ERCOLE GUZZI, PARTIGIANO

Ignazio Cavarreta: Prima esperienza, gli scritti teatrali per burattini e marionette portati in scena dalla compagnia Teatro Laboratorio Mangiafuoco. Il lavoro di skipper non ha fermato la sua voglia di scrivere, ha fornito anzi altre idee. Uscito ora per Nutrimenti edizioni il saggio divulgativo Pirati, escursione nel mondo della pirateria dall’antichità ai giorni nostri. Oggi l’attività di skipper prosegue sul vicino lago di Como, ciò permette di dedicarsi maggiormente alla scrittura di racconti e di partecipando a raccolte collettive, tra cui Vita da single, ideata e curata dal corso di scrittura artedelnarrare.com.

di Ignazio Cavarreta

– Ohi, pronto, ciao…
– Stai guardando la tele?
– E’ accesa, ma sto lavando i piatti.
– Metti su Rai Storia, e guarda chi c’è.
– Chi c’è?
– Uno che si chiama come te.
Cerco il telecomando e senza togliermi il grembiule mi sintonizzo col mio omonimo.
– ‘Azz’! E’ lo zio, cosa ci fa in Rai?
– Non lo so. Mi sono persa via con quei programmi di storia in bianco e nero e a un certo punto è spuntato lo zio. Io guardo tutte le sere i documentari sui tedeschi, i partigiani, la guerra, mi fanno impazzire. Li consiglio anche ai miei studenti, ma dai risultati direi che guardano altro…
Mia sorella Grazia è brava ma non tace fino a che non ha spiegato tutto.
Prendo un dvd a caso. Senza staccare gli occhi dallo schermo fatico a trovare l’ingresso e il telefono mi scappa di mano.
– Cosa stai trafficando, si sente un casino!
– Niente, sto provando a registrare.
– Lascia perdere, domani ci facciamo dare una copia dallo zio, ne avrà una di sicuro, non credi?
Già, Grazia ha ragione, ma ormai il disco è scomparso nelle sua fessura e la registrazione è partita.
Don Ilario Rovenna, dice la scritta, sacerdote partigiano.
La voce è quella di un anziano a cui l’afonia ha aggiunto intensità. Vedo il sorriso buono e apprezzo le pause giuste di un abile comunicatore. Guarda disinvolto verso la telecamera, parla cercando le parole giuste e lo fa con piacere appena sfiorato dalla commozione, come sempre, ma qui in tivù non me l’aspettavo cosììì… così bello.
Alzo un poco il volume.
“…molti sono stati i religiosi schierati con i partigiani e uno di questi era Don Giuseppe Pollarolo, un sacerdote con la passione del cinema che anche in montagna, nei momenti più pericolosi, aveva con sé una piccola cinepresa e molti dei filmati sulle brigate partigiane si devono a lui. Era uno di loro, la persona più adatta per ricordare che ancora esisteva il bene e impedire che si facesse altro male in un momento dove di male ce n’era già troppo. Cercava di mitigare i sentimenti di rancore, gli eccessi di odio e talvolta di vendetta. Non sparava e non era armato ma come tutti, non si tirava indietro davanti ai pericoli della guerra civile…”
Mia sorella è ancora al telefono ma non parla più. La nostra attenzione è tutta verso la storia che lo zio sta raccontando.
“…una mattina, dovevo andare in curia vescovile e passando dalla galleria Vittorio Emanuele fui attratto da una massa di gente che guardava un grande manifesto, mi avvicinai anch’io, tanto per curiosare, e rimasi di stucco vedendo che questa grossa immagine ritraeva Don Pollarolo in mezzo a due partigiani e una scritta che diceva: “Cittadini, il vostro dovere è catturare al più presto la iena dell’Oltrepo Pavese: il prete Pollarolo” – breve pausa di Don Ilario ma sufficiente a Grazia per inserirsi.
– …l’ho conosciuto a Torino era simpatico, lo zio lo prendeva in giro perché era Juventino…
– Ma chi?
– Don Pollarolo, no? Tu non l’hai conosciuto? E’ morto una ventina di anni fa. Pensa che nel ‘68 gli studenti lo hanno preso a sberle.
– Grazia! Me lo dici dopo! Fammi sentire!
“…arrivammo a Piazzale Loreto seduti su un carro armato giusto in tempo per vedere le corde lanciate sul traliccio e poi uno ad uno i corpi appesi. Una babele di gente e di sentimenti nella quale vidi il mio compagno farsi largo deciso tra la folla per raggiungere la forca e i cadaveri dei capi fascisti. Lo seguii a fatica e passato l’ultimo cerchio del servizio d’ordine improvvisato dai partigiani capii cosa voleva fare Don Pollarolo: appesa all’ingiù con la gonna che le cadeva fin sulle spalle, la Petacci era… insomma, era nuda e la sua ultima missione da prete partigiano fu quella di cercare una spilla e insieme a me fissare la gonna in modo che finisse quella morbosa esposizione.”
Con questo ricordo dello zio e il primo piano della Petacci decorosamente coperta la trasmissione prosegue con altre voci e altre immagini.
E’ il momento di ascoltare mia sorella.
– Pronto?
– Si, ti sento, dimmi.
– Ma tu, la sapevi questa storia della Petacci nuda?
– Giurerei di no, lo zio Don non me ne ha mai parlato però, boh! Forse Lorenzo ne sa di più. L’hai sentito?
– Gli ho lasciato un messaggio prima di chiamare te.
– Adesso provo a chiamarlo e glielo chiedo, spero sia a casa. Ciao, Grazia. Ci sentiamo più tardi.
Mio fratello è in viaggio e non può vedere lo zio in TV ma può parlare.
– Tu sai niente della Petacci?
– In che senso?
– C’è lo zio don Ilario in televisione, ha appena raccontato che in Piazzale Loreto le ha coperto le gambe, le ha tirato su la gonna.
Attimo di silenzio
– Me lo ricordo sì! Me lo ricordo e mi ricordo le sculacciate!
– Non ti seguo. Lo zio ha sculacciato la…
– Ma ti pare? Le sculacciate le ho prese io, una quindicina di anni dopo: la mamma mi teneva, lo zio picchiava e io piangevo, e più urlavo più me ne davano, ero senza fiato. Ma tu non c’eri?
– E chi si ricorda? Quanti anni avevi?
– Boh, allora ero piccolo avrò avuto otto o nove anni.
– Quindi, io ne avevo meno di tre, cosa vuoi che mi ricordi? Ma perché ti hanno menato, cosa c’entra la Petacci?
– Ero un bambino e non sapevo niente. Non capivo cosa avessi detto di così grave. Era un venticinque aprile e papà mi aveva raccontato questa storia dello zio che insieme a un altro prete aveva coperto una donna che era nuda, ma io della fine di Mussolini, di Piazzale Loreto, fascismo e partigiani non capivo niente e la Petacci manco sapevo chi fosse, però, questa storia mi era rimasta impressa e alla prima volta che vidi lo zio gli chiesi se davvero aveva toccato il sedere della Petacci – scoppio a ridere e Lorenzo più di me – immaginati la scena, io tutto allegro che corro incontro allo zio; ricordo proprio di aver detto “il sedere della Petacci” e lì è partita la rappresaglia. Ma cos’è questa cosa dello zio in TV? E’ un’intervista?
– E’ un programma di Rai Storia sulla Liberazione, lo sto registrando. Ma, ti rendi conto? Voglio dire, va bene che i tempi cambiano ma lo zio Don ti ha massacrato di botte per aver detto in famiglia quello che questa sera ha appena raccontato a tutta l’Italia.
– Capirai! Tutta l’Italia. Un documentario su Rai Storia in prima serata, sai che audience! Sarete in quindici a guardare quella roba. Tu comunque registra tutto che fra poco arrivo e lo guardiamo insieme, ti va?
– Dai, passa dentro che c’è da commuoversi a vedere lo zio. Ciao.
Mi sono distratto a parlare con Lorenzo e non ho seguito la trasmissione. Il dvd registra ancora ma sullo schermo c’è il faccione di un giornalista che parla di Eleonora Duse.
Fermo tutto e ripenso allo zio… quante storie ha visto, e quante ce ne ha raccontate! La mia preferita era quella del poker ma non l’avrà certo raccontata in TV.
Celebrata da lui, la messa in latino durava dieci minuti, per questo era molto frequentata dai milanesi e raccoglieva una questua piuttosto ricca: chili di monete che Don Ilario scaricava sul tavolo di casa nostra, poi faceva le parti e le distribuiva per giocare a poker con i nipoti. Vinceva sempre lui e il montepremi tornava tutto in chiesa, ma intanto ci insegnava a giocare e ci svelava anche i trucchetti per barare.
Papà non era molto contento di vederci giocare a poker. Una sera chiese a suo fratello dove avesse imparato a giocare in quel modo. Senza alcun imbarazzo lo zio Prete tirò fuori la storia dei tedeschi. Quattro alti ufficiali che avevano l’incarico di amministrare la cassa del corpo di spedizione in Italia, arrivati a Milano dovettero lasciare il loro patrimonio agli alleati e in attesa di tornare a casa se ne stavano nascosti nello scantinato della chiesa sotto la protezione del giovane Don Ilario che, assolti gli impegni religiosi era invitato a sedersi al tavolo da gioco per una partitella a poker.
Non sapevano quale biscazziere si nascondesse sotto quelle sottane da prete e lui non fece nulla per farglielo credere. Come in un film, la stangata arrivò alla fine e in una sola mano vuotò le tasche dei tedeschi.
– Ilario! Tu sei un sacerdote – lo sconcerto di papà era evidente – hai dato i voti!
– Sì, ma ero anche partigiano, cosa dovevo fare? Lasciarli tornare in Germania con tutti quei soldi? Non potevo sapere che avevano rapinato il Credito Italiano.
– Ilario! Ci sono i bambini!
– C’era la guerra e quei soldi potevano servire…
– Ragazzi, per piacere, andate un momento in camera.
Io non volevo perdermi quella discussione tra grandi ma mio fratello ci spinse via senza aspettare un secondo. Ci venne poi raccontato che, gli ufficiali tedeschi pagarono il debito di gioco facendo un’anonima donazione alla società sportiva della parrocchia per acquistare un furgone nuovo con dodici posti. Mi sarebbe piaciuto saperne di più, ma dopo tutto, questa versione familiare mi ha sempre convinto. Ancora oggi la trovo molto romantica: la vendetta di un prete partigiano che poco tempo prima si era fatto un mese di San Vittore.
Della sua prigione non parla, non ha mai parlato. A volte penso che l’abbiano torturato e seviziato. Era l’autunno del ’44, ogni giorno decine di carcerati prendevano la via della Germania o venivano giustiziati. Pregava per restare chiuso in cella perché era il posto più sicuro, ma queste sono tutte cose che immagino io. L’ unico racconto di San Vittore uscito dalla voce di Don Ilario era che aveva conosciuto Mike Bongiorno, biondino e raffinato, era considerato un pericoloso comunista americano. Comunque sia andata, alla fine del soggiorno, a suo carico pesava solo un accusa per guida senza patente. Un miracolo o un segreto che Don Ilario non rivela a nessuno.
Mi passa per la mente l’immagine di una foto. Guardo la libreria e vado a colpo abbastanza sicuro a prendere un raccoglitore rosso con scritto “Don Ilario R miscellanea”. Ci sono lettere, riviste, immagini e un trafiletto con fotografia.

Il campanello suona. E’ Lorenzo. Insieme guardiamo l’immagine stampata in bianco e nero di un motocarro, che può sembrare grigio o verde scuro, ma noi sappiamo che è un bel rosso Guzzi perché su quel bestione, lo zio ci portava in giro per il campo da pallone. La sua mole fa impressione, da fuori sembra un piccolo camion coperto con un telone, ma si guida come una moto di grossa cilindrata e non per caso è stato chiamato “Ercole”. Sulle fiancate si legge il nome di un istituto dedicato a un sacerdote santificato di recente. Doveva servire per il trasporto di cose ma nella foto oltre allo zio seduto alla guida si vedono dei ragazzini che salgono a bordo.
Quando arrivò il momento “Ercole” venne messo al servizio della lotta antifascista. Era l’arma da guerra di Don Ilario Rovenna che su quelle tre ruote fece la sua Resistenza.
In piedi, davanti alla TV, guardiamo quello che sono riuscito a registrare.
Passato il pezzo di Piazzale Loreto si apre il capitolo delle Aquile Randagie: una storia nuova per me ma non per Lorenzo che si accorge della mia ignoranza.
– Mai sentito parlare di Aquile Randagie?
– Mai!
– Perché non hai fatto il boy scout come me. Per noi lupetti erano un mito: gli unici che non consegnarono la loro bandiera al duce.
– Secondo te lo zio Don Ilario era uno di queste aquile?
– No, non credo. Troppo anarchico per fare lo scout.
Come se ci avesse sentito, Don Rovenna risponde alla nostra domanda direttamente dagli studi Rai: “…e poi c’erano le Aquile Randagie che erano scout partigiani, io e altri religiosi e volontari facevamo parte della stessa rete.
Si chiamava Oscar, che stava per Organizzazione… “ lo zio non riesce a ricordare l’acronimo e da abile predicatore ci accompagna verso un altro scenario “…questa rete antifascista era stata voluta dal cardinale Schuster che si fidava più del basso clero che della curia milanese. Il mio compito era di trasportare profughi ebrei e ricercati antifascisti fino alle zone di confine e di là, le Aquile Randagie, li passavano in Svizzera seguendo i sentieri di montagna…“
Il telefono di Lorenzo squilla. È Grazia, la saluta e la mette in vivavoce senza dire altro.
“…di solito il viaggio cominciava con una telefonata:” Ciao Oscar, ti va di fare una passeggiata?” La protezione dei ricercati non prevedeva l’uso di armi e nessuno di noi ne faceva uso…“
– Bugia! Lo zio usava una Beretta.
Guardo mio fratello e gli chiedo: – Secondo te era, quella Beretta?
– Ci puoi giurare che era quella Beretta.

Dal telefono arriva una vocina – Cosa state dicendo? – evidentemente Grazia non si ricorda di questa storia – di quale Beretta state parlando?
Blocco la registrazione.
– Millenovecentosettantotto…
– Rapimento Moro…
– Perquisizione della Polizia… ti dice niente?
– Ahhh! Sì, mi ricordo ma io ero a scuola.
E’ vero. Di noi fratelli solo io ero a casa, la mamma piangeva, papà mi fissava per capire cosa avessi combinato ad Aldo Moro, il commissario cercava di aprire un bauletto che lo zio Don Ilario aveva lasciato in casa nostra anni prima.
– E’ di mio fratello – si azzardò a dire papà – è un sacerdote, ci saranno oggetti sacri per celebrare messa quando è in viaggio.
Questa precisazione bastò al commissario che non aveva nessuna intenzione di profanare il sacro cofanetto.
Chiamato da nostro padre, la sera stessa arrivò lo zio Don con la chiave, davanti a tutti noi aprì la serratura e tirò fuori la famosa Beretta 34.
– Ilario! – papà era furioso – Potevamo andare tutti in galera!
– Esagerato! Avrei chiarito tutto.
– E’ denunciata almeno?
– Non credo.
– Come non credo?
– La usavo al tempo di guerra…
– La guerra, è finita da trent’anni!
– Ma cosa devo denunciare? E poi sono un sacerdote, cosa mi possono fare?
– Certo che a te non ti fanno niente, tanto in prigione ci finisco io! Domani vai dai Carabinieri e gli molli giù di questa rivoltella.
– Non posso, sono un sacerdote, non sarebbe una cosa, come dire…
– Ti ricordi di essere un prete solo quando vuoi tu!
Una litigata come quella del poker ma ormai eravamo grandi e potemmo assistere a tutta la scena fino a che decisero di andare insieme a consegnare la pistola.
Sullo schermo lo zio è bloccato con una mano che sembra benedire.
Aspetta il nostro via ma Lorenzo sta ancora parlando.
– …mi ha fatto vedere il posto dove scaricava i fuggiaschi sulla riva davanti al campeggio. Da lì un barcaiolo li portava sull’altra sponda per passare in Svizzera.
In vivavoce sentiamo Grazia… secondo lei, più delle le armi, lo zio sapeva usare la sua faccia tosta.
Senza volerlo stiamo mettendo insieme un puzzle di storie diverse che ognuno di noi tre ha raccolto al volo dalla memoria di don Ilario; racconti senza retorica e “Bella Ciao”, frammenti buttati lì passando davanti a un cascinale, una chiesa o anche solo una fotografia.
Questi pensieri mi hanno allontanato dal racconto di mia sorella che ora sta dicendo le frasi di rito per concludere la telefonata. Lorenzo la saluta e anch’io le mando un ciao e un grazie. Poi, riavvio.
Lo zio è in primo piano, davanti a lui si materializza la striscia con il suo nome.
“…i religiosi non erano tutti d’accordo. Spesso si facevano falsi certificati di battesimo per gli ebrei e questo non piaceva a molti prelati. Una volta venni fermato ad un posto di blocco di miliziani. Sotto il telone trasportavo tre anziane di religione ebraica con documenti falsi e non mi feci scrupolo a dichiararmi fedele seguace di Don Calcagno. Usai parole che avevo letto e sentito dire da questo prete fascista e giornalista fanatico.
Appena ripartiti, raggiante di gioia, guardai le tre donne e mi accorsi che piangevano.
“Don Ilario, ci ha fatto tanto spaventare con quei brutti discorsi sugli ebrei.”
“Abbiamo pensato che ci avrebbe dato alle camice nere.”
“Sembrava tutto vero!”
A me scappò da ridere e finì che anche loro si lasciarono andare a una risata liberatoria.
“Sul furgone tenevo sempre un calice con le ostie, una bottiglietta di olio santo, aspersorio e crocifisso. Come non credere di fronte al Santissimo che stavamo andando al capezzale di un morente al quale portavo il conforto della comunione e dei suoi parenti. Le ostie non erano consacrate, naturalmente, ma questo lo sapevo solo io.”
– Queste storie le conosco – dice mio fratello, sorridendo compiaciuto – anche se il dubbio che siano un po’ delle balle mi rimane. Certo che a sentirle da lui in TV non c’è motivo di dubitare.
– Grande zio.
– E grande faccia tosta.
– Non capisco com’è che alla fine l’abbiano pizzicato?
È una domanda rivolta a me stesso ma un’occhiata in direzione di Lorenzo mi fa capire che lui sa la risposta e vorrebbe farmela conoscere. Prima di parlare preme lo stop e questo è segno che il racconto non sarà breve e merita tutta la mia attenzione.
– Stavamo andando a Lugano, lo zio era direttore della casa di riposo, ti ricordi?
– Certo. Mi ricordo che c’erano le suore e aveva un maggiolino verde pisello con la targa svizzera.
– Appunto! Avevo da poco fatto la patente, quindi parliamo del ’72, un bel po’ di anni fa. Lo zio Don capì che mi sarebbe piaciuto guidare e mi mollò il volante. Ero emozionato, sai? Guidare un’automobile vera, non quella dell’autoscuola. Stavo attento alla strada e intanto lui parlava. Fermi a un semaforo, mi indicò un benzinaio e si ricordò che trent’anni prima, lì intorno era tutta campagna ma quel distributore c’era già: era una pompa di benzina autarchica.
Lorenzo è bravo a imitare lo zio e sembra quasi che sia Don Ilario a parlare: – Una porcheria! Una misto di benzina e alcool fatto con l’uva rubata ai contadini. Perché in guerra, con l’alcool si faceva il vino e con l’uva si faceva la benzina, e trovarla era un’impresa.
– Ripartimmo, e per guardare il distributore di benzina, a momenti tamponavo l’auto davanti. Senza girarmi cercai di vedere se lo zio fosse preoccupato per la mia guida ma lui, tranquillo, era ancora girato a guardare il benzinaio, come si aspettasse di vedere qualcosa o qualcuno. Continuò a raccontarmi che era quasi buio e c’era gente, che il distributore sembrava aperto e decise di fare il pieno.
Come girò verso la pompa, vide la camionetta dei miliziani. Incontrare i fascisti era sempre una scocciatura e avrebbe tirato dritto volentieri ma ormai era lì e se avesse cambiato direzione sarebbe stato molto sospetto. Comunque era da solo e sull’Ercole non aveva niente di compromettente. Nessuno si sarebbe interessato a lui, tanto più che sul telone c’era la scritta dell’istituto ed era evidente che fosse un religioso. Si mise in fila ad aspettare il suo turno e spense il motore.
– Hai presente come può essere il rumore di una pistola che picchietta sul vetro della portiera? – mi chiede Lorenzo.
– Posso immaginare! Sarà più o meno come quello di un piccolo martello: secco e forte, fastidioso.
– Agghiacciante – mi disse lo zio Don Ilario guardando ancora verso il benzinaio ormai lontano – agghiacciante!
Era un tenente tedesco con l’uniforme nera.
– Tu, volevi scappare! Gli strillò in faccia come fanno i tedeschi nei film di guerra.
– Tu volevi scappare quando ci hai visti!
L’ufficiale era giovane, biondo e parlava un buon italiano ma dava del tu a un prete e questo irritava assai lo zio che capì che era inutile negare. Si presentò come Don Ilario Rovenna e ammise di aver pensato di cambiare strada perché sapeva di aver dimenticato la patente di guida in chiesa. Cercò perfino di lusingare il tenente per la prontezza con cui aveva colto la sua piccola esitazione.
– Tu volevi scappare!
– Signor Tenente…
– Perché?
– Gliel’ho detto… la patente.
– Noi non siamo la stradale.
– Rappresentate comunque l’autorità.
– E tu avuto paura dell’autorità, perché?
– Gliel’ ho detto la patente…
– Sai che senza patente non può guidare.
– Non avete detto che non siete la stradale.
– Adesso sto inventando – mi dice Lorenzo – ma era una storia più o meno così e mi ricordo bene come, dopo quasi trent’anni, allo zio ancora rodeva di non essere riuscito a far fesso quel tenentino. Niente di quello che gli raccontava lo convinceva e alla fine, quel fanatico decise di chiamare via radio il comando per avere chiarimenti. Nel frattempo, il manipolo di fascisti lo rinchiusero nel cassone del motocarro e lo tennero sotto tiro dei loro moschetti.
I chiarimenti che arrivarono dai suoi superiori non erano quelli che lo zio si aspettava. Su questo dettaglio è sempre stato una tomba, ma credo che se avesse avuto tra le mani il collo del suo direttore avrebbe stretto fino a vederlo blu. Capii che la storia che mi aveva raccontato era molto importante per lui ma io avevo troppa ansia di non fare sciocchezze alla guida e riuscii solamente a chiedergli quanto gli avevano dato di multa.
Smise di guardare verso il benzinaio, e disse, senza guardarmi: – Niente multa, ma ci fu un processo.
– Non aggiunse altro, ma facendo due più due, sono sicuro che quella volta la gita in montagna con l’Ercole finì a San Vittore.
Sul finale di questa storia Lorenzo tocca il tasto play e le immagini sullo schermo riprendono a vivere.
Scene di gioia si alternano a frammenti drammatici di linciaggi ai collaborazionisti, soprattutto donne, rasate, picchiate e svergognate.
Poi comparve di nuovo Don Ilario.
“…anche un ricordo vivo di quella gente dai diversi volti: c’era chi compativa, c’era chi gridava, chi aizzava e chi sputava, ecco… Piazzale Loreto fu un momento che non seppi mai definire nella mia vita, mi sembrava solo che l’uomo avesse perso il buon senso ma soprattutto il cuore.”

Orientarsi nella nebbia

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di Lorenzo Pedrazzi

 
Feci l’amore con Bianca in una notte di novembre, e fu allora che imparai a trattare la nebbia come un’alleata. Chi vive a Milano lo apprende col tempo, anche se la nebbia non è più così frequente come una volta, e di solito tende a concentrarsi tutta in periferia. Quando si alza sul far del tramonto, puoi sentirla mentre ti avvolge le caviglie e ti si arrampica lungo la schiena, trasfigurando ogni presenza familiare in una sagoma misteriosa: che si tratti di un passante, di un cane al guinzaglio o del portone di un palazzo, fa poca differenza. Ogni cosa, anche la più banale e quotidiana, cambia radicalmente aspetto. Non è difficile scoprire in lei una compagna di viaggio che ti nasconde da sguardi indiscreti, a patto di apprezzarne il silenzio e la consistenza quasi materica; anzi, se ci cammini in mezzo dopo una giornata di lavoro, è bello immaginare che ti spinga dolcemente verso casa come la mano di un gigante gentile.
Io e Bianca facevamo gli stessi orari, e spesso ci incrociavamo in metropolitana quando il buio era già calato. Soffrivo di fotofobia per una recente operazione di chirurgia refrattiva, ed ero costretto a tenere gli occhiali da sole anche a bordo dei vagoni, perché la luce mi faceva male agli occhi. Fu proprio questo dettaglio bizzarro ad attirare la sua attenzione, spingendola a rivolgermi la parola dopo mesi in cui non ci eravamo mai parlati.
«Cioè, tieni gli occhiali da sole anche di sera, al chiuso. Cerchi di isolarti o vuoi solo darti un tono?»
In breve ci ritrovammo a chiacchierare mentre scendevamo dal treno, salivamo le scale della stazione e ci avventuravamo nella densa parete nebbiosa di via Bisceglie, che assorbiva i colori e leniva i rumori circostanti. Camminavamo affiancati, stretti nei cappotti, la testa incavata nelle spalle. Poi ci fu un momento in cui Bianca allungò il passo con una breve risata, e sparì nel grigiore compatto che si estendeva davanti ai miei occhi. Risi anch’io e mi affrettai per raggiungerla, ma non la trovai, e non sentii nemmeno più lo scalpiccio dei suoi stivaletti sull’asfalto umido. Mi fermai per chiamarla, inquieto. Non avevo alcun bisogno degli occhiali da sole, vedevo a malapena la luce rossa di un semaforo alla mia destra, mentre la nebbia sembrava danzarmi attorno come un’ancella.
Qualcosa mi sfiorò la nuca, e un brivido elettrico mi solleticò la base del collo: avrei giurato che fosse una mano, ma non c’era proprio nessuno alle mie spalle.
Quando Bianca ricomparve, un paio di metri più avanti, mi rivolse un sorriso che le affiorò da dietro la sciarpa come una luna crescente. Di lì a pochi minuti fui a casa sua, e poi nel suo letto.

Non ero il tipo da conquiste facili. Prima di Bianca, nella mia vita c’erano state soltanto due storie: un’avventura estiva quando avevo 18 anni, durata tre settimane e terminata in un pianto sommesso contro il finestrino di un treno; e poi una relazione di tre anni con una ragazza che avevo conosciuto all’università, e che mi aveva lasciato dopo appena dieci mesi di convivenza, sostenendo che la colpa fosse di entrambi. A dire il vero, io non ricordavo di avere mai fatto nulla per allontanarla da me, ma avevo rispettato la sua decisione senza troppi rimpianti: in fondo, stavo meglio da solo.
Con Bianca fu tutto più semplice, prese lei l’iniziativa. Fu lei a invitarmi a casa sua, fu lei a chinarsi per baciarmi mentre sorseggiavamo una birra in cucina, e fu lei a condurmi in camera da letto, dirigendo i miei passi tra la sua biancheria appallottolata per terra. Come se avesse già previsto tutto, e io fossi soltanto la pedina di uno schema più grande.
La sua pelle era fredda, e il suo sudore aveva un sapore curiosamente dolce, simile all’acqua piovana. Sotto l’occhio sinistro aveva un piccolo neo che sembrava una lacrima.
Dopo aver fatto l’amore restammo per un po’ in silenzio, nel buio. Ero certo che fosse sveglia perché il suo respiro non era regolare: aveva il corpo tangente al mio, e potevo sentire il suo torace che si espandeva e si ritirava contro il mio fianco, bussando leggermente come il muso di un gatto.
Era altrettanto freddo, al punto da farmi quasi paura.

«Sei sicura di stare bene?» le chiesi sfiorandole un piede con il mio. Lei parve ridestarsi da un lieve torpore, aveva la voce impastata.
«Mmh. Perché?»
«Sei gelida. Come fai a stare così?»
«Ah, quello. Ci sono abituata.»
«Quindi è normale?»
«Sì.»
Sospirai. «Beh, meno male. Credevo avessi un problema di circolazione o roba del genere.»
«No, non direi.»
«E non hai mai cercato di… boh, curarti?»
Lei sbuffò. «Dobbiamo parlare proprio di questo?»
«Se hai intenzione di dormirmi addosso, sì.»
«Dai, ti dà così fastidio?»
Sorrisi, ma lei non poté vedermi. «No… no, figurati» le dissi.
«Beh, comunque sono sempre così. L’unico modo che ho per scaldarmi è quando sto con… sai…»
«Un altro corpo.»
«Sì.»
«Quindi stai dicendo che mi hai rimorchiato solo perché avevi freddo?»
Lei rise piano, e io le cinsi le spalle con il braccio destro. Dopo un altro momento di silenzio, mi disse che potevo restare a dormire, se volevo. Lo fece con una strana enfasi, stringendomi il polso fra le dita e intrecciando le sue gambe nelle mie, come se volesse rimarcare le parole. Ripensai al suo neo sotto l’occhio sinistro, quella piccola lacrima d’inchiostro che non sarebbe mai sparita, e accettai.

Prima di addormentarci parlammo ancora un po’. Bianca mi raccontò di essersi laureata in Scienze dei Beni Culturali e di lavorare per una ditta specializzata in movimentazione delle opere d’arte. Io facevo l’assistente per un architetto d’interni in uno studio del centro. In realtà sognavo l’architettura del paesaggio – mi ero laureato con un progetto ispirato a Gilles Clément – e lei ne parve colpita: aveva studiato lo stesso argomento per sei crediti obbligatori durante il triennio, e si era appassionata ai grandi interventi di riqualificazione che stavano interessando Milano in quel periodo. Discutemmo di Petra Blaisse e della Biblioteca degli Alberi, di Bernard Tschumi e del Parc de La Villette, finché le nostre voci non si affievolirono nel sonno.
Fu il gelo a ridestarmi, un paio d’ore dopo. Erano quasi le tre di notte, ma il display luminoso della sveglia, sul comodino alla mia sinistra, pareva offuscato da qualcosa. Inizialmente pensai a uno scherzo del dormiveglia, mentre il corpo freddo di Bianca mi si stringeva contro, facendomi rabbrividire. Poi però mi stropicciai gli occhi, strinsi le palpebre e notai che i numeri sul display, per quanto leggibili, si confondevano dietro una lieve cortina di nebbia: era fumosa e sottile, come la bruma che si alza dai campi – l’avevo vista spesso, passeggiando nel tardo pomeriggio al Parco delle Cave – quando cala il sole nei mesi invernali. Anche il volto di Bianca sfumava nella foschia come un acquerello sbavato: potevo intravederlo grazie al bagliore dei lampioni che filtrava dalla
serranda alzata, troppo debole per urtare la mia fotofobia. Ma la nebbiolina occupava tutta la stanza, era umida e pungente.
Un’improvvisa associazione d’idee mi fece ripensare ai vecchi autobus e tram di Milano, con la carrozzeria dipinta di arancione per risaltare nella nebbia. Potevi scorgerli da lontano, forme indistinte che acquisivano consistenza metro dopo metro, come fantasmi tornati alla carne. Lo stridore delle rotaie squarciava il silenzio, lo colmava di normalità e familiarità. Si saliva a bordo come naufraghi su una scialuppa di salvataggio, prima d’immergersi ancora nella nebbia per recuperare altri superstiti.
Purtroppo nella stanza non c’era alcun punto di riferimento cromatico, nessun colore acceso che risaltasse nella caligine. Anzi, il grigiore era più denso attorno al corpo di Bianca, e s’irradiava dal letto fino alla parete opposta, velando una piccola scrivania e uno scaffale con sopra dei libri. Mi alzai, nudo e infreddolito, ma lei non si svegliò: emise un piccolo gemito e si raggomitolò sotto la coperta, le ginocchia raccolte contro il ventre.
Con mia sorpresa, fuori dalla finestra la nebbia si stava diradando, assottigliandosi
progressivamente come il fumo e la polvere al termine di una battaglia. Due piani più in basso, nel cortile condominiale, i lampioni che costeggiavano il vialetto d’ingresso proiettavano una luce abbastanza brillante da darmi fastidio, se li guardavo direttamente. Quel che restava della nebbia turbinava lì attorno, placida e impassibile.
Poggiai la mano sul vetro, unico modo per saggiare l’aria esterna senza aprire la finestra: era gelido, e sulla superficie interna si stava formando una chiazza di condensa. Ci passai sopra il polpastrello, disegnando saette che zigzagavano dall’alto verso il basso.
«Che fai alzato?»
Trasalii. Non tanto per la voce, ma per la mano fredda di Bianca posata sulla mia spalla. Mi girai e vidi che la foschia non c’era più, si era completamente dissolta, restituendo alla camera il manto bluastro della notte. Afferrai delicatamente i fianchi di Bianca e sentii la sua carne cedere piano, sotto la pressione delle mie dita.
«C’era nebbia nella stanza» le risposi. «Dev’essere entrata dalla finestra, è strano…»
Lei mi prese una mano. «Su, torna a letto» mormorò, e mi guidò fin sotto le coperte. Facemmo l’amore ancora una volta, sepolti goffamente dal piumone e dalle lenzuola.

La nebbia ha anche un odore, fateci caso. È fresco e dolce, ricco di umidità elettrostatica; pizzica le narici, se si prende un respiro profondo quando la bruma è particolarmente densa. Io con la nebbia ci giocavo, a volte. Avevo un piccolo puntatore laser, di quelli che si usavano per le presentazioni o per le lezioni frontali, ma che ebbero fortuna soprattutto come gadget ludici: si trovavano persino sulle bancarelle, a poco prezzo, e i genitori mettevano in guardia i figli dal pericolo di accecare se stessi o gli altri. Ebbene, nei giorni di nebbia fitta mi sedevo alla finestra della mia camera, prendevo il puntatore e ne orientavo il fascio contro la muraglia grigia che occupava il cortile: le goccioline scomponevano il raggio in migliaia di particelle, rendendolo granuloso e finalmente visibile, un filo rosso che s’immergeva nella foschia. Lo facevo oscillare, immaginando di tagliare la nebbia in tante sezioni squadrate, mentre le goccioline danzavano come pulviscolo al sole. Sembrava quasi viva, in quei momenti.
Vorrei poter dire di aver sognato qualcosa del genere durante la notte, ma non ricordo nulla del mio sonno. Ricordo però la luce tagliente che mi svegliò di prima mattina, riverberandosi dalla finestra: la nebbia si era completamente dissolta, e al suo posto c’era un sole basso ma brillante, incastonato fra i due palazzi che incorniciavano il giardino condominiale. Ne avvertii l’intensità persino a occhi chiusi, con un bagliore fra il rosa e l’arancione che filtrava attraverso le mie palpebre in un caos di macchie luminose.
Ebbi la pessima idea di aprire gli occhi, e la luce mi colpì come una stilettata.
Gemetti per il dolore mentre affondavo la faccia nel cuscino, ma fu in quel momento che sentii il fruscio delle lenzuola al mio fianco: Bianca si mosse e mi posò una mano sulla spalla, sotto la coperta. «Cosa c’è?» disse, con una nota di preoccupazione che mi parve sincera.
«Troppa luce» rantolai. Le parole sembravano uscirmi direttamente dalla gola.
«Ah, è vero. Me n’ero dimenticata.»
La sentii alzarsi per mettersi seduta, e con le palpebre socchiuse vidi che aveva una mano affondata nei capelli, mentre l’altro braccio era puntellato sul cuscino. La sua chioma mi era sembrata più scura, alla luce artificiale della metropolitana o dei lampioni; ora, invece, la luce naturale mi permetteva di scorgerne le screziature rossastre, tendenti al bruno, che le scendevano sulle spalle nude e sul seno. Notai anche la sua pelle, talmente chiara da apparire lunare. Vene bluastre le attraversavano il petto e i polsi, come sentieri tracciati su un deserto di sale. Ma non potei soffermarmi troppo su questi dettagli, perché anche il minimo bagliore mi torturava gli occhi: schiacciai di nuovo la faccia contro il cuscino, imprecando tra me con un mormorio lamentoso.

«Mmh» disse. «Ci penso io.»
Ipotizzai che volesse abbassare la tapparella, o passarmi gli occhiali da sole che giacevano da qualche parte in salotto… ma trascorsero alcuni secondi e non sentii nulla, come se fosse rimasta immobile lì dov’era. Socchiusi di nuovo le palpebre, e vidi che effettivamente Bianca non si era mossa di un centimetro, solo che la sua figura aveva qualcosa di confuso. La sua pelle, in precedenza così radiosa alla luce del mattino, era vagamente sfocata, come se la scrutassi attraverso un vetro smerigliato. Lei si accorse che la stavo sbirciando e mi sorrise, sollevando una mano e portandola all’altezza del viso. Voleva che la vedessi per bene. I suoi contorni erano sfumati, cambiava progressivamente colore: le dita divennero solo un’ombra indistinta, scemando in una
nube grigiastra che vorticava piano su se stessa.
Anche il resto della mano ben presto sparì, e alle mie narici giunse il profumo elettrico della nebbia. Bianca mi guardò ancora: il suo sorriso restò sospeso nell’aria per qualche istante, dietro una coltre di foschia grigia che si espandeva delicatamente dal suo corpo; poi sparì, insieme a tutto il resto. Fu allora che capii la sua esigenza di calore, il suo bisogno d’infiammarsi nell’amplesso e nel contatto con un altro corpo. Non sapevo se per lei ero solo uno dei tanti, o se avevo un significato speciale, ma francamente non m’importava. Le avevo dato quello che voleva, e ora lei mi stava restituendo il favore: la stanza si riempì di nebbia – o meglio, si riempì di lei – fino a coprire la scrivania e lo scaffale con i libri, l’armadio sulla destra e i comodini ai due lati del letto, che ne fu avvolto come da una cappa. La luce si attenuò, e io potei finalmente spalancare gli occhi.
Il clima fresco lenì il dolore.
Respirai con cautela mentre Bianca mi danzava attorno, come se avessi paura di assimilare un frammento di lei, di toglierle qualcosa. Mi sfiorò una guancia, rassicurandomi. Era davanti a me, ma anche sopra e tutt’intorno: mi circondava in una specie di abbraccio caliginoso.
Quando finalmente presi coraggio e allungai una mano, mi sembrò quasi di poterla toccare.

 

Lorenzo Pedrazzi sta seguendo il nostro corso avanzato di scrittura. Ha letto questo suo racconto durante la parte della lezione dedicata alla lettura degli scritti prodotti dai partecipanti. Il gruppo lo ha discusso e in seguito l’autore ha apportato qualche piccola modifica al testo, che ora proponiamo nell’ultima versione. 

Chi è: ha 33 anni ed è nato a Milano. Sue passioni, il cinema e la letteratura. Arrivato al giornalismo e alla critica militante, lavora a tempo pieno per ScreenWEEK.it. Collabora inoltre con Filmidee, Doppiozero e Rivista Studio. Ha pubblicato un saggio intitolato “Immagini al limite: Itinerari del disgusto nell’arte cinematografica” sulla rivista accademica Itinera. Suoi racconti sono comparsi su diverse antologie e riviste letterarie, tra cui Cattedrale. Nel 2011 ha vinto il primo premio al trofeo “Microscifiction“. Forse dal racconto che proponiamo si intuisce anche un altro suo interesse: l’astronomia.

