e la suocera, che occupava mezzo divano che lei chiamava canapé, continuava a ripetere chis chis e fingendo di volerlo mandar via faceva dondolare i braccialetti e gli orecchini a goccia. Le cognate intanto spiegavano alla futura sposa come si prepara la torta al cioccolato e la più giovane, che aveva nove figli, diceva com’era intelligente il più piccolo, superava perfino i fratelli. Seduta vicino alla porta finestra che dava sul terrazzo la zia guardava una mosca prigioniera nella ragnatela, si sentiva anche lei una mosca, piccola, intrappolata in una grande tela.
La cugina nana disse: “Sai? Con questo vestito non sembri nemmeno troppo magra.”
La zia non ne poteva più. Decise che aveva bisogno di una pausa, ne aveva il diritto, e tacque, ignorò tutti come fosse stata sola in quella stanza che non era nemmeno di suo gusto.
“Laura, che c’è Lauretta, qualcosa che non va?”
Un segno con la mano per far capire che aveva mal di testa e i bambini furono subito mandati in giardino, gli adulti rimasero in silenzio, poi ripresero a parlare sottovoce.
Ogni tanto: “Laura, vuoi qualcosa Lauretta? Una pillola, delle pezzuole con l’aceto?”
Come i parenti nemmeno quel salotto le piaceva: troppe lampade, troppi ninnoli, mobili pretenziosi,
l’unico bello, una specchiera di mogano di un caldo legno che dava sul rossiccio, era relegato in un
angolo, come in castigo.
“Laura, vuoi distenderti sul letto?”
Fece segno di no e prese un’immediata decisione: sistemare quel salotto a modo suo. Mentalmente, si capisce. Spostò una consolle, eliminò qualche lampada, sostituì l’impiallacciatura di una credenza. Poi bruciò i quadri, mandò in cantina uno sgabello e una poltrona, buttò dalla finestra tutti i soprammobili e – visto che c’era – anche la cugina nana. Infine, soddisfatta, si mise ad osservare il disegno del tappeto che copriva il parquet.
“Laura, come stai Lauretta, mandiamo a chiamare il medico?”
“No” disse la zia “avevo mal di testa ma è passato” e sorrise amabilmente.
“Povera cara, commentò la suocera, ti succede spesso?”
La cugina nana volle far sentire il suo parere: non c’è cosa peggiore di una moglie che ha sempre mal di testa.
Si sposarono.
Uscivano a braccetto a passeggiare lungo il corso e tutti dicevano com’era stata fortunata, sposare un capitano! Guardate che divisa! A casa lui leggeva alla moglie le notizie del giornale, diceva come
bisognava interpretarle, e quando andavano a teatro le spiegava cosa succedeva sulla scena. Poi ripartiva e la zia rimaneva nella sua bella casa con il drago nel portone che non riusciva però a tener lontano nemmeno uno dei numerosi parenti del marito. Tutti così affettuosi, pronti a dirle cosa doveva fare e pensare, ed erano sempre da lei, soprattutto per le feste perché dai balconi si vedeva la processione. Per la processione del Santo Patrono, in gennaio, la casa fu letteralmente invasa. Fuori frastuono di campane, dentro vociare di bambini che aprivano e chiudevano porte, giravano per le stanze. La suocera aveva invitato anche altra gente, parenti di parenti, e tutti erano arrivati prima del previsto. Lei aveva appena avuto il tempo di indossare un vestito, lo sentiva un po’ stretto, sì, è stretto, si disse provando ad alzare le braccia, ma era tardi per cambiarlo.
“Prego, prego… accomodatevi.”
Era stretto quel vestito, decisamente troppo stretto.
“Posso offrirvi qualcosa, il rosolio, un dolce?”
Sentiva il tessuto stringerle sul petto mentre la cugina monaca di casa le dava buoni consigli per la vita eterna e una cognata ricette di dolci per la vita terrena: “Non devi sbagliare con la cannella, un pizzico in più o in meno fa la differenza. La moglie di un capitano deve essere la prima in tutti i campi e tenere alto il decoro della divisa”.
Il vestito tirava, stava per scucirsi sotto l’ascella, anzi si era già scucito, ne era certa, e il fatto che una cosa così potesse metterla in agitazione bastava ad irritarla. Tutti però erano allegri, a loro agio, la suocera raccontava qualcosa alle nuore che ascoltavano approvando, un gruppo di ospiti era riunito a crocchio, altri parenti in giro per la casa.
I bambini invece reclamavano una torta al cioccolato che non c’era.
“Non vanno bene i biscotti, i biscotti al cioccolato?” e mentre lo diceva le balenò un pensiero spaventoso: forse non aveva nemmeno quelli. Aveva normali biscotti al latte e le Nuvolette che sembravano davvero piccole nuvole, soffici, bianche, leggere.
Ma i pargoli li rifiutarono e si misero a correre, ad aprire e chiudere porte, a rotolarsi per terra. Alzandosi lanciavano il grido degli Apaches. Propose di raccontar loro una storia, “la storia del santo patrono”, suggerì la suocera, ma l’orda urlò di no.
“Anche i bambini non sono più quelli di una volta” disse la suocera, ma aggiunse subito: San Filippo Neri però diceva “State fermi se potete…” e sorrise soddisfatta.
L’avrebbe detta quella frase san Filippo Neri se avesse avuto a che fare con quelli che le stavano distruggendo la casa? Solo uno, con gli occhiali tondi sulla faccia tonda se ne stava seduto con lo sguardo torvo.
Fuori una serie di spari annunciarono che il Santo fra non molto sarebbe uscito dalla chiesa.
“Le bombe, le bombe…!” e i bambini presero d’assalto i balconi, quello con gli occhiali invece chiese: “ma non muore nessuno?”
Gli spari continuavano, le campane suonavano a distesa ma la processione non si vedeva ancora. I bambini rientrarono e gridando sparirono di nuovo. In giro per la sua casa, i pargoletti, e le toccava anche stendere il sorriso sulla faccia, lasciar fare e disfare. Il grande specchio alla parete rifletté il suo viso rassegnato, pronto a sorridere a comando alla suocera, alla cognata, alla madre della moglie del cognato, e a qualunque mostriciattolo che doveva far pipì, che aveva sete o voleva la torta che non c’era. Aveva voglia di scuoterlo quel suo viso, di prenderlo a schiaffi!
Due cognate e una lontana parente, malgrado il freddo e il frastuono che saliva dalla piazza, restavano in balcone e parlavano piano, lei si avvicinò per chiedere se volevano il the o il caffè e il discorso venne troncato di colpo.
Laura…!
La chiamavano…? Era lei con quel nome e quel viso riflesso nello specchio? Aveva voglia di gridargli: stupido!
Tonf! Una porta era stata chiusa, un’altra aperta, e da questa apparvero i bambini in processione: il primo della fila, compunto e fiero, reggeva uno stendardo bianco.
“La gruccia e la divisa dell’armadio…!”
D’impulso alzò il braccio come per fermarli, o per schiaffeggiare – non i pargoli, certo – ma il suo viso nello specchio, e … crac! Uno strappo nel vestito. Uno strappo deciso che dall’ascella arrivava fino al seno. E da quello strappo, all’improvviso, vennero fuori collera, ribellione, ira, e sì anche un po’ di cattiveria che da troppo tempo erano murate dentro vive e volevano uscire. Urlavano: basta! Pazienza, rassegnazione, obbedienza, spazzate via d’un colpo. Tutte le belle virtù che le avevano insegnato da quando era nata, che aveva dovuto respirare assieme all’aria, d’un tratto erano sparite, messe in fuga da una parola capace da sola a cambiare tutto: basta! Era venuto il momento di cambiare il vestito e le cose a casa sua.
Chiamò i parenti affacciati alla finestra, gli altri che giravano per le stanze: “Ho mal di testa” disse ad alta voce “voglio restare sola.”
Si fece di colpo silenzio. La guardavano, guardavano quell’alga mostruosa che turbava le acque tranquille della Grande famiglia.
“Ho mal di testa” ripeté zia Laura, ma il tono diceva chiaramente: andate al diavolo e da oggi cercate di stare alla larga, non voglio più conigli né ricette.
Trasecolati andarono.
Lei chiuse la porta, la sprangò, si tolse il vestito, là nel salone, poi guardò la divisa abbandonata sulla sedia, la bella divisa bianca che allora aveva turbato il suo cuore, la sollevò, lentamente si avvicinò al camino e la gettò nel fuoco.

Il lecca-lecca

 

di Giovanna Vanin

È un giorno come un altro, senza un sole vero. Sulla strada macchine di ogni forma, colore e dimensione, grandi e piccole, ce ne sono di quelle lunghe appena il necessario a contenere due persone, altre raggiungono parecchi metri. Bianche blu rosse verdi argentate nere, ci sono anche quelle bicolori. I progettisti si sono sbizzarriti anche con i fari, ovali tondi quadrati a rettangolo triangolari, ce ne sono di piatti bombati sporgenti come gli occhi di un ipertiroideo, danno di volta in volta un’espressione diversa al muso di ogni vettura, c’è quella dalla faccia allegra truce aggressiva timida vivace. Dall’utilitaria al macchinone, tutte trasportano qualcuno, giovani e vecchi, padri e madri con bambini ragazzi neonati nelle culle, ci sono intere famiglie compresi nonni e zii, ci sono coppie, uomini e donne, soli. Arrivano da ogni direzione, dai quattro punti cardinali, da case lontane lontanissime e vicine. È una coda ininterrotta, no, sono tre code una accanto all’altra, serpenti mostruosi dalle squame di metallo, draghi. Fabbriche lontane emanano bagliori rossi dalle ciminiere. Negli abitacoli la gente parla, sorridono, stanno in silenzio, scherzano. Ci sono quelli che, innervositi dal procedere lento, allungano il collo per vedere la testa del serpente, non si vede, ancora qualche metro, tra poco ci siamo. Passiamo sotto un ponte, ecco, sulla destra, quattro alberi scarnificati dalle piogge acide, intossicati dalle esalazioni dei tubi di scappamento. Li superiamo e anche un distributore di benzina, poi nel chiarore lattiginoso appare un’enorme costruzione grigia, in mezzo a campi senza fiori e senza grano, dietro, altri capannoni, contenitori giganteschi, sono i magazzini. Due cartelli rossi vietano l’ingresso, il varco consentito è indicato da un cartello blu con sopra una freccia che come un grosso dito ti dice dove andare, ti affidi a lui e non protesti. Gli occhi girano veloci da destra a sinistra e viceversa in cerca di un parcheggio, eccolo là, no, c’è già qualcuno che aspetta, vai avanti, è un piazzale senza fine. Bravo, segui il ditone, giri e rigiri in cerchi concentrici che si allargano a dismisura, non c’è il posto dove lo vorresti, ti tocca andare sempre più in fuori, è come andare a teatro e stare nelle ultime file da dove vedi poco. Ma ecco, finalmente l’abbiamo trovato, si scende, su, andiamo, abbiamo raggiunto l’obiettivo, in tutta la sua possanza s’innalza davanti a noi. All’entrata uno vende pizze panini polli arrosto patatine fritte. Le porte a vetri si aprono si chiudono si aprono si chiudono come bocche che inghiottono e poi vomitano nauseate tutti quelli che le avvicinano. Dentro voci lingue s’incrociano in un brusio continuo, la musica arriva dall’alto e da ogni lato. Siamo in un parco giochi dai colori accesi e zeppo di uomini e donne tornati all’età dei figli che hanno attaccati alle mani e si agitano in braccio o piangono nei carrozzini. Senza respiro ogni cosa sugli scaffali chiama, sono qui perché
non vieni? Prendi me sono più buono. Non è vero, tocca a me. Te l’hanno detto ieri in televisione. Ma se c’ero prima io. Trent’anni di pubblicità dentro a un cartellone. Come fai a non saperlo? Sei sordo cieco o fuori tempo? Svegliati citrullo. Non siamo più nell’Ottocento. Ogni giorno ti porta una cosa nuova e non scemenze come il sole la mattina, che poi è impossibile vederlo con la nebbia lo smog e una schiera di palazzi alti mille metri. E allora cosa aspetti? La felicità è qui, da noi, nei nostri negozioni, siamo senza dubbio i migliori super e iper, dove cerchi la tua vita? Lei è dentro alla nostra scatola di cartone. Se leggi le istruzioni vedrai che abbiamo fatto il giro del mondo, dalla Cina all’India dall’Africa più nera al Canada dalla Finlandia al Perù, ti portiamo quello che non vedresti mai a meno di non andarci di persona ma, lo sai, tu non sei Marco Polo o un riccastro da poter girare dove come e quando vuoi. Dacci retta, non aspettare la carota striminzita nel tuo vaso sul balcone, noi sì, siamo pieni di energia, prendi e ingoia e smetti di raccontarti balle. La vita è una sola, non pensare sia diversa da come tu la vedi. Non c’è altra consolazione. E allora suvvia tutti in coro gridiamo, lo voglio lo voglio anch’io il biscotto biscottino macinato dal mulino la merenda golosona la fragola con la lisca. E ciascuno guarda incuriosito il suo vicino l’amico il parente lo sconosciuto protesi sui banconi pieni di cibo, strumenti, oggetti, prodotti, a volte non sai nemmeno cosa sono. Lo voglio il pomodoro e non importa se non ha odore il pollo imbottito di antibiotici è un’enorme pillola antinfluenzale il germe che protegge da ogni cancro e com’è buono il fungo cresciuto nel cesio e nel plutonio precipitati a terra dopo l’ultima esplosione del nuovissimo reattore di una centrale nucleare di ultima e sicura generazione e ciascuno afferra quello che gli promette una fetta di paradiso un piatto di saporita felicità un suono sensuale che scongiuri le tre maledizioni ricevute ai tempi di Adamo, sofferenza solitudine e paura. E trionfanti spingiamo il carrello nella luce bianca del supermercato. E in coda alla cassa sorridiamo, che bella spesona tesoro mio! Oggi abbiamo preso proprio tutto. Noo?! perché piangi? vuoi il lecca-lecca? quello rosso? Non c’è. Quello verde non va bene? Noo? Che differenza fa, il sapore è lo stesso. Adesso smettila di frignare. Insomma. Non sei mai contento. Piantala, ti dico, e metti giù ‘ste mani, hai capito? Giulio, fammi un piacere, portala via, ‘sta sanguisuga, sì sì, vai fuori, andate via e poi, si può sapere cos’avete tutti e due? Sempre in giro con i vostri musi lunghi, mi avete rotto. Non ne posso più. Veramente.

Le caramelle del nonno

di Anna Maria Tagliaretti

Salì sul cumulo di ghiaia, aiutandosi con le mani ogni volta che la presa dei sandali leggeri cedeva e la faceva scivolare indietro. Quando la bambina arrivò in cima, si guardò intorno soddisfatta. Poi lentamente iniziò la discesa mentre cascatelle di ghiaia rotolavano sul terreno. Subito dopo decise di dedicarsi ai tubi di cemento allineati e sovrapposti nell’ampio spazio del cortile: alcuni avevano un diametro così esiguo che avrebbe potuto camminarvi sopra come l’equilibrista sul filo, altri erano grossi, tanto da poterci scivolare dentro e percorrerli strisciando, come in una galleria. Oppure cavalcarli, come sul dorso di un elefante. Era immersa in questi giochi solitari quando una delle porte della casa padronale, prospiciente lo spiazzo dove erano accatastati i tubi, la ghiaia, la sabbia, i lavandini di graniglia e le macchine per
l’edilizia, si aprì. L’edificio e la parte di cortile in cui si trovavano i materiali di lavoro erano separati da un marciapiede e da alcune aiuole su cui ciuffi di ortensie e fazzoletti di gerbere spezzavano il grigio del cemento con le loro macchie di colore. Sulla soglia della porta dai vetri smerigliati si era affacciato il proprietario, un uomo anziano, panciuto, con un faccione pallido e gli occhiali senza montatura. A quella vista, la bambina si bloccò di colpo e rimase immobile a cavalcioni del tubo: per un istante ebbe la tentazione di scappare, ma le gambe non le ubbidirono e lui si stava avvicinando agitando l’indice e scrollando la testa in segno di diniego.
“Non devi venire a giocare qui,” le disse dolcemente, “la mamma non te l’ha detto che è pericoloso? Queste cose non sono giocattoli. Potresti farti male”.
La bambina accennò di sì con la testa. Lo sapeva anche lei che non si doveva superare il confine fra le abitazioni più povere e quella del padrone, anche se entrambe si trovavano nello stesso cortile della grande casa di ringhiera. “Noi abitiamo di qua,” le aveva detto tante volte la mamma, “di là abita il signor Angiolotto. Non puoi andare da quella parte, quel signore non vuole. Le cose che vedi là gli servono per il suo lavoro, puoi rompere qualcosa e lui si arrabbierà. E mamma e papà dovranno pagare quello che hai rotto”.
Sì, lo sapeva, ma voleva giocare a fare l’esploratrice… Intanto era scivolata giù dal tubo e il vecchio signore l’aveva presa per mano come per accompagnarla verso l’altra ala del cortile. Aveva stretto la sua mano molle e grassoccia intorno a quella bruna e sudicia della bambina e l’aveva condotta verso casa sua.
“Vieni,” le disse,” ti do una cosa da portare alla mamma”.
Lei lo guardò di sbieco di sotto in su, solo per un istante, perché si era ricordata la storia di Pollicino che le avevano raccontato alla scuola materna, e temette che si trattasse dell’orco delle figure del libro, ma il suo sguardo non riuscì ad andare oltre la pancia dell’uomo protesa in avanti e in movimento ad ogni passo.
Entrarono in un salotto fresco, ombroso, con le persiane accostate e pieno di mobili scuri che la bambina non aveva mai visto.
“Come ti chiami?” chiese l’uomo, guardandola di sfuggita.
“Lisa” mormorò.
“E quanti anni hai?”
“Cinque e mezzo.”
“Chi sono i tuoi genitori?”
Lui doveva sapere già tutto questo, tante volte l’aveva vista correre dall’altra parte del cortile in mezzo alla marmaglia di mocciosi urlanti. A lei pareva che la seguisse con lo sguardo quando sguazzava nelle
pozzanghere, quando rideva e strillava mostrando i dentini da latte. Lisa era rimasta immobile al centro della stanza. Avrebbe voluto dire “Vado a casa”, ma non le uscivano le parole di bocca. Mentre si guardava furtivamente intorno, la sua attenzione fu attratta dalla statuetta di
una ballerina con un tutù rosa e rimase a fissarla, mentre il signor Angiolotto se ne andava in un’altra stanza e subito ritornava con una manciata di caramelle piccine. Le prese la manina e vi ficcò le caramelle, qualcuna finì per terra. Poi però non lasciò la mano, attrasse la bambina verso di sé e l’abbracciò con dolcezza. La spinse verso una poltrona, prima si sedette lui e poi, tenendole stretta la mano, raccolse la bambina sul grembo. Lisa avvertì un odore di sapone che le stuzzicò le narici; i bottoni del panciotto del vecchio le pungevano la schiena e cercò di divincolarsi con prudenza. Da sopra la testa le arrivava un rantolo leggero, un sibilo sottile. Prese a scalciare prima timidamente poi con più decisione, ma lui le mise una mano sulle ginocchia e la tenne ferma.
“Non muoverti, non ti faccio nulla…” mormorò posando la bocca sui suoi capelli.
Le prese il mento con l’altra mano, delicatamente, le girò il viso verso di lui e rimase a fissarla per un lungo istante.
“Che begli occhi hai, piccina!” le sussurrò e intanto cominciò a carezzarle i capelli, i ricci neri che sembravano averlo incantato, attorcigliando qualche ciuffo intorno alle dita paffute. “Sai, potrei essere il tuo nonno… e tu la mia nipotina… Ti cullerei tutte le sere, per farti addormentare…” continuò quasi biascicando.
Gli occhi della bambina erano fermi, spalancati, il mento scosso da un tremito leggero.
“Voglio andare a casa”, riuscì infine a dire cercando di scivolare dalle ginocchia del vecchio, che la trattenne serrandola in un abbraccio leggero.
“Non devi avere paura di me, bambina. Sono il tuo nonno… ti voglio bene…”
La voce del vecchio era impastata come se qualcosa gli avesse legato la lingua. “Non avere paura…”
Cominciò a carezzarle il viso, gli occhi che fremettero sotto le sue dita, la piccola bocca contratta. La mano che teneva ferme le ginocchia abbandonò la presa, sollevò il grembiulino fino a scoprire le minuscole mutandine. La mano accarezzò la coscia, si infilò oltre l’orlo e scostò il tessuto. L’uomo premette le dita e rimase per qualche istante immobile. Ansimava. Anche lei non si muoveva, continuava a fissare la ballerina in tutù sul mobile davanti a lei.
Poi il signor Angiolotto sollevò piano la mano, ricompose la stoffa, le lisciò il grembiulino sulle gambe e spinse la bambina lontano da sé.
“Va’ a casa”, le disse con voce roca, tremante, “e non venire più a giocare qui”.
La bambina uscì correndo, stringendo nel pugno sudato le caramelle rimaste e guardando verso la sua abitazione. Le faceva male da qualche parte, ma non sapeva dove, né perché.

Anna Maria Tagliaretti: Assistente sociale, insegnante di scuola primaria, impegnata nel campo della solidarietà internazionale e del turismo responsabile. Fondatrice e per otto anni presidente del centro antiviolenza “Filo Rosa Auser”. Ha pubblicato due libri ed è un’appassionata viaggiatrice.

La barsana


di Rita Barbieri

“Se non portavi abbastanza soldi erano guai. Non hai girato, dicevano i padroni, invece avevo girato tutto il giorno… la vita che abbiamo fatto, non ci voglio più pensare! A me, se mi dicono di tornare indietro non ci torno, no!”
“I miei sono dovuti partire. Mia madre spingeva la sua carretta per vendere. Io sono rimasto qui con i nonni che mi hanno dato tutto quel che potevano, pieni di preoccupazioni perché comunque non ero loro figlio… ma sono stato fortunato, c’è chi veniva lasciato a degli estranei…”
“Quando ho avuto un figlio l’ho dato nel piano laggiù, a una signora che si chiamava L., per un po’ di tempo faceva il matto… è stata dura, proprio dura. Ma come si faceva? Uno doveva andare a vendere… Io piangevo quando andavo via e piangevo quando ritornavo, che me lo prendevo quei due o tre mesi ma piangevo lo stesso… perché insomma, avevamo solo quello, poi sono i nostri figli… e quando dopo due anni me lo sono ripreso, la L. c’è rimasta male anche lei, credeva che ce lo lasciavamo ancora…”
“Anche questa ci è toccata… dovevamo avere solo un figlio per una, ne facevamo solo uno per quello che dovevamo subire quando lo dovevamo lasciare.”
“Ho fatto quindici anni di quei carretti lì… una vergogna… quando conoscevo i giovanotti… Mamma mia… una vergogna, un carrettino con le tende a righe… ogni tanto il carretto partiva, sbattevo contro il paracarro e buttavo giù tutta la roba… avevo un sacchettino per mettere dentro i soldi e la sera si tiravano fuori.”
Marianna non poteva sapere. Al contrario, negli anni in cui era bambina e adolescente nel suo borgo della Lunigiana, udiva sovente l’espressione l’è propi ‘na barsana per indicare una donna di fegato, che sapeva prendere decisioni non comuni per l’epoca, che aveva la stoffa per vendere, per gli affari, che aveva il coraggio di mollare i figli pur di fare fortuna, arrivare, una donna con le braghe, che aveva ascendente sul marito, insomma una donna ammirata e rispettata, che poteva andare a testa alta.

Basta! Da qui me ne devo andare. Non ne posso più. Zappare, vangare, accudire le bestie, le unghie nere, i calli sulle mani, vestita di stracci e zoccoli ai piedi. Voglio andarmene lassù, nel barsan, dove ci sono Marisa, Rosa, Dina, Elide. Loro sì che se la passano bene. Quando ritornano per San Rocco, sfoggiano ogni anno vestiti nuovi, il rossetto e le unghie dipinte. L’estate scorsa, Marisa aveva perfino un paio di occhiali da sole. Sembrava una vamp. I miei fratelli sono partiti, uno è andato in America, uno in Francia, l’altro in Svizzera. Anch’io voglio tentare la fortuna! I migliori se ne vanno! Solo Tullio è rimasto. Non ha carattere, è ancora attaccato alle sottane della mamma. Il torello lo chiamano, forte, attraente, gran lavoratore, resiste alla fatica più di un mulo, ma è un sempliciotto, non si fa troppe domande, vive alla giornata. Adesso ha pure uno scheletro di bicicletta. L’ha trovata in un fosso, mezzo arrugginita. Passa tutti gli avanzi di tempo attorno a quel trabiccolo. Non parla d’altro. È proprio tocco. Deve avere qualche morosa d’andare a trovare, almeno spero, sennò non si capisce. Sembra non chiedere altro alla vita: far funzionare quel rottame.
Io sono diversa. Tra un paio di mesi torna Marisa e le chiedo di portarmi via. Di lei mi fido. Qualche soldo per il treno ce l’ho. La mamma non può impedirmelo. Non sono neppure promessa. Angelo, dopo la guerra, non si è rivisto. Chissà che fine ha fatto! Ho solo diciassette anni. Non può pretendere che marcisca qui. Non voglio lavorare la terra tutta la vita. Non mi piace, rovina la pelle e la schiena. Non voglio ridurmi come lei, sempre vestita di nero, gobba e piena di rughe, vedova ancor prima di perdere il marito. Non ha visto niente del mondo. Sì e no, conosce appena i borghi qui attorno. Si sarà allontanata a dir tanto dieci o dodici chilometri e solo per mercati e per portare i viveri, durante la guerra, ai figli disertori, lassù sulle montagne che si vedono da qui.
Non mi ci ha mai portato su quelle vette, bellissime, bianche d’inverno, verdi d’estate. Rimango a bocca aperta quando il cielo è limpido e la loro linea, all’orizzonte, diventa nitida e imponente. I colori cambiano di continuo, secondo le stagioni e l’ora, l’argento del primo mattino, il turchese del giorno, il rosso della sera.
La mamma, che vita grama! Piccola e secca, con il fazzoletto del lutto in testa. Ha più di cinquant’anni e non sa neppure cos’è il cinema! Ha letto soltanto un po’ di Bibbia, il librone dorato del nonno, sempre sul comodino, e il giornale dei coltivatori diretti che arriva per posta. Non ha mai fatto il bagno nel fiume dietro casa, almeno che sappia io, e non ha mai visto il mare qui vicino, soltanto a una ventina di chilometri.
No, non voglio ridurmi come lei.

Prima faceva i mercati con papà, vendevano piatti e bicchieri. Poi, dopo la guerra, ha comprato i terreni, forse non se la sentiva di guidare il biroccio da sola, e si è condannata a rimanere infossata in questo pezzo di terra, sempre ricurva. Dorme quattro, cinque ore per notte. La festa deve accudire le bestie, galline, conigli, maiali, vacche e si alza sempre all’alba. Una galera! Non può mai perdere il controllo, sennò va tutto in malora. Tullio l’asseconda sempre, se compra altri animali, pezzetti di terra per ingrandirsi, se pianta altre vigne. Un’ossessione! Per cosa poi? Molta roba va a male, le uova, le mele, anche la farina e le patate finiscono spesso nel pastone dei maiali. A volte, nella stagione dei raccolti, quando bisogna correre senza sosta da un campo all’altro, Tullio urla come un matto contro di lei e contro i lavoranti a giornata. Sbraita e bestemmia, ma è per darsi un tono. Poi, appena riceve altri ordini, l’asseconda di nuovo, senza fiatare. Tullio è un coniglio, lei una donna forte, stimata, ma a me fa pena. I suoi svaghi sono la Messa della domenica, le processioni del patrono e della Settimana Santa, la siesta nei pomeriggi d’estate quando la canicola toglie il fiato. Allora si siede un po’, sulla sedia a dondolo, sotto l’ombra del bersò, profumato di uva fragolina, e chiude gli occhi.
Chissà, magari si diverte a mungere le mucche, a fare il formaggio, a mettere il pane a lievitare tutte le notti.
Io no, io non mi diverto. Mi sento soffocare. Mi piace ballare. Si, da queste parti di balere ce ne sono un mucchio, ma i giovanotti che sono rimasti qui sono i più “molli”, sfaticati e malvestiti, figli di mezzadri senza ambizioni. Puzzano d’aglio e cipolle. Morti di fame che aspettano i funghi e le castagne per mettere qualcosa di meglio sotto i denti. E d’inverno, quando la farina è finita, si accontentano di mangiare cavoli e patate. La mamma dice che la nostra è una famiglia perbene e che devo sposare un “buon partito”, ma da queste parti non esistono né principi né signori.
Magari nel barsan, forse. Ma non m‘importa degli uomini. Posso farcela da me. Lassù potrò anche andare a scuola. Ho soltanto la quinta elementare, ma ero brava e mi piace leggere.
Devo farmi coraggio, domani stesso affronto la vecchia.

Quella notte Marianna non riuscì a dormire. La più piccola di cinque fratelli, l’unica femmina, si faceva mille scrupoli a lasciare la madre sola con Tullio. D’accordo, era in forze, sana come un pesce, ma senza di lei, come avrebbe fatto? Sì, aveva qualcheduno che l’aiutava nei campi e anche un fittavolo che la ripagava con un po’ di raccolto e servigi, ma non era la stessa cosa.

“Se tuo padre fosse vivo morirebbe di crepacuore. L’unica figlia femmina che se ne va. Non ne hai bisogno! Lui era un commerciante come il nonno, il bisnonno era uno speziale e pure un saggio, tutti correvano da lui per consigli e aiuto. Sai cosa c’è scritto sulla tomba? Uomo savio e amato, il paese in suo ricordo. La nostra famiglia è sempre stata riverita. Durante la guerra abbiamo sfamato mezzo paese. Ti vuoi mischiare con le altre poveracce che scappano per fame? Sei da marito e invece, guarda lì, piena di grilli per la testa. Cosa devo fare con te? Per i tuoi diciotto anni darò una festa. Inviterò tutti i migliori giovani della zona.”
“Ma quali? Li fai fabbricare? Sono rimasti solo i pezzenti. E i miei fratelli allora? Perché non li hai fermati?”.
Il broncio di Marianna contagiò tutti, Tullio, i lavoranti, i vicini. Non mangiava quasi più e passava ore e ore sdraiata sul letto.
“Ho capito Marianna, vuoi proprio andartene. Contavo tanto sul tuo aiuto, ma pazienza”, le disse inaspettatamente un paio di settimane dopo. “Però non se ne parla di seguire le tue amiche. Chiederò un aiuto a Settimo e a sua moglie Iside. Loro sono lassù da un po’. Non proprio nel barsan, ma vicino, in Brianza. Sono come gente di famiglia, i suoi lavoravano per il nonno. Non mi diranno di no. Sei così giovane e il mondo è cattivo, pieno di pericoli. Vedrai, ti troverai bene, ti daranno una mano e io mi sentirò più tranquilla”.

Parla sempre male dei poveracci e mi affida a Settimo e Iside. Lui un brutto ceffo, un mezzadro senza arte né parte, viveva in quella catapecchia in mezzo ai boschi, è fuggito per via della miseria che lo divorava. Lei povera, ma benfatta e scaltra, poteva senz’altro pretendere di meglio, ma l’amore… si sa, è cieco. Piuttosto che rimanere qui, va bene lo stesso. Bisogna saper accontentarsi. Addio amiche! Adesso non vedo l’ora di partire. Ancora pochi mesi e sarò in Altitalia. Il sogno si avvera! Lavorerò giorno e notte fino a mettere su un’attività, un negozio tutto mio, magari di porcellane, come i nonni, così la mamma sarà contenta e, in poco tempo, si trasferirà da me. Felicità!

“Su, ragazze, su! Sveglia! Il sole è già alto, non perdiamo tempo! Chi dorme non piglia pesci!”
“Iside, ci lasci dormire ancora dieci minuti… Stanotte faceva caldo. La stalla era piena di mosche e zanzare. Ci siamo addormentate che era quasi l’alba”, risponde Marianna.
“Su fannullone, il lavoro non può aspettare! Settimo è già sul carro! Oggi il giro è lungo, ci sono tante cascine che aspettano le nostre maglie! E tu Marianna, fai la brava, sennò ti rispedisco da tua madre!”
Le ragazze, assonnate e spettinate, passano dalla stalla alla cucina “dei padroni”, uno stanzone con la stufa a legna che funziona anche d’estate e un tavolone dove, all’ora di cena, si riunisce la famiglia insieme alle lavoranti. Bevono il caffè fatto con i fondi, così lungo che sembra acqua sporca, e raccattano il fagotto della colazione: un pezzo di pane, una fetta di formaggio, una di salame, sottile come un’ostia, e un paio di susine.
Poi Marianna si strofina gli occhi e la faccia sotto il rigagnolo della fontana del cortile e si avvia verso il carro trascinando i piedi avvolti da un paio di sandali con suole e tacchi sempre più sottili. Si mette tra le ceste di biancheria, come le altre, e si lascia cullare dal dondolio del carro, dal rumore degli zoccoli del cavallo e dall’aria tiepida del primo mattino.
Oggi si sente fortunata. Non deve camminare a piedi per strade e viottoli pieni di polvere, fare chilometri e chilometri con le pesanti cavagne sulle braccia o sulla testa. Oggi può anche sfoggiare il capello di paglia per proteggersi dal sole. Settimo si volta e la guarda di sbieco con un sorrisetto viscido sulle labbra che scopre i denti storti e giallastri. È un omuncolo, basso e minuto, con un paio di baffetti radi e incolti. Avrà sì e no una quarantina d’anni. Una mezza tacca, un bifolco che cerca di tirarsi su portando in testa un cappello di feltro nero, sempre il solito, in tutte le stagioni. Dalla giacca a righe, sgualcita e troppo larga, spunta la catena argentata di un orologio appuntato al panciotto. La moglie, i capelli raccolti in uno chignon con delle grandi forcine di plastica marrone, indossa un grembiule scuro smanicato sopra il vestito di cotone chiaro. Ha cinque marmocchi, tutti maschi, le mancano tre o quattro denti davanti e dimostra almeno dieci anni in più della sua età.
Settimo ci prova con tutte le ragazze che gli capitano a tiro. Le raggiunge nella stalla dove dormono tra cavalli e mucche e, quando il giro richiede due o tre giorni e Iside è costretta a casa con la prole, dorme in mezzo a loro. Attacca a fare discorsi sconci e cerca di toccarle da tutte le parti. Alcune ragazze ridono come stupide. Marianna invece lo ignora, non lo degna d’uno sguardo e se ne sta zitta. Quando gli si avvicina, perlopiù ubriaco, lo sfida: “Sporcaccione, chi credete d’essere? Sarete il padrone della roba ma non delle lavoranti! Tenete le mani a posto o racconto tutto a vostra moglie. State attento! Quella piglia il bastone e vi fa nero, come la notte che vi ha beccato con la balia.” Settimo si scansa barcollando, va al centro della stanza sotto la luce fioca di una lampada ad acetilene, porta le mani alla patta, lo tira fuori e comincia a menarlo.
Partono risolini. Marianna lo provoca: “Ma non vi vergognate con quel “coso” piccolo e nero? Sembra una gatta pelosa (millepiedi), che schifo!”
“Ah sì? Lo sapevo che sei una poco di buono. Quanti ne hai visti, dì?”
“Quelli dei miei fratelli, al mattino, quando entravo in camera per svegliarli e rifare i letti. Loro li hanno lunghi così e bei ritti!”, reagisce Marianna indicando la misura con una mano sull’avambraccio.
Settimo si ritira in un cantuccio.
Al mattino le ragazze lo cercano per svegliarlo, sembra un fagotto gettato a terra. Ma quando qualcuna ci sta, allora non lo si trova. Se l’è portata fuori, in un campo oppure in una locanda, la stessa dove hanno cenato la sera prima.

Non mi aspettavo una vita così dura, infiniti chilometri sotto il sole o in mezzo alla nebbia, camminare tutti i giorni anche quando piove e nevica, con delle scarpe che ormai si aprono sul davanti. Li riparo, ma il giorno dopo si spaccano di nuovo. Il lavoro è tanto ma si guadagna poco. Devo trovare una soluzione e mettermi in proprio. Ci sono clienti affezionate, mi chiamano “terrona” ma mi aspettano con il caffè e una fetta di torta. A volte lo bevo seduta con loro, sotto i portici, fa parte del mestiere. Alcune sono curiose, mi domandano del mio paese, del mio dialetto, di quello che vedo e succede nei dintorni, altre mi raccontano le loro storie con i mariti, le liti con le cognate, gli aborti, gli innamoramenti, le gelosie. Mi sembra di essere un prete: loro si confessano e io li ascolto. Ci sono clienti che hanno figlie da marito. Ah, se potessi mettermi in proprio! Con tutte quelle doti, farei un mucchio di soldi! Ormai è quasi un anno che girovago per cascine e dormo in stalle e fienili, non mi ricordo un letto come si deve, mi sembra di essere una zingara, anzi peggio! Almeno a casa avevo il fiume e d’estate, quando l’umidità appiccicava la pelle, era facile lavarsi. Qua dobbiamo fare a turni nel mastello. Ce ne sono soltanto due e siamo una decina. A casa c’era anche il gabinetto a portata di mano. Ah se fossi brava come la mamma! In piedi, con le gambe divaricate, la pipì scende e si forma il rigagnolo che la terra assorbe subito. Come farà a non sporcarsi le gambe? A stare senza mutande? No, non ritorno al paese. Che figuraccia! Devo farcela! Fra un paio di domeniche l’Adalgisa mi porta a una festa da ballo da suo zio Egidio, anche lui delle mie parti. Ha fatto fortuna, è ricco e fa il giro con una Topolino familiare. Anche sua moglie, Liliana, è motorizzata. Un giorno l’ho vista in bicicletta, una cesta davanti sul manubrio, una dietro la sella, sul portapacchi issato sul parafango, una gran signora, ben vestita, una camicetta bianca dentro la gonna a pieghe, un paio di sandali neri con il cinturino sul davanti, degli orecchini che sembrano di corallo e i capelli ondulati dal ferro della pettinatrice. Beata lei! Non come la Iside, rovinata a furia di stare con quel brutto ceffo di Settimo. Erano degli straccioni morti di fame, con poco sale in zucca, e tali sono rimasti. Con tutte quelle bocche da sfamare!

“Ciao Marianna, come va? Ti voglio presentare un bel giovanotto, uno dei nostri, i suoi abitano a pochi chilometri da voi, cioè, da tua mamma. Si chiama Guglielmo”, fa la signora Liliana durante la festa da ballo.
Marianna arrossisce. “Gesù! Sono mesi che non mi taglio i cappelli. Speriamo non veda il rammendo sulla gonna! Come starò con il rossetto dell’Adalgisa?”
Davanti a lei un ragazzone alto e snello, lineamenti fini, un ciuffo di ricci castano chiaro, occhi verdi striati di marrone, come lo stagno di casa sua. La fissa. Indossa una camiciola azzurra, pantaloni color sabbia e scarpe di cuoio lustrissime. L’orchestrina attacca una mazurca.
“Balli?” chiede Guglielmo.
Un paio di settimane dopo, una sera a tavola, dopo il giro, Marianna si congeda da Settimo.
Iside strilla che non può piantarli in asso dall’oggi al domani e minaccia di non pagarle le tre settimane del mese. Lei ride a crepapelle, si rivolge alle ragazze, le invita alla festa di matrimonio con Guglielmo, tra un mese, raccoglie i quattro abiti nella valigia di cartone e sbatte la porta tra i pianti dei marmocchi agitati dalle imprecazioni della madre.
Più tardi confida all’Adalgisa:
“Domenica siamo andati ai baracconi, una zingara mi ha letto la mano, mi ha detto che avrò due figli e una casa grande con due balconi!”

Ce l’ho fatta! Adesso sono “padrona”. Finalmente un paio di scarpe comode e gli occhiali da sole. Ma voglio anche il mio giro. Guglielmo ha il suo, con la bicicletta, se lo tenga. Io continuerò con le mie vecchie clienti, non mi ci vuole niente a soffiarle a Settimo, quell’ubriacone donnaiolo senza cervello. Mi prenderò una carretta con due grandi ruote e sopra la biancheria ci metterò un telo cerato per ripararla dal sole e dalla pioggia e la spingerò con i due manici. Sarà facile, meglio di prima, che portavo tutto indosso. Le barsane che tirano la carretta, sono tutte “padrone” e, quando le incontravo, le invidiavo. Non potrei mai andare in bicicletta, non sono pratica e mi fa paura. È pericolosa. Così, con un giro per uno, il guadagno raddoppia. Comprerò la roba dai grossisti di Guglielmo e tutte le sere segnerò il ricavo e le spese su un bloc-notes. Voglio fare sul serio! Così quando in agosto ritorno dalla mamma sarà contenta, anche i miei fratelli, e tutto il borgo mi stimerà!

Marianna ha lasciato i due bambini alla vicina. È Carnevale e le scuole sono chiuse. La grande ha già compiuto dieci anni ma non se la sente di lasciarli soli e il giro non può aspettare. Le clienti sono sempre più numerose. Le cascine vicine al paese sono state ormai abbandonate dagli ambulanti e lei è rimasta sola a tirare la carretta. Hanno tutti la motoretta o la macchina e fanno giri lunghi e lontani. A Marianna il suo lavoro piace, conosce un sacco di persone, di donne, con alcune è diventata amica, e sono così in confidenza che le fa persino le rate.
“Smettila di ammazzarti, con quella carretta! Hai passato i trent’anni, diventi curva se continui così. Molla tutto e fai il giro senza carretta, soltanto per recuperare i puffi di quello che hai dato a credito. Se proprio vuoi, prendi gli ordini grossi, una dote o roba del genere, e li consegniamo insieme con il furgone, la sera oppure la domenica. Ma basta girare per una sottoveste o un paio di mutande! È più la fatica che il guadagno. Meglio mettere su un negozietto, che te ne pare? Ho un amico che me lo affitterebbe per poco.”
Tutte le sere Guglielmo le fa la predica.

Già, lui ormai fa i mercati! Ha i posti fissi, va in giro con il furgone della Volkswagen, si sente arrivato. Non si ricorda nemmeno più l’inverno di due anni fa, quando il mal di schiena l’ha inchiodato nel letto per più di un mese! Che spavento! Il massaggiatore veniva tutti i giorni a casa e costava un occhio della testa! Se non c’ero io con la mia carretta, si faceva la fame, si faceva. Ma gli uomini sono così, egoisti. Egoisti e smemorati. Non capisce che mi diverto a lavorare. Mi piace chiacchierare sotto i portici delle cascine. Conosco tutto di tutti: vita, morte e miracoli! Mi vogliono bene e mi regalano ciliegie, uova, verdura fresca dell’orto. A casa mi annoio, e di certo anche in un negozio, tutta sola ad aspettare che qualcuno entri. L’unica cosa che mi fa venire il magone è che ormai i bambini si vergognano di me. Soprattutto lei, la grande, ormai è una signorina. L’altro giorno, stava passeggiando con le amichette, e quando mi ha visto spuntare sulla strada di casa si è girata e ha cambiato direzione. Crede che non me ne sono accorta. Ma lo so bene, si vergogna di me perché tiro la carretta!

“Guglielmo, guarda quel povar fiol!”
“Chi?” risponde Guglielmo un po’ sordo mentre, appoggiato al bastone, controlla le albicocche sull’albero.
Quel povar fiol là. Quel chi porta do sacchi sulla spallia! Ma sei orbo? Non lo vedi? È carico come un somaro, porta due borse di plastica che strisciano per terra, cammina tutto curvo!”, strilla seccata Marianna mentre chiude il libro e si aggiusta gli occhiali attaccati a una catena di perline colorate. È seduta su una sdraio, nel giardino davanti alla villetta in sasso, di fianco alla casa che era di sua madre, ora dei fratelli. Da qualche anno, passa gran parte dell’estate qui, con Guglielmo. L’età l’ha leggermente irrobustita, ma il viso è rimasto tale e quale, l’espressione addolcita e le rughe le donano un aspetto signorile.
Si alza e insiste: “Quand quel povar fiol i passa davanti al cancel, fermal! Gli offro qualcosa da bere. Te capì?”
Ma famm al piaser! Non vedi che è un marocchino? Non vorret confondarta, comprare quelle porcherie che vende? Famm al piaser!” si ringalluzzisce Guglielmo.
“Che vita! Non la auguro neanche ai cani. Vergognati! L’è un povar fiol!”, risponde Marianna con voce velata socchiudendo gli occhi.
Atze’ ridicla! Fa quello che vuoi! Ma lasma astar!”
“Buongiorno signora, non ho venduto niente oggi, signora”, e un bel sorriso bianco si allarga sulla faccia del ragazzo.
“Da dove vieni?”
“Da Casablanca.”
“Mi spiace, non ho bisogno di niente, se vuoi ti posso dare dell’acqua.”
“Grazie nonna, ma non ho sete, ho bevuto alla fontana, grazie, compra qualcosa dai, ho due
bambini, devono mangiare”.
“Due bambini? Ma quanti anni hai?”
“Ventidue, ma i bambini sono al mio paese, mando i soldi.”
“Mi dispiace, non posso mica mantenere tutti, se vuoi posso darti qualche albicocca dell’albero.”
“No, grazie, compra qualcosa, dai, per i bambini.”
“Su non insistere, non ho bisogno di niente, ciao.”
Tu guarda questo impertinente, rifiuta da bere e da mangiare, già due bambini così giovane, mah… chissà se è vero, per me caccia balle, vuole soltanto impietosirmi… hai capito? vuole soldi, altro che le albicocche dell’albero… io, quando tiravo la caretta e mi offrivano frutta e verdura, la prendevo, altroché… mi accontentavo, mica facevo la schizzinosa… questi invece, vengono qui, e pretendono, noi ci siamo sudati tutto, nessuno ci ha regalato niente, altroché… che vita abbiamo fatto… non la auguro neanche a un cane… ha ragione Guglielmo, se ne stiano al loro paese…

Rita Barbieri è nata in Lunigiana, ha vissuto in Brianza fino a 25 anni, poi a Milano. Ha frequentato il Liceo Artistico di Brera e Scienza Politiche alla Statale. Femminista, impegnata da giovanissima nelle lotte per la parità di genere e i diritti civili, ha militato nel sindacato del movimento dei consigli, con ruoli direttivi nella Fiom e nella Cgil, quindi candidata al Parlamento Europeo nelle liste del PCI del 1984. Da anni è consigliera nel Municipio 6 del Comune di Milano, per 5 anni con la carica di Presidente della Commissione Cultura e da 3 con quella di Assessora al Welfare e Coesione Sociale, Diritti, Educazione Civica e Politiche di Genere. Appassionata lettrice, ha sempre coltivato l’amore per l’arte, la letteratura, i viaggi, la fotografia, la lingua spagnola.

I figli dell’astronauta

di Lorenzo Pedrazzi

Jeremy Geddes, Astronauta

I figli dell’astronauta non riuscivano a dormire. «Sono le 23 passate» disse la sorella maggiore al fratellino insonne, che le aveva appena chiesto l’ora. Restarono sdraiati sul letto con gli occhi sbarrati nella luce lunare, che filtrava dalla finestra e spandeva un alone grigio sulle coperte, sulle pantofole riverse per terra e sugli scaffali, dove libri e quaderni erano schierati insieme a piccoli robot, animali di peluche e camioncini. Una volta, l’astronauta aveva detto che alla luce della Luna si poteva persino leggere il giornale, era come vedere in bianco e nero. La sorella maggiore e il fratellino si guardarono intorno e scoprirono che era vero: bastava stringere un po’ le palpebre, e i titoli dei libri apparivano chiari ma incolori, come se un vampiro li avesse resi esangui. Seguirono a ritroso il cammino della luce e scorsero la Luna in cielo, solo leggermente venata dalle fronde dell’albero che sorgeva in cortile. Cavalcando quella radiazione, l’astronauta stava tornando a casa.
Aveva insegnato loro a distinguere i velivoli sperimentali dagli UFO, le sonde meteorologiche dai satelliti, le costellazioni vere da quelle di sua invenzione, che disegnava nel cielo con dita affusolate. Ma, d’altra parte, ogni costellazione era solo il frutto della fantasia umana: un tentativo illusorio di dare ordine e significato alla volta celeste. Così diceva l’astronauta. La sorella maggiore e il fratellino ascoltavano le sue storie con rapimento infantile, come fiabe: il cosmo era la loro casa di marzapane, Einstein e Von Braun i loro Hansel e Gretel. Riascoltarono la voce dell’astronauta nelle loro teste, e si addormentarono con le piccole mani che si cercavano a vicenda, fuori dalle coperte.
Al mattino, la Luna era sparita. Senza il suo bagliore argenteo da seguire, i bambini si chiesero quale strada avrebbe percorso l’astronauta. La televisione dava notizie del ritorno, e diceva che il viaggio stava procedendo senza alcun disagio. Forse la Luna aveva tracciato un sentiero di luce solo per l’astronauta e la sua piccola navicella, accompagnandone il tragitto fino all’abbraccio materno del pianeta Terra. I bambini avevano un numero da chiamare per tenersi in contatto con la base, e persone che li aggiornavano con sorrisi rassicuranti… ma come si può stare tranquilli quando il proprio genitore galleggia nel vuoto dentro un guscio di alluminio? Pensarono all’astronauta che sfrecciava nello spazio, alla modesta navicella come unica protezione dal freddo, e rabbrividirono.
Tennero il telefono in grembo e la televisione accesa per tutta il giorno, finché il crepuscolo non calò sui loro volti angustiati. L’astronauta li aveva istruiti a riconoscere Venere dopo il tramonto, così ne osservarono il fulgore biancastro mentre la sera consumava il pomeriggio, domandandosi se anche l’astronauta avesse modo di vederlo. Presto il Vespero si confuse con le stelle, pulsanti e ben più lontane. Quando finalmente arrivò la mezzanotte, in televisione comparvero le immagini di un oceano lontano, dove il sole era ancora alto. Un puntino solcava il cielo azzurro, facendosi sempre più grande man mano che si avvicinava. Emise un guizzo di fiamma nell’atmosfera terrestre, dipingendo nuove costellazioni alla luce del giorno, tanto brillanti quanto effimere. La sorella maggiore e il fratellino si strinsero, tremanti, immaginando l’astronauta dentro una palla di fuoco, i lunghi capelli che si scioglievano in una chioma lucente, il corpo irrigidito in attesa dell’impatto.
Quando il portellone si aprì, videro una madre che aveva ancora gli occhi pieni di stelle.


Lorenzo Pedrazzi è nato nel 1984 a Milano, dove si è laureato in Scienze 
dei Beni Culturali e Scienze dello Spettacolo. Scrive per ScreenWEEK, 
Filmidee e Doppiozero, ma ha collaborato anche con Itinera, Players e Rivista Studio; è inoltre fra gli autori del podcast Destini Incrociati. 
Diversi suoi racconti sono apparsi in varie antologie e riviste letterarie. 

Quando Clara diventò donna

di Marianna Guida

Quando meno se lo aspettava, cioè nella pienezza dell’infanzia, Clara si trovò tutte le mutandine imbrattate di sangue. Fissò con aria incredula la macchia filiforme che, tutta allungata, le sembrò la sagoma di un mago allampanato. Stringendo gli occhi riuscì addirittura a intravedere la presenza della bacchetta nella mano destra. Un po’ storta, in verità, ma la visione d’insieme era proprio quella. Sforzarsi di vedere un’immagine là dove in realtà c’era solo una macchia era sempre stata una sua inclinazione. “Scendi sulla terra, Clara”, la ammoniva sua madre, e con quella frase, buttata lì tutte le volte in cui sorprendeva la figlia a fissare un po’ troppo a lungo gli oggetti, sembrava voler agguantare un lembo della giacca della bambina e agganciarlo da qualche parte come un guinzaglio. Clara trasformava spesso gli oggetti in principesse dalle lunghe chiome, in animali dalle intenzioni non sempre benevole, in re e regine assisi sui loro troni. Con tutti questi personaggi Clara provava a parlare, stabilendo i tempi di un dialogo le cui battute affioravano sulle sue labbra come una piccola e muta preghiera. Quando vide la macchia si spaventò perché il sangue, quella sostanza appiccicaticcia che tratteneva ancora il calore del corpo da cui proveniva, lo aveva sempre associato a cadute e conseguenti sbucciature sulle ginocchia. Sentendo il pianto arrivare alla gola, che deglutiva a fatica, alla punta del naso e agli occhi, fino a un attimo prima distratti, ora invece trafitti da mille spilli, pensò anche questa volta di essere caduta. E come tutte le volte che cascava, sentì risuonare dentro la testa le parole della mamma: “Clara, tu sì troppo distratta!”

Era un rimprovero e a lei non piacevano le critiche, soprattutto quando venivano dalla mamma. Anche quel giorno sentì affiorare il magone e lo ricacciò dentro. Spesso si chiedeva dove fossero andati a cacciarsi tutti questi pianti trattenuti. Qualche volta li immaginava come bolle di sapone che, riempite dell’aria da lei insufflata nel cerchietto, luccicavano alla luce del sole e prendevano tante forme strane. Poi volavano, chissà dove.

Eppure non ricordava, quel pomeriggio, di essere caduta, unica spiegazione alla sagoma impressa sulla mutandina. Era finito qualcosa lì dentro? Non sapeva che nome dare a quella cosa lì, in famiglia mai nessuno l’aveva nominata. Era un buco? Una piccola cavernetta? Lei non aveva mai pensato potesse avere una qualche altra funzione se non quella di far passare il getto caldo della pipì. Si stupì, quindi, di quello che accadeva fra le sue gambe. E strillò così forte da richiamare suo fratello, che si trovava nell’angolo opposto della casa. Lei allungò un braccio fuori della porta, lo agguantò cacciandolo dentro. “Sono malata grave, perdo sangue”, disse a Gianluca. Lui la guardò sbigottito, ugualmente ignaro della natura dello strano fenomeno. “Aspetta, chiamo mamma” aggiunse, cercando di dissimulare il panico per non far spaventare la sorella minore. Quando la madre arrivò, cacciò il figlio Gianluca in malo modo. La sua presenza le sembrava incoerente con una situazione che doveva gestire da sola con la figlia. Le parole che doveva dirle le si spensero però immediatamente sulle labbra, fino a diventare un indistinto biascichio. Era un fenomeno normale. Non si trattava di una malattia, provò a rassicurarla. “Però non lo dire a nessuno. Non ne parlare né con tuo padre né con tuo fratello. Stai zitta con le compagne perché queste sono cose private. Parlane solo con me.”

Aprì poi il mobiletto bianco e un po’ spartano accostato alla parete del bagno e le piazzò in mano un pannolino. Alla bambina sembrò impossibile poter portare fra le gambe un pezzo di ovatta così grande che, ne fu certa appena lo tenne fra le mani, l’avrebbe impacciata e rallentata nei movimenti. Ma il pensiero più terribile era che il pannolino sarebbe stato visibile a chiunque e il suo segreto smascherato. Cosa poi fosse quel sangue, che continuò a sentir scendere per tutto il pomeriggio, lo ignorava. Continuò a pensare che dentro di lei qualche organo si fosse rotto per sempre. Magari però non era un organo tanto importante, altrimenti perché la mamma non si era preccupata e non le aveva dato qualche farmaco per arrestare il flusso di sangue?

Da quel giorno cominciò la sua messainscena: fingeva in casa, dove nascondeva il suo stato ai familiari, fingeva a scuola, dove l’ampio grembiule riusciva a mimetizzare bene il rilievo dell’immondo pannolino, fingeva perfino con le amiche più strette, a cui niente rivelò di quanto le era successo. Rimase profondamente afflitta e stupita quando si rese conto, il mese dopo, che il fenomeno si stava ripetendo, lei che invece si era convinta si fosse trattato di una manifestazione episodica. Le sembrò che da quel momento la vita sarebbe stata soltanto una continua montatura. A scuola, durante i cambi d’ora rimaneva spesso seduta nel banchetto che le era stato destinato dalla maestra, in seconda fila. Tutte le compagne si alzavano per reagire alla forzata immobilità cui erano state costrette, incuranti di poter rilasciare quel sangue che invece teneva lei inchiodata alla sedia. A metà degli anni Settanta non erano molte le fonti cui una bambina poteva attingere per documentarsi e capire cosa le stesse succedendo. Si stupì, poi, del fatto che il  famoso pannolino  avesse  anche un suo nome ben preciso. Quell’affare, infatti, si chiamava assorbente. Passati alcuni mesi, la madre gliene fornì di più piccoli, allineati dentro pacchi blu sulla cui plastica era stampato un merletto assai simile ai centrini che decoravano la casa. Quel disegno suggeriva una specie di consuetudine domestica, una normalità alla quale Clara continuò a sentirsi estranea. Erano più piccoli, ma lei aveva comunque la sensazione che la loro sagoma fosse chiaramente intuibile sotto i pantaloni. Temeva molto il momento in cui sarebbe stata smascherata, sapeva che le compagne l’avrebbero accusata di avere taciuto su una questione importante, una faccenda che le riguardava tutte. Lei però non riusciva a considerarlo un fatto di donne: era piuttosto una malattia vergognosa che l’aveva colpita.

Passato un anno, la situazione non era molto cambiata. Ora frequentava la scuola media ma tutto quello che avveniva in classe le risultava ugualmente estraneo. Le altre ragazzine continuavano i loro giochi nonostante si muovessero nei loro grembiuli neri con l’urgenza nervosa degli avvoltoi. Anche loro forse presagivano la fine dei giochi? Forse per questo ci si buttavano con una fitta di ansia che rendeva le loro voci più acute del normale e i loro movimenti impacciati come quelli di un soldato intrappolato dentro un’armatura.

