NELL’ACQUA ALTA

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di Brunello Buonocore

– Com’è che si dice? Abbiamo perso una battaglia, non la guerra.
Una frase fatta, uno slogan che Riccardo pronuncia spesso, probabilmente ripetendo le parole di qualche allenatore famoso.
Ma non questa volta.
Lo abbiamo portato al pronto soccorso, dopo che è mezzo svenuto in campo a seguito di una testata tremenda contro un giocatore avversario. Con lo sguardo fisso e spento non rispondeva a nessuna domanda. “Dopo la craniata” non ha più parlato.
Mentre aspettiamo che lo infilino nel tunnel della TAC arriva un’ambulanza a sirene spiegate.
Adesso ci tocca stare qui tutto il giorno e tutta la notte, penso. E la stessa cosa di sicuro viene in mente a Daniele e a Giuseppe, che insieme a me lo hanno portato in ospedale. Ma, quando mi giro per scambiare uno sguardo di intesa, loro due sono spariti.
Li cerco, li chiamo al telefonino, ma niente… introvabili.
Subito dopo la mia attenzione viene catturata dall’ambulanza. Da quel mezzo non scende nessuno anche se si sentono urla e lamenti provenire dall’interno. Nessuno interviene, anzi regna il più assoluto disinteresse.
Allora apro io il portellone e salgo. Legato al lettino e chiaramente in preda a una crisi isterica c’è Riccardo.
Ma questo non ha senso.
Prima che riesca a radunare le idee, qualcuno chiude il portellone e l’automezzo riparte a velocità folle con la sirena urlante. La due azioni durano un secondo, forse meno.
Perdo l’equilibrio e cado ma mi rialzo subito. Penso di essere vittima di uno stupido scherzo dei miei amici. Mi sembra anche di vederli per un attimo e non sono preoccupati, anzi sorridono. Lo ammetto, in quel momento mi trovo per la prima volta a pensare che siano degli idioti e che non li vorrò mai più vedere.
Nel frattempo, anche perché non sono del tutto in me, non riesco nemmeno ad avvicinarmi a Riccardo, che intanto non la smette di urlare. L’ambulanza si impenna, finendo chissà dove. Impatto contro un qualcosa di molto duro e sgradevole rumore di lamiere. E questa volta anch’io batto la testa, ma fortunatamente non mi faccio male.
Attendo i soccorsi. Mi guardo in giro, senza scendere dall’ambulanza. Verifico di non perdere sangue dal braccio sinistro che ha sbattuto più volte all’interno dell’abitacolo. Sono poco lucido ma non impaurito.
Non sono uno che si fa prendere dal panico. Ma quando finisci in mezzo a un incidente non lo sai come reagisci. Rimango seduto, mi convinco che non dovrò aspettare tanto.
Invece dei volontari della Pubblica o della Misericordia arrivano dei poliziotti che senza apparente motivo si mettono a manganellare sia me che Riccardo.
Adesso sì che sento male e vengo assalito dai dubbi: forse non sono finito nel mezzo di uno stupido scherzo. Forse sono finito in un guaio.
Mentre ci trascinano via, urliamo come non abbiamo mai fatto.
Un colpo in testa, per fortuna di striscio, mi annebbia la vista. Per un istante vedo solo buio, poi vedo le sagome di Daniele e Giuseppe. Capisco che stanno portando via anche loro.

Non sono un uomo religioso, ma i sacramenti mi incuriosiscono. Soprattutto il battesimo. Quello cattolico non è un granché, ammettiamolo. Invece ho un’amica evangelica che mi ha mostrato il filmato della cerimonia di sua sorella, che si è convertita da adulta. Il sacerdote la butta nell’acqua di un fiume, la tiene sotto per qualche secondo e poi la riporta fuori. Intorno c’è parecchia gente: tutti piangono e ridono, le due cose insieme, poi si mettono a cantare. Sembra bello ma non so se avrei il coraggio di provare…

Ci tengono separati. In quattro stanzette minuscole.
Ogni cinque minuti entrano due energumeni che ci picchiano con i manganelli, senza criterio e senza pause, così come a loro viene voglia.
Quello che succede a me, succede anche ai miei amici. Non li sento e non li vedo, ma ne sono certo.
Oltre alle manganellate, arrivano gli schiaffi e le tirate di capelli. E così perdo il controllo e mi metto a gridare di tutto. Sono un fiume in piena. E racconto. Racconto quello che è successo al pronto soccorso.
A qualcosa serve perché c’è un cambiamento di programma. Ma solo per me, ne sono convinto. Arriva uno che sembra un capo: un uomo di dimensioni normali, per fortuna, forse un pochino più basso della media, con gli occhialini rotondi e con addosso un insopportabile profumo di acqua di colonia.
Il poliziotto buono, mi dico.
I suoi modi però non sono gentili. Non picchia ma fa male: forse non sa usare le mani ma le parole sì.
– Pezzo di merda. Che cazzo gridi? Pensi che non lo sappiamo chi sei? Chi credi di prendere per il culo?
Mi sento mentre pronuncio qualcosa, tenendomi la testa tra le mani. Ripeto in continuazione: l’ambulanza.
– Quale ambulanza, faccia di merda che non sei altro? Quale ambulanza?
Se ne va, ma torna subito. Mi mostra un tablet e sul tablet un filmato in bianco e nero.
– È questa?
Gli rispondo di sì con la testa.
– Questo di spalle sei tu? Non è vero? – mi chiede, facendo proseguire la proiezione.
– Sono io, ma faccia attenzione… ecco!
– Ecco che cosa, deficiente?!
– Deve tornare indietro…
Lo fa.
– Qui, piano… vede?
– Che cosa devo vedere? Che cosa?
– Alla guida non c’è nessuno… è impossibile… ma è così… si vede, si vede… si vede…
Lui riguarda il filmato. Molte volte. Intanto suda e l’odore dell’acqua di colonia invade la stanza.
– Non l’ho notato subito, ma, da quando mi avete portato qui, non penso ad altro… Sono sicuro. Sul lettino c’era Riccardo, il mio amico e non doveva essere lì perché stava facendo la TAC… Ma questo lasciamolo perdere. Su quell’ambulanza non c’era nessun altro… nessun infermiere, nessun portantino, nessun volontario e nessuno alla guida. Ho guardato, per un attimo, sia prima sia dopo l’incidente… non me lo sono sognato… non c’era nessuno… nessuno.
Non mi accorgo che sto urlando, ma deve essere così, perché lui cambia espressione e dà un accenno di fastidio. Ripeto la stessa parola, venti, trenta volte. Nessuno.
– Taci, stronzo! Che cosa cazzo gridi?
La smetto.
Lui mi guarda. Apre la bocca ma poi non parla. Esce, ritorna, mi guarda ancora in faccia… non dice nulla.
Se ne va lentamente. Chiude la porta, facendola sbattere.
A questo punto interviene il silenzio, per un tempo che non riesco a calcolare ma che sembra lunghissimo.
Non si sente più nulla: nessuno che grida, nessuno che piange. Nemmeno la suoneria di un telefonino, una fotocopiatrice, una porta che si apre o che si chiude… Niente.

Non sono capace di nuotare, ma mi piace molto andare al mare. Non sono capace di nuotare, ma di galleggiare sì. Non mi avventuro al largo. Mi fermo quando rischio di non toccare, quando il mare diventa alto. Mi spingo fino al limite. Fino a quando l’acqua mi arriva al naso e alle orecchie. Lì, in piedi, guardo l’orizzonte, rimanendo fermo a volte per un tempo imprecisato: i rumori si attenuano e la mia vista si appanna.

Adesso siamo tutti e quattro nella stessa stanza. Non è la camera degli interrogatori. È lo studio dell’uomo profumato.
– Ispettore, ispettore… posso chiedere una cosa? – esordisce Giuseppe.
– Non sono ispettore, sono vice ispettore – chiarisce come se il particolare fosse di fondamentale importanza – e mi chiamo Marino. Di cognome, non di nome. E voi chi cazzo siete? Cioè chi siete veramente?
Giuseppe si ripropone malissimo: – Stia attento… Guardi che parleremo solo in presenza del nostro avvocato.
– Lei non sembrava così… così risoluto poco fa, signor Anselmi.
Giuseppe rimane in silenzio.
– L’abbiamo registrata, lo sa?
Giuseppe rimane in silenzio.
– Ascolti! – e fa partire un registratore.
– Ho capito, ho capito, ho capito. È per le molotov, vero? – Pausa. – Alla manifestazione a Milano, quindici giorni fa. Ma non ero l’unico… Ne ho lanciate due, va bene… Ma non ho colpito nessuno.
Il vice ispettore spegne il registratore, guarda fisso negli occhi Giuseppe. E riprende:
– Non ha colpito nessuno, signor Anselmi? E come fa a saperlo? E non era la prima volta, vero?! – apre un fascicolo davanti a sé e controlla, o fa finta di controllare. Poi aggiunge – No, non era la prima volta…
Guarda ancora Giuseppe, che invece non alza lo sguardo, e aggiunge:
– Per adesso, Anselmi, l’avvocato… lasciamolo perdere.
Il poliziotto sposta l’attenzione su Riccardo:
– Come va, dottor Miserotti? Fa ancora male la testa? Ci vede bene?
Riccardo cerca di non dare a vedere di essere agitato. Ma lo conosco a sufficienza per sapere che è così. Lui, che non suda mai, ha la fronte bagnata.
– Devo ancora fare la TAC, ma non credo ci sia nulla di grave.
– Tranquillo. Tra poco avrà la sua TAC, contento? Così ci leviamo il pensiero… Non vuole chiamare l’avvocato anche lei, vero?
– No. Voglio solo andarmene.
– Lei mi piace, Miserotti. Le cose hanno un inizio e una fine. E dopo un po’ appartengono al passato… vero? È meglio metterci una pietra sopra… È meglio dimenticare… Guardi, ho qui il suo fascicolo ma non voglio nemmeno aprirlo. Che cosa potrei trovarci? Niente! Niente?
Riccardo non risponde.
– Forse qualcosa di strano, però… Che so, una querela per appropriazione indebita, una storia di tanti anni fa… Ma forse non c’è più, forse sua zia l’ha fatta sparire…
Guardo Riccardo che adesso sembra molto preoccupato. So che si vergogna di questa faccenda e che ne ha parlato solo a me. Sicuramente gli dà fastidio che anche gli altri amici ora la conoscano.
– A volte fa comodo avere una zia che lavora in tribunale, vero? Fa comodo, già…
Il vice ispettore tira un lungo sospiro.
– Veniamo a lei, Pignataro. Signor Daniele Pignataro… E qui il fascicolo lo voglio proprio aprire, perché c’è una bella indagine in corso, vero?
Daniele guarda il soffitto.
Il vice ispettore insiste:
– Vero?
– Vero – risponde il mio amico, sottovoce.
– Se ne stanno occupando i carabinieri e sono parecchio incazzati con lei… Questa Ferrari Lucia anzi Lucia Paola… le ha fatto una bella denuncia per stalking. – finge di leggere, poi rialza la testa e lo guarda, senza incontrare i suoi occhi.
– Siccome c’era stata una volta, doveva starci ancora… era questo il tono delle telefonate e dei messaggi. E ci sono pure i pedinamenti. Allora Pignataro mi dica, a chi crederà il giudice? A lei che racconterà di essere stato portato in questura e picchiato selvaggiamente… o a noi poliziotti integerrimi? Che, tre contro uno, giuriamo di non averle torto un capello? Vuole davvero chiamare l’avvocato?
– No – risponde ancora Daniele, stavolta con un tono più deciso.
Adesso tocca a me, penso. E invece no. Il vice ispettore Marino si alza, assume un tono piuttosto solenne e dichiara:
– Statemi a sentire, ragazzi… non siete voi quelli che cerchiamo. Siete degli stronzi, dei comunissimi stronzi, ma non avete fatto nulla di particolare. Ci siamo sbagliati. Mi dispiace. Sono cose che succedono.
– Fa un altro lungo sospiro. – Potete andare. No, anzi… adesso vi faccio accompagnare per una controllatina, come promesso… però cambiamo ospedale.
Alza il telefono.
– Ascolta Rosario, devi accompagnarli alla clinica Sant’Anna. Sì, tutti e quattro. Tranquillo adesso avviso io. E trattali bene che sono ragazzi bravi… perbene.
Ride.

Ci siamo rivisti dopo un mese per una birra e ne abbiamo parlato, ma poco. Riccardo ci ha ricordato che abbiamo perso una battaglia, non la guerra, e Giuseppe ha rinforzato sostenendo che quel giorno nonostante tutto non siamo usciti sconfitti dalla questura. Nessuno mi ha chiesto se davvero non ho il minimo “precedente”, diciamo così.
Ho detto qualche scemenza ma ho parlato poco. C’era molta confusione e non ho capito tutte le battute dei miei amici. Ma ho osservato con cura i loro volti e li ho trovati strani. Hanno le occhiaie profonde, tipiche di chi dorme poco e sembrano invecchiati di dieci anni. Non mi è sembrato il caso di aggiornarli sul fatto che ho rivisto il vice ispettore Marino, lo sbirro profumato, come lo abbiamo soprannominato.
È successo ieri e so che non è stata una combinazione fortuita.
– Che cosa ci fa, qui, ingegner Polizzi?.
– Ho un invito per una prova gratuita di watsu, lo shiatsu in acqua.
– Lo so che cos’è il watsu… Io invece ho accompagnato mia moglie a un corso preparto, sempre in acqua.
– Ha un bimbo in arrivo?! Congratulazioni.
– Una femmina purtroppo. Io volevo il maschio. Vabbè.
Pausa.
– Niente di nuovo, Polizzi?
– Niente.
– Nessun contatto?
– E con chi?
– Lei è un ingegnere… lo sa come si fa a far funzionare un auto tramite un telecomando.
– Sì, lo so. Ma non ne sarei capace, non è tanto semplice.
– È vero.
– E allora?
– Sono sicuro che la verranno a cercare.
– Verranno? Ma chi? Di chi parla?
– Se lo sapessi, li avrei già arrestati. Ma non è facile. Sono in gamba… Hanno rubato un’ambulanza e ci hanno messo dentro il suo amico, senza che nessuno se ne accorgesse. Poi l’hanno fatta correre senza autista in mezzo alla città a 180 all’ora. E quando hanno voluto l’hanno fatta schiantare. Potevano dirigerla dove pareva a loro. Sono persone capaci… non dico che sappiano far ricrescere le gambe e le braccia agli amputati o ridare la vista ai ciechi, ma… Ci sanno fare.
– E io che c’entro?
– Nulla. Però mi sono fatto la convinzione che quella sceneggiata all’ospedale non sia stata un avvertimento, un’esibizione di forza… ma qualcos’altro.
– Si spieghi meglio.
– Sembra assurdo ma credo che sia stato un tentativo di reclutamento.
– E io che cosa c’entro?
– Lei c’entra, Polizzi. Eccome.
Non dico nulla ma da come lo guardo si sente in dovere di proseguire.
– Forse mi sto sbagliando. Però…
– Però…?
– Lei ha aperto la portiera dell’ambulanza, se lo ricorda?!
– E allora?
– Allora lei è uno che decide, che prende l’iniziativa… E un’altra cosa: lei ha buoni, buonissimi motivi per avercela con la polizia. E per volersi vendicare. Vedrà che la contatteranno. Ma non si metta con loro, Polizzi… sono peggio di noi, sa?
Mi guarda negli occhi per un secondo, poi prosegue:
– D’accordo, glielo dico. Credo che siano degli ex poliziotti… Sono pericolosi… Se si fanno sentire, mi chiami. Per favore… per favore.
Mi ha allungato un biglietto da visita dove non c’è scritto nessun nome ma solo un numero, un cartoncino che profuma maledettamente di acqua di colonia. E se n’è andato.

Da quel pomeriggio i miei problemi di insonnia sono diminuiti. È come se li avessi regalati a Riccardo, Daniele e Giuseppe. Ogni tanto però arriva un incubo, sempre lo stesso.

Sono in una piscina e sto tremando perché l’acqua è fredda. Provo a nuotare per superare i brividi, ma la cosa non funziona. Anzi. Un crampo mi blocca un polpaccio e vado sotto. Riemergo e cerco con gli occhi il bagnino. Ma lui non è al suo posto. Mi rimetto in piedi. Sono in un punto in cui si tocca e non rischio di annegare. Ma sono paralizzato. Non riesco a muovermi. Gli spruzzi dei nuotatori delle altre corsie mi danno un fastidio enorme, insopportabile. Mi metto ad urlare. Ma la voce non esce. Mi sento solo io mentre grido basta.

 

Brunello Buonocore è nato a Piacenza nel 1958. Si occupa da molti anni di progetti e interventi in ambito sociale, che sono qualcosa di più del suo lavoro. E’ autore insieme a Giovanni Battista Menzani e Marco Murgia e ai redattori di Radio Shock di Qualcuno tornò sul nido del cuculo, Edizioni Officine Gutenberg , che contiene le biografie romanzate di alcuni pazienti psichiatrici.

L’angelo della cava

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di Andrea Genzone

Stamattina Gigetto ha trovato un angelo senza testa. L’ha visto cadere dal camion delle macerie e ha fermato l’impianto, facendo suonare le sirene di allarme. Incurante della pioggia, è uscito dalla cabina di controllo e si è arrampicato a quattro zampe sul cumulo per recuperare la statua. Era un angelo bambino, a grandezza naturale.
Stringendolo a sé Gigetto ha preso a scavare con le mani, non si è dato pace finché non ha trovato anche il pezzo mancante. Pieno di fango dalla testa ai piedi, ha incollato le due parti e ha messo la statua sul davanzale dell’officina, insieme agli altri santi e madonne
mutilati, espulsi dai cimiteri della zona. Mario, il capo cava, è arrivato schizzando fango dalle ruote del camioncino. Quando ha capito la natura del blocco ha iniziato a bestemmiare: “Qui produciamo cemento, il presepe te lo fai a casa tua!” Gigetto, a testa bassa, ha premuto il pulsante verde e i nastri trasportatori hanno ripreso a scorrere sotto la pioggia. Insieme al rumore, è tornata la pace.
Avranno di che parlare oggi, in mensa. Ci sono attori formidabili qui, imitatori puntuali e crudeli. Mimeranno la scena del piccoletto con la statua in braccio, mentre dà spiegazioni al Mario in preda alla balbuzie: “No-no-non potevo mica lasciarlo nel f-fango.”
“Gigetto, io ho finito” ho detto. Si era dimenticato di me, nascosto in un quadro elettrico per riparare un guasto alle sirene d’allarme.
Non credo abbia collegato l’ira del Mario con la mia abilità professionale: se ci avessi messo dieci minuti di più, l’allarme non avrebbe suonato e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Comunque, la mia punizione è venuta direttamente dall’alto. La pioggia ha iniziato
a battere più forte e io dovevo uscire all’aperto. Mi aspettava un lavoro sulla draga.

Se solo venisse la neve. Invece il cielo è un coperchio di cemento, se ne sta immobile da una settimana a pisciare acqua. Visto da qui il mondo è una vasca per pesci senza branchie.
La draga è il nostro dio d’acciaio arrugginito. In mezzo al lago, ci sovrasta e ruggisce. Incute timore e rispetto ma, in cuor nostro, in una giornata come questa, speriamo tutti che si rompa.
E invece no. Qui si gioca a svuotarlo, il lago. La benna si tuffa in acqua come una mano aperta in un sacco di noccioline. Si chiude a pugno contro il fondale e poi riemerge, colma e grondante. Sassi e fango: ecco il nostro oro. Cammino sulla ruggine di questa passerella lunga due chilometri. C’è da fare un nuovo impianto elettrico sulla piattaforma e va trasportato il materiale: bobine di cavi, tubi d’acciaio, attrezzi… Cinquanta metri più avanti Pietro, il mio capo elettricista, procede sulla passerella intabarrato in un impermeabile giallo. Barcolla, ingobbito sotto il peso di una matassa di cavo. È una rivelazione: io sono così, visto da fuori.
Forse ho caricato troppe cose. Per risparmiare un viaggio ho preso la borsa degli attrezzi, il trapano, una matassa di cavo e la scatola delle viti. E proprio con questa urto uno spigolo della balaustra e il coperchio si apre. Tutte le viti si rovesciano in acqua come una raffica di mitra. Bel guaio. E adesso chi lo dice a Pietro, che è già incazzato per il fatto di essere venuto al mondo? Mi gira la testa, mi devo fermare un attimo. Ma non c’è un posto per fermarsi.

Ora d’aria. La baracca-mensa è un prefabbricato pieno di rattoppi, ma è riscaldata. Entriamo a piccoli gruppi, gocciolando acqua dagli impermeabili. Manca solo Gigetto, che preferisce rifugiarsi sulla betoniera e farsi una dormita. Ognuno apre la sua schiscetta, liberando nell’aria i profumi di casa: c’è il Salutista, con insalata e Philadelphia, e c’è Toni, con l’arrosto di maiale e i peperoni ripieni. Alle pareti sono affisse le pagine dei calendari degli ultimi tre anni. La ragazza di giugno 2015 ha la testa infilata dietro al condizionatore. Avevano finito lo scotch, e comunque l’essenziale si vedeva. Gennaio 2016, invece, è incorniciata con il nastro americano ed ha il posto d’onore, sopra al televisore. “Mado’,” dice Toni ogni volta che la vede, “questa c’ha una faccia da porca…”
Il televisore gracchia in fondo alla stanza. Fin dal mio primo giorno qui si è sempre guardato TGCOM 24, e mi chiedo se non sia l’unico canale funzionante. C’è un servizio sul neo-presidente americano: “Vai Trump!” dice Toni, “Uno così ci vorrebbe, in Italia.”
Seguono le solite battute, le solite risate. “Senti, senti questa!” dice Giovanni. La notizia successiva riguarda un naufragio di migranti al largo delle coste siciliane. Dodici cadaveri su un gommone. “Quelli bisogna sterminarli tutti,” dice Toni, “tutta la razza araba del cazzo.” Interviene anche Max: “E invece Renzi li fa venire qua. Avanti, c’è posto!” “Affondarli! Bisogna affondarli a cannonate!” conclude Toni. “Silenzio!” Il taciturno Marco richiama all’ordine, sollevando una mano tesa. È tutto il giorno che aspetta le previsioni del tempo. Ma qualcosa non va, batte il pugno sul tavolo. La biondina del meteo ha sì la gonna corta, ma i bastardi le hanno messo la striscia coi titoli proprio dove iniziano le cosce. Marco scuote la testa e ingoia l’ultima forchettata di pasta.

Io mi perdo. Mi tormenta l’immagine di Pietro, ingobbito sotto la pioggia. Io sono così. Appartengo a questo posto, a questo gruppo di persone. Ho iniziato a fare questo mestiere quasi per gioco, per far fronte a una necessità che pensavo temporanea. “Metto via un po’ di soldi,” mi sono detto, “e poi torno a fare musica.” A quei tempi il gruppo andava forte, abbiamo anche suonato al Roxy Bar di Red Ronnnie.
Ma soldi, pochi. Greta era incinta e non avevamo nemmeno una casa. È brutto da dire, ma mi sono trovato all’angolo. Gli altri sono andati avanti, non hanno avuto la pazienza di aspettare uno che si presentava alle prove più morto che vivo, che non aveva abbastanza ferie per andare in tour, che aveva la testa altrove.
Così la situazione mi è sfuggita di mano. All’inizio, in cava, mi sentivo una specie di antropologo, un osservatore esterno. Forse perché venivo da un altro mondo, o perché avevo studiato e viaggiato.
La maggioranza dei miei colleghi, invece, non si era mai mossa. In tutti i sensi. Ma ora? Cosa mi fa ancora pensare di essere diverso?
Sono un operaio. Bestemmio, sputo a terra, mangio mele con le mani sporche di fango e piscio dove capita. E rido, quando si parla del culo della segretaria, unica donna in azienda.
Siamo bestie: viviamo di fatica e televisione. Su Facebook ci occupiamo di sesso e di politica, che poi sono la stessa cosa: è tutta una questione di chi sta sotto e chi sta sopra, dare o prendere, soffrire o godere.
Siamo fantasmi: ci tiriamo in piedi prima dell’alba, ci presentiamo davanti allo specchio del bagno con gli occhi vuoti ancora prima di cominciare la giornata. Questo lavoro ci consuma le ossa, ci scava la pelle. A quarant’anni siamo già sordi, rattrappiti, pieni di ernie e cicatrici. Rientriamo a casa la sera e non ci resta niente, a parte mezz’ora di pace catodica prima di addormentarci sul divano.
E pensare che facevo tanti discorsi: “Il tempo” dicevo “è l’unica moneta che abbia davvero valore. Non serve il sacrificio se poi sei troppo impegnato, o troppo stanco, per goderne i frutti.” Capirai che scoperta. Come filosofo facevo pena, ma bisogna dire che avevo le idee chiare: volevo lavorare il meno possibile, guadagnare quanto bastava per vivere. Il resto del tempo doveva essere mio soltanto. E per la musica, che sarebbe stata un giorno il mio vero lavoro. Obiettivo centrato per metà: guadagno quanto basta, senza il minimo margine, ma non ho nemmeno il tempo per pensare. D’altra parte ho un figlio di sei anni che vuole fare l’astronauta, adesso, e non me la sento di dirgli di no.

Gigetto lo rincontro dopo pranzo. Scende dalla betoniera, mi raggiunge sotto la tettoia della mensa e sospira, mentre si infila la tuta da meccanico. “Hai una sigaretta?” dice. L’accende ad occhi chiusi, la fiamma gli illumina i riccioli neri sulla fronte.
“Gigetto!” urla una voce. Insieme alziamo lo sguardo. Venti metri più in là, davanti all’officina, Toni brandisce un San Giuseppe di gesso.
“Guarda qua, Gigetto!” dice, mentre lancia la statua al suo compagno di giochi. Giovanni la prende al volo, ma un braccio si stacca e finisce a terra. Gigetto non si scompone: “Quello lì è il protettore dei lavoratori” dice sottovoce.
Io vado d’accordo solo con Gigetto, anche se è fuori di testa. Il perché l’ho capito stamattina, guardandolo arrampicare sul cumulo delle macerie. Io e lui siamo gli unici a non darsi pace, continuamente alla ricerca di qualche pezzo mancante. Tutti gli altri, ognuno a modo suo, sembrano avere un’identità precisa, un ruolo nel mondo. Delle opinioni ferme, un’automobile ancora da pagare, un abbonamento a Sky per cui sgobbare volentieri. Noi no. Noi siamo mosche che sbattono contro i vetri delle finestre.
Mi infilo l’impermeabile e mi incammino sotto la pioggia. Non ho ancora detto a Pietro delle viti. Se mi fa una delle sue scenate è la volta buona che lo mando a quel paese. Anzi, spero proprio che succeda.

Pietro oggi lascia correre. È stanco. Ci trasciniamo verso sera, passandoci gli attrezzi senza dire una parola. La pioggia batte sul cappuccio di plastica, il freddo mi percorre la carne a piccole scosse. “Come vorrei stare in un ufficio” penso tra me, mentre cammino
sulla passerella verso la terraferma. Ma mi conosco abbastanza da sapere che, se fossi in un ufficio, vorrei essere libero di camminare sotto la pioggia. Uno vuole sempre quello che non ha.
Mentre io e Pietro ci avviciniamo all’officina vedo gente correre verso il cumulo delle macerie. Macchie gialle nel pomeriggio scuro.
Scosto il cappuccio e mi metto in ascolto: silenzio, l’Impianto è fermo. Il camioncino del Mario ci sfreccia accanto, sollevando acqua da una pozzanghera. Affretto il passo, Pietro rimane indietro. Oltre l’officina vedo un capannello di gente, proprio fuori dalla cabina di controllo dove lavora Gigetto.
Il mio amico è a terra, in mezzo al cerchio dei colleghi. Gli occhi chiusi, le braccia scomposte, la testa reclinata di lato. Toni è al telefono col 118, cammina avanti e indietro e parla a voce alta: “Uomo, 50 anni… Sarà un metro e cinquanta, poco di più, peserà cinquanta chili, non lo so… È caduto…” Mario lo interrompe con un cenno perentorio, si porta l’indice sulle labbra. “Muovetevi però,” riprende Toni, “questo non respira!”
Siamo tutti lì. Giovanni è chino sul corpo, lo scuote leggermente da una spalla: “Gigetto! Gigetto! Sveglia!” Mi chino anch’io, anche se non c’è molto di più che possa fare. Provo a sentirgli il polso e mi pare che il battito ci sia. L’addome si muove leggermente sotto la tuta da meccanico.

Il lampeggiante dell’ambulanza illumina l’Impianto di blu intermittente. I soccorritori si portano via Gigetto e ci lasciano zitti, a guardarci in faccia. Mario chiama Giovanni nel suo ufficio: vuole parlargli. Poi chiama tutti gli altri, uno a uno. “Tu dov’eri?” mi chiede quando viene il mio turno. Glielo spiego, lui mi ascolta e annuisce. Dice: “Lo sai che è un momento difficile, questo. Mi dispiace tanto per Gigetto, ma non possiamo rischiare di andare a casa tutti per uno che si arrampica a cercare le madonne. Senza protezioni, per giunta.” Non capisco dove vuole andare a parare. Lo guardo in faccia e aspetto. “Verranno a fare l’indagine” dice. “Tu non eri lì, va be’, ma stamattina l’hai visto con quella statua del cazzo. Io gli voglio bene, per carità, ma qua ci fanno chiudere!” Il resto della conversazione lo passo a fissare lo schedario alle sue spalle, nauseato. Non riesco a reagire come vorrei, a chiedere un minimo di rispetto per uno che forse sta morendo in un’ambulanza. Esco dall’ufficio, barcollando, e incrocio lo sguardo infuocato Toni sulla porta. “Ce l’hai mandato tu in cima al nastro, bastardo!” urla puntando l’indice in faccia al capo cava, senza nemmeno chiudersi la porta alle spalle. “È inutile che adesso cerchi di farlo passare per matto. Matto è matto, ma là sopra ce l’hai mandato tu perché il nastro si è bloccato.” Resto a guardare, anche gli altri si avvicinano. Mario è seduto dietro alla scrivania, Toni lo tiene per il colletto della tuta, la faccia a un centimetro dalla sua. “Abbiamo tutti bisogno di lavorare” dice Mario, con una stanchezza nella voce che non gli avevo mai sentito. Toni lo spinge indietro e viene verso la porta. Con le antinfortunistiche molla un calcio alla fotocopiatrice squarciandone la copertura. Poi si apre un varco in mezzo a noi e se ne va verso lo spogliatoio. Mario si alza e chiude la porta dell’ufficio, senza alzare gli occhi da terra.
Noi restiamo fuori. In silenzio raggiungiamo la tettoia della baracca-mensa, senza sapere cosa fare. “Però,” dice Giovanni, “se è vero che l’ha mandato lui, come ha detto il Toni…” “Io cazzate non ne racconto,” dice Marco, “io lì non c’ero e non voglio saperne un cazzo.” “A me manca un anno alla pensione,” dice Pietro, e non aggiunge altro.

In una giornata come questa, la coda in tangenziale è la stessa di sempre. Le luci rosse che si dilatano e si restringono, lo stridere ossessivo dei tergicristalli. Guardo le altre persone, chiuse nei loro abitacoli: nessuno sembra sapere nulla di Gigetto, della cava. Nessuno di loro, questa sera, deve decidere da che parte stare.
Mi fermo all’Autogrill, accendo una sigaretta appoggiato alla fiancata della macchina. Ha smesso di piovere. Penso a Gigetto che se la caverà – così hanno detto, in ospedale. Non tornerà proprio quello di prima e con i soldi dell’indennizzo, immagino, dovrebbe essere a posto per tutta la vita. Niente più cava. Sempre che i suoi colleghi si comportino come si deve.
Guardo le macchine incolonnate sull’autostrada e mi chiedo quanto tempo ho già perso. Tre ore al giorno, per sette anni. A fare la coda. Un furgone carico di operai stranieri mi parcheggia accanto: abiti macchiati di calce e vernice. Volti scavati che si confondono col mio, riflesso dal finestrino. “Migliaia di ore” mi dico.
Butto la cicca ed entro per una birra. Coda alla cassa, coda al bancone. Camminando verso l’uscita vedo un giocattolo esposto, un robot astronauta radiocomandato. Me lo rigiro tra le mani e quello si illumina di verde e di rosso: “Conto alla rovescia iniziato” dice la voce registrata. Lo rimetto a posto e ne prendo uno confezionato.
Riprendo la tangenziale e imbocco la prima uscita. Da queste parti c’è Lucky Music, il negozio dove venivamo a rifornirci di strumenti, io e gli altri. Se c’è qualcosa di cui ho bisogno, adesso, è una muta di corde nuove.

Giro tra le chitarre in esposizione in preda alle vertigini e penso che ho vissuto la vita di un altro. “Una muta di corde zerodieci” dico al commesso capellone. “E due pile stilo. Per l’astronauta.”
Vertigini. Gigetto in cima al nastro. Il volo, il fango, le luci blu. Il tempo scorre e poi finisce, anche lui sotto badilate di fango e qualche orribile statua. Noi là fuori: fantasmi con l’impermeabile giallo.
Sono quasi le otto. Greta non sa ancora niente. In qualche modo faremo penso, mentre guido verso casa accanto a un astronauta che si illumina di verde e di rosso. “Conto alla rovescia iniziato” diciamo all’unisono.

 

Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Cura il blog andreiaway.it, ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada.

Piccola odeporica parigina: Shakespeare and Company tra incanto e disincanto

Foto Libreria Shakespeare-and-Company per racconto Pedrazzi

di Lorenzo Pedrazzi

Di fronte all’ingresso c’è una giovane chitarrista scalza che canta in inglese con voce mielosa, attorniata da un gruppetto di ragazzi seduti per terra a gambe incrociate. Osservandola, mi sorprendo a pensare che ci sia qualcosa di brutalmente lascivo nei suoi piedi nudi, qualcosa di sporco e ammaliante, come un vizio da cui non ci si vuole liberare. La sento dire che ha bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno, ma è curioso che, fra tutti i luoghi di Parigi, abbia scelto di esibirsi proprio da Shakespeare and Company. Bisogna però ammettere che la Chitarrista Scalza sembra perfettamente a suo agio sotto quell’albero, circondata da avidi lettori e aspiranti scrittori, mentre una piccola fila – composta in gran parte da turisti, me compreso – attende di entrare in una delle librerie più famose del mondo.

La sede attuale si trova ai margini del Quartiere Latino, in un cantuccio tranquillo e protetto che volge sulla Senna. In origine, però, la libreria sorgeva al numero 8 di rue Dupuytren, dove Sylvia Beach – un’espatriata americana del New Jersey – la fondò nel 1919, per poi trasferirsi nel 1921 al numero 12 di rue de l’Odéon. Fu qui che Shakespeare and Company divenne il crocevia della Generazione Perduta, ospitando scrittori leggendari come Ernest Hemingway, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein e James Joyce, il quale ne usufruì addirittura come suo ufficio personale; non a caso, Beach fu la prima a pubblicare L’Ulisse nel 1922, e continuò a pubblicarlo anche quando gli Stati Uniti e l’Inghilterra scelsero di bandirne la diffusione.
Shakespeare and Company è un’isola popolata da utopisti e cacciatori di chimere, dove i librai sono rigorosamente anglofoni e si parla solo inglese: un porto franco della letteratura mondiale.

Purtroppo, l’utopia s’interruppe nel 1940, e le ragioni della chiusura sono romantiche come l’atmosfera che si respira nelle sue stanze: pare che Sylvia Beach, durante l’occupazione nazista, si rifiutò di vendere a un ufficiale tedesco l’ultima copia di Finnegans Wake di Joyce, e il negozio fu chiuso per ritorsione. Toccò quindi a George Whitman riaprirlo in rue de la Bûcherie, nel 1951, ma inizialmente si chiamava Le Mistral, e fu ribattezzato Shakespeare and Company solo nel 1964, dopo la morte di Sylvia Beach. Nel frattempo, però, la nuova libreria era diventata il punto di riferimento della Beat Generation grazie a scrittori come Allen Ginsberg, Gregory Corso e William S. Burroughs, che rinnovarono la sua fama. Ora è gestita da Sylvia Beach Whitman, l’unica figlia di George Whitman.

La coda all’ingresso è più agile del previsto: non faccio nemmeno in tempo a concentrarmi sulla Chitarrista Scalza che già mi ritrovo dentro la libreria. Muovo passi incerti, preda di un eccessivo timore reverenziale. Le sale sono anguste, brulicanti di visitatori che, non appena si fermano a sfogliare un libro, causano un ingorgo immediato. Fa caldo perché non c’è aria condizionata, ma alcuni ventilatori portano un tenue refrigerio negli angoli più reconditi del negozio, tra la sezione della fantascienza e quella dedicata alla grafica. Si respira un clima antico, profumato di carta e legno, con gli scaffali colmi di libri che arrivano fino al soffitto, e una luce polverosa, intima, come quella di un vecchio abbaino esposto al sole pomeridiano. Tanti libri, poco spazio, difficile orientarsi. Ci muoviamo come polli senza testa, seguendo il flusso per non intralciare il passaggio, ma pronti ad appiattirci contro uno scaffale se scorgiamo qualcosa che ci interessa.

Superato l’atrio principale, dove si svolgono le presentazioni e gli incontri con gli scrittori, entro in una stanza molto più piccola, e sulla destra noto una scala ripida che sale al primo piano. Sugli scalini è stata dipinta una frase del poeta persiano Hāfez di Shiraz, tradotta in inglese: “I wish I could show you, when you are lonely or in darkness, the astonishing light of your own being“. Un cartello, decisamente meno lirico, ci avverte di stare attenti ai borseggiatori. La scala è strettissima, quasi impossibile da percorrere se altre persone scendono nella direzione opposta, quindi devo aspettare che si liberi prima di poter salire. L’attesa è però ricompensata da un ambiente ancor più garbato e silenzioso: il piano superiore di Shakespeare and Company non è più una libreria, ma una biblioteca che raccoglie la vasta collezione di Sylvia Beach, a disposizione di chiunque voglia consultarla (a patto, però, di non portarsi via alcun volume). Qui, un piccolo atrio mi offre due opzioni: sulla destra c’è una stanza con una pianola e alcune sedie, sulla sinistra un corridoio che conduce a una sala più grande, illuminata da un’ampia finestra. Gli scaffali con i libri sono ovunque.