Una giornata esplosiva

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di Rinaldo Novati

Nel corso del loro viaggio in auto, mentre stavano attraversando una piccola comunità rurale, Piero aveva notato un capannone, un poco appartato dalla strada, con le pareti di mattoni rossi affrescate da grandi disegni colorati di pistole e fucili, vicino ad un centro commerciale.
Incuriosito, Piero aveva subito posteggiato la vettura coreana presa a nolo, nell’assolato parcheggio, proprio di fronte all’entrata ed entrato deciso all’interno dell’edificio.
L’aria condizionata viaggiava al massimo in quell’ambiente e quasi restava secco sulla soglia, sia per lo sbalzo di temperatura, che per lo spettacolo che ora aveva davanti agli occhi.
Su entrambe le pareti laterali, enormi rastrelliere mettevano in mostra un numero impressionante di fucili da caccia, da tiro e anche fucili mitragliatori da guerra e addirittura, in un angolo appartato, diverse mitragliatrici, sia leggere che pesanti, esposte al fianco di lanciarazzi, di piccole e medie dimensioni, con attaccati i cartellini dei prezzi e le loro caratteristiche specifiche, come calibro, volume di fuoco, portata utile, peso ad arma scarica oppure con i caricatori inseriti, eccetera. Collocati nel centro del locale vi erano degli enormi banconi affiancati, che sotto pesanti cristalli antiproiettile, mostravano centinaia e centinaia di pistole di tutti i tipi e di tutti i tempi, da quelle dei pirati ad acciarino, alle Colt calibro 45, famose nel mondo perché esibite in tutti i film western a delle ultramoderne pistole mitragliatrici. Erano esposte tutte le marche e modelli presenti sul mercato, in un numero infinito di esemplari, tutte collocate una fianco all’altra e distinte per costruttore e modello, appoggiate sui diversi ripiani piani delle bacheche corazzate.
Piero, con il respiro sospeso, si guardava intorno incredulo, con la netta sensazione di essere entrato nell’ armeria di una base militare oppure sul set di un film di Hollywood, in uno dei tanti action-movie americani. Passava incredulo in mezzo agli espositori e non riusciva a credere ai propri occhi per la varietà di armi in mostra e nemmeno a pronunciare una parola di risposta alle insistenze della sua compagna Matilde, che dopo un quarto d’ora di permanenza e di passeggio avanti e indietro nel capannone, era annoiata al massimo grado e insisteva per uscire e riprendere il loro viaggio.
“Stai scherzando vero? Sono arrivato nel paradiso terrestre per uno come me, abituato a vedere queste armi solo nelle riviste e tu… sul più bello mi chiedi di risvegliarmi dal mio sogno e andarmene?!”, aveva ribattuto seccamente Piero, affascinato da quella incredibile esposizione di armi e dove non riusciva a concentrarsi su nessuna in particolare, tanta era la sua emozione davanti alle dimensioni dell’armeria.
Un commesso, un ragazzone biondo dai capelli tagliati corti a spazzola, ben palestrato e dotato di una grossa pistola automatica appesa al fianco, li aveva intercettati e chiesto se poteva essere utile.
Portava un alto cinturone di cuoio dove, esposte in bell’ordine, vi era una bomboletta con lo spray al peperoncino, un paio di manette, due caricatori di ricambio della pistola, una pila, una pistola elettrica, oltre alla solita ed indispensabile rice-trasmittente, con l’auricolare inserito nell’orecchio destro.
“Pronto a tutto” aveva pensato Piero “gli manca solo la maschera antigas, l’elmetto e questo può andare anche in trincea!”. Aveva risposto immediatamente: “Sì, grazie…, per favore vorrei vedere una pistola automatica modello Beretta 92, quella in dotazione alla polizia e carabinieri italiani e una Glock 17, quella invece usata della polizia tedesca e a quella americana”. La sua curiosità nasceva dai confronti armati che le aveva viste in azione e contrapposte in mille sparatorie in tv o al cinema e ora voleva, se possibile, vederle da vicino. Senza alcuna esitazione il commesso aveva chiesto di vedere un documento identificatore e dopo un’occhiata distratta alla sua patente italiana, aveva aperto la bacheca e posato davanti allo stupefatto Piero i due esemplari di pistole richieste, non senza avere prima accertato che fossero entrambe scariche.
Con fare da intenditore Piero le aveva guardate da vicino per ben esaminare i particolari, il grilletto, la sicura, i calcioli dell’impugnatura e il dispositivo di mira. A lungo le aveva soppesate con attenzione nella mano, prima l’una e poi l’altra, stendendo il braccio e atteggiandosi a tiratore esperto e mentre prendeva di mira un armadio in fondo al salone e aveva trovato la pistola italiana ben più pesante dell’altra. Con finta indifferenza, aveva chiesto se era possibile acquistarle. “Ma certo… mi lasci fare la fotocopia del suo documento di identità e mi dica come intende pagarle, in contanti o con carta di credito? Sono 1.769 dollari più tasse in totale, se vuole, questo mese, abbiamo anche una promozione per i proiettili calibro 9 x 21, compatibile per entrambe, con una confezione da 300 pezzi a solo 149,99 dollari più tasse”. Il respiro era venuto a mancare a Piero che annaspando si era voltato verso Matilde altrettanto incredula al suo fianco: “Hai sentito anche tu quello che ha detto il signore? Quello che vediamo al cinema allora è vero, chiunque può dotarsi di un’arma in questo paese, basta una fotocopia della patente e una carta di credito!”.
“Per favore, può spiegarmi le differenze tra le due armi?” aveva chiesto con insistenza Piero, incapace di contenere la sua emozione davanti allo spettacolo di se stesso, con una bella pistola in entrambe le mani che continuava a rigirare e scambiare di mano. Con pazienza, ma anche con evidente piacere, il commesso aveva allora iniziato una lunga e dotta spiegazione tecnica sui due modelli di pistola. “Vede… la Beretta è più pesante e può contenere nel suo caricatore bifilare 15 proiettili di calibro 9. Viene prodotta qui negli USA su licenza ed è risultata prima al concorso per la fornitura di pistole all’esercito, mi sembra si trattasse di un lotto di 600/700.000 pezzi da consegnare entro due anni. Ora è uscito un nuovo bando per altre 500.000 pistole da distribuire alla Marina, Aviazione, Polizia Militare ecc. e il suo concorrente più agguerrito è proprio la Glock, con il nuovo modello Type 19, che è più leggera e potente di questa che ha in mano.
Dopo aver posato le due pistole sul bancone di cristallo, con voce rotta dall’emozione Piero aveva posto una nuova domanda al commesso: “Scusi ma… se invece volessi acquistare quel fucile d’assalto alle sue spalle?”, aveva chiesto, indicando un fucile mitragliatore sulla rastrelliera.
Senza voltarsi il commesso aveva prima risposto le due pistole al loro posto nella bacheca e poi guardando la parete dietro lui aveva risposto: “ E’ il modello più recente del M1, il fucile d’assalto in dotazione al corpo dei Marines ed esistono due versioni diverse della stessa arma, lei preferisce quella nel calibro 5,56 oppure quella in calibro 7,65?” Prendendosi tra le mani il pizzetto, con fare pensieroso Piero aveva esitato qualche secondo prima di rispondere: “Quale è la differenza fra i due calibri? Sa… non vorrei sbagliare nell’acquisto!”, muovendo la testa e le mani con fare interlocutorio.
A quel punto era più che evidente al commesso che il possibile acquirente era ben lontano dall’essere un esperto del settore delle armi da fuoco e con estrema gentilezza aveva posato il fucile davanti a Piero e iniziato una lunga discettazione sui pregi di quell’arma. Piero guardava affascinato mentre al suo lato Matilde iniziava a sbuffare per tutte le spiegazioni tecniche che la stavano annoiando, ma il suo compagno era insaziabile e con la mano aveva indicato un fucilone nella rastrellerai di fianco: “Non mi
dica che quello è il famoso… ”, “Sì … è l’eccezionale Barret 50, calibro 12,7, in dotazione ai reparti speciali dell’esercito americano e divenuto un best seller mondiale dopo la sua comparsa nel film American Sniper”. Fingendosi pensieroso, Piero era tornato a stringersi la barbetta, per poi esclamare:
“Guarda che io lo prenderei… solo… che non so si mi sta nella valigia che ho portato!”
Al bancone centrale si era intanto presentato un tipo in canottiera nera, con le braccia tatuate con serpenti e aquile sui muscolosi avambracci e un curioso ciuffo in mezzo alla testa rasata.
Era accompagnato da un grosso figuro, rasato a zero, con il tatuaggio di una svastica sulla nuca.
Avevano parlato con la ragazza della cassa, una mora dalle misure abbondanti, saltata prontamente in piedi al loro arrivo e anch’essa equipaggiata dal complesso cinturone da combattimento, in dotazione a tutti gli impiegati del capannone. Dopo un breve preambolo, il bullo aveva estratto dalla tasca posteriore dei blu jeans, un rotolo di banconote e con studiata lentezza, aveva appoggiato sul ripiano della cassa, tutti in fila, 12 biglietti di banca nuovi fiammanti da 100 dollari ciascuno. Doveva essere ben conosciuto in quel posto, non aveva infatti esibito nessun documento e la ragazza, dopo aver controllato attentamente le banconote con una speciale penna, le aveva risposte nella cassa, facendo un cenno deciso del capo alla coppia, in segno di proseguire pure oltre porta in fondo all’edificio, apertasi nel frattempo.
“Ma voi vendete armi anche a personaggi simili?” aveva chiesto Piero al commesso, dopo aver seguito con attenzione tutta la scena sin dall’inizio. Con pazienza Dan aveva spiegato che il diritto di possedere armi negli Stati Uniti è sancito dalla Costituzione e l’unica limitazione oggi consiste che non si possono portare in giro senza un apposito permesso, come era invece possibile sino ad un secolo fa.
Data la confidenza in atto, Piero aveva chiesto se era possibile testare le armi nel poligono di tiro, ma l’impiegato aveva scosso la testa: “Qui non è possibile ma, se prosegue per la statale, a tre miglia di distanza, ne trova uno piccolo, ma molto ben attrezzato”. Non aveva neanche finito di parlare che Piero ero già alla guida della macchina, lanciato verso il suo obbiettivo.
Il proprietario del poligono era una persona anziana, con un mozzicone di sigaro spento in bocca e fortemente interessato, in quel momento, ad una partita di baseball alla televisione sulla parete di fronte.
Con fare distratto, aveva chiesto un documento di identificazione e dato la consueta rapida occhiata alla patente di guida di Piero. “Non abbiamo fucili qui, troppo piccolo, però possediamo una bella collezione di pistole, scelga quella che vuole!” aveva detto senza staccare gli occhi dalla partita e indicando con la mano una teca blindata, con all’interno almeno 100 pistole diverse. “Per favore, vorrei provare la Glock 17, posso?”. L’anziano proprietario si era chinato e subito riapparso con la famosa pistola e un vassoio in cui scintillavano un numero infiniti di proiettili. “Sono 30 dollari, più le tasse per 50 proiettili, il poligono è al piano inferiore”. Aveva indicato con la mano una scala al fianco della sua postazione ed era tornato a guardare il televisore. Piero era terrorizzato, per la prima volta in vita sua aveva a disposizione una vera arma, con anche un numero infinito di colpi e per l’emozione, non sapeva più che cosa fare in quel momento. “Mi scusi… ma come si fa a caricarla?” aveva chiesto con voce tremula e con molto imbarazzo. Il vecchio canuto si era voltato scocciato verso di lui e aveva chiesto piuttosto
seccato “Ma tu… hai mai sparato?” “No” “Allora niente armi!” e in attimo aveva fatto sparire dal bancone sia la pistola che i proiettili. In quell’istante Piero si era reso conto che il suo sogno stava svanendo velocemente ma aveva avuto la forza di spirito di ribattere subito: “Ho fatto il servizio militare, ma non ho mai sparato con questo tipo di pistola, era questo che intendevo dire, mi scusi!”. Ormai decisamente irritato da tutte quelle interruzione alla visione della sua partita, con fare infastidito aveva ripreso la pistola automatica e le munizioni riposte e le aveva posate con stizza ancora una volta sul ripiano. Senza staccare gli occhi dal televisore, aveva messo di fianco anche un grande foglio di carta con il disegno di una sagoma di colore nero, con al centro diversi cerchi, un paio di cuffie e di occhiali trasparenti. Senza interrompere la visione della partita, aveva fatto un gesto con la mano eloquente, che lo invitava ad andare via e non importunarlo più. Piero si era voltato e aveva visto il terrore sul volto di Matilde, che lo guardava muta e con gli occhi spalancati, mentre lui, immobile con in mano la pistola e il vassoio dei proiettili, le cuffie sulle orecchie e gli occhiali trasparenti indietro sulla testa, la guardava a sua volta in silenzio, senza parlare, perché la gola gli si era completamente disseccata.
Con la testa aveva indicato la porta d’ingresso del sotterraneo e con la pistola aveva fatto segno di….
Poi ti spiego! Matilde si era lasciata cadere di colpo sulla poltroncina del salotto di attesa, incapace di pronunciare una sola parola davanti alla vista del compagno armato fino ai denti che le faceva cenni di rassicurazione, mentre agitava nell’aria, con poca confidenza invero, un pistolone di colore grigio scuro.
Visto che non era possibile parlare per nessuno dei due, Piero aveva imboccato con decisione la scala che scendeva nel sotterraneo, avviandosi verso il suo destino.
Vi erano una dozzina di postazioni di tiro, ciascuna con un piccolo banchetto davanti e almeno tre o quattro siti erano occupate da pistoleri, occupati a sparare senza sosta alle sagome davanti loro.
Il primo problema era sorto con il fissaggio del foglione di carta del bersaglio, dato che Piero non trovava nulla su come attaccarlo alla tavola di legno della postazione.
Si era allora rivolto ad un cow boy in transito in quel momento, con le cuffie sulla testa che, senza parlare, gli aveva indicato una pistola sparachiodi appesa vicino alla porta d’ingresso.
Dopo una serie di tentativi infruttuosi, finalmente la sagoma del bersaglio era stata affrancata alla tavola e con molta difficoltà, allontanata di qualche metro dalla postazione di tiro, nel corridoio di sua competenza. Con una terribile ansia in corpo, Piero si era quindi dedicato alla fase successiva, quella del caricamento della pistola! Dopo una serie di tentativi infruttuosi, si era deciso a richiedere aiuto a un tiratore, non avendo il coraggio di tornare dal vecchietto di sopra per chiedergli come poteva fare per caricare l’arma. Con fare scocciato, il cow boy di prima gli aveva indicato un bottone sul fianco della pistola, vicino al grilletto e una volta premuto, per incanto, il grosso caricatore bifilare era uscito dal calcio della pistola. Piero si era profuso in ringraziamenti ed era ritornato alla sua postazione di tiro con un sospiro di sollievo. Dopo cinque minuti di tentativi, non un solo proiettile era stato infilato nel caricatore e la sua disperazione era sempre più nera. Il pensiero di rinunciare a quella folle impresa appariva sempre più reale e al colmo della disperazione Piero aveva deciso di chiedere la collaborazione di qualcuno degli altri tiratori. Non voleva importunare ancora una volta il solito e quindi era andato alla postazione alla sinistra della sua ma, con enorme stupore si era trovato davanti ancora una volta la solita camicia a quadri rossi del consueto villano. Con fare decisamente scocciato, ma anche incredulo del fatto che esistesse sulla terra qualcuno incapace di caricare una pistola automatica, aveva preso in
mano il caricatore e in pochi secondi era riuscito ad infilare cinque proiettili facendo ben vedere a Piero che esisteva un invito sulla testa del supporto, dove andava infilata la pallottola, per poi farla scivolare in avanti, una dopo l’altra. Tornato alla sua postazione aveva inserito il caricatore nel calcio e sentito un click di approvazione, segno che l’operazione era andata finalmente in porto. Ricordando i vari film polizieschi, Piero aveva tirato all’indietro il carrello superiore dell’arma e sentito distintamente il rumore
della pallottola che entrava nella camera di scoppio. Era sudato fradicio, nonostante l’aria condizionata che andava al massimo, e con decisione aveva puntato la pistola sul bersaglio davanti a lui, mettendosi di traverso nella postazione, in posa, come se si apprestasse ad affrontare un duello di fine ottocento.
Con scarsa convinzione aveva premuto il grilletto, sicuro di dover ritornare dal cow boy di prima per chiedere ancora una volta spiegazioni del perché quell’arma ancora non funzionava e con la speranza che quello non si scocciasse per davvero e finisse per sparargli. Con sua sorpresa il colpo era invece esploso, rimbombando con forza sulla volta del sotterraneo, assordandolo completamente, perché nell’eccitazione del momento, aveva dimenticato di mettere le cuffie sulle orecchie.
Il rinculo della pistola era stato molto forte e lo aveva colto completamente impreparato.
Il suo polso aveva avuto una violenta torsione verso l’alto e ora dolorava e pulsava come per effetto di una slogatura. Aveva posato la pistola sul banchetto davanti a lui e si era massaggiato delicatamente il polso dolorante, con l’idea di tornare di sopra dal vecchietto e restituire il tutto.
Aveva guardato la sagoma davanti a lui e visto che il proiettile aveva fatto un bel foro, proprio vicino al centro del bersaglio. Preso dall’entusiasmo, aveva impugnato ancora una volta l’arma e tenendola con due mani, aveva schiacciato di nuovo il grilletto. Lo sparo gli era giunto attutito nella cuffia e un nuovo foro, era apparso nella sagoma, vicino a quello precedente.
Preso dall’entusiasmo aveva schiacciato in rapida successione il grilletto e in meno di un secondo tre nuovi orifizi erano apparsi, una alto, nel centro della testa e due in basso, vicino ai piedi.
Beh… per essere la prima volta… Aveva schiacciato il bottone del rilascio caricatore e aveva preso la pistola per la canna per appoggiarla sul ripiano. Con tutta la sua forza di volontà era riuscito a trattenere l’urlo di dolore per l’ustione al palmo della mano e prendendosi la testa fra le dita, si era detto a titolo di constatazione che questo, molto probabilmente non era un lavoro adatto a lui, molto meglio sfogliare un libro o cercare di scrivere un racconto, sui dolori e le pene delle umane vicissitudini.
Era rimasto in quella posizione per una decina di minuti e alla fine, con silenziosa decisione, aveva preso il caricatore e iniziato a infilare i proiettili uno ad uno. Arrivato al numero sei però, non era riuscito a progredire perché la molla di carico era sempre più forte e solo nei film si vedono i pistoleri che, con fare indifferente, e mentre scrutano le mosse del nemico, caricano le pallottole come fossero noccioline.
Stava prendendo confidenza con l’oggetto e questa volta la sequenza di tiro rapido non era andata così male e almeno tre colpi su sei avevano centrato il bersaglio.
A quel punto gli era venuta l’idea di filmarsi con il telefonino, per mostrare al figlio e agli amici che genere di avventura stava vivendo in quel momento e così condividere l’esperienza.
Aveva posizionato il telefonino sul banchetto e controllato l’inquadratura, purtroppo non ottimale per la scarsa distanza, o inquadrava la pistola, oppure lui in posa di sparo, le due cose insieme non erano possibili. Aveva trovato un compromesso, prima, con la ripresa in primo piano del suo faccione attraversato da un sorriso compiaciuto, poi, si era ritratto e avvicinato la pistola all’obbiettivo, aveva ripetutamente fatto fuoco. Nella penombra del poligono faceva molto effetto vedere le lunghe fiamme che uscivano dalla bocca della pistola e oltre al rumore dello sparo, si sentivano ben distintamente anche quello dei bossoli espulsi che cadevano a terra.
Aveva spostato allora il telefonino sull’altro lato del banchetto e ripetuta l’operazione di caricamento, con una sempre maggior sicurezza dei gesti mentre guardava compiaciuto dentro l’obbiettivo.
I colpi sulla sagoma non erano il massimo dell’efficienza e sicuramente non un monumento alla sua capacità di tiratore e allora Piero aveva avuto una brillante idea per aumentare la sua performance.
Caricata la nuovamente la pistola, con i consueti sei colpi, perché oltre non si poteva andare, altro che diciassette proiettili possibili, aveva schiacciato l’interruttore che avvicinava la sagoma del bersaglio e da poca distanza aveva fatto fuoco, crivellandola di colpi, quasi tutti al centro. Schiacciato di nuovo l’interruttore, aveva posizionato la sagoma alla massima distanza possibile nella corsia e preso in mano il telefonino, ne aveva ripreso il lento avvicinamento al banchetto di sparo. Una volta vicina a lui, con il dito Piero aveva indicato con quanta maestria e precisione il bersaglio era stato crivellato di colpi, con una granucola di fori tutti in prossimità del cuore.
Si era poi inquadrato da vicino e con voce chiara aveva impresso il seguente messaggio: “Ragazzi… Da adesso in poi… non chiamatemi più Piero, ma solo Pecos Bill!”.

Schegge

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di Luisa Valenziani

“E’ un uomo inaffidabile”, urlava al cellulare un’avvenente e prosperosa fanciulla, scollacciata e avvolta in un’ardita minigonna. “Quello è uno che si scoperebbe tutte, meglio lasciarlo perdere.”

Ok, devo fermarmi sospendere il giudizio, il doppio giudizio: quello sullo stronzo donnaiolo e l’altro sulla fanciulla provocante, in minigonna.

Lampante mi torna alla mente l’urlo inorridito di mia zia, tanto cara, ma un po’ zitella, che davanti alla mia minigonna rossa – avevo 18 anni e belle gambe – non esitò a darmi della poco di buono: “E’ la classe che conta, nipote mia, e tu con quella minigonna la tua classe l’hai perduta, ti sei omologata alla massa.” Magari ai suoi occhi ero anche diventata un po’ come la figona stratosferica che aveva definito stronzo uno che amava tutte le donne!

Io, dopo le parole della zia, mortificata, smisi di indossare minigonne, il suo giudizio mi aveva castrata.

Poi, rapidamente, ma neanche troppo, ero diventata madre. Nel frattempo c’era stato il ’68, il femminismo, l’autocoscienza, una separazione e tanto altro e quindi mi venne naturale e spontaneo ripromettermi tolleranza e fair-play; così quando mia figlia, tredicenne, cominciò ad indossare minigonne vertiginose – aveva un fisico perfetto, ma da ventenne – mi imposi di sorridere compiaciuta, pretendendomi rilassata e consenziente.

Quando però mi nascose scarpe con il tacco a spillo, che io immediatamente scovai, prima che lei fosse pronta ad indossarle appena fuori dalla mia portata, non riuscii a fermarmi e insorsi con tutte le mie forze: ” Ma sei pazza, dove vorresti andare conciata così, sembri una sciacquetta!

“Ma mamma, cosa dici? Che vuol dire sciacquetta?”

Eccomi caduta nella trappola del giudizio, antichi divieti, repressioni subite, formalismi latenti, tutto ritornava a galla, d’incanto. Banalmente infierivo su mia figlia come avevano infierito su di me. Cambiano i modi, si cercano sofisticate e sfumate espressioni, ma la sostanza rimane sempre quella: estinguere od estirpare certa mentalità, certi giudizi, non è cosa così scontata.

Eppure credevo di avercela fatta. E invece eccomi qua a giudicare non solo lo stronzo donnaiolo, ma anche la fanciulla provocante sottintendendo che si meritava lo stronzo donnaiolo!

Ripensando alla classe tanto invocata dalla mia zietta… mi viene da sorridere. Lei per anni aveva intrecciato un‘intensa relazione “platonica” con un integerrimo professore, anzi filosofo, con tanto di moglie e figli, da lui mai lasciati perché “così non si fa”, senza mai comunque negarsi la compagnia intelligente e stimolante di una bella signora – nubile – con cui poter condividere interessi e passioni, di natura ovviamente intellettuale. La facciata era salva, entrambi venivano considerati austeri, impegnati e con chili di classe.

Sana ipocrisia dei tempi andati.

Così, quando divorziai dal mio primo marito, mormorii, giudizi e occhiate di rimprovero non mancarono, accompagnati anche da un “poveretta” chissà che futuro l’aspetta.

Quando poi senza essere sposata ebbi le mie figlie…apriti cielo!

A poco o a nulla contribuì alla mia redenzione lo sposarmi in una chiesa Battista, ad Harlem, allietata da cori spirituals e soul food. A quel punto il silenzio regnò sovrano.

Nessuno della mia famiglia partecipò con la scusa che ero lontana, e quando uno dei miei fratelli capitò, per caso, a New York una settimana dopo il matrimonio, consegnandomi il regalo dei fratelli non esitò a dirmi che quello sarebbe stato l’ultimo regalo della famiglia, per tutti si auguravano – il mio ultimo matrimonio.

Noi, intanto ad Harlem ce l’eravamo veramente spassata, con amici e musicisti, circondati da un’atmosfera unica: io per tutto il tempo della cerimonia avevo in braccio mia figlia di 4 anni che non capiva cosa stesse succedendo, anzi temeva che il matrimonio significasse separazione; l’altra figlia di un anno che squittiva in lontananza perché tenuta a distanza (era pure malata, povera piccola); il reverendo Smith che non riusciva a pronunciare il nome di mio marito, chiamandolo Eldoro, Eldorado…invece di Edoardo, per cui ci si mise d’accordo su una semplicissima abbreviazione: Ed (“call me Ed”, lo implorò a metà della cerimonia mio marito).

Anche il matrimonio ad Harlem simboleggiava la fine dello stile, della classe tanto invocata dalle mie vecchie zie?

Allora non ci pensai, venne naturale, in effetti i newyorkesi la classe e lo stile, forse non sanno neanche che cosa siano… eppure quando per il terzo anno mi venne confermato l’incarico di insegnamento, con un bel sorriso il mio capo mi disse apertamente che secondo lui le donne italiane hanno un che di speciale, uno stile, una classe che facevano bene al suo istituto. Che dio gliene renda merito, almeno avevo un lavoro!

Mia madre quando eravamo al mare, anzi non solo quando andavamo al mare, se ne fregava di andare in giro con vestagliette comprate al mercato magari anche rimboccate alla buona con uno spillo da balia. Mio padre al rientro dalla sua gita in barca a vela, attraversava il paese con delle scarpe di tela che urlavano vendetta, rosso di capelli e viola in faccia con la pelle bruciata dal sole, indossando informi pantaloni tailandesi, pure sbiaditi, insomma una vergogna, tanto che noi figli ce ne tenevamo alla larga facendo finta di non conoscerlo: ”Papà, ma come fai ad andare in giro conciato così?” Lui neanche rispondeva. Sicuro e tranquillo e totalmente menefreghista del giudizio degli altri… ma stranamente acconsentì a farmi fare un vestito lungo per le feste a cui ero invitata, dove tutte le mie amiche sfoggiavano eleganti vestiti da sera, fino ai piedi, sebbene non avessero 18 anni. “Bisogna capirla, povera ragazzina, tutte hanno il vestito lungo, bisogna seguire la massa” concludeva con rassegnazione lievemente burlona.

