Kaidan

Hokusai
Hokusai, La grande onda di Kanagawa

 

di Lorenzo Pedrazzi

Mi chiamo Nanami Kimura, ma il nome che vorrei ricordaste è quello di mio padre: Masanobu Kimura.
Nel nostro butsudan c’era un ihai di legno nero dove il suo nome campeggiava in ideogrammi dorati, e ogni giorno gli rendevo omaggio con qualche piccola offerta di fiori e cibo, o raccontandogli le mie piccole avventure quotidiane. Fin dalla sua morte – all’epoca avevo solo dodici anni – la figura di papà è rimasta legata a quell’altare votivo, cui sussurravo parole gentili al termine di ogni giornata. Gli confidavo i miei risultati sportivi e scolastici perché sapevo che ne sarebbe andato fiero, mentre le orecchie tese di mia madre ascoltavano ogni parola dalla cucina. Ma quando lo tsunami del 2011 ha colpito Kesennuma, è cambiato tutto.
Mio padre era un uomo quieto, che preferiva esprimersi per mezzi sorrisi e cenni del capo.
Amava il silenzio, e lo spazio con cui riempirlo. Anche per questo, in casa nostra c’era solo l’essenziale: un piccolo divano per me e mia madre, un tavolo, due sedie, pochissime suppellettili, qualche giocattolo, un paio di elettrodomestici, un letto matrimoniale nella loro camera e uno singolo nella mia. Papà non si sedeva mai, nemmeno per mangiare, e non conservava gli abiti vecchi: ogni anno ne comprava di nuovi, semplici ed economici. Il suo colore preferito era l’azzurro.
Esisteva un unico momento della giornata in cui si concedeva di sedersi, ed era quando andavo a dormire. Con il viso affondato nel cuscino, tra le nebbie del dormiveglia, lo sentivo che si adagiava sul margine del letto e mi posava una mano sulle gambe. «La mia piccola gazzella…» sussurrava mentre le accarezzava sopra la coperta, dalle ginocchia fino alle caviglie. Cullata dalle sue mani e dalla sua voce, scivolavo nel sonno senza nemmeno accorgermene.
Ho sempre avuto le gambe lunghe e snelle, quindi papà diceva che ero “la sua piccola gazzella”, e mi aveva incoraggiato fin da piccola a praticare l’atletica. Lui era un uomo d’ingegno, progettava piccole imbarcazioni per i cantieri navali di Kesennuma, e adorava l’idea che avessi trovato una vocazione puramente fisica. Ogni martedì e venerdì usciva dai cantieri alle quattro del pomeriggio e veniva a prendermi agli allenamenti di corsa, salto in lungo e salto triplo. Mi esercitavo in una pista di periferia, ai piedi delle colline che cingono la città, dove una bruma delicata scendeva dalle alture verso sera per tonificare le nostre membra affaticate. Un martedì di fine aprile, però, rimasi ad aspettarlo più del solito, seduta su una panchina con il borsone ai miei piedi. Maeda, il mio allenatore, venne da me con uno sguardo distante, raccolse il borsone e disse che mi avrebbe accompagnato a casa lui. Non disse nulla durante il tragitto, e nemmeno io. Restai per tutto il tempo a testa bassa e con le mani raccolte in grembo, lanciando rapide occhiate al paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. A casa trovai mia madre in lacrime, seduta sul divanetto con la schiena curva e un fazzoletto bianco tra le mani. Singhiozzava, circondata da mia zia, mia nonna, e alcuni vicini.
Maeda andò a dirle qualcosa, poi mi salutò posandomi una mano sulla spalla: mi parve strano, perché di solito non mi toccava mai.
Di lì a pochi minuti scoprii che mio padre era morto quel pomeriggio. Il mare si era ingrossato, e un’onda anomala lo aveva trascinato in acqua mentre stava raggiungendo la sua auto. Non era un buon nuotatore, ma non aveva importanza: la corrente sarebbe stata troppo forte per chiunque. A ucciderlo fu l’urto contro i piloni massicci del pontile su cui stava camminando. Avevano ritrovato il suo corpo che galleggiava tra le barche ormeggiate, come se il mare si fosse stancato di lui.
Quell’immagine, pur essendomi stata riferita solo a voce, mi rimase in testa molto a lungo. Il corpo esile di mio padre, la camicia azzurra rigonfia sulla schiena, le membra abbandonate sulla superficie oleosa dell’acqua: così me lo figuravo, nascosto fra gli ormeggi, tranquillo e dignitoso anche nei suoi ultimi istanti di vita. Non so perché, ma spesso mi chiedo come se la sarebbe cavata di fronte allo tsunami: se sarebbe stato fra i primi a morire, lì nel suo studio al cantiere, o se in qualche modo si sarebbe salvato. Mi dà conforto il pensiero che non abbia dovuto assistere a un orrore del genere.
Era un venerdì pomeriggio quando il maremoto travolse Kesennuma, e ovviamente il porto fu il primo a cadere. Io e mia madre ci salvammo perché quel giorno avevo gli allenamenti, e lei era venuta ad assistere: ci bastò salire sulla collina non appena fu dato l’allarme – il percorso inverso rispetto alla bruma serale – e da lassù potemmo vedere tutto.
Restammo pietrificate.
Le mani premute sulla bocca, circondate da altre persone che urlavano e singhiozzavano, osservammo l’onda dilagare sulla terraferma con una facilità scioccante, irridendo la presunta solidità delle costruzioni umane. Palazzi sradicati dalle fondamenta, manti stradali estirpati dal suolo come le croste di vecchie cicatrici, alberi frantumati o ammassati gli uni sugli altri. Le navi e le automobili, trascinate ovunque come giocattoli, sembravano mosse dalla mano invisibile di un bimbo capriccioso. D’improvviso rammentai Susanoo, il dio dei mari e delle tempeste che tanto mi aveva affascinata da piccola, e rabbrividii al pensiero della sua ira.
Quando ci permisero di tornare a casa – o a quello che vi rimaneva – il panorama si rivelò ancora più spaventoso. Della città era sopravvissuto ben poco, e l’edificio in cui abitavamo era ridotto a un tenue perimetro che ne tracciava le fondamenta. Lo tsunami aveva spazzato via tutto, compreso il butsudan con cui per anni avevo celebrato il mio defunto padre. Tutt’intorno regnava una desolazione raggelante, piatta e omogenea. C’erano solo detriti, nient’altro. Impossibile riconoscerne la provenienza. Il silenzio, turbato solo dal vago scalpiccio di chi rovistava tra le macerie, affondava nelle orecchie come una lama.
In un certo senso, io e mia madre fummo più fortunate di altri: potevamo stare dalla nonna, che viveva in una casa riparata dalle colline non lontano da Kesennuma. Molti nostri concittadini, però, non avevano parenti in grado di ospitarli, e non potevano permettersi niente di meglio degli alloggi temporanei, file interminabili di casette prefabbricate dove la gente cercava un surrogato di normalità.
Gli spettri dei loro cari, però, sembravano tormentare i superstiti ovunque andassero.
C’era chi sosteneva di vedere un figlio, un genitore o un altro familiare nelle pozze di acqua che punteggiavano la città, oppure nelle schegge di vetro che un tempo erano state le finestre dei palazzi. Altri raccontavano di aver visto figure smarrite che si aggiravano fra i detriti, oppure giù al porto, ma esse sparivano nel nulla non appena si voltava lo sguardo. Anch’io, esplorando i resti della nostra casa, ebbi l’impressione di vedere la sagoma di mio padre con la coda dell’occhio, proprio dove un tempo c’era il mio letto, ma l’archiviai come una pura suggestione.
Eppure, alcuni erano talmente perseguitati da quelle presenze che si recavano al tempio zen del reverendo Sasaki, nell’entroterra, per condividere le proprie storie e farsi “esorcizzare”. La nonna ci raccontava queste vicende durante i pasti, citando conoscenti e vicini di casa che avevano ricorso all’intervento del sacerdote. Noi l’ascoltavamo con vaga condiscendenza, soprattutto mia madre, che è sempre stata una donna molto scettica. Non davamo molta importanza alle dicerie su fantasmi e possessioni, volevamo soltanto ritrovare un minimo di stabilità in quel clima tetro.
Almeno, questo è ciò che pensavamo all’inizio.
A pochi giorni dal nostro trasferimento, infatti, accadde una cosa che ci fece cambiare idea. In quel periodo mia madre dormiva con la nonna nel letto matrimoniale, mentre io occupavo la stanza che un tempo era stata sua, da ragazza. Una notte andai a dormire con i muscoli indolenziti per gli allenamenti – era venerdì – e mi abbandonai esausta sul materasso, le gambe stremate.
Paradossalmente, la stanchezza rendeva il sonno ancora più difficile: la mia mente era tutta concentrata su quella sensazione di sfiancamento che mi appesantiva gli arti, e non riusciva a distrarsi. Distesi le gambe per distribuire meglio il peso sul materasso, quando all’improvviso mi parve di sentire una pressione sul margine destro, come se qualcosa si fosse appoggiato in punta di letto. In principio lo ignorai, poteva essere uno scherzo del dormiveglia… ma nel giro di pochi secondi cominciai ad avvertire anche un tocco leggero attraverso le coperte, che partiva dalle ginocchia e si riverberava fino alle caviglie. Ebbi uno scatto repentino, ritirai le gambe e accesi la luce, mettendomi a sedere: non c’era niente, la stanza era vuota. Mi batteva forte il cuore, ma si calmò dopo qualche respiro profondo, una tecnica che utilizzavo spesso prima delle gare o di un’interrogazione a scuola.
Non appena spensi la luce e riprovai ad addormentarmi, però, quel contatto si rifece vivo, ancor più nitido e familiare. Quanti anni erano passati? Almeno cinque. Ormai ne avevo diciassette, ero un’adolescente in procinto di finire le medie superiori… eppure, non avevo dimenticato le carezze serali di mio padre, lievi e cadenzate, che un tempo mi cullavano fino al sonno. Ne sentivo la mancanza, e mi chiesi se non fosse la carenza d’affetto a farmi immaginare quella sensazione in modo così realistico.
Aprii gli occhi, stavolta senza accendere la luce.
Sul bordo del mio letto scorsi una figura dai contorni indefiniti, un corpo che aveva certamente volume, ma i cui margini si disperdevano nel buio. Sembrava esserci e non esserci allo stesso tempo. Intanto, le carezze proseguivano imperterrite, solo che adesso ogni contatto mi gelava il sangue. Non riuscivo a muovermi, tanto ero spaventata. Cercai di dire qualcosa, ma ero senza voce.
In compenso, la sagoma oscura emise una vibrazione roca e abissale, da cui riuscii a distinguere alcune parole che conoscevo fin troppo bene: «La mia piccola gazzella…»
Il suono mi ridestò dal torpore, quindi mi alzai di scatto e fuggii nella camera matrimoniale, dove la nonna e mia madre dormivano ai versanti opposti del letto. Le svegliai e raccontai tutto, ma la mamma non mi prese sul serio: disse che avevo solo fatto un brutto sogno, e m’intimò di tornare a dormire. La nonna invece sembrava preoccupata, ripeteva che avrebbero dovuto portarmi dal reverendo Sasaki l’indomani stesso per farmi «esorcizzare». Nonostante fossi convinta di ciò che avevo appena vissuto, e avessi piena fiducia nei miei sensi, quella dell’esorcismo mi parve un’idea troppo ridicola. Pretesi però di dormire con loro, non avevo intenzione di stare da sola quella notte.
«Non sei più una bambina» rispose mia madre, memore di quando gli incubi mi spingevano a chiedere asilo nel letto dei miei genitori. Fortunatamente la nonna intercedette per me, e la mamma accettò dopo una breve insistenza. Doveva avermi vista davvero scossa. La loro compagnia mi tranquillizzò, e il letto era abbastanza grande da ospitarci comodamente tutte e tre.
Un attimo prima di addormentarmi, però, sentii ancora quel tocco delicato sulle gambe, come una strana brezza che spirava tra il sonno e la veglia.
Le visite dell’ombra – così l’avevo soprannominata – proseguirono anche le notti successive.
Ogni volta mi rifugiavo nella camera matrimoniale, e ogni volta mi ritagliavo uno spazio nel lettone, ignorando i mugugni di mia madre. In testa mi risuonavano sempre quelle parole, «La mia piccola gazzella…», che l’ombra pronunciava con una voce monotona e distante. Talvolta bastava che mi assopissi per qualche momento, anche durante il giorno, e subito udivo quel tono disumano, anticipato da un pizzicore che dalle ginocchia scendeva fino alle caviglie. Se dicevo alla mamma che quella presenza, o qualunque cosa fosse, mi ricordava mio padre, lei chiudeva il discorso prima ancora che potessi continuare. «Passerà» diceva. «È solo il trauma del maremoto che ti è rimasto in testa.»
Speravo con tutto il cuore che avesse ragione, ma non passò. Le apparizioni si protrassero per giorni, così come le mie fughe notturne nel letto della nonna, in lacrime. Fu lei a insistere perché andassi dal reverendo Sasaki, esasperata e spaventata dai miei racconti. Ne parlò a lungo con la mamma, che restò ad ascoltarla facendo interminabili sospiri e scuotendo lentamente il capo, più in segno di stanchezza che di diniego.
Oltre che scettica, mia madre era anche una donna pragmatica. Revisionava polizze per una piccola agenzia di assicurazioni, ed era abituata a contestualizzare i problemi, trovare le connessioni interne e individuare eventuali pecche o sotterfugi. Di conseguenza, una volta appurato che il problema non si sarebbe risolto da solo, doveva aver pensato che la soluzione più logica fosse quella di assecondare le superstizioni di mia nonna, sperando che io stessa potessi trarne giovamento.
Così, alla fine, si rassegnò ad accompagnarmi dal sacerdote. Era un sabato di metà aprile, periodo in cui l’aria tiepida e il sole alto rendevano ancora più assurde le mie storie di fantasmi.
Dopo circa mezz’ora di viaggio in auto, il tempio ci apparve dalla strada come una pagoda bassa e graziosa, con il tetto bruno che catturava la luce del pomeriggio. Parcheggiammo la macchina prima di entrare nel giardino, dove si poteva accedere solo a piedi, e sentimmo la ghiaia del vialetto scricchiolare sotto le scarpe mentre ci avvicinavamo all’entrata. Un signore tarchiato stava uscendo dal tempio proprio in quell’istante: lo vidi girarsi sulla soglia d’ingresso e rivolgere un inchino verso qualcuno all’interno, mormorando un timido ringraziamento con voce aspirata; poi si avviò per la sua strada, accompagnato dal rumore sempre più flebile dei suoi passi sul sentiero.
La persona cui stava rivolgendo i suoi ringraziamenti era il reverendo Sasaki, che ci accolse con un’espressione distesa e gli occhi sorridenti, pacifici. Anche mio padre aveva spesso quello sguardo. Sasaki però era più anziano: rughe sottili si dipanavano a raggiera dalle sue palpebre, e la chioma candida stava cominciando a diradarsi. Accennò con il capo al signore di prima, appena visibile in fondo al giardino. «Quell’uomo è stato incauto, ma ora il suo cuore è molto più leggero» ci disse. Non sapevamo a cosa si riferisse, ma prima ancora che potessimo chiedere spiegazioni – col rischio concreto di apparire indelicate – il reverendo ci invitò a sederci sul tatami e ci offrì del tè.
In quel clima rilassato, gli raccontai tutto: la morte di mio padre, il butsudan a lui dedicato, il maremoto, e infine le apparizioni che mi perseguitavano da giorni. Mia madre sedeva a fianco a me in silenzio, le mani giunte in grembo, mentre Sasaki ascoltava e annuiva. Quando finii, sorrise tranquillo e non diede alcun segno di stupore, come se per lui fosse tutto normale.
«Sono giorni travagliati, questi» ci disse. «La gente non sa come reagire. Alcuni si comportano in modo avventato, non rispettano i luoghi dove sono morte tante persone… come quell’uomo che avete visto poco fa.» Fece una piccola pausa per sorseggiare il suo tè, ancora fumante. «E allora i defunti trovano il modo di vendicarsi, si ribellano all’affronto. Oppure vagano smarriti, ancora scioccati dalla violenza della loro dipartita.»
«Ma mio padre non è morto nello tsunami» osservai con un filo di voce.
«Certo» concesse lui guardandomi negli occhi, sempre con quel sorriso. «Ma tu stessa mi hai detto che avevi l’abitudine di omaggiarlo ogni giorno, davanti al suo butsudan.»
All’improvviso capii. Lo tsunami aveva spazzato via tutto, la nostra casa e quello che si trovava al suo interno. Il butsudan, le offerte votive e l’ihai erano stati disintegrati dalla forza dell’acqua.
Avevo smesso di celebrare il ricordo di mio padre… e lui, privato di questo conforto, era tornato da me in cerca di affetto.
«Vedi, in te c’è la sua carne, nelle tue vene scorre il suo sangue» proseguì Sasaki. «Tu sei il suo appiglio nel mondo dei vivi, e il suo spirito disorientato si è fatto strada fino al ricordo più intimo che aveva di voi.»
Mia madre cominciò a singhiozzare. «Chiedo scusa» sussurrò mentre cercava un fazzoletto nella borsa.
«Non si preoccupi. Gli restituiremo la pace.»
Il reverendo mi chiese di stendermi sul tatami a occhi chiusi, poi fece serrare le porte. La grande stanza scivolò nella penombra, e io provai una vaga sonnolenza che mi intorpidiva le membra.
«Che cosa vuole fare?» chiese mia madre.
«Libereremo sua figlia da questo peso.»
«Servirà a darle conforto?»
«Certo. Non solo a lei, ma anche a suo padre.»
Sbirciai la mamma dalle palpebre socchiuse, e la vidi corrugare la fronte: dal suo punto di vista, l’utilità del rituale doveva essere soprattutto simbolica. Comunque, si inginocchiò al mio fianco e mi prese la mano, accarezzandone il dorso con grande dolcezza. Io intanto ero sempre più assonnata – dormivo poco in quel periodo – e quasi non mi accorsi del solito formicolio sulla gamba. Eppure c’era: potevo sentirlo distintamente mentre mi accarezzava le ginocchia, gli stinchi e le caviglie.