All’inizio del corridoio, sulla sinistra, si apre un minuscolo vano tappezzato di foglietti con i messaggi dei visitatori; ci sono anche una piccola scrivania, una vecchia macchina da scrivere e una seggiola, su cui siede una ragazza dalla pelle lunare, alta e magra, avvolta in un cappottino poco adatto alla stagione estiva. Sta vergando qualcosa sul suo quaderno, o forse è solo un biglietto, non riesco a vedere bene. Ha la schiena curva sulla miniscrivania, l’aria concentratissima di chi sta svolgendo un’operazione vitale, e indossa un buffo cappello nero. Più avanti, al termine del corridoio, scorgo la stanza principale con la finestra da cui si intravede la Senna. Di fronte alla finestra c’è un tavolo rettangolare, mentre il perimetro della sala è disseminato di poltroncine e divanetti, tutti occupati da lettori assorti, con le mensole cariche di libri alle loro spalle. È qui che si avverte un clima quasi sacrale, gravato dal peso di una Storia – sia umana sia letteraria – che non sono sicuro di poter cogliere nella sua interezza, o nel suo complesso intreccio di ambizioni artistiche, vita quotidiana e precarietà esistenziale. Qualcosa sfugge sempre alla comprensione, ed è per questo che ci muoviamo per i corridoi di Shakespeare and Company come se fossero di cristallo, dosando ogni passo e ogni gesto. Lo consideriamo alla stregua di un pellegrinaggio, per quanto ridicolo ed eccessivo possa sembrare.

Queste preoccupazioni di certo non affliggono Kitty, la gattona bianca che dorme sulla poltrona di fianco al tavolo, nel vertice destro della stanza. Pare un cucciolo di foca. Ecco, la gattona bianca incarna l’apice di un gusto bohémien che ancora sopravvive, seppure addomesticato dalla sua fama popolare e dalla vanità dei poser, nel nucleo pulsante di questa libreria, dalla sala lettura fino allo spiazzo dinanzi all’entrata, con i suoi musicisti e i suoi scrittori in erba. È inevitabile chiedersi dove si fermi l’essenza primigenia di Shakespeare and Company, e dove inizi il compiacimento dell’autorappresentazione.

Me lo chiedo mentre acquisto una copia di Wise Men di Stuart Nadler, con tanto di firma
originale dell’autore. Alla cassa c’è un ragazzo con occhi chiari, lunghi capelli biondi e barbetta dello stesso colore, che mi dice di aver fatto parte della stessa band in cui suonava la sorella di Nadler. Sono piacevolmente sorpreso: mi trovo a due soli gradi di separazione dall’autore, cose che possono accadere solo in un posto come questo. Gli dico di aver amato l’altro libro di Nadler, The Book of Life, ma lui mi risponde che paradossalmente non ha mai letto nulla di suo. Peccato, penso io. Comunque, il ragazzo mi chiede se voglio il timbro di Shakespeare and Company sulla prima pagina del libro, e io gli rispondo «Sure, thank you», senza sapere alcunché di questa consuetudine. Ma quel sigillo d’inchiostro dimostra quanto la libreria, ben consapevole della sua notorietà iconica, sia diventata un vero e proprio marchio, quasi una griffe da ostentare nella propria biblioteca personale. D’altra parte, in quale altro modo sarebbe potuta sopravvivere di fronte al calo dei lettori, alla diffusione degli e-book e allo strapotere della grande distribuzione? Impossibile biasimarla.

All’uscita ritrovo la Chitarrista Scalza che abbraccia la Ragazza Col Cappello Buffo. Sorride e la ringrazia calorosamente, ribadendo che aveva bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno. Non so cosa sia successo fra loro due. Evidentemente la Ragazza Col Cappello Buffo ha deciso di aiutarla in qualche modo, e vederle insieme mi suscita un misto di tenerezza e curiosità antropologica: come si chiamano, da dove vengono, cosa fanno? Sono segreti che entrambe custodiranno gelosamente, magari limitandosi a condividerli tra loro stesse, per rallegrarsi di ogni tratto comune e ammirare le reciproche differenze. O almeno è così che m’immagino quell’abbraccio fugace: come uno scambio istantaneo di informazioni tra spiriti affini.

Mi siedo sul muretto che separa il cantuccio della libreria dalla strada, ascoltando la voce della Chitarrista Scalza ancora per un po’. Si sposta in prossimità dell’ingresso e intona un pezzo soft rock di cui non ricordo il titolo. Chissà se ha ancora bisogno di soldi, o se invece sta cantando solo per il piacere di farlo, senza fini utilitaristici, rinvigorita dall’attenzione dei passanti e dalla delicatezza di quel contatto umano?

 

Torno da Shakespeare and Company durante l’ultimo pomeriggio del mio soggiorno parigino: voglio prendere un regalo per Claire, la studentessa francese che mi ospita in casa sua, e che ascolta con pazienza le mie bislacche osservazioni sui corvi di Parigi e sulle mucche bianche che popolano la campagna francese. Abbiamo trascorso le ultime serate sul davanzale della finestra, con il fumo delle sue sigarette che si smarriva all’imbrunire, parlando di lavoro, università, cinema, serie tv, vita metropolitana e paralleli linguistici tra l’italiano e il francese, ma incontrandoci sul campo neutro dell’inglese. Per merito suo, il mio viaggio è diventato un’esperienza molto più ricca e poliedrica di una normale vacanza. Le sono grato.

Stavolta non trovo la Chitarrista Scalza (spero abbia raggranellato abbastanza denaro per la sua misteriosa destinazione), e non c’è nemmeno la coda all’entrata del negozio. Si cammina liberamente, senza la pressione fisica e psicologica della folla. Acchiappo l’ultima copia di The Book of Life per Claire e me la porto al piano superiore, dove qualcuno sta suonando la pianola nella stanza più piccola. Mi siederei volentieri, ma non c’è posto. Al contrario, nella sala grande c’è una poltroncina libera, mentre Kitty sta dormendo sul divanetto che occupa il lato destro della stanza, identica a come l’avevo lasciata: ha solamente cambiato posto. Al suo fianco c’è una ragazza bionda, imponente e giunonica, che ha steso le gambe sopra di lei per appoggiarle sul bracciolo. La gattona però non se ne cura, e non reagisce nemmeno quando la ragazza comincia a vezzeggiarla con carezze e altre effusioni.

Io mi siedo sulla poltroncina e per qualche istante assaporo il delicato brusio che giunge dalla strada, attraverso la finestra spalancata. Leggo la prima pagina di The Book of Life (non l’avevo mai letta in inglese), poi sfilo un libro a caso dallo scaffale alle mie spalle: è The Mysterious Half Cat (A Judy Bolton Mystery) di Margaret Sutton, pubblicato nel 1936. Anche in questo caso mi limito a leggere la prima pagina, in cui Judy Bolton – eroina di una serie di romanzi investigativi molto popolari tra gli anni Trenta e i Sessanta – viene svegliata in piena notte da un rumore sconosciuto.

Per contrasto, una signora si addormenta sulla poltrona di fronte a me, il giornale afflosciato tra le mani.

Guardandomi attorno, vedo che ognuno è trincerato nella propria campana di vetro, come studenti in biblioteca. Cosa accadrebbe se rivolgessi una parola alla ragazza bionda che sta stuzzicando le zampe di Kitty? O se, di slancio, afferrassi il giornale della signora prima che cada per terra? Mi chiedo se la ricerca del contatto umano sia contemplata, nella quiete della sala lettura. Sembriamo tutti molto concentrati sul valore intimo e privato della nostra visita, più che sull’opportunità di condividerne i piaceri… o, almeno, questo vale per chi concepisce il pellegrinaggio da Shakespeare and Company come un momento introspettivo, alla scoperta di antichi fantasmi letterari che si aggirano per i corridoi come il fruscio della brezza sulle pagine di un libro. Mi piacerebbe tornare qui ogni settimana per osservare la gente, godermi il silenzio, cogliere ogni più piccola interazione sociale, e studiare l’influenza gravosa che questo posto – con il suo lascito quasi soffocante di Storia e Cultura – esercita sugli avventori.

Mi alzo e, dopo aver riposto The Mysterious Half Cat, saluto Kitty facendole un grattino fra le sue minuscole scapole, ma lei ovviamente non reagisce in alcun modo. La ragazza bionda intanto se n’è andata, e il suo posto è stato preso da una signora minuta, esilissima, che legge un libro con gli occhialetti calati sul naso. Alla cassa c’è invece una giovane commessa dal grazioso accento britannico, con i capelli lunghi e rossi. Le chiedo se è possibile coprire il prezzo di The Book of Life, ma lei fa di meglio, e chiude il volume in un’elegantissima confezione regalo che riporta una frase di Groucho Marx: “Outside of a dog, a book is man’s best friend. Inside of a dog it’s too dark to read“. La citazione è scritta a caratteri d’oro su carta blu, che garantisce un notevole effetto scenico.

Potrei consegnarlo a Claire quella sera stessa, ma preferisco evitarle imbarazzi, e così ci limitiamo a fare una lunga chiacchierata sul solito davanzale, mentre il sole si ritira pian piano dalle stradine del nostro arrondissement. È ormai buio quando ci congediamo per andare a letto: rientro nella mia camera e stacco una pagina dal quaderno per scriverci un biglietto da accompagnare al regalo, che il mattino dopo, reduce da un sonno frammentario, ripongo sul tavolo del soggiorno. È molto presto, e la notte cede il posto alla luce grigia dell’alba. Mi preparo senza far rumore nella pace ovattata dell’appartamento, lasciando che sia il bagliore tenue del nuovo giorno a illuminare i miei passi.

Il libro e il biglietto sono nell’angolo del tavolo, puntati verso la sua porta: non appena Claire farà capolino dalla stanza, saranno la prima cosa che vedrà.

Quando trascino la mia valigia verso l’uscita, le rotelle accennano un lieve sospiro lungo il pavimento della sala, poi faccio scattare la serratura dell’ingresso ed esco sul pianerottolo. In quel momento un trillo elettronico sembra risuonare dalla sua camera, forse è la sveglia. Possibile che l’abbia programmata così presto? Desiderava forse salutarmi prima che partissi? Fra non molto vedrà il mio piccolo dono, ma io sarò già lontano, giù per le scale, lungo la strada, nelle arterie della metropolitana e poi nel caos scintillante della stazione, riflettendo su ciò che Claire potrebbe aver pensato davanti al mio biglietto, al libro di Nadler e alla buffa citazione di Groucho Marx.

Susanna don’t you cry

Alice Magnoni, 22 anni, studentessa del terzo anno di Scienze Ambientali all’Università Bicocca di Milano. Tra i cinque finalisti della nona edizione del concorso Raduga, con un racconto intitolato Il terzo atto, che sarà edito sull’Almanacco Letterario dell’Associazione Conoscere Eurasia, nel giugno 2018.

 

 

 

di Alice Mangoni

Trovarono un nido.
Prima c’era stato il rumore, furtivo, selvatico, poi li avevano visti. Brutti corpicini spelacchiati, ma già dotati di una certa grazia: la capacità di volare un giorno. Probabilmente merli, decise Susanna. I segreti della natura erano belli, le loro ombre non facevano paura, i loro misteri semplici.
Ma i segreti degli uomini. Gli uomini erano codardi e nascondevano solo i lati peggiori, sporchi, deboli.
Una bambina allungò le dita, ma la sorella le disse: «No. Alla madre non piacerà l’odore di mani umane. Potrebbe non riconoscere i suoi piccoli».
Matilde ritirò il braccio delusa. Aveva nove anni, Susanna diciassette; entrambe vivevano in una cascina del paese vicino. Quasi una volta alla settimana andavano al Castello di Masino a giocare a nascondino nel Labirinto finché erano stanche, e allora si sedevano a leggere. Consideravano quel luogo una personale proprietà.
Tornarono qualche giorno dopo la scoperta del nido. Susanna cercava la sorella da qualche minuto senza successo. Forse era entrata all’interno del castello, anche se non aveva il biglietto: c’era una via attraverso i bagni, oppure Pietro poteva averle aperto la porta principale. Trovò il ragazzo, gli chiese subito: Hai visto mia sorella.
Venti minuti fa era qui.
Non c’è.
Di colpo scorse una testa bionda e con lei un uomo dalla barba rossiccia e l’ansia scese e salì di nuovo.
Susanna sentiva con orgogliosa invidia che Matilde era bella, ancora piena di morbidezze da bambina ma con una curiosa malizia che la rendeva più adulta. Agiva per istinto e autodifesa e desiderio di piacere, ma era troppo piccola per capire i pericoli.
Susanna le corse incontro e vide una donna, un bambino e un gatto bianco poco distanti. Forse la sua famiglia. Ma Susanna sapeva che ci sono uomini con due facce, che con una mano frugano nel buio dei cinema, nelle metro affollte, in una macchina che si ferma a chiedere indicazioni, e con l’altra accarezzano la testa del figlio che va a scuola. Possono fare questo.
Raggiunse la sorella mentre lei aveva già salutato l’uomo, la strattonò per il braccio.
«Non sparire mai più!»
«Giocavamo a nascondino, lo scopo è quello».
Le propose di cambiare gioco:«Saliamo sulle mura. Chi cade è morto».

Si arrampicarono agili, capelli chiari al vento e gambe lunghe, sembravano nate per quello. Susanna in particolare era una specie di uccello, un airone o una cicogna, alta e sottile.
Una donna gridò. E le due ragazze persero l’appoggio. Fu un attimo, recuperarono l’equilibrio.
Scendete, scendete! Dunque ce l’aveva con loro. Era la moglie dell’uomo con la barba. Susanna avvertì ogni cosa in ritardo, dopo essere balzata giù con Matilde. La paura, il vuoto, l’urlo. Per poco quell’urlo non le ammazzava. Cosa diceva ora. Chiedeva della mamma, dov’era, perchè le aveva lasciate fare una cosa così pericolosa.
«Lavora» rispose Matilde squillante.
Non era pericolosa, non era pericolosa prima che arrivassi tu, pensò Susanna. Come osava, chi era, per mettere in discussione la sua capacità di prendersi cura della sorella. Squadrò con disgusto la donna. Era carica d’oro e mentre si agitava tutti gli ori si agitavano con lei. Chi porta un gatto in gita come se fosse un cane poi? Susanna la guardava con furia silenziosa.
Poi sentì Matilde dire: «Mia sorella è muta. Come può prendersela con una povera muta?»
Le prese la mano e la fece allontanare in regale sdegno. Matilde era così. Non sapevi mai cosa avrebbe fatto dopo.
Prima di andarsene Susanna lanciò un’occhiata oltre le mura. Al nulla e all’aperta campagna. Non sarebbero mai cadute. Era lo scopo del gioco.
«Dimmi cos’ho di strano».
Il pomeriggio era quasi finito, e ora camminava con Pietro nel Giardino, Matilde era sparita tra le siepi.
Lui era volotario al castello, ma lo conoscevano da anni perchè la mamma lo pagava a giornata per aiutarla nei campi.
Pietro rise.
«Non scherzo».
«Forse non ridi nei momenti giusti».
«Quali sono i momenti giusti?»
Susanna ricordava che il padre la chiamava “la mia bambina speciale”, ma la mamma sbuffava e le diceva:«Tu hai molto cervello, ma non è quasi mai mai attaccato alla testa. Non so cosa te ne fai».
Suo padre era morto quando lei aveva circa l’età di Matilde. La mamma gli elencava sempre tutte le cose che non doveva fare: fumare, guardare troppa televisione, mangiare grassi animali, entrare con le scarpe in bagno. Lui rispondeva: «Di qualcosa bisogna pur morire». Infatti.
Dopo il funerale la mamma aveva preso per le spalle Susanna: «Ecco cosa succede a chi non mi ascolta» indicando la bara: «Tuo padre non prendeva mai nulla sul serio, lasciava che lo facesse qualcun altro per lui, e di solito ero io. Ti sembra giusto?».
Susanna odiava quando lo chiamava “tuo padre”. Era anche tuo marito, pensò. Da bambina aveva adorato la sua leggerezza, l’ironica noncoranza verso il resto del mondo e sé stesso, ma a volte pensava che fosse ciò che l’aveva ucciso: aveva smesso di avere peso, niente lo ancorava più a terra. La mamma invece era solida come la fattoria, in pietra e legno scuro. Questa era la mamma.
«Sei nel nostro mondo solo a metà».
«Fai cose che gli altri non fanno» Matilde li aveva raggiunti e si era unita al gioco. Susanna arrossì. La prima volta che aveva visto Pietro gli aveva toccato i capelli, neri e ricci, affondando in sensazioni sconosciute con le dita. Avevano entrambi quattordici anni, e lui era un ragazzino dalla faccia larga e il corpo snello, che sembrava capace di fare tutto, fischiare, lanciare coltelli, fare il giocoliere con tre arance, e il resto di saperlo imparare, mentre lei era una ragazzina alta e strana. Matilde le aveva detto poi: Perchè gli hai toccato i capelli.
Non lo so.
Non dovevi farlo. E’ stato strano.
Ma Susanna con capiva perchè.
«Urli nei campi».
Anche questo era vero. Succedeva la notte. Correva all’aperto e gridava finchè non si accasciava al suolo completamente sfinita e liberata. La sorella veniva a raccattare quel mucchietto d’ossa per metterlo a letto. All’epoca in cui andava ancora al liceo strillava ogni notte per tutta la notte, e alla fine i vicini esperati avevano esasperato la madre che rinunciò al principio secondo cui conoscere nuove persone faceva bene. Ci rinunciò per stanchezza e non per mancanza di convinzione. La ritirò dalla scuola per farla studiare a casa e da allora le urla erano diminuite drasticamente. Ma non poteva rinunciarvi del tutto.
La vita la riempiva e lei doveva svuotarsi.
Non capisco perchè lo fai, le disse Pietro una volta.

Non capisco perchè voi non lo fate, rispose lei.
Susanna riconobbe la voce. Era la donna. Andarono verso quel suono. Meglio non avvicinarsi, pensò. Ma gli altri erano già avanti. Sapeva che non doveva guardare ma guardò. Il gatto era sdraiato, la testa bianca e rossa sfracellata da un sasso. Susanna si chinò e girò il gatto dalla parte intatta: come se dormisse.
La donna la fissò e l’accusò: E’ lei! Ha lanciato lei la pietra.
No.
E così non sei muta.
Il marito tentò di calmare la moglie: Lascia perdere, è stato un incidente, vuoi farla pagare a una ragazzina, non lo vedi com’è.
Pietro disse alle due sorelle: «Vi accompagno a casa».
Dietro alla donna, tra le foglie, c’era un nido.
Arrivarono alla cascina. Susanna chiese a Pietro:«Sei stato tu?»
Gli avevano raccontato dei merli.
«Pensavo fossi stata tu».
E’ notte. Una bambina si alza, apre la porta della camera di sua sorella. Le scuote la spalla.
«Dormi?» chiede la bambina.
«No»
Nel buoi non ci sono corpi, solo le voci senza materia.
«L’hanno seppellito? O l’hanno lasciato lì?»
«L’hanno seppellito».
«Dove?»
«Nel loro giardino».
«Magari non hanno un giardino».
«Tutti hanno un giardino».
«Non è meglio che il gatto sia morto alla fine?»
«Non so».
«Avrebbe ucciso gli uccellini».
«Aveva trovato il nido?»
«Sì. L’ho capito perchè c’erano i segni delle unghie sull’albero. Non le hai viste?»
«No».
«Domani te le faccio vedere».
«Va bene».
«Avresti urlato. Se trovavi gli uccelini morti. Davanti a tutti avresti urlato nel tuo modo».
La ragazza è rigida nel letto. Non si muove.
«Odio quando urli» prosegue la bambina.
Ancora non c’è risposta.
Conclude: «Non m’importa anche se stata tu. L’hai fatto per scacciare il gattto lontano dal nido e se poi è morto non potevi saperlo. Sono contenta che sia morto. Non è meglio Susi?»
«E’ meglio per gli uccellini ma non per il gatto. Non per i padroni del gatto».
La ragazza gira la testa verso il muro e la bambina torna in camera sua, i piedi nudi che sfregano le piastrelle. Passano i minuti e la ragazza si alza e entra nella camera della sorella.
«Mati».
«Che c’è».
«Sono contenta per gli uccellini. Un giorno impareranno a volare, pensa».
E poi, sulla porta: «Vuoi venire nei campi con me?»
Si infilano gli stivali e nell’oscurità della campagna urlano, creature umane e selvagge. Fino all’alba.
«Dopo si sta bene no?» sottilinea la maggiore « Devi lasciarmi urlare ogni tanto, così che possa essere felice il resto del tempo».
Qualche momento dopo momora, ma pianissimo, che si potrebbe non udirla affatto: «Dio, Matilde, perchè non gli hai fatto sciò sciò invece?»
«Non mi è venuto in mente».

