Formiche

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di Lucia Borro

Erano sedute al tavolino del bar nel sole declinante davanti a due birre. Carla le parlava della figlia, non era a posto col lavoro ma questo non le impediva di stare in giro fino a tardi. Cos’avevano tanto da festeggiare ‘sti ragazzi?

   “Oh Carla, a posto col lavoro oggi non ce n’è nessuno, deve pur distrarsi, ha vent’anni. Se non lo fa adesso…”, rispose Marta guardandosi intorno. Cosa le poteva dire? C’era da farsi cadere le braccia. Per fortuna lei figli non ne aveva. Le bastavano quelli degli altri ai quali cercava di dare un minimo d’istruzione la mattina in classe.

   Due tavolini più in là un uomo non smetteva di fissarle. Non ha senso, pensò Marta, erano due donne mature, ordinarie. Istintivamente strinse la borsa in grembo, prese un sorso di birra e cercò di concentrarsi sul discorrere di Carla.

   Non appena i loro bicchieri furono vuoti, quasi fosse un segnale, l’uomo si alzò e venne verso di loro.

   “Ciao Carla”.

   “Fabio! Come stai? E Francesca?”.

   “Tutto bene…”.

   Carla aprì la mano e lui interpretò il gesto come un invito a sedersi con loro. Marta ne fu infastidita. Cosa s’immischia? Stiamo parlando tra noi. Sperò che l’incontro potesse concludersi in quattro parole di circostanza.

   Carla fece le presentazioni, era amica della moglie di lui, Francesca appunto. La coppia abitava in un altro paese, a una ventina di chilometri. L’uomo ordinò al cameriere altre tre birre.

   “Non per me grazie”, esclamò Marta brusca ma lui fece finta di non aver sentito e continuò a intrattenerle sui lavori di ristrutturazione che aveva cominciato in casa e su quanto spesso la moglie fosse lontana per lavoro. Marta si sentiva addosso i suoi occhi come se lui le stesse costruendo intorno una gabbietta di fil di ferro.

   Il discorso cadde su temi di attualità.

   “Ormai non ci sono più uomini veri”, dichiarò Fabio. “Se va avanti così fra poco saranno solo donne e gay a comandare”.

   “E allora?”, ribatté Marta seccamente. “Tutto andrebbe molto meglio”.

   Carla ridacchiò.

   “Io sono per la separazione dei ruoli”, continuò lui “la donna a casa e l’uomo al lavoro. Lei l’accudisce, lui la protegge”.

    Questo è scemo, concluse Marta.

   Giorni dopo, ripassando davanti allo stesso bar, si sentì chiamare.

   Fabio l’invitava tamburellando sul piano del tavolino. Lei colse di nuovo il lampo degli occhi e si avvicinò cauta. Alla prima sciocchezza, pensò, mi alzo e me ne vado.

   “Siamo colleghi, sai?”, esordì lui. “Ho fatto l’insegnante anch’io. Sono andato in pensione l’anno scorso”.

   Cominciò a raccontarle aneddoti sulla scuola, i guai che aveva affrontato all’inizio della carriera, l’impatto con i bambini difficili. Mostrava una tenerezza speciale verso di loro, sembrava saperli trattare con un modo dolce e fermo.

   Marta divenne loquace, il lavoro l’appassionava, espose le sue opinioni e trovò sensate quelle di lui.

   Quando si alzò per andarsene, lui le si affiancò. Girato l’angolo lei disse:

   “Io abito qui”.

   Era orgogliosa del suo appartamentino, se l’era comprato con le sue forze e l’aveva arredato con cura. Vi tornava contenta dopo il lavoro, ne amava l’odore, la luce, i libri. La sera si coricava con un senso di sollievo nel letto tutto per sé. Dopo un divorzio travagliato in cui il suo ex era riuscito a ottenere la casa comune e a esercitare, al solito, altre sottili prepotenze, Marta si teneva alla larga dai legami, come se le fosse piombata tra capo e collo un’intolleranza alimentare. Ci vuole poco, pensava, perché una storia si trasformi in invasione o peggio. A volte, di rado, le capitava qualcuno di passaggio. Perché no? Basta che restasse tale.

   D’impulso disse:

   “Vuoi vedere come mi sono sistemata?”.

   Mentre gli mostrava l’appartamento, lo prese in giro:

   “Uomini veri qui non ce ne sono. Qui comando io”.

   Il giorno dopo ricevette un messaggio complimentoso. Era chiaro che stava prendendo avvio un corteggiamento.

   Cosa fare? Era attratta dal suo sguardo, gli occhi verde-dorato, ed era diverso tempo che nessuno la portava fuori né passava per il suo letto. Non che questa fosse la cosa più importante. A quell’età gli uomini erano ormai abbastanza “inefficaci” nonostante le loro pillole. Non c’era d’aspettarsi granché.

   Se n’era convinta da un pezzo, buona parte del genere maschile non era composta da creature “rifinite”. La loro “adultità” rimaneva piena di buchi come se il fabbricante si fosse distratto, dimenticando qui e là tappi e coperchi. Il loro sviluppo restava incompleto e da quei buchi risalivano facilmente impuntature da bambini, convinzioni granitiche senza capo né coda… per non parlare dell’impulso a guardare le stesse solfe sui siti sportivi o quelli porno e a fare a cazzotti.

   Una frotta di scolari, insomma.

   Ce n’erano anche di “ben riusciti”, ammetteva Marta, ma erano rari o forse era lei che non li attraeva.

   Nondimeno all’inizio un nuovo corteggiatore è come un omino di marzapane, dolce, saporito, una vera fonte di piacere, a parte qualche contraccolpo sui livelli della glicemia.

   Marta accettò l’invito a cena.

   Lui aveva deciso di portarla al mare, a una mezz’ora dal paese. Guidava con naturalezza, come se l’auto fosse parte di sé, toccava appena il volante con una mano mentre l’altra, imperterrita, svolazzava sopra le ginocchia di Marta, avvicinandosi a poco a poco, finché sembrò normale che le sfiorasse.

   A cena ebbero spigole e chardonnay sotto la luna di maggio. Impossibile non correre verso l’epilogo. Lui le parlò della sua infanzia infelice: la madre vedova lo lasciava in collegio tutta la settimana e se ne dimenticava spesso anche la domenica. Come non intenerirsi?

   “Ma come te la sei cavata nella vita dopo un inizio simile?”.

   “Cinque anni di psicanalisi”.

   Marta se ne sentì rassicurata.

   Quando, saliti da lei, le labbra si toccarono e si aprirono, non percepì alcuno sfasamento, pareva che lui sapesse coordinare tempi e modi in millimetrica corrispondenza con i propri. I vestiti volarono in tutte le direzioni.

   “Che dio ti benedica!”, le sfuggì subito dopo.

   Di fronte a lei si ergeva l’idea platonica del sesso maschile, esemplare in tutto, forma, dimensioni, consistenza, con proporzioni armoniche da sezione aurea, un vero omaggio alle divinità preposte. Nelle ore che seguirono Marta poté constatare che l’efficacia era pari alla bellezza. Il proprietario sembrava aver raffinato l’arte del ritmo – lento, accelerato, sospeso, calmo, di nuovo accelerato – in perfetta consonanza con quello di lei, come se l’intuisse per istinto. A conclusione, tutta la carne interna di Marta, strati e strati, che avresti detto cieca, dedita al proprio lavoro di esistere in modo meccanico e ripetitivo come una colonia di formiche, ora cantava a gran voce, aveva messo da parte ogni disciplina, rideva, girovagava ebbra dentro di lei, producendo continui, piccoli sussulti di gioia. Mai le era capitato prima.

   Lui la mise davanti allo specchio in camera:

   “Guardati come sei bella adesso, sembri una ragazzina”.

   Di primo mattino, esausta, lei lo pregò di andare. Aveva bisogno di dormire qualche ora in pace.

   “Non mi puoi mandare via a quest’ora”, rispose lui allarmato.

   “Perché no? Hai la macchina… Su, vai”.

   Fabio le lanciò un’occhiata carica, scura. Si rivestì in fretta, uscì sul pianerottolo, si girò a guardarla un’ultima volta con la testa incassata tra le spalle. Corse giù per le scale come se fosse sul punto di perdere il treno.

   Marta non seppe più niente di lui per parecchio tempo. Non prese iniziative, era pur sempre un uomo sposato. Manteneva in sé il ricordo di quel miracolo e sperava vagamente in un nuovo incontro.

    Lo ritrovò seduto al solito bar. Salirono da lei con urgenza e il miracolo si riprodusse poco dopo.

   Mentre Marta carezzava quella bellezza in temporaneo riposo, lui le raccontò che gli aveva fatto un po’ da padre uno zio siciliano. D’estate se lo portava a vivere giù nel vasto clan di famiglia. Dovette battersi con gli altri ragazzi e lui all’epoca era mingherlino. Presto però, nelle gare e nei confronti, emerse la sua supremazia: la resistenza e il fulgore dell’organo avuto in dote non aveva paragoni. Nessuno aveva più osato mancargli di rispetto, rise Fabio.

   Più tardi, accoccolati l’una sull’altro, lui disse:

   “Non lo fare mai più”.

   “Cosa?”.

   “Cacciarmi via in quel modo”.

   “Oh, quante storie!”, rispose Marta.

   Le sembrò di avere di fronte uno dei suoi alunni in pieno capriccio.

   Si mise seduta e gli tenne un discorso: mai avrebbe rinunciato alla sua quiete, a quel momento del risveglio in cui si stirava contenta nel letto mentre seguiva con calma il filo dei pensieri. Aveva avuto pazienza tutta la vita precedente, con un marito che russava e le disturbava il sonno. Basta. Ormai si era abituata a non avere nessuno intorno al mattino e le piaceva così.

   Lui si alzò di colpo, l’espressione indignata, uscì senza parlare. Marta non lo rivide per due settimane.

   Tornò una sera.

   “Mia madre mi mandava fuori di casa il lunedì mattina, solo, al buio, nel freddo. Prendevo il primo tram per il collegio…”.

   Il viso si congestionò e i begli occhi si arrossarono.

   Marta per quella notte fece un’eccezione. Naturalmente non chiuse occhio e si alzò nervosa:

   “Vedi bene che non si può”.

   Lui tornò molte altre sere di seguito, non sembrava stancarsi, mostrava una adorazione per l’intero corpo femminile, carezzava, leccava, lo contemplava con minuzia come sotto incantesimo. Più tardi si strappava di lì, scappava per le scale, un ladro nella notte. Marta arrivava in classe, il mattino dopo, con le gote accese, le labbra ancora gonfie, come spalmate da un rossetto speciale, impossibile da trovare in commercio.

   “Cosa ti capita?”, le chiedeva Carla.

   Finita la scuola, Marta e Fabio andavano in qualche spiaggetta protetta in cui lui potesse baciarla. Parlava di sé, gli piacevano i colossal hollywoodiani, i top gun, leggeva fumetti di cui lei non aveva mai sentito parlare e libercoli di pessima qualità. Lei scuoteva la testa. Ora nei discorsi, oltre alle donne e ai gay, aveva preso di mira i musulmani, presto avrebbero conquistato l’Occidente, “e voi donne ne vedrete delle belle”. Lei si chiedeva come potesse essere così stupido e non resisteva a fargli la lezione.

   Meno male che nella vita quotidiana se lo sciroppava un’altra.

   Una sera mentre lui si muoveva delicatamente sopra di lei e i loro corpi umidi combaciavano, disse:

   “È grave”.

   “Cosa?”.

   Venne fuori che si era innamorato.

   “Dimmi che mi ami anche tu”.

   “Ma sì ma no, dai, non parliamo di questo”.

   “Ti prego”.

   Davvero è grave, rifletté lei. Meglio allontanarsi per un po’.

   L’anno scolastico era finito. Marta partì con una collega a visitare alcune isole vulcaniche in mezzo all’Atlantico.

   Lui le mandava messaggi a cascata:

   “Cuore mio, mia passione, sei il mio fiore e io il tuo giardiniere che ti annaffia con mano sicura…”.

   Stava svelando una certa vena poetica.

   Lei gli augurava la buonanotte. Dopo aver marciato tutto il giorno sull’orlo dei crateri, non vedeva l’ora di chiudere gli occhi.

   Ma il tintinnio dei whatsapp sembrava il canto del gallo.

   “Perché questi messaggi laconici? Tu non mi ami (emoticon disperato). Tutto di te mi manca, ho freddo, sono abbandonato su questo pianeta (emoticon del pianeta) in mezzo a gente schifosa, penso a te ogni minuto. Voglio riposare su di te, ancorato in te…”.

   “Sì caro, ma dormi bene adesso”.

   Prima di spegnere il telefono, appariva un suo ultimo grido:

  “Ma io non voglio dormire. Io sto male (emoticon di un teschio)!”.

  Venne a prenderla all’aeroporto. La sommerse di carezze. Non gli importava che la collega lo vedesse.

   “Vengo a stare da te”.

   “Scherzi? E tua moglie?”.

   Non gli importava nemmeno della moglie.

   “Io non voglio”.

   “Ma io ti amo!”.

   Marta si mostrò irremovibile. Mai e poi mai si sarebbe presa in casa quella testa balzana.

   “Sei una vera stronza. Con tutto quello che ho fatto per te…”.

    Seguitò a protestare per giorni, dal vivo, per telefono, per mail, per citofono. Le rinfacciava quant’era cattiva, come diventava brutta, una megera, a non amarlo.

  Era successo: ora Fabio vedeva in lei la madre amata e arpia. Cinque anni di psicanalisi buttati al vento.

   “Sono stufa”, gli disse un giorno esasperata. “Meglio non vedersi più”.

   “Non puoi farmi una cosa simile. So che mi ami”.

   “Ci rinuncio, rinuncio a tutto. Non sei mica il mio sex toy”.

   Fabio la fissò come se avesse ricevuto un manrovescio. Adesso mi ammazza, pensò Marta.

   Lui disse:

   “Non sai cosa ti perdi”.

   Guardandolo correre via provò sollievo, non vedeva l’ora di ricominciare a respirare.

   Trascorsero mesi. La vita di Marta riprese il suo corso, lavorava, vedeva le amiche, seguiva le conferenze in biblioteca. Frequentò un paio di seminari di aggiornamento, la palestra, i dibattiti del cineforum. Si trattava di superare l’inverno.  Ma più il tempo passava meno si sentiva in forma, dentro qualcosa borbottava, la metteva in uno stato di disagio. A scuola era inquieta, gridava con i bambini. Cosa mi sta succedendo?

   Come dio volle, arrivò la primavera, il bar mise fuori i tavolini. Rientrando Marta vi lanciava un’occhiata. Inutilmente.

   Una sera dalla finestra le parve di scorgere sul marciapiede qualcuno che somigliava a Fabio ma più magro, quasi ingobbito, la barba lunga. Per un attimo gli sguardi si incrociarono.

   “È lui!”.

   Scese le scale a rotta di collo ma quando arrivò in strada non c’era più nessuno. Rientrò delusa, ho le traveggole, pensò, o comincio a essere ossessionata.

   Nelle notti che seguirono percepì nel sangue una crescente agitazione come se quella sua colonia di formiche si fosse messa a fare chiasso in lungo e in largo, a protestare picchiando su pentole e tamburi. Manifestava il suo dissenso, declamava, lo chiamava.

   Marta provò docce fredde, autoerotismi, meditazioni. Fatica sprecata. Loro sapevano cosa volevano e da chi farsi accontentare.

   Smettetela! ordinava. Ma non c’era verso di ritrovare il sonno.

   Il sole lo scaldava ma il corpo di Marta languiva sul punto di disfarsi. Ora, nei suoi anfratti, ogni minuscolo animaletto offeso minacciava d’implodere da un momento all’altro. Divenne malinconica.

   “Cosa ti capita?”, le chiese di nuovo Carla.

   “Un po’ stanca. Siamo alla fine dell’anno”.

   Poi non resistette:

   “Volevo chiederti, ma quel tipo, Fabio, che fine ha fatto? Ti ricordi, l’avevamo incontrato al bar l’anno scorso”.

   “Non ti ho raccontato, poveretto. Ha avuto un crollo nervoso, ha perso dieci chili, non mangiava, s’impasticcava. Colpa della moglie. Era continuamente via per lavoro, l’ha trascurato. Alla fine se l’è portato in America dove lei aveva avviato un’attività. Sembra che adesso si stia un po’ riprendendo”.

   “Che storia…”.

   Dopo poco Marta salutò Carla e risalì in casa. Si buttò sul letto, così grande per lei, e sentì nel ventre le sue formiche chiudersi, ripiegarsi su se stesse affrante, avvolgersi strettamente in un velo nero.

   Si raggomitolò anche lei e pianse.

Il viaggiatore

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di Andrea Genzone

 

All’aeroporto La Aurora, dietro la transenna della sala d’attesa, Adelmo vide il suo nome scritto a penna rossa su un foglio di carta. A tenere in mano il cartello, all’altezza del petto, un uomo piccolo che sorrideva a tutti quelli che gli camminavano incontro, pronto ad afferrare qualunque bagaglio non appena stabilito chi fosse il suo uomo. Portava pantaloni beige e una camicia a fiori, sbiadita ma ben stirata. Una profonda ruga orizzontale gli attraversava la fronte. Adelmo ebbe un sussulto: a parte il colore della pelle, quell’uomo era tale e quale a suo padre. “La ruga del pensatore” la chiamava sua madre, scompigliando al marito i radi capelli grigi. Una delle rare manifestazioni di affetto coniugale di cui fosse stato testimone da bambino.

“Mi chiamo Hilmar, benvenuto a Città del Guatemala” disse l’uomo. Gli prese lo zaino e se lo caricò su una spalla. Camminava obliquo sotto il peso del bagaglio, senza smettere di sorridere, e ad Adelmo sembrò che non facesse alcuna fatica.

“Ha fatto buon viaggio?” chiese l’autista quando salirono in auto. Adelmo annuì. Scrutava quell’uomo senza farsi notare, cercando le differenze tra lui e suo padre. Ce n’erano. Eppure la trasandata eleganza di quella camicia a fiori, quel sorriso compiaciuto, erano proprio quelli del vecchio Mario nei giorni di vacanza, quando si stendeva sotto la veranda della casa al mare e accendeva un sigaro.

Hilmar girò la chiave nel quadro e avviò il motore. Adelmo premette il tasto per abbassare il finestrino. Il vetro si mise in moto, poi rallentò e si fermò a metà. “Più giù non va” disse Hilmar, mostrando i palmi delle mani in un gesto di scuse. “Musica?” disse, e accese la radio.

Il cielo era di un grigio distante. Hilmar guidava fischiettando un motivetto reggaeton, tamburellando con le dita sul volante. Un portachiavi in pasta di sale dondolava ticchettando contro il cruscotto; portava una scritta infantile e incerta: “Buon compleanno papà.” Entrati in città si ritrovarono nel traffico del mattino: “A quest’ora si fa prima a piedi” disse Hilmar.

Adelmo si rilassò sul sedile: la sbornia della festa d’addio e il viaggio l’avevano messo KO. Più cercava di distrarsi e più pensava ad Anita, lasciata due notti prima cinquemila chilometri più a sud, seduta sui gradini d’ingresso della pizzeria dove avevano lavorato insieme. Non te ne andrai davvero, sembrava dire il suo sguardo. Ricordò le camminate verso casa dopo il turno di mezzogiorno. Poche parole, molte mani sfiorate per sbaglio e un nodo allo stomaco che non sentiva dai tempi delle scuole medie, quando aveva una vita tutta intera e quella certezza, incrollabile quanto arbitraria, che il futuro nascondesse qualcosa di grandioso. Pensava al modo in cui lei stringeva gli occhi e sorrideva, mostrando la fossetta al lato della bocca e illuminandosi in volto.

Aveva avuto altre donne negli ultimi anni, ma in lei c’era qualcosa di struggente. C’entrava una foto, una delle poche che avesse conservato, in cui Adelmo era coi suoi genitori, su una spiaggia della Corsica. Il classico scatto della famiglia al mare, leggermente mosso, con un’inquadratura pessima presa da qualche passante. Nella foto Adelmo ha nove anni, il costume delle tartarughe ninja e sta in mezzo a mamma e papà. Ha la bocca spalancata in un sorriso incontaminato; gli occhi sembrano contenere tutta la luce di quella giornata e brillano, anche attraverso la carta opaca della fotografia. Adelmo guardava spesso quell’immagine, non poteva farne a meno. Poi la ricacciava tra le pagine di qualche libro e usciva, camminava fino a sfinirsi.

Anita risplendeva della stessa luce e gli voleva bene con un tale abbandono da fargli passare la voglia di andarsene di città in città. Era venuta a dirgli che una memoria di quella felicità, immortalata in riva al mare molti anni prima, era ancora in circolo, annidata nel suo corpo come un virus dormiente. Eppure, come sempre, Adelmo si era barricato nella sua fortezza invisibile: “Anita, lo sai che devo andare.” “Vengo con te!” aveva detto lei, con l’allegria semplice di chi ha appena incastrato l’ultima tessera di un puzzle.

Ricordò la ragazza sul gradino della pizzeria e poi si volse a guardare verso il sedile posteriore. Vide la schiera di bandierine sudicie, cucite alla tasca del suo zaino. Là in mezzo, pensò, ci sarebbe stata benissimo la spilla di campione mondiale delle occasioni perse.

 

Adelmo guardava la città scorrere oltre il finestrino mezzo abbassato. Gli autobus acceleravano e frenavano bruscamente, colorando l’aria di fumo nero. Davanti alla serranda chiusa di un negozio abbandonato, due ragazzi stavano accovacciati a terra. Avevano lo sguardo perso nel vuoto, i vestiti logori e i volti segnati da sporcizia e cicatrici. Una donna con due bambini, divisa della scuola e cartella, camminava lungo lo stesso marciapiede. Quando vide i ragazzi a terra prese i piccoli per mano e attraversò la strada. Adelmo pensò che quella che doveva essere un’esplosione di colori accesi, di suoni armoniosi e di profumi intensi, di nuovo, non era che una città come le altre. Grigia, piena di buche e di escrementi di cane. La suoneria di un cellulare lo riscosse.

Hilmar spense la radio: “Pronto” disse soltanto, poi rimase in ascolto. Adelmo poteva udire una voce di donna dall’altra parte del telefono, ma non captò che alcune parole. Appoggiò la nuca al sedile e si girò di nuovo verso il finestrino.

Quasi sbatté la faccia contro il parabrezza quando Hilmar frenò. Le gomme fischiarono, l’odore di gomma bruciata pervase l’abitacolo. L’autista fece inversione, tra le proteste degli altri automobilisti. Gettò il telefono nel portaoggetti senza nemmeno riagganciare e accelerò nella direzione opposta.

“Che succede?” chiese Adelmo.

L’uomo non rispose, ingranò la seconda e affondò il piede sull’acceleratore.

“Hilmar, rallenta! Che succede?”

L’autista aveva cambiato espressione. Era concentrato sulla strada, il sorriso era scomparso e aveva lasciato il posto a una mascella serrata. Di nuovo sembrava suo padre, durante le ultime settimane di vita. Quando tutto era già andato a puttane per i debiti e le continue, spericolate operazioni finanziarie di cui Adelmo non sapeva nulla. Lui era solo un ragazzino che se la passava bene: vestiti di marca, videogiochi costosi e una cameretta che sembrava Gardaland. Quando doveva spiegare cosa facesse papà diceva solo: consulente finanziario. Ed era tutto, a sedici anni non serve sapere altro.

 

“Figlia mia” ripeteva sottovoce Hilmar, passando un altro incrocio a colpi di clacson.

“Hilmar, per carità, così ci ammazziamo tutti e due!”

Suonò di nuovo il telefono. Adelmo prestò attenzione alla conversazione e capì che c’era di mezzo una bambina, che doveva essere a casa da un pezzo e che non si trovava da nessuna parte.

“Sto andando alla Terminal” disse l’autista prima di riagganciare. “Fammi sapere se hai novità.”

“Hilmar, forse dovresti farmi scendere” disse Adelmo.

L’uomo inchiodò a bordo strada e si allungò per aprirgli lo sportello. “Forza, scendi!” disse. Adelmo mise un piede a terra. A pochi metri da lui un gruppo di ragazzi lo stava fissando. Avevano tatuaggi su tutto il corpo, compreso il volto. “Ma guarda guarda,” sentì dire, “ecco che arriva il gringo.” Adelmo richiuse lo sportello. “Non è una bella zona per fare il turista” disse Hilmar, e ripartì.

La Terminal era una stazione di autobus con un enorme mercato annesso. “Aspettami qui” disse Hilmar. Scese dall’auto e scomparve tra le bancarelle in cerca della bambina. Tornò mezz’ora dopo, rosso in volto, parlando al telefono: “Nessuno l’ha vista,” disse col fiato corto, “non è passata di qui.” “Hai guardato alla stazione?” chiese la voce. Hilmar riagganciò e si coprì il volto con le mani.

Per un istante Adelmo invidiò quella bambina. Dovunque fosse, aveva un padre che la cercava disperatamente.

“È tua figlia, vero?” chiese.

L’uomo annuì: “Lei è… speciale, non parla bene. Di solito torna da scuola con un’amica, prendono l’autobus qui. Ma oggi l’amica non c’era, noi non lo sapevamo e adesso, chissà dov’è…”

“Hai avvertito la polizia?”

Hilmar lo guardò come se fosse uno stupido.

“Senti, perché non proviamo a fare a piedi la stessa strada che fa tua figlia?”

Adelmo si fece dare una fotografia della piccola, che Hilmar aveva nel portafoglio. Mentre l’autista camminava verso la scuola, si immerse nella stazione affollata di gente e di autobus dai colori sgargianti. Chiese a tutti gli autisti se avessero visto la bambina della foto. Molti la conoscevano: era Diana, la figlia di Hilmar, ma non l’avevano vista quel giorno.

I due si ritrovarono alla macchina senza buone notizie. L’autista si dondolava da un piede all’altro e Adelmo capì che non riusciva più a ragionare. “Andiamo avanti, Hilmar. Se non ha preso l’autobus, magari è andata a piedi. Da che parte?”

Lungo la Sexta calle Hilmar chiese a tutti i negozianti, Adelmo ai passanti, ma nessuno aveva visto Diana. L’autista guardò il cielo: il sole iniziava a tramontare. Telefonò a casa, ma Diana non si era vista e nemmeno sua moglie aveva notizie.

Adelmo seguì Hilmar sulla scala di un lungo cavalcavia pedonale, sospeso sopra tre carreggiate a doppia corsia. A metà del ponte Hilmar si bloccò, strinse con la mano il braccio di Adelmo. “Attento,” disse, “cammina normale.” In direzione opposta arrivavano due ragazzi. Adelmo si voltò e vide altre due persone che li raggiungevano da dietro. “Vogliono solo rubare,” disse Hilmar, “dagli tutto e non fare cazzate.” Adelmo sentì i propri battiti riverberare nel cranio. Per fortuna lo zaino l’aveva lasciato in macchina, con dentro il passaporto e tutto il resto. Aveva con sé il cellulare e un po’ di contanti cambiati all’aeroporto. I quattro li circondarono, stringendoli contro la balaustra. Non dissero una parola, in due li tenevano fermi e gli altri iniziarono a frugare nelle tasche. Uno dei rapinatori estrasse la fotografia di Diana dalla tasca dei jeans di Adelmo. Guardò il visino ebete, gli occhi un po’ strabici, e scoppiò a ridere: “E questa chi è, la tua fidanzata?” disse, e gettò in strada il ritratto. “Maledetti drogati!” urlò Hilmar, divincolando una mano e mollando un ceffone al ragazzo. I camion passavano sotto ai loro piedi, facevano vibrare la grata del pavimento e spostavano muri di aria tiepida e maleodorante. Il ragazzo iniziò a prendere a pugni Hilmar, mentre gli altri due lo tenevano fermo. Poi, insieme, lo presero e lo sollevarono oltre la balaustra. Hilmar urlava insulti, si dimenava come una bestia presa nella tagliola. Adelmo cercò di liberarsi dalla stretta del ragazzo che lo teneva, ma quello non si lasciò sorprendere. Sul ciglio della strada si andava formando un capannello di curiosi. Un’anziana signora urlò: “Polizia!” e agitò le braccia in direzione di una pattuglia che passava in senso opposto. Gli agenti non si fermarono, ma i rapinatori si diedero alla fuga. Fecero per riportare Hilmar coi piedi a terra, ma per la fretta lo lasciarono andare dove si trovava, in bilico sopra la balaustra. L’uomo si avvinghiò al corrimano, con il corpo che pendeva dalla parte della strada, e agitava le gambe come se stesse annegando. “Ti tengo!” urlò Adelmo, e l’aiutò a scavalcare.

 

Suo padre, invece, si era trovato solo quel giovedì pomeriggio di tredici anni prima. Non c’era nessuno a tendergli la mano al di sopra della balaustra. Di certo non lui, figlio ingenuo e stupidamente ignaro. Non aveva idea che il vecchio Mario facesse affari illegali, né che tutto il suo mondo potesse crollare da un momento all’altro. Ed era crollato. Tornando da scuola, aveva trovato la strada transennata e un’ambulanza ferma per traverso, con gli sportelli aperti. Un carabiniere, appoggiato di schiena alla gazzella, si guardava le scarpe. Un pugno di curiosi si era zittito nel vederlo arrivare. Prima ancora di sapere cos’era successo aveva capito che la sua vita, da quel momento in poi, sarebbe stata un’altra.

 

Seduti a terra, con la schiena appoggiata alla balaustra, Hilmar e Adelmo guardavano le auto passare sotto di loro attraverso la grata. Era buio, e c’era una bambina speciale persa da qualche parte della città. Non avevano più nemmeno un cellulare, così scesero in strada per cercare un telefono. Hilmar entrò nella bottega di un falegname e Adelmo attese sul marciapiede. Guardava da lontano quell’uomo incurvato su se stesso, con la cornetta in mano. Poi lo vide riagganciare e accasciarsi a terra. Entrò nella bottega e lo trovò che piangeva, la fronte appoggiata al pavimento. Adelmo ci mise un po’ a farsi dire, tra i singhiozzi, che Diana era tornata a casa e stava bene.

 

Hilmar parcheggiò di fronte all’ingresso del palazzo. “Sei arrivato” disse. “Mi scuserai se non ti accompagno dentro.” Scesero dall’auto e l’autista scaricò lo zaino sul marciapiede. I due si strinsero la mano a lungo, come fossero gli unici sopravvissuti a una battaglia. “Che Dio ti benedica” disse Hilmar. “Buona fortuna anche a te” rispose Adelmo. E si lasciò abbracciare.

Il ragazzo guardò l’automobile allontanarsi, la luce rossa dei fari traballare nel buio. Tornava a casa, il vecchio. Avrebbe aperto la porta: “Ecco papà che arriva!” Avrebbe abbracciato la bambina, forse l’avrebbe sgridata. Avrebbe messo qualcosa sotto i denti, seduto al tavolo di cucina. La moglie gli avrebbe ronzato intorno, esausta e sollevata, parlandogli di quella giornata infinita. E tutto sarebbe ricominciato da capo: una vita anonima, forse squallida, per giunta pericolosa. Ma Adelmo continuava a pensare alle lacrime dell’uomo, lasciate sul pavimento di una falegnameria. Pensava a Hilmar e pensava a se stesso, alle gocce di pianto per le persone care.

Si issò lo zaino sulle spalle e andò al portone. Avvicinò l’indice al citofono e premette il pulsante. Sentì un rumore di passi dall’altra parte: qualcuno veniva ad aprire. Di scatto si ritrasse e prese a correre, nella stessa direzione in cui se n’era andato Hilmar. Non si voltò a guardare se qualcuno, aperto il portone, l’avesse visto. Non importava più. Girato l’angolo rallentò e si diresse verso il centro. Sentiva ancora addosso l’abbraccio di Hilmar, l’odore della paura e della gioia.

Entrò nel primo albergo, prese una stanza e si lasciò cadere sul letto, lo sguardo fisso sul ventilatore a soffitto. Avrebbe dato tutto per un abbraccio di suo padre, per sentire ancora l’odore del sigaro e del dopobarba al muschio selvatico. Il giorno in cui era morto, sua madre gli era corsa incontro da dietro l’ambulanza. La luce blu dei lampeggianti confondeva i suoi lineamenti nell’imbrunire, rendeva la sua espressione smarrita difficile da interpretare. Camminava rapida sui tacchi, al braccio dello zio, asciugandosi il volto con una manica del cappotto. Non gli avevano permesso di avvicinarsi e non glielo avrebbe mai perdonato. Sarebbe stato meglio vederlo quella sola volta, carne sull’asfalto, anziché per tutta la vita sui soffitti insonni delle camere da letto.

Allungò una mano sul comodino e tirò a sé il telefono. Sua madre rispose al primo squillo:

“Elmo! Mio dio, è più di un anno… Come stai, dove sei?”

Adelmo sentiva il bisogno di raccontarle ciò che gli accadeva in quei giorni. Avrebbe anche voluto parlare del passato, sputare la sua rabbia. Ma quel bisogno non era abbastanza: la tela che negli anni aveva intessuto intorno a se stesso lo paralizzava, intrappolava ogni contenuto emotivo e lasciava passare solo parole vuote, asettiche.

“Che lavoro fai ora?” chiese sua madre.

“Niente, il cuoco, come al solito.”

“E come mai sei in Guatemala? Pensavo ti fossi sistemato a Buenos Aires, con quella fotografa.”

Ormai da troppo tempo incline al silenzio, Adelmo rispondeva in modo elusivo alle domande sui suoi programmi futuri. Non le disse neppure che erano mesi che mancava da Buenos Aires. E d’altra parte non c’era stata nessuna fotografa, nessun tentativo di sistemarsi. Sua madre, come aveva sempre fatto anche in famiglia, si affannava a riempire ogni spazio vuoto nella conversazione. Si dilungò sugli acciacchi della gatta, ormai invecchiata: “Non so se farai in tempo a vederla ancora, sai?” Poi tacque anche lei. Rimase il fruscio della linea telefonica. Adelmo considerò, per un momento seriamente, se non fosse il fruscio dell’oceano che separava i due apparecchi.

“Mamma?” disse.

“Sì?”

“Ti voglio bene… Vaffanculo.”

Riagganciò, affondò il volto nel cuscino e cacciò un urlo.

 

Non aveva voglia di uscire a procacciare una cena. Frugò nello zaino e vi trovò un pacchetto di crackers sbriciolati. Accese il televisore: sul canale Guatevisión un notiziario mostrava le immagini di una manifestazione religiosa, svoltasi in quella giornata. Un crescente senso di non appartenenza lo assalì. Una ragazza dai capelli bruni fu intervistata: quando ebbe finito di parlare sorrise al giornalista e vi fu un fermo immagine che poi sfumò in un passaggio di scena. Il bianco di quei denti rimase impresso nella mente di Adelmo e una nostalgia pungente gli chiuse la gola.

Si lasciò andare con la testa sul cuscino, seguì con lo sguardo alcune chiazze di muffa sul soffitto. Poi prese la decisione: per la prima volta dopo tanti anni avrebbe fatto inversione di marcia. Sarebbe tornato indietro, sul gradino di quella pizzeria.

Non chiuse occhio per tutta la notte, preso a pensare alle mosse del giorno dopo: lo zaino, il taxi, l’aeroporto. Ma questa volta sarebbe stato più facile, perché la strada la conosceva già.

Testa fasciata

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di Olga Foti

 

Per la Madre Superiora il nostro era il gruppo delle Anime perdute, quelle che non ascoltavano la messa ogni mattina. Una volta si era lasciata scappare che solo la domenica la messa era obbligatoria, per gli altri giorni ci lasciava libere, dovevamo pensare noi alla nostra anima. Parole sconsiderate, ma ormai non poteva tornare indietro senza perdere la faccia e credo che di nessuna cosa si sia pentita tanto in vita sua.

Noi ragazze venivamo tutte da paesini dell’interno dove allora non c’erano nemmeno le scuole medie, c’erano gli istituti religiosi con scuole parificate, quasi sempre solo maschili, e quindi le ragazze che volevano studiare se avevano famiglie che se lo potevano permettere andavano in città. Cioè in un collegio di monache. Il mio più che altro era un convitto e infatti frequentavo la scuola pubblica.

Ci accompagnavano e venivano a riprenderci le suore, naturalmente, ma era sempre una boccata d’aria anche se il percorso non era lungo: da via Dafnica a piazza S. Sebastiano con la chiesa del santo, un santo miracoloso S. Sebastiano, poi il mercato del pesce con pesci ancora vivi, bellissimi, e io avrei dato non so cosa per fermarmi un po’ a guardarli.

Non hai mai visto pesci? Su su, è tardi!

Subito dopo iniziava una stradina in salita con una piccola icona della Vergine a cui ci rivolgevamo ogni volta che c’era un compito in classe o una interrogazione decisiva, poi la via degli Studi piena di “mosconi,” molto pericolosa, secondo la Superiora, peccaminosa anche, perché ragazze e ragazzi, gomito a gomito, parlavano, ridevano, aspettando il suono della campanella. Noi invece avevamo il permesso, cioè l’obbligo, di entrare subito.

Le nostre erano suore canossiane con la testa fasciata e la cuffia, una cuffia marrone come il vestito, il grembiule e il medaglione della Beata Maddalena di Canossa fondatrice. La Madre Superiora, dicevamo noi, era una Testa fasciata e non per l’abbigliamento. Ma quell’anno fu proprio una questione di abbigliamento a far scoppiare il finimondo: Rita, una delle Anime perdute, nella gara scolastica di salto aveva indossato i pantaloncini!

“Hai disonorato il collegio, la tua famiglia e te stessa!” e puntava il dito minacciosa come non so quale santo che troneggiava appeso al muro del refettorio. “Taci! Una gara d’istituto, lo so, ma è preferibile vincere una gara e perdere l’anima o salvarla non partecipando?”

Madre Rosina, l’assistente, faceva sì sì con la testa e guardava con occhi buoni, lei capiva di chi era la colpa: del demonio tentatore.

Rita fu spedita subito a confessarsi, e il prete, senza lasciarle il tempo di aprire bocca:

“Lo sai che il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo? Con quei pantaloncini l’hai profanato.”

Peggio delle monache.

Dopo questa faccenda Testa fasciata la sera ci faceva sostare sulla scala che portava al dormitorio: lei in cima, tutta marrone come uno scarafaggio, e noi con il grembiule nero a mezza gamba, le calze, le maniche lunghe anche col caldo di giugno che spaccava le pietre del cortile, ferme in fila sugli scalini dovevamo fare la seguente riflessione: Vesto sempre modestamente sapendo che Dio mi vede?

La prova del disonore che aveva macchiato non solo Rita e la sua famiglia ma l’intero collegio esiste ancora, è una foto scattata dal preside durante la gara e si vede la nostra compagna con pantaloncini appena appena più su del ginocchio e una maglietta bianca girocollo con le maniche lunghe. Una vera profanazione al tempio dello Spirito Santo!

Eppure in collegio c’era chi si macchiava di un peccato ancora più grave, io infatti scrivevo in segreto un lungo racconto e nella mia testa lo chiamavo romanzo. Un romanzo d’amore naturalmente, che tenevo nascosto nell’aula studio e al mattino portavo a scuola. Si diceva che la Superiora frugasse fra le nostre cose, qualcuna giurava di averla vista rovistare fra libri e biancheria. Cercava certo lettere segrete, lettere di uomini, in collegio non potevano arrivare ma a scuola sì anche se la nostra sezione era rigorosamente femminile e il preside vegliava su di noi, le ragazze delle monache.

Qualche monaca veniva dal Continente, dal Veneto soprattutto, come madre Elena detta Chiudi l’uscio. Chiudi l’uscio! diceva, e ci rimproverava di stare al fredo. Sempre al fredo! E noi convenivamo che aveva ragione, perché sempre Al fredo e non, ad esempio, Al berto o An tonio?

E a distanza di tanti anni quando parlo con Teresa le chiedo: Ti ricordi di madre Elena?

Madre Elena Chiudi l’uscio?

Certo! E continuiamo con madre Sebastianina, così vecchia, così buona, che non poteva capacitarsi che ragazze come noi, intelligenti, diceva, studentesse, potessero cantare canzoni senza senso. In quegli anni infatti era di moda una canzone spagnola, Besame besame mucho, che noi cantavamo a squarciagola nel cortile. E poi parliamo di madre Agata che quando lasciavamo cadere in refettorio un pezzetto di pane o qualcosa d’altro ci diceva: Siete un gran sporchignino, un gran sporchignone.!

Per la Superiora invece eravamo “ladre di professione” perché quando nelle domeniche soleggiate di dicembre ci portava in campagna, se si costeggiava un agrumeto rubavamo arance o mandarini con organizzazione perfetta: una di noi scavalcava il muretto, entrava nel campo e lanciava alle complici rimaste nella strada la refurtiva. Se la Superiora se ne accorgeva la sequestrava subito e per il resto della giornata ci toccava il ritornello delle ladre di professione.

Un vero peccato che ragazze così fossero capitate proprio a lei tanto perbene da non pronunciare mai la parola “piedi”, piante, diceva, e dopo le passeggiate in campagna ci mandava di corsa a lavarci le piante.

Le piante pulite prima di andare a letto!

La distribuzione dei letti in dormitorio, come quella dei posti nell’aula studio, era fatta in modo strategico: mai le amiche o le compagne di classe vicine, anzi il letto di una “grande” sempre fra due “piccole”, e le caporione vicino alla Superiora che dormiva nel nostro dormitorio circondata però da tende alte e spesse, una specie di fortilizio inespugnabile, marrone, il colore della Beata Maddalena.

Ma l’intransigenza della Superiora, quello che proprio non permetteva e non perdonava, era che si passeggiasse in due nel cortile, che si restasse in due nel refettorio o non importa dove, un divieto che non ammetteva deroghe perché “quando si è in due arriva il diavolo a fare da terzo” diceva. E noi eravamo così ingenue che abbiamo capito solo anni dopo il motivo del divieto.

E’ un miracolo, dice ancora oggi Teresa, se con quelle monache siamo venute su normali. Ricordi quando ci nascondevamo sotto i letti a fare bau bau alla suora assistente? Da non credere, avevamo quasi quindici anni. E la camicia da bagno la ricordi?

La camicia da bagno era una camicia di tela ruvida quasi senza maniche che arrivava un po’ più sotto del ginocchio e che la Madre superiora (laureata in matematica e che seguiva ogni anno corsi di pedagogia per monache) pretendeva indossassimo perché “Dio ci vede anche sotto la doccia.”

Ignoro se qualche ragazza ubbidiva, quelle del mio gruppo no. Non per niente eravamo Anime perdute.

Il periodo che tutte ricordiamo con particolare piacere è stato il maggio del ’52 quando in collegio arrivò un prete nuovo: giovane, bello, che si chiamava padre Saro. Ai piedi dell’altare, tra i fiori e il profumo dell’incenso, con quel viso e i capelli quasi biondi, sembrava un cherubino. Ma un cherubino con almeno un orecchio rivolto verso la terra, perché conosceva tutte le canzonette allora in voga e le infilava nelle prediche. Di quelle prediche noi raramente conoscevamo l’argomento ma sapevamo quante frasi erano state prese dalle canzonette. Le riconoscevamo al volo, e le segnavamo anche! E la Superiora era così contenta, non ci aveva mai viste tanto interessate, prendere addirittura appunti! Faceva tirar fuori il servizio buono del caffè e dopo la funzione lo serviva lei stessa al prete nuovo.

Ti ricordi di padre Saro? mi dice Teresa. E’ morto. Da tempo era diventato grasso, pieno di acciacchi, e di sicuro nelle prediche non metteva più le parole delle canzonette. Ricordi quando la superiora gli serviva il caffè nel salottino che dava nel cortile?

Quello che chiamavamo cortile era un chiostro bello e antico, con piante rampicanti e pergolato, e al centro un pozzo di pietra lavica dove Rita la domenica buttava le salsicce. Le salsicce grosse e grasse delle monache: Rita non riusciva a mangiarle ma non era permesso rifiutarle. Così finivano nel pozzo. E intorno a quel pozzo, nel cortile, l’ultimo giorno di maggio la Superiora, proprio lei, organizzava per noi qualcosa che entrava nel cuore e ci restava: ceri accesi, processione, canti e falò, all’imbrunire, mentre in alto garrivano le rondini.

E nel falò di maggio quell’anno finì il mio Romanzo. Non potevo rischiare di essere scoperta, sarei stata cacciata dal collegio, lo bruciai e me ne pento ancora. Sotto lo sguardo della monaca, sui rami ammonticchiati e il fuoco acceso, lo adagiai come qualcosa di sacro su una pira. Testa fasciata lo fissava. Tutti quei fogli…! E non poteva toccarli, non poteva leggerli, lei che fiutava ogni pezzo di carta con sospetto e apriva perfino le lettere dei nostri genitori. Lo considerava un suo dovere, diceva, era responsabile delle nostre anime, e ora non poteva fare niente, nemmeno impedire che i fogli bruciassero. Mossi le braci e qualche pagina annerita si sollevò in aria e poi ricadde davanti alla monaca che rimaneva immobile.

Ce l’aveva insegnato lei: quel che si mette nel falò di maggio è un segreto fra noi e la Madonna.

Era una Testa fasciata ma non si rimangiava la parola.

 

 

Una storia di fiume

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di Giovanna Stanganello

 

Sul fiume ci sono nata. Quando arrivo alla fine del molo mi piace puntare sul faro perché mi vengono in mente i racconti di mare, gli avvistamenti nella notte, banchi di nebbia e suoni che avvisano i viaggiatori perché gli sforzi di salvezza non s’infrangano sulla meta. Guardo il faro quando il crepuscolo ha disertato il cielo e i viola arancio si fanno bruni. Si accendono le prime luci nelle case della vecchia Castellammare, le vedi tutt’intorno alla costa; quando si illumina quella del faro socchiudo gli occhi: non resta che un guizzo elettrico e l’odore di porto.

Quello che immagino odore di porto, perché non lo riconosco ora che l’attracco peschereccio è diventato turistico. La Pescara è il fiume; D’Annunzio ci ha scritto le novelle, con quella femminilizzazione del nome che il dialetto ha dato al nostro fiume quand’era vecchio. Oggi gli altri dicono il fiume Pescara, per noi è la Pescara, donna, acqua, curva che riceve l’Aterno e confluisce a estuario. Non ci abito più, ma i compagni di sempre chiedono anche ai “fuoriusciti” una memoria, una poesia, una foto che raccontino il fiume da difendere. In meno di 60 chilometri le acque terse delle Sorgenti di Popoli diventano la melma del porto canale per il letale inquinamento delle falde scoperto nei rifiuti tossici che la Montedison ha lasciato in regalo con la fabbrica di Bussi sul Tirino. Me li immagino i miei compagni a piedi o in bici, così com’è scritto sul volantino: “in difesa della bellezza”, faranno il corso della sponda ad est della Pescara, oltre il cementificio, alla discesa dove c’è il canile (quel posto puzzava tanto che gli amici della Madonna del Fuoco, facendo il verso al Vate, parlavano di “orrifici miasmi”); da lì seguiranno lungo l’ultimo tratto del fiume e arriveranno alla spiaggia libera, quella della Madonnina.

Io mando una storia di fiume un po’ datata: è il 1976; giratevi verso l’altra sponda del fiume, però: guardate verso Porta Nuova, è quella la vera Pescara, inglobata poi sotto il fascismo a Castellammare. Ecco, mi sto spostando tra i luoghi dove mi vedevo di nascosto con Nicola per sfuggire alle gelosie di mio padre, dispotico con le figlie femmine e succube del pregiudizio sui ragazzi della Marina. La Marina era uno dei domestici bronx, insieme alle case popolari di via Sacco e Rancitelli degli zingari, di San Donato del carcere: una delinquenza alla buona, schifata dai borghesi che non abitano quei quartieri. I pescaresi veri si mischiano, sono mezzo zingari, e sanno di porto e scafette di pesce fresco. Ma questo forse era più di trent’anni fa, alle due di pomeriggio, mentre pedalo come una pazza per capitalizzare l’ora e mezza che mi sono ritagliata imbrogliando un po’: ho preso in senso inverso via dei Peligni, ho salutato al volo Giordano, la sua calzoleria mette insieme i pezzi meglio di una sezione di partito: il vecchio partigiano Bertone risponde burbero a monosillabi ai giovani del colletivo del Manthoné, l’istituto tecnico che ha la sezione staccata proprio sopra al negozio. Vedendomi passare in senso vietato, Giordano fa per lanciarmi lo scarpone che ha in mano, sono le sue lezioni di prudenza stradale. Sfreccio davanti alle case popolari, due vecchi cuciono reti, una donna grida al figlio piccolo di rientrare in casa, tre ragazzi che danno calci a un pallone fanno apprezzamenti sulle mie gambe scoperte dal vento in bicicletta, mi gridano dietro in dialetto e sghignazzano. Li mando a cacare, tanto più che ho addosso la calzamaglia spessa, non propriamente sexy; il montgomery nero mi piace anche se mi sta un po’ largo; una sciarpa colorata fatta ai ferri da mia nonna mi copre, per abitudine invernale, la bocca e il naso. Me la tolgo con una mano: la destra, perché tengo bene il manubrio solo con la sinistra sulla bicicletta, mi è venuto caldo per la corsa e in realtà il vento non è freddo, per essere febbraio, capita ogni tanto che la sponda dell’Adriatico sia spazzata da un alito di scirocco. Siamo gente di mezzo e ci riscaldiamo con arie d’Africa, certi giorni invece ci geliamo di venti balcanici o ci facciamo prendere alle spalle dai maltempi dell’Appennino.

Mi viene bene smontare al volo, già mi guardo intorno pur sapendo che Nicola è ritardatario e mi dà il tempo di legare la bicicletta al pino piccolo prima della spiaggia, faccio i pochi metri che mi mettono sui sassi del molo, scavalco e resto in piedi ad aspettare voltata verso il fiume, i capelli vanno dove gli pare, ne ho tanti che per dargli un senso devo legarli, lo faccio con un elastico ma quelli più corti sfuggono e mi ondeggiano in anelli davanti agli occhi, è su questi che si posa la mano di Nicola. Silenzioso come un teppista, mi ha fatto sobbalzare. Lo spingo via ridendo senza dire niente e ce ne andiamo dove ci piace, sulle travocche roscie: è quello del marinaio per cui lui lavora all’alba del fine settimana, poi viene a scuola come un mezzo zombie il venerdì e a volte si addormenta; il sabato spesso non si presenta. Il professore di educazione fisica ha detto che gli dà l’insufficienza se continua con queste assenze, ma la sua famiglia se la passa male e lui aiuta in casa. Sua madre vorrebbe lavorare ma il padre è geloso pazzo e la pesta quando beve, soprattutto quando lei non vuole dargli i soldi per andare al bar. La De Crescentiis che quest’anno insegna italiano ha un debole per Nicola perché dice che dietro le arie da forsennato batte un cuore stilnovista. Glielo ha detto con la sua aria seria quando Nicola ha scritto un tema con errori ortografici e una passione tutta sua; poi ha guardato me e ha aggiunto: te lo affido, Di Tommaso, ti do nove in italiano se t’impegni a eliminargli quei quattro strafalcioni di grammatica. Io e Nicola ci siamo guardati impacciati, ma quattro mesi dopo ho preso nove e lui ha scritto un pezzo sulle periferie nel giornale d’istituto. Dopo abbiamo continuato a studiare insieme con le gambe appese sulla pensilina del trabocco rosso scrostato, lo zaino appoggiato al muretto di legno, stando attenti a non fare cadere i libri in acqua. Io da lì m’intridevo i vestiti di odore di fiume, di senso di mare, certe volte correvamo fino al faro come se dovessimo prendere una nave in partenza, lo facevamo per gioco ma lui era realistico nei paradossi: è l’ultimo passaggio e lo stiamo perdendo: se non arriviamo dove finisce il fiume non potremo vederci mai più. Inventava storie tragiche e sconclusionate, così, per farmi venire il patema d’animo, poi rideva mentre io restavo inzuppata di malinconie. Altri giorni al faro ci aggrappavamo l’uno all’altro ad ascoltare l’odore dei mulinelli. Tanto più il tempo era incazzato più alto si alzava un’essenza di profondità, di forze che si scontrano e sanno di faggeti e venti di Popoli, di foglie di pioppo strappate e di piogge trascinate dalla corrente. Respiravo come un balsamo, con i miei capelli selvatici che poi lui annusava prima di salire a casa sua, mentre mi diceva che sapevo di fiume.

Un giorno che faceva freddo siamo entrati nel trabocco e mi è venuta voglia di farci l’amore con questo ragazzo della marina, ma mentre mi stringeva forte da far male, lui mi ha detto: Madonna, io vi rispetto! Un po’ scherzava e un po’ faceva sul serio, perché gli piace parlare come Guido e come Dante, così straniero alla lingua letteraria, la voce da basso gli vibra di dialetto e rime nuove. E io l’adoro. L’amore l’abbiamo fatto il mese dopo, che per me era la prima volta. Abbiamo finito il quarto anno, e il quinto doveva essere il più bello: soffrire agli esami e rinascere, pensare a dopo, viaggiare, che ne so, le cose del futuro. Invece la nave l’ha presa solo lui, quella dove suo zio gli ha trovato un posto dopo che la madre di Nicola è morta. Lei era la colla di una famiglia che stava in piedi in modo obliquo: suo marito, poco lavoro e molto vino; i fratelli, filoni a scuola e vita di strada. La madre di Nicola era così: povera, distinta e tutti avevano i vestiti puliti quando c’era; Nicola portava la sciarpa fatta con un punto fitto, il cappello di lana blu lui lo aveva voluto all’uncinetto anche se la madre diceva che non era da maschio. Con quelle cose di lei si è imbarcato, aveva addosso il cappotto nero di suo zio. Il giaccone fuori moda che mi piaceva si è strappato; è stato proprio questo fratello del padre a rovinarlo: lo tirava, lo tirava via mentre lui dava pugni e scalciava con la bava alla bocca. Ha strappato il giaccone di Nicola per allontanare il fratello dalle mani del ragazzo perché non lo ammazzasse, come aveva fatto quello sciagurato con sua cognata, la madre di Nicola per aprire il portafogli dove teneva i soldi della spesa. L’aveva riempita di botte e poi aveva stretto e stretto le mani senza avere la coscienza che erano appese al collo di lei; Nicola aveva fatto le scale a quattro a quattro ma lei era immobile, la mano serrata sul portafogli e il padre con gli occhi di un pazzo, che non capiva niente.

Ha visto lo zio Michele che è entrato in casa correndo subito dopo di lui. Si è messo le mani nei capelli lo zio, però ha cercato le parole.

– S’ha finite lu monde, Nicò.

A vedere la furia e l’orrore dentro gli occhi del nipote si è messo paura, più di quella che già lo ghiacciava e gli ha detto – lui non voleva sicuro, Nicò, non capisce niente quando beve.

– Adesso glielo faccio capire io – Ma quello che è riuscito a fare, Nicola, è ritrovarsi il giaccone strappato.

 

L’ho cercato tanto dopo il funerale, lo ha cercato la professoressa di italiano, però lui si è fatto negare. Un giorno prima di andarsene ha suonato con il campanello della bicicletta sotto la finestra, riconosco quel suono di allegria perché ci aveva fatto uno studio che lo rendesse squillante. Mi ha fatto segno di scendere e sono volata giù. Ha stretto gli occhi: – Anna – mi ha detto – Anna – E poi se n’è rimasto zitto. Gli ho preso una mano e me la sono portata alla faccia, ci ho chiuso gli occhi dentro e solo allora gli è tornata la voce: – Mi vieni a salutare domani quando parte la Tiziano? Sto un mese a Spalato con mio zio che deve sbrigare certi affari, poi andiamo più su in Croazia da un altro parente che ha lavoro da fare, se non mi piace m’imbarco.

– Nicò, e la scuola? E io? E tu?

Mi ha fatto un cenno vago con la mano e un angolo della bocca tremava; ha sbattuto due volte le palpebre ed è salito sulla bicicletta che quasi sbandava.

 

Al porto avevo la sciarpa tirata su fino al naso; ho alzato la mano e volevo agitarla ma mi è rimasta ferma e sono rimasta così, fino a quando la nave si è fatta piccola. Se ripenso a quella scena mi sento un po’ ridicola, io con la mano come quando il professore fa l’appello o come quando vuoi intervenire e resti ad aspettare che ti diano la parola.

 

Io non lo ritrovo quel sapore di fiume, perché l’acqua che si getta in mare non conosce il vento di Popoli, tutti quei faggeti né le foglie di pioppo con i rami piccoli; ci sono macchie di un colore che non so e un odore che non è un odore.

 

La sorella Rosetta

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di Gabriella Ferrari Curi

Cesarina osservò il viso sorridente di sua sorella: uno sguardo lungo e pieno di rimpianto.
Voleva imprimersi bene nella mente i suoi amati lineamenti. L’aveva fotografata quell’ultima sera, in controluce, con il suo vestito blu di velluto e il colletto di pizzo bianco, illuminata da dietro dal chiarore della televisione. Era venuta benissimo. Proprio lei, in tutto e per tutto.
Le mancava solo la parola. L’avrebbe ricordata così per sempre.
Voleva sistemare la sua fotografia sulla credenza in sala, in una bella cornice d’argento che avrebbe comperato nel negozio Argenterie Rimoldi e Figli, in Piazza nel paese.
“La più bella cornice che avete. E’ per metterci la foto di mia sorella. No, la foto non l’ho con me. Mica è morta, che me la devo portare dietro nella borsa. E poi è di un formato grande,” avrebbe detto a quei due impiccioni dei Rimoldi, marito e moglie con i nasi da formichiere che vibravano per la curiosità. Tempo un’ora lo avrebbe saputo tutto il paese.
“Quanta compagnia ci siamo fatte negli ultimi dieci anni. Che la mia Rosetta è veramente una persona speciale.” Li avrebbe guardati dritti negli occhi con un lievissimo tono di commiserazione nella voce. “Non c’era mai pericolo di annoiarsi con lei!”
Ogni sera quando rincasava, era una gioia pensare a sua sorella ad aspettarla, seduta al tavolo della cucina che fungeva anche da tinello.
Stava di solito dietro le leggere tendine di plumetis inamidate, alla finestra che si affacciava sulla Piazza Grande. Si divertiva a osservare le persone che passavano. Faceva dei commenti arguti su ognuno di loro.
Non le scappava niente. Quasi avesse avuto delle antenne speciali.
Cesarina, mentre metteva a scaldare la cena, le raccontava nella sua giornata: i fatterelli capitati al lavoro, qualche pettegolezzo, chi aveva incontrato e cosa aveva provato quando la Tilde le aveva rivelato in gran segreto che aspettava il secondo bambino, senza essere sicura di chi fosse il padre…
“Ma ci pensi Rosetta, un altro bambino! Immagina se anch’io avessi avuto un bambino, un bel putein! Chissà, forse la mia vita sarebbe stata diversa… Ma va bene così, non mi posso certo lamentare per come mi sono andate le cose.”
Quanti discorsi, quante confidenze! Pensieri intimi che Cesarina non avrebbe potuto svelare a nessun altro. E poi a chi, lì nel paese?
“Rosetta mia, che magone, a doverti lasciare. Sì, hai ragione, adesso che verrà l’Hermann racconterò tutto a lui. Ma non tutto tutto, perché lo sai come sono fatti gli uomini, che si annoiano ad ascoltare i nostri ragionamenti di donne. Sono impazienti, loro. Non che voglia già adesso brontolare sull’Hermann, ci mancherebbe, che lui è proprio un brav’uomo, lo sai, e sono contentissima che ci sposiamo. Poi, con te mi posso sfogare, anche se ci divento un po’ rossa, ma qualcuno nel letto mi manca, che io sono stata sempre una donna calda, e già adesso al pensiero… uh, perché l’Hermann è proprio un bel maschione, e anche ben attrezzato. Ma cosa mi fai dire!”
Ridendo di gusto Cesarina fece alla sorella una carezza affettuosa sui capelli setosi lucidi, che la scorsa domenica aveva tinto in un morbido color mogano, quello della Kerastase, il numero 17.
“Proprio una sfumatura magnifica, questa! Ti sta anche molto bene. Ti dà una luce speciale al viso. Quasi quasi lo faccio anche a me, cosa dici?
No, hai ragione, non ho il tuo colore di carnagione. Anche se come te, anch’io ho dei bei capelli folti. Come quelli della mamma, te la ricordi? quando si scioglieva dietro la crocchia e se li pettinava. Una magnificenza… La minestrina è pronta tra un minuto. L’ho fatta con il pezzetto di vitello che ho comprato questa mattina dall’Antonio. Ho già detto anche a lui che stai partendo… Preparo subito la tavola. A te, per festeggiare la nostra ultima cena insieme, metto davanti il piatto azzurro della povera nonna Anselma, quello con i disegni di fiori, che ti piace così tanto. E un bel bicchiere di Lambrusco frizzante. Viene da vicino a Castellazzo, hai presente i Borri? dalle loro vigne… Ecco cara, e buon appetito! Scusa, ma dov’ho la testa? Con tutte queste emozioni mi sono dimenticata il grana, te ne verso un bel cucchiaio, che alla pastina aggiunge un tocco di sapore buono….”