Con gli occhi ridotti a fessure, mi parve di scorgere la sagoma dell’ombra che si confondeva nel buio: ricordava davvero mio padre, il suo corpo asciutto seduto sul mio letto quando mi dava la buonanotte.
La mamma ebbe un sussulto, mi strinse forte la mano. Lo vedeva anche lei.
Trattenni il respiro quando il reverendo suonò il tamburo del tempio, prima di recitare il sutra del cuore. Sentirlo declamare l’inconsistenza di tutti i fenomeni ebbe un effetto rasserenante su di me… come se nessuno di noi, compreso quel che restava di mio padre, avesse nulla di cui preoccuparsi.
«Masanobu» disse infine Sasaki. «Il mare si è preso la tua vita, e il mare ti ha riportato indietro. Ma ora questo non è più il tuo posto. Tua figlia si ricorda di te. In lei c’è la testimonianza del tuo passaggio sulla Terra… in lei c’è il tuo retaggio fra i vivi. Se è un mondo freddo e oscuro quello che vedi attorno a te, come gli abissi del mare che ti ha inghiottito… tu cerca la luce.»
Il formicolio cominciò ad attenuarsi, diventò come il tocco evanescente di una piuma. Immaginai mio padre camminare sul fondo del mare, e poi aggirarsi fra i detriti di Kesennuma in cerca della sua casa, circondato da spiriti ugualmente disorientati che frugavano tra le scorie della loro vita mortale.
«Segui la luce, Masanobu» ripeté il sacerdote. «Questo è il tuo nome, e noi ce lo ricordiamo.»
Il tamburo suonò ancora, ne percepii il riverbero sulla punta delle dita. Forse fu solo suggestione, ma non appena il formicolio sparì, mi parve di sentire un’ultima volta quella voce lontana: «La mia piccola gazzella…»
E fu allora che mi tornarono alla mente le istantanee della mia vita con papà, lampi mnemonici che mi sfuggivano dalle mani come il filo di un aquilone, ma che cercavo di stringere al petto per non farli volare via.
Quella volta che mi portò a Tokyo e la folla di Shibuya mi terrorizzò, ma lui disse che nemmeno un oceano di persone lo avrebbe tenuto lontano da me.
Quella volta che togliemmo le rotelle alla mia prima bicicletta, e la sua mano mi guidò nel vento finché non imparai a pedalare da sola.
Quella volta che ruppi il modellino di una barca nel suo studio, e lui mi aiutò a ripararlo con una lacca dorata che lo rese unico e prezioso.
Quella volta che trovai un bombo intrappolato nella mia camera, scappai via spaventata e lui mi aiutò a liberarlo, spiegandomi la sua importanza in natura.
Quella volta che tornò a casa tardi dal lavoro e mi trovò ancora sveglia nel mio letto, il respiro
affannato per un brutto sogno, e rimase a vegliarmi finché non mi addormentai.
Quella volta che vinsi la mia prima gara, tagliai il traguardo e vidi che lui era lì, a incitarmi e applaudirmi, sempre presente, sempre lì, dove potesse rassicurarmi e proteggermi con la sua sola presenza, il suo sguardo quieto e i suoi modi gentili.
Mio padre.
Condivido questa storia perché il suo spirito possa contare sulla nostra memoria collettiva, e non si senta mai abbandonato nelle sue peregrinazioni ultraterrene.
Ora, nella mia casa c’è un nuovo butsudan a lui dedicato, sempre ricco di fiori, incenso e altre offerte, mentre il suo nome è tornato a campeggiare sulla superficie lucente di un ihai. Solo nelle notti di metà agosto, quando festeggiamo l’Obon e le nostre abitazioni sono addobbate a festa per i defunti, mi capita di sentire nuovamente il suo tocco discreto sulle gambe. Allora accendo una lanterna per il Tōrō nagashi e la affido al fiume, dove il bagliore di mille piccoli soli lo aiuterà a ritrovare la strada.

Glossario dei termini giapponesi:

Kaidan: storia di fantasmi

Butsudan: piccolo mobile a due ante, adibito alla commemorazione dei defunti

Ihai: tavoletta su cui è inciso il nome del defunto

Tatami: tradizionale pavimentazione giapponese composta da pannelli rettangolari modulari

Obon: festa di tradizione buddista in cui si commemorano gli antenati

Tōrō nagashi: cerimonia che consiste nel porre in un corso d’acqua delle lanterne di carta, ognuna delle quali rappresenta l’anima di un defunto

I figli dell’astronauta

di Lorenzo Pedrazzi

Jeremy Geddes, Astronauta

I figli dell’astronauta non riuscivano a dormire. «Sono le 23 passate» disse la sorella maggiore al fratellino insonne, che le aveva appena chiesto l’ora. Restarono sdraiati sul letto con gli occhi sbarrati nella luce lunare, che filtrava dalla finestra e spandeva un alone grigio sulle coperte, sulle pantofole riverse per terra e sugli scaffali, dove libri e quaderni erano schierati insieme a piccoli robot, animali di peluche e camioncini. Una volta, l’astronauta aveva detto che alla luce della Luna si poteva persino leggere il giornale, era come vedere in bianco e nero. La sorella maggiore e il fratellino si guardarono intorno e scoprirono che era vero: bastava stringere un po’ le palpebre, e i titoli dei libri apparivano chiari ma incolori, come se un vampiro li avesse resi esangui. Seguirono a ritroso il cammino della luce e scorsero la Luna in cielo, solo leggermente venata dalle fronde dell’albero che sorgeva in cortile. Cavalcando quella radiazione, l’astronauta stava tornando a casa.
Aveva insegnato loro a distinguere i velivoli sperimentali dagli UFO, le sonde meteorologiche dai satelliti, le costellazioni vere da quelle di sua invenzione, che disegnava nel cielo con dita affusolate. Ma, d’altra parte, ogni costellazione era solo il frutto della fantasia umana: un tentativo illusorio di dare ordine e significato alla volta celeste. Così diceva l’astronauta. La sorella maggiore e il fratellino ascoltavano le sue storie con rapimento infantile, come fiabe: il cosmo era la loro casa di marzapane, Einstein e Von Braun i loro Hansel e Gretel. Riascoltarono la voce dell’astronauta nelle loro teste, e si addormentarono con le piccole mani che si cercavano a vicenda, fuori dalle coperte.
Al mattino, la Luna era sparita. Senza il suo bagliore argenteo da seguire, i bambini si chiesero quale strada avrebbe percorso l’astronauta. La televisione dava notizie del ritorno, e diceva che il viaggio stava procedendo senza alcun disagio. Forse la Luna aveva tracciato un sentiero di luce solo per l’astronauta e la sua piccola navicella, accompagnandone il tragitto fino all’abbraccio materno del pianeta Terra. I bambini avevano un numero da chiamare per tenersi in contatto con la base, e persone che li aggiornavano con sorrisi rassicuranti… ma come si può stare tranquilli quando il proprio genitore galleggia nel vuoto dentro un guscio di alluminio? Pensarono all’astronauta che sfrecciava nello spazio, alla modesta navicella come unica protezione dal freddo, e rabbrividirono.
Tennero il telefono in grembo e la televisione accesa per tutta il giorno, finché il crepuscolo non calò sui loro volti angustiati. L’astronauta li aveva istruiti a riconoscere Venere dopo il tramonto, così ne osservarono il fulgore biancastro mentre la sera consumava il pomeriggio, domandandosi se anche l’astronauta avesse modo di vederlo. Presto il Vespero si confuse con le stelle, pulsanti e ben più lontane. Quando finalmente arrivò la mezzanotte, in televisione comparvero le immagini di un oceano lontano, dove il sole era ancora alto. Un puntino solcava il cielo azzurro, facendosi sempre più grande man mano che si avvicinava. Emise un guizzo di fiamma nell’atmosfera terrestre, dipingendo nuove costellazioni alla luce del giorno, tanto brillanti quanto effimere. La sorella maggiore e il fratellino si strinsero, tremanti, immaginando l’astronauta dentro una palla di fuoco, i lunghi capelli che si scioglievano in una chioma lucente, il corpo irrigidito in attesa dell’impatto.
Quando il portellone si aprì, videro una madre che aveva ancora gli occhi pieni di stelle.


Lorenzo Pedrazzi è nato nel 1984 a Milano, dove si è laureato in Scienze 
dei Beni Culturali e Scienze dello Spettacolo. Scrive per ScreenWEEK, 
Filmidee e Doppiozero, ma ha collaborato anche con Itinera, Players e Rivista Studio; è inoltre fra gli autori del podcast Destini Incrociati. 
Diversi suoi racconti sono apparsi in varie antologie e riviste letterarie. 

Piccola odeporica parigina: Shakespeare and Company tra incanto e disincanto

Foto Libreria Shakespeare-and-Company per racconto Pedrazzi

di Lorenzo Pedrazzi

Di fronte all’ingresso c’è una giovane chitarrista scalza che canta in inglese con voce mielosa, attorniata da un gruppetto di ragazzi seduti per terra a gambe incrociate. Osservandola, mi sorprendo a pensare che ci sia qualcosa di brutalmente lascivo nei suoi piedi nudi, qualcosa di sporco e ammaliante, come un vizio da cui non ci si vuole liberare. La sento dire che ha bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno, ma è curioso che, fra tutti i luoghi di Parigi, abbia scelto di esibirsi proprio da Shakespeare and Company. Bisogna però ammettere che la Chitarrista Scalza sembra perfettamente a suo agio sotto quell’albero, circondata da avidi lettori e aspiranti scrittori, mentre una piccola fila – composta in gran parte da turisti, me compreso – attende di entrare in una delle librerie più famose del mondo.

La sede attuale si trova ai margini del Quartiere Latino, in un cantuccio tranquillo e protetto che volge sulla Senna. In origine, però, la libreria sorgeva al numero 8 di rue Dupuytren, dove Sylvia Beach – un’espatriata americana del New Jersey – la fondò nel 1919, per poi trasferirsi nel 1921 al numero 12 di rue de l’Odéon. Fu qui che Shakespeare and Company divenne il crocevia della Generazione Perduta, ospitando scrittori leggendari come Ernest Hemingway, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein e James Joyce, il quale ne usufruì addirittura come suo ufficio personale; non a caso, Beach fu la prima a pubblicare L’Ulisse nel 1922, e continuò a pubblicarlo anche quando gli Stati Uniti e l’Inghilterra scelsero di bandirne la diffusione.
Shakespeare and Company è un’isola popolata da utopisti e cacciatori di chimere, dove i librai sono rigorosamente anglofoni e si parla solo inglese: un porto franco della letteratura mondiale.

Purtroppo, l’utopia s’interruppe nel 1940, e le ragioni della chiusura sono romantiche come l’atmosfera che si respira nelle sue stanze: pare che Sylvia Beach, durante l’occupazione nazista, si rifiutò di vendere a un ufficiale tedesco l’ultima copia di Finnegans Wake di Joyce, e il negozio fu chiuso per ritorsione. Toccò quindi a George Whitman riaprirlo in rue de la Bûcherie, nel 1951, ma inizialmente si chiamava Le Mistral, e fu ribattezzato Shakespeare and Company solo nel 1964, dopo la morte di Sylvia Beach. Nel frattempo, però, la nuova libreria era diventata il punto di riferimento della Beat Generation grazie a scrittori come Allen Ginsberg, Gregory Corso e William S. Burroughs, che rinnovarono la sua fama. Ora è gestita da Sylvia Beach Whitman, l’unica figlia di George Whitman.

La coda all’ingresso è più agile del previsto: non faccio nemmeno in tempo a concentrarmi sulla Chitarrista Scalza che già mi ritrovo dentro la libreria. Muovo passi incerti, preda di un eccessivo timore reverenziale. Le sale sono anguste, brulicanti di visitatori che, non appena si fermano a sfogliare un libro, causano un ingorgo immediato. Fa caldo perché non c’è aria condizionata, ma alcuni ventilatori portano un tenue refrigerio negli angoli più reconditi del negozio, tra la sezione della fantascienza e quella dedicata alla grafica. Si respira un clima antico, profumato di carta e legno, con gli scaffali colmi di libri che arrivano fino al soffitto, e una luce polverosa, intima, come quella di un vecchio abbaino esposto al sole pomeridiano. Tanti libri, poco spazio, difficile orientarsi. Ci muoviamo come polli senza testa, seguendo il flusso per non intralciare il passaggio, ma pronti ad appiattirci contro uno scaffale se scorgiamo qualcosa che ci interessa.

Superato l’atrio principale, dove si svolgono le presentazioni e gli incontri con gli scrittori, entro in una stanza molto più piccola, e sulla destra noto una scala ripida che sale al primo piano. Sugli scalini è stata dipinta una frase del poeta persiano Hāfez di Shiraz, tradotta in inglese: “I wish I could show you, when you are lonely or in darkness, the astonishing light of your own being“. Un cartello, decisamente meno lirico, ci avverte di stare attenti ai borseggiatori. La scala è strettissima, quasi impossibile da percorrere se altre persone scendono nella direzione opposta, quindi devo aspettare che si liberi prima di poter salire. L’attesa è però ricompensata da un ambiente ancor più garbato e silenzioso: il piano superiore di Shakespeare and Company non è più una libreria, ma una biblioteca che raccoglie la vasta collezione di Sylvia Beach, a disposizione di chiunque voglia consultarla (a patto, però, di non portarsi via alcun volume). Qui, un piccolo atrio mi offre due opzioni: sulla destra c’è una stanza con una pianola e alcune sedie, sulla sinistra un corridoio che conduce a una sala più grande, illuminata da un’ampia finestra. Gli scaffali con i libri sono ovunque.

All’inizio del corridoio, sulla sinistra, si apre un minuscolo vano tappezzato di foglietti con i messaggi dei visitatori; ci sono anche una piccola scrivania, una vecchia macchina da scrivere e una seggiola, su cui siede una ragazza dalla pelle lunare, alta e magra, avvolta in un cappottino poco adatto alla stagione estiva. Sta vergando qualcosa sul suo quaderno, o forse è solo un biglietto, non riesco a vedere bene. Ha la schiena curva sulla miniscrivania, l’aria concentratissima di chi sta svolgendo un’operazione vitale, e indossa un buffo cappello nero. Più avanti, al termine del corridoio, scorgo la stanza principale con la finestra da cui si intravede la Senna. Di fronte alla finestra c’è un tavolo rettangolare, mentre il perimetro della sala è disseminato di poltroncine e divanetti, tutti occupati da lettori assorti, con le mensole cariche di libri alle loro spalle. È qui che si avverte un clima quasi sacrale, gravato dal peso di una Storia – sia umana sia letteraria – che non sono sicuro di poter cogliere nella sua interezza, o nel suo complesso intreccio di ambizioni artistiche, vita quotidiana e precarietà esistenziale. Qualcosa sfugge sempre alla comprensione, ed è per questo che ci muoviamo per i corridoi di Shakespeare and Company come se fossero di cristallo, dosando ogni passo e ogni gesto. Lo consideriamo alla stregua di un pellegrinaggio, per quanto ridicolo ed eccessivo possa sembrare.

Queste preoccupazioni di certo non affliggono Kitty, la gattona bianca che dorme sulla poltrona di fianco al tavolo, nel vertice destro della stanza. Pare un cucciolo di foca. Ecco, la gattona bianca incarna l’apice di un gusto bohémien che ancora sopravvive, seppure addomesticato dalla sua fama popolare e dalla vanità dei poser, nel nucleo pulsante di questa libreria, dalla sala lettura fino allo spiazzo dinanzi all’entrata, con i suoi musicisti e i suoi scrittori in erba. È inevitabile chiedersi dove si fermi l’essenza primigenia di Shakespeare and Company, e dove inizi il compiacimento dell’autorappresentazione.

Me lo chiedo mentre acquisto una copia di Wise Men di Stuart Nadler, con tanto di firma
originale dell’autore. Alla cassa c’è un ragazzo con occhi chiari, lunghi capelli biondi e barbetta dello stesso colore, che mi dice di aver fatto parte della stessa band in cui suonava la sorella di Nadler. Sono piacevolmente sorpreso: mi trovo a due soli gradi di separazione dall’autore, cose che possono accadere solo in un posto come questo. Gli dico di aver amato l’altro libro di Nadler, The Book of Life, ma lui mi risponde che paradossalmente non ha mai letto nulla di suo. Peccato, penso io. Comunque, il ragazzo mi chiede se voglio il timbro di Shakespeare and Company sulla prima pagina del libro, e io gli rispondo «Sure, thank you», senza sapere alcunché di questa consuetudine. Ma quel sigillo d’inchiostro dimostra quanto la libreria, ben consapevole della sua notorietà iconica, sia diventata un vero e proprio marchio, quasi una griffe da ostentare nella propria biblioteca personale. D’altra parte, in quale altro modo sarebbe potuta sopravvivere di fronte al calo dei lettori, alla diffusione degli e-book e allo strapotere della grande distribuzione? Impossibile biasimarla.

All’uscita ritrovo la Chitarrista Scalza che abbraccia la Ragazza Col Cappello Buffo. Sorride e la ringrazia calorosamente, ribadendo che aveva bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno. Non so cosa sia successo fra loro due. Evidentemente la Ragazza Col Cappello Buffo ha deciso di aiutarla in qualche modo, e vederle insieme mi suscita un misto di tenerezza e curiosità antropologica: come si chiamano, da dove vengono, cosa fanno? Sono segreti che entrambe custodiranno gelosamente, magari limitandosi a condividerli tra loro stesse, per rallegrarsi di ogni tratto comune e ammirare le reciproche differenze. O almeno è così che m’immagino quell’abbraccio fugace: come uno scambio istantaneo di informazioni tra spiriti affini.

Mi siedo sul muretto che separa il cantuccio della libreria dalla strada, ascoltando la voce della Chitarrista Scalza ancora per un po’. Si sposta in prossimità dell’ingresso e intona un pezzo soft rock di cui non ricordo il titolo. Chissà se ha ancora bisogno di soldi, o se invece sta cantando solo per il piacere di farlo, senza fini utilitaristici, rinvigorita dall’attenzione dei passanti e dalla delicatezza di quel contatto umano?

Torno da Shakespeare and Company durante l’ultimo pomeriggio del mio soggiorno parigino: voglio prendere un regalo per Claire, la studentessa francese che mi ospita in casa sua, e che ascolta con pazienza le mie bislacche osservazioni sui corvi di Parigi e sulle mucche bianche che popolano la campagna francese. Abbiamo trascorso le ultime serate sul davanzale della finestra, con il fumo delle sue sigarette che si smarriva all’imbrunire, parlando di lavoro, università, cinema, serie tv, vita metropolitana e paralleli linguistici tra l’italiano e il francese, ma incontrandoci sul campo neutro dell’inglese. Per merito suo, il mio viaggio è diventato un’esperienza molto più ricca e poliedrica di una normale vacanza. Le sono grato.

Stavolta non trovo la Chitarrista Scalza (spero abbia raggranellato abbastanza denaro per la sua misteriosa destinazione), e non c’è nemmeno la coda all’entrata del negozio. Si cammina liberamente, senza la pressione fisica e psicologica della folla. Acchiappo l’ultima copia di The Book of Life per Claire e me la porto al piano superiore, dove qualcuno sta suonando la pianola nella stanza più piccola. Mi siederei volentieri, ma non c’è posto. Al contrario, nella sala grande c’è una poltroncina libera, mentre Kitty sta dormendo sul divanetto che occupa il lato destro della stanza, identica a come l’avevo lasciata: ha solamente cambiato posto. Al suo fianco c’è una ragazza bionda, imponente e giunonica, che ha steso le gambe sopra di lei per appoggiarle sul bracciolo. La gattona però non se ne cura, e non reagisce nemmeno quando la ragazza comincia a vezzeggiarla con carezze e altre effusioni.

Io mi siedo sulla poltroncina e per qualche istante assaporo il delicato brusio che giunge dalla strada, attraverso la finestra spalancata. Leggo la prima pagina di The Book of Life (non l’avevo mai letta in inglese), poi sfilo un libro a caso dallo scaffale alle mie spalle: è The Mysterious Half Cat (A Judy Bolton Mystery) di Margaret Sutton, pubblicato nel 1936. Anche in questo caso mi limito a leggere la prima pagina, in cui Judy Bolton – eroina di una serie di romanzi investigativi molto popolari tra gli anni Trenta e i Sessanta – viene svegliata in piena notte da un rumore sconosciuto.

Per contrasto, una signora si addormenta sulla poltrona di fronte a me, il giornale afflosciato tra le mani.

Guardandomi attorno, vedo che ognuno è trincerato nella propria campana di vetro, come studenti in biblioteca. Cosa accadrebbe se rivolgessi una parola alla ragazza bionda che sta stuzzicando le zampe di Kitty? O se, di slancio, afferrassi il giornale della signora prima che cada per terra? Mi chiedo se la ricerca del contatto umano sia contemplata, nella quiete della sala lettura. Sembriamo tutti molto concentrati sul valore intimo e privato della nostra visita, più che sull’opportunità di condividerne i piaceri… o, almeno, questo vale per chi concepisce il pellegrinaggio da Shakespeare and Company come un momento introspettivo, alla scoperta di antichi fantasmi letterari che si aggirano per i corridoi come il fruscio della brezza sulle pagine di un libro. Mi piacerebbe tornare qui ogni settimana per osservare la gente, godermi il silenzio, cogliere ogni più piccola interazione sociale, e studiare l’influenza gravosa che questo posto – con il suo lascito quasi soffocante di Storia e Cultura – esercita sugli avventori.

Mi alzo e, dopo aver riposto The Mysterious Half Cat, saluto Kitty facendole un grattino fra le sue minuscole scapole, ma lei ovviamente non reagisce in alcun modo. La ragazza bionda intanto se n’è andata, e il suo posto è stato preso da una signora minuta, esilissima, che legge un libro con gli occhialetti calati sul naso. Alla cassa c’è invece una giovane commessa dal grazioso accento britannico, con i capelli lunghi e rossi. Le chiedo se è possibile coprire il prezzo di The Book of Life, ma lei fa di meglio, e chiude il volume in un’elegantissima confezione regalo che riporta una frase di Groucho Marx: “Outside of a dog, a book is man’s best friend. Inside of a dog it’s too dark to read“. La citazione è scritta a caratteri d’oro su carta blu, che garantisce un notevole effetto scenico.

Potrei consegnarlo a Claire quella sera stessa, ma preferisco evitarle imbarazzi, e così ci limitiamo a fare una lunga chiacchierata sul solito davanzale, mentre il sole si ritira pian piano dalle stradine del nostro arrondissement. È ormai buio quando ci congediamo per andare a letto: rientro nella mia camera e stacco una pagina dal quaderno per scriverci un biglietto da accompagnare al regalo, che il mattino dopo, reduce da un sonno frammentario, ripongo sul tavolo del soggiorno. È molto presto, e la notte cede il posto alla luce grigia dell’alba. Mi preparo senza far rumore nella pace ovattata dell’appartamento, lasciando che sia il bagliore tenue del nuovo giorno a illuminare i miei passi.

Il libro e il biglietto sono nell’angolo del tavolo, puntati verso la sua porta: non appena Claire farà capolino dalla stanza, saranno la prima cosa che vedrà.

Quando trascino la mia valigia verso l’uscita, le rotelle accennano un lieve sospiro lungo il pavimento della sala, poi faccio scattare la serratura dell’ingresso ed esco sul pianerottolo. In quel momento un trillo elettronico sembra risuonare dalla sua camera, forse è la sveglia. Possibile che l’abbia programmata così presto? Desiderava forse salutarmi prima che partissi? Fra non molto vedrà il mio piccolo dono, ma io sarò già lontano, giù per le scale, lungo la strada, nelle arterie della metropolitana e poi nel caos scintillante della stazione, riflettendo su ciò che Claire potrebbe aver pensato davanti al mio biglietto, al libro di Nadler e alla buffa citazione di Groucho Marx.

Lorenzo Pedrazzi è nato nel 1984 a Milano, dove si è laureato in Scienze
dei Beni Culturali e Scienze dello Spettacolo. Scrive per ScreenWEEK,
Filmidee e Doppiozero, ma ha collaborato anche con Itinera, Players e Rivista Studio; è inoltre fra gli autori del podcast Destini Incrociati.
Diversi suoi racconti sono apparsi in varie antologie e riviste letterarie.

Orientarsi nella nebbia

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di Lorenzo Pedrazzi

 
Feci l’amore con Bianca in una notte di novembre, e fu allora che imparai a trattare la nebbia come un’alleata. Chi vive a Milano lo apprende col tempo, anche se la nebbia non è più così frequente come una volta, e di solito tende a concentrarsi tutta in periferia. Quando si alza sul far del tramonto, puoi sentirla mentre ti avvolge le caviglie e ti si arrampica lungo la schiena, trasfigurando ogni presenza familiare in una sagoma misteriosa: che si tratti di un passante, di un cane al guinzaglio o del portone di un palazzo, fa poca differenza. Ogni cosa, anche la più banale e quotidiana, cambia radicalmente aspetto. Non è difficile scoprire in lei una compagna di viaggio che ti nasconde da sguardi indiscreti, a patto di apprezzarne il silenzio e la consistenza quasi materica; anzi, se ci cammini in mezzo dopo una giornata di lavoro, è bello immaginare che ti spinga dolcemente verso casa come la mano di un gigante gentile.
Io e Bianca facevamo gli stessi orari, e spesso ci incrociavamo in metropolitana quando il buio era già calato. Soffrivo di fotofobia per una recente operazione di chirurgia refrattiva, ed ero costretto a tenere gli occhiali da sole anche a bordo dei vagoni, perché la luce mi faceva male agli occhi. Fu proprio questo dettaglio bizzarro ad attirare la sua attenzione, spingendola a rivolgermi la parola dopo mesi in cui non ci eravamo mai parlati.
«Cioè, tieni gli occhiali da sole anche di sera, al chiuso. Cerchi di isolarti o vuoi solo darti un tono?»
In breve ci ritrovammo a chiacchierare mentre scendevamo dal treno, salivamo le scale della stazione e ci avventuravamo nella densa parete nebbiosa di via Bisceglie, che assorbiva i colori e leniva i rumori circostanti. Camminavamo affiancati, stretti nei cappotti, la testa incavata nelle spalle. Poi ci fu un momento in cui Bianca allungò il passo con una breve risata, e sparì nel grigiore compatto che si estendeva davanti ai miei occhi. Risi anch’io e mi affrettai per raggiungerla, ma non la trovai, e non sentii nemmeno più lo scalpiccio dei suoi stivaletti sull’asfalto umido. Mi fermai per chiamarla, inquieto. Non avevo alcun bisogno degli occhiali da sole, vedevo a malapena la luce rossa di un semaforo alla mia destra, mentre la nebbia sembrava danzarmi attorno come un’ancella.
Qualcosa mi sfiorò la nuca, e un brivido elettrico mi solleticò la base del collo: avrei giurato che fosse una mano, ma non c’era proprio nessuno alle mie spalle.
Quando Bianca ricomparve, un paio di metri più avanti, mi rivolse un sorriso che le affiorò da dietro la sciarpa come una luna crescente. Di lì a pochi minuti fui a casa sua, e poi nel suo letto.