La verità rimossa

Vincenzo Sciascia è nato e cresciuto in Sicilia, a Racalmuto, paese che ha dato i natali a Leonardo Sciascia. Studia Giurisprudenza a Milano, dove rimane in seguito lavorando a Palazzo di Giustizia. Riscontri nella narrativa: terzo classificato al Premio letterario Centro Culturale Antonianum nel 2013, finalista al Premio città di Como nel 2014.

Un ragazzo ferito a morte durante una partita di caccia. L’incidente rivela le pieghe più oscure dei rapporti tra uomini, famiglie, padri e figli.

 

di Vincenzo Sciascia              

 

Il sole di settembre batteva forte sul chiarchiaro, penetrava nei crepacci ricoperti di muschio e fogliame, rifugio di selvaggina e uccelli notturni. Sbiancava la collina sventrata da una cava di pietra, arbusti sospesi per aria spuntavano dalla roccia. Nel terreno in piano, due alberi di fichi dai frutti scuri, soffocati da piante di sommacco. Sul costone dirimpetto, gli occhi di due giovani erano fissi sulle fessure del chiarchiaro; da quella tana doveva uscire la preda. Il silenzio durava da più di un’ora e non si vedeva né il coniglio né il furetto. Nel labirinto delle gallerie della collina, la piccola bestia doveva aver perso la strada. Bisognava aspettare. Era un furetto esperto, non potevano rinunciarvi: la caccia si era aperta da poco. Uno dei due fece segno al compagno andare giù nella conca, qualcosa si era mosso fra i fili d’erba davanti alla tana dove avevano infilato il furetto. L’altro scese nel vallone fra i sommacchi che rinfrescavano l’aria, con passo calmo. Un colpo secco squarciò l’aria, e l’eco della conca lo fece rimbombare nella campagna come tanti colpi sparati uno dopo l’altro. Sotto, il giovane si accasciò a terra: il corpo supino, il viso al sole, il braccio e la mano tesa verso l’altro.

“Angelo, Angelo!” gridò dall’alto il compagno. Scendeva tirandosi con le mani i capelli neri, a precipizio. Appena fu vicino urlò: “Cosa ho fatto!” Rimase immobile a guardare il corpo del cugino: il viso sereno, il naso e la mascella forti, i biondi capelli arruffati fra gli steli arsi dalla calura, le labbra ancora rosse. Sotto il sole di settembre il giovane giaceva a terra. Preso dal panico, il cugino si precipitò dalla collina in direzione del paese, non lontano si intravedeva la chiesa del Carmelo. Quel giorno era stato lui a invitare Angelo alla battuta di caccia: una passeggiata, gli aveva detto, per vedere se c’erano tanti conigli come qualcuno aveva raccontato, la sera prima. Arrivò sconvolto e come un pazzo si aggirava fra i limoni del cortile interno della casa.

Il padre lo vide e gli andò incontro: “Che successe?” Non rispose. Come un forsennato, gli occhi rossi e lucenti, camminava a passi rapidi sbattendo il viso fra i rami e le foglie degli alberi.  Il padre lo incalzò: “Dov’è tuo cugino? Perché non hai il fucile? E i cani?” Il figlio non rispose. Continuava a tirarsi i capelli e a girare in tondo, il viso bagnato e sporco di terra; poi si fermò di colpo. Anche il tempo.

“Ammazzai mio cugino. Perché successe, Maria”, disse. Il padre si accasciò sul sedile di pietra del giardino. Ammutolì, pensando al fratello, a quel figlio avuto in tarda età. Il dolore l’avrebbe ucciso. Dall’uscio di casa la madre sentì tutto, si coprì il viso con le mani, incapace di fare un passo. Maria, che stava a significare? Pensò il padre, ma allontanò subito l’idea che si faceva strada, c’era altro da pensare. Guardava il figlio e gli sembrava di vedere il cugino. I due stavano sempre insieme; finito il lavoro, andavano in piazza a passeggiare, a divertirsi nelle botteghe di vino o nella sala da ballo di piazza Castello. Erano una cosa sola.  “Vieni, andiamo dai carabinieri” disse il padre.

Alla caserma il piantone chiese il perché della loro venuta e di corsa chiamò il maresciallo. Il padre conosceva quell’omone dai folti baffi e gli occhi indagatori. Per la sua attività di proprietario di un mulino l’aveva incontrato più di una volta, con onestà portava la divisa. E gli raccontò quel poco che sapeva.

“Veni ragazzo, portaci al posto di caccia”, disse il maresciallo, in tono calmo e fermo di chi è abituato a comandare.

Arrivarono che era quasi mezzogiorno. Sul costone, dove i giovani si erano appostati, giacevano i fucili e la cesta di vimini del furetto. Il sole cadeva a filo a piombo, e chiaro si vedeva nel vallone il corpo. Che strana posizione, pensò il maresciallo, disteso supino, il volto in su, ma sul petto non ci sono macchie di sangue, e quel braccio con la mano aperta protesa quasi a chiedere un perché? Con modi sicuri scese dal costone e si avvicinò al corpo che pareva riposare. Si accertò della morte del ragazzo. Non toccò la chiazza di sangue che si era allargata sotto la schiena. Ma sul torace non c’erano macchie, quindi era stato colpito alle spalle, e cadendo aveva preso quella posizione. Ad occhio, la distanza da lì a dove era appostato il cugino, doveva essere meno di venti metri. Un colpo sicuro.

“Raccontami com’è andata”, chiese il maresciallo. Con lo sguardo a terra il ragazzo sembrava incapace di dire parola. “Dì cosa è successo, non avere paura”, disse il padre.

“Eravamo appostati in attesa che il furetto uscisse da più di un’ora, niente. Poi mi sembrò di vedere qualcosa muoversi vicino alla tana, e feci segno ad Angelo di andare a vedere. Pensai che il furetto aveva perso i sonagli cercando i conigli, e poi… poi…  ricordo poco. Ho visto come un’ombra correre veloce, il coniglio, sparai d’istinto, ma quando la fumata svanì nell’aria, il corpo di Angelo era per terra. Cosa ho fatto”. Il maresciallo osservò la scena, ritornò sul costone, nel punto esatto da cui il giovane aveva sparato: guardò la posizione del corpo e la possibile traiettoria del colpo. Nella sua mente l’idea dell’incidente di caccia prendeva piede. Sopraggiunse il pretore, e dietro il cancelliere. Il maresciallo si appartò con lui e gli fece una ricostruzione di come pensava si fossero svolti i fatti. E’ chiaro! Un incidente di caccia: all’apertura è sempre così”.

Chiacchieravano intorno al corpo quando, dalla strada del paese, videro arrivare un carabiniere che accompagnava un piccolo uomo, il padre di Angelo. Nel vallone il ronzio dei mosconi, gli uomini aspettavano. Passo dopo passo, l’uomo si diresse dove giaceva il figlio. Il viso una maschera funebre. Vicino al corpo senza vita si fermò e da quegli occhi tagliati come fessure non scese una lacrima, mentre le labbra sussurravano parole confuse. Si inginocchiò, poggiò la testa sul petto, strinse il polso nelle sue mani. Il tempo sembrò fermarsi. Pochi minuti che ai presenti, gli occhi puntati sul piccolo uomo, sembrarono non passare. In quei minuti qualcosa si ruppe. Morto mio figlio, pensava l’uomo, chi avrebbe continuato la catena dell’esistenza, chi si sarebbe ricordato di lui, delle cose che gli aveva insegnato. La loro vita finiva lì. Nell’attesa del procuratore della Repubblica, il cancelliere preparava il verbale, quando l’uomo salì sul costone dov’erano rimasti gli arnesi di caccia. Da cacciatore guardò il fucile a terra, il suo regalo per la maggiore età del figlio, compiuta da poco. Accarezzò l’arma come se sfiorando la canna sentisse le sue mani, e poi d’istinto lo puntò in direzione della tana e guardò il mirino in fondo. Le pupille sparirono nelle strette fessure, riaprì gli occhi, guardò di nuovo la traiettoria di tiro verso la tana, ma non vide il corpo di Angelo. Incredulo, se li stropicciò, forse il sole gli faceva prendere un abbaglio. No! Angelo era fuori dalla linea del tiro di più di dieci metri. Com’era possibile? Il cugino non poteva sbagliare: era un tiratore esperto. “Attenzione là sopra, metta giù quel fucile”, disse il maresciallo. L’uomo non lo sentì. Senza posare il fucile ne abbassò la canna a terra, prese la cesta del furetto, scese dal costone e si incamminò per ritornare in paese. La luce del crepuscolo arrossava le pietre e le foglie degli alberi di sommacco erano di un rosso vivo quando discese la stradella. Con le spalle ricurve, come schiacciato da un masso camminava spinto dalla pendenza della via. I pugni serrati lungo i fianchi, le vene della fronte che pulsavano, mentre pensava e ripensava che Angelo era fuori dalla linea di tiro al coniglio. Perché ha sparato? Come può un tiratore esperto fare uno sbaglio simile?

Non si era accorto che era quasi arrivato a casa, ora si sentivano le grida delle vicine e della moglie: riconobbe quella voce guasta dal dolore. Entrò, si diresse verso il letto del figlio e ripose vicino il fucile e la cesta di vimini. Vedendolo, le donne abbracciarono la moglie e fra mille sussurri andarono via. Erano soli. L’uomo si avvicinò, e si strinsero forte. Dalla finestra entravano le voci della strada, le grida dei ragazzi richiamati al silenzio.

“Voglio vedere Angelo” disse la moglie.

“Ora non si può, ci sono i carabinieri e il pretore”.

“Come successe” gridò, tirandosi i capelli.

Il marito glieli accarezzò: “Dicono una disgrazia”.

“A caccia erano una coppia affiatata. Mai niente è successo”.

“Dicono… ma io non ci credo” disse il marito, e se ne pentì.

“Che vuoi dire?” gli occhi increduli, in attesa.

“Angelo era fuori dalla traiettoria di tiro”, e si lasciò cadere sulla sedia.

“Perché, Dio mio!” urlò la donna. La voce entrò in tutte le case della via.

Vennero i giorni del funerale, e delle condoglianze. Nel paese e tutti parteciparono, anche il cugino. Ma l’uomo non gli strinse la mano, da quelle fessure profonde lo guardò con occhi d’odio. Nel tempo che seguì il padre ripensò all’ultimo periodo della vita del figlio, dove e in compagnia di chi l’aveva visto. E un’immagine ritornava frequente: i cugini alla sala da ballo di piazza Castello e gli occhi maliziosi di cerbiatta di una ragazza fra i due. No! Non si può…. per una donna. Come il padre dell’assassino, capì, e da allora non lo guardò con odio, ma con occhi di pietà, quella che alcuni sentono nel vedere le miserie della vita. Tutto il paese accettò la versione dell’incidente, ma i cacciatori – e quasi tutti in paese praticavano la caccia – erano certi del contrario perché non si può mirare e colpire un bersaglio fuori tiro o scambiare un uomo per un coniglio. Il padre non parlò, non disse ai carabinieri che non poteva essere un incidente. I parenti glielo avevano chiesto per il buon nome della famiglia, anche la moglie: “Mio figlio è morto, nessuno me lo darà. Solo di lui ho desio”.

Il marito acconsentì, ma era un uomo e quella verità, da tutti accettata, non gli andava giù. Dalla morte del figlio decise che come non aveva parlato davanti ai carabinieri, non avrebbe parlato più con nessuno, neanche con la moglie. Gli altri dovevano sapere che lui non ci stava. E così fu. Dopo il lavoro nei campi e la cena, si sedeva al balcone a guardare le colline che circondavano il paese, il tramonto del sole fra i due cipressi e il volo bizzarro dei pipistrelli su e giù per la via. Ma i suoi pensieri erano altrove, in compagnia del figlio, e giorno dopo giorno ne ripercorreva la vita. Da quando era nato, ai primi passi, al precipitarsi per la strada in discesa, al sudore sul viso e nei capelli ricciuti. Un’altra sera, ragazzo a dieci anni era voluto andare ad aiutarlo al tempo della mietitura, e i capelli si confondevano con il frumento. Si ricordò di un detto che il padre ripeteva: “e lu cuccu ci dissi a li cuccuotti a lu chiarchiaru ni videmmu tuttti“. E il cucco disse ai suoi piccoli, al chiarchiaro ci rivedremo tutti. Anche lui sarebbe andato a finire nel chiarchiaro. E un sorriso luccicò fra le fessure degli occhi.

Aspirapolveri

Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Scrive per diversi siti Internet e cura il blog andreiaway.it. Ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada, edizioni Sensibili alle foglie.

Il giovane protagonista da due anni si sente al riparo: lavora in un piccola azienda dove nessuno conosce il suo passato di tossicodipendente, un passato che ritiene essersi lasciato definitivamente alle spalle. Finché in reparto entra una ragazza del suo vecchio giro… Dello stesso autore artedelnarrare.com ha pubblicato anche Il viaggiatore.

 

di Andrea Genzone

 

L’aggancio me l’avevano trovato quelli della comunità San Genesio e si erano raccomandati di non raccontare a nessuno del mio passato: “Devi ricominciare da capo,” aveva detto il direttore, “pagina nuova.” E con lo stupore di tutti avevo resistito: ormai erano due anni buoni che lavoravo per quella ditta di assemblaggi. “Passato il primo periodo, poi è tutto in discesa” dicevano gli educatori. Ed era vero: quella routine fatta di sveglie prima dell’alba, duro lavoro e rientro in comunità per la cena mi teneva sul binario. Avevo i miei momenti no – vertigini improvvise e i soliti pensieri ossessivi – ma c’era sempre qualcosa da fare per distrarre la mente. Sia la comunità che la ditta erano in collina, a un’ora di treno da Milano, lontano dalle vecchie conoscenze e dalle vecchie storie. Anche questo aiutava.

Quel giovedì pomeriggio ero in ditta con gli altri ad assemblare aspirapolveri quando si è spalancata la porta. Una lingua d’aria gelida ha fatto il giro dell’officina, qualche spruzzo di pioggia è venuto avanti insieme a una figura imbacuccata in un giaccone verde militare. Ci siamo fermati tutti a guardare, come sempre quando entrava qualcuno. Io non ci ho badato troppo – pensavo fosse il solito fattorino – e mi sono rimesso al lavoro. Poi ho sentito la sua voce: “Posso parlare col titolare?” Era una voce di ragazza. Una voce che conoscevo. Ma prima ancora della memoria ha reagito il mio corpo: la bocca mi si è allagata di saliva e un brivido mi ha scosso dalla testa ai piedi, dalla periferia al centro e ritorno.

Silvia non mi aveva notato. L’ho guardata sfilarsi il cappuccio dalla testa e darsi una scrollata. Il suo viso non era cambiato molto, e i suoi movimenti rapidi e brevi mi ricordavano ancora quelli degli scoiattoli. Gliel’avevo anche detto, una volta. Eravamo sdraiati in un parco, a Legnano – non ricordo perché fossimo finiti in quella città, che era lontanissima dalla nostra zona – e a un certo punto abbiamo iniziato a vedere un sacco di scoiattoli sugli alberi e sul prato. “Tu eri uno scoiattolo nella tua vita precedente” le ho detto. Lei era ancora un po’ fatta e mi ha risposto che in realtà era una rondine, nella sua vita precedente. Qualche minuto dopo – io ormai non ci pensavo più – mi ha chiesto: “Perché proprio uno scoiattolo?” Quando gliel’ho spiegato, facendo l’imitazione dello scoiattolo, lei ha contratto il viso in una smorfia di indignazione. Mi si è messa a cavalcioni fingendo di picchiarmi e mi sa che poi l’abbiamo fatto, lì sul prato, con la gente attorno e tutto quanto. Non eravamo fidanzati, ma a volte queste cose capitavano, grazie a Dio. Quando il titolare è spuntato in cima alla scala Silvia è partita all’attacco. Non gli ha dato nemmeno il tempo di scendere. “Buongiorno” ha detto, con un tono così gioioso che sembrava di stare in oratorio. Tutti i ragazzi si sono fermati di nuovo e hanno iniziato a seguire la scena. “Buongiorno, dica” ha detto il capo, mentre scendeva gli scalini e cercava di capire che genere di scocciatore avesse davanti.

“Buon Natale, prima di tutto!” ha detto Silvia. “Sono venuta a farvi gli auguri a nome mio e della mia comunità.” Era parte della strategia che anche io avevo messo in pratica tante volte: mettere il malcapitato alle strette davanti a gente che lo conosce. Pur di togliersi da quell’imbarazzo le persone farebbero qualsiasi cosa, garantito. “Ha proprio una bella squadra qui, eh!” ha aggiunto Silvia. Il suo sguardo ha passato in rassegna tutti i presenti e alla fine è inciampato nella mia faccia. Una specie di spavento ha attraversato i suoi occhi da roditore, ma è stato solo un lampo che nessun altro ha colto. Ha rilanciato con un sorriso ancora più largo, si è voltata verso il titolare e ha cominciato lo spettacolo, come lo chiamavamo ai nostri tempi. Ha tirato fuori dallo zaino la mercanzia: i quaderni, le penne, i profumi… e ha raccontato la storia che un tempo raccontavamo a due voci: quella degli ex tossicodipendenti che si danno da fare a raccogliere fondi per la comunità che li ha salvati e redenti. “Per salvare chi ancora c’è dentro fino al collo, per dare a tutti una seconda possibilità. Perché se ne sono uscita io, vuol dire che anche loro ce la possono fare. Ma hanno bisogno di fiducia. Un po’ di denaro e tanta fiducia.” Dio, come facevamo a stare seri? E come faceva lei, adesso, sapendo che io ero lì a bocca aperta a guardarla? Il titolare era il tipico osso duro. Ma Silvia ci sapeva fare e con gli scettici come lui ci provava ancora più gusto. Ci si è messa d’impegno. Piano piano l’ha convinto, o meglio l’ha esasperato, cercando continuamente di coinvolgere noi operai nella giustezza della sua causa. Per un attimo ho avuto l’istinto di farle da spalla, dire qualcosa, ma non l’ho fatto. Continuavo a sentire i brividi, una specie di nausea mista a eccitazione. La bocca allagata di saliva. Il capo non le ha dato i quaranta euro del pacchetto natalizio che Silvia aveva predisposto: un quaderno, due penne, un profumo, una scatola di cerotti. Gliene ha dati solo dieci, rinunciando al profumo e ai cerotti. Lei ha provato a insistere: “Se in questo momento non li ha può chiederli in prestito ai suoi dipendenti, tanto li vede tutti i giorni, non scappa mica!” Ha guardato verso di noi, verso di me, ma ho abbassato lo sguardo e ho fatto finta di ricominciare a lavorare. Il capo ha tagliato corto. Ha recuperato da qualche parte il suo tono autoritario e ha detto: “O questi o niente, ché qui abbiamo da fare.” Ha preso il suo quaderno, le sue penne e se n’è tornato in ufficio. Silvia ha chiuso i soldi in una busta di plastica di quelle a chiusura ermetica e l’ha infilata nello zaino insieme alla roba invenduta. Poi si è portata il cappuccio alla testa e mi ha lanciato uno sguardo prima di sparire dietro la porta d’ingresso. Nei suoi occhi ho visto la stanchezza, e la solita fiamma che bruciava.

Era bastato così poco a riaccendere anche la mia, di fiamma? Basta che una persona entri da una porta per riportare tutto alla linea di partenza? Non riuscivo a smettere di tremare, mi mancava il fiato e mi sentivo la febbre. “Che cazzo c’hai?” mi ha detto Simone, mentre mi asciugavo la fronte con la manica della tuta. Quando ci ripenso, oggi che è passato un po’ di tempo, mi dico che non siamo solo corpo. Non parlo di anima o di menate spirituali. Intendo dire che io sono grande e grosso, posso abbattere un lampione a spallate, ma quel giorno è come se mi fossi sgonfiato come un pupazzo. Abbiamo qualcosa che ci tiene in piedi, qualcosa che ha a che fare con l’idea che abbiamo di noi stessi, di quanto pensiamo di meritare una vita decente.

“A posto” ho detto a Simone, battendogli la spalla con la mano sudata. Poi sono andato in bagno per cercare di calmarmi, ma mi sentivo sempre peggio. Ho bussato all’ufficio del capo e l’ho trovato che si rigirava il quaderno di Silvia tra le mani mentre parlava al telefono, credo coi carabinieri: “Una ragazza, sì,” diceva, “ha detto che era della comunità Il Gabbiano. Insomma non vorrei fosse una truffa, ecco, non è certo per i cinquanta euro che le ho dato.” Mentre diceva la cifra mi ha guardato un attimo, ha fatto un gesto con la mano come per dire: “Meglio abbondare…” Quando ha riagganciato gli ho detto che stavo male e gli ho chiesto se me ne potevo andare. Lui mi ha guardato e avrà visto un disgraziato che sudava freddo, con gli occhi arrossati e il diavolo in corpo. Ha detto: “Ragazzo, fila a casa prima che mi attacchi qualche malanno!” E si è alzato per aprire la finestra. Fuori dalla porta dell’officina sono rimasto fermo per un po’. Forse un minuto, forse di più. Mi pioveva addosso, ma non riuscivo a decidermi. Poi, lento come un malato, sono andato verso la stazione. Fradicio di pioggia sono salito sul treno in direzione Milano e su quel sedile mi sentivo debole, un soldato rimasto solo in una terra assediata dal nemico. Tre fermate, ho pensato. Tre fermate e vado dritto in comunità. Un tè caldo, due chiacchiere con l’educatore in turno e passa tutto. Il paesaggio colava sui finestrini bagnati. Fuori il solito inverno asfissiante: macchine in coda e passanti sui marciapiedi che affrettavano il passo sotto agli ombrelli. Fango nei campi, sporcizia agli angoli dei davanzali. C’era un ragazzino seduto di fronte a me. Ascoltava la musica in cuffia e mi spiava. L’avrei ucciso se avessi avuto un po’ di amor proprio. Avrei gettato il suo corpo in una risaia e mi sarei infilato i suoi vestiti, il suo zaino con le scritte, il suo piercing. Avrei preso il suo posto, la sua vita, le sue innocue trasgressioni. E invece io ero l’altro, il tipo messo male sul sedile di fronte al suo. Alla prima fermata è sceso. Ricordo di aver pensato: “Di sicuro ha fatto finta di scendere e si è cercato un altro posto.” A sostituirlo è arrivata una donna obesa che parlava in spagnolo nell’auricolare. Rideva, raccontava qualcosa a voce alta, ma quando si è accorta che la stavo guardando ha abbassato la voce. Ha smesso di sorridere. Forse ha detto: “Scusa, c’è un tipo strano di fronte a me.” Se fossi stato quello dall’altra parte del telefono le avrei detto: “Cambia posto, non ti fidare.” Alla fermata successiva stessa storia. È arrivato un tale con la ventiquattro ore, i polsini candidi che spuntavano dal giaccone. Ha aperto il giornale sulle gambe ma fissava il vuoto. Poteva essere mio padre, assorto a pensare alle grane lasciate in ufficio e, forse, ogni tanto, a quelle di suo figlio. Alla mia fermata non sono sceso dal treno. La versione ufficiale, quella che racconto a me stesso e agli altri, è che mi sono distratto, che non mi sono accorto. La verità è una e semplice: sono rimasto inchiodato a quel sedile mentre il treno ripartiva. Mio padre non se n’è andato, è rimasto lì col suo giornale e il suo vuoto davanti agli occhi. Nemmeno si era accorto che c’era qualcuno seduto di fronte a lui. Che poteva essere suo figlio, che gli gocciolava acqua sulla ventiquattro ore. “Se mi guarda scendo” ho pensato. I miei soliti giochini subdoli. Non mi ha guardato nemmeno quando si è alzato per andarsene, e ormai eravamo dentro Milano. Mentre si chinava per prendere la ventiquattro ore sentivo che dovevo fare qualcosa per attirare la sua attenzione, che se non l’avessi fatto sarebbe stato troppo tardi. Gli ho afferrato il polso, senza stringere: “Scusi” ho detto. L’uomo mi ha guardato, ha allontanato la valigetta con uno scatto. “Sa che ore sono?” ho chiesto. Alla fine sono sceso a Rogoredo, non proprio una fermata a caso. Silvia era lì, dove mi aspettavo di trovarla, e con lei c’era anche tutto il resto. Certe cose non cambiano mai. Quel giorno ho mandato tutto all’aria, e non era la prima volta. “Ma spero tanto sia stata l’ultima” ho detto al direttore quando sono rientrato in comunità, due giorni dopo. Non so nemmeno io se è la verità.

Ora sono di nuovo alla San Genesio, da tre mesi. Il direttore dice: “Scrivere fa bene, guarisce e aiuta a capire.” E allora scrivo, pagine e pagine come questa. Se rigo dritto, a breve potrò ricominciare a uscire. Ma non sarà facile trovare un lavoro stavolta, con la crisi che c’è in giro.

ERCOLE GUZZI, PARTIGIANO

Ignazio Cavarreta: Prima esperienza, gli scritti teatrali per burattini e marionette portati in scena dalla compagnia Teatro Laboratorio Mangiafuoco. Il lavoro di skipper non ha fermato la sua voglia di scrivere, ha fornito anzi altre idee. Uscito ora per Nutrimenti edizioni il saggio divulgativo Pirati, escursione nel mondo della pirateria dall’antichità ai giorni nostri. Oggi l’attività di skipper prosegue sul vicino lago di Como, ciò permette di dedicarsi maggiormente alla scrittura di racconti e di partecipando a raccolte collettive, tra cui Vita da single, ideata e curata dal corso di scrittura artedelnarrare.com.

di Ignazio Cavarreta

– Ohi, pronto, ciao…
– Stai guardando la tele?
– E’ accesa, ma sto lavando i piatti.
– Metti su Rai Storia, e guarda chi c’è.
– Chi c’è?
– Uno che si chiama come te.
Cerco il telecomando e senza togliermi il grembiule mi sintonizzo col mio omonimo.
– ‘Azz’! E’ lo zio, cosa ci fa in Rai?
– Non lo so. Mi sono persa via con quei programmi di storia in bianco e nero e a un certo punto è spuntato lo zio. Io guardo tutte le sere i documentari sui tedeschi, i partigiani, la guerra, mi fanno impazzire. Li consiglio anche ai miei studenti, ma dai risultati direi che guardano altro…
Mia sorella Grazia è brava ma non tace fino a che non ha spiegato tutto.
Prendo un dvd a caso. Senza staccare gli occhi dallo schermo fatico a trovare l’ingresso e il telefono mi scappa di mano.
– Cosa stai trafficando, si sente un casino!
– Niente, sto provando a registrare.
– Lascia perdere, domani ci facciamo dare una copia dallo zio, ne avrà una di sicuro, non credi?
Già, Grazia ha ragione, ma ormai il disco è scomparso nelle sua fessura e la registrazione è partita.
Don Ilario Rovenna, dice la scritta, sacerdote partigiano.
La voce è quella di un anziano a cui l’afonia ha aggiunto intensità. Vedo il sorriso buono e apprezzo le pause giuste di un abile comunicatore. Guarda disinvolto verso la telecamera, parla cercando le parole giuste e lo fa con piacere appena sfiorato dalla commozione, come sempre, ma qui in tivù non me l’aspettavo cosììì… così bello.
Alzo un poco il volume.
“…molti sono stati i religiosi schierati con i partigiani e uno di questi era Don Giuseppe Pollarolo, un sacerdote con la passione del cinema che anche in montagna, nei momenti più pericolosi, aveva con sé una piccola cinepresa e molti dei filmati sulle brigate partigiane si devono a lui. Era uno di loro, la persona più adatta per ricordare che ancora esisteva il bene e impedire che si facesse altro male in un momento dove di male ce n’era già troppo. Cercava di mitigare i sentimenti di rancore, gli eccessi di odio e talvolta di vendetta. Non sparava e non era armato ma come tutti, non si tirava indietro davanti ai pericoli della guerra civile…”
Mia sorella è ancora al telefono ma non parla più. La nostra attenzione è tutta verso la storia che lo zio sta raccontando.
“…una mattina, dovevo andare in curia vescovile e passando dalla galleria Vittorio Emanuele fui attratto da una massa di gente che guardava un grande manifesto, mi avvicinai anch’io, tanto per curiosare, e rimasi di stucco vedendo che questa grossa immagine ritraeva Don Pollarolo in mezzo a due partigiani e una scritta che diceva: “Cittadini, il vostro dovere è catturare al più presto la iena dell’Oltrepo Pavese: il prete Pollarolo” – breve pausa di Don Ilario ma sufficiente a Grazia per inserirsi.
– …l’ho conosciuto a Torino era simpatico, lo zio lo prendeva in giro perché era Juventino…
– Ma chi?
– Don Pollarolo, no? Tu non l’hai conosciuto? E’ morto una ventina di anni fa. Pensa che nel ‘68 gli studenti lo hanno preso a sberle.
– Grazia! Me lo dici dopo! Fammi sentire!
“…arrivammo a Piazzale Loreto seduti su un carro armato giusto in tempo per vedere le corde lanciate sul traliccio e poi uno ad uno i corpi appesi. Una babele di gente e di sentimenti nella quale vidi il mio compagno farsi largo deciso tra la folla per raggiungere la forca e i cadaveri dei capi fascisti. Lo seguii a fatica e passato l’ultimo cerchio del servizio d’ordine improvvisato dai partigiani capii cosa voleva fare Don Pollarolo: appesa all’ingiù con la gonna che le cadeva fin sulle spalle, la Petacci era… insomma, era nuda e la sua ultima missione da prete partigiano fu quella di cercare una spilla e insieme a me fissare la gonna in modo che finisse quella morbosa esposizione.”
Con questo ricordo dello zio e il primo piano della Petacci decorosamente coperta la trasmissione prosegue con altre voci e altre immagini.
E’ il momento di ascoltare mia sorella.
– Pronto?
– Si, ti sento, dimmi.
– Ma tu, la sapevi questa storia della Petacci nuda?
– Giurerei di no, lo zio Don non me ne ha mai parlato però, boh! Forse Lorenzo ne sa di più. L’hai sentito?
– Gli ho lasciato un messaggio prima di chiamare te.
– Adesso provo a chiamarlo e glielo chiedo, spero sia a casa. Ciao, Grazia. Ci sentiamo più tardi.
Mio fratello è in viaggio e non può vedere lo zio in TV ma può parlare.
– Tu sai niente della Petacci?
– In che senso?
– C’è lo zio don Ilario in televisione, ha appena raccontato che in Piazzale Loreto le ha coperto le gambe, le ha tirato su la gonna.
Attimo di silenzio
– Me lo ricordo sì! Me lo ricordo e mi ricordo le sculacciate!
– Non ti seguo. Lo zio ha sculacciato la…
– Ma ti pare? Le sculacciate le ho prese io, una quindicina di anni dopo: la mamma mi teneva, lo zio picchiava e io piangevo, e più urlavo più me ne davano, ero senza fiato. Ma tu non c’eri?
– E chi si ricorda? Quanti anni avevi?
– Boh, allora ero piccolo avrò avuto otto o nove anni.
– Quindi, io ne avevo meno di tre, cosa vuoi che mi ricordi? Ma perché ti hanno menato, cosa c’entra la Petacci?
– Ero un bambino e non sapevo niente. Non capivo cosa avessi detto di così grave. Era un venticinque aprile e papà mi aveva raccontato questa storia dello zio che insieme a un altro prete aveva coperto una donna che era nuda, ma io della fine di Mussolini, di Piazzale Loreto, fascismo e partigiani non capivo niente e la Petacci manco sapevo chi fosse, però, questa storia mi era rimasta impressa e alla prima volta che vidi lo zio gli chiesi se davvero aveva toccato il sedere della Petacci – scoppio a ridere e Lorenzo più di me – immaginati la scena, io tutto allegro che corro incontro allo zio; ricordo proprio di aver detto “il sedere della Petacci” e lì è partita la rappresaglia. Ma cos’è questa cosa dello zio in TV? E’ un’intervista?
– E’ un programma di Rai Storia sulla Liberazione, lo sto registrando. Ma, ti rendi conto? Voglio dire, va bene che i tempi cambiano ma lo zio Don ti ha massacrato di botte per aver detto in famiglia quello che questa sera ha appena raccontato a tutta l’Italia.
– Capirai! Tutta l’Italia. Un documentario su Rai Storia in prima serata, sai che audience! Sarete in quindici a guardare quella roba. Tu comunque registra tutto che fra poco arrivo e lo guardiamo insieme, ti va?
– Dai, passa dentro che c’è da commuoversi a vedere lo zio. Ciao.
Mi sono distratto a parlare con Lorenzo e non ho seguito la trasmissione. Il dvd registra ancora ma sullo schermo c’è il faccione di un giornalista che parla di Eleonora Duse.
Fermo tutto e ripenso allo zio… quante storie ha visto, e quante ce ne ha raccontate! La mia preferita era quella del poker ma non l’avrà certo raccontata in TV.
Celebrata da lui, la messa in latino durava dieci minuti, per questo era molto frequentata dai milanesi e raccoglieva una questua piuttosto ricca: chili di monete che Don Ilario scaricava sul tavolo di casa nostra, poi faceva le parti e le distribuiva per giocare a poker con i nipoti. Vinceva sempre lui e il montepremi tornava tutto in chiesa, ma intanto ci insegnava a giocare e ci svelava anche i trucchetti per barare.
Papà non era molto contento di vederci giocare a poker. Una sera chiese a suo fratello dove avesse imparato a giocare in quel modo. Senza alcun imbarazzo lo zio Prete tirò fuori la storia dei tedeschi. Quattro alti ufficiali che avevano l’incarico di amministrare la cassa del corpo di spedizione in Italia, arrivati a Milano dovettero lasciare il loro patrimonio agli alleati e in attesa di tornare a casa se ne stavano nascosti nello scantinato della chiesa sotto la protezione del giovane Don Ilario che, assolti gli impegni religiosi era invitato a sedersi al tavolo da gioco per una partitella a poker.
Non sapevano quale biscazziere si nascondesse sotto quelle sottane da prete e lui non fece nulla per farglielo credere. Come in un film, la stangata arrivò alla fine e in una sola mano vuotò le tasche dei tedeschi.
– Ilario! Tu sei un sacerdote – lo sconcerto di papà era evidente – hai dato i voti!
– Sì, ma ero anche partigiano, cosa dovevo fare? Lasciarli tornare in Germania con tutti quei soldi? Non potevo sapere che avevano rapinato il Credito Italiano.
– Ilario! Ci sono i bambini!
– C’era la guerra e quei soldi potevano servire…
– Ragazzi, per piacere, andate un momento in camera.
Io non volevo perdermi quella discussione tra grandi ma mio fratello ci spinse via senza aspettare un secondo. Ci venne poi raccontato che, gli ufficiali tedeschi pagarono il debito di gioco facendo un’anonima donazione alla società sportiva della parrocchia per acquistare un furgone nuovo con dodici posti. Mi sarebbe piaciuto saperne di più, ma dopo tutto, questa versione familiare mi ha sempre convinto. Ancora oggi la trovo molto romantica: la vendetta di un prete partigiano che poco tempo prima si era fatto un mese di San Vittore.
Della sua prigione non parla, non ha mai parlato. A volte penso che l’abbiano torturato e seviziato. Era l’autunno del ’44, ogni giorno decine di carcerati prendevano la via della Germania o venivano giustiziati. Pregava per restare chiuso in cella perché era il posto più sicuro, ma queste sono tutte cose che immagino io. L’ unico racconto di San Vittore uscito dalla voce di Don Ilario era che aveva conosciuto Mike Bongiorno, biondino e raffinato, era considerato un pericoloso comunista americano. Comunque sia andata, alla fine del soggiorno, a suo carico pesava solo un accusa per guida senza patente. Un miracolo o un segreto che Don Ilario non rivela a nessuno.
Mi passa per la mente l’immagine di una foto. Guardo la libreria e vado a colpo abbastanza sicuro a prendere un raccoglitore rosso con scritto “Don Ilario R miscellanea”. Ci sono lettere, riviste, immagini e un trafiletto con fotografia.

Il campanello suona. E’ Lorenzo. Insieme guardiamo l’immagine stampata in bianco e nero di un motocarro, che può sembrare grigio o verde scuro, ma noi sappiamo che è un bel rosso Guzzi perché su quel bestione, lo zio ci portava in giro per il campo da pallone. La sua mole fa impressione, da fuori sembra un piccolo camion coperto con un telone, ma si guida come una moto di grossa cilindrata e non per caso è stato chiamato “Ercole”. Sulle fiancate si legge il nome di un istituto dedicato a un sacerdote santificato di recente. Doveva servire per il trasporto di cose ma nella foto oltre allo zio seduto alla guida si vedono dei ragazzini che salgono a bordo.
Quando arrivò il momento “Ercole” venne messo al servizio della lotta antifascista. Era l’arma da guerra di Don Ilario Rovenna che su quelle tre ruote fece la sua Resistenza.
In piedi, davanti alla TV, guardiamo quello che sono riuscito a registrare.
Passato il pezzo di Piazzale Loreto si apre il capitolo delle Aquile Randagie: una storia nuova per me ma non per Lorenzo che si accorge della mia ignoranza.
– Mai sentito parlare di Aquile Randagie?
– Mai!
– Perché non hai fatto il boy scout come me. Per noi lupetti erano un mito: gli unici che non consegnarono la loro bandiera al duce.
– Secondo te lo zio Don Ilario era uno di queste aquile?
– No, non credo. Troppo anarchico per fare lo scout.
Come se ci avesse sentito, Don Rovenna risponde alla nostra domanda direttamente dagli studi Rai: “…e poi c’erano le Aquile Randagie che erano scout partigiani, io e altri religiosi e volontari facevamo parte della stessa rete.
Si chiamava Oscar, che stava per Organizzazione… “ lo zio non riesce a ricordare l’acronimo e da abile predicatore ci accompagna verso un altro scenario “…questa rete antifascista era stata voluta dal cardinale Schuster che si fidava più del basso clero che della curia milanese. Il mio compito era di trasportare profughi ebrei e ricercati antifascisti fino alle zone di confine e di là, le Aquile Randagie, li passavano in Svizzera seguendo i sentieri di montagna…“
Il telefono di Lorenzo squilla. È Grazia, la saluta e la mette in vivavoce senza dire altro.
“…di solito il viaggio cominciava con una telefonata:” Ciao Oscar, ti va di fare una passeggiata?” La protezione dei ricercati non prevedeva l’uso di armi e nessuno di noi ne faceva uso…“
– Bugia! Lo zio usava una Beretta.
Guardo mio fratello e gli chiedo: – Secondo te era, quella Beretta?
– Ci puoi giurare che era quella Beretta.

Dal telefono arriva una vocina – Cosa state dicendo? – evidentemente Grazia non si ricorda di questa storia – di quale Beretta state parlando?
Blocco la registrazione.
– Millenovecentosettantotto…
– Rapimento Moro…
– Perquisizione della Polizia… ti dice niente?
– Ahhh! Sì, mi ricordo ma io ero a scuola.
E’ vero. Di noi fratelli solo io ero a casa, la mamma piangeva, papà mi fissava per capire cosa avessi combinato ad Aldo Moro, il commissario cercava di aprire un bauletto che lo zio Don Ilario aveva lasciato in casa nostra anni prima.
– E’ di mio fratello – si azzardò a dire papà – è un sacerdote, ci saranno oggetti sacri per celebrare messa quando è in viaggio.
Questa precisazione bastò al commissario che non aveva nessuna intenzione di profanare il sacro cofanetto.
Chiamato da nostro padre, la sera stessa arrivò lo zio Don con la chiave, davanti a tutti noi aprì la serratura e tirò fuori la famosa Beretta 34.
– Ilario! – papà era furioso – Potevamo andare tutti in galera!
– Esagerato! Avrei chiarito tutto.
– E’ denunciata almeno?
– Non credo.
– Come non credo?
– La usavo al tempo di guerra…
– La guerra, è finita da trent’anni!
– Ma cosa devo denunciare? E poi sono un sacerdote, cosa mi possono fare?
– Certo che a te non ti fanno niente, tanto in prigione ci finisco io! Domani vai dai Carabinieri e gli molli giù di questa rivoltella.
– Non posso, sono un sacerdote, non sarebbe una cosa, come dire…
– Ti ricordi di essere un prete solo quando vuoi tu!
Una litigata come quella del poker ma ormai eravamo grandi e potemmo assistere a tutta la scena fino a che decisero di andare insieme a consegnare la pistola.
Sullo schermo lo zio è bloccato con una mano che sembra benedire.
Aspetta il nostro via ma Lorenzo sta ancora parlando.
– …mi ha fatto vedere il posto dove scaricava i fuggiaschi sulla riva davanti al campeggio. Da lì un barcaiolo li portava sull’altra sponda per passare in Svizzera.
In vivavoce sentiamo Grazia… secondo lei, più delle le armi, lo zio sapeva usare la sua faccia tosta.
Senza volerlo stiamo mettendo insieme un puzzle di storie diverse che ognuno di noi tre ha raccolto al volo dalla memoria di don Ilario; racconti senza retorica e “Bella Ciao”, frammenti buttati lì passando davanti a un cascinale, una chiesa o anche solo una fotografia.
Questi pensieri mi hanno allontanato dal racconto di mia sorella che ora sta dicendo le frasi di rito per concludere la telefonata. Lorenzo la saluta e anch’io le mando un ciao e un grazie. Poi, riavvio.
Lo zio è in primo piano, davanti a lui si materializza la striscia con il suo nome.
“…i religiosi non erano tutti d’accordo. Spesso si facevano falsi certificati di battesimo per gli ebrei e questo non piaceva a molti prelati. Una volta venni fermato ad un posto di blocco di miliziani. Sotto il telone trasportavo tre anziane di religione ebraica con documenti falsi e non mi feci scrupolo a dichiararmi fedele seguace di Don Calcagno. Usai parole che avevo letto e sentito dire da questo prete fascista e giornalista fanatico.
Appena ripartiti, raggiante di gioia, guardai le tre donne e mi accorsi che piangevano.
“Don Ilario, ci ha fatto tanto spaventare con quei brutti discorsi sugli ebrei.”
“Abbiamo pensato che ci avrebbe dato alle camice nere.”
“Sembrava tutto vero!”
A me scappò da ridere e finì che anche loro si lasciarono andare a una risata liberatoria.
“Sul furgone tenevo sempre un calice con le ostie, una bottiglietta di olio santo, aspersorio e crocifisso. Come non credere di fronte al Santissimo che stavamo andando al capezzale di un morente al quale portavo il conforto della comunione e dei suoi parenti. Le ostie non erano consacrate, naturalmente, ma questo lo sapevo solo io.”
– Queste storie le conosco – dice mio fratello, sorridendo compiaciuto – anche se il dubbio che siano un po’ delle balle mi rimane. Certo che a sentirle da lui in TV non c’è motivo di dubitare.
– Grande zio.
– E grande faccia tosta.
– Non capisco com’è che alla fine l’abbiano pizzicato?
È una domanda rivolta a me stesso ma un’occhiata in direzione di Lorenzo mi fa capire che lui sa la risposta e vorrebbe farmela conoscere. Prima di parlare preme lo stop e questo è segno che il racconto non sarà breve e merita tutta la mia attenzione.
– Stavamo andando a Lugano, lo zio era direttore della casa di riposo, ti ricordi?
– Certo. Mi ricordo che c’erano le suore e aveva un maggiolino verde pisello con la targa svizzera.
– Appunto! Avevo da poco fatto la patente, quindi parliamo del ’72, un bel po’ di anni fa. Lo zio Don capì che mi sarebbe piaciuto guidare e mi mollò il volante. Ero emozionato, sai? Guidare un’automobile vera, non quella dell’autoscuola. Stavo attento alla strada e intanto lui parlava. Fermi a un semaforo, mi indicò un benzinaio e si ricordò che trent’anni prima, lì intorno era tutta campagna ma quel distributore c’era già: era una pompa di benzina autarchica.
Lorenzo è bravo a imitare lo zio e sembra quasi che sia Don Ilario a parlare: – Una porcheria! Una misto di benzina e alcool fatto con l’uva rubata ai contadini. Perché in guerra, con l’alcool si faceva il vino e con l’uva si faceva la benzina, e trovarla era un’impresa.
– Ripartimmo, e per guardare il distributore di benzina, a momenti tamponavo l’auto davanti. Senza girarmi cercai di vedere se lo zio fosse preoccupato per la mia guida ma lui, tranquillo, era ancora girato a guardare il benzinaio, come si aspettasse di vedere qualcosa o qualcuno. Continuò a raccontarmi che era quasi buio e c’era gente, che il distributore sembrava aperto e decise di fare il pieno.
Come girò verso la pompa, vide la camionetta dei miliziani. Incontrare i fascisti era sempre una scocciatura e avrebbe tirato dritto volentieri ma ormai era lì e se avesse cambiato direzione sarebbe stato molto sospetto. Comunque era da solo e sull’Ercole non aveva niente di compromettente. Nessuno si sarebbe interessato a lui, tanto più che sul telone c’era la scritta dell’istituto ed era evidente che fosse un religioso. Si mise in fila ad aspettare il suo turno e spense il motore.
– Hai presente come può essere il rumore di una pistola che picchietta sul vetro della portiera? – mi chiede Lorenzo.
– Posso immaginare! Sarà più o meno come quello di un piccolo martello: secco e forte, fastidioso.
– Agghiacciante – mi disse lo zio Don Ilario guardando ancora verso il benzinaio ormai lontano – agghiacciante!
Era un tenente tedesco con l’uniforme nera.
– Tu, volevi scappare! Gli strillò in faccia come fanno i tedeschi nei film di guerra.
– Tu volevi scappare quando ci hai visti!
L’ufficiale era giovane, biondo e parlava un buon italiano ma dava del tu a un prete e questo irritava assai lo zio che capì che era inutile negare. Si presentò come Don Ilario Rovenna e ammise di aver pensato di cambiare strada perché sapeva di aver dimenticato la patente di guida in chiesa. Cercò perfino di lusingare il tenente per la prontezza con cui aveva colto la sua piccola esitazione.
– Tu volevi scappare!
– Signor Tenente…
– Perché?
– Gliel’ho detto… la patente.
– Noi non siamo la stradale.
– Rappresentate comunque l’autorità.
– E tu avuto paura dell’autorità, perché?
– Gliel’ ho detto la patente…
– Sai che senza patente non può guidare.
– Non avete detto che non siete la stradale.
– Adesso sto inventando – mi dice Lorenzo – ma era una storia più o meno così e mi ricordo bene come, dopo quasi trent’anni, allo zio ancora rodeva di non essere riuscito a far fesso quel tenentino. Niente di quello che gli raccontava lo convinceva e alla fine, quel fanatico decise di chiamare via radio il comando per avere chiarimenti. Nel frattempo, il manipolo di fascisti lo rinchiusero nel cassone del motocarro e lo tennero sotto tiro dei loro moschetti.
I chiarimenti che arrivarono dai suoi superiori non erano quelli che lo zio si aspettava. Su questo dettaglio è sempre stato una tomba, ma credo che se avesse avuto tra le mani il collo del suo direttore avrebbe stretto fino a vederlo blu. Capii che la storia che mi aveva raccontato era molto importante per lui ma io avevo troppa ansia di non fare sciocchezze alla guida e riuscii solamente a chiedergli quanto gli avevano dato di multa.
Smise di guardare verso il benzinaio, e disse, senza guardarmi: – Niente multa, ma ci fu un processo.
– Non aggiunse altro, ma facendo due più due, sono sicuro che quella volta la gita in montagna con l’Ercole finì a San Vittore.
Sul finale di questa storia Lorenzo tocca il tasto play e le immagini sullo schermo riprendono a vivere.
Scene di gioia si alternano a frammenti drammatici di linciaggi ai collaborazionisti, soprattutto donne, rasate, picchiate e svergognate.
Poi comparve di nuovo Don Ilario.
“…anche un ricordo vivo di quella gente dai diversi volti: c’era chi compativa, c’era chi gridava, chi aizzava e chi sputava, ecco… Piazzale Loreto fu un momento che non seppi mai definire nella mia vita, mi sembrava solo che l’uomo avesse perso il buon senso ma soprattutto il cuore.”

Orientarsi nella nebbia

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di Lorenzo Pedrazzi

 
Feci l’amore con Bianca in una notte di novembre, e fu allora che imparai a trattare la nebbia come un’alleata. Chi vive a Milano lo apprende col tempo, anche se la nebbia non è più così frequente come una volta, e di solito tende a concentrarsi tutta in periferia. Quando si alza sul far del tramonto, puoi sentirla mentre ti avvolge le caviglie e ti si arrampica lungo la schiena, trasfigurando ogni presenza familiare in una sagoma misteriosa: che si tratti di un passante, di un cane al guinzaglio o del portone di un palazzo, fa poca differenza. Ogni cosa, anche la più banale e quotidiana, cambia radicalmente aspetto. Non è difficile scoprire in lei una compagna di viaggio che ti nasconde da sguardi indiscreti, a patto di apprezzarne il silenzio e la consistenza quasi materica; anzi, se ci cammini in mezzo dopo una giornata di lavoro, è bello immaginare che ti spinga dolcemente verso casa come la mano di un gigante gentile.
Io e Bianca facevamo gli stessi orari, e spesso ci incrociavamo in metropolitana quando il buio era già calato. Soffrivo di fotofobia per una recente operazione di chirurgia refrattiva, ed ero costretto a tenere gli occhiali da sole anche a bordo dei vagoni, perché la luce mi faceva male agli occhi. Fu proprio questo dettaglio bizzarro ad attirare la sua attenzione, spingendola a rivolgermi la parola dopo mesi in cui non ci eravamo mai parlati.
«Cioè, tieni gli occhiali da sole anche di sera, al chiuso. Cerchi di isolarti o vuoi solo darti un tono?»
In breve ci ritrovammo a chiacchierare mentre scendevamo dal treno, salivamo le scale della stazione e ci avventuravamo nella densa parete nebbiosa di via Bisceglie, che assorbiva i colori e leniva i rumori circostanti. Camminavamo affiancati, stretti nei cappotti, la testa incavata nelle spalle. Poi ci fu un momento in cui Bianca allungò il passo con una breve risata, e sparì nel grigiore compatto che si estendeva davanti ai miei occhi. Risi anch’io e mi affrettai per raggiungerla, ma non la trovai, e non sentii nemmeno più lo scalpiccio dei suoi stivaletti sull’asfalto umido. Mi fermai per chiamarla, inquieto. Non avevo alcun bisogno degli occhiali da sole, vedevo a malapena la luce rossa di un semaforo alla mia destra, mentre la nebbia sembrava danzarmi attorno come un’ancella.
Qualcosa mi sfiorò la nuca, e un brivido elettrico mi solleticò la base del collo: avrei giurato che fosse una mano, ma non c’era proprio nessuno alle mie spalle.
Quando Bianca ricomparve, un paio di metri più avanti, mi rivolse un sorriso che le affiorò da dietro la sciarpa come una luna crescente. Di lì a pochi minuti fui a casa sua, e poi nel suo letto.

Non ero il tipo da conquiste facili. Prima di Bianca, nella mia vita c’erano state soltanto due storie: un’avventura estiva quando avevo 18 anni, durata tre settimane e terminata in un pianto sommesso contro il finestrino di un treno; e poi una relazione di tre anni con una ragazza che avevo conosciuto all’università, e che mi aveva lasciato dopo appena dieci mesi di convivenza, sostenendo che la colpa fosse di entrambi. A dire il vero, io non ricordavo di avere mai fatto nulla per allontanarla da me, ma avevo rispettato la sua decisione senza troppi rimpianti: in fondo, stavo meglio da solo.
Con Bianca fu tutto più semplice, prese lei l’iniziativa. Fu lei a invitarmi a casa sua, fu lei a chinarsi per baciarmi mentre sorseggiavamo una birra in cucina, e fu lei a condurmi in camera da letto, dirigendo i miei passi tra la sua biancheria appallottolata per terra. Come se avesse già previsto tutto, e io fossi soltanto la pedina di uno schema più grande.
La sua pelle era fredda, e il suo sudore aveva un sapore curiosamente dolce, simile all’acqua piovana. Sotto l’occhio sinistro aveva un piccolo neo che sembrava una lacrima.
Dopo aver fatto l’amore restammo per un po’ in silenzio, nel buio. Ero certo che fosse sveglia perché il suo respiro non era regolare: aveva il corpo tangente al mio, e potevo sentire il suo torace che si espandeva e si ritirava contro il mio fianco, bussando leggermente come il muso di un gatto.
Era altrettanto freddo, al punto da farmi quasi paura.

«Sei sicura di stare bene?» le chiesi sfiorandole un piede con il mio. Lei parve ridestarsi da un lieve torpore, aveva la voce impastata.
«Mmh. Perché?»
«Sei gelida. Come fai a stare così?»
«Ah, quello. Ci sono abituata.»
«Quindi è normale?»
«Sì.»
Sospirai. «Beh, meno male. Credevo avessi un problema di circolazione o roba del genere.»
«No, non direi.»
«E non hai mai cercato di… boh, curarti?»
Lei sbuffò. «Dobbiamo parlare proprio di questo?»
«Se hai intenzione di dormirmi addosso, sì.»
«Dai, ti dà così fastidio?»
Sorrisi, ma lei non poté vedermi. «No… no, figurati» le dissi.
«Beh, comunque sono sempre così. L’unico modo che ho per scaldarmi è quando sto con… sai…»
«Un altro corpo.»
«Sì.»
«Quindi stai dicendo che mi hai rimorchiato solo perché avevi freddo?»
Lei rise piano, e io le cinsi le spalle con il braccio destro. Dopo un altro momento di silenzio, mi disse che potevo restare a dormire, se volevo. Lo fece con una strana enfasi, stringendomi il polso fra le dita e intrecciando le sue gambe nelle mie, come se volesse rimarcare le parole. Ripensai al suo neo sotto l’occhio sinistro, quella piccola lacrima d’inchiostro che non sarebbe mai sparita, e accettai.

Prima di addormentarci parlammo ancora un po’. Bianca mi raccontò di essersi laureata in Scienze dei Beni Culturali e di lavorare per una ditta specializzata in movimentazione delle opere d’arte. Io facevo l’assistente per un architetto d’interni in uno studio del centro. In realtà sognavo l’architettura del paesaggio – mi ero laureato con un progetto ispirato a Gilles Clément – e lei ne parve colpita: aveva studiato lo stesso argomento per sei crediti obbligatori durante il triennio, e si era appassionata ai grandi interventi di riqualificazione che stavano interessando Milano in quel periodo. Discutemmo di Petra Blaisse e della Biblioteca degli Alberi, di Bernard Tschumi e del Parc de La Villette, finché le nostre voci non si affievolirono nel sonno.
Fu il gelo a ridestarmi, un paio d’ore dopo. Erano quasi le tre di notte, ma il display luminoso della sveglia, sul comodino alla mia sinistra, pareva offuscato da qualcosa. Inizialmente pensai a uno scherzo del dormiveglia, mentre il corpo freddo di Bianca mi si stringeva contro, facendomi rabbrividire. Poi però mi stropicciai gli occhi, strinsi le palpebre e notai che i numeri sul display, per quanto leggibili, si confondevano dietro una lieve cortina di nebbia: era fumosa e sottile, come la bruma che si alza dai campi – l’avevo vista spesso, passeggiando nel tardo pomeriggio al Parco delle Cave – quando cala il sole nei mesi invernali. Anche il volto di Bianca sfumava nella foschia come un acquerello sbavato: potevo intravederlo grazie al bagliore dei lampioni che filtrava dalla
serranda alzata, troppo debole per urtare la mia fotofobia. Ma la nebbiolina occupava tutta la stanza, era umida e pungente.
Un’improvvisa associazione d’idee mi fece ripensare ai vecchi autobus e tram di Milano, con la carrozzeria dipinta di arancione per risaltare nella nebbia. Potevi scorgerli da lontano, forme indistinte che acquisivano consistenza metro dopo metro, come fantasmi tornati alla carne. Lo stridore delle rotaie squarciava il silenzio, lo colmava di normalità e familiarità. Si saliva a bordo come naufraghi su una scialuppa di salvataggio, prima d’immergersi ancora nella nebbia per recuperare altri superstiti.
Purtroppo nella stanza non c’era alcun punto di riferimento cromatico, nessun colore acceso che risaltasse nella caligine. Anzi, il grigiore era più denso attorno al corpo di Bianca, e s’irradiava dal letto fino alla parete opposta, velando una piccola scrivania e uno scaffale con sopra dei libri. Mi alzai, nudo e infreddolito, ma lei non si svegliò: emise un piccolo gemito e si raggomitolò sotto la coperta, le ginocchia raccolte contro il ventre.
Con mia sorpresa, fuori dalla finestra la nebbia si stava diradando, assottigliandosi
progressivamente come il fumo e la polvere al termine di una battaglia. Due piani più in basso, nel cortile condominiale, i lampioni che costeggiavano il vialetto d’ingresso proiettavano una luce abbastanza brillante da darmi fastidio, se li guardavo direttamente. Quel che restava della nebbia turbinava lì attorno, placida e impassibile.
Poggiai la mano sul vetro, unico modo per saggiare l’aria esterna senza aprire la finestra: era gelido, e sulla superficie interna si stava formando una chiazza di condensa. Ci passai sopra il polpastrello, disegnando saette che zigzagavano dall’alto verso il basso.
«Che fai alzato?»
Trasalii. Non tanto per la voce, ma per la mano fredda di Bianca posata sulla mia spalla. Mi girai e vidi che la foschia non c’era più, si era completamente dissolta, restituendo alla camera il manto bluastro della notte. Afferrai delicatamente i fianchi di Bianca e sentii la sua carne cedere piano, sotto la pressione delle mie dita.
«C’era nebbia nella stanza» le risposi. «Dev’essere entrata dalla finestra, è strano…»
Lei mi prese una mano. «Su, torna a letto» mormorò, e mi guidò fin sotto le coperte. Facemmo l’amore ancora una volta, sepolti goffamente dal piumone e dalle lenzuola.

La nebbia ha anche un odore, fateci caso. È fresco e dolce, ricco di umidità elettrostatica; pizzica le narici, se si prende un respiro profondo quando la bruma è particolarmente densa. Io con la nebbia ci giocavo, a volte. Avevo un piccolo puntatore laser, di quelli che si usavano per le presentazioni o per le lezioni frontali, ma che ebbero fortuna soprattutto come gadget ludici: si trovavano persino sulle bancarelle, a poco prezzo, e i genitori mettevano in guardia i figli dal pericolo di accecare se stessi o gli altri. Ebbene, nei giorni di nebbia fitta mi sedevo alla finestra della mia camera, prendevo il puntatore e ne orientavo il fascio contro la muraglia grigia che occupava il cortile: le goccioline scomponevano il raggio in migliaia di particelle, rendendolo granuloso e finalmente visibile, un filo rosso che s’immergeva nella foschia. Lo facevo oscillare, immaginando di tagliare la nebbia in tante sezioni squadrate, mentre le goccioline danzavano come pulviscolo al sole. Sembrava quasi viva, in quei momenti.
Vorrei poter dire di aver sognato qualcosa del genere durante la notte, ma non ricordo nulla del mio sonno. Ricordo però la luce tagliente che mi svegliò di prima mattina, riverberandosi dalla finestra: la nebbia si era completamente dissolta, e al suo posto c’era un sole basso ma brillante, incastonato fra i due palazzi che incorniciavano il giardino condominiale. Ne avvertii l’intensità persino a occhi chiusi, con un bagliore fra il rosa e l’arancione che filtrava attraverso le mie palpebre in un caos di macchie luminose.
Ebbi la pessima idea di aprire gli occhi, e la luce mi colpì come una stilettata.
Gemetti per il dolore mentre affondavo la faccia nel cuscino, ma fu in quel momento che sentii il fruscio delle lenzuola al mio fianco: Bianca si mosse e mi posò una mano sulla spalla, sotto la coperta. «Cosa c’è?» disse, con una nota di preoccupazione che mi parve sincera.
«Troppa luce» rantolai. Le parole sembravano uscirmi direttamente dalla gola.
«Ah, è vero. Me n’ero dimenticata.»
La sentii alzarsi per mettersi seduta, e con le palpebre socchiuse vidi che aveva una mano affondata nei capelli, mentre l’altro braccio era puntellato sul cuscino. La sua chioma mi era sembrata più scura, alla luce artificiale della metropolitana o dei lampioni; ora, invece, la luce naturale mi permetteva di scorgerne le screziature rossastre, tendenti al bruno, che le scendevano sulle spalle nude e sul seno. Notai anche la sua pelle, talmente chiara da apparire lunare. Vene bluastre le attraversavano il petto e i polsi, come sentieri tracciati su un deserto di sale. Ma non potei soffermarmi troppo su questi dettagli, perché anche il minimo bagliore mi torturava gli occhi: schiacciai di nuovo la faccia contro il cuscino, imprecando tra me con un mormorio lamentoso.

«Mmh» disse. «Ci penso io.»
Ipotizzai che volesse abbassare la tapparella, o passarmi gli occhiali da sole che giacevano da qualche parte in salotto… ma trascorsero alcuni secondi e non sentii nulla, come se fosse rimasta immobile lì dov’era. Socchiusi di nuovo le palpebre, e vidi che effettivamente Bianca non si era mossa di un centimetro, solo che la sua figura aveva qualcosa di confuso. La sua pelle, in precedenza così radiosa alla luce del mattino, era vagamente sfocata, come se la scrutassi attraverso un vetro smerigliato. Lei si accorse che la stavo sbirciando e mi sorrise, sollevando una mano e portandola all’altezza del viso. Voleva che la vedessi per bene. I suoi contorni erano sfumati, cambiava progressivamente colore: le dita divennero solo un’ombra indistinta, scemando in una
nube grigiastra che vorticava piano su se stessa.
Anche il resto della mano ben presto sparì, e alle mie narici giunse il profumo elettrico della nebbia. Bianca mi guardò ancora: il suo sorriso restò sospeso nell’aria per qualche istante, dietro una coltre di foschia grigia che si espandeva delicatamente dal suo corpo; poi sparì, insieme a tutto il resto. Fu allora che capii la sua esigenza di calore, il suo bisogno d’infiammarsi nell’amplesso e nel contatto con un altro corpo. Non sapevo se per lei ero solo uno dei tanti, o se avevo un significato speciale, ma francamente non m’importava. Le avevo dato quello che voleva, e ora lei mi stava restituendo il favore: la stanza si riempì di nebbia – o meglio, si riempì di lei – fino a coprire la scrivania e lo scaffale con i libri, l’armadio sulla destra e i comodini ai due lati del letto, che ne fu avvolto come da una cappa. La luce si attenuò, e io potei finalmente spalancare gli occhi.
Il clima fresco lenì il dolore.
Respirai con cautela mentre Bianca mi danzava attorno, come se avessi paura di assimilare un frammento di lei, di toglierle qualcosa. Mi sfiorò una guancia, rassicurandomi. Era davanti a me, ma anche sopra e tutt’intorno: mi circondava in una specie di abbraccio caliginoso.
Quando finalmente presi coraggio e allungai una mano, mi sembrò quasi di poterla toccare.

 

Lorenzo Pedrazzi sta seguendo il nostro corso avanzato di scrittura. Ha letto questo suo racconto durante la parte della lezione dedicata alla lettura degli scritti prodotti dai partecipanti. Il gruppo lo ha discusso e in seguito l’autore ha apportato qualche piccola modifica al testo, che ora proponiamo nell’ultima versione. 

Chi è: ha 33 anni ed è nato a Milano. Sue passioni, il cinema e la letteratura. Arrivato al giornalismo e alla critica militante, lavora a tempo pieno per ScreenWEEK.it. Collabora inoltre con Filmidee, Doppiozero e Rivista Studio. Ha pubblicato un saggio intitolato “Immagini al limite: Itinerari del disgusto nell’arte cinematografica” sulla rivista accademica Itinera. Suoi racconti sono comparsi su diverse antologie e riviste letterarie, tra cui Cattedrale. Nel 2011 ha vinto il primo premio al trofeo “Microscifiction“. Forse dal racconto che proponiamo si intuisce anche un altro suo interesse: l’astronomia.

Una giornata esplosiva

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di Rinaldo Novati

Nel corso del loro viaggio in auto, mentre stavano attraversando una piccola comunità rurale, Piero aveva notato un capannone, un poco appartato dalla strada, con le pareti di mattoni rossi affrescate da grandi disegni colorati di pistole e fucili, vicino ad un centro commerciale.
Incuriosito, Piero aveva subito posteggiato la vettura coreana presa a nolo, nell’assolato parcheggio, proprio di fronte all’entrata ed entrato deciso all’interno dell’edificio.
L’aria condizionata viaggiava al massimo in quell’ambiente e quasi restava secco sulla soglia, sia per lo sbalzo di temperatura, che per lo spettacolo che ora aveva davanti agli occhi.
Su entrambe le pareti laterali, enormi rastrelliere mettevano in mostra un numero impressionante di fucili da caccia, da tiro e anche fucili mitragliatori da guerra e addirittura, in un angolo appartato, diverse mitragliatrici, sia leggere che pesanti, esposte al fianco di lanciarazzi, di piccole e medie dimensioni, con attaccati i cartellini dei prezzi e le loro caratteristiche specifiche, come calibro, volume di fuoco, portata utile, peso ad arma scarica oppure con i caricatori inseriti, eccetera. Collocati nel centro del locale vi erano degli enormi banconi affiancati, che sotto pesanti cristalli antiproiettile, mostravano centinaia e centinaia di pistole di tutti i tipi e di tutti i tempi, da quelle dei pirati ad acciarino, alle Colt calibro 45, famose nel mondo perché esibite in tutti i film western a delle ultramoderne pistole mitragliatrici. Erano esposte tutte le marche e modelli presenti sul mercato, in un numero infinito di esemplari, tutte collocate una fianco all’altra e distinte per costruttore e modello, appoggiate sui diversi ripiani piani delle bacheche corazzate.
Piero, con il respiro sospeso, si guardava intorno incredulo, con la netta sensazione di essere entrato nell’ armeria di una base militare oppure sul set di un film di Hollywood, in uno dei tanti action-movie americani. Passava incredulo in mezzo agli espositori e non riusciva a credere ai propri occhi per la varietà di armi in mostra e nemmeno a pronunciare una parola di risposta alle insistenze della sua compagna Matilde, che dopo un quarto d’ora di permanenza e di passeggio avanti e indietro nel capannone, era annoiata al massimo grado e insisteva per uscire e riprendere il loro viaggio.
“Stai scherzando vero? Sono arrivato nel paradiso terrestre per uno come me, abituato a vedere queste armi solo nelle riviste e tu… sul più bello mi chiedi di risvegliarmi dal mio sogno e andarmene?!”, aveva ribattuto seccamente Piero, affascinato da quella incredibile esposizione di armi e dove non riusciva a concentrarsi su nessuna in particolare, tanta era la sua emozione davanti alle dimensioni dell’armeria.
Un commesso, un ragazzone biondo dai capelli tagliati corti a spazzola, ben palestrato e dotato di una grossa pistola automatica appesa al fianco, li aveva intercettati e chiesto se poteva essere utile.
Portava un alto cinturone di cuoio dove, esposte in bell’ordine, vi era una bomboletta con lo spray al peperoncino, un paio di manette, due caricatori di ricambio della pistola, una pila, una pistola elettrica, oltre alla solita ed indispensabile rice-trasmittente, con l’auricolare inserito nell’orecchio destro.
“Pronto a tutto” aveva pensato Piero “gli manca solo la maschera antigas, l’elmetto e questo può andare anche in trincea!”. Aveva risposto immediatamente: “Sì, grazie…, per favore vorrei vedere una pistola automatica modello Beretta 92, quella in dotazione alla polizia e carabinieri italiani e una Glock 17, quella invece usata della polizia tedesca e a quella americana”. La sua curiosità nasceva dai confronti armati che le aveva viste in azione e contrapposte in mille sparatorie in tv o al cinema e ora voleva, se possibile, vederle da vicino. Senza alcuna esitazione il commesso aveva chiesto di vedere un documento identificatore e dopo un’occhiata distratta alla sua patente italiana, aveva aperto la bacheca e posato davanti allo stupefatto Piero i due esemplari di pistole richieste, non senza avere prima accertato che fossero entrambe scariche.
Con fare da intenditore Piero le aveva guardate da vicino per ben esaminare i particolari, il grilletto, la sicura, i calcioli dell’impugnatura e il dispositivo di mira. A lungo le aveva soppesate con attenzione nella mano, prima l’una e poi l’altra, stendendo il braccio e atteggiandosi a tiratore esperto e mentre prendeva di mira un armadio in fondo al salone e aveva trovato la pistola italiana ben più pesante dell’altra. Con finta indifferenza, aveva chiesto se era possibile acquistarle. “Ma certo… mi lasci fare la fotocopia del suo documento di identità e mi dica come intende pagarle, in contanti o con carta di credito? Sono 1.769 dollari più tasse in totale, se vuole, questo mese, abbiamo anche una promozione per i proiettili calibro 9 x 21, compatibile per entrambe, con una confezione da 300 pezzi a solo 149,99 dollari più tasse”. Il respiro era venuto a mancare a Piero che annaspando si era voltato verso Matilde altrettanto incredula al suo fianco: “Hai sentito anche tu quello che ha detto il signore? Quello che vediamo al cinema allora è vero, chiunque può dotarsi di un’arma in questo paese, basta una fotocopia della patente e una carta di credito!”.
“Per favore, può spiegarmi le differenze tra le due armi?” aveva chiesto con insistenza Piero, incapace di contenere la sua emozione davanti allo spettacolo di se stesso, con una bella pistola in entrambe le mani che continuava a rigirare e scambiare di mano. Con pazienza, ma anche con evidente piacere, il commesso aveva allora iniziato una lunga e dotta spiegazione tecnica sui due modelli di pistola. “Vede… la Beretta è più pesante e può contenere nel suo caricatore bifilare 15 proiettili di calibro 9. Viene prodotta qui negli USA su licenza ed è risultata prima al concorso per la fornitura di pistole all’esercito, mi sembra si trattasse di un lotto di 600/700.000 pezzi da consegnare entro due anni. Ora è uscito un nuovo bando per altre 500.000 pistole da distribuire alla Marina, Aviazione, Polizia Militare ecc. e il suo concorrente più agguerrito è proprio la Glock, con il nuovo modello Type 19, che è più leggera e potente di questa che ha in mano.
Dopo aver posato le due pistole sul bancone di cristallo, con voce rotta dall’emozione Piero aveva posto una nuova domanda al commesso: “Scusi ma… se invece volessi acquistare quel fucile d’assalto alle sue spalle?”, aveva chiesto, indicando un fucile mitragliatore sulla rastrelliera.
Senza voltarsi il commesso aveva prima risposto le due pistole al loro posto nella bacheca e poi guardando la parete dietro lui aveva risposto: “ E’ il modello più recente del M1, il fucile d’assalto in dotazione al corpo dei Marines ed esistono due versioni diverse della stessa arma, lei preferisce quella nel calibro 5,56 oppure quella in calibro 7,65?” Prendendosi tra le mani il pizzetto, con fare pensieroso Piero aveva esitato qualche secondo prima di rispondere: “Quale è la differenza fra i due calibri? Sa… non vorrei sbagliare nell’acquisto!”, muovendo la testa e le mani con fare interlocutorio.
A quel punto era più che evidente al commesso che il possibile acquirente era ben lontano dall’essere un esperto del settore delle armi da fuoco e con estrema gentilezza aveva posato il fucile davanti a Piero e iniziato una lunga discettazione sui pregi di quell’arma. Piero guardava affascinato mentre al suo lato Matilde iniziava a sbuffare per tutte le spiegazioni tecniche che la stavano annoiando, ma il suo compagno era insaziabile e con la mano aveva indicato un fucilone nella rastrellerai di fianco: “Non mi
dica che quello è il famoso… ”, “Sì … è l’eccezionale Barret 50, calibro 12,7, in dotazione ai reparti speciali dell’esercito americano e divenuto un best seller mondiale dopo la sua comparsa nel film American Sniper”. Fingendosi pensieroso, Piero era tornato a stringersi la barbetta, per poi esclamare:
“Guarda che io lo prenderei… solo… che non so si mi sta nella valigia che ho portato!”
Al bancone centrale si era intanto presentato un tipo in canottiera nera, con le braccia tatuate con serpenti e aquile sui muscolosi avambracci e un curioso ciuffo in mezzo alla testa rasata.
Era accompagnato da un grosso figuro, rasato a zero, con il tatuaggio di una svastica sulla nuca.
Avevano parlato con la ragazza della cassa, una mora dalle misure abbondanti, saltata prontamente in piedi al loro arrivo e anch’essa equipaggiata dal complesso cinturone da combattimento, in dotazione a tutti gli impiegati del capannone. Dopo un breve preambolo, il bullo aveva estratto dalla tasca posteriore dei blu jeans, un rotolo di banconote e con studiata lentezza, aveva appoggiato sul ripiano della cassa, tutti in fila, 12 biglietti di banca nuovi fiammanti da 100 dollari ciascuno. Doveva essere ben conosciuto in quel posto, non aveva infatti esibito nessun documento e la ragazza, dopo aver controllato attentamente le banconote con una speciale penna, le aveva risposte nella cassa, facendo un cenno deciso del capo alla coppia, in segno di proseguire pure oltre porta in fondo all’edificio, apertasi nel frattempo.
“Ma voi vendete armi anche a personaggi simili?” aveva chiesto Piero al commesso, dopo aver seguito con attenzione tutta la scena sin dall’inizio. Con pazienza Dan aveva spiegato che il diritto di possedere armi negli Stati Uniti è sancito dalla Costituzione e l’unica limitazione oggi consiste che non si possono portare in giro senza un apposito permesso, come era invece possibile sino ad un secolo fa.
Data la confidenza in atto, Piero aveva chiesto se era possibile testare le armi nel poligono di tiro, ma l’impiegato aveva scosso la testa: “Qui non è possibile ma, se prosegue per la statale, a tre miglia di distanza, ne trova uno piccolo, ma molto ben attrezzato”. Non aveva neanche finito di parlare che Piero ero già alla guida della macchina, lanciato verso il suo obbiettivo.
Il proprietario del poligono era una persona anziana, con un mozzicone di sigaro spento in bocca e fortemente interessato, in quel momento, ad una partita di baseball alla televisione sulla parete di fronte.
Con fare distratto, aveva chiesto un documento di identificazione e dato la consueta rapida occhiata alla patente di guida di Piero. “Non abbiamo fucili qui, troppo piccolo, però possediamo una bella collezione di pistole, scelga quella che vuole!” aveva detto senza staccare gli occhi dalla partita e indicando con la mano una teca blindata, con all’interno almeno 100 pistole diverse. “Per favore, vorrei provare la Glock 17, posso?”. L’anziano proprietario si era chinato e subito riapparso con la famosa pistola e un vassoio in cui scintillavano un numero infiniti di proiettili. “Sono 30 dollari, più le tasse per 50 proiettili, il poligono è al piano inferiore”. Aveva indicato con la mano una scala al fianco della sua postazione ed era tornato a guardare il televisore. Piero era terrorizzato, per la prima volta in vita sua aveva a disposizione una vera arma, con anche un numero infinito di colpi e per l’emozione, non sapeva più che cosa fare in quel momento. “Mi scusi… ma come si fa a caricarla?” aveva chiesto con voce tremula e con molto imbarazzo. Il vecchio canuto si era voltato scocciato verso di lui e aveva chiesto piuttosto
seccato “Ma tu… hai mai sparato?” “No” “Allora niente armi!” e in attimo aveva fatto sparire dal bancone sia la pistola che i proiettili. In quell’istante Piero si era reso conto che il suo sogno stava svanendo velocemente ma aveva avuto la forza di spirito di ribattere subito: “Ho fatto il servizio militare, ma non ho mai sparato con questo tipo di pistola, era questo che intendevo dire, mi scusi!”. Ormai decisamente irritato da tutte quelle interruzione alla visione della sua partita, con fare infastidito aveva ripreso la pistola automatica e le munizioni riposte e le aveva posate con stizza ancora una volta sul ripiano. Senza staccare gli occhi dal televisore, aveva messo di fianco anche un grande foglio di carta con il disegno di una sagoma di colore nero, con al centro diversi cerchi, un paio di cuffie e di occhiali trasparenti. Senza interrompere la visione della partita, aveva fatto un gesto con la mano eloquente, che lo invitava ad andare via e non importunarlo più. Piero si era voltato e aveva visto il terrore sul volto di Matilde, che lo guardava muta e con gli occhi spalancati, mentre lui, immobile con in mano la pistola e il vassoio dei proiettili, le cuffie sulle orecchie e gli occhiali trasparenti indietro sulla testa, la guardava a sua volta in silenzio, senza parlare, perché la gola gli si era completamente disseccata.
Con la testa aveva indicato la porta d’ingresso del sotterraneo e con la pistola aveva fatto segno di….
Poi ti spiego! Matilde si era lasciata cadere di colpo sulla poltroncina del salotto di attesa, incapace di pronunciare una sola parola davanti alla vista del compagno armato fino ai denti che le faceva cenni di rassicurazione, mentre agitava nell’aria, con poca confidenza invero, un pistolone di colore grigio scuro.
Visto che non era possibile parlare per nessuno dei due, Piero aveva imboccato con decisione la scala che scendeva nel sotterraneo, avviandosi verso il suo destino.
Vi erano una dozzina di postazioni di tiro, ciascuna con un piccolo banchetto davanti e almeno tre o quattro siti erano occupate da pistoleri, occupati a sparare senza sosta alle sagome davanti loro.
Il primo problema era sorto con il fissaggio del foglione di carta del bersaglio, dato che Piero non trovava nulla su come attaccarlo alla tavola di legno della postazione.
Si era allora rivolto ad un cow boy in transito in quel momento, con le cuffie sulla testa che, senza parlare, gli aveva indicato una pistola sparachiodi appesa vicino alla porta d’ingresso.
Dopo una serie di tentativi infruttuosi, finalmente la sagoma del bersaglio era stata affrancata alla tavola e con molta difficoltà, allontanata di qualche metro dalla postazione di tiro, nel corridoio di sua competenza. Con una terribile ansia in corpo, Piero si era quindi dedicato alla fase successiva, quella del caricamento della pistola! Dopo una serie di tentativi infruttuosi, si era deciso a richiedere aiuto a un tiratore, non avendo il coraggio di tornare dal vecchietto di sopra per chiedergli come poteva fare per caricare l’arma. Con fare scocciato, il cow boy di prima gli aveva indicato un bottone sul fianco della pistola, vicino al grilletto e una volta premuto, per incanto, il grosso caricatore bifilare era uscito dal calcio della pistola. Piero si era profuso in ringraziamenti ed era ritornato alla sua postazione di tiro con un sospiro di sollievo. Dopo cinque minuti di tentativi, non un solo proiettile era stato infilato nel caricatore e la sua disperazione era sempre più nera. Il pensiero di rinunciare a quella folle impresa appariva sempre più reale e al colmo della disperazione Piero aveva deciso di chiedere la collaborazione di qualcuno degli altri tiratori. Non voleva importunare ancora una volta il solito e quindi era andato alla postazione alla sinistra della sua ma, con enorme stupore si era trovato davanti ancora una volta la solita camicia a quadri rossi del consueto villano. Con fare decisamente scocciato, ma anche incredulo del fatto che esistesse sulla terra qualcuno incapace di caricare una pistola automatica, aveva preso in
mano il caricatore e in pochi secondi era riuscito ad infilare cinque proiettili facendo ben vedere a Piero che esisteva un invito sulla testa del supporto, dove andava infilata la pallottola, per poi farla scivolare in avanti, una dopo l’altra. Tornato alla sua postazione aveva inserito il caricatore nel calcio e sentito un click di approvazione, segno che l’operazione era andata finalmente in porto. Ricordando i vari film polizieschi, Piero aveva tirato all’indietro il carrello superiore dell’arma e sentito distintamente il rumore
della pallottola che entrava nella camera di scoppio. Era sudato fradicio, nonostante l’aria condizionata che andava al massimo, e con decisione aveva puntato la pistola sul bersaglio davanti a lui, mettendosi di traverso nella postazione, in posa, come se si apprestasse ad affrontare un duello di fine ottocento.
Con scarsa convinzione aveva premuto il grilletto, sicuro di dover ritornare dal cow boy di prima per chiedere ancora una volta spiegazioni del perché quell’arma ancora non funzionava e con la speranza che quello non si scocciasse per davvero e finisse per sparargli. Con sua sorpresa il colpo era invece esploso, rimbombando con forza sulla volta del sotterraneo, assordandolo completamente, perché nell’eccitazione del momento, aveva dimenticato di mettere le cuffie sulle orecchie.
Il rinculo della pistola era stato molto forte e lo aveva colto completamente impreparato.
Il suo polso aveva avuto una violenta torsione verso l’alto e ora dolorava e pulsava come per effetto di una slogatura. Aveva posato la pistola sul banchetto davanti a lui e si era massaggiato delicatamente il polso dolorante, con l’idea di tornare di sopra dal vecchietto e restituire il tutto.
Aveva guardato la sagoma davanti a lui e visto che il proiettile aveva fatto un bel foro, proprio vicino al centro del bersaglio. Preso dall’entusiasmo, aveva impugnato ancora una volta l’arma e tenendola con due mani, aveva schiacciato di nuovo il grilletto. Lo sparo gli era giunto attutito nella cuffia e un nuovo foro, era apparso nella sagoma, vicino a quello precedente.
Preso dall’entusiasmo aveva schiacciato in rapida successione il grilletto e in meno di un secondo tre nuovi orifizi erano apparsi, una alto, nel centro della testa e due in basso, vicino ai piedi.
Beh… per essere la prima volta… Aveva schiacciato il bottone del rilascio caricatore e aveva preso la pistola per la canna per appoggiarla sul ripiano. Con tutta la sua forza di volontà era riuscito a trattenere l’urlo di dolore per l’ustione al palmo della mano e prendendosi la testa fra le dita, si era detto a titolo di constatazione che questo, molto probabilmente non era un lavoro adatto a lui, molto meglio sfogliare un libro o cercare di scrivere un racconto, sui dolori e le pene delle umane vicissitudini.
Era rimasto in quella posizione per una decina di minuti e alla fine, con silenziosa decisione, aveva preso il caricatore e iniziato a infilare i proiettili uno ad uno. Arrivato al numero sei però, non era riuscito a progredire perché la molla di carico era sempre più forte e solo nei film si vedono i pistoleri che, con fare indifferente, e mentre scrutano le mosse del nemico, caricano le pallottole come fossero noccioline.
Stava prendendo confidenza con l’oggetto e questa volta la sequenza di tiro rapido non era andata così male e almeno tre colpi su sei avevano centrato il bersaglio.
A quel punto gli era venuta l’idea di filmarsi con il telefonino, per mostrare al figlio e agli amici che genere di avventura stava vivendo in quel momento e così condividere l’esperienza.
Aveva posizionato il telefonino sul banchetto e controllato l’inquadratura, purtroppo non ottimale per la scarsa distanza, o inquadrava la pistola, oppure lui in posa di sparo, le due cose insieme non erano possibili. Aveva trovato un compromesso, prima, con la ripresa in primo piano del suo faccione attraversato da un sorriso compiaciuto, poi, si era ritratto e avvicinato la pistola all’obbiettivo, aveva ripetutamente fatto fuoco. Nella penombra del poligono faceva molto effetto vedere le lunghe fiamme che uscivano dalla bocca della pistola e oltre al rumore dello sparo, si sentivano ben distintamente anche quello dei bossoli espulsi che cadevano a terra.
Aveva spostato allora il telefonino sull’altro lato del banchetto e ripetuta l’operazione di caricamento, con una sempre maggior sicurezza dei gesti mentre guardava compiaciuto dentro l’obbiettivo.
I colpi sulla sagoma non erano il massimo dell’efficienza e sicuramente non un monumento alla sua capacità di tiratore e allora Piero aveva avuto una brillante idea per aumentare la sua performance.
Caricata la nuovamente la pistola, con i consueti sei colpi, perché oltre non si poteva andare, altro che diciassette proiettili possibili, aveva schiacciato l’interruttore che avvicinava la sagoma del bersaglio e da poca distanza aveva fatto fuoco, crivellandola di colpi, quasi tutti al centro. Schiacciato di nuovo l’interruttore, aveva posizionato la sagoma alla massima distanza possibile nella corsia e preso in mano il telefonino, ne aveva ripreso il lento avvicinamento al banchetto di sparo. Una volta vicina a lui, con il dito Piero aveva indicato con quanta maestria e precisione il bersaglio era stato crivellato di colpi, con una granucola di fori tutti in prossimità del cuore.
Si era poi inquadrato da vicino e con voce chiara aveva impresso il seguente messaggio: “Ragazzi… Da adesso in poi… non chiamatemi più Piero, ma solo Pecos Bill!”.

Schegge

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di Luisa Valenziani

“E’ un uomo inaffidabile”, urlava al cellulare un’avvenente e prosperosa fanciulla, scollacciata e avvolta in un’ardita minigonna. “Quello è uno che si scoperebbe tutte, meglio lasciarlo perdere.”

Ok, devo fermarmi sospendere il giudizio, il doppio giudizio: quello sullo stronzo donnaiolo e l’altro sulla fanciulla provocante, in minigonna.

Lampante mi torna alla mente l’urlo inorridito di mia zia, tanto cara, ma un po’ zitella, che davanti alla mia minigonna rossa – avevo 18 anni e belle gambe – non esitò a darmi della poco di buono: “E’ la classe che conta, nipote mia, e tu con quella minigonna la tua classe l’hai perduta, ti sei omologata alla massa.” Magari ai suoi occhi ero anche diventata un po’ come la figona stratosferica che aveva definito stronzo uno che amava tutte le donne!

Io, dopo le parole della zia, mortificata, smisi di indossare minigonne, il suo giudizio mi aveva castrata.

Poi, rapidamente, ma neanche troppo, ero diventata madre. Nel frattempo c’era stato il ’68, il femminismo, l’autocoscienza, una separazione e tanto altro e quindi mi venne naturale e spontaneo ripromettermi tolleranza e fair-play; così quando mia figlia, tredicenne, cominciò ad indossare minigonne vertiginose – aveva un fisico perfetto, ma da ventenne – mi imposi di sorridere compiaciuta, pretendendomi rilassata e consenziente.

Quando però mi nascose scarpe con il tacco a spillo, che io immediatamente scovai, prima che lei fosse pronta ad indossarle appena fuori dalla mia portata, non riuscii a fermarmi e insorsi con tutte le mie forze: ” Ma sei pazza, dove vorresti andare conciata così, sembri una sciacquetta!

“Ma mamma, cosa dici? Che vuol dire sciacquetta?”

Eccomi caduta nella trappola del giudizio, antichi divieti, repressioni subite, formalismi latenti, tutto ritornava a galla, d’incanto. Banalmente infierivo su mia figlia come avevano infierito su di me. Cambiano i modi, si cercano sofisticate e sfumate espressioni, ma la sostanza rimane sempre quella: estinguere od estirpare certa mentalità, certi giudizi, non è cosa così scontata.

Eppure credevo di avercela fatta. E invece eccomi qua a giudicare non solo lo stronzo donnaiolo, ma anche la fanciulla provocante sottintendendo che si meritava lo stronzo donnaiolo!

Ripensando alla classe tanto invocata dalla mia zietta… mi viene da sorridere. Lei per anni aveva intrecciato un‘intensa relazione “platonica” con un integerrimo professore, anzi filosofo, con tanto di moglie e figli, da lui mai lasciati perché “così non si fa”, senza mai comunque negarsi la compagnia intelligente e stimolante di una bella signora – nubile – con cui poter condividere interessi e passioni, di natura ovviamente intellettuale. La facciata era salva, entrambi venivano considerati austeri, impegnati e con chili di classe.

Sana ipocrisia dei tempi andati.

Così, quando divorziai dal mio primo marito, mormorii, giudizi e occhiate di rimprovero non mancarono, accompagnati anche da un “poveretta” chissà che futuro l’aspetta.

Quando poi senza essere sposata ebbi le mie figlie…apriti cielo!

A poco o a nulla contribuì alla mia redenzione lo sposarmi in una chiesa Battista, ad Harlem, allietata da cori spirituals e soul food. A quel punto il silenzio regnò sovrano.

Nessuno della mia famiglia partecipò con la scusa che ero lontana, e quando uno dei miei fratelli capitò, per caso, a New York una settimana dopo il matrimonio, consegnandomi il regalo dei fratelli non esitò a dirmi che quello sarebbe stato l’ultimo regalo della famiglia, per tutti si auguravano – il mio ultimo matrimonio.

Noi, intanto ad Harlem ce l’eravamo veramente spassata, con amici e musicisti, circondati da un’atmosfera unica: io per tutto il tempo della cerimonia avevo in braccio mia figlia di 4 anni che non capiva cosa stesse succedendo, anzi temeva che il matrimonio significasse separazione; l’altra figlia di un anno che squittiva in lontananza perché tenuta a distanza (era pure malata, povera piccola); il reverendo Smith che non riusciva a pronunciare il nome di mio marito, chiamandolo Eldoro, Eldorado…invece di Edoardo, per cui ci si mise d’accordo su una semplicissima abbreviazione: Ed (“call me Ed”, lo implorò a metà della cerimonia mio marito).

Anche il matrimonio ad Harlem simboleggiava la fine dello stile, della classe tanto invocata dalle mie vecchie zie?

Allora non ci pensai, venne naturale, in effetti i newyorkesi la classe e lo stile, forse non sanno neanche che cosa siano… eppure quando per il terzo anno mi venne confermato l’incarico di insegnamento, con un bel sorriso il mio capo mi disse apertamente che secondo lui le donne italiane hanno un che di speciale, uno stile, una classe che facevano bene al suo istituto. Che dio gliene renda merito, almeno avevo un lavoro!

Mia madre quando eravamo al mare, anzi non solo quando andavamo al mare, se ne fregava di andare in giro con vestagliette comprate al mercato magari anche rimboccate alla buona con uno spillo da balia. Mio padre al rientro dalla sua gita in barca a vela, attraversava il paese con delle scarpe di tela che urlavano vendetta, rosso di capelli e viola in faccia con la pelle bruciata dal sole, indossando informi pantaloni tailandesi, pure sbiaditi, insomma una vergogna, tanto che noi figli ce ne tenevamo alla larga facendo finta di non conoscerlo: ”Papà, ma come fai ad andare in giro conciato così?” Lui neanche rispondeva. Sicuro e tranquillo e totalmente menefreghista del giudizio degli altri… ma stranamente acconsentì a farmi fare un vestito lungo per le feste a cui ero invitata, dove tutte le mie amiche sfoggiavano eleganti vestiti da sera, fino ai piedi, sebbene non avessero 18 anni. “Bisogna capirla, povera ragazzina, tutte hanno il vestito lungo, bisogna seguire la massa” concludeva con rassegnazione lievemente burlona.

E in effetti come avevo sofferto quando ad una di queste famose feste mi ero presentata con un vestito blu notte, riadattato da mia madre, ravvivato (si fa per dire) da un enorme fiocco bianco a pois blu: ”A fioccona!” fui subito apostrofata entrando in sala. Che mortificazione!

Dopo quella debacle fu l’intervento di mia sorella maggiore ad evitarmi altre mortificazioni obbligando mia madre a comprarmi un vestito di cady nero – allora molto di moda – che oggi come oggi sarebbe passato come veste monacale.

Sempre divisa tra educazione borghese e sentimenti ribelli, la mia è stata spesso una rivoluzione a metà.

Compagna recalcitrante che al ciclostile obbligato o alle assemblee, monotematiche, preferiva il campeggio libero e le gite fuoriporta. Disubbidiente, ma in modo moderato, incapace di osare fino in fondo, e in fondo orgogliosa di non omologarsi completamente alla coppia aperta, al totale radicalismo delle idee di quegli anni. La famiglia, l’educazione e anche l’esempio erano ben lungi dall’essere annullati. E gli stimoli erano stati sempre diretti, specialmente da mio padre, verso l’autonomia, l’indipendenza, il raggiungimento di obiettivi concreti.

E poi gli amori… beh, in quel campo una vera voragine di infelicità e scelte sbagliate che ormai non provo più neanche ad analizzare. Su tutte le mie storie regnava sovrana l’insicurezza, e ovviamente amavo perdutamente chi mi faceva soffrire e non mi era fedele, tenendo sulla corda e bistrattando chi invece si dichiarava innamorato e fedele.

“Perché non vuoi attraversare l’Europa e il Medio Oriente (allora si poteva) con me, sul mio pulmino, arriviamo in India, scopriamo il mondo…dai, sarà stupendo!” A propormelo era un bel tipo, vero alternativo di sinistra, appena laureato, colto ed interessante quanto basta, praticamente il mio mito di intellettuale perfetto… ma in India non ci andai. Lui partì lo stesso con altri amici e mi scrisse lettere stupende che concludeva sempre con dolci dichiarazioni d’amore, convinto di ritrovarmi ad aspettarlo al suo ritorno, pronta finalmente a cedere al suo indubbio fascino. Il ritrovarsi fu così goffo che l’ho cancellato del tutto, così come vaghi sono rimasti gli intrecci di quel periodo molto sofferto per la fine di quello che per me era stato un grande amore, certamente il primo.

Gli amori da quindicenne e giù di lì, vissuti con i sussulti dell’età non mi pare valga la pena di metterli a fuoco. Solo adesso, invece, mi viene in mente che entrambi i miei grandi amori, solo due, hanno in comune l’Africa: il primo addirittura cominciò in Africa, e per il secondo l’Africa ha fatto da sfondo costante, uno sfondo di vita vissuta per mesi e poi per brevi periodi, uno sfondo sempre ritrovato, tanto che una delle mie figlie ci ha vissuto per anni e ci tornerà a vivere.

Non ho una gran voglia di capire cosa avessero in comune questi due grandi amori, oltre all’Africa, e non so neanche se ho voglia di tornare in Africa, sarebbe troppo faticoso emotivamente, non ho troppa voglia di nostalgie e ricordi. Spesso vorrei che ricordi e nostalgie si estinguessero.

In Africa concepii il mio primo figlio, che ho perso.

Sto andando dall’Argentario verso Roma, in macchina, da sola, quante volte ho percorso questa strada che mi sembra sempre identica: l’Aurelia con il limite di velocità, il bivio per Capalbio… Pescia Romana dove ebbi il mio grave incidente di macchina, Montalto, Tarquinia… Civitavecchia.

Qui le schegge partono all’impazzata e mi fanno male se penso a tutte le volte che mi sono imbarcata per la Sardegna, per le nostre vacanze in gommone… ogni anno per più di dieci anni ci imbarcavamo in imprese forse un po’ folli ma tanto vitali. Sì, quel periodo è veramente estinto, appartiene ad una vita fa, ha lasciato però tanti segni, addirittura troppi.

L’Aurelia poi, era una strada percorsa anche con mio padre, al ritorno dal mare, e poi con la mia fedele amica Paoletta: anche con lei ci furono numerosi imbarchi per la Sardegna, i nostri primi campeggi da sole, con la Fiat 500. Ricordo in modo distinto quando la convinsi a partire da Roma per andare all’Argentario facendole credere che partire da lì e tornare indietro a Civitavecchia sarebbe stato più semplice che non partire direttamente da Roma e tutto perché mia sorella mi aveva telefonato dicendomi che era arrivata una lettera dal mio primo grande amore. Paoletta si convinse facilmente, “Certo hai ragione…” poi il giorno dopo fu assalita da dubbi.

“Ma così ci siamo fatte quasi 200 km invece di 70…” Io pensai fosse opportuno tacere, limitandomi a sorridere. Non mi ricordo adesso se la lettera fosse valsa la pena di quella assurda deviazione.