Cesarina aveva quasi cinquant’anni. Anzi doveva essere già sui cinquantaquattro, ma lei, con aria innocente, barava un po’. Sapeva di dimostrarne di meno, con la pelle cremosa e liscia, lo sguardo malizioso e il fare peperino.
Si era trasferita in quel paese della pianura lombarda a tredici anni per entrare a servizio dalla signora Romilda. Povera diavola anche lei, che dopo aver lavorato quasi tutta la vita nella merceria proprio in Piazza, a Castel d’Isola, le era venuto un bel coccolone. E invece di godersi finalmente i soldi che aveva messo via risparmiando come una formichina, li aveva buttati a piene mani in medici e medicine.
Per darle un aiuto in casa un compare di San Prospero, il suo paese vicino a Modena, le aveva mandato Cesarina.
“E’ una brava figliola, onesta. Gran lavoratrice. Forte come un mulo. Soldi spesi bene!”
Così Cesarina, tra lacrime e speranze, si era trasferita in quella desolata terra straniera. In mezzo a nuvole di zanzare. Grigia. Nell’acqua sotto e sopra, otto mesi l’anno.
Avendo però un’indole ottimista pian piano si era abituata ai modi grezzi e mugugnosi della gente del posto, al cibo a base di riso, alla lontananza dalla sua espansiva, rumorosa famiglia. Aveva calcolato: tengo duro una decina d’anni, metto via un po’ di soldini e ritorno al paese al momento giusto, a trovarmi un marito. Un brav’uomo delle mie parti – che lì siamo tutti più gioviali – con cui mettere su casa, fare un paio di figli e finire i miei giorni con lui, mano nella mano, come la mamma col babbo.
Purtroppo la signora Romilda che stava sempre per morire, durò goccia goccia altri vent’anni. Vent’anni di medici, iniezioni, sciroppi, supposte, clisteri e pannoloni. Cesarina poco alla volta ci si era affezionata e la teneva pulita e profumata come una principessa. Ogni giorno se la portava a spasso per il paese, seduta sulla sua sedia a rotelle che sembrava su un trono, ben vestita e pettinata e il viso bianco e rosa di una bambina.
Che Cesarina aveva avuto da subito una mano delicata in queste cose e occhio attento con creme e profumi.
Una bella domenica di maggio allegra di sole, come se avesse preso finalmente la sua decisione, senza perdere tempo in chiacchiere e lamenti inutili com’era nel suo carattere, la signora Romilda morì.
Cesarina, piangendo, la vestì per l’ultima volta con il suo abito della domenica di pizzo marrone che le stava una meraviglia e per la veglia funebre la sistemò, nella bara, sul tavolo in sala da pranzo.
Fu proprio in quell’occasione che tutti poterono verificare di persona e da vicino che con le sue cure, nonostante i lunghi anni di malattia, la signora Romilda era diventata quasi attraente. Lei che da giovane, poveretta, non aveva avuto neanche la bellezza dell’asino, come dicevano da quelle parti. Che il marito, il defunto Tonino, l’aveva sposata soprattutto per la sua merceria che portava un fiume di soldi, non certo per la sua avvenenza.
In un frenetico incrociarsi di telefonate per comunicare la triste notizia, tutte avevano commentato: “La Romilda da morta? Uno schianto! Dimostra sì e no cinquant’anni. Pelle di seta. Senza una ruga. Un vero miracolo.”
Si era sparsa la voce. Addirittura molte donne anche dei poderi intorno, che la conoscevano poco o nulla, erano venute apposta per costatare un tale cambiamento. Chine sulla bara aperta, come a mormorare lentamente una preghiera commossa, avevano scrutato le sopracciglia folte e ben disegnate, il contorno degli occhi e della bocca liscio e compatto, le labbra turgide. La povera Romilda, con i suoi radi capelli gonfiati dalla lacca e distesa serena nel suo vestito color caffè, ben stirato, aveva un’aria così fresca e pimpante, da far invidia a tutte le donne venute a salutarla.
Alla sua morte Cesarina si trovò sola.
Con un piccolo gruzzolo che la sua assistita, senza parenti, le aveva lasciato. E l’appartamento nella Piazza. Incerta se ritornare al suo paese, dove era difficile trovare lavoro e tirar su quattro soldi o sfruttare in pieno la fortuna che le era capitata lì.
Si decise: fece un corso intensivo di tre mesi a Pavia per avere un diploma da appendere al muro e aprì un salone di bellezza, l’Istituto Cesarina, unico in tutto il paese.
Sembrava una bomboniera con le pareti dipinte di rosa confetto e le seggioline d’oro.
Vista la convincente pubblicità che senza volerlo le aveva fatto la defunta Romilda, la sua attività ebbe un gran successo da subito. Cesarina era felice. Si sentiva arrivata. “Estetista“, si ripeteva ogni tanto, perché la parola le suonava bene, più che se l’avessero chiamata avvocato o dottoressa.
“Sì, io sono l’estetista del paese”, proclamava con aria d’importanza appena conosceva qualcuno di nuovo. “L’unica dei dintorni.”
E’ che purtroppo tanta gente nuova da lì non passava. Soprattutto di maschi nuovi. Gli altri, tra l’altro niente di che, erano tutti sposati, ingabbiati stretti da famiglia e figli. Cesarina quando avrebbe potuto cogliere qualche buona occasione era stata troppo occupata, giorno e notte, con la signora Romilda, e non le restava il tempo per divertirsi, incontrare qualcuno e pensare a sistemarsi.
Così la sera o il sabato e la domenica, quando l’Istituto chiudeva, non sapeva che fare.
Tutte grandi amiche, le donne del paese, molte anche clienti affezionate.
Che si confidavano e le chiedevano consigli su ogni argomento. Che ridevano alle sue battute e ascoltavano i suoi discorsi. C’era con loro una certa disinvolta intimità, anche perché per il massaggio le vedeva distese sul lettino nude. Però la sera, e neppure la domenica, non facevano mai nessun programma con lei. Quando le incontrava per la strada non sembravano più le stesse, non si fermavano a chiacchierare, si salutavano appena. E proseguivano subito frettolosamente. Anzi la Mocchetti Ida, quando c’era stata la comunione di suo figlio Germano, che Cesarina aveva visto crescere, non l’aveva neanche invitata alla festa che aveva fatto al Ristorante Boschetto, che per la grande occasione aveva affittato tutto, e decorato con palloncini bianchi e rossi.
Porca vacca, nessuno a Castel d’Isola aveva mai visto tanta originale sciccheria, fu il commento unanime di tutti i partecipanti all’evento.
“E’ che i posti a sedere erano a coppie e tu ti saresti sentita a disagio a dover stare al tavolo delle vedove scompagnate. Tutte ben più vecchie di te e perfino un po’ tristi”, si giustificò imbarazzata la Ida, e anche un po’ sorpresa quando le riferirono che Cesarina ci era rimasta male. Oh, ben, questa! Chi ci andava a pensare!
Cesarina la domenica, dietro la finestra che si affacciava nella Piazza Grande, scostando appena un po’ la tendina ricamata, osservava le famiglie del paese, i Corti: marito e moglie e tre bambini goffi e con la testa grossa, i Rurale insieme alle due vecchie zie zitelle, piccole e magre, sempre vestite di grigio come due secondine, il gruppo compatto
e riverito della famiglia del sindaco, il geometra Maurelli Adelio, che con le palazzine condominiali aveva fatto dei bei soldi. La moglie Mariastella ogni domenica sfoggiava un vestito nuovo, che d’inverno lasciava intravedere dal cappotto lasciato appositamente aperto.
La domenica mattina alle undici proprio quasi sotto le sue finestre passavano tutti per andare a messa nella Parrocchia di Santa Maria della Neve, con i bambini e le nonne e i parenti al completo, poi si fermavano sul sagrato a chiacchierare e magari a progettare il programma per la giornata e infine andavano a gruppetti alla Pasticceria Dolci Sensazioni a comprare le paste. Un piacevole rito mondano: la Mercedes, con il suo grembiule di raso nero con colletto di pizzo e i polsini bianchi, che conosceva i gusti di ognuno, li serviva, gratificandoli con piccoli commenti appropriati e scherzosi. Dopo finalmente tutti a casa a tavola e la piazza si svuotava.
Poche ore più tardi nel pomeriggio, se la giornata non era piovosa, si animava di nuovo, gli abitanti a zonzo per la pigra passeggiata nel corso a sfoggiare il vestito buono e il rituale del caffè preso al bar. Gli uomini col colorito rubizzo e l’espressione un po’ beota di chi a pranzo aveva mangiato tanto e bevuto ancora di più, si scambiavano battute sporcaccione mentre le donne, con la pettinatura rigida da parrucchiere, stavano in disparte fingendo di scandalizzarsi, la mano davanti alla bocca e gli occhi spalancati.
Fino a sera quando toccava ai ragazzi a uscire. Gruppetti vocianti che si attardavano prima di andare in discoteca a Pavia.
Cesarina, tranne qualche volta per la messa, rimaneva chiusa in casa l’intero giorno, esclusa dalla vita del paese. Sempre sola a far passare le ore.
“Non che mi facciano una grande simpatia, ‘sti burini a festa. Il marito della Mocchetti con il suo abito marrone una taglia di troppo – che i pantaloni gli si arricciano alle caviglie come a un disgraziato – è un noioso morto in piedi e in casa dei Grandori mi hanno detto che si mangia poco e male, perché lei, la Mariuccia, è un cane che riesce a rovinare perfino una fetta di prosciutto. Magari, anche se me lo chiedessero, probabilmente rifiuterei, di andarci. Però almeno una volta mi potrebbero invitare! Se non altro per cortesia.”
Si sentiva un po’ umiliata da tanta mancanza di rispetto. E dall’essere lasciata in disparte così, come fosse stata un nessuno. Rifiutata dalle persone che nel suo Istituto invece la trattavano con confidenza cordiale.
Che spesso rimanevano oltre il tempo del massaggio, per farsi due chiacchiere tutte insieme, da una cabina all’altra.
E poi perché questa specie di quarantena? Avevano paura che, essendo sola, s’insinuasse nella loro famiglia e se la trovassero sempre tra i piedi a piatire un po’ di compagnia? Sì, proprio lei era il tipo!

Piccola di statura, con il corpo un po’ tozzo, ma bello sodo, le gambe corte e muscolose, i lineamenti forti da contadina, gli occhi birichini e ancora l’accento generoso della sua terra d’origine, la Cesarina la si poteva considerare una donna piacente.
Con la Panda che si era comprata alcuni anni prima, qualche volta, soprattutto d’estate, era andata da sola a ballare nelle balere dei paesi vicini, per non suscitare pettegolezzi. Ma nonostante il suo modo di fare alla mano e ingenuamente seduttivo, un marito non se lo era proprio trovato. Tanti corteggiatori, questo sì. Ma diverso era il suo scopo.
Anche se lei ormai con gli anni che passavano così in fretta, si sarebbe di molto accontentata.
Si trovò invece un amante fisso. Un camionista. Una pasta d’uomo che faceva avanti indietro ogni settimana la Monaco-Genova e che una sera si era fermato a Massaua a dormire, perché il suo camion aveva avuto un guasto. Veniva dalla Baviera, dove viveva in una cittadina vicino a Norimberga – glielo aveva raccontato subito – con una moglie bionda e gigantesca come lui e un paio di ragazzini. Con la sua risata esplosiva e le sue grandi bevute di birra, che si era accumulata tutta sul ventre prominente e teso come un tamburo, alla Cesarina era piaciuto subito, seduto sull’alto sgabello del bar del Dancing Honolulu.
Eccome, se le era piaciuto! Tanto che il giovedì chiudeva il suo Istituto alle sette, “Vado a trovare una mia vecchia zia alla lontana”, diceva alle clienti pettegole e con la sua macchinetta andava all’Hotel Moderno sperduto nella campagna di Bereguardo. Portava con sé ogni volta ben avvolto nella carta d’argento per tenerlo al caldo o un bel tegame di pasta al forno o degli agnolotti conditi generosamente con burro fuso e salvia.
Perché nei dintorni, soprattutto nei giorni feriali, ristoranti e trattorie chiudevano presto.
A quell’ora le sue donnette clienti dell’Istituto andavano al Bar Moka a spararsi uno svogliato aperitivo con tre olive vizze, per sentirsi un po’ come le protagoniste di Sex and the city, pensava, ironica, deponendo sul comò della stanza tutte le buone cose che aveva portato e che riempivano l’aria di un profumo succulento.
Mentre lui, l’Herman, appena entrato nella camera, senza perdere tempo in tante smancerie, la prendeva subito, così, quasi senza spogliarla. Solo un bel pezzo dopo, finalmente appagati, pensavano a svuotare il cesto con tutto il suo ben di dio. Non mancava mai la birra. Ma anche una bella bottiglia di frizzante Lambrusco.
Un giorno, buttando giù l’ultima forchettata di un’intera teglia di lasagne al forno che aveva divorato, come fosse stata l’ultimo pasto di un condannato a morte, Hermann cupo in faccia avvisò Cesarina che con il suo camion non avrebbe percorso più quella tratta. La sua ditta lo destinava al nord dell’Europa, Norvegia, Danimarca o giù di lì. Glielo disse, e poi in lacrime e anche un po’ubriaco, per l’ultima volta l’abbracciò stretta quasi da stritolarla.
Per Cesarina incominciò una solitudine che ora le rodeva dentro più di prima, perché non era condita neanche con l’attesa esaltante dei suoi eccitanti, clandestini giovedì.
Una sera che svogliatamente stava sfogliando un giornale, la sua attenzione fu attirata da un’offerta pubblicitaria. Lesse attentamente un paio di volte e il suo viso prese subito colore, la sua mente incominciò a lavorare. Era un’idea azzardata, ma tutto, nella sua vita, non era stato semplice. Eppure guarda dove era arrivata!
L’ordinazione la fece in grande segretezza, addirittura andando direttamente a Pavia un lunedì mattina presto. Si fece mandare il pacco anonimo al Fermo Posta, dove tra mille peripezie e un bel po’ di batticuore, andò a ritirarlo un venerdì sera. Parcheggiò poi la Panda in una stradina isolata vicino a casa.
Nottetempo, pregando la madonnina santa che nessuno la scorgesse, con molta fatica portò a casa il suo tesoro: la bambola “Payme Patty”.
Ordinata per posta dal catalogo Shoppingsex.
La tolse circospetta dallo scatolone, senza etichette pubblicitarie, in cui era stata piegata e la gonfiò con cura con l’apposita pompa in dotazione.
Le ci volle quasi mezz’ora. A lavoro compiuto l’osservò con aria critica.
Anche se la Patty era la bambola più semplice e umana del catalogo nel quale l’aveva scelta, senza le tettone e il culone delle altre, era assolutamente necessario farle alcuni ritocchi.
Lei che tutta la settimana aveva studiato ogni sera con grande attenzione le foto, se l’era immaginato e aveva preparato in casa tutto il necessario.
Quella che richiese maggior impegno fu la bocca, per farla diventare normale, che a vederla così spalancata come quella di una morta strangolata, le faceva anche un po’ impressione.
Dopo un lavoro paziente e di grande abilità col silicone e le matite del trucco, con la biancheria che aveva comprato e un grazioso vestitino celeste a fiori, nonché una folta parrucca color mogano, la bambola gonfiabile Payme Patty, ormai irriconoscibile, era diventata Rosetta: la sua amata sorella.
Di lei parlò eccitata con tutte le clienti.
“Ieri sera tardi mia sorella è arrivata dal mio paese vicino a Modena per passare un po’ di tempo con me. Lì ormai non c’è rimasto quasi più nessuno della famiglia… La Rosetta non cammina molto bene, per un incidente di macchina alle gambe e quindi non esce… Scrive poesie. Al paese ha vinto perfino un concorso “Belle Parole per un anno”. Venti composizioni che hanno stampato in un vero libro rilegato. Hanno letto le sue poesie nella sala del Comune, davanti al Sindaco, alle Autorità e al Parroco. C’era un sacco di gente ad applaudirla, a farle le foto. L’hanno intervistata anche sulla Gazzetta locale.
Ci siamo sempre fatte molta compagnia, io e lei, e non smettiamo mai di ridere, perché la mia Rosetta è molto spiritosa, ha sempre qualcosa per la testa, non una di quelle persone che ti fa sbadigliare dalla noia solo a guardarla in faccia. Per questo ci piace starcene per conto nostro. Ci siamo sempre bastate. Poi so già che qualche sera verrà a trovarci la zia da Bereguardo e anche i cugini e gli amici. Che la rivedono volentieri.
Perché alla Rosetta vogliono tutti bene, con il carattere simpatico che ha.“
Si sparse subito la voce.
Le donne d’improvviso presero a invitarla al Bar Moka in piazza per prendere insieme un caffè prima di tornare a casa a preparare la cena alla loro noiosissima famiglia: volevano notizie, venire a trovarla, combinare una domenica insieme, desiderose di vedere in faccia la nuova arrivata che sembrava, dalle descrizioni, graziosa e simpatica. E anche un po’ speciale.
“Perbacco! Addirittura una poetessa! Una che ha scritto un libro col suo nome! Non cosucce da niente. Famosa. Messa addirittura sul giornale. Qui a Castel d’Isola non abbiamo mai avuto nulla del genere.”
Anzi la Mocchetti aveva subito affermato decisa: “Io e lei andremo immediatamente d’accordo. Perché io dentro sono sempre stata un po’ poetica.”
Poi una persona nuova, di compagnia: era un bel diversivo nella piccola comunità, imprigionata nelle sue abitudini in cui si sentiva spesso soffocare, che l’ultima volta che aveva visto dei volti nuovi era stato con l’arrivo, tanti anni prima, delle zie dei Rurale. Neanche tanto simpatiche, a dirla tutta, brutte, vecchie e un po’ sorde.
Ma adesso era la Cesarina che rifiutava. Voleva rincasare presto e già in strada, – confessava tutta allegra alle clienti – le si allargava il cuore a scorgere dietro le tendine del tinello la sagoma della Rosetta che passava la giornata a scrivere le sue bellissime poesie, che mandava al paese al Sindaco, per metterle in un altro libro, e poi a sera la aspettava.
Le piaceva preparare la tavola per due, chiacchierare, commentare i fatti della giornata, guardare insieme qualche programma alla Tv, mangiare un dolcetto prima di augurarsi la buona notte. Lo andava a scegliere anche lei alla Pasticceria Dolci Sensazioni.
”Ce lo gustiamo dopo cena, mentre guardiamo la televisione. E’ golosa, la mia Rosetta!”
Davanti a quel paese di gente chiusa, diffidente e ingrata, non era più la zitella da compatire come avevano fatto fino allora, con un pizzico di trionfante malignità:
“Povera Cesarina. Farà un sacco di soldi con il suo Istituto, ma la sera, sola come un cane!”, e da lasciare accuratamente in disparte, perché:
“Ragazze, se si è un po’ furbe, non s’invita a casa una donna libera e ancora sulla breccia. Che magari il marito può farsi venire il ghiribizzo.“
Una donna indipendente! Con il suo appartamento dove può invitare chi vuole, senza rendere conto a nessuno!
“Che si sa, l’uomo è cacciatore! E’ nella sua natura. E gli basta poco per non riuscire a frenare la fantasia. Anche al più onesto.”
Sorrisini. Sguardi maliziosi.
Le aveva indovinate, Cesarina, le chiacchiere di quelle bigottone invidiose e malfidenti!
Adesso, guarda, proprio quella ficcanaso della Mocchetti, la più sfacciata di tutte, una sera quasi all’ora di cena le si era presentata a sorpresa a casa con la scusa di farle controllare uno sfogo che le era improvvisamente apparso sulla faccia. Uno sfogo! Una microscopica macchiolina sulla fronte.
“Sarà mica stata la crema che mi hai messo oggi per il massaggio?” le aveva domandato come scusa e intanto in anticamera allungava il collo come un’oca, pronta a entrare di slancio. Cesarina, ferma ma gentile, l’aveva spinta con forza sul pianerottolo.
“Scusa se non ti faccio venire dentro, ma la mia Rosetta ha un po’ d’influenza e si è appena appisolata sulla poltrona in tinello. Non voglio disturbarla, che già stanotte ha dormito poco per la tosse,” la congedò sussurrando. “Ci vediamo domani all’Istituto. Non perdiamo tempo adesso, che anche tu avrai la tua famiglia da mettere a tavola! Ed io non
vorrei che mi si bruciasse la cena sul fuoco”.
Dal piccolo appartamento usciva un casalingo, appetitoso profumo di spezzatino. Anche lì, come in tutte le case del paese, la cena era quasi pronta.
Quante sghignazzate si era fatta poi con la Rosetta dopo il batticuore di quella visita improvvisa e quando l’aveva imitata, facendo la bocca stretta a culo di gallina, come faceva la Mocchetti, che diventava tutta pettoruta nei momenti in cui si sentiva furba.
“Sì, uno sfogo! Pensa tu, che trovata! Una macchiolina piccolissima che probabilmente si é fatta con la biro. Una scusa per venire a ficcanasare e per vederti da vicino, la scema!”
Si sentiva ridere fino in strada.
O come la volta che era arrivato addirittura l’Adelio Maurelli, il marito della Mariastella. Aveva un po’ bevuto, lo si percepiva dall’alito greve a metri di distanza. Di soppiatto una sera, dopo il lavoro, era entrato silenziosamente dietro di lei nel portoncino e l’aveva seguita sul pianerottolo buio, brancicandola malamente con le mani dovunque e sbavandole ansimante sul viso.
Grugniva: “Dai, che so che ti piace. Una donna sola come te… chissà che fame che hai di maschio… che senti qui cosa c’è, dentro i pantaloni…” Il suo faccione solitamente squadrato e pallido e con una certa espressione astuta, si era tramutato in quello di un omarino cattivo e prepotente. Va beh, che aveva la madre che non moriva mai, affetta di Parkinson. E che il suo nuovo affare edilizio puzzava di galera. Ma questo non lo giustificava dal metterle le sue manacce sotto la gonna.
Arrabbiata lo aveva allontanato facilmente, perché era forte, la Cesarina.
“Aho! Sei via di testa? Cosa ti passa in quel cervellino da gallina? Lasciami stare e vattene. Che poi la Rosetta s’incazza ed è buona di mettersi a strillare così forte che arrivano i pompieri anche dalle frazioni vicine! Capace che fa scrivere il fattaccio anche sul giornale del nostro paese!”
Perché ora pure lei aveva una famiglia, non era più una povera donna qualunque che passava le sue serate e le feste sola, compatita da tutti, aveva una sorella perfino importante, che le faceva da scudo protettivo da tutte le cattiverie.
E va all’inferno! a quei villani mugugnosi che solo adesso, che non ne aveva più bisogno, si stavano accorgendo di lei!
Quasi dieci anni erano scivolati via in compagnia di Rosetta quando, inaspettata come un fulmine, arrivò dalla Baviera una lettera:
Cara Zesarina, io in pensione e finito lavoro. Mia frau morta e ragazzi partiti. Non te mai dimenticato. E pensato sempre con grandissimo amore e nostalgia. Io arriva in tre giorni. Se vuoi sposo te e viviamo sempre insieme. Aspetto tua risposta che spero ja. Tuo caro Hermann.
Seguiva il numero di telefono.
“Mariavergine,” sussurrò Cesarina mentre credeva che le venisse un colpo, per la gioia. Aveva aperto la lettera nella pausa tra un massaggio e l’altro. Senza dire una parola alle clienti, che non ne sarebbe stata neanche in grado tanto aveva la gola chiusa, abbandonò il suo Istituto e corse a casa dalla Rosetta:
“Chi se lo aspettava più. Dio mio, senti come mi batte il cuore. Il mio gigante biondo! Ritorna da me. Non mi ha mai dimenticato!” Abbracciò la sorella, le stampò due baci di felicità sulle guance e ritornò di corsa al lavoro.
Sprizzava splendore. A chi le chiese se era successo qualcosa, fece la misteriosa: “Vedrete, donne, che bella sorpresa vi prepara la vostra Cesarina, una sorpresa che proprio non ve l’aspettate. Una sorpresa da far resuscitare tutti i morti, qui a Castel d’Isola!”
Solo verso sera le venne in mente: “Dio mio, e la Rosetta? Non posso farla trovare in casa dall’Hermann. Come faccio?”
A cena piangendo Cesarina illustrò alla sorella il suo piano. Pure la Rosetta era triste, ma le faceva anche coraggio: “Non pensare a me. Adesso importante è l’Hermann. Io sarò sempre nel tuo cuore e tu nel mio. Qualsiasi decisione dobbiamo prendere, noi saremo sorelle per tutta la vita.“
Il giorno dopo a notte fonda Cesarina, che aveva parcheggiato la macchina davanti casa, scese a fatica le scale del palazzetto in cui abitava, con Rosetta tra le braccia. La teneva diritta davanti a sé, che sembrava che camminasse. Le aveva lasciato addosso il vestito, la biancheria, la folta parrucca.
Non aveva avuto cuore di spogliarla e di piegarla per metterla nella scatola. E neanche Rosetta aveva voluto.
Con la sorella seduta sul sedile accanto e il cuore pesante, aveva guidato la sua Panda fino a raggiungere un ponte sul Ticino, un posto un po’ solitario che aveva scoperto con l’Hermann, nell’unico intero week end che avevano passato insieme.
Con circospezione e gentilezza fece scivolare Rosetta fuori dalla macchina. Le avvolse il corpo fino alle spalle in un lenzuolo, una specie di sacco e sul fondo mise delle pesanti pietre.
Dopo un ultimo bacio, piangendo, la lasciò andare nella corrente. Poi, al chiaro della luna appesa nel cielo come un fanale, stette a guardarla mentre si allontanava.
Rosetta si girò verso di lei lentamente, con la mano alzata, a salutarla.
Per l’ultima volta.
Cesarina, che quasi non ci vedeva per le lacrime che aveva negli occhi, fece ritorno a casa. Che le sembrò, per la prima volta dopo tanti anni, vuota e abbandonata.
Per fortuna tra qualche giorno arrivava il suo Hermann.
Avevano già preparato le carte.
Si sarebbero sposati il sabato successivo, a Bereguardo, loro due soli con due testimoni, dei suoi colleghi che, come lui un tempo, facevano la tratta Monaco-Genova.
Non avrebbe invitato nessuna delle donnette del paese, che non l’avevano mai voluta come amica e l’avevano sempre snobbata. Lei, una donna sola, da tener lontano per paura e interesse.
Avrebbe fatto loro una bella sorpresa. Se le immaginava già le facce livide di quelle sceme a presentargli la domenica mattina, davanti al sagrato della chiesa il marito, grande, bello, biondo, allegro e soprattutto che sprizzava entusiasmo e mascolinità da tutti i pori. Autentico.
“Sì, sono sua moglie” avrebbe detto facendo vedere la fede che luccicava al dito. “Sono la signora Mayer. Cesarina Mayer! Come ci siamo conosciuti? Oh, é una lunga storia terribilmente romantica, da cuore e batticuore, tipo telenovela, che in questo momento non abbiamo tempo di raccontare. Dobbiamo correre a Pavia. Ci sono gli amici dell’Hermann che ci aspettano per festeggiarci!”
A lui, un giorno, avrebbe raccontato della sua amata sorella e di quanta compagnia le aveva fatto in tutti quegli anni.
“Abbiamo lo stesso carattere e andiamo sempre d’accordo. Ha più o meno la mia età e i capelli color mogano. Però è più alta di me. Ha preso dal povero babbo, che era anche lui un gran pezzo d’uomo. Ora è ritornata al paese. Un giorno andremo a trovarla.”

E la Rosetta, senza la sua adorata Cesarina?
Beh, due giorni dopo la prese all’amo un pescatore solitario.
Anche lui ebbe modo di apprezzarne il buon carattere e l’affettuosa compagnia.

BIG BANG

di Silvano Gasparetto

 

 

 

La colazione è sul tavolo, il pranzo nel frigo, scaldalo nel microonde a potenza 3 per 50 secondi. Mangia tutto.

A stasera.

Mamma

P.S. Non combinare pasticci.

 

Beniamino accartocciò il biglietto e lo gettò in pattumiera. Bevve un bicchiere di latte, uscì di casa e diede un’occhiata in giro: accanto alla porta dei vicini un portaombrelli, più in là una stretta scala che certamente portava alla terrazza di cui aveva parlato la tipa dell’agenzia. Salì contando i gradini, appoggiando il piede sinistro su quelli dispari e il destro su quelli pari: uno sinistro, due destro, tre sinistro, quattro destro.

Dopo due rampe si trovò davanti a una porticina verde, che si aprì appena toccò la maniglia. Uscì abbassandosi per non picchiare la testa; la luce del sole, riflessa dal pavimento chiaro, lo abbagliò. Il vento gli scompigliò i capelli. All’orizzonte, sul mare, si addensava una massa di nuvole violacee.

Aveva dormito poco quella notte, forse il letto nuovo, o lo stress del trasloco. Il giorno prima, mentre portava su gli scatoloni, sul pianerottolo aveva incontrato la vicina, una piccoletta dalla pelle scura e grandi occhi a mandorla, più o meno della sua stessa età; usciva dalla porta accanto alla sua. L’aveva salutata, e subito si era pentito, perché lei non l’aveva neanche guardato in faccia. Che cafona, chi credeva di essere?

A un tratto sentì sbattere la porta; forse è stato il vento, pensò. Gli venne un dubbio: si aprirà dall’esterno? Tornò indietro lentamente, come per rimandare la brutta sorpresa: infatti era chiusa, e non c’era maniglia. La spinse, la scosse, niente da fare. Gli venne in mente che anche la porta di casa, senza chiavi, non si apriva dall’esterno. E lui non le aveva prese le chiavi, e neanche il cellulare. Bisogna che trovi una soluzione, la mamma non deve venire a sapere che mi sono messo in questo guaio, pensò. Si affacciò dal lato del loro balcone: Nessun appiglio per calarsi giù. Di saltare neanche a parlarne, era troppo alto. Si guardò in giro cercando qualcosa che potesse servire, ma c’era soltanto, in un angolo, la base di un ombrellone. Avrebbe potuto chiamare aiuto, qualche vicino forse l’avrebbe sentito. Quelli del primo piano erano tutti via, poco prima di uscire aveva visto, dalla finestra, uscire il padre, e poco dopo la moretta con la madre. Al pianterreno, nell’appartamento sotto il loro, forse c’era qualcuno. Subito scartò l’idea: non avrebbe mai potuto, il primo giorno che era lì, fare una figura del genere con i vicini; piuttosto, meglio affrontare il sarcasmo della madre. Gli toccava aspettare fino a sera il ritorno dei suoi. Perché queste cose dovevano capitare sempre a lui? Sedette sul pavimento nell’unico punto dove c’era un po’ d’ombra, a ridosso di quella specie di abbaino da dove si accedeva alla terrazza, e appoggiò la schiena al muro.

Il pavimento era ricoperto da grandi piastrelle. Le contò: sul lato corto erano venti per ogni fila, su quello lungo ottantasette. Però non erano quadrate, un lato era forse il doppio dell’altro, e nell’ultima fila del lato lungo erano tagliate circa a metà. Dunque, per sapere quante erano avrebbe dovuto togliere mezza fila, moltiplicare…

Forse fu il freddo a svegliarlo, la felpa che indossava era troppo leggera, o forse il cigolio del cancello. Guardò il cielo coperto da nuvole basse. Il vento era aumentato. Si affacciò con cautela e la vide percorrere il vialetto. Era lei, la vicina spocchiosa che tornava da scuola.

 

Marta chiuse il libro e si avvicinò alla finestra. I prodotti notevoli: Formule di calcolo per i polinomi che permettono di scomporli…

Quante chiacchere inutili, si fa più fatica a imparare le definizioni che a capire come funzionano. Li so usare, perché debbo anche ricordare la filastrocca? Me l’immagino la risposta della prof: Perché te la chiedono, cara! Naturalmente intendo la prof che ho in casa.

La madre aveva i colloqui con i genitori e sarebbe rimasta a scuola tutto il giorno, il padre tornava sempre dopo il tramonto. Le piaceva starsene col naso appoggiato al vetro a guardare fuori. Oltre il piccolo giardino delimitato da una cancellata che circondava la casa, ancora qualche costruzione bassa, poi, dopo la statale, il mare. Il vento staccava dalla cresta delle onde spruzzi che arrivavano fino alla strada. Era una delle ultime case della periferia Est della città, una palazzina con due appartamenti al piano terra e due al primo. Uno degli appartamenti al pianterreno veniva occupato solo d’estate. Sentì gridare i fratellini del piano sotto, due gemelli casinisti; intervenne la madre urlando più di loro. D’un tratto tacquero tutti. Arrivava, da lontano, il rumore delle onde che si rompevano sul molo, poi il brontolio di un tuono; forse avrebbe piovuto.

Era arrivata una nuova famiglia nell’appartamento accanto al loro, dove prima abitava la zia Agata. Quand’era piccola passava con lei quasi tutte le giornate; la mamma la lasciava da lei quando usciva per andare al lavoro e la riprendeva nel pomeriggio. La sua porta era sempre aperta, la chiudeva solo quando andava a letto. Preparava dei dolcetti alle mandorle che di così buoni non ne aveva più assaggiati. Marta la chiamava Zia Ga, e la zia chiamava lei Ma. Poi, anche quando crebbe, continuarono a chiamarsi così, Ma e Ga. In realtà era solo una vicina, ma per lei era più zia di qualsiasi vera zia. Aveva i capelli raccolti dietro la testa e gli occhiali rotondi, papà diceva che sembrava nonna Papera.

Una sera venne a trovarle una signora con la sua bambina, che aveva circa l’età di Marta. La mamma la prese in braccio e la baciò, la piccola teneva la testa girata dall’altra parte, ma lei continuava a coccolarla, anche se era chiaro a tutti che quella non aveva nessuna voglia delle smancerie di un’estranea. Marta uscì e andò dalla zia Ga: – Io lì non ci voglio più stare, – le disse, ‒ resto da te.

Ga si fece spiegare il problema, poi: – Aspettami qui un minuto solo.

Andò di là, la sentì parlare piano con la mamma. Quando tornò tirò fuori dal ripostiglio una brandina, l’aprì, la piazzò in salotto e in pochi minuti il letto fu pronto. Quella notte Marta dormì lì. Il giorno dopo, quando la mamma tornò da scuola, si era dimenticata tutto. Non si fermò più a dormire dalla zia, ma, soprattutto quando litigava coi suoi, era bello sapere che la sua brandina era lì, col letto fatto.

Poche settimane prima, tornando da scuola, vide un’ambulanza davanti al cancello. Sapeva che Ga non stava bene. Si fermò dall’altra parte della strada e attese. La vide uscire sdraiata su una barella, legata con delle cinghie arancione. La zia la vide, e da lontano le sorrise. Marta voleva avvicinarsi per salutarla ma non ci riuscì, non capì mai cosa la trattenne. Anche le tute delle ragazze che spingevano la barella erano arancioni.

Nella nuova famiglia erano in tre, una coppia con un ragazzo, uno spilungone dall’aria timida. Si erano incrociati sulle scale, lui saliva carico di bagagli. La salutò, lei gli sorrise appena, poi pensò a lui tutta sera. I tre passarono tutto il pomeriggio a scaricare scatoloni, i mobili l’avevano portati il giorno prima quelli dei traslochi.

Diede un’occhiata fuori dalla finestra: cominciava a piovere.

 

Beniamino tornò a sedersi, chiuse gli occhi e lasciò vagare il pensiero: Mi farò dei nuovi amici, speriamo che a scuola i compagni non siano stronzi. E speriamo di conoscere delle ragazze, forse in provincia è più facile. Il tempo non passava, così si imbarcò in una delle sue fantasie: La porta si apre e compare Luisa, la cassiera del bar dell’ospedale. L’aveva vista al San Martino, quando, con i suoi, era andato a trovare Gianni, il fratello della madre. Nel corridoio incontrarono Cesare; l’aveva conosciuto la volta precedente, era sempre lì, seduto su una sedia di fronte alla sala TV. Lo salutò.

– Ben! – rispose lui allegro, – ti aspettavo, la valigia è quasi pronta, cinque minuti e arrivo.

Scappò nella sua stanza. Cesare era convinto che chiunque entrasse in reparto fosse lì per portarlo a casa dai suoi. Piccolo e grassottello, col viso infantile, vestiva sempre una tuta rossa col marchio della Ferrari. L’infermiere una volta disse che i suoi genitori erano morti in un incidente quando lui aveva dieci anni e, nei brevi periodi in cui non era ricoverato, viveva con dei lontani parenti. Quando raggiunsero la camera di Gianni, la madre lo mandò giù al bar a prendere una bottiglia d’acqua, forse per toglierselo di torno; lui ci andò volentieri, perché non sopportava il comportamento di lei col fratello, e anche perché la cassiera aveva due tette stupende, che mostrava orgogliosa indossando camicette scollate. Luisa, così l’aveva sentita chiamare da un collega, ultimamente era la principale protagonista delle sue fantasie erotiche. Mentre faceva la fila alla cassa la osservò, affascinato da quei seni che, a ogni movimento, dondolavano in tutte le direzioni, ognuno in modo autonomo.

Luisa esce sulla terrazza, si guarda intorno, si accorge di lui, sorride. È in ciabatte, addosso ha una vestaglietta di tessuto morbido che mette in risalto le forme, con i capelli spettinati è ancora più eccitante, gli si avvicina e sussurra: – Abito qui al pianterreno, vieni da me. – Mentre parla lo guarda con…

Una goccia fredda gli cade sul naso. Ci mancava solo questa. Il cielo non promette nulla di buono, è pieno di nuvoloni bassi. Sente un tuono e dopo pochi minuti comincia, prima lentamente, come per prepararsi, poi scroscia forte. Si addossa alla porta, è il posto più protetto, ma in breve è completamente bagnato. Aumenta ancora, è un acquazzone violento, sente freddo, comincia a battere i denti. Picchia forte sulla porta col palmo aperto, ma la pioggia fa un rumore tremendo, chi lo può sentire? Dopo un po’ desiste, cerca di farsi più piccolo che può per ripararsi sperando che non duri a lungo.

 

Marta è pensierosa. La mamma ultimamente è strana, parla poco, sia con lei che con papà. A volte sembra triste, e, se le chiede perché, cerca di distrarla parlando d’altro. Sono finiti i mormorii e le risatine che sentiva la sera provenire dalla loro camera.

Non si staranno mica lasciando, quei due? No, che mi viene in mente, è perché stanno invecchiando, ormai hanno più di quarant’anni. O forse papà si è innamorato di un’altra… Non posso immaginarmelo, era sempre lì a pendere dalle sue labbra, mi dava persino fastidio. O magari lei. Lei sì, ce la vedo. Chi potrebbe essere, vediamo. Il prof di matematica? No, con quell’aria saccente, non è il suo tipo, a immaginarli insieme mi vien da ridere. Però, aspetta, quel pomeriggio che sono tornata dalla piscina e l’ho trovata col preside… Loro non mi hanno sentita entrare in casa, erano chiusi nello studio. Che bisogno c’era di chiudere la porta? Quando l’ho aperta abbiamo fatto un balzo tutti e tre, io non mi aspettavo di trovare lui, loro non si aspettavano che io arrivassi. E la mamma mi pareva seccata, mentre lui con me era gentile, troppo gentile. Quando sono usciti li guardavo dalla finestra, mentre si dirigevano alla macchina lei gli ha sistemato il colletto della giacca. Era un gesto tenero, familiare, allora non ci avevo fatto caso, ma ripensandoci ora… Poi mi ha detto che era venuto ad aiutarla a correggere i compiti, ma i presidi aiutano le prof a correggere i compiti?

La pioggia è aumentata, ora è molto forte, la sente crepitare sul terrazzo. Ogni tanto tuona, dalla finestra quasi non vede oltre il cancello.

Oh madonna, sta a vedere che quella si è innamorata del preside, se ne va con lui e ci abbandona! Poi papà si risposa e sarò costretta a vivere con una matrigna, magari una che ha già una figlia, e dovrò lavare i pavimenti e far loro la serva… Uh, quante fantasie! Torna sulla terra! E poi le figlie erano due.

Un rumore, come un bussare, si sente appena, confuso con quello della pioggia. Si affaccia sul pianerottolo e lo sente più chiaramente: viene da sopra. Qualcuno picchia sulla porta della terrazza, qualche fesso che è salito senza chiavi ed è rimasto chiuso fuori. Ma che cazzo è andato a fare lassù con questo tempo?

 

Beniamino sente aprirsi la porta, subito entra e la richiude dietro di sé. È la ragazzina che abita al suo pianerottolo.

– Grazie, per fortuna mi hai sentito.

– Ma che ci facevi in terrazza?

– Sono venuto su stamattina, la porta si è chiusa col vento… pensavo di aspettare i miei fino a sera, poi ha cominciato a piovere…

A Marta viene da ridere al pensiero di lui che se ne sta tutto il giorno sul terrazzo ad aspettare che tornino i suoi, poi si accorge che sta tremando, è fradicio, le gocce gli scivolano sul viso.

– Vai subito a cambiarti! Le chiavi di casa le hai prese?

– No, non sapevo che queste porte…

È proprio imbranato. Bello e imbranato.

– Dai, vieni a casa mia.

– No, grazie, aspetto i miei qui sulle scale.

– Ma quali scale, stai tremando, vieni! – e lo accompagna in casa.

– Ti bagno tutto il pavimento, – dice mentre lei apre il rubinetto e fa andare acqua calda nella vasca.

– Io sono Marta.

– Io Beniamino, sei gentile, non vorrei disturbarti….

– Poi asciugati con questi e mettiti su quell’accappatoio.

Esce dal bagno. – Passami i vestiti, – gli dice.

A lui viene un dubbio tremendo. Fa un rapido controllo: ha un buco nelle mutande. Ora cosa faccio? Non posso certo dirle no, non te li passo i miei vestiti! Attraverso la porta socchiusa lei aspetta con un braccio proteso che non ammette esitazioni, non gli resta che fare quello che ha chiesto. Mentre le passa i vestiti nota la sagoma di lei attraverso il vetro opaco della porta. Certamente vede la mia, pensa, si copre con una mano e si allontana. Si sarà accorta che ce l’ho piccolo?

Dopo aver steso i panni bagnati sui caloriferi lei accende il giradischi e fa andare il CD che era dentro, poi passa uno straccio sul pavimento fino alla porta del bagno che è rimasta socchiusa. Dà un’occhiata dentro e lo vede nella vasca. Non si è accorto di lei, ogni tanto immerge anche la testa per qualche secondo poi torna su a respirare e sorride. A quel punto si rende conto di essersi portata in casa uno sconosciuto. E se mi mette le mani addosso? Se è uno stupratore?

Parte la musica, un disco del papà, musica classica, farò la figura della secchiona. Sto qui a pensare ai suoi gusti musicali mentre lui…

Esce dall’acqua, lo guarda mentre si asciuga, è troppo bello per essere uno stupratore. Lui si volta e la vede, lei gli sorride, lui arrossisce e svelto si mette su l’accappatoio.

Lei apre del tutto la porta, fa un passo verso di lui, lui fa un passo verso di lei. – Marta, – mormora, – Beniamino, – sussurra lei.

Lui ha voglia di scappare ma si fa coraggio, si sforza di sorridere, devo prendere l’iniziativa, si avvicina ancora, ora cosa faccio, abbassa la testa, lei alza la sua, le bocche si toccano, gli occhi si chiudono.

Lei sente l’odore della sua pelle, titubante tocca con la punta della lingua le labbra di lui, che si schiudono, dentro è umido e tiepido, il sapore è buono.

Lui non riesce a crederci: ci sta, anzi, lo bacia con la lingua, prima esita, poi è sempre più sicura, questa la sa lunga, non devo farle capire che per me è la prima volta.

Lei fa scorrere le mani sul petto di lui, sulle spalle, sente la pelle liscia, spinge indietro l’accappatoio che scivola in terra.

Lui non sa decidere, le sue dita sì, le slacciano il bottone dei jeans, scivolano dentro, sentono i peli, sono morbidi, da accarezzare, lui si spaventa, ritira la mano.

Lei lo ferma, vai avanti così, lui va avanti così, lei, col viso vicinissimo al suo, lo fissa con occhi spalancati, sente il cuore battere dentro le tempie, una bolla calda le cresce nella pancia, dallo stereo arriva un rullo di tamburi, il boato di un tuono copre la musica, poi arriva la meraviglia, il mondo scompare, la bolla scoppia. È il suo Big Bang personale.

Lui sente che non resisterà a lungo, lei lo sta accarezzando, proprio lì, devo riuscire a resistere, che figura ci faccio, devo riuscirci, devo riuscirci, devo…

Non ci riesce.

Il Sàss del Diàul

di Laura Montagna

Racconto vincitore del Premio Adolfo Balliano 2016

 

 

E pensare che mio padre non ne voleva sapere.

Te sèe amòo tropp pìscen[1] – diceva, scuotendo la testa. Ma io mi svegliavo che era ancora buio e lo sentivo andare avanti e indietro tra la cucina e la stalla. E lo sapevo che cosa faceva, anche senza vederlo. Preparava la bricòla[2].

Prendeva il grosso sacco da montagna, quello nero, cucito dalla mamma con l’ago grosso e tanti strati di tessuto forte, e che lui teneva nella cassapanca della stalla. Ci metteva dentro un pezzo di pane nero, del formaggio e una bottiglia di vino. Poi si infilava la giacca di pelle scura, quella imbottita, e la berretta di lana. Con la sciarpa si copriva i baffi, si calcava in testa il cappello di feltro giù fino alle orecchie, un cenno di saluto alla mamma, e prendeva verso il Sass del Diàul[3], il cui solo nome metteva paura. Lui faceva adagio, per non svegliarmi, ma io sentivo lo stesso la porta che si apriva e si chiudeva, cigolando piano.

Ci andava anche da solo, ma il più delle volte insieme al fratello, lo zio Livìs, e al Bepìn, quello dell’osteria. Lo aspettavano alla fontana, e poi tutti e tre si arrampicavano su per il sentiero che tagliava la parete di roccia sopra al paese.

Avevo solo 13 anni, ma lo conoscevo bene quel sentiero. Il mi ci aveva portato alcune volte a cercare i funghi.

Salivamo su per i tornanti in mezzo ai larici, e poi scalavamo anche i gradoni scolpiti nella roccia, fino ad arrivare in cima al costone. Mi piaceva così tanto guardarmi intorno da là sopra! Avevamo tutta la valle ai nostri piedi, e vedevamo fino in fondo, dove c’era solo una nebbiolina sottile. Mio padre diceva che laggiù c’era la città, e anche il lago, e io non potevo che credergli sulla parola.

I tetti grigi del paese erano nascosti dal bosco, però le cime dei monti di fronte, bianche di neve, parevano tanto vicine da poterle toccare.

Vègn, che l’è ùra de turnàa indrèe[4] – ma per me era sempre troppo presto. Io mi sforzavo di allungare il collo guardando anche alle nostre spalle, dove finiva la parete di roccia e si intravedeva il ghiacciaio. Bisognava attraversarlo per arrivare al Sass del Diàul, un picco di roccia tanto alto che la sua cima si scorgeva da ogni angolo della valle. Sotto a quella roccia c’era la capanna dove il , lo zio e il Bepìn andavano a riempire le bricòle con il caffè e le sigarette della Svizzera. Il confine non era lontano, e loro avevano un accordo con quìi dè là[5], che nella capanna ci lasciavano la merce per noi italiani.

Sebbene glielo avessi chiesto molte volte, il non aveva mai voluto portarmi fino lassù, né di giorno né di notte. Diceva che quei sentieri erano pericolosi e così non ero mai stato oltre la cresta del costone, dove la montagna cambiava pendenza.

– Puoi cadere, o farti prendere dai panàu[6], che è ancora peggio – diceva il , scuotendo la testa – Sei ancora un bòcia[7]. E’ troppo presto per la bricòla, e anche per il ghiacciaio – poi cambiava discorso.

E così andò fino al giorno in cui lui scivolò dalla scala intanto che spostava il fieno. Venne giù lungo e disteso, e si ruppe una gamba.

– Non è grave! Vedrai che fra un mesetto starai meglio di prima! – gli aveva detto il dottore, tutto allegro. Ma il c’aveva una faccia! la gamba era fasciata stretta, immobilizzata. Un mese era lungo, lunghissimo. Lui avrebbe dovuto starsene a letto, e il suo lavoro avrebbe dovuto farlo qualcun altro. Anche se io aiutavo la mamma a mungere, a dare da mangiare alle galline e ai conigli, e lo zio veniva tutti i giorni a portare fuori le bestie, pulire la stalla, e zappare l’orto, non era mai abbastanza. E poi c’era un altro problema, molto più importante, ma di cosa si trattava lo scoprii solo una sera che passavo per caso davanti all’osteria.

Una trentina di anni prima, il padre del Bepìn si era preso la più grande stalla del paese, l’aveva ripulita e rimbiancata, aveva ingrandito la porta, sistemato un bancone in fondo e una serie di panche e tavolacci ai lati e poi aveva fatto dipingere l’insegna al falegname del paese con su scritto “OSTERIA”. Quelle gigantesche lettere dell’alfabeto stavano proprio sopra l’ingresso, disegnate sull’intonaco con la pittura nera. Io non sono mai riuscito a spiegarmi il perché, ma se la guardavi bene, la S era in realtà una Z messa alla rovescia. Chissà, forse all’ultimo il falegname aveva pensato che così faceva prima e l’idea la rendeva lo stesso. Ormai l’insegna era sbiadita, ma non c’era giorno in cui qualcuno passando lì davanti, non ricordasse che quello era stato un lauràa mìa tàn bèll[8].

– Sarà poi l’Osteria della Targa Storta! – aveva detto il Bepìn, quando il locale era diventato suo, e lui si era limitato ad aggiungere le due panche fuori, sulla strada. Era il posto preferito dal e dallo zio. Si mettevano sempre là con il loro mèzz[9] in mano, fino a quando il freddo non li costringeva a spostarsi dentro, vicino al focolare.

Vìtta che l’ghè l’bòcia[10]!

Quella sera il Bepìn stava sulla panca insieme allo zio Livìs. Era già ora di chiudere, e non c’era più nessuno ai tavoli dentro.

Lo zio aveva la faccia stanca, forse preoccupata, e mi aveva fatto un cenno veloce con la mano, ma senza alzare gli occhi.

– Vieni qua, vieni a sederti con noi un momento – disse il Bepìn, tutto sorridente, lisciandosi i baffi – Stavamo proprio parlando di te.

Il Livìs però continuava a guardarmi storto.

L’è amòo piscen. El ghè rùa mìga[11] – disse indicandomi.

– Sei sicuro? Secondo me è più in gamba di quanto sembra.

Io mi avvicinai.

– In gamba per far cosa? – chiesi.

– Per portare la bricòla.

Non riesco a ricordare chi dei due avesse detto quella parola. Ricordo solo il suono che aveva fatto. Vacillai, e mi appoggiai al muro per non cadere.

La bricòla. Quella era una parola incantata e proibita insieme. Era il grande sacco nero del , ma anche il suo contenuto. Faceva venire in mente la notte, il latrare dei cani e i panàu che ti aspettavano al confine con lo schioppo in spalla, e sparavano anche, se solo sospettavano qualcosa.

Alzai gli occhi. il Sàss del Diaùl si vedeva bene, rosso scuro per via del sole al tramonto che ne cambiava il colore. Faceva ancora più paura del solito.

– Se lo sa il , mi ammazza – mormorai con il naso per aria.

– E noi non glielo diciamo mica! – rise il Bepìn.

– Ascolta – continuò poi, prendendomi per un braccio e tirandomi a sedere accanto a lui – Tu lo sai dov’è la capanna, vero? – Io feci di sì con la testa.

– Bravo! Allora, quìi de là hanno portato su le cose già da una settimana, forse anche di più. Lasciarle lì non va bene, perché si rovinano, e poi rischia che le scoprono, e sono guai, lo capisci anche tu! Bisogna andare su subito, però in due siamo troppo pochi per portare fuori tutto.

Ma vardèl – lo interruppe ancora lo zio – L’è màgru m’èn pìc, l’è amòo n’redes. El ghè rùa mìga te dìsi![12]

Il Bepìn fece una smorfia, e poi continuò a parlarmi come se non avesse sentito:

– Non è mica che devi portare tutto il sacco come farebbe tuo padre! Solo una parte, il resto ce lo spartiamo noi. Ma da soli non ci riusciamo.

Ciàma l’Andrìn, quèl de la Tùnia! Lùu l’è già espèrtu.[13]

– Ma io non mi fido, Livìs! – ribattè il Bepìn – Non mi fido per niente, né dell’Andrìn, né di nessuno. Qui ci vuole uno di famiglia, altro che storie! – Poi, ancora rivolto a me – Sculta mò, giuinòtt[14], quanti anni c’hai?

– Sedici – esclamai serio, cercando di essere convincente.

Car Signùr! – lo zio alzò gli occhi al cielo.

– Sedici, eh? – fece il Bepìn, e quasi non gli usciva la voce dal gran ridere – E dì, li sai portare i pesi?

– Porto il fieno su e giù dal carro, e la gerla piena di legna dal bosco fino a casa.

– E con i sentieri come te la cavi? In montagna ci sai andare? Sai arrampicare?

– Certo! Col ci siamo andati un sacco di volte alla capanna! – mentii con sicurezza.

I due uomini si guardarono dritti negli occhi. Lo zio scosse la testa:

So mìa sicùur dè fà bèe.[15]

Ma l’è l’ünica – concluse il Bepìn.

– Benone! – mi disse poi – E’ deciso. Tu vieni con noi. Si parte domani, che c’è la luna piena, alle due di notte e si torna all’alba.

– E alla mamma cosa racconto?

Il Bepìn scoppiò di nuovo a ridere.

– Ma come! Hai sedici anni, e non sei capace di inventarti una qualche balla?

– Digli che vieni con me su all’alpe a curare le capre – fece il Livìs, che però non rideva per niente e c’aveva la faccia scura.

– Bell’idea! – approvò l’altro – Allora domani alle due alla fontana.

– Vengo io a prenderti – disse lo zio rivolto a me – E ci parlo io con la mamma.

Ciàu, bòcia! E me racumàndi, non scordarti la bricòla! – mi salutò il Bepìn, agitando la mano.

Quando mi alzai la notte successiva, fu la mamma a prepararmi il caffelatte e a mettere il pane e il formaggio nel sacco del per me. Lo zio le aveva raccontato che aveva bisogno di aiuto su all’alpeggio, e lei aveva annuito. Però se ci credeva o no, io non l’ho mai saputo.

– Sta attento, e fa il bravo – mi aveva salutato dalla porta.

Preòccupes mìga, Maria – aveva detto lo zio parlando al mio posto – ghe stò drèe mi al rèdes[16] – ma io lo vedevo che non era tranquillo.

Ci arrampicammo su per il costone. Il Bepìn apriva la strada e io stavo in mezzo. Per fortuna il cielo era limpido e la luna piena illuminava i gradoni che pareva giorno. Arrivammo in cima in meno di un’ora e ci affacciammo di là, dalla parte del ghiacciaio.

Così, di notte, l’effetto era bellissimo. Alzando la testa, vedevo tutto quel bianco che saliva verso la cima. Sembrava una colata d’argento, e luccicava sotto la luna come se ci fossero incastrati dentro dei diamanti. Cominciammo la traversata e mi piaceva sentire il rumore che faceva il ghiaccio sotto le scarpe pesanti. Ogni tanto affondavo fino al ginocchio dentro la neve più fresca e lo zio doveva tirarmi fuori di peso, però mi affascinava quella marcia al buio verso la massa scura del picco. Ce lo avevamo davanti e diventava più grande e più nero ad ogni passo.

Quando finalmente il Bepìn aprì la porta della capanna erano più di tre ore che camminavo, ma mi sentivo tanto eccitato che mi sembrava di essere partito solo pochi minuti prima.

il Bepìn accese la lampada a cherosene che stava sul tavolo.

– Eccola qua la merce – fece, tirando fuori tre grossi sacchi da sotto i letti. Quindi mise sul tavolo sacchetti pieni di chicchi di caffè ancora da tostare, stecche di sigarette, pacchetti di tabacco, scatole di toscani, e anche due tavolette di cioccolato.

– Queste sono per la tua mamma – mi disse, strizzandomi l’occhio.

– Bùn, adèss n’sè a’pòst![17] Mangiamo, ci riposiamo e prima che arrivi il sole, torniamo giù.

La capanna era una stanza piccola, con un focolare nero di caligine, un tavolaccio, due panche e tre letti con i materassi riempiti di fieno ed erba secca, che come ti ci sedevi sopra scricchiolava e pungeva. Però, dopo aver mangiato, mi era saltata fuori di botto tutta la stanchezza, e mi addormentai come un sasso perfino là sopra.

Sveglia, che l’è ùra![18]

Mi tirai su spostando la coperta. Qualcuno doveva avermela messa addosso intanto che dormivo.

Tüt bèe?[19] – mi chiese lo zio.

– Sicuro – gli risposi convinto.

Il Bepìn era uscito a dare un’occhiata in giro e io guardai attraverso i vetri della finestrella. Erano sporchi ed incrostati di brina e fuori faceva buio, ma si cominciava a vedere il profilo della cresta di fronte contro il cielo che diventava viola.

– Non c’è nessuno – disse il Bepìn sfregandosi le mani mentre rientrava – anche stavolta l’è andata via liscia.

Poi mi aveva dato un pezzetto di cioccolato da mangiare e, tutto soddisfatto, aveva cominciato a riempire i nostri sacchi.

Ciascuno con la sua bricòla in spalla, eravamo usciti che era ancora scuro. Solo la cima del picco alle nostre spalle era già illuminata dal sole, ed era diventata di una bella tinta calda.

– Sembra proprio una fetta di polenta – dissi allo zio, che chiudeva ancora la fila.

Lui rise e mi diede una pacca sulla nuca – Và là bòcia! Te ghe amòò fam?[20]

Mi ricordo che guardai i suoi occhi. Avevano lo stesso colore dell’acqua del ruscello che scorreva in fondo ai prati sotto al paese e, come nel ruscello, ci brillava dentro una luce limpida, pura. Erano sempre stati così? Oppure lo diventavano solo lassù, per via di quella luce strana e dell’aria fredda della montagna?

Camìna che l’è già tardi – disse, indicandomi la strada con un cenno del capo – E parla a pian. Lè remòll e l’è gn’amòò finìda la stòria.[21]

Remòll. Voleva dire che faceva caldo, la neve si scioglieva e perfino io sapevo che in quei casi era meglio camminare svelti senza parlare né far rumore per non provocare la valanga.

Tornammo sul sentiero che avevamo percorso quella notte. Non li avevo notati prima, ma c’erano dei pali dipinti col minio infilati nel ghiaccio ad intervalli regolari e noi ci muovevamo da uno all’altro, calpestando le impronte lasciate all’andata. Mi ero voltato ancora, e stavo per chiedere se li avevano messi loro quei pali, quando ci fu uno scoppio, come un tuono, ma molto più forte. Lo zio impallidì. Poi alzò gli occhi verso la cima del ghiacciaio.

– El vendül![22]

L’urlo del Bepìn echeggiò tanto forte che secondo me lo sentirono fino al lago. Volevo vedere com’era fatta una valanga, ma lo zio non mi lasciò il tempo. Mi spinse avanti tanto forte che quasi persi l’equilibrio.

Scàpa! Via! Svelto! – urlò. Allora cominciai a correre tanto veloce che superai anche il Bepìn. Però il sacco mi impediva di andare in fretta come volevo. Le cinghie mi tagliavano le spalle. Provai a sorreggerlo con le mani dietro la schiena, ma così mi muovevo ancora più piano di prima. Il cuore stava per scoppiarmi per lo sforzo e la paura e mi fermai. Una nuvola bianca scendeva rombando dalla cima del ghiacciaio. Ormai il rumore era fortissimo. Tremava tutto, perfino l’aria che respiravo, e si stava formando una nebbia pesante che impediva di vedere. Qualcuno mi afferrò per un braccio, mi trascinò senza che riuscissi a capire dove stavo andando e poi mi sollevò dandomi una spinta tanto forte che caddi in avanti. Cominciai a scivolare. Cercai un appiglio, ma trovai solo neve, e rotolai su me stesso, prendendo velocità. Ora ero di schiena, e il sacco pesante mi trascinava giù, senza che riuscissi a vedere dove andavo.

“Allora è così che finisce la storia, vero zio?” pensai chiudendo gli occhi.

E invece no, la storia non finì lì, almeno non per me.

Dopo un po’ cominciai a rallentare finché non mi fermai del tutto. E quando quel terribile rombo si spense in un’eco lontana e tutta la polvere di ghiaccio si posò, permettendomi di respirare di nuovo, ero in fondo a una conca, ed ero solo. Mi tolsi la bricòla, e poi, anche se mi tremavano le gambe come a un ubriaco, riuscii ad arrampicarmi sulla parete che avevo appena fatto scivolando sulla schiena. Ci misi molto tempo ad arrivare alla cresta. Quando fui in cima, le gambe mi cedettero del tutto e rimasi lì a guardarmi in giro inginocchiato una spanna dentro la neve smossa.

Ormai era giorno, ma non era per quello che tutto sembrava diverso. Un grande squarcio grigio stava in alto in mezzo al ghiacciaio che poche ore prima scintillava sotto la luna piena. Il Sass del Diaùl era davanti a me, la nuda roccia tutta illuminata dal sole, ma la capanna era sparita.

Tra me e il picco c’era solo una distesa di neve sporca e smossa, mista a pietre e blocchi di ghiaccio. Cercai di chiamare lo zio e il Bepìn, ma la voce non mi usciva dalla gola. Non vedevo niente che si muovesse, niente che potessi definire vivo e mi sentii solo come non lo ero mai stato.

Però ancora una volta mi sbagliavo. Io mi ero salvato perché ero finito in un canalone laterale, dove la valanga non era arrivata. Il Bepìn invece era riuscito a ripararsi sotto un grosso masso, e così anche lui se l’era cavata. Non appena mi vide cominciò a sbracciarsi, chiamandomi a gran voce. Quando mi arrivò vicino piangevamo tutti e due e ci abbracciammo stretti.

Aveva salvato anche la bricòla e la appoggiò sulla neve vicino a dove mi aveva trovato. E poi, insieme, andammo avanti e indietro per ore, arrampicandoci e scivolando su quella rovina, chiamando fino a sgolarci. Ma del mio zio Livìs non trovammo più niente. Niente, neanche il cappello, una scarpa o un pezzo di camicia. Nemmeno la sua bricòla.

Fino al giorno del funerale io non parlai e non dormii più. Non facevo che pensare a quel qualcuno che mi aveva trascinato fino al canalone e mi ci aveva buttato dentro.

– Sei stato tu a portarmi al vallone? – chiesi al Bepìn, dopo che la bara vuota con sopra scritto il nome dello zio finì sottoterra.

Lui scosse la testa – No, bòcia. Non sono stato io. Ero troppo lontano. Era il Livìs quello che correva subito dietro a te – e aveva le lacrime agli occhi.

La gamba del è guarita come aveva detto il dottore, e io, una volta finita la scuola, me ne sono andato dal paese. Ho fatto l’operaio, il meccanico, il cameriere, il muratore e ho anche viaggiato parecchio. Adesso vivo in quella città sul lago, quella della quale a tredici anni sapevo solo che stava laggiù in fondo, dietro la nebbia.

Sono passati più di trent’anni da allora, ma ancora adesso tengo una vecchia foto con i bordi smangiati via dal tempo nel cassetto del comodino, e ogni volta che lo apro sento il rombo della valanga che mi viene addosso.

Nella foto c’è un muro di sasso e una porta con un’insegna nera sopra. La scritta “OSTERIA”, a grandi lettere un po’ sbiadite, mi fa sempre sorridere per via della S che in realtà è una Z al contrario. Affianco alla porta, su una panca, ci sono due uomini seduti. Il terzo, con un grembiale bianco, è in piedi sulla soglia, ride, e sembra che col suo mezz brindi alla salute di chi lo sta fotografando.

Tutti e tre hanno i baffi, e dei due sulla panca mio padre è quello con il cappello. Lo zio, che sta alla sua destra, non è venuto bene. Sembra avere il gozzo e i capelli bianchi, lui, che quando è morto aveva solo 26 anni e dei tre era il più giovane. I suoi occhi sono due ombre scure, ma io ne vedo il colore, ed è lo stesso di quella mattina, lo stesso che allora aveva il ruscello giù in fondo al prato. E ogni volta sento ancora quel dolore proprio qui, in mezzo alla schiena, nel punto esatto in cui lui mi ha spinto dentro al canalone, e mi ha salvato la vita pochi istanti prima di perdere la sua.

 

Note:

[1] “Sei ancora troppo piccolo”.

[2] Sacco, zaino, nel gergo dei contrabbandieri della Valmalenco.

 [3] Sasso del Diavolo

 [4] “Vieni, che è ora di tornare indietro”.

[5] “Quelli di là”. Si intende i contrabbandieri della parte svizzera.

[6] Guardie di frontiera nel gergo dei contrabbandieri della Valmalenco.

 [7] Bambino.

[8] “un lavoro fatto male”

 [9] La brocca da mezzo litro nella quale si mesceva il vino.

 [10] “Guarda che c’è il ragazzino!”