Durante quell’anno i suoi organi interni compivano la loro trasformazione silenziosa, mentre lei continuava a stare ferma al banchetto di scuola, gelosa custode del suo segreto. Le compagne si addensavano tutte attorno a un banco per raccontarsi i loro segreti, ridendo dei primi sguardi dei ragazzi più grandi. Gli organi riproduttivi, quelli delle donne, per intenderci, continuavano la loro opera nascosta anche mentre lei, tornata a casa, guardava le bambole con cui volentieri avrebbe giocato ancora. Erano tutte allineate sulla mensola del corridoio, ognuna col suo vestitino di un cotone un po’ rigido che il tempo aveva contribuito a scolorire. Erano rimaste nella stessa posizione in cui le aveva lasciate il pomeriggio in cui era apparso il mago di sangue sulle sue mutandine. Quando percorreva il corridoio sentiva il loro sguardo poggiarsi sulla sua schiena. Quella che sentiva gravare sulle spalle, lo capiva bene, non era una qualsiasi occhiata insistente, quello era un richiamo, l’invito a continuare le storie di mamme e figlie lasciate a languire in attesa di un finale. Avvertiva altri richiami oltre quello delle bambole, appelli e segnali che si manifestavano in una pressione insolita nella pancia o nel cuore, che prendeva un ritmo capriccioso e martellante quando vedeva passare ragazzi un po’ più grandi di lei per la strada o nei corridoi della scuola.

Alla fine della prima media non ne potè più. Si alzò dal banchetto dal quale non ricordava di essersi mai sollevata e si avvicinò alle compagne riunite nel solito angolo dell’aula. La prima volta si limitò ad ascoltarle, fissando con intensità ogni moto dei loro visi, ogni sopracciglio alzato alla ricerca di un chiarimento, ogni labbro sollevato in un atteggiamento di biasimo verso qualcuno, ogni sorriso che si apriva in un’improvvisa risata. Imparò in fretta, mettendosi davanti allo specchio e mimando ogni moto facciale delle compagne. Quando finalmente si decise a parlare, le compagne si girarono nella sua direzione profondamente meravigliate. Fino ad allora avevano ignorato la compagna immobile nel suo banco. Parlò del film che la sera prima i genitori non le avevano permesso di vedere. Loro pretendevano che andasse a letto presto. Cercò di immaginare cosa fosse successo dopo le prime sequenze, le uniche che era riuscita a vedere e si inventò la storia, provando una sensazione di tepore mista a autocompiacimento: la fantasia appena attivata era un sipario che si apriva alle scene che si sarebbero dispiegate di lì a un momento. Nei giorni seguenti, inventò storie ancora più artificiose e articolate, ricche di dettagli fantasiosi, sempre modulate sugli intrecci di film di cui aveva visto solo le sequenze iniziali. Mentre narrava, dimenticava la tristezza buia di quegli ultimi mesi, le infinite volte in cui era rimasta saldamente ancorata al banco nel timore che quel maledetto sangue avrebbe superato il confine dell’assorbente. Assorbente, cioè carta assorbente, spugna, ovatta, impregnate di quella roba rossa che ne penetrava i vari strati senza mai arrestarsi. Arrivò il giorno in cui le ragazzine ascoltarono anche quella storia, cioè il racconto di Clara che, da un momento all’altro, aveva avuto le sue regole senza che nessuno le avesse spiegato cosa stava succedendo. Solo a quel punto qualcuna ammise essere successo anche a lei. Anche a lei la mamma aveva detto: “Statt zitt, so cos ‘e femmene”. Nessuna sapeva precisamente cosa stesse avvenendo dentro la fessura. A Clara, come ad altre, era stato ordinato di non toccare le piante in quei giorni. Già era strano che questo flusso venisse chiamato regole – come se dentro ci fosse un specie di ordine misterioso –, ma che addirittura non si potessero neanche sfiorare le foglie, beh, questo era davvero troppo! Cosa sarebbe successo se Clara avesse sfiorato quella piantina grassa che mamma teneva nell’ingresso, e di cui quasi aveva dimenticato l’esistenza? Clara non voleva toccarla ma un giorno sfiorò da parte a parte, per sbaglio, il dorso vellutato della foglia più grande con l’indice. La pianta, nelle ore successive, non si mosse: se ne rimase al suo posto, indifferente al delitto. E non appassì. Fu il segno. Non tutto quanto le era stato detto o vietato aveva un fondamento. Il mondo degli adulti non era infallibile. Cominciò un anno strano.

In seconda media arrivò una professoressa di lettere che incuteva nelle ragazze un certo timore. Era molto alta e la sua imponente statura contribuiva a creare un’immediata sospettosità fatta di diffidenza e cautela. La prima volta che entrò nell’aula indossava una mantella marrone che la faceva sembrare ancora più alta, le scarpe di vernice dal tacco molto basso contribuivano a cucirle addosso un’aria senza tempo. Alla professoressa Rizzitelli questa iniziale ritrosia faceva piacere, perché le assicurava l’attenzione degli alunni, senza dover fare gli sforzi che toccavano a molte delle sue colleghe in classi di periferia come la sua, dove i ragazzi erano naturalmente maldisposti verso gli insegnanti. Lei sfruttava questo vantaggio ben sapendo che la sua altezza, unita al naso aquilino e a tutto un atteggimento che teneva l’interlocutore in soggezione, poteva giocare in suo favore. Quando entrò in quell’aula della scuola Salvo d’Acquisto, giocò d’astuzia. Lesse alle ragazze le pagine iniziali del Diario di Anna Frank appoggiandosi alla cattedra, man mano che il suo stesso tremore (di cui nessuno si accorgeva) si allentava fino a diventare una specie di onda calda sulla schiena, e poi disse: “Ragazze, adesso tocca a voi”. Prese dalla capace borsa che aveva poggiato sulla cattedra dei cartoncini di colori diversi e li distribuì a ognuna di loro: “Adesso voi siete come Anna Frank, che descriveva ogni minimo fatto che le succedeva e lo raccontava. A se stessa”. Disse loro di scrivere di ricordi, pensieri e desideri così come affioravano nella loro testa. Ognuna di loro si buttò a capofitto nella scrittura e anche Clara scrisse. Scrisse fino a farsi dolere il polso, tanto era il desiderio di raccontare la storia del mago con la bacchetta che mago non era, la storia della mamma che le parlava delle regole senza dirle che non erano delle leggi. Parlò della volta in cui le aveva sfidate, quelle regole, di come alla pianta non fosse successo nulla, e di tutte le volte in cui aveva evitato di guardare l’abbozzo di seno che stava crescendo e che le impediva di giocare come in passato con le bambole. Di cosa avrebbe potuto parlare ormai con loro? Quali storie avrebbe potuto raccontare per catturare l’interesse delle pupattole allineate sulla mensola?

A Clara piacque ciò che stava succedendo in quell’aula, avvertì che da ogni banco si stava sprigionando un’energia che mai avrebbe ritenuto possibile dentro la scuola. Tante volte le era successo di rimanere imbambolata a fissare la grigia parete che aveva di fronte, senza nutrire alcun interesse per le spiegazioni che i vari insegnanti andavano facendo. Sentiva, anzi, un’oscura avversione per le conoscenze che le venivano imposte, mentre la sua mente sentiva invece l’esigenza di vagare altrove per trovare la spiegazione a tutto quello che le stava succedendo. La nuova professoressa aveva intercettato questo bisogno e diede spesso alle sue ragazze l’opportunità di soddisfarlo. Clara continuò a scrivere anche nei mesi successivi, quando ormai tutte le compagne l’avevano raggiunta con le loro prime mestruazioni e lei non era più sola a vivere un’esperienza del genere. Ma il mistero sulle cose del sesso si protrasse. Lei continuò a ignorare da quale organo rotto uscisse tutto quel sangue e accettò senza farsi troppe domande la prima frettolosa e maliziosa spiegazione dell’atto sessuale fornita dalla compagna più vivace della classe: “Ma davvero non sapete come funziona?”, esclamò, prima di addentrarsi in alcuni incomprensibili aspetti meccanici. L’arcano e barocco disegno dell’apparato genitale femminile rimase, appunto, solo un disegno, di cui Clara e le altre mai verificarono la congruenza con il loro. La fessura rimase un luogo remoto di cui nessun adulto era disposo a parlare. Lei, la fessura, esisteva solo nel linguaggio crudo ed esplicito di alcuni ragazzi, esisteva nel suo sangue mensile, puntuale come un orologio, esisteva nel dolore mestruale che nessuna camomilla riusciva a lenire, o quando si chiedeva con aria smarrita e ansiosa se ci si era macchiate alla compagna che si trovava nei paraggi. Solo alcuni anni dopo Clara capì che quel flusso di sangue misterioso non era un evento inspiegabile di cui vergognarsi, ma una faccenda di donne. Di cui sarebbe bastato parlare un po’ di più per sentirsi meno sole.

Marianna Guida insegna Lettere in un liceo di Napoli. Ha collaborato alla rivista “Didattica della Storia” e si occupa di scrittura creativa. Recentemente ha pubblicato una raccolta di racconti.