Non ero il tipo da conquiste facili. Prima di Bianca, nella mia vita c’erano state soltanto due storie: un’avventura estiva quando avevo 18 anni, durata tre settimane e terminata in un pianto sommesso contro il finestrino di un treno; e poi una relazione di tre anni con una ragazza che avevo conosciuto all’università, e che mi aveva lasciato dopo appena dieci mesi di convivenza, sostenendo che la colpa fosse di entrambi. A dire il vero, io non ricordavo di avere mai fatto nulla per allontanarla da me, ma avevo rispettato la sua decisione senza troppi rimpianti: in fondo, stavo meglio da solo.
Con Bianca fu tutto più semplice, prese lei l’iniziativa. Fu lei a invitarmi a casa sua, fu lei a chinarsi per baciarmi mentre sorseggiavamo una birra in cucina, e fu lei a condurmi in camera da letto, dirigendo i miei passi tra la sua biancheria appallottolata per terra. Come se avesse già previsto tutto, e io fossi soltanto la pedina di uno schema più grande.
La sua pelle era fredda, e il suo sudore aveva un sapore curiosamente dolce, simile all’acqua piovana. Sotto l’occhio sinistro aveva un piccolo neo che sembrava una lacrima.
Dopo aver fatto l’amore restammo per un po’ in silenzio, nel buio. Ero certo che fosse sveglia perché il suo respiro non era regolare: aveva il corpo tangente al mio, e potevo sentire il suo torace che si espandeva e si ritirava contro il mio fianco, bussando leggermente come il muso di un gatto.
Era altrettanto freddo, al punto da farmi quasi paura.

«Sei sicura di stare bene?» le chiesi sfiorandole un piede con il mio. Lei parve ridestarsi da un lieve torpore, aveva la voce impastata.
«Mmh. Perché?»
«Sei gelida. Come fai a stare così?»
«Ah, quello. Ci sono abituata.»
«Quindi è normale?»
«Sì.»
Sospirai. «Beh, meno male. Credevo avessi un problema di circolazione o roba del genere.»
«No, non direi.»
«E non hai mai cercato di… boh, curarti?»
Lei sbuffò. «Dobbiamo parlare proprio di questo?»
«Se hai intenzione di dormirmi addosso, sì.»
«Dai, ti dà così fastidio?»
Sorrisi, ma lei non poté vedermi. «No… no, figurati» le dissi.
«Beh, comunque sono sempre così. L’unico modo che ho per scaldarmi è quando sto con… sai…»
«Un altro corpo.»
«Sì.»
«Quindi stai dicendo che mi hai rimorchiato solo perché avevi freddo?»
Lei rise piano, e io le cinsi le spalle con il braccio destro. Dopo un altro momento di silenzio, mi disse che potevo restare a dormire, se volevo. Lo fece con una strana enfasi, stringendomi il polso fra le dita e intrecciando le sue gambe nelle mie, come se volesse rimarcare le parole. Ripensai al suo neo sotto l’occhio sinistro, quella piccola lacrima d’inchiostro che non sarebbe mai sparita, e accettai.

Prima di addormentarci parlammo ancora un po’. Bianca mi raccontò di essersi laureata in Scienze dei Beni Culturali e di lavorare per una ditta specializzata in movimentazione delle opere d’arte. Io facevo l’assistente per un architetto d’interni in uno studio del centro. In realtà sognavo l’architettura del paesaggio – mi ero laureato con un progetto ispirato a Gilles Clément – e lei ne parve colpita: aveva studiato lo stesso argomento per sei crediti obbligatori durante il triennio, e si era appassionata ai grandi interventi di riqualificazione che stavano interessando Milano in quel periodo. Discutemmo di Petra Blaisse e della Biblioteca degli Alberi, di Bernard Tschumi e del Parc de La Villette, finché le nostre voci non si affievolirono nel sonno.
Fu il gelo a ridestarmi, un paio d’ore dopo. Erano quasi le tre di notte, ma il display luminoso della sveglia, sul comodino alla mia sinistra, pareva offuscato da qualcosa. Inizialmente pensai a uno scherzo del dormiveglia, mentre il corpo freddo di Bianca mi si stringeva contro, facendomi rabbrividire. Poi però mi stropicciai gli occhi, strinsi le palpebre e notai che i numeri sul display, per quanto leggibili, si confondevano dietro una lieve cortina di nebbia: era fumosa e sottile, come la bruma che si alza dai campi – l’avevo vista spesso, passeggiando nel tardo pomeriggio al Parco delle Cave – quando cala il sole nei mesi invernali. Anche il volto di Bianca sfumava nella foschia come un acquerello sbavato: potevo intravederlo grazie al bagliore dei lampioni che filtrava dalla
serranda alzata, troppo debole per urtare la mia fotofobia. Ma la nebbiolina occupava tutta la stanza, era umida e pungente.
Un’improvvisa associazione d’idee mi fece ripensare ai vecchi autobus e tram di Milano, con la carrozzeria dipinta di arancione per risaltare nella nebbia. Potevi scorgerli da lontano, forme indistinte che acquisivano consistenza metro dopo metro, come fantasmi tornati alla carne. Lo stridore delle rotaie squarciava il silenzio, lo colmava di normalità e familiarità. Si saliva a bordo come naufraghi su una scialuppa di salvataggio, prima d’immergersi ancora nella nebbia per recuperare altri superstiti.
Purtroppo nella stanza non c’era alcun punto di riferimento cromatico, nessun colore acceso che risaltasse nella caligine. Anzi, il grigiore era più denso attorno al corpo di Bianca, e s’irradiava dal letto fino alla parete opposta, velando una piccola scrivania e uno scaffale con sopra dei libri. Mi alzai, nudo e infreddolito, ma lei non si svegliò: emise un piccolo gemito e si raggomitolò sotto la coperta, le ginocchia raccolte contro il ventre.
Con mia sorpresa, fuori dalla finestra la nebbia si stava diradando, assottigliandosi
progressivamente come il fumo e la polvere al termine di una battaglia. Due piani più in basso, nel cortile condominiale, i lampioni che costeggiavano il vialetto d’ingresso proiettavano una luce abbastanza brillante da darmi fastidio, se li guardavo direttamente. Quel che restava della nebbia turbinava lì attorno, placida e impassibile.
Poggiai la mano sul vetro, unico modo per saggiare l’aria esterna senza aprire la finestra: era gelido, e sulla superficie interna si stava formando una chiazza di condensa. Ci passai sopra il polpastrello, disegnando saette che zigzagavano dall’alto verso il basso.
«Che fai alzato?»
Trasalii. Non tanto per la voce, ma per la mano fredda di Bianca posata sulla mia spalla. Mi girai e vidi che la foschia non c’era più, si era completamente dissolta, restituendo alla camera il manto bluastro della notte. Afferrai delicatamente i fianchi di Bianca e sentii la sua carne cedere piano, sotto la pressione delle mie dita.
«C’era nebbia nella stanza» le risposi. «Dev’essere entrata dalla finestra, è strano…»
Lei mi prese una mano. «Su, torna a letto» mormorò, e mi guidò fin sotto le coperte. Facemmo l’amore ancora una volta, sepolti goffamente dal piumone e dalle lenzuola.

La nebbia ha anche un odore, fateci caso. È fresco e dolce, ricco di umidità elettrostatica; pizzica le narici, se si prende un respiro profondo quando la bruma è particolarmente densa. Io con la nebbia ci giocavo, a volte. Avevo un piccolo puntatore laser, di quelli che si usavano per le presentazioni o per le lezioni frontali, ma che ebbero fortuna soprattutto come gadget ludici: si trovavano persino sulle bancarelle, a poco prezzo, e i genitori mettevano in guardia i figli dal pericolo di accecare se stessi o gli altri. Ebbene, nei giorni di nebbia fitta mi sedevo alla finestra della mia camera, prendevo il puntatore e ne orientavo il fascio contro la muraglia grigia che occupava il cortile: le goccioline scomponevano il raggio in migliaia di particelle, rendendolo granuloso e finalmente visibile, un filo rosso che s’immergeva nella foschia. Lo facevo oscillare, immaginando di tagliare la nebbia in tante sezioni squadrate, mentre le goccioline danzavano come pulviscolo al sole. Sembrava quasi viva, in quei momenti.
Vorrei poter dire di aver sognato qualcosa del genere durante la notte, ma non ricordo nulla del mio sonno. Ricordo però la luce tagliente che mi svegliò di prima mattina, riverberandosi dalla finestra: la nebbia si era completamente dissolta, e al suo posto c’era un sole basso ma brillante, incastonato fra i due palazzi che incorniciavano il giardino condominiale. Ne avvertii l’intensità persino a occhi chiusi, con un bagliore fra il rosa e l’arancione che filtrava attraverso le mie palpebre in un caos di macchie luminose.
Ebbi la pessima idea di aprire gli occhi, e la luce mi colpì come una stilettata.
Gemetti per il dolore mentre affondavo la faccia nel cuscino, ma fu in quel momento che sentii il fruscio delle lenzuola al mio fianco: Bianca si mosse e mi posò una mano sulla spalla, sotto la coperta. «Cosa c’è?» disse, con una nota di preoccupazione che mi parve sincera.
«Troppa luce» rantolai. Le parole sembravano uscirmi direttamente dalla gola.
«Ah, è vero. Me n’ero dimenticata.»
La sentii alzarsi per mettersi seduta, e con le palpebre socchiuse vidi che aveva una mano affondata nei capelli, mentre l’altro braccio era puntellato sul cuscino. La sua chioma mi era sembrata più scura, alla luce artificiale della metropolitana o dei lampioni; ora, invece, la luce naturale mi permetteva di scorgerne le screziature rossastre, tendenti al bruno, che le scendevano sulle spalle nude e sul seno. Notai anche la sua pelle, talmente chiara da apparire lunare. Vene bluastre le attraversavano il petto e i polsi, come sentieri tracciati su un deserto di sale. Ma non potei soffermarmi troppo su questi dettagli, perché anche il minimo bagliore mi torturava gli occhi: schiacciai di nuovo la faccia contro il cuscino, imprecando tra me con un mormorio lamentoso.

«Mmh» disse. «Ci penso io.»
Ipotizzai che volesse abbassare la tapparella, o passarmi gli occhiali da sole che giacevano da qualche parte in salotto… ma trascorsero alcuni secondi e non sentii nulla, come se fosse rimasta immobile lì dov’era. Socchiusi di nuovo le palpebre, e vidi che effettivamente Bianca non si era mossa di un centimetro, solo che la sua figura aveva qualcosa di confuso. La sua pelle, in precedenza così radiosa alla luce del mattino, era vagamente sfocata, come se la scrutassi attraverso un vetro smerigliato. Lei si accorse che la stavo sbirciando e mi sorrise, sollevando una mano e portandola all’altezza del viso. Voleva che la vedessi per bene. I suoi contorni erano sfumati, cambiava progressivamente colore: le dita divennero solo un’ombra indistinta, scemando in una
nube grigiastra che vorticava piano su se stessa.
Anche il resto della mano ben presto sparì, e alle mie narici giunse il profumo elettrico della nebbia. Bianca mi guardò ancora: il suo sorriso restò sospeso nell’aria per qualche istante, dietro una coltre di foschia grigia che si espandeva delicatamente dal suo corpo; poi sparì, insieme a tutto il resto. Fu allora che capii la sua esigenza di calore, il suo bisogno d’infiammarsi nell’amplesso e nel contatto con un altro corpo. Non sapevo se per lei ero solo uno dei tanti, o se avevo un significato speciale, ma francamente non m’importava. Le avevo dato quello che voleva, e ora lei mi stava restituendo il favore: la stanza si riempì di nebbia – o meglio, si riempì di lei – fino a coprire la scrivania e lo scaffale con i libri, l’armadio sulla destra e i comodini ai due lati del letto, che ne fu avvolto come da una cappa. La luce si attenuò, e io potei finalmente spalancare gli occhi.
Il clima fresco lenì il dolore.
Respirai con cautela mentre Bianca mi danzava attorno, come se avessi paura di assimilare un frammento di lei, di toglierle qualcosa. Mi sfiorò una guancia, rassicurandomi. Era davanti a me, ma anche sopra e tutt’intorno: mi circondava in una specie di abbraccio caliginoso.
Quando finalmente presi coraggio e allungai una mano, mi sembrò quasi di poterla toccare.

 

Lorenzo Pedrazzi sta seguendo il nostro corso avanzato di scrittura. Ha letto questo suo racconto durante la parte della lezione dedicata alla lettura degli scritti prodotti dai partecipanti. Il gruppo lo ha discusso e in seguito l’autore ha apportato qualche piccola modifica al testo, che ora proponiamo nell’ultima versione. 

Chi è: ha 33 anni ed è nato a Milano. Sue passioni, il cinema e la letteratura. Arrivato al giornalismo e alla critica militante, lavora a tempo pieno per ScreenWEEK.it. Collabora inoltre con Filmidee, Doppiozero e Rivista Studio. Ha pubblicato un saggio intitolato “Immagini al limite: Itinerari del disgusto nell’arte cinematografica” sulla rivista accademica Itinera. Suoi racconti sono comparsi su diverse antologie e riviste letterarie, tra cui Cattedrale. Nel 2011 ha vinto il primo premio al trofeo “Microscifiction“. Forse dal racconto che proponiamo si intuisce anche un altro suo interesse: l’astronomia.