[11] “E’ ancora piccolo, mica ci riesce!“

[12] “Ma guardalo! E’ magrissimo, è ancora un bambino. Non ci riesce ti dico!”

[13] “Chiama l’Andrea, quello dell’Antonia. Lui è già esperto!”

[14] “Ascolta un po’, giovanotto!”

[15] “Non sono sicuro di fare bene”

[16] “Non preoccuarti, Maria. Ci sto dietro io al ragazzino”

[17] “Bene! Adesso siamo a posto!”

[18] “Sveglia che è ora!”

[19] “Tutto bene?”

[20] “Va la’, ragazzino! Hai ancora fame?”

[21] “Cammina, che è già tardi, e parla piano. E’ “remoll” e non è ancora finita la storia.” Remoll : è quando la temperatura sale, facendo sciogliere la neve e aumentando il pericolo di valanghe improvvise.

[22] “La valanga!”

L’appuntamento

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di Giovanna Vanin

1

Negli ultimi tempi gli era sembrato che i ricordi sfumassero, giorno dopo giorno sfocavano, si slabbravano, sciacquati via come inchiostro dall’acqua.
Le sue funzioni mentali facevano cilecca? No, l’avevano rassicurato. Allora ne aveva parlato anche con l’assistente dell’istituto che gli aveva detto, Hansi lascia stare, ma il signor Hansi Nacht non aveva desistito. Aveva deciso. Voleva rivedere la casa e tutto il resto. Avrebbe potuto farlo subito e invece aveva acchiappato una sedia, trascinata sotto al telefono appeso nel corridoio, fatto il numero di Clemens s’era seduto e aveva aspettato che rispondesse. Decine di squilli non gli fecero perdere la pazienza. E’ sordo, s’era detto, e per di più grasso e lento. Alla fine qualcuno sollevò la cornetta dall’altra parte, disse di non rompere e gliela sbattè sul muso. Lui rifece il numero e appena risentì lo stacco del ricevitore strillò, fammi parlare con Clemens.
Mio padre non c’è, disse la stessa voce d’uomo.
Herbie sei tu, sei tornato?
Senti un po’, fece l’altro, i vecchi citrulli come mio padre ogni tanto danno i numeri.
Cosa vuoi dire?
Secondo te? è la zucca, capisci, oggi gli svalvola più del solito.
Clemens non è svalvolato, come dici tu, è lucido e ragiona bene e chiaro.
Lo porto a casa tua, così ti diverti a farti sputare in faccia.
Clemens non ha mai sputato in faccia a nessuno.
E invece sì, peggio di un lama.
Allora non posso parlargli?
In questo momento dorme e non sarò io a svegliarlo.
Herbi ascolta, ti ricordi di me, sono Hansi e attese che l’altro lo riconoscesse.
Passarono i secondi necessari perché il signor Nacht venisse impestato dai dubbi. E se fosse un impostore, se quello non fosse suo figlio, il figlio di Clemens? Se ne avesse solo la voce, fosse un ladro, un assassino, un balordo? Forse l’ha picchiato e per questo Clemens non aveva risposto. E poi se è vero che è suo figlio, se è vero che è tornato, per quale motivo Clemens me l’avrebbe taciuto? ma no, non sarebbe mai successo.
Soprattutto da quando avevano ripreso i contatti.
Hansi, oggi torna mio figlio, avrebbe detto Clemens, oppure, è tornato l’altro ieri, insomma Clemens non gli avrebbe nascosto quel fatto. Cosa vado a pensare, concluse, un delinquente non l’avrebbe nemmeno alzata la cornetta oppure l’avrebbe fatto senza dire niente e semplicemente appoggiata sul ripiano. Avrebbe potuto staccare la presa, rompere il filo, lasciarlo suonare.
E invece l’uomo dall’altra parte del filo disse, quel Hansi?
Perché dici, quel Hansi? fece il signor Nacht. Ma Herbie lasciò correre e disse, papà, è Hansi Nacht.
Herbie, adesso stai parlando con tuo padre, con Clemens?
S’è svegliato e così non avrò più pace fino a stasera.
Herbie fammi parlare con lui.
Un momento…,papà è Hansi, quello sì, quel Nacht, come dici tu, vuole dirti qualcosa, su prendi il ricevitore, non fare il testone.
Herbie…?
Signor Hansi, mi dispiace papà non vuole. E Hansi udiva Clemens imprecare, quel maledetto figlio di nessuno digli di girare al largo, dannazione.
Ha capito, ha sentito?
Sì, ma cosa è successo?
Non so dirglielo, la saluto, disse Herbie e riattaccò.
Il signor Hansi Nacht restò inchiodato alla sedia. Clemens, perché fai così? Ripassò nella mente le cose che si erano detti l’ultima volta, quando se n’erano andati con l’autobus fino al lago di Landro. Quando era stato? Forse la scorsa primavera o era già autunno? No, ricordò, era primavera inoltrata. Nella valle dominava il verde nuovo. Come adesso. Caspita, pensò e non riuscì a trattenersi dall’usuale considerazione sul tempo che vola.
La primavera scorsa lui e Clemens erano scesi proprio sul piazzale accanto al lago. Non è un lago grande, tantomeno famoso e, spesso, in mancanza di pioggia, poco più di una pozzanghera. D’inverno poi ghiaccia o si riempie di neve ma quando l’acqua c’è, vuoi per quella che viene giù dal cielo, vuoi perché la neve sui monti si scioglie, bè allora diventa un gran bel lago sotto la roccia che gli si specchia dentro. Un pezzo di quell’acqua è anche dall’altra parte della strada. E’ un lago diviso. La strada ci passa attraverso, lo taglia. Il signor Nacht non aveva mai saputo se era così da sempre, dal tempo dei Romani o se quella striscia d’asfalto poggia su materiale riportato. Di fatto, dal terrazzo del rifugio dove s’erano fermati a fare merenda, lui e Clemens potevano sporgersi sull’acqua minore, quella che appunto chiamano il “laghetto”. Profondo qualche metro, spesso asciutto. Se il lago più grande è colmo quello piccolo si riempie come se l’acqua di troppo gli venisse rilasciata per osmosi attraverso canali sotterranei e gli zampillasse nella pancia.
Alla fine, nella conca piena, lunghi fili d’erba oscillano sinuosi.
I due amici, Hansi e Clemens, l’additavano ai figli. La vedi? dicevano, la vedete, è la testa della sirena. Questo succedeva quando erano stati giovani. Anche Aaron, il primogenito di Hansi Nacht aveva scoperto i capelli verdi della sirena. Ma l’ultima volta loro due, Hansi e Clemens, c’erano andati che non lo erano più da molto tempo, giovani, e Hansi ricordò che in quel frangente era stato Clemens a telefonargli. Erano tornati al “laghetto” con l’autobus e lì Clemens gli aveva chiesto, ti va una birra? E poi aveva voluto pagare lui.
In quel periodo il signor Nacht era quasi in bolletta.
Non aveva forse lavorato? Eccome, se l’aveva fatto! Eppure di tutta la fatica gli era rimasta solo la memoria, il portafogli con un paio di foto e pochi soldi. Niente birretta dunque, senza Clemens. E dei sigari manco l’odore.
Era per quello? Clemens pensava che Hansi lo chiamasse per un po’ di tabacco puzzolente? Poteva anche essere, in parte, ma da quanto si conoscevano? Hansi non era mai stato un parassita.
Nonostante fosse l’insulto preferito del padre di Clemens. Hansi, sei un leccapiatti, diceva il vecchio, non t’abituare troppo, questa casa non è il paese del bengodi.
Comunque Hansi Nacht della birra poteva farne a meno e anche del tabacco. Sacrifici da nulla. Mica si parlava d’astinenza per quei piaceri da niente, trasgressioni ridicole considerate gravi solo dagli estremisti dell’istituto. Ma gli sarebbe passata, come per tante altre cose. E poi, s’inalberò il signor Nacht fra sé e sé, chi gli aveva mai chiesto qualcosa? era stato Clemens a offrirglieli. Non mi piace farlo da solo, diceva, non mi è mai piaciuto, ricordi, Hansi, quand’eravamo ragazzi? Chi fuma e beve da solo è un ladro o una spia, ti ricordi?

Adesso Hansi Nacht si riscosse e alzò dalla sedia nel momento in cui una donna aggrappata al suo deambulatore gli disse che il pranzo era pronto. Il campanello era rotto, non funzionava, bisognava avvisare tutti di persona. La voce usciva gentile da un corpo enorme e sul collo, prolungamento indistinto della massa sottostante, poggiava, come su un piedestallo, salvata dallo sfacelo, la testa invecchiata ma preziosa di una Nefertiti.
In sala da pranzo il signor Hansi Nacht s’accomodò al solito posto ma il rifiuto sdegnoso di Clemens gli aveva fatto passare l’appetito e tutto il cibo restò nel piatto a raffreddarsi.
Non rispose neppure alle domande dei suoi compagni di tavola.
Avvilito e stupefatto puntava gli occhi sul gigantesco pino del cortile. Era cresciuto con due apici come un corpo a due teste.
Erano così anche lui e Clemens?
Hansi Nacht guardava senza vedere i due corvi aggrappati alle punte dell’albero. Dondolavano avanti e indietro, di qua o di là a seconda delle raffiche di vento. S’erano alzate all’improvviso trascinando nuvole, spostandole, ammucchiandole in un settore del cielo sì da far pensare che lì sarebbe caduta la pioggia ma poi s’erano disperse, distribuite, sembrava, in modo uniforme, a coprire la volta senza lasciare vuoti d’azzurro, ma ecco, di nuovo obbedivano ai vortici d’aria, all’urto, come corpi di animali
sparpagliati che s’accostano per essere ricondotti in un altro spazio.
Tempaccio, disse uno dei commensali.
Già, fece un altro.
Fuori stagione, precisò il terzo.
Come ci sarebbe andato, come? Non da solo. Hansi Nacht s’arrovellava. Non senza Clemens. Non avrebbe avuto senso.
Quella gita l’avrebbe fatta solo con Clemens. Già se l’era immaginata. Innanzitutto avrebbe detto a Clemens di vestirsi bene. E Clemens, avrebbe chiesto, e perché diavolo dovrei? E Hansi Nacht avrebbe detto, facciamo un viaggio. Per andare dove? sempre Clemens con un’ombra di sospetto negli occhi azzurri, lo sai che faccio fatica a camminare.
Avrebbe brontolato come fosse colpa di Hansi se era ingrassato e aveva avuto due infarti con relativi pacemakers. Il signor Nacht sorrise. Non per il cuore malato dell’amico ma per una domanda che sua moglie gli aveva posto qualche anno prima di morire.
Perché con il passare del tempo tutti i grassi perdono i capelli e invece quelli secchi come te…? e gli infilava le dita nei capelli folti e neri.
Herta era morta partorendo il loro terzo figlio. Chiamalo Amos, gli aveva detto lei e così era stato.
E’ una mania, la vostra, una fissazione, cosa c’entrano con noi, sono nomi di un altro mondo, diceva il parroco.
A Herta piacciono, ribatteva Hansi.
Adesso la sua criniera s’era sbiancata come i baffi curvi sulla bocca. Clemens sarebbe stato bene, pensò. Non doveva preoccuparsi. Certo che Hansi c’aveva pensato. Sarebbe stato un tragitto comodo, di tutto relax. I pezzi da fare a piedi erano di qualche decina di metri. Niente di stratosferico neanche per Clemens che comunque, checché ne dicesse, si faceva quasi mezzo chilometro per andare a giocare a Watten. Ma forse c’era chi lo portava in macchina.
Rare volte c’era andato anche lui, Hansi, quando in tasca gli ballava ancora qualche euro. Poi successe quello che era successo. Adesso però non voleva ricordare quello scempio. I
ragazzi, i figli suoi e di Herta, a un certo momento non erano sembrati più nemmeno figli loro. Erano diventati un’altra cosa.
Forse era tutta colpa sua. Se solo Herta fosse ancora viva… Anche lui non starebbe in quell’istituto. Vita di caserma quella. Orari e obblighi da mattina a sera. Controlli medici a ogni momento. Un assedio. All’istituto avevano paura che gli ospiti morissero? Non erano lì proprio per quello? Tutti, compreso lui, Hansi Nacht.

Lo faremo con il pulmino giallo, pensò rientrando nel presente, con la navetta che collega tutte le frazioni. Però alla navetta ci si doveva arrivare in treno. Era quindi necessario fare due passi.
Per Clemens erano proprio due. La sua fattoria confinava con la massicciata. O meglio, era la vasta proprietà di Clemens a segnare la demarcazione. La fattoria stava più in alto, costruita per dominare la valle. Lo sapeva bene il signor Hansi Nacht che c’aveva vissuto. Più o meno dalla nascita fino ai quattordici anni.
Clemens si sarebbe messo in ghingheri, sarebbe uscito di casa, superati gli orti, a ogni passo oscillato tra i prati in fiore.
Hansi Nacht se lo vedeva chiaro, con i contorni netti come stesse a un metro da lui. Il panciotto ricamato sulla camicia di flanella bianca, l’orologio del padre, da tempo passato a miglior vita, infilato nel taschino, i pantaloni di panno.
Non hai troppo caldo? gli avrebbe detto Hansi.
E che diamine non è ancora estate, sarebbero state le parole di Clemens fermo ad asciugarsi il sudore. Ci voleva pazienza e tempo e Hansi Nacht, almeno di questi, ne era ricco.
Arrivato alla stazione, Clemens avrebbe squadrato Hansi, tirato un paio di moccoli, sbuffando si sarebbe seduto con lui sulla panchina sotto la tettoia di legno. Poi un sorriso, una pacca sulla spalla. Quasi una carezza.
Avrebbero aspettato il treno. Il primo utile che andasse nella direzione voluta e Clemens gli avrebbe detto, adesso me lo dici dove andiamo?
Lo capirai da solo, gli avrebbe risposto.

Una cosa importante di quel viaggio era che Clemens non avrebbe tirato fuori un centesimo neanche per sé stesso. La tessera concessa dagli uffici della mobilità a vecchi come loro garantiva l’uso gratuito dei mezzi di trasporto. Se si eccettua la cifra minima dell’iscrizione, da rinnovare ogni anno. Così Clemens non avrebbe avuto niente da obiettare.
Alla fine sarebbero scesi dal treno e prima di salire sulla navetta Clemens avrebbe voluto fermarsi al bar della stazione d’arrivo.
Toh, avrebbe detto, è cambiato tutto.
Sì, adesso hanno anche il biliardo.
Io non c’ho mai giocato, e tu?
Neanch’io.
Proviamoci, avrebbe detto Clemens.
Hansi Nacht non mangiò neppure il budino alla vaniglia, lo spostò al centro del tavolo, uno degli altri se lo prese, Hansi piegò il suo tovagliolo, lo infilò nella busta, salutò i compagni e si alzò. Eliminata la questione del denaro, a parte che in tutti quei mesi Clemens mai gliel’aveva fatta pesare, tutto tornava possibile. La vita tornava possibile. Il sangue galoppava dal cervello alle punte dei piedi. Da su a giù, da giù a su, nel circolo consueto. Hansi Nacht aveva il cuore gonfio di sangue buono.
Andrò a fare quattro passi in cortile prima che piova, si disse.
Per farlo dovette ripassare accanto al telefono.
Si fermò e rifece il numero di Clemens.
Pronto?
Clemens?
No, sono il figlio.
Herbie, ti disturbo ancora, pensi che adesso sia possibile parlargli?
Papà, è sempre lui.
Un tuono scoppiò in quel momento e impedì al signor Nacht di sentire la risposta.
Cos’ha detto?
Di venire qui.
Herbie, gli potresti dire che è per i Flieder.
Ha detto Flieder?
Sì Herbie, Flieder.
Dice che si tratta dei Flieder.
Herbie, gli puoi ricordare per favore che fioriscono solo in primavera?
Ci sono solo in primavera, papà.
Sì, pensò Hansi Nacht, fioriscono adesso, in primavera, e dopo l’acquazzone splenderanno a grappoli come allora.
Pronto, mio padre dice che sì, fioriscono adesso, in questa stagione.
Herbie, puoi allungargli la cornetta?
Ci provo. Ecco, tieni papà.
Clemens?
Hansi?
C’è il temporale, oggi sarà tutto troppo bagnato.
Già.
Domani, ci andiamo domani.
Domani, sì.
Ti aspetto alla stazione.
Alla stazione, d’accordo.
Clemens?
Sì?
Perché prima non mi volevi parlare?
Non lo so.
Non importa, Clemens, ci vediamo domani, magari t’accompagna Herbie fino al treno, che ne dici?
Sì, no, credo che Herbie voglia andarsene, questa sera se ne ritorna in Austria.
Fa niente, Clemens, tu vieni giù con calma, io t’aspetto, alle quindici, va bene?
D’accordo, alle quindici.

Non ci sarà nessuna sorpresa, pensò il signor Nacht, ma non importa e quasi correndo uscì in cortile sotto la pioggia. Non violenta, gli scivolò dalla faccia nella camicia fino all’ombelico, dai capelli sulle scapole, fino a scorrere tra glutei e cosce. Non è finita, pensò mentre l’assistente dell’istituto gli gridava di rientrare e subito, senza tante storie. Lui ubbidì.
Non sono un bambino, gli disse passandogli accanto. Nel naso odore di terra e acqua.

Hansi Nacht si tolse gli occhiali, i vestiti fradici e si allungò sul letto. Gli altri tre erano vuoti. Magnifico, avrebbe dormito senza scaracchi, sputacchi e rantoli di vario genere. Non ci riuscì.
Aveva la testa in fiamme. Il pensiero del giorno dopo lo teneva sveglio. E se ci fossero stati intoppi? Hansi non era un campione di fortuna. Adesso sì ci sarebbe voluto qualcosa di forte, della grappa, un sorso di brandy. Calma si disse, il signor Nacht.
S’accorse di sudare. Era la pressione, non la sua, quella meteorologica. Aria cupa, afa a ostruire i pori. Scaricati, disse a voce alta Hansi Nacht, scaricati adesso, guardando al soffitto come a un cielo gravido e velenoso.

2

Dormivano tutti. Dormivano le bestie nella stalla, il cane nella sua cuccia in corridoio. Da dove arrivava allora quel guaito? O era il gatto? No, dormiva in cucina, accanto alla stufa.
All’inizio aveva pensato di sognare. Poi nel silenzio della notte aveva avvertito distinto il mugolìo. S’era alzata, era entrata nella camera del bambino. S’era avvicinata a Clemens. Il riflesso della neve entrava dalla finestra e rischiarava il letto del figlio. Lo scrutò con cura. Il piumino s’alzava e abbassava nel ritmo del respiro. La faccia impuntata nel sonno il bambino gorgogliò, si voltò sull’altro fianco. Tranquillo.
La madre esce.
Scende le scale, un gradino geme, lei si ferma, tende le orecchie, ascolta, eccolo di nuovo. Arriva da fuori. Si arma di un bastone.
La fattoria è isolata, lontana dal paese. Non vuole svegliare il marito. Quello s’arrabbia per un nonnulla.
Apre la porta d’ingresso. Va nel gelo dell’inverno. Il cane s’è svegliato e la segue. Lei osserva i rilievi attorno. Onde di neve, profili chiari, netti nel buio, luci di stelle in cielo.
C’era anche la luna quella notte. Il cane abbaiò.
Sst, cosa senti? Una corsa per seguirlo. Perde una ciabatta. Il piede nella neve. Orme di donna. Il cane s’arresta a distanza di sicurezza dalla cassa. Macchia scura sul sentiero scavato il giorno prima. Dopo la nevicata.
Il cane tace. Lei s’avvicina alla cassa di legno. E’ da lì che arriva il mugolìo, il guaito d’animale solo, il lamento di un neonato.

Questo era stato il racconto di sua madre e questo Clemens aveva raccontato a Hansi Nacht e anche quello che avvenne in seguito che Clemens ricordava per averlo visto con i propri occhi e udito con tanto di orecchie.

Lo butto nel letamaio, urlava il padre di Clemens e la madre con un ringhio, provaci e ti denuncio, finirai in galera anche per quello che hai fatto a Clemens.
Non gli ho fatto niente, io, a lui.
Bugiardo.
Tacquero quando Clemens entrò in cucina pronto per andare alla scuola materna.
Sul tavolo al posto della colazione c’era una culla. La vecchia culla di Clemens, avrebbe saputo, con dentro un bambino.
Guarda, Clemens, aveva detto la madre.
Ha gli occhi chiusi, disse lui.
Magari è uno zingaro, vuoi tenerti in casa uno zingaro, sibilò il padre.
Non sono loro che abbandonano i figli.
Clemens toccò le guance olivastre del neonato, le minuscole orecchie, le dita dalle unghie trasparenti e disse, hallo Hansi.

A scuola raccontò che era nato Hansi.
Chi è? chiesero.
Il bambino della mamma.
Sei contento?
Molto.
Perché?
Perché sì.
Perché sì?
Non so.
Ci pensò su un paio di minuti e disse, è più piccolo di me.

Niente da fare, Hansi Nacht non si sarebbe più addormentato. Si alzò dal letto, infilò le ciabatte e nudo com’era andò in bagno. Si guardò allo specchio. Accanto gli apparve la faccia di Clemens.
Testa tonda di un Maya possente dagli occhi chiari. Hansi Nacht gli sorrise come fosse lì con lui in carne e ossa. Si sciacquò la faccia. Sentì freddo. Entrò nel piatto doccia. Aprì il rubinetto, aggiustò il miscelatore, sedette sul seggiolino di plastica e lasciò che l’acqua gli scorresse addosso, calda e confortevole.

Clemens aveva quattro anni quando trovarono Hansi Nacht nella cassa di legno nella neve. Clemens, che bambino…, dicevano e con l’indice si toccavano la tempia. Alle elementari non osavano prenderlo in giro. Vi strappo la lingua, diceva il padre ai compagni del figlio.
Hansi invece avrebbero potuto anche massacrarlo. Ma quello chi lo acchiappava? Schizzava via mulinando le gambe come un corridore di altopiani e poi, tra Hansi e il mondo, c’era sempre Clemens a fare da barriera.
Hansi Nacht uscì dalla doccia e prese l’asciugamano.
Lo asciugava, ricordò.
Per prima cosa le braccia. Tira su le braccia, dicevano tutti e due.
Le braccia innanzitutto.
Una volta asciutte gliele prendeva, Clemens gliele agguantava, le mani forti sugli arti sottili di Hansi. Se li appoggiava sulle spalle e diceva, stringimi il collo e Hansi avvolgeva il collo di Clemens con le sue braccia, pelle contro pelle, pallida quasi bianca quella di Clemens, calore di corpi, Hansi in piedi nell’acqua della vasca dove aveva fatto il bagno abbracciava il collo di Clemens e prima di lui quello della madre di Clemens che aveva saputo non essere la sua ma lo lavava come se lo fosse. Braccia sul collo morbido della madre. Braccia sul collo forte di Clemens. Baci.
Baci sulla faccia bagnata. Baci sulla pancia, sulla schiena, baci sulle gambe magre, baci di madre e di Clemens. Hansi si beava di baci. Ecco adesso stai fermo lì, e lo mettevano sulla sedia dentro il telo. Il corpo tiepido, tenero, Hansi giocherellava, si prendeva il pisello e lo tirava. Come un elastico, diceva Clemens e rideva. Ridevano tutti, Hansi, Clemens e la madre. C’era sempre anche Clemens quando Hansi faceva il bagno. La madre lo spogliava. I vestiti ammucchiati sulla sedia. Clemens passami il sapone, diceva la madre che insaponava il bambino e Clemens lo frizionava con il guanto di spugna. Non così forte, diceva la madre. Hansi e Clemens giocavano a fare vortici d‘acqua e a schizzare schiuma. Basta basta, diceva lei, fradicia come i suoi due maschi. Poi la madre o Clemens tiravano su Hansi e tutti gocciolavano acqua sul pavimento di legno che inumidendosi scuriva.

Adesso nello specchio c’era Aaron. Apparve per un momento.
Spariva e riappariva come un riflesso di luce su un’onda. Stai bene? diceva il signor Nacht al figlio. Sì, lui stava bene. A Hansi Nacht non era dispiaciuto quello che era successo al “laghetto”.
Aaron, il bambino nato “storto”, diceva la gente, rapito dalla chioma verde della sirena. Non si vede più, gridavano dalla riva. Hansi Nacht, appoggiato con Clemens alla ringhiera del terrazzo, ha scelto il suo viaggio, aveva detto a Clemens che s’era messo a correre e raggiunta la riva del “laghetto” ci si era buttato. Era stata una disgrazia o Aaron se n’era voluto andare?
Hansi Nacht non s’era mosso. Aaron non avrebbe più patito.
Avrebbe avuto il suo futuro e l’acqua gliel’avrebbe reso possibile.
Quella sera Clemens andò a casa di Hansi Nacht. Abbracciò la moglie Herta incinta di Amos, l’ultimo figlio. Poi rivolto a Hansi disse, vieni fuori con me. Uscirono all’aperto. Clemens afferrò Hansi per un braccio, lo trascinò al di là dello sterrato, con un salto scavalcarono un piccolo torrente, s’infilarono tra i Flieder cresciuti lì attorno e poi in una radura tra gli alberi Clemens riempì Hansi Nacht di botte. Lui lasciò fare. Non si trattava,
come altre volte, di un confronto, di una lotta fatta per scherzo.
Clemens lo pestò e ripestò fino a rompergli un paio di costole. Alla fine con la faccia gonfia, le labbra spaccate che colavano sangue, Hansi disse, grazie Clemens.
Non voglio vederti mai più, aveva detto l’altro. Ansimava, piangeva, tirava su con il naso e s’asciugava con la manica della camicia. Hansi aveva ventotto anni e Clemens quattro in più.

Non s’erano più frequentati fino alla primavera precedente quando Clemens aveva telefonato a Hansi ed erano andati al “laghetto” con l’autobus.
Ciao Hansi.
Ciao Clemens.
Nell’autobus si erano seduti davanti, l’uno accanto all’altro.
Clemens aveva appoggiato la mano sul ginocchio di Hansi. Come stai?
Abbastanza bene. E tu?
Adesso meglio. Hansi, per quello che ti è successo, mi dispiace, anche non avertelo detto prima, al momento. Però potevi dirmi che ti servivano dei soldi per il processo, no?
Non importa, Clemens, va tutto bene. E’ stato giusto così.
Clemens sfilò una scatola di metallo dalla tasca, l’aprì e ne tolse un paio di sigari. Uno lo diede a Hansi e tutti e due se li misero tra le labbra.
Hei, giovanotti, qui non si fuma, disse l’autista.
Ti sembra che stiamo fumando? fece Clemens e strizzandogli
l’occhio sorrise a Hansi.

3

Si misuravano su tutto. All’inizio c’era stato il “braccio di ferro” e qualche volta Clemens lo lasciava vincere. Poi avevano fatto a chi era più veloce e in quei casi Clemens arrivava alla fine del campo che Hansi se n’era già tornato indietro al punto di partenza. A dodici anni Hansi tagliava tanta legna quanto Clemens. E pari erano nell’arrampicarsi su pietre e rocce. Però in questo sono imbattibile, rideva Clemens e con le mani nella ciotola impastava Knoedel e li allineava tondi su un vassoio come munizioni pronte a essere sparate.
Anche quel giorno i due ragazzi s’erano cimentati. Avvinghiati, strisciavano dall’erba del prato sul sentiero, da lì sugli aghi di pino, e di ritorno sotto i cespugli di Flieder.
Chi è il più forte?
Io.
Io.
Scommettiamo?
Hansi Nacht scattò a testa bassa contro Clemens fermo a gambe larghe e a torso nudo.
Ti spezzo come un ramo secco.
E io ti sgonfio.
Alla prima testata Clemens vacillò. Hansi, l’ariete, sgusciò via dalla stretta delle mani di Clemens, s’allontanò, si rigirò, riprese velocità, mirò allo stomaco e urlò. Urlarono entrambi nell’impatto ma questa volta Clemens lo tenne, non allentò la presa dal torace magro di Hansi. Questi s’inalberò, s’allungò di più, Clemens lo strinse in vita, l’altro si piegò all’indietro, Clemens gli acciuffò i capelli, l’altro sbatté la testa a destra e a sinistra, Clemens barcollò un’altra volta, retrocesse, gli occhi su Hansi, inciampò, cadde sul dorso, Hansi sopra, rotolarono graffiandosi di sassi, il collo gonfio di vene.
Respiri rapidi, mugolii, imprecazioni, gemiti.
Clemens incombe, il petto premuto sulla faccia dell’altro, grida di dolore, i denti di Hansi piantati nella carne di Clemens. Hansi sfugge alla presa, corre, finisce nel torrente, Clemens gli sta alle costole, schizzi d’acqua sulla schiena, dai, dice, basta, hai vinto.
Hansi si volta, no hai vinto tu, si abbracciano, pace, respiro che si placa, baci improvvisi nel respiro che accelera di nuovo. Stupore.
Baci d’acqua, baci di sole fuori dal torrente, mani nei capelli, mani avide sui corpi duri nell’odore di fango e sesso, tenerezza violenta e negli occhi di ciascuno, sopra di loro il colore nuovo dei Flieder.
Hansi ha sedici anni e Clemens venti.

4

E’ ora di sposarsi.
No, dice Clemens, non posso.
Sì che puoi.
Non c’è nessuna che mi si fila.
Ah no? si fa, si fa lo stesso. Una bella ragazza, dei nipoti, te lo dice tuo padre, ci saranno perdio, avrai moglie bambini e tutto il resto. Scommetto che non l’hai mai fatto, non l’hai mai fatto vero? allora come fai a dire che non puoi, ti pisceresti addosso dalla voglia di ficcarglielo dentro e una fica vergine, stanne certo, te la trovo io.

Ti sposi?
Così dice.
Certo Clemens, sì, ha ragione tuo padre, ci sposeremo e faremo figli. Come vogliono che sia. E così sia.
E noi?
Dovrò costruire una casa. Sì, una casa. Sennò dove la metto una moglie? Tu ce l’hai già, la tua. Bella grande, con i campi, i boschi belli, grandi, hai tutto tu, bello e grande anche tu. E’ anche roba tua.
No. Non la voglio.
Perché? a me piacerebbe.

Se n’era andato di casa solo con quello che aveva in testa, i vestiti addosso e il cappotto per l’inverno sul braccio.
Per oltre due anni aveva dormito nello sgabuzzino di una falegnameria. Il signor Wolle, il proprietario, gli insegnò tutto quello che sapeva e Hansi Nacht imparò. Passava le dita, lentamente, quasi con voluttà, le allargava a ventaglio sulle vene, sui nodi, sulle increspature del legno. Annusava la ferita appena inferta a un tronco che stillava resina, gocce di sangue trasparente. Solida, Hansi la staccava dalla corteccia, se l’infilava in bocca e la masticava come fosse chewingum.
Fa l’alito profumato, diceva.
Le sue mani, accorte come zampe di volpe, lavoravano precise e sensibili. Herta le vide, se le immaginò addosso, sulla faccia, sulle spalle, sul seno e giù fino a dove sobbolliva il suo ventre.
Lo scelse. Glielo fece capire e Hansi Nacht accettò.

Il padre di Clemens gli regalò un pezzo di terra inutile, impossibile da coltivare, terra dove non cresceva neppure erba buona da dare alle bestie. Lambiva la carrareccia. Terra di sassi come lo sperone di roccia sopra, terra d’ombra, ghiacciata durante l’inverno e arida d’estate.
L’avevo promesso alla buon’anima di tua madre, aveva detto con una smorfia il padre a Clemens.
Hansi Nacht e Clemens andarono a vedere.
La casa non sarà molto grande.
No, nemmeno grande normale.
Piccola.
Sì, al massimo un sei per dodici.
Potresti farci un altro piano, sopra.
C’è il pietrone, però sì, uno forse ci sta, per dormirci.
Ci vorrebbe una moglie bassa.
Vedremo.
Mio padre me ne ha trovata una.
Clemens, trovatela per conto tuo.
Dice che è un bocconcino.
Se lo mangerà lui con tanto di contorno.
Bocconcino, Hansi, vuol dire che è giovane, molto giovane e carina, capisci?
Quanto?
Quanto cosa?
Giovane, quanto?
Diciassette anni.
Ti mollerà.
Non m’importa.
Tuo padre le girerà intorno.
Non m’interessa.
Clemens!
Ti dico che non me ne frega neanche un po’.

Herta era effettivamente bassa. Entrava con agio nella casa di legno costruita da Hansi. Minuta, occhi verdi, capelli ricci e rossi, una distesa di lentiggini. Aumentavano d’estate e la pelle di Herta era scura come quella di Hansi.
Hansi l’amò pensando a Clemens. Non fu difficile. E quando amò Clemens non pensò mai a Herta.
Diventò padre di Aaron, Abel e Amos.
A come Amore, diceva Herta, il principio di tutto.

Clemens si sposò, divenne padre di Herbie e dopo un paio d’anni la giovane moglie fuggì di casa. Non ne posso più, disse ai genitori, Clemens mi guarda come fossi di vetro e il vecchio non mi dà pace neanche se sono a letto con mio marito.
Clemens non la rimpianse. Le diede dei soldi, l’aiutò a trovare un lavoro. Suo padre gli urlava, sei un cretino, che crepi di fame quella puttana.
In breve lei conobbe un altro uomo, si trasferì lontano e dimenticò tutto della vita precedente compreso il figlio avuto.

5

Il mattino splendeva di luce. L’aria era tiepida e frizzante insieme. Il momento giusto per la camicia hawaiana, pensò Hansi Nacht, e la indossò su un paio di jeans quasi nuovi. Gliel’aveva regalata l’assistente, quello che in istituto lo teneva d’occhio e l’asfissiava. Però s’era ricordato di lui. Prima di partire per le vacanze gli aveva chiesto se gli piacevano le camicie colorate e gliene aveva presa una a Miami. Le danno via per pochi dollari, aveva detto al ritorno.
Quanti?
Pochi, pochissimi, quasi te le regalano, così ne ho prese uno stock.
Hai un rendez-vous? gli chiesero i compagni di tavolo a pranzo.
Sì, disse il signor Nacht, e quando gli presentarono il solito budino alla vaniglia lui lo spinse al centro della tovaglia.
Come fa a non piacerti, gli chiesero.
Per il sapore.
Che cos’ha che non va, il sapore?
E’ finto, come il culo di una bambola gonfiabile.
Poi, prima d’uscire, Hansi Nacht fece una puntata in bagno, si contemplò nello specchio, si riavviò i capelli, si lisciò i baffi, si tolse le protesi, le spazzolò con cura e soddisfatto se le rimise sulle gengive. Si soffiò sul palmo della mano, aria d’eucalipto.
Alle 14,30 era già in stazione. Sedette sulla panchina addossata all’edificio, chiuse gli occhi per il sole. Aspettava.
L’altoparlante annunciò l’arrivo del treno delle 15.
Hansi Nacht scattò in piedi. Dal treno fermo al secondo binario scesero poche persone. Hansi guardò a destra, a sinistra, appoggiò la faccia ai vetri della sala d’aspetto, magari Clemens è fermo all’ingresso, dall’altro lato. No, non c’era e non lo si vedeva nemmeno in lontananza.
Sarà qui per il treno successivo, si consolò Hansi e si dispose nuovamente all’attesa.
Transitarono molti altri treni. Uno ogni mezz’ora. Alle 18 Hansi Nacht riprese il cammino per l’istituto. Si fermò davanti al bar Stern. Guardò nel portafoglio. Aveva cinque euro. Alla fine della gita, se solo Clemens fosse venuto, le avrebbe pagate lui, Hansi, un paio di birre. Al diavolo tutto quanto, pensò. Entrò nel locale, sedette a un tavolo e ordinò una grappa. Uno appoggiato al banco gli si avvicinò. Ti ricordi di me? No, fece Hansi e lasciò che quello si sedesse con lui e gli offrisse un altro bicchiere di grappa e dopo quello un altro ancora. Ogni tanto lo sconosciuto si voltava verso altri due seduti al banco. Hansi non avrebbe ricordato le volte che la cameriera era andata avanti e indietro per versare la grappa nel suo bicchiere. Alla fine, l’uomo gli aveva detto che a quell’ora nessuno gli avrebbe aperto all’ospizio, per quella notte l’avrebbe ospitato a casa sua. Lo fece salire in macchina assieme a quelli che se n’erano stati appoggiati al banco, mise in moto e partì. Si fermò in uno spiazzo coperto di tronchi da scortecciare e di altro legname e lì Hansi Nacht fu violentato. Questo Hansi se lo ricordava bene compresi gli insulti e le botte ricevute per essere quello che era.

L’aveva trovato all’alba attorcigliato su sé stesso come un bruco morto accanto al proprio vomito. La vecchia, come sempre passava per quella strada per andare in chiesa, l’aveva chiamato, assestato una leggera pedata per scuoterlo ma Hansi Nacht non aveva dato segni di vita o perlomeno lei non ne aveva notati, avrebbe raccontato poi la donna al sagrestano.
Hansi Nacht aspettò che la vecchia fosse lontana. Quando non sentì più i suoi passi aprì gli occhi, puntando piedi ginocchia e mani riuscì ad alzarsi, attraversò la strada a nord del paese, la ciclabile, s’arrampicò su per il versante scosceso e arrivato in alto fece una decina di passi e poi cedette e cadde nella macchia gialla del tarassaco fiorito.
Perché non sono morto? si chiese passandosi le dita sui baffi lordati, sulla bocca arida, sui capelli sozzi. La camicia hawaiana era strappata, i jeans puzzavano di merda. Un miserabile, ecco cos’era diventato. Anzi, lo era sempre stato. Un poveraccio schifoso, un vecchio stuprato, da chi poi? nemmeno se lo ricordava, aveva ragione il padre di Clemens, sarebbe dovuto morire di freddo alla nascita o marcire nel letamaio. A cos’era servito vivere? Abel in galera e Amos, il suo piccolo Amos… si lamentò il signor Nacht, perché l’hai fatto, Abel?
Che domande! lo so io perché hai dato fuoco alla casa, la mia la vostra, la tua casa, Abel, e cosa ci rimane? quattro assi carbonizzate e tuo fratello in cenere. E non pensare che io non c’abbia provato a tirarti fuori, Abel, ma l’avvocato s’è preso tutto quello che avevo, che avevamo. Ho anche detto, è colpa mia. Non dica sciocchezze signor Nacht, hanno risposto. E adesso? eccomi qua, un vecchio idiota sfregiato da quelli come lui, disgraziati dal cuore nero.

Il temporale del giorno prima aveva ripulito l’aria e si sentivano voci, Hansi dove sei? Signor Nacht , risponda!
Hansi Nacht emise un suono, un lamento ripetuto come il verso di un gatto o il vagito di un neonato.

Tira su le braccia, attorno al mio collo, non aver paura, ti tengo io.
Acqua sul corpo nudo di Hansi.
Cosa ti è successo?
Hansi seduto nella vasca non risponde.
Guancia contro guancia, baci sulla faccia, sulle gambe, sul petto, sulle spalle. Baci di Clemens sugli occhi bagnati di Hansi.

6

Si risvegliò lavato e ripulito nel pigiama e nel letto matrimoniale di Clemens. L’avrebbe riconosciuto tra mille altri letti. Costruito e decorato da lui stesso, Hansi.
Che tipo d’intarsio ti piacerebbe? aveva chiesto allora.
Flieder, aveva risposto Clemens.
E’ complicato, ci vorrà molto tempo.
Non ho fretta.
Alla giovane moglie di Clemens era piaciuta la cascata di fiori della spalliera e prima di fuggire da quella casa l’aveva anche mostrata ai parenti dicendo, non è una meraviglia? Adesso, dalla finestra aperta, entrava l’odore di tutto quello che c’era fuori. Voci e rumori di fattoria. Hansi respirò a fondo, mise giù i piedi e si alzò. I pantaloni del pigiama scivolarono dalle sue anche magre fino a terra mentre la giacca gli penzolava addosso lunga fino a metà coscia. Hansi s’abbassò, raccolse i pantaloni, se li tirò su, li tenne fermi con una mano e s’avviò verso la porta della camera. L’aprì, uscì e a piedi nudi percorse il corridoio di legno. Raggiunse il bagno, fece per entrarvi, ci ripensò, tornò indietro sulle assi più consumate di quando se n’era andato a quattordici anni. In camera cercò i suoi vestiti. Non c’erano.
Ritornò in corridoio, andò avanti e indietro per qualche minuto finché si decise a scendere al piano terra. Imboccò le scale, gli parvero più ripide, mollò i pantaloni trattenuti fino a quel momento, afferrò lo scorrimano, incespicò nel pigiama caduto, perse l’equilibrio e cadde.
Arrivò in fondo alla scala quasi incolume. Con solo qualche ammaccatura in più oltre al dolore delle percosse e dell’onta subite la notte precedente. Adesso doveva andarsene, sparire.
Cos’avrebbe potuto dire a Clemens? Che s’era ubriacato perché lui, Clemens, non s’era fatto vivo? dirgli che s’era sentito perduto? che l’avevano stuprato? o di altre ragioni del suo avvilimento?
Hansi si rialzò, mugolò per il dolore, lasciò perdere i pantaloni del pigiama e a gambe nude raggiunse il portone, uscì nel sole e prese a camminare scalzo sulla ghiaia tra gli orti e i prati. Un vento leggero gli lisciava la faccia. Ogni tanto sobbalzava per i sassi che gli pungevano le piante dei piedi.
Dove stai andando?
Hansi si girò verso Clemens che l’aveva raggiunto. Ansimava.
Al torrente, disse, a vedere i Flieder fioriti, vieni anche tu?
Clemens gli allungò dei vestiti. Hansi si vestì lì per strada. I pantaloni gli ballavano addosso e se li fermò in vita con una cintura decorata di stelle alpine, poi infilò la camicia di flanella e i sandali che invece gli andavano a pennello. Sorrise. Lui e Clemens avevano la stessa misura di piede. Quanto ho dormito? chiese.
Due giorni di seguito.
Si ravviò i capelli. Sono pronto, disse poi.
Allora andiamo, fece Clemens. Prima di muoversi gli baciò gli zigomi gonfi e violacei e gli diede un paio di occhiali nuovi con la montatura colorata.
Gialli? disse Hansi.
I tuoi li ho dovuti buttare, erano a pezzi.