E in effetti come avevo sofferto quando ad una di queste famose feste mi ero presentata con un vestito blu notte, riadattato da mia madre, ravvivato (si fa per dire) da un enorme fiocco bianco a pois blu: ”A fioccona!” fui subito apostrofata entrando in sala. Che mortificazione!

Dopo quella debacle fu l’intervento di mia sorella maggiore ad evitarmi altre mortificazioni obbligando mia madre a comprarmi un vestito di cady nero – allora molto di moda – che oggi come oggi sarebbe passato come veste monacale.

Sempre divisa tra educazione borghese e sentimenti ribelli, la mia è stata spesso una rivoluzione a metà.

Compagna recalcitrante che al ciclostile obbligato o alle assemblee, monotematiche, preferiva il campeggio libero e le gite fuoriporta. Disubbidiente, ma in modo moderato, incapace di osare fino in fondo, e in fondo orgogliosa di non omologarsi completamente alla coppia aperta, al totale radicalismo delle idee di quegli anni. La famiglia, l’educazione e anche l’esempio erano ben lungi dall’essere annullati. E gli stimoli erano stati sempre diretti, specialmente da mio padre, verso l’autonomia, l’indipendenza, il raggiungimento di obiettivi concreti.

E poi gli amori… beh, in quel campo una vera voragine di infelicità e scelte sbagliate che ormai non provo più neanche ad analizzare. Su tutte le mie storie regnava sovrana l’insicurezza, e ovviamente amavo perdutamente chi mi faceva soffrire e non mi era fedele, tenendo sulla corda e bistrattando chi invece si dichiarava innamorato e fedele.

“Perché non vuoi attraversare l’Europa e il Medio Oriente (allora si poteva) con me, sul mio pulmino, arriviamo in India, scopriamo il mondo…dai, sarà stupendo!” A propormelo era un bel tipo, vero alternativo di sinistra, appena laureato, colto ed interessante quanto basta, praticamente il mio mito di intellettuale perfetto… ma in India non ci andai. Lui partì lo stesso con altri amici e mi scrisse lettere stupende che concludeva sempre con dolci dichiarazioni d’amore, convinto di ritrovarmi ad aspettarlo al suo ritorno, pronta finalmente a cedere al suo indubbio fascino. Il ritrovarsi fu così goffo che l’ho cancellato del tutto, così come vaghi sono rimasti gli intrecci di quel periodo molto sofferto per la fine di quello che per me era stato un grande amore, certamente il primo.

Gli amori da quindicenne e giù di lì, vissuti con i sussulti dell’età non mi pare valga la pena di metterli a fuoco. Solo adesso, invece, mi viene in mente che entrambi i miei grandi amori, solo due, hanno in comune l’Africa: il primo addirittura cominciò in Africa, e per il secondo l’Africa ha fatto da sfondo costante, uno sfondo di vita vissuta per mesi e poi per brevi periodi, uno sfondo sempre ritrovato, tanto che una delle mie figlie ci ha vissuto per anni e ci tornerà a vivere.

Non ho una gran voglia di capire cosa avessero in comune questi due grandi amori, oltre all’Africa, e non so neanche se ho voglia di tornare in Africa, sarebbe troppo faticoso emotivamente, non ho troppa voglia di nostalgie e ricordi. Spesso vorrei che ricordi e nostalgie si estinguessero.

In Africa concepii il mio primo figlio, che ho perso.

Sto andando dall’Argentario verso Roma, in macchina, da sola, quante volte ho percorso questa strada che mi sembra sempre identica: l’Aurelia con il limite di velocità, il bivio per Capalbio… Pescia Romana dove ebbi il mio grave incidente di macchina, Montalto, Tarquinia… Civitavecchia.

Qui le schegge partono all’impazzata e mi fanno male se penso a tutte le volte che mi sono imbarcata per la Sardegna, per le nostre vacanze in gommone… ogni anno per più di dieci anni ci imbarcavamo in imprese forse un po’ folli ma tanto vitali. Sì, quel periodo è veramente estinto, appartiene ad una vita fa, ha lasciato però tanti segni, addirittura troppi.

L’Aurelia poi, era una strada percorsa anche con mio padre, al ritorno dal mare, e poi con la mia fedele amica Paoletta: anche con lei ci furono numerosi imbarchi per la Sardegna, i nostri primi campeggi da sole, con la Fiat 500. Ricordo in modo distinto quando la convinsi a partire da Roma per andare all’Argentario facendole credere che partire da lì e tornare indietro a Civitavecchia sarebbe stato più semplice che non partire direttamente da Roma e tutto perché mia sorella mi aveva telefonato dicendomi che era arrivata una lettera dal mio primo grande amore. Paoletta si convinse facilmente, “Certo hai ragione…” poi il giorno dopo fu assalita da dubbi.

“Ma così ci siamo fatte quasi 200 km invece di 70…” Io pensai fosse opportuno tacere, limitandomi a sorridere. Non mi ricordo adesso se la lettera fosse valsa la pena di quella assurda deviazione.

Formiche

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di Lucia Borro

Erano sedute al tavolino del bar nel sole declinante davanti a due birre. Carla le parlava della figlia, non era a posto col lavoro ma questo non le impediva di stare in giro fino a tardi. Cos’avevano tanto da festeggiare ‘sti ragazzi?

   “Oh Carla, a posto col lavoro oggi non ce n’è nessuno, deve pur distrarsi, ha vent’anni. Se non lo fa adesso…”, rispose Marta guardandosi intorno. Cosa le poteva dire? C’era da farsi cadere le braccia. Per fortuna lei figli non ne aveva. Le bastavano quelli degli altri ai quali cercava di dare un minimo d’istruzione la mattina in classe.

   Due tavolini più in là un uomo non smetteva di fissarle. Non ha senso, pensò Marta, erano due donne mature, ordinarie. Istintivamente strinse la borsa in grembo, prese un sorso di birra e cercò di concentrarsi sul discorrere di Carla.

   Non appena i loro bicchieri furono vuoti, quasi fosse un segnale, l’uomo si alzò e venne verso di loro.

   “Ciao Carla”.

   “Fabio! Come stai? E Francesca?”.

   “Tutto bene…”.

   Carla aprì la mano e lui interpretò il gesto come un invito a sedersi con loro. Marta ne fu infastidita. Cosa s’immischia? Stiamo parlando tra noi. Sperò che l’incontro potesse concludersi in quattro parole di circostanza.

   Carla fece le presentazioni, era amica della moglie di lui, Francesca appunto. La coppia abitava in un altro paese, a una ventina di chilometri. L’uomo ordinò al cameriere altre tre birre.

   “Non per me grazie”, esclamò Marta brusca ma lui fece finta di non aver sentito e continuò a intrattenerle sui lavori di ristrutturazione che aveva cominciato in casa e su quanto spesso la moglie fosse lontana per lavoro. Marta si sentiva addosso i suoi occhi come se lui le stesse costruendo intorno una gabbietta di fil di ferro.

   Il discorso cadde su temi di attualità.

   “Ormai non ci sono più uomini veri”, dichiarò Fabio. “Se va avanti così fra poco saranno solo donne e gay a comandare”.

   “E allora?”, ribatté Marta seccamente. “Tutto andrebbe molto meglio”.

   Carla ridacchiò.

   “Io sono per la separazione dei ruoli”, continuò lui “la donna a casa e l’uomo al lavoro. Lei l’accudisce, lui la protegge”.

    Questo è scemo, concluse Marta.

   Giorni dopo, ripassando davanti allo stesso bar, si sentì chiamare.

   Fabio l’invitava tamburellando sul piano del tavolino. Lei colse di nuovo il lampo degli occhi e si avvicinò cauta. Alla prima sciocchezza, pensò, mi alzo e me ne vado.

   “Siamo colleghi, sai?”, esordì lui. “Ho fatto l’insegnante anch’io. Sono andato in pensione l’anno scorso”.

   Cominciò a raccontarle aneddoti sulla scuola, i guai che aveva affrontato all’inizio della carriera, l’impatto con i bambini difficili. Mostrava una tenerezza speciale verso di loro, sembrava saperli trattare con un modo dolce e fermo.

   Marta divenne loquace, il lavoro l’appassionava, espose le sue opinioni e trovò sensate quelle di lui.

   Quando si alzò per andarsene, lui le si affiancò. Girato l’angolo lei disse:

   “Io abito qui”.

   Era orgogliosa del suo appartamentino, se l’era comprato con le sue forze e l’aveva arredato con cura. Vi tornava contenta dopo il lavoro, ne amava l’odore, la luce, i libri. La sera si coricava con un senso di sollievo nel letto tutto per sé. Dopo un divorzio travagliato in cui il suo ex era riuscito a ottenere la casa comune e a esercitare, al solito, altre sottili prepotenze, Marta si teneva alla larga dai legami, come se le fosse piombata tra capo e collo un’intolleranza alimentare. Ci vuole poco, pensava, perché una storia si trasformi in invasione o peggio. A volte, di rado, le capitava qualcuno di passaggio. Perché no? Basta che restasse tale.

   D’impulso disse:

   “Vuoi vedere come mi sono sistemata?”.

   Mentre gli mostrava l’appartamento, lo prese in giro:

   “Uomini veri qui non ce ne sono. Qui comando io”.

   Il giorno dopo ricevette un messaggio complimentoso. Era chiaro che stava prendendo avvio un corteggiamento.

   Cosa fare? Era attratta dal suo sguardo, gli occhi verde-dorato, ed era diverso tempo che nessuno la portava fuori né passava per il suo letto. Non che questa fosse la cosa più importante. A quell’età gli uomini erano ormai abbastanza “inefficaci” nonostante le loro pillole. Non c’era d’aspettarsi granché.

   Se n’era convinta da un pezzo, buona parte del genere maschile non era composta da creature “rifinite”. La loro “adultità” rimaneva piena di buchi come se il fabbricante si fosse distratto, dimenticando qui e là tappi e coperchi. Il loro sviluppo restava incompleto e da quei buchi risalivano facilmente impuntature da bambini, convinzioni granitiche senza capo né coda… per non parlare dell’impulso a guardare le stesse solfe sui siti sportivi o quelli porno e a fare a cazzotti.

   Una frotta di scolari, insomma.

   Ce n’erano anche di “ben riusciti”, ammetteva Marta, ma erano rari o forse era lei che non li attraeva.

   Nondimeno all’inizio un nuovo corteggiatore è come un omino di marzapane, dolce, saporito, una vera fonte di piacere, a parte qualche contraccolpo sui livelli della glicemia.

   Marta accettò l’invito a cena.

   Lui aveva deciso di portarla al mare, a una mezz’ora dal paese. Guidava con naturalezza, come se l’auto fosse parte di sé, toccava appena il volante con una mano mentre l’altra, imperterrita, svolazzava sopra le ginocchia di Marta, avvicinandosi a poco a poco, finché sembrò normale che le sfiorasse.

   A cena ebbero spigole e chardonnay sotto la luna di maggio. Impossibile non correre verso l’epilogo. Lui le parlò della sua infanzia infelice: la madre vedova lo lasciava in collegio tutta la settimana e se ne dimenticava spesso anche la domenica. Come non intenerirsi?

   “Ma come te la sei cavata nella vita dopo un inizio simile?”.

   “Cinque anni di psicanalisi”.

   Marta se ne sentì rassicurata.

   Quando, saliti da lei, le labbra si toccarono e si aprirono, non percepì alcuno sfasamento, pareva che lui sapesse coordinare tempi e modi in millimetrica corrispondenza con i propri. I vestiti volarono in tutte le direzioni.

   “Che dio ti benedica!”, le sfuggì subito dopo.

   Di fronte a lei si ergeva l’idea platonica del sesso maschile, esemplare in tutto, forma, dimensioni, consistenza, con proporzioni armoniche da sezione aurea, un vero omaggio alle divinità preposte. Nelle ore che seguirono Marta poté constatare che l’efficacia era pari alla bellezza. Il proprietario sembrava aver raffinato l’arte del ritmo – lento, accelerato, sospeso, calmo, di nuovo accelerato – in perfetta consonanza con quello di lei, come se l’intuisse per istinto. A conclusione, tutta la carne interna di Marta, strati e strati, che avresti detto cieca, dedita al proprio lavoro di esistere in modo meccanico e ripetitivo come una colonia di formiche, ora cantava a gran voce, aveva messo da parte ogni disciplina, rideva, girovagava ebbra dentro di lei, producendo continui, piccoli sussulti di gioia. Mai le era capitato prima.

   Lui la mise davanti allo specchio in camera:

   “Guardati come sei bella adesso, sembri una ragazzina”.

   Di primo mattino, esausta, lei lo pregò di andare. Aveva bisogno di dormire qualche ora in pace.

   “Non mi puoi mandare via a quest’ora”, rispose lui allarmato.

   “Perché no? Hai la macchina… Su, vai”.

   Fabio le lanciò un’occhiata carica, scura. Si rivestì in fretta, uscì sul pianerottolo, si girò a guardarla un’ultima volta con la testa incassata tra le spalle. Corse giù per le scale come se fosse sul punto di perdere il treno.

   Marta non seppe più niente di lui per parecchio tempo. Non prese iniziative, era pur sempre un uomo sposato. Manteneva in sé il ricordo di quel miracolo e sperava vagamente in un nuovo incontro.

    Lo ritrovò seduto al solito bar. Salirono da lei con urgenza e il miracolo si riprodusse poco dopo.

   Mentre Marta carezzava quella bellezza in temporaneo riposo, lui le raccontò che gli aveva fatto un po’ da padre uno zio siciliano. D’estate se lo portava a vivere giù nel vasto clan di famiglia. Dovette battersi con gli altri ragazzi e lui all’epoca era mingherlino. Presto però, nelle gare e nei confronti, emerse la sua supremazia: la resistenza e il fulgore dell’organo avuto in dote non aveva paragoni. Nessuno aveva più osato mancargli di rispetto, rise Fabio.

   Più tardi, accoccolati l’una sull’altro, lui disse:

   “Non lo fare mai più”.

   “Cosa?”.

   “Cacciarmi via in quel modo”.

   “Oh, quante storie!”, rispose Marta.

   Le sembrò di avere di fronte uno dei suoi alunni in pieno capriccio.

   Si mise seduta e gli tenne un discorso: mai avrebbe rinunciato alla sua quiete, a quel momento del risveglio in cui si stirava contenta nel letto mentre seguiva con calma il filo dei pensieri. Aveva avuto pazienza tutta la vita precedente, con un marito che russava e le disturbava il sonno. Basta. Ormai si era abituata a non avere nessuno intorno al mattino e le piaceva così.

   Lui si alzò di colpo, l’espressione indignata, uscì senza parlare. Marta non lo rivide per due settimane.

   Tornò una sera.

   “Mia madre mi mandava fuori di casa il lunedì mattina, solo, al buio, nel freddo. Prendevo il primo tram per il collegio…”.

   Il viso si congestionò e i begli occhi si arrossarono.

   Marta per quella notte fece un’eccezione. Naturalmente non chiuse occhio e si alzò nervosa:

   “Vedi bene che non si può”.

   Lui tornò molte altre sere di seguito, non sembrava stancarsi, mostrava una adorazione per l’intero corpo femminile, carezzava, leccava, lo contemplava con minuzia come sotto incantesimo. Più tardi si strappava di lì, scappava per le scale, un ladro nella notte. Marta arrivava in classe, il mattino dopo, con le gote accese, le labbra ancora gonfie, come spalmate da un rossetto speciale, impossibile da trovare in commercio.

   “Cosa ti capita?”, le chiedeva Carla.

   Finita la scuola, Marta e Fabio andavano in qualche spiaggetta protetta in cui lui potesse baciarla. Parlava di sé, gli piacevano i colossal hollywoodiani, i top gun, leggeva fumetti di cui lei non aveva mai sentito parlare e libercoli di pessima qualità. Lei scuoteva la testa. Ora nei discorsi, oltre alle donne e ai gay, aveva preso di mira i musulmani, presto avrebbero conquistato l’Occidente, “e voi donne ne vedrete delle belle”. Lei si chiedeva come potesse essere così stupido e non resisteva a fargli la lezione.

   Meno male che nella vita quotidiana se lo sciroppava un’altra.

   Una sera mentre lui si muoveva delicatamente sopra di lei e i loro corpi umidi combaciavano, disse:

   “È grave”.

   “Cosa?”.

   Venne fuori che si era innamorato.

   “Dimmi che mi ami anche tu”.

   “Ma sì ma no, dai, non parliamo di questo”.

   “Ti prego”.

   Davvero è grave, rifletté lei. Meglio allontanarsi per un po’.

   L’anno scolastico era finito. Marta partì con una collega a visitare alcune isole vulcaniche in mezzo all’Atlantico.

   Lui le mandava messaggi a cascata:

   “Cuore mio, mia passione, sei il mio fiore e io il tuo giardiniere che ti annaffia con mano sicura…”.

   Stava svelando una certa vena poetica.

   Lei gli augurava la buonanotte. Dopo aver marciato tutto il giorno sull’orlo dei crateri, non vedeva l’ora di chiudere gli occhi.

   Ma il tintinnio dei whatsapp sembrava il canto del gallo.

   “Perché questi messaggi laconici? Tu non mi ami (emoticon disperato). Tutto di te mi manca, ho freddo, sono abbandonato su questo pianeta (emoticon del pianeta) in mezzo a gente schifosa, penso a te ogni minuto. Voglio riposare su di te, ancorato in te…”.

   “Sì caro, ma dormi bene adesso”.

   Prima di spegnere il telefono, appariva un suo ultimo grido:

  “Ma io non voglio dormire. Io sto male (emoticon di un teschio)!”.

  Venne a prenderla all’aeroporto. La sommerse di carezze. Non gli importava che la collega lo vedesse.

   “Vengo a stare da te”.

   “Scherzi? E tua moglie?”.

   Non gli importava nemmeno della moglie.

   “Io non voglio”.

   “Ma io ti amo!”.

   Marta si mostrò irremovibile. Mai e poi mai si sarebbe presa in casa quella testa balzana.

   “Sei una vera stronza. Con tutto quello che ho fatto per te…”.

    Seguitò a protestare per giorni, dal vivo, per telefono, per mail, per citofono. Le rinfacciava quant’era cattiva, come diventava brutta, una megera, a non amarlo.

  Era successo: ora Fabio vedeva in lei la madre amata e arpia. Cinque anni di psicanalisi buttati al vento.

   “Sono stufa”, gli disse un giorno esasperata. “Meglio non vedersi più”.

   “Non puoi farmi una cosa simile. So che mi ami”.

   “Ci rinuncio, rinuncio a tutto. Non sei mica il mio sex toy”.

   Fabio la fissò come se avesse ricevuto un manrovescio. Adesso mi ammazza, pensò Marta.

   Lui disse:

   “Non sai cosa ti perdi”.

   Guardandolo correre via provò sollievo, non vedeva l’ora di ricominciare a respirare.

   Trascorsero mesi. La vita di Marta riprese il suo corso, lavorava, vedeva le amiche, seguiva le conferenze in biblioteca. Frequentò un paio di seminari di aggiornamento, la palestra, i dibattiti del cineforum. Si trattava di superare l’inverno.  Ma più il tempo passava meno si sentiva in forma, dentro qualcosa borbottava, la metteva in uno stato di disagio. A scuola era inquieta, gridava con i bambini. Cosa mi sta succedendo?

   Come dio volle, arrivò la primavera, il bar mise fuori i tavolini. Rientrando Marta vi lanciava un’occhiata. Inutilmente.

   Una sera dalla finestra le parve di scorgere sul marciapiede qualcuno che somigliava a Fabio ma più magro, quasi ingobbito, la barba lunga. Per un attimo gli sguardi si incrociarono.

   “È lui!”.

   Scese le scale a rotta di collo ma quando arrivò in strada non c’era più nessuno. Rientrò delusa, ho le traveggole, pensò, o comincio a essere ossessionata.

   Nelle notti che seguirono percepì nel sangue una crescente agitazione come se quella sua colonia di formiche si fosse messa a fare chiasso in lungo e in largo, a protestare picchiando su pentole e tamburi. Manifestava il suo dissenso, declamava, lo chiamava.

   Marta provò docce fredde, autoerotismi, meditazioni. Fatica sprecata. Loro sapevano cosa volevano e da chi farsi accontentare.

   Smettetela! ordinava. Ma non c’era verso di ritrovare il sonno.

   Il sole lo scaldava ma il corpo di Marta languiva sul punto di disfarsi. Ora, nei suoi anfratti, ogni minuscolo animaletto offeso minacciava d’implodere da un momento all’altro. Divenne malinconica.

   “Cosa ti capita?”, le chiese di nuovo Carla.

   “Un po’ stanca. Siamo alla fine dell’anno”.

   Poi non resistette:

   “Volevo chiederti, ma quel tipo, Fabio, che fine ha fatto? Ti ricordi, l’avevamo incontrato al bar l’anno scorso”.

   “Non ti ho raccontato, poveretto. Ha avuto un crollo nervoso, ha perso dieci chili, non mangiava, s’impasticcava. Colpa della moglie. Era continuamente via per lavoro, l’ha trascurato. Alla fine se l’è portato in America dove lei aveva avviato un’attività. Sembra che adesso si stia un po’ riprendendo”.

   “Che storia…”.

   Dopo poco Marta salutò Carla e risalì in casa. Si buttò sul letto, così grande per lei, e sentì nel ventre le sue formiche chiudersi, ripiegarsi su se stesse affrante, avvolgersi strettamente in un velo nero.

   Si raggomitolò anche lei e pianse.

Il viaggiatore

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di Andrea Genzone

 

All’aeroporto La Aurora, dietro la transenna della sala d’attesa, Adelmo vide il suo nome scritto a penna rossa su un foglio di carta. A tenere in mano il cartello, all’altezza del petto, un uomo piccolo che sorrideva a tutti quelli che gli camminavano incontro, pronto ad afferrare qualunque bagaglio non appena stabilito chi fosse il suo uomo. Portava pantaloni beige e una camicia a fiori, sbiadita ma ben stirata. Una profonda ruga orizzontale gli attraversava la fronte. Adelmo ebbe un sussulto: a parte il colore della pelle, quell’uomo era tale e quale a suo padre. “La ruga del pensatore” la chiamava sua madre, scompigliando al marito i radi capelli grigi. Una delle rare manifestazioni di affetto coniugale di cui fosse stato testimone da bambino.

“Mi chiamo Hilmar, benvenuto a Città del Guatemala” disse l’uomo. Gli prese lo zaino e se lo caricò su una spalla. Camminava obliquo sotto il peso del bagaglio, senza smettere di sorridere, e ad Adelmo sembrò che non facesse alcuna fatica.

“Ha fatto buon viaggio?” chiese l’autista quando salirono in auto. Adelmo annuì. Scrutava quell’uomo senza farsi notare, cercando le differenze tra lui e suo padre. Ce n’erano. Eppure la trasandata eleganza di quella camicia a fiori, quel sorriso compiaciuto, erano proprio quelli del vecchio Mario nei giorni di vacanza, quando si stendeva sotto la veranda della casa al mare e accendeva un sigaro.

Hilmar girò la chiave nel quadro e avviò il motore. Adelmo premette il tasto per abbassare il finestrino. Il vetro si mise in moto, poi rallentò e si fermò a metà. “Più giù non va” disse Hilmar, mostrando i palmi delle mani in un gesto di scuse. “Musica?” disse, e accese la radio.

Il cielo era di un grigio distante. Hilmar guidava fischiettando un motivetto reggaeton, tamburellando con le dita sul volante. Un portachiavi in pasta di sale dondolava ticchettando contro il cruscotto; portava una scritta infantile e incerta: “Buon compleanno papà.” Entrati in città si ritrovarono nel traffico del mattino: “A quest’ora si fa prima a piedi” disse Hilmar.

Adelmo si rilassò sul sedile: la sbornia della festa d’addio e il viaggio l’avevano messo KO. Più cercava di distrarsi e più pensava ad Anita, lasciata due notti prima cinquemila chilometri più a sud, seduta sui gradini d’ingresso della pizzeria dove avevano lavorato insieme. Non te ne andrai davvero, sembrava dire il suo sguardo. Ricordò le camminate verso casa dopo il turno di mezzogiorno. Poche parole, molte mani sfiorate per sbaglio e un nodo allo stomaco che non sentiva dai tempi delle scuole medie, quando aveva una vita tutta intera e quella certezza, incrollabile quanto arbitraria, che il futuro nascondesse qualcosa di grandioso. Pensava al modo in cui lei stringeva gli occhi e sorrideva, mostrando la fossetta al lato della bocca e illuminandosi in volto.

Aveva avuto altre donne negli ultimi anni, ma in lei c’era qualcosa di struggente. C’entrava una foto, una delle poche che avesse conservato, in cui Adelmo era coi suoi genitori, su una spiaggia della Corsica. Il classico scatto della famiglia al mare, leggermente mosso, con un’inquadratura pessima presa da qualche passante. Nella foto Adelmo ha nove anni, il costume delle tartarughe ninja e sta in mezzo a mamma e papà. Ha la bocca spalancata in un sorriso incontaminato; gli occhi sembrano contenere tutta la luce di quella giornata e brillano, anche attraverso la carta opaca della fotografia. Adelmo guardava spesso quell’immagine, non poteva farne a meno. Poi la ricacciava tra le pagine di qualche libro e usciva, camminava fino a sfinirsi.

Anita risplendeva della stessa luce e gli voleva bene con un tale abbandono da fargli passare la voglia di andarsene di città in città. Era venuta a dirgli che una memoria di quella felicità, immortalata in riva al mare molti anni prima, era ancora in circolo, annidata nel suo corpo come un virus dormiente. Eppure, come sempre, Adelmo si era barricato nella sua fortezza invisibile: “Anita, lo sai che devo andare.” “Vengo con te!” aveva detto lei, con l’allegria semplice di chi ha appena incastrato l’ultima tessera di un puzzle.

Ricordò la ragazza sul gradino della pizzeria e poi si volse a guardare verso il sedile posteriore. Vide la schiera di bandierine sudicie, cucite alla tasca del suo zaino. Là in mezzo, pensò, ci sarebbe stata benissimo la spilla di campione mondiale delle occasioni perse.

 

Adelmo guardava la città scorrere oltre il finestrino mezzo abbassato. Gli autobus acceleravano e frenavano bruscamente, colorando l’aria di fumo nero. Davanti alla serranda chiusa di un negozio abbandonato, due ragazzi stavano accovacciati a terra. Avevano lo sguardo perso nel vuoto, i vestiti logori e i volti segnati da sporcizia e cicatrici. Una donna con due bambini, divisa della scuola e cartella, camminava lungo lo stesso marciapiede. Quando vide i ragazzi a terra prese i piccoli per mano e attraversò la strada. Adelmo pensò che quella che doveva essere un’esplosione di colori accesi, di suoni armoniosi e di profumi intensi, di nuovo, non era che una città come le altre. Grigia, piena di buche e di escrementi di cane. La suoneria di un cellulare lo riscosse.

Hilmar spense la radio: “Pronto” disse soltanto, poi rimase in ascolto. Adelmo poteva udire una voce di donna dall’altra parte del telefono, ma non captò che alcune parole. Appoggiò la nuca al sedile e si girò di nuovo verso il finestrino.

Quasi sbatté la faccia contro il parabrezza quando Hilmar frenò. Le gomme fischiarono, l’odore di gomma bruciata pervase l’abitacolo. L’autista fece inversione, tra le proteste degli altri automobilisti. Gettò il telefono nel portaoggetti senza nemmeno riagganciare e accelerò nella direzione opposta.

“Che succede?” chiese Adelmo.

L’uomo non rispose, ingranò la seconda e affondò il piede sull’acceleratore.

“Hilmar, rallenta! Che succede?”

L’autista aveva cambiato espressione. Era concentrato sulla strada, il sorriso era scomparso e aveva lasciato il posto a una mascella serrata. Di nuovo sembrava suo padre, durante le ultime settimane di vita. Quando tutto era già andato a puttane per i debiti e le continue, spericolate operazioni finanziarie di cui Adelmo non sapeva nulla. Lui era solo un ragazzino che se la passava bene: vestiti di marca, videogiochi costosi e una cameretta che sembrava Gardaland. Quando doveva spiegare cosa facesse papà diceva solo: consulente finanziario. Ed era tutto, a sedici anni non serve sapere altro.

 

“Figlia mia” ripeteva sottovoce Hilmar, passando un altro incrocio a colpi di clacson.

“Hilmar, per carità, così ci ammazziamo tutti e due!”

Suonò di nuovo il telefono. Adelmo prestò attenzione alla conversazione e capì che c’era di mezzo una bambina, che doveva essere a casa da un pezzo e che non si trovava da nessuna parte.

“Sto andando alla Terminal” disse l’autista prima di riagganciare. “Fammi sapere se hai novità.”

“Hilmar, forse dovresti farmi scendere” disse Adelmo.

L’uomo inchiodò a bordo strada e si allungò per aprirgli lo sportello. “Forza, scendi!” disse. Adelmo mise un piede a terra. A pochi metri da lui un gruppo di ragazzi lo stava fissando. Avevano tatuaggi su tutto il corpo, compreso il volto. “Ma guarda guarda,” sentì dire, “ecco che arriva il gringo.” Adelmo richiuse lo sportello. “Non è una bella zona per fare il turista” disse Hilmar, e ripartì.

La Terminal era una stazione di autobus con un enorme mercato annesso. “Aspettami qui” disse Hilmar. Scese dall’auto e scomparve tra le bancarelle in cerca della bambina. Tornò mezz’ora dopo, rosso in volto, parlando al telefono: “Nessuno l’ha vista,” disse col fiato corto, “non è passata di qui.” “Hai guardato alla stazione?” chiese la voce. Hilmar riagganciò e si coprì il volto con le mani.

Per un istante Adelmo invidiò quella bambina. Dovunque fosse, aveva un padre che la cercava disperatamente.

“È tua figlia, vero?” chiese.

L’uomo annuì: “Lei è… speciale, non parla bene. Di solito torna da scuola con un’amica, prendono l’autobus qui. Ma oggi l’amica non c’era, noi non lo sapevamo e adesso, chissà dov’è…”

“Hai avvertito la polizia?”

Hilmar lo guardò come se fosse uno stupido.

“Senti, perché non proviamo a fare a piedi la stessa strada che fa tua figlia?”

Adelmo si fece dare una fotografia della piccola, che Hilmar aveva nel portafoglio. Mentre l’autista camminava verso la scuola, si immerse nella stazione affollata di gente e di autobus dai colori sgargianti. Chiese a tutti gli autisti se avessero visto la bambina della foto. Molti la conoscevano: era Diana, la figlia di Hilmar, ma non l’avevano vista quel giorno.

I due si ritrovarono alla macchina senza buone notizie. L’autista si dondolava da un piede all’altro e Adelmo capì che non riusciva più a ragionare. “Andiamo avanti, Hilmar. Se non ha preso l’autobus, magari è andata a piedi. Da che parte?”

Lungo la Sexta calle Hilmar chiese a tutti i negozianti, Adelmo ai passanti, ma nessuno aveva visto Diana. L’autista guardò il cielo: il sole iniziava a tramontare. Telefonò a casa, ma Diana non si era vista e nemmeno sua moglie aveva notizie.

Adelmo seguì Hilmar sulla scala di un lungo cavalcavia pedonale, sospeso sopra tre carreggiate a doppia corsia. A metà del ponte Hilmar si bloccò, strinse con la mano il braccio di Adelmo. “Attento,” disse, “cammina normale.” In direzione opposta arrivavano due ragazzi. Adelmo si voltò e vide altre due persone che li raggiungevano da dietro. “Vogliono solo rubare,” disse Hilmar, “dagli tutto e non fare cazzate.” Adelmo sentì i propri battiti riverberare nel cranio. Per fortuna lo zaino l’aveva lasciato in macchina, con dentro il passaporto e tutto il resto. Aveva con sé il cellulare e un po’ di contanti cambiati all’aeroporto. I quattro li circondarono, stringendoli contro la balaustra. Non dissero una parola, in due li tenevano fermi e gli altri iniziarono a frugare nelle tasche. Uno dei rapinatori estrasse la fotografia di Diana dalla tasca dei jeans di Adelmo. Guardò il visino ebete, gli occhi un po’ strabici, e scoppiò a ridere: “E questa chi è, la tua fidanzata?” disse, e gettò in strada il ritratto. “Maledetti drogati!” urlò Hilmar, divincolando una mano e mollando un ceffone al ragazzo. I camion passavano sotto ai loro piedi, facevano vibrare la grata del pavimento e spostavano muri di aria tiepida e maleodorante. Il ragazzo iniziò a prendere a pugni Hilmar, mentre gli altri due lo tenevano fermo. Poi, insieme, lo presero e lo sollevarono oltre la balaustra. Hilmar urlava insulti, si dimenava come una bestia presa nella tagliola. Adelmo cercò di liberarsi dalla stretta del ragazzo che lo teneva, ma quello non si lasciò sorprendere. Sul ciglio della strada si andava formando un capannello di curiosi. Un’anziana signora urlò: “Polizia!” e agitò le braccia in direzione di una pattuglia che passava in senso opposto. Gli agenti non si fermarono, ma i rapinatori si diedero alla fuga. Fecero per riportare Hilmar coi piedi a terra, ma per la fretta lo lasciarono andare dove si trovava, in bilico sopra la balaustra. L’uomo si avvinghiò al corrimano, con il corpo che pendeva dalla parte della strada, e agitava le gambe come se stesse annegando. “Ti tengo!” urlò Adelmo, e l’aiutò a scavalcare.

 

Suo padre, invece, si era trovato solo quel giovedì pomeriggio di tredici anni prima. Non c’era nessuno a tendergli la mano al di sopra della balaustra. Di certo non lui, figlio ingenuo e stupidamente ignaro. Non aveva idea che il vecchio Mario facesse affari illegali, né che tutto il suo mondo potesse crollare da un momento all’altro. Ed era crollato. Tornando da scuola, aveva trovato la strada transennata e un’ambulanza ferma per traverso, con gli sportelli aperti. Un carabiniere, appoggiato di schiena alla gazzella, si guardava le scarpe. Un pugno di curiosi si era zittito nel vederlo arrivare. Prima ancora di sapere cos’era successo aveva capito che la sua vita, da quel momento in poi, sarebbe stata un’altra.

 

Seduti a terra, con la schiena appoggiata alla balaustra, Hilmar e Adelmo guardavano le auto passare sotto di loro attraverso la grata. Era buio, e c’era una bambina speciale persa da qualche parte della città. Non avevano più nemmeno un cellulare, così scesero in strada per cercare un telefono. Hilmar entrò nella bottega di un falegname e Adelmo attese sul marciapiede. Guardava da lontano quell’uomo incurvato su se stesso, con la cornetta in mano. Poi lo vide riagganciare e accasciarsi a terra. Entrò nella bottega e lo trovò che piangeva, la fronte appoggiata al pavimento. Adelmo ci mise un po’ a farsi dire, tra i singhiozzi, che Diana era tornata a casa e stava bene.

 

Hilmar parcheggiò di fronte all’ingresso del palazzo. “Sei arrivato” disse. “Mi scuserai se non ti accompagno dentro.” Scesero dall’auto e l’autista scaricò lo zaino sul marciapiede. I due si strinsero la mano a lungo, come fossero gli unici sopravvissuti a una battaglia. “Che Dio ti benedica” disse Hilmar. “Buona fortuna anche a te” rispose Adelmo. E si lasciò abbracciare.

Il ragazzo guardò l’automobile allontanarsi, la luce rossa dei fari traballare nel buio. Tornava a casa, il vecchio. Avrebbe aperto la porta: “Ecco papà che arriva!” Avrebbe abbracciato la bambina, forse l’avrebbe sgridata. Avrebbe messo qualcosa sotto i denti, seduto al tavolo di cucina. La moglie gli avrebbe ronzato intorno, esausta e sollevata, parlandogli di quella giornata infinita. E tutto sarebbe ricominciato da capo: una vita anonima, forse squallida, per giunta pericolosa. Ma Adelmo continuava a pensare alle lacrime dell’uomo, lasciate sul pavimento di una falegnameria. Pensava a Hilmar e pensava a se stesso, alle gocce di pianto per le persone care.

Si issò lo zaino sulle spalle e andò al portone. Avvicinò l’indice al citofono e premette il pulsante. Sentì un rumore di passi dall’altra parte: qualcuno veniva ad aprire. Di scatto si ritrasse e prese a correre, nella stessa direzione in cui se n’era andato Hilmar. Non si voltò a guardare se qualcuno, aperto il portone, l’avesse visto. Non importava più. Girato l’angolo rallentò e si diresse verso il centro. Sentiva ancora addosso l’abbraccio di Hilmar, l’odore della paura e della gioia.

Entrò nel primo albergo, prese una stanza e si lasciò cadere sul letto, lo sguardo fisso sul ventilatore a soffitto. Avrebbe dato tutto per un abbraccio di suo padre, per sentire ancora l’odore del sigaro e del dopobarba al muschio selvatico. Il giorno in cui era morto, sua madre gli era corsa incontro da dietro l’ambulanza. La luce blu dei lampeggianti confondeva i suoi lineamenti nell’imbrunire, rendeva la sua espressione smarrita difficile da interpretare. Camminava rapida sui tacchi, al braccio dello zio, asciugandosi il volto con una manica del cappotto. Non gli avevano permesso di avvicinarsi e non glielo avrebbe mai perdonato. Sarebbe stato meglio vederlo quella sola volta, carne sull’asfalto, anziché per tutta la vita sui soffitti insonni delle camere da letto.

Allungò una mano sul comodino e tirò a sé il telefono. Sua madre rispose al primo squillo:

“Elmo! Mio dio, è più di un anno… Come stai, dove sei?”

Adelmo sentiva il bisogno di raccontarle ciò che gli accadeva in quei giorni. Avrebbe anche voluto parlare del passato, sputare la sua rabbia. Ma quel bisogno non era abbastanza: la tela che negli anni aveva intessuto intorno a se stesso lo paralizzava, intrappolava ogni contenuto emotivo e lasciava passare solo parole vuote, asettiche.

“Che lavoro fai ora?” chiese sua madre.

“Niente, il cuoco, come al solito.”

“E come mai sei in Guatemala? Pensavo ti fossi sistemato a Buenos Aires, con quella fotografa.”

Ormai da troppo tempo incline al silenzio, Adelmo rispondeva in modo elusivo alle domande sui suoi programmi futuri. Non le disse neppure che erano mesi che mancava da Buenos Aires. E d’altra parte non c’era stata nessuna fotografa, nessun tentativo di sistemarsi. Sua madre, come aveva sempre fatto anche in famiglia, si affannava a riempire ogni spazio vuoto nella conversazione. Si dilungò sugli acciacchi della gatta, ormai invecchiata: “Non so se farai in tempo a vederla ancora, sai?” Poi tacque anche lei. Rimase il fruscio della linea telefonica. Adelmo considerò, per un momento seriamente, se non fosse il fruscio dell’oceano che separava i due apparecchi.

“Mamma?” disse.

“Sì?”

“Ti voglio bene… Vaffanculo.”

Riagganciò, affondò il volto nel cuscino e cacciò un urlo.

 

Non aveva voglia di uscire a procacciare una cena. Frugò nello zaino e vi trovò un pacchetto di crackers sbriciolati. Accese il televisore: sul canale Guatevisión un notiziario mostrava le immagini di una manifestazione religiosa, svoltasi in quella giornata. Un crescente senso di non appartenenza lo assalì. Una ragazza dai capelli bruni fu intervistata: quando ebbe finito di parlare sorrise al giornalista e vi fu un fermo immagine che poi sfumò in un passaggio di scena. Il bianco di quei denti rimase impresso nella mente di Adelmo e una nostalgia pungente gli chiuse la gola.

Si lasciò andare con la testa sul cuscino, seguì con lo sguardo alcune chiazze di muffa sul soffitto. Poi prese la decisione: per la prima volta dopo tanti anni avrebbe fatto inversione di marcia. Sarebbe tornato indietro, sul gradino di quella pizzeria.

Non chiuse occhio per tutta la notte, preso a pensare alle mosse del giorno dopo: lo zaino, il taxi, l’aeroporto. Ma questa volta sarebbe stato più facile, perché la strada la conosceva già.

Testa fasciata

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di Olga Foti

 

Per la Madre Superiora il nostro era il gruppo delle Anime perdute, quelle che non ascoltavano la messa ogni mattina. Una volta si era lasciata scappare che solo la domenica la messa era obbligatoria, per gli altri giorni ci lasciava libere, dovevamo pensare noi alla nostra anima. Parole sconsiderate, ma ormai non poteva tornare indietro senza perdere la faccia e credo che di nessuna cosa si sia pentita tanto in vita sua.

Noi ragazze venivamo tutte da paesini dell’interno dove allora non c’erano nemmeno le scuole medie, c’erano gli istituti religiosi con scuole parificate, quasi sempre solo maschili, e quindi le ragazze che volevano studiare se avevano famiglie che se lo potevano permettere andavano in città. Cioè in un collegio di monache. Il mio più che altro era un convitto e infatti frequentavo la scuola pubblica.

Ci accompagnavano e venivano a riprenderci le suore, naturalmente, ma era sempre una boccata d’aria anche se il percorso non era lungo: da via Dafnica a piazza S. Sebastiano con la chiesa del santo, un santo miracoloso S. Sebastiano, poi il mercato del pesce con pesci ancora vivi, bellissimi, e io avrei dato non so cosa per fermarmi un po’ a guardarli.

Non hai mai visto pesci? Su su, è tardi!

Subito dopo iniziava una stradina in salita con una piccola icona della Vergine a cui ci rivolgevamo ogni volta che c’era un compito in classe o una interrogazione decisiva, poi la via degli Studi piena di “mosconi,” molto pericolosa, secondo la Superiora, peccaminosa anche, perché ragazze e ragazzi, gomito a gomito, parlavano, ridevano, aspettando il suono della campanella. Noi invece avevamo il permesso, cioè l’obbligo, di entrare subito.

Le nostre erano suore canossiane con la testa fasciata e la cuffia, una cuffia marrone come il vestito, il grembiule e il medaglione della Beata Maddalena di Canossa fondatrice. La Madre Superiora, dicevamo noi, era una Testa fasciata e non per l’abbigliamento. Ma quell’anno fu proprio una questione di abbigliamento a far scoppiare il finimondo: Rita, una delle Anime perdute, nella gara scolastica di salto aveva indossato i pantaloncini!

“Hai disonorato il collegio, la tua famiglia e te stessa!” e puntava il dito minacciosa come non so quale santo che troneggiava appeso al muro del refettorio. “Taci! Una gara d’istituto, lo so, ma è preferibile vincere una gara e perdere l’anima o salvarla non partecipando?”

Madre Rosina, l’assistente, faceva sì sì con la testa e guardava con occhi buoni, lei capiva di chi era la colpa: del demonio tentatore.

Rita fu spedita subito a confessarsi, e il prete, senza lasciarle il tempo di aprire bocca:

“Lo sai che il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo? Con quei pantaloncini l’hai profanato.”

Peggio delle monache.

Dopo questa faccenda Testa fasciata la sera ci faceva sostare sulla scala che portava al dormitorio: lei in cima, tutta marrone come uno scarafaggio, e noi con il grembiule nero a mezza gamba, le calze, le maniche lunghe anche col caldo di giugno che spaccava le pietre del cortile, ferme in fila sugli scalini dovevamo fare la seguente riflessione: Vesto sempre modestamente sapendo che Dio mi vede?

La prova del disonore che aveva macchiato non solo Rita e la sua famiglia ma l’intero collegio esiste ancora, è una foto scattata dal preside durante la gara e si vede la nostra compagna con pantaloncini appena appena più su del ginocchio e una maglietta bianca girocollo con le maniche lunghe. Una vera profanazione al tempio dello Spirito Santo!

Eppure in collegio c’era chi si macchiava di un peccato ancora più grave, io infatti scrivevo in segreto un lungo racconto e nella mia testa lo chiamavo romanzo. Un romanzo d’amore naturalmente, che tenevo nascosto nell’aula studio e al mattino portavo a scuola. Si diceva che la Superiora frugasse fra le nostre cose, qualcuna giurava di averla vista rovistare fra libri e biancheria. Cercava certo lettere segrete, lettere di uomini, in collegio non potevano arrivare ma a scuola sì anche se la nostra sezione era rigorosamente femminile e il preside vegliava su di noi, le ragazze delle monache.

Qualche monaca veniva dal Continente, dal Veneto soprattutto, come madre Elena detta Chiudi l’uscio. Chiudi l’uscio! diceva, e ci rimproverava di stare al fredo. Sempre al fredo! E noi convenivamo che aveva ragione, perché sempre Al fredo e non, ad esempio, Al berto o An tonio?

E a distanza di tanti anni quando parlo con Teresa le chiedo: Ti ricordi di madre Elena?

Madre Elena Chiudi l’uscio?

Certo! E continuiamo con madre Sebastianina, così vecchia, così buona, che non poteva capacitarsi che ragazze come noi, intelligenti, diceva, studentesse, potessero cantare canzoni senza senso. In quegli anni infatti era di moda una canzone spagnola, Besame besame mucho, che noi cantavamo a squarciagola nel cortile. E poi parliamo di madre Agata che quando lasciavamo cadere in refettorio un pezzetto di pane o qualcosa d’altro ci diceva: Siete un gran sporchignino, un gran sporchignone.!

Per la Superiora invece eravamo “ladre di professione” perché quando nelle domeniche soleggiate di dicembre ci portava in campagna, se si costeggiava un agrumeto rubavamo arance o mandarini con organizzazione perfetta: una di noi scavalcava il muretto, entrava nel campo e lanciava alle complici rimaste nella strada la refurtiva. Se la Superiora se ne accorgeva la sequestrava subito e per il resto della giornata ci toccava il ritornello delle ladre di professione.

Un vero peccato che ragazze così fossero capitate proprio a lei tanto perbene da non pronunciare mai la parola “piedi”, piante, diceva, e dopo le passeggiate in campagna ci mandava di corsa a lavarci le piante.

Le piante pulite prima di andare a letto!

La distribuzione dei letti in dormitorio, come quella dei posti nell’aula studio, era fatta in modo strategico: mai le amiche o le compagne di classe vicine, anzi il letto di una “grande” sempre fra due “piccole”, e le caporione vicino alla Superiora che dormiva nel nostro dormitorio circondata però da tende alte e spesse, una specie di fortilizio inespugnabile, marrone, il colore della Beata Maddalena.

Ma l’intransigenza della Superiora, quello che proprio non permetteva e non perdonava, era che si passeggiasse in due nel cortile, che si restasse in due nel refettorio o non importa dove, un divieto che non ammetteva deroghe perché “quando si è in due arriva il diavolo a fare da terzo” diceva. E noi eravamo così ingenue che abbiamo capito solo anni dopo il motivo del divieto.

E’ un miracolo, dice ancora oggi Teresa, se con quelle monache siamo venute su normali. Ricordi quando ci nascondevamo sotto i letti a fare bau bau alla suora assistente? Da non credere, avevamo quasi quindici anni. E la camicia da bagno la ricordi?

La camicia da bagno era una camicia di tela ruvida quasi senza maniche che arrivava un po’ più sotto del ginocchio e che la Madre superiora (laureata in matematica e che seguiva ogni anno corsi di pedagogia per monache) pretendeva indossassimo perché “Dio ci vede anche sotto la doccia.”

Ignoro se qualche ragazza ubbidiva, quelle del mio gruppo no. Non per niente eravamo Anime perdute.

Il periodo che tutte ricordiamo con particolare piacere è stato il maggio del ’52 quando in collegio arrivò un prete nuovo: giovane, bello, che si chiamava padre Saro. Ai piedi dell’altare, tra i fiori e il profumo dell’incenso, con quel viso e i capelli quasi biondi, sembrava un cherubino. Ma un cherubino con almeno un orecchio rivolto verso la terra, perché conosceva tutte le canzonette allora in voga e le infilava nelle prediche. Di quelle prediche noi raramente conoscevamo l’argomento ma sapevamo quante frasi erano state prese dalle canzonette. Le riconoscevamo al volo, e le segnavamo anche! E la Superiora era così contenta, non ci aveva mai viste tanto interessate, prendere addirittura appunti! Faceva tirar fuori il servizio buono del caffè e dopo la funzione lo serviva lei stessa al prete nuovo.

Ti ricordi di padre Saro? mi dice Teresa. E’ morto. Da tempo era diventato grasso, pieno di acciacchi, e di sicuro nelle prediche non metteva più le parole delle canzonette. Ricordi quando la superiora gli serviva il caffè nel salottino che dava nel cortile?

Quello che chiamavamo cortile era un chiostro bello e antico, con piante rampicanti e pergolato, e al centro un pozzo di pietra lavica dove Rita la domenica buttava le salsicce. Le salsicce grosse e grasse delle monache: Rita non riusciva a mangiarle ma non era permesso rifiutarle. Così finivano nel pozzo. E intorno a quel pozzo, nel cortile, l’ultimo giorno di maggio la Superiora, proprio lei, organizzava per noi qualcosa che entrava nel cuore e ci restava: ceri accesi, processione, canti e falò, all’imbrunire, mentre in alto garrivano le rondini.

E nel falò di maggio quell’anno finì il mio Romanzo. Non potevo rischiare di essere scoperta, sarei stata cacciata dal collegio, lo bruciai e me ne pento ancora. Sotto lo sguardo della monaca, sui rami ammonticchiati e il fuoco acceso, lo adagiai come qualcosa di sacro su una pira. Testa fasciata lo fissava. Tutti quei fogli…! E non poteva toccarli, non poteva leggerli, lei che fiutava ogni pezzo di carta con sospetto e apriva perfino le lettere dei nostri genitori. Lo considerava un suo dovere, diceva, era responsabile delle nostre anime, e ora non poteva fare niente, nemmeno impedire che i fogli bruciassero. Mossi le braci e qualche pagina annerita si sollevò in aria e poi ricadde davanti alla monaca che rimaneva immobile.

Ce l’aveva insegnato lei: quel che si mette nel falò di maggio è un segreto fra noi e la Madonna.

Era una Testa fasciata ma non si rimangiava la parola.

 

 

Una storia di fiume

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di Giovanna Stanganello

 

Sul fiume ci sono nata. Quando arrivo alla fine del molo mi piace puntare sul faro perché mi vengono in mente i racconti di mare, gli avvistamenti nella notte, banchi di nebbia e suoni che avvisano i viaggiatori perché gli sforzi di salvezza non s’infrangano sulla meta. Guardo il faro quando il crepuscolo ha disertato il cielo e i viola arancio si fanno bruni. Si accendono le prime luci nelle case della vecchia Castellammare, le vedi tutt’intorno alla costa; quando si illumina quella del faro socchiudo gli occhi: non resta che un guizzo elettrico e l’odore di porto.

Quello che immagino odore di porto, perché non lo riconosco ora che l’attracco peschereccio è diventato turistico. La Pescara è il fiume; D’Annunzio ci ha scritto le novelle, con quella femminilizzazione del nome che il dialetto ha dato al nostro fiume quand’era vecchio. Oggi gli altri dicono il fiume Pescara, per noi è la Pescara, donna, acqua, curva che riceve l’Aterno e confluisce a estuario. Non ci abito più, ma i compagni di sempre chiedono anche ai “fuoriusciti” una memoria, una poesia, una foto che raccontino il fiume da difendere. In meno di 60 chilometri le acque terse delle Sorgenti di Popoli diventano la melma del porto canale per il letale inquinamento delle falde scoperto nei rifiuti tossici che la Montedison ha lasciato in regalo con la fabbrica di Bussi sul Tirino. Me li immagino i miei compagni a piedi o in bici, così com’è scritto sul volantino: “in difesa della bellezza”, faranno il corso della sponda ad est della Pescara, oltre il cementificio, alla discesa dove c’è il canile (quel posto puzzava tanto che gli amici della Madonna del Fuoco, facendo il verso al Vate, parlavano di “orrifici miasmi”); da lì seguiranno lungo l’ultimo tratto del fiume e arriveranno alla spiaggia libera, quella della Madonnina.

Io mando una storia di fiume un po’ datata: è il 1976; giratevi verso l’altra sponda del fiume, però: guardate verso Porta Nuova, è quella la vera Pescara, inglobata poi sotto il fascismo a Castellammare. Ecco, mi sto spostando tra i luoghi dove mi vedevo di nascosto con Nicola per sfuggire alle gelosie di mio padre, dispotico con le figlie femmine e succube del pregiudizio sui ragazzi della Marina. La Marina era uno dei domestici bronx, insieme alle case popolari di via Sacco e Rancitelli degli zingari, di San Donato del carcere: una delinquenza alla buona, schifata dai borghesi che non abitano quei quartieri. I pescaresi veri si mischiano, sono mezzo zingari, e sanno di porto e scafette di pesce fresco. Ma questo forse era più di trent’anni fa, alle due di pomeriggio, mentre pedalo come una pazza per capitalizzare l’ora e mezza che mi sono ritagliata imbrogliando un po’: ho preso in senso inverso via dei Peligni, ho salutato al volo Giordano, la sua calzoleria mette insieme i pezzi meglio di una sezione di partito: il vecchio partigiano Bertone risponde burbero a monosillabi ai giovani del colletivo del Manthoné, l’istituto tecnico che ha la sezione staccata proprio sopra al negozio. Vedendomi passare in senso vietato, Giordano fa per lanciarmi lo scarpone che ha in mano, sono le sue lezioni di prudenza stradale. Sfreccio davanti alle case popolari, due vecchi cuciono reti, una donna grida al figlio piccolo di rientrare in casa, tre ragazzi che danno calci a un pallone fanno apprezzamenti sulle mie gambe scoperte dal vento in bicicletta, mi gridano dietro in dialetto e sghignazzano. Li mando a cacare, tanto più che ho addosso la calzamaglia spessa, non propriamente sexy; il montgomery nero mi piace anche se mi sta un po’ largo; una sciarpa colorata fatta ai ferri da mia nonna mi copre, per abitudine invernale, la bocca e il naso. Me la tolgo con una mano: la destra, perché tengo bene il manubrio solo con la sinistra sulla bicicletta, mi è venuto caldo per la corsa e in realtà il vento non è freddo, per essere febbraio, capita ogni tanto che la sponda dell’Adriatico sia spazzata da un alito di scirocco. Siamo gente di mezzo e ci riscaldiamo con arie d’Africa, certi giorni invece ci geliamo di venti balcanici o ci facciamo prendere alle spalle dai maltempi dell’Appennino.

Mi viene bene smontare al volo, già mi guardo intorno pur sapendo che Nicola è ritardatario e mi dà il tempo di legare la bicicletta al pino piccolo prima della spiaggia, faccio i pochi metri che mi mettono sui sassi del molo, scavalco e resto in piedi ad aspettare voltata verso il fiume, i capelli vanno dove gli pare, ne ho tanti che per dargli un senso devo legarli, lo faccio con un elastico ma quelli più corti sfuggono e mi ondeggiano in anelli davanti agli occhi, è su questi che si posa la mano di Nicola. Silenzioso come un teppista, mi ha fatto sobbalzare. Lo spingo via ridendo senza dire niente e ce ne andiamo dove ci piace, sulle travocche roscie: è quello del marinaio per cui lui lavora all’alba del fine settimana, poi viene a scuola come un mezzo zombie il venerdì e a volte si addormenta; il sabato spesso non si presenta. Il professore di educazione fisica ha detto che gli dà l’insufficienza se continua con queste assenze, ma la sua famiglia se la passa male e lui aiuta in casa. Sua madre vorrebbe lavorare ma il padre è geloso pazzo e la pesta quando beve, soprattutto quando lei non vuole dargli i soldi per andare al bar. La De Crescentiis che quest’anno insegna italiano ha un debole per Nicola perché dice che dietro le arie da forsennato batte un cuore stilnovista. Glielo ha detto con la sua aria seria quando Nicola ha scritto un tema con errori ortografici e una passione tutta sua; poi ha guardato me e ha aggiunto: te lo affido, Di Tommaso, ti do nove in italiano se t’impegni a eliminargli quei quattro strafalcioni di grammatica. Io e Nicola ci siamo guardati impacciati, ma quattro mesi dopo ho preso nove e lui ha scritto un pezzo sulle periferie nel giornale d’istituto. Dopo abbiamo continuato a studiare insieme con le gambe appese sulla pensilina del trabocco rosso scrostato, lo zaino appoggiato al muretto di legno, stando attenti a non fare cadere i libri in acqua. Io da lì m’intridevo i vestiti di odore di fiume, di senso di mare, certe volte correvamo fino al faro come se dovessimo prendere una nave in partenza, lo facevamo per gioco ma lui era realistico nei paradossi: è l’ultimo passaggio e lo stiamo perdendo: se non arriviamo dove finisce il fiume non potremo vederci mai più. Inventava storie tragiche e sconclusionate, così, per farmi venire il patema d’animo, poi rideva mentre io restavo inzuppata di malinconie. Altri giorni al faro ci aggrappavamo l’uno all’altro ad ascoltare l’odore dei mulinelli. Tanto più il tempo era incazzato più alto si alzava un’essenza di profondità, di forze che si scontrano e sanno di faggeti e venti di Popoli, di foglie di pioppo strappate e di piogge trascinate dalla corrente. Respiravo come un balsamo, con i miei capelli selvatici che poi lui annusava prima di salire a casa sua, mentre mi diceva che sapevo di fiume.

Un giorno che faceva freddo siamo entrati nel trabocco e mi è venuta voglia di farci l’amore con questo ragazzo della marina, ma mentre mi stringeva forte da far male, lui mi ha detto: Madonna, io vi rispetto! Un po’ scherzava e un po’ faceva sul serio, perché gli piace parlare come Guido e come Dante, così straniero alla lingua letteraria, la voce da basso gli vibra di dialetto e rime nuove. E io l’adoro. L’amore l’abbiamo fatto il mese dopo, che per me era la prima volta. Abbiamo finito il quarto anno, e il quinto doveva essere il più bello: soffrire agli esami e rinascere, pensare a dopo, viaggiare, che ne so, le cose del futuro. Invece la nave l’ha presa solo lui, quella dove suo zio gli ha trovato un posto dopo che la madre di Nicola è morta. Lei era la colla di una famiglia che stava in piedi in modo obliquo: suo marito, poco lavoro e molto vino; i fratelli, filoni a scuola e vita di strada. La madre di Nicola era così: povera, distinta e tutti avevano i vestiti puliti quando c’era; Nicola portava la sciarpa fatta con un punto fitto, il cappello di lana blu lui lo aveva voluto all’uncinetto anche se la madre diceva che non era da maschio. Con quelle cose di lei si è imbarcato, aveva addosso il cappotto nero di suo zio. Il giaccone fuori moda che mi piaceva si è strappato; è stato proprio questo fratello del padre a rovinarlo: lo tirava, lo tirava via mentre lui dava pugni e scalciava con la bava alla bocca. Ha strappato il giaccone di Nicola per allontanare il fratello dalle mani del ragazzo perché non lo ammazzasse, come aveva fatto quello sciagurato con sua cognata, la madre di Nicola per aprire il portafogli dove teneva i soldi della spesa. L’aveva riempita di botte e poi aveva stretto e stretto le mani senza avere la coscienza che erano appese al collo di lei; Nicola aveva fatto le scale a quattro a quattro ma lei era immobile, la mano serrata sul portafogli e il padre con gli occhi di un pazzo, che non capiva niente.

Ha visto lo zio Michele che è entrato in casa correndo subito dopo di lui. Si è messo le mani nei capelli lo zio, però ha cercato le parole.

– S’ha finite lu monde, Nicò.

A vedere la furia e l’orrore dentro gli occhi del nipote si è messo paura, più di quella che già lo ghiacciava e gli ha detto – lui non voleva sicuro, Nicò, non capisce niente quando beve.

– Adesso glielo faccio capire io – Ma quello che è riuscito a fare, Nicola, è ritrovarsi il giaccone strappato.

 

L’ho cercato tanto dopo il funerale, lo ha cercato la professoressa di italiano, però lui si è fatto negare. Un giorno prima di andarsene ha suonato con il campanello della bicicletta sotto la finestra, riconosco quel suono di allegria perché ci aveva fatto uno studio che lo rendesse squillante. Mi ha fatto segno di scendere e sono volata giù. Ha stretto gli occhi: – Anna – mi ha detto – Anna – E poi se n’è rimasto zitto. Gli ho preso una mano e me la sono portata alla faccia, ci ho chiuso gli occhi dentro e solo allora gli è tornata la voce: – Mi vieni a salutare domani quando parte la Tiziano? Sto un mese a Spalato con mio zio che deve sbrigare certi affari, poi andiamo più su in Croazia da un altro parente che ha lavoro da fare, se non mi piace m’imbarco.

– Nicò, e la scuola? E io? E tu?

Mi ha fatto un cenno vago con la mano e un angolo della bocca tremava; ha sbattuto due volte le palpebre ed è salito sulla bicicletta che quasi sbandava.

 

Al porto avevo la sciarpa tirata su fino al naso; ho alzato la mano e volevo agitarla ma mi è rimasta ferma e sono rimasta così, fino a quando la nave si è fatta piccola. Se ripenso a quella scena mi sento un po’ ridicola, io con la mano come quando il professore fa l’appello o come quando vuoi intervenire e resti ad aspettare che ti diano la parola.

 

Io non lo ritrovo quel sapore di fiume, perché l’acqua che si getta in mare non conosce il vento di Popoli, tutti quei faggeti né le foglie di pioppo con i rami piccoli; ci sono macchie di un colore che non so e un odore che non è un odore.

 

La sorella Rosetta

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di Gabriella Ferrari Curi

Cesarina osservò il viso sorridente di sua sorella: uno sguardo lungo e pieno di rimpianto.
Voleva imprimersi bene nella mente i suoi amati lineamenti. L’aveva fotografata quell’ultima sera, in controluce, con il suo vestito blu di velluto e il colletto di pizzo bianco, illuminata da dietro dal chiarore della televisione. Era venuta benissimo. Proprio lei, in tutto e per tutto.
Le mancava solo la parola. L’avrebbe ricordata così per sempre.
Voleva sistemare la sua fotografia sulla credenza in sala, in una bella cornice d’argento che avrebbe comperato nel negozio Argenterie Rimoldi e Figli, in Piazza nel paese.
“La più bella cornice che avete. E’ per metterci la foto di mia sorella. No, la foto non l’ho con me. Mica è morta, che me la devo portare dietro nella borsa. E poi è di un formato grande,” avrebbe detto a quei due impiccioni dei Rimoldi, marito e moglie con i nasi da formichiere che vibravano per la curiosità. Tempo un’ora lo avrebbe saputo tutto il paese.
“Quanta compagnia ci siamo fatte negli ultimi dieci anni. Che la mia Rosetta è veramente una persona speciale.” Li avrebbe guardati dritti negli occhi con un lievissimo tono di commiserazione nella voce. “Non c’era mai pericolo di annoiarsi con lei!”
Ogni sera quando rincasava, era una gioia pensare a sua sorella ad aspettarla, seduta al tavolo della cucina che fungeva anche da tinello.
Stava di solito dietro le leggere tendine di plumetis inamidate, alla finestra che si affacciava sulla Piazza Grande. Si divertiva a osservare le persone che passavano. Faceva dei commenti arguti su ognuno di loro.
Non le scappava niente. Quasi avesse avuto delle antenne speciali.
Cesarina, mentre metteva a scaldare la cena, le raccontava nella sua giornata: i fatterelli capitati al lavoro, qualche pettegolezzo, chi aveva incontrato e cosa aveva provato quando la Tilde le aveva rivelato in gran segreto che aspettava il secondo bambino, senza essere sicura di chi fosse il padre…
“Ma ci pensi Rosetta, un altro bambino! Immagina se anch’io avessi avuto un bambino, un bel putein! Chissà, forse la mia vita sarebbe stata diversa… Ma va bene così, non mi posso certo lamentare per come mi sono andate le cose.”
Quanti discorsi, quante confidenze! Pensieri intimi che Cesarina non avrebbe potuto svelare a nessun altro. E poi a chi, lì nel paese?
“Rosetta mia, che magone, a doverti lasciare. Sì, hai ragione, adesso che verrà l’Hermann racconterò tutto a lui. Ma non tutto tutto, perché lo sai come sono fatti gli uomini, che si annoiano ad ascoltare i nostri ragionamenti di donne. Sono impazienti, loro. Non che voglia già adesso brontolare sull’Hermann, ci mancherebbe, che lui è proprio un brav’uomo, lo sai, e sono contentissima che ci sposiamo. Poi, con te mi posso sfogare, anche se ci divento un po’ rossa, ma qualcuno nel letto mi manca, che io sono stata sempre una donna calda, e già adesso al pensiero… uh, perché l’Hermann è proprio un bel maschione, e anche ben attrezzato. Ma cosa mi fai dire!”
Ridendo di gusto Cesarina fece alla sorella una carezza affettuosa sui capelli setosi lucidi, che la scorsa domenica aveva tinto in un morbido color mogano, quello della Kerastase, il numero 17.
“Proprio una sfumatura magnifica, questa! Ti sta anche molto bene. Ti dà una luce speciale al viso. Quasi quasi lo faccio anche a me, cosa dici?
No, hai ragione, non ho il tuo colore di carnagione. Anche se come te, anch’io ho dei bei capelli folti. Come quelli della mamma, te la ricordi? quando si scioglieva dietro la crocchia e se li pettinava. Una magnificenza… La minestrina è pronta tra un minuto. L’ho fatta con il pezzetto di vitello che ho comprato questa mattina dall’Antonio. Ho già detto anche a lui che stai partendo… Preparo subito la tavola. A te, per festeggiare la nostra ultima cena insieme, metto davanti il piatto azzurro della povera nonna Anselma, quello con i disegni di fiori, che ti piace così tanto. E un bel bicchiere di Lambrusco frizzante. Viene da vicino a Castellazzo, hai presente i Borri? dalle loro vigne… Ecco cara, e buon appetito! Scusa, ma dov’ho la testa? Con tutte queste emozioni mi sono dimenticata il grana, te ne verso un bel cucchiaio, che alla pastina aggiunge un tocco di sapore buono….”

Cesarina aveva quasi cinquant’anni. Anzi doveva essere già sui cinquantaquattro, ma lei, con aria innocente, barava un po’. Sapeva di dimostrarne di meno, con la pelle cremosa e liscia, lo sguardo malizioso e il fare peperino.
Si era trasferita in quel paese della pianura lombarda a tredici anni per entrare a servizio dalla signora Romilda. Povera diavola anche lei, che dopo aver lavorato quasi tutta la vita nella merceria proprio in Piazza, a Castel d’Isola, le era venuto un bel coccolone. E invece di godersi finalmente i soldi che aveva messo via risparmiando come una formichina, li aveva buttati a piene mani in medici e medicine.
Per darle un aiuto in casa un compare di San Prospero, il suo paese vicino a Modena, le aveva mandato Cesarina.
“E’ una brava figliola, onesta. Gran lavoratrice. Forte come un mulo. Soldi spesi bene!”
Così Cesarina, tra lacrime e speranze, si era trasferita in quella desolata terra straniera. In mezzo a nuvole di zanzare. Grigia. Nell’acqua sotto e sopra, otto mesi l’anno.
Avendo però un’indole ottimista pian piano si era abituata ai modi grezzi e mugugnosi della gente del posto, al cibo a base di riso, alla lontananza dalla sua espansiva, rumorosa famiglia. Aveva calcolato: tengo duro una decina d’anni, metto via un po’ di soldini e ritorno al paese al momento giusto, a trovarmi un marito. Un brav’uomo delle mie parti – che lì siamo tutti più gioviali – con cui mettere su casa, fare un paio di figli e finire i miei giorni con lui, mano nella mano, come la mamma col babbo.
Purtroppo la signora Romilda che stava sempre per morire, durò goccia goccia altri vent’anni. Vent’anni di medici, iniezioni, sciroppi, supposte, clisteri e pannoloni. Cesarina poco alla volta ci si era affezionata e la teneva pulita e profumata come una principessa. Ogni giorno se la portava a spasso per il paese, seduta sulla sua sedia a rotelle che sembrava su un trono, ben vestita e pettinata e il viso bianco e rosa di una bambina.
Che Cesarina aveva avuto da subito una mano delicata in queste cose e occhio attento con creme e profumi.
Una bella domenica di maggio allegra di sole, come se avesse preso finalmente la sua decisione, senza perdere tempo in chiacchiere e lamenti inutili com’era nel suo carattere, la signora Romilda morì.
Cesarina, piangendo, la vestì per l’ultima volta con il suo abito della domenica di pizzo marrone che le stava una meraviglia e per la veglia funebre la sistemò, nella bara, sul tavolo in sala da pranzo.
Fu proprio in quell’occasione che tutti poterono verificare di persona e da vicino che con le sue cure, nonostante i lunghi anni di malattia, la signora Romilda era diventata quasi attraente. Lei che da giovane, poveretta, non aveva avuto neanche la bellezza dell’asino, come dicevano da quelle parti. Che il marito, il defunto Tonino, l’aveva sposata soprattutto per la sua merceria che portava un fiume di soldi, non certo per la sua avvenenza.
In un frenetico incrociarsi di telefonate per comunicare la triste notizia, tutte avevano commentato: “La Romilda da morta? Uno schianto! Dimostra sì e no cinquant’anni. Pelle di seta. Senza una ruga. Un vero miracolo.”
Si era sparsa la voce. Addirittura molte donne anche dei poderi intorno, che la conoscevano poco o nulla, erano venute apposta per costatare un tale cambiamento. Chine sulla bara aperta, come a mormorare lentamente una preghiera commossa, avevano scrutato le sopracciglia folte e ben disegnate, il contorno degli occhi e della bocca liscio e compatto, le labbra turgide. La povera Romilda, con i suoi radi capelli gonfiati dalla lacca e distesa serena nel suo vestito color caffè, ben stirato, aveva un’aria così fresca e pimpante, da far invidia a tutte le donne venute a salutarla.
Alla sua morte Cesarina si trovò sola.
Con un piccolo gruzzolo che la sua assistita, senza parenti, le aveva lasciato. E l’appartamento nella Piazza. Incerta se ritornare al suo paese, dove era difficile trovare lavoro e tirar su quattro soldi o sfruttare in pieno la fortuna che le era capitata lì.
Si decise: fece un corso intensivo di tre mesi a Pavia per avere un diploma da appendere al muro e aprì un salone di bellezza, l’Istituto Cesarina, unico in tutto il paese.
Sembrava una bomboniera con le pareti dipinte di rosa confetto e le seggioline d’oro.
Vista la convincente pubblicità che senza volerlo le aveva fatto la defunta Romilda, la sua attività ebbe un gran successo da subito. Cesarina era felice. Si sentiva arrivata. “Estetista“, si ripeteva ogni tanto, perché la parola le suonava bene, più che se l’avessero chiamata avvocato o dottoressa.
“Sì, io sono l’estetista del paese”, proclamava con aria d’importanza appena conosceva qualcuno di nuovo. “L’unica dei dintorni.”
E’ che purtroppo tanta gente nuova da lì non passava. Soprattutto di maschi nuovi. Gli altri, tra l’altro niente di che, erano tutti sposati, ingabbiati stretti da famiglia e figli. Cesarina quando avrebbe potuto cogliere qualche buona occasione era stata troppo occupata, giorno e notte, con la signora Romilda, e non le restava il tempo per divertirsi, incontrare qualcuno e pensare a sistemarsi.
Così la sera o il sabato e la domenica, quando l’Istituto chiudeva, non sapeva che fare.
Tutte grandi amiche, le donne del paese, molte anche clienti affezionate.
Che si confidavano e le chiedevano consigli su ogni argomento. Che ridevano alle sue battute e ascoltavano i suoi discorsi. C’era con loro una certa disinvolta intimità, anche perché per il massaggio le vedeva distese sul lettino nude. Però la sera, e neppure la domenica, non facevano mai nessun programma con lei. Quando le incontrava per la strada non sembravano più le stesse, non si fermavano a chiacchierare, si salutavano appena. E proseguivano subito frettolosamente. Anzi la Mocchetti Ida, quando c’era stata la comunione di suo figlio Germano, che Cesarina aveva visto crescere, non l’aveva neanche invitata alla festa che aveva fatto al Ristorante Boschetto, che per la grande occasione aveva affittato tutto, e decorato con palloncini bianchi e rossi.
Porca vacca, nessuno a Castel d’Isola aveva mai visto tanta originale sciccheria, fu il commento unanime di tutti i partecipanti all’evento.
“E’ che i posti a sedere erano a coppie e tu ti saresti sentita a disagio a dover stare al tavolo delle vedove scompagnate. Tutte ben più vecchie di te e perfino un po’ tristi”, si giustificò imbarazzata la Ida, e anche un po’ sorpresa quando le riferirono che Cesarina ci era rimasta male. Oh, ben, questa! Chi ci andava a pensare!
Cesarina la domenica, dietro la finestra che si affacciava nella Piazza Grande, scostando appena un po’ la tendina ricamata, osservava le famiglie del paese, i Corti: marito e moglie e tre bambini goffi e con la testa grossa, i Rurale insieme alle due vecchie zie zitelle, piccole e magre, sempre vestite di grigio come due secondine, il gruppo compatto
e riverito della famiglia del sindaco, il geometra Maurelli Adelio, che con le palazzine condominiali aveva fatto dei bei soldi. La moglie Mariastella ogni domenica sfoggiava un vestito nuovo, che d’inverno lasciava intravedere dal cappotto lasciato appositamente aperto.
La domenica mattina alle undici proprio quasi sotto le sue finestre passavano tutti per andare a messa nella Parrocchia di Santa Maria della Neve, con i bambini e le nonne e i parenti al completo, poi si fermavano sul sagrato a chiacchierare e magari a progettare il programma per la giornata e infine andavano a gruppetti alla Pasticceria Dolci Sensazioni a comprare le paste. Un piacevole rito mondano: la Mercedes, con il suo grembiule di raso nero con colletto di pizzo e i polsini bianchi, che conosceva i gusti di ognuno, li serviva, gratificandoli con piccoli commenti appropriati e scherzosi. Dopo finalmente tutti a casa a tavola e la piazza si svuotava.
Poche ore più tardi nel pomeriggio, se la giornata non era piovosa, si animava di nuovo, gli abitanti a zonzo per la pigra passeggiata nel corso a sfoggiare il vestito buono e il rituale del caffè preso al bar. Gli uomini col colorito rubizzo e l’espressione un po’ beota di chi a pranzo aveva mangiato tanto e bevuto ancora di più, si scambiavano battute sporcaccione mentre le donne, con la pettinatura rigida da parrucchiere, stavano in disparte fingendo di scandalizzarsi, la mano davanti alla bocca e gli occhi spalancati.
Fino a sera quando toccava ai ragazzi a uscire. Gruppetti vocianti che si attardavano prima di andare in discoteca a Pavia.
Cesarina, tranne qualche volta per la messa, rimaneva chiusa in casa l’intero giorno, esclusa dalla vita del paese. Sempre sola a far passare le ore.
“Non che mi facciano una grande simpatia, ‘sti burini a festa. Il marito della Mocchetti con il suo abito marrone una taglia di troppo – che i pantaloni gli si arricciano alle caviglie come a un disgraziato – è un noioso morto in piedi e in casa dei Grandori mi hanno detto che si mangia poco e male, perché lei, la Mariuccia, è un cane che riesce a rovinare perfino una fetta di prosciutto. Magari, anche se me lo chiedessero, probabilmente rifiuterei, di andarci. Però almeno una volta mi potrebbero invitare! Se non altro per cortesia.”
Si sentiva un po’ umiliata da tanta mancanza di rispetto. E dall’essere lasciata in disparte così, come fosse stata un nessuno. Rifiutata dalle persone che nel suo Istituto invece la trattavano con confidenza cordiale.
Che spesso rimanevano oltre il tempo del massaggio, per farsi due chiacchiere tutte insieme, da una cabina all’altra.
E poi perché questa specie di quarantena? Avevano paura che, essendo sola, s’insinuasse nella loro famiglia e se la trovassero sempre tra i piedi a piatire un po’ di compagnia? Sì, proprio lei era il tipo!

Piccola di statura, con il corpo un po’ tozzo, ma bello sodo, le gambe corte e muscolose, i lineamenti forti da contadina, gli occhi birichini e ancora l’accento generoso della sua terra d’origine, la Cesarina la si poteva considerare una donna piacente.
Con la Panda che si era comprata alcuni anni prima, qualche volta, soprattutto d’estate, era andata da sola a ballare nelle balere dei paesi vicini, per non suscitare pettegolezzi. Ma nonostante il suo modo di fare alla mano e ingenuamente seduttivo, un marito non se lo era proprio trovato. Tanti corteggiatori, questo sì. Ma diverso era il suo scopo.
Anche se lei ormai con gli anni che passavano così in fretta, si sarebbe di molto accontentata.
Si trovò invece un amante fisso. Un camionista. Una pasta d’uomo che faceva avanti indietro ogni settimana la Monaco-Genova e che una sera si era fermato a Massaua a dormire, perché il suo camion aveva avuto un guasto. Veniva dalla Baviera, dove viveva in una cittadina vicino a Norimberga – glielo aveva raccontato subito – con una moglie bionda e gigantesca come lui e un paio di ragazzini. Con la sua risata esplosiva e le sue grandi bevute di birra, che si era accumulata tutta sul ventre prominente e teso come un tamburo, alla Cesarina era piaciuto subito, seduto sull’alto sgabello del bar del Dancing Honolulu.
Eccome, se le era piaciuto! Tanto che il giovedì chiudeva il suo Istituto alle sette, “Vado a trovare una mia vecchia zia alla lontana”, diceva alle clienti pettegole e con la sua macchinetta andava all’Hotel Moderno sperduto nella campagna di Bereguardo. Portava con sé ogni volta ben avvolto nella carta d’argento per tenerlo al caldo o un bel tegame di pasta al forno o degli agnolotti conditi generosamente con burro fuso e salvia.
Perché nei dintorni, soprattutto nei giorni feriali, ristoranti e trattorie chiudevano presto.
A quell’ora le sue donnette clienti dell’Istituto andavano al Bar Moka a spararsi uno svogliato aperitivo con tre olive vizze, per sentirsi un po’ come le protagoniste di Sex and the city, pensava, ironica, deponendo sul comò della stanza tutte le buone cose che aveva portato e che riempivano l’aria di un profumo succulento.
Mentre lui, l’Herman, appena entrato nella camera, senza perdere tempo in tante smancerie, la prendeva subito, così, quasi senza spogliarla. Solo un bel pezzo dopo, finalmente appagati, pensavano a svuotare il cesto con tutto il suo ben di dio. Non mancava mai la birra. Ma anche una bella bottiglia di frizzante Lambrusco.
Un giorno, buttando giù l’ultima forchettata di un’intera teglia di lasagne al forno che aveva divorato, come fosse stata l’ultimo pasto di un condannato a morte, Hermann cupo in faccia avvisò Cesarina che con il suo camion non avrebbe percorso più quella tratta. La sua ditta lo destinava al nord dell’Europa, Norvegia, Danimarca o giù di lì. Glielo disse, e poi in lacrime e anche un po’ubriaco, per l’ultima volta l’abbracciò stretta quasi da stritolarla.
Per Cesarina incominciò una solitudine che ora le rodeva dentro più di prima, perché non era condita neanche con l’attesa esaltante dei suoi eccitanti, clandestini giovedì.
Una sera che svogliatamente stava sfogliando un giornale, la sua attenzione fu attirata da un’offerta pubblicitaria. Lesse attentamente un paio di volte e il suo viso prese subito colore, la sua mente incominciò a lavorare. Era un’idea azzardata, ma tutto, nella sua vita, non era stato semplice. Eppure guarda dove era arrivata!
L’ordinazione la fece in grande segretezza, addirittura andando direttamente a Pavia un lunedì mattina presto. Si fece mandare il pacco anonimo al Fermo Posta, dove tra mille peripezie e un bel po’ di batticuore, andò a ritirarlo un venerdì sera. Parcheggiò poi la Panda in una stradina isolata vicino a casa.
Nottetempo, pregando la madonnina santa che nessuno la scorgesse, con molta fatica portò a casa il suo tesoro: la bambola “Payme Patty”.
Ordinata per posta dal catalogo Shoppingsex.
La tolse circospetta dallo scatolone, senza etichette pubblicitarie, in cui era stata piegata e la gonfiò con cura con l’apposita pompa in dotazione.
Le ci volle quasi mezz’ora. A lavoro compiuto l’osservò con aria critica.
Anche se la Patty era la bambola più semplice e umana del catalogo nel quale l’aveva scelta, senza le tettone e il culone delle altre, era assolutamente necessario farle alcuni ritocchi.
Lei che tutta la settimana aveva studiato ogni sera con grande attenzione le foto, se l’era immaginato e aveva preparato in casa tutto il necessario.
Quella che richiese maggior impegno fu la bocca, per farla diventare normale, che a vederla così spalancata come quella di una morta strangolata, le faceva anche un po’ impressione.
Dopo un lavoro paziente e di grande abilità col silicone e le matite del trucco, con la biancheria che aveva comprato e un grazioso vestitino celeste a fiori, nonché una folta parrucca color mogano, la bambola gonfiabile Payme Patty, ormai irriconoscibile, era diventata Rosetta: la sua amata sorella.
Di lei parlò eccitata con tutte le clienti.
“Ieri sera tardi mia sorella è arrivata dal mio paese vicino a Modena per passare un po’ di tempo con me. Lì ormai non c’è rimasto quasi più nessuno della famiglia… La Rosetta non cammina molto bene, per un incidente di macchina alle gambe e quindi non esce… Scrive poesie. Al paese ha vinto perfino un concorso “Belle Parole per un anno”. Venti composizioni che hanno stampato in un vero libro rilegato. Hanno letto le sue poesie nella sala del Comune, davanti al Sindaco, alle Autorità e al Parroco. C’era un sacco di gente ad applaudirla, a farle le foto. L’hanno intervistata anche sulla Gazzetta locale.
Ci siamo sempre fatte molta compagnia, io e lei, e non smettiamo mai di ridere, perché la mia Rosetta è molto spiritosa, ha sempre qualcosa per la testa, non una di quelle persone che ti fa sbadigliare dalla noia solo a guardarla in faccia. Per questo ci piace starcene per conto nostro. Ci siamo sempre bastate. Poi so già che qualche sera verrà a trovarci la zia da Bereguardo e anche i cugini e gli amici. Che la rivedono volentieri.
Perché alla Rosetta vogliono tutti bene, con il carattere simpatico che ha.“
Si sparse subito la voce.
Le donne d’improvviso presero a invitarla al Bar Moka in piazza per prendere insieme un caffè prima di tornare a casa a preparare la cena alla loro noiosissima famiglia: volevano notizie, venire a trovarla, combinare una domenica insieme, desiderose di vedere in faccia la nuova arrivata che sembrava, dalle descrizioni, graziosa e simpatica. E anche un po’ speciale.
“Perbacco! Addirittura una poetessa! Una che ha scritto un libro col suo nome! Non cosucce da niente. Famosa. Messa addirittura sul giornale. Qui a Castel d’Isola non abbiamo mai avuto nulla del genere.”
Anzi la Mocchetti aveva subito affermato decisa: “Io e lei andremo immediatamente d’accordo. Perché io dentro sono sempre stata un po’ poetica.”
Poi una persona nuova, di compagnia: era un bel diversivo nella piccola comunità, imprigionata nelle sue abitudini in cui si sentiva spesso soffocare, che l’ultima volta che aveva visto dei volti nuovi era stato con l’arrivo, tanti anni prima, delle zie dei Rurale. Neanche tanto simpatiche, a dirla tutta, brutte, vecchie e un po’ sorde.
Ma adesso era la Cesarina che rifiutava. Voleva rincasare presto e già in strada, – confessava tutta allegra alle clienti – le si allargava il cuore a scorgere dietro le tendine del tinello la sagoma della Rosetta che passava la giornata a scrivere le sue bellissime poesie, che mandava al paese al Sindaco, per metterle in un altro libro, e poi a sera la aspettava.
Le piaceva preparare la tavola per due, chiacchierare, commentare i fatti della giornata, guardare insieme qualche programma alla Tv, mangiare un dolcetto prima di augurarsi la buona notte. Lo andava a scegliere anche lei alla Pasticceria Dolci Sensazioni.
”Ce lo gustiamo dopo cena, mentre guardiamo la televisione. E’ golosa, la mia Rosetta!”
Davanti a quel paese di gente chiusa, diffidente e ingrata, non era più la zitella da compatire come avevano fatto fino allora, con un pizzico di trionfante malignità:
“Povera Cesarina. Farà un sacco di soldi con il suo Istituto, ma la sera, sola come un cane!”, e da lasciare accuratamente in disparte, perché:
“Ragazze, se si è un po’ furbe, non s’invita a casa una donna libera e ancora sulla breccia. Che magari il marito può farsi venire il ghiribizzo.“
Una donna indipendente! Con il suo appartamento dove può invitare chi vuole, senza rendere conto a nessuno!
“Che si sa, l’uomo è cacciatore! E’ nella sua natura. E gli basta poco per non riuscire a frenare la fantasia. Anche al più onesto.”
Sorrisini. Sguardi maliziosi.
Le aveva indovinate, Cesarina, le chiacchiere di quelle bigottone invidiose e malfidenti!
Adesso, guarda, proprio quella ficcanaso della Mocchetti, la più sfacciata di tutte, una sera quasi all’ora di cena le si era presentata a sorpresa a casa con la scusa di farle controllare uno sfogo che le era improvvisamente apparso sulla faccia. Uno sfogo! Una microscopica macchiolina sulla fronte.
“Sarà mica stata la crema che mi hai messo oggi per il massaggio?” le aveva domandato come scusa e intanto in anticamera allungava il collo come un’oca, pronta a entrare di slancio. Cesarina, ferma ma gentile, l’aveva spinta con forza sul pianerottolo.
“Scusa se non ti faccio venire dentro, ma la mia Rosetta ha un po’ d’influenza e si è appena appisolata sulla poltrona in tinello. Non voglio disturbarla, che già stanotte ha dormito poco per la tosse,” la congedò sussurrando. “Ci vediamo domani all’Istituto. Non perdiamo tempo adesso, che anche tu avrai la tua famiglia da mettere a tavola! Ed io non
vorrei che mi si bruciasse la cena sul fuoco”.
Dal piccolo appartamento usciva un casalingo, appetitoso profumo di spezzatino. Anche lì, come in tutte le case del paese, la cena era quasi pronta.
Quante sghignazzate si era fatta poi con la Rosetta dopo il batticuore di quella visita improvvisa e quando l’aveva imitata, facendo la bocca stretta a culo di gallina, come faceva la Mocchetti, che diventava tutta pettoruta nei momenti in cui si sentiva furba.
“Sì, uno sfogo! Pensa tu, che trovata! Una macchiolina piccolissima che probabilmente si é fatta con la biro. Una scusa per venire a ficcanasare e per vederti da vicino, la scema!”
Si sentiva ridere fino in strada.
O come la volta che era arrivato addirittura l’Adelio Maurelli, il marito della Mariastella. Aveva un po’ bevuto, lo si percepiva dall’alito greve a metri di distanza. Di soppiatto una sera, dopo il lavoro, era entrato silenziosamente dietro di lei nel portoncino e l’aveva seguita sul pianerottolo buio, brancicandola malamente con le mani dovunque e sbavandole ansimante sul viso.
Grugniva: “Dai, che so che ti piace. Una donna sola come te… chissà che fame che hai di maschio… che senti qui cosa c’è, dentro i pantaloni…” Il suo faccione solitamente squadrato e pallido e con una certa espressione astuta, si era tramutato in quello di un omarino cattivo e prepotente. Va beh, che aveva la madre che non moriva mai, affetta di Parkinson. E che il suo nuovo affare edilizio puzzava di galera. Ma questo non lo giustificava dal metterle le sue manacce sotto la gonna.
Arrabbiata lo aveva allontanato facilmente, perché era forte, la Cesarina.
“Aho! Sei via di testa? Cosa ti passa in quel cervellino da gallina? Lasciami stare e vattene. Che poi la Rosetta s’incazza ed è buona di mettersi a strillare così forte che arrivano i pompieri anche dalle frazioni vicine! Capace che fa scrivere il fattaccio anche sul giornale del nostro paese!”
Perché ora pure lei aveva una famiglia, non era più una povera donna qualunque che passava le sue serate e le feste sola, compatita da tutti, aveva una sorella perfino importante, che le faceva da scudo protettivo da tutte le cattiverie.
E va all’inferno! a quei villani mugugnosi che solo adesso, che non ne aveva più bisogno, si stavano accorgendo di lei!
Quasi dieci anni erano scivolati via in compagnia di Rosetta quando, inaspettata come un fulmine, arrivò dalla Baviera una lettera:
Cara Zesarina, io in pensione e finito lavoro. Mia frau morta e ragazzi partiti. Non te mai dimenticato. E pensato sempre con grandissimo amore e nostalgia. Io arriva in tre giorni. Se vuoi sposo te e viviamo sempre insieme. Aspetto tua risposta che spero ja. Tuo caro Hermann.
Seguiva il numero di telefono.
“Mariavergine,” sussurrò Cesarina mentre credeva che le venisse un colpo, per la gioia. Aveva aperto la lettera nella pausa tra un massaggio e l’altro. Senza dire una parola alle clienti, che non ne sarebbe stata neanche in grado tanto aveva la gola chiusa, abbandonò il suo Istituto e corse a casa dalla Rosetta:
“Chi se lo aspettava più. Dio mio, senti come mi batte il cuore. Il mio gigante biondo! Ritorna da me. Non mi ha mai dimenticato!” Abbracciò la sorella, le stampò due baci di felicità sulle guance e ritornò di corsa al lavoro.
Sprizzava splendore. A chi le chiese se era successo qualcosa, fece la misteriosa: “Vedrete, donne, che bella sorpresa vi prepara la vostra Cesarina, una sorpresa che proprio non ve l’aspettate. Una sorpresa da far resuscitare tutti i morti, qui a Castel d’Isola!”
Solo verso sera le venne in mente: “Dio mio, e la Rosetta? Non posso farla trovare in casa dall’Hermann. Come faccio?”
A cena piangendo Cesarina illustrò alla sorella il suo piano. Pure la Rosetta era triste, ma le faceva anche coraggio: “Non pensare a me. Adesso importante è l’Hermann. Io sarò sempre nel tuo cuore e tu nel mio. Qualsiasi decisione dobbiamo prendere, noi saremo sorelle per tutta la vita.“
Il giorno dopo a notte fonda Cesarina, che aveva parcheggiato la macchina davanti casa, scese a fatica le scale del palazzetto in cui abitava, con Rosetta tra le braccia. La teneva diritta davanti a sé, che sembrava che camminasse. Le aveva lasciato addosso il vestito, la biancheria, la folta parrucca.
Non aveva avuto cuore di spogliarla e di piegarla per metterla nella scatola. E neanche Rosetta aveva voluto.
Con la sorella seduta sul sedile accanto e il cuore pesante, aveva guidato la sua Panda fino a raggiungere un ponte sul Ticino, un posto un po’ solitario che aveva scoperto con l’Hermann, nell’unico intero week end che avevano passato insieme.
Con circospezione e gentilezza fece scivolare Rosetta fuori dalla macchina. Le avvolse il corpo fino alle spalle in un lenzuolo, una specie di sacco e sul fondo mise delle pesanti pietre.
Dopo un ultimo bacio, piangendo, la lasciò andare nella corrente. Poi, al chiaro della luna appesa nel cielo come un fanale, stette a guardarla mentre si allontanava.
Rosetta si girò verso di lei lentamente, con la mano alzata, a salutarla.
Per l’ultima volta.
Cesarina, che quasi non ci vedeva per le lacrime che aveva negli occhi, fece ritorno a casa. Che le sembrò, per la prima volta dopo tanti anni, vuota e abbandonata.
Per fortuna tra qualche giorno arrivava il suo Hermann.
Avevano già preparato le carte.
Si sarebbero sposati il sabato successivo, a Bereguardo, loro due soli con due testimoni, dei suoi colleghi che, come lui un tempo, facevano la tratta Monaco-Genova.
Non avrebbe invitato nessuna delle donnette del paese, che non l’avevano mai voluta come amica e l’avevano sempre snobbata. Lei, una donna sola, da tener lontano per paura e interesse.
Avrebbe fatto loro una bella sorpresa. Se le immaginava già le facce livide di quelle sceme a presentargli la domenica mattina, davanti al sagrato della chiesa il marito, grande, bello, biondo, allegro e soprattutto che sprizzava entusiasmo e mascolinità da tutti i pori. Autentico.
“Sì, sono sua moglie” avrebbe detto facendo vedere la fede che luccicava al dito. “Sono la signora Mayer. Cesarina Mayer! Come ci siamo conosciuti? Oh, é una lunga storia terribilmente romantica, da cuore e batticuore, tipo telenovela, che in questo momento non abbiamo tempo di raccontare. Dobbiamo correre a Pavia. Ci sono gli amici dell’Hermann che ci aspettano per festeggiarci!”
A lui, un giorno, avrebbe raccontato della sua amata sorella e di quanta compagnia le aveva fatto in tutti quegli anni.
“Abbiamo lo stesso carattere e andiamo sempre d’accordo. Ha più o meno la mia età e i capelli color mogano. Però è più alta di me. Ha preso dal povero babbo, che era anche lui un gran pezzo d’uomo. Ora è ritornata al paese. Un giorno andremo a trovarla.”

E la Rosetta, senza la sua adorata Cesarina?
Beh, due giorni dopo la prese all’amo un pescatore solitario.
Anche lui ebbe modo di apprezzarne il buon carattere e l’affettuosa compagnia.

BIG BANG

di Silvano Gasparetto

 

 

 

La colazione è sul tavolo, il pranzo nel frigo, scaldalo nel microonde a potenza 3 per 50 secondi. Mangia tutto.

A stasera.

Mamma

P.S. Non combinare pasticci.

 

Beniamino accartocciò il biglietto e lo gettò in pattumiera. Bevve un bicchiere di latte, uscì di casa e diede un’occhiata in giro: accanto alla porta dei vicini un portaombrelli, più in là una stretta scala che certamente portava alla terrazza di cui aveva parlato la tipa dell’agenzia. Salì contando i gradini, appoggiando il piede sinistro su quelli dispari e il destro su quelli pari: uno sinistro, due destro, tre sinistro, quattro destro.

Dopo due rampe si trovò davanti a una porticina verde, che si aprì appena toccò la maniglia. Uscì abbassandosi per non picchiare la testa; la luce del sole, riflessa dal pavimento chiaro, lo abbagliò. Il vento gli scompigliò i capelli. All’orizzonte, sul mare, si addensava una massa di nuvole violacee.

Aveva dormito poco quella notte, forse il letto nuovo, o lo stress del trasloco. Il giorno prima, mentre portava su gli scatoloni, sul pianerottolo aveva incontrato la vicina, una piccoletta dalla pelle scura e grandi occhi a mandorla, più o meno della sua stessa età; usciva dalla porta accanto alla sua. L’aveva salutata, e subito si era pentito, perché lei non l’aveva neanche guardato in faccia. Che cafona, chi credeva di essere?

A un tratto sentì sbattere la porta; forse è stato il vento, pensò. Gli venne un dubbio: si aprirà dall’esterno? Tornò indietro lentamente, come per rimandare la brutta sorpresa: infatti era chiusa, e non c’era maniglia. La spinse, la scosse, niente da fare. Gli venne in mente che anche la porta di casa, senza chiavi, non si apriva dall’esterno. E lui non le aveva prese le chiavi, e neanche il cellulare. Bisogna che trovi una soluzione, la mamma non deve venire a sapere che mi sono messo in questo guaio, pensò. Si affacciò dal lato del loro balcone: Nessun appiglio per calarsi giù. Di saltare neanche a parlarne, era troppo alto. Si guardò in giro cercando qualcosa che potesse servire, ma c’era soltanto, in un angolo, la base di un ombrellone. Avrebbe potuto chiamare aiuto, qualche vicino forse l’avrebbe sentito. Quelli del primo piano erano tutti via, poco prima di uscire aveva visto, dalla finestra, uscire il padre, e poco dopo la moretta con la madre. Al pianterreno, nell’appartamento sotto il loro, forse c’era qualcuno. Subito scartò l’idea: non avrebbe mai potuto, il primo giorno che era lì, fare una figura del genere con i vicini; piuttosto, meglio affrontare il sarcasmo della madre. Gli toccava aspettare fino a sera il ritorno dei suoi. Perché queste cose dovevano capitare sempre a lui? Sedette sul pavimento nell’unico punto dove c’era un po’ d’ombra, a ridosso di quella specie di abbaino da dove si accedeva alla terrazza, e appoggiò la schiena al muro.

Il pavimento era ricoperto da grandi piastrelle. Le contò: sul lato corto erano venti per ogni fila, su quello lungo ottantasette. Però non erano quadrate, un lato era forse il doppio dell’altro, e nell’ultima fila del lato lungo erano tagliate circa a metà. Dunque, per sapere quante erano avrebbe dovuto togliere mezza fila, moltiplicare…

Forse fu il freddo a svegliarlo, la felpa che indossava era troppo leggera, o forse il cigolio del cancello. Guardò il cielo coperto da nuvole basse. Il vento era aumentato. Si affacciò con cautela e la vide percorrere il vialetto. Era lei, la vicina spocchiosa che tornava da scuola.

 

Marta chiuse il libro e si avvicinò alla finestra. I prodotti notevoli: Formule di calcolo per i polinomi che permettono di scomporli…

Quante chiacchere inutili, si fa più fatica a imparare le definizioni che a capire come funzionano. Li so usare, perché debbo anche ricordare la filastrocca? Me l’immagino la risposta della prof: Perché te la chiedono, cara! Naturalmente intendo la prof che ho in casa.

La madre aveva i colloqui con i genitori e sarebbe rimasta a scuola tutto il giorno, il padre tornava sempre dopo il tramonto. Le piaceva starsene col naso appoggiato al vetro a guardare fuori. Oltre il piccolo giardino delimitato da una cancellata che circondava la casa, ancora qualche costruzione bassa, poi, dopo la statale, il mare. Il vento staccava dalla cresta delle onde spruzzi che arrivavano fino alla strada. Era una delle ultime case della periferia Est della città, una palazzina con due appartamenti al piano terra e due al primo. Uno degli appartamenti al pianterreno veniva occupato solo d’estate. Sentì gridare i fratellini del piano sotto, due gemelli casinisti; intervenne la madre urlando più di loro. D’un tratto tacquero tutti. Arrivava, da lontano, il rumore delle onde che si rompevano sul molo, poi il brontolio di un tuono; forse avrebbe piovuto.

Era arrivata una nuova famiglia nell’appartamento accanto al loro, dove prima abitava la zia Agata. Quand’era piccola passava con lei quasi tutte le giornate; la mamma la lasciava da lei quando usciva per andare al lavoro e la riprendeva nel pomeriggio. La sua porta era sempre aperta, la chiudeva solo quando andava a letto. Preparava dei dolcetti alle mandorle che di così buoni non ne aveva più assaggiati. Marta la chiamava Zia Ga, e la zia chiamava lei Ma. Poi, anche quando crebbe, continuarono a chiamarsi così, Ma e Ga. In realtà era solo una vicina, ma per lei era più zia di qualsiasi vera zia. Aveva i capelli raccolti dietro la testa e gli occhiali rotondi, papà diceva che sembrava nonna Papera.

Una sera venne a trovarle una signora con la sua bambina, che aveva circa l’età di Marta. La mamma la prese in braccio e la baciò, la piccola teneva la testa girata dall’altra parte, ma lei continuava a coccolarla, anche se era chiaro a tutti che quella non aveva nessuna voglia delle smancerie di un’estranea. Marta uscì e andò dalla zia Ga: – Io lì non ci voglio più stare, – le disse, ‒ resto da te.

Ga si fece spiegare il problema, poi: – Aspettami qui un minuto solo.

Andò di là, la sentì parlare piano con la mamma. Quando tornò tirò fuori dal ripostiglio una brandina, l’aprì, la piazzò in salotto e in pochi minuti il letto fu pronto. Quella notte Marta dormì lì. Il giorno dopo, quando la mamma tornò da scuola, si era dimenticata tutto. Non si fermò più a dormire dalla zia, ma, soprattutto quando litigava coi suoi, era bello sapere che la sua brandina era lì, col letto fatto.

Poche settimane prima, tornando da scuola, vide un’ambulanza davanti al cancello. Sapeva che Ga non stava bene. Si fermò dall’altra parte della strada e attese. La vide uscire sdraiata su una barella, legata con delle cinghie arancione. La zia la vide, e da lontano le sorrise. Marta voleva avvicinarsi per salutarla ma non ci riuscì, non capì mai cosa la trattenne. Anche le tute delle ragazze che spingevano la barella erano arancioni.

Nella nuova famiglia erano in tre, una coppia con un ragazzo, uno spilungone dall’aria timida. Si erano incrociati sulle scale, lui saliva carico di bagagli. La salutò, lei gli sorrise appena, poi pensò a lui tutta sera. I tre passarono tutto il pomeriggio a scaricare scatoloni, i mobili l’avevano portati il giorno prima quelli dei traslochi.

Diede un’occhiata fuori dalla finestra: cominciava a piovere.

 

Beniamino tornò a sedersi, chiuse gli occhi e lasciò vagare il pensiero: Mi farò dei nuovi amici, speriamo che a scuola i compagni non siano stronzi. E speriamo di conoscere delle ragazze, forse in provincia è più facile. Il tempo non passava, così si imbarcò in una delle sue fantasie: La porta si apre e compare Luisa, la cassiera del bar dell’ospedale. L’aveva vista al San Martino, quando, con i suoi, era andato a trovare Gianni, il fratello della madre. Nel corridoio incontrarono Cesare; l’aveva conosciuto la volta precedente, era sempre lì, seduto su una sedia di fronte alla sala TV. Lo salutò.

– Ben! – rispose lui allegro, – ti aspettavo, la valigia è quasi pronta, cinque minuti e arrivo.

Scappò nella sua stanza. Cesare era convinto che chiunque entrasse in reparto fosse lì per portarlo a casa dai suoi. Piccolo e grassottello, col viso infantile, vestiva sempre una tuta rossa col marchio della Ferrari. L’infermiere una volta disse che i suoi genitori erano morti in un incidente quando lui aveva dieci anni e, nei brevi periodi in cui non era ricoverato, viveva con dei lontani parenti. Quando raggiunsero la camera di Gianni, la madre lo mandò giù al bar a prendere una bottiglia d’acqua, forse per toglierselo di torno; lui ci andò volentieri, perché non sopportava il comportamento di lei col fratello, e anche perché la cassiera aveva due tette stupende, che mostrava orgogliosa indossando camicette scollate. Luisa, così l’aveva sentita chiamare da un collega, ultimamente era la principale protagonista delle sue fantasie erotiche. Mentre faceva la fila alla cassa la osservò, affascinato da quei seni che, a ogni movimento, dondolavano in tutte le direzioni, ognuno in modo autonomo.

Luisa esce sulla terrazza, si guarda intorno, si accorge di lui, sorride. È in ciabatte, addosso ha una vestaglietta di tessuto morbido che mette in risalto le forme, con i capelli spettinati è ancora più eccitante, gli si avvicina e sussurra: – Abito qui al pianterreno, vieni da me. – Mentre parla lo guarda con…

Una goccia fredda gli cade sul naso. Ci mancava solo questa. Il cielo non promette nulla di buono, è pieno di nuvoloni bassi. Sente un tuono e dopo pochi minuti comincia, prima lentamente, come per prepararsi, poi scroscia forte. Si addossa alla porta, è il posto più protetto, ma in breve è completamente bagnato. Aumenta ancora, è un acquazzone violento, sente freddo, comincia a battere i denti. Picchia forte sulla porta col palmo aperto, ma la pioggia fa un rumore tremendo, chi lo può sentire? Dopo un po’ desiste, cerca di farsi più piccolo che può per ripararsi sperando che non duri a lungo.

 

Marta è pensierosa. La mamma ultimamente è strana, parla poco, sia con lei che con papà. A volte sembra triste, e, se le chiede perché, cerca di distrarla parlando d’altro. Sono finiti i mormorii e le risatine che sentiva la sera provenire dalla loro camera.

Non si staranno mica lasciando, quei due? No, che mi viene in mente, è perché stanno invecchiando, ormai hanno più di quarant’anni. O forse papà si è innamorato di un’altra… Non posso immaginarmelo, era sempre lì a pendere dalle sue labbra, mi dava persino fastidio. O magari lei. Lei sì, ce la vedo. Chi potrebbe essere, vediamo. Il prof di matematica? No, con quell’aria saccente, non è il suo tipo, a immaginarli insieme mi vien da ridere. Però, aspetta, quel pomeriggio che sono tornata dalla piscina e l’ho trovata col preside… Loro non mi hanno sentita entrare in casa, erano chiusi nello studio. Che bisogno c’era di chiudere la porta? Quando l’ho aperta abbiamo fatto un balzo tutti e tre, io non mi aspettavo di trovare lui, loro non si aspettavano che io arrivassi. E la mamma mi pareva seccata, mentre lui con me era gentile, troppo gentile. Quando sono usciti li guardavo dalla finestra, mentre si dirigevano alla macchina lei gli ha sistemato il colletto della giacca. Era un gesto tenero, familiare, allora non ci avevo fatto caso, ma ripensandoci ora… Poi mi ha detto che era venuto ad aiutarla a correggere i compiti, ma i presidi aiutano le prof a correggere i compiti?

La pioggia è aumentata, ora è molto forte, la sente crepitare sul terrazzo. Ogni tanto tuona, dalla finestra quasi non vede oltre il cancello.

Oh madonna, sta a vedere che quella si è innamorata del preside, se ne va con lui e ci abbandona! Poi papà si risposa e sarò costretta a vivere con una matrigna, magari una che ha già una figlia, e dovrò lavare i pavimenti e far loro la serva… Uh, quante fantasie! Torna sulla terra! E poi le figlie erano due.

Un rumore, come un bussare, si sente appena, confuso con quello della pioggia. Si affaccia sul pianerottolo e lo sente più chiaramente: viene da sopra. Qualcuno picchia sulla porta della terrazza, qualche fesso che è salito senza chiavi ed è rimasto chiuso fuori. Ma che cazzo è andato a fare lassù con questo tempo?

 

Beniamino sente aprirsi la porta, subito entra e la richiude dietro di sé. È la ragazzina che abita al suo pianerottolo.

– Grazie, per fortuna mi hai sentito.

– Ma che ci facevi in terrazza?

– Sono venuto su stamattina, la porta si è chiusa col vento… pensavo di aspettare i miei fino a sera, poi ha cominciato a piovere…

A Marta viene da ridere al pensiero di lui che se ne sta tutto il giorno sul terrazzo ad aspettare che tornino i suoi, poi si accorge che sta tremando, è fradicio, le gocce gli scivolano sul viso.

– Vai subito a cambiarti! Le chiavi di casa le hai prese?

– No, non sapevo che queste porte…

È proprio imbranato. Bello e imbranato.

– Dai, vieni a casa mia.

– No, grazie, aspetto i miei qui sulle scale.

– Ma quali scale, stai tremando, vieni! – e lo accompagna in casa.

– Ti bagno tutto il pavimento, – dice mentre lei apre il rubinetto e fa andare acqua calda nella vasca.

– Io sono Marta.

– Io Beniamino, sei gentile, non vorrei disturbarti….

– Poi asciugati con questi e mettiti su quell’accappatoio.

Esce dal bagno. – Passami i vestiti, – gli dice.

A lui viene un dubbio tremendo. Fa un rapido controllo: ha un buco nelle mutande. Ora cosa faccio? Non posso certo dirle no, non te li passo i miei vestiti! Attraverso la porta socchiusa lei aspetta con un braccio proteso che non ammette esitazioni, non gli resta che fare quello che ha chiesto. Mentre le passa i vestiti nota la sagoma di lei attraverso il vetro opaco della porta. Certamente vede la mia, pensa, si copre con una mano e si allontana. Si sarà accorta che ce l’ho piccolo?

Dopo aver steso i panni bagnati sui caloriferi lei accende il giradischi e fa andare il CD che era dentro, poi passa uno straccio sul pavimento fino alla porta del bagno che è rimasta socchiusa. Dà un’occhiata dentro e lo vede nella vasca. Non si è accorto di lei, ogni tanto immerge anche la testa per qualche secondo poi torna su a respirare e sorride. A quel punto si rende conto di essersi portata in casa uno sconosciuto. E se mi mette le mani addosso? Se è uno stupratore?

Parte la musica, un disco del papà, musica classica, farò la figura della secchiona. Sto qui a pensare ai suoi gusti musicali mentre lui…

Esce dall’acqua, lo guarda mentre si asciuga, è troppo bello per essere uno stupratore. Lui si volta e la vede, lei gli sorride, lui arrossisce e svelto si mette su l’accappatoio.

Lei apre del tutto la porta, fa un passo verso di lui, lui fa un passo verso di lei. – Marta, – mormora, – Beniamino, – sussurra lei.

Lui ha voglia di scappare ma si fa coraggio, si sforza di sorridere, devo prendere l’iniziativa, si avvicina ancora, ora cosa faccio, abbassa la testa, lei alza la sua, le bocche si toccano, gli occhi si chiudono.

Lei sente l’odore della sua pelle, titubante tocca con la punta della lingua le labbra di lui, che si schiudono, dentro è umido e tiepido, il sapore è buono.

Lui non riesce a crederci: ci sta, anzi, lo bacia con la lingua, prima esita, poi è sempre più sicura, questa la sa lunga, non devo farle capire che per me è la prima volta.

Lei fa scorrere le mani sul petto di lui, sulle spalle, sente la pelle liscia, spinge indietro l’accappatoio che scivola in terra.

Lui non sa decidere, le sue dita sì, le slacciano il bottone dei jeans, scivolano dentro, sentono i peli, sono morbidi, da accarezzare, lui si spaventa, ritira la mano.

Lei lo ferma, vai avanti così, lui va avanti così, lei, col viso vicinissimo al suo, lo fissa con occhi spalancati, sente il cuore battere dentro le tempie, una bolla calda le cresce nella pancia, dallo stereo arriva un rullo di tamburi, il boato di un tuono copre la musica, poi arriva la meraviglia, il mondo scompare, la bolla scoppia. È il suo Big Bang personale.

Lui sente che non resisterà a lungo, lei lo sta accarezzando, proprio lì, devo riuscire a resistere, che figura ci faccio, devo riuscirci, devo riuscirci, devo…

Non ci riesce.