recensione di Silvia Eleonora Longo

Mettersi “in cerca di frasi vere”, quando è la verità quella che si racconta, è forse una delle sfide più difficili per lo scrittore. Il racconto autobiografico è un percorso a ostacoli pieno di tranelli. La verità è sotto certi aspetti una rinuncia. Scegliere di attenersi ai fatti è come un voto di castità: non poter manipolare il racconto impedisce di architettare liberamente, rende più angusti gli spazi entro cui muoversi, più limitati gli strumenti di cui avvalersi. La complessità del mondo interiore – proprio e degli altri -, l’estrema vicinanza da cui osserviamo chi amiamo, l’estrema distanza di chi ci è sconosciuto, la contraddittorietà con cui gli eventi ci si parano davanti uno dopo l’altro, sono scogli impervi per la coerenza interna e la forza di una storia narrata. La sfida diventa ancora più estrema, quando al centro del racconto c’è un’esperienza dislocante come quella della malattia. La vicinanza alla morte ci trasforma in vittime, e le vittime perdono spesso la parola.

Anna Chisari si è sempre descritta come una persona poco ardita. Eppure, quando l’inevitabile si è presentato alla sua porta con il nome beffardo di non Hodgkin, ha preso coraggio e penna in mano e ha raccolto ogni sfida possibile: quella di curarsi, di sopravvivere; quella di continuare a vivere, di restare se stessa; e quella di raccontare su carta e attraverso un diario fotografico il percorso della malattia e della guarigione, con una lucidità che, in situazioni analoghe, è mancata persino a menti affilate come quella di Susan Sontag.

Per essere coraggiosi serve un cuore grande, e ad Anna non è mai mancato. Quello che fa del suo C’è un cinghiale nell’orto (101 pagine per le Edizioni del Gattaccio) un piccolo gioiello da leggere tutto d’un fiato, è la profondità di campo di cui sono capaci i suoi acuti occhi verde mare. Anche quando la vita resta appesa a “un complicato sistema di tubicini, raccordi e rubinetti”, Anna non si ripiega su se stessa, ma continua piuttosto a fare quello che ha sempre fatto: puntare il suo sguardo sagace sull’umanità che la circonda, e scrutarne l’anima attraverso la lente della malinconia del presente. Cifra percettiva, questa, conforme a chi, non potendo contenere tutta intera l’emozione dell’amore per l’Altro, deve correre sempre un po’ avanti per trasformare il presente in assente, così da poterne tollerare la bellezza. La sua scrittura passa leggera e veloce su tutto ciò che è dentro: malattia, disperazione attonita di fronte alla morte degli altri (che pur continuano a morire anche mentre siamo noi che ce ne stiamo andando!), delizia e tormento dell’amore, quello vero, quello per la vita, che arriva sarcastico proprio quando la vita ci ha buttato gambe all’aria. Al centro del racconto resta, invece, l’Altro. A popolare queste pagine è una galleria fantasmagorica di infermiere appassionate e amanti della motocicletta, giovani medici hipster barbuti e timidi, compagni di corsia patiti di Sanremo o delle creme per il corpo, madri che alla bisogna preparano acqua ugghiuta ca addauru contro il mal di pancia, e la famiglