9 agosto 1969

di Alvaro Travisi

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Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. Ritorno in questi luoghi dopo quarant’anni; è infatti da tanto che mi rifiuto di farlo poiché il coraggio non lo si trova dall’oggi al domani.
“Ma” sei bello più del sole. Assomigli a James Coburn nel film Giù la testa, persino in meglio anche perché sei tanto più giovane di lui. La barbetta, i baffi, i capelli biondi, gli occhi azzurri come il tuo casco. Ore e ore a chiacchierare di montagne, le ami più della pallacanestro. Fisico e postura sono perfetti, come si addicono a un neo istruttore Isef; sorridi sempre, timbro suasivo, piaci a tutti, ti godi l’età da favola con Noemi accanto. Sei felice che stasera rientri a Milano. Domani i tuoi festeggiano il venticinquesimo di matrimonio. Tu invece “Ca” non sei attraente quanto lui. Ciondoli, hai una voce nasale che alterni a momenti di divertente afonia. Nessuno è in imbarazzo più di te nel ridere; diventi paonazzo con niente. Temi per la dentatura cavallina e l’apparecchio ortodontico che ti brilla in bocca. Lo stesso che porti da quando ti conosco e che non ti molla neppure nella caduta. Non sei allievo di “Ma” a cui attribuiscono quarantotto anni anziché ventuno. I giornali, lo sappiamo, riportano inesattezze e nelle tragedie si lasciano prendere la mano. Stavolta però i nomi sul Corriere sono giusti e scritti per esteso, non come li evoco io. La fine tronca tutto, anche i nomi; ostinarsi a pronunciarli integralmente non conviene a chi rimane. Un artificio soltanto mio che, con efficacia tutta da dimostrare, confida nel garbuglio per confondere la malinconia.
Professore e allievo precipitano da una Torre del Sella. “Ca” non sei suo allievo. Sei solo il suo e il nostro grande amico, un affabile Pico della Mirandola che di ogni cima conosce l’altezza al centimetro. Stai per compiere diciott’anni, li festeggi a ottobre. Ai tuoi compagni della scuola tedesca già manchi. Tra tanti visi chiari sei l’unico di carnagione olivastra. Nella loro divisa sembrano copia uno dell’altro o quanto meno tali appaiono quelli presenti per l’ultimo saluto. Al Passo sono decine e decine i villeggianti pronti a invadere i sentieri. Altri indugiano rapiti alla vista dei Gruppi più famosi delle Dolomiti: Sassolungo, Sella, il Pordoi di sbieco e, più distante, la Marmolada. I turisti più pigri abbandonano le auto appena possono e fanno un’infinità di fotografie. Uno di questi curiosi ha costantemente l’obiettivo della Minolta puntato su di noi, quattro cordate di amici.
Quando diventiamo tre e voi non ci siete più, raccontano che è lui a immortalarvi: almeno un paio di scatti d’istinto del volo lungo trecento metri. E’ sempre lui, scrivono, a lanciare l’allarme. Più tardi a pentirsi di quei fotogrammi e dare alla luce la pellicola; così dell’orribile souvenir del Passo Sella non resta traccia. Al termine della cresta, Maurizio e io ti vediamo spuntare dalla variante. Ma che succede? Perché sei a testa in giù? Per un niente sfrecci davanti ai nostri occhi colti dal terrore. Forse hai ancora in mano il frammento dell’appiglio che, proprio sul più bello, ti ha tradito. O forse stringi, solo e comprensibilmente, il pugno in segno di stizza prima di cedere allo sconforto. Hai appena detto no a Franco in procinto di calare una corda per farti salire in tutta sicurezza l’ultimo tratto. – Non serve. Oramai ci siamo: un paio di metri e arrivo in cima – gli urli soddisfatto di trovarti su quella verticale. Ora tocca a te “Ca” presentarti al nostro cospetto. Sei tutto sbilenco, “Ma” ti ha investito in pieno. Il casco rosso è slacciato, come da tua brutta abitudine. Anche tu, in un baleno, ti predisponi a testa in giù. Purtroppo la corda non si impiglia in nulla e ti trascina nel vuoto. Per quanto sconvolto, ti immagino pronto a offrire quelle garanzie che nessuno si sogna di pretendere: – Tranquilli ragazzi, vado io con lui. Non lo lascio solo.
Alla base della parete, disteso sul ghiaione, sembri tutto intatto. E’ lì che i Catores della Val Gardena ti ritrovano. Respiri ancora “Ma”, giusto qualche ansito. Come l’eroe mio prediletto ne La locomotiva, il brano di Guccini che non potremo mai cantare assieme. Del tuo recupero “Ca” non parlo; preferisco farti una domanda, l’ultima prima di andarmene da qui: – Dimmi: quanto è alto… vediamo sì… quanto è alta l’Annapurna?

 

Alvaro Travisi: ultrasessantenne, mantovano di nascita milanese di adozione, attratto dagli anfratti di una metropoli lontana dagli stereotipi, e dall’ambiente della montagna frequentata da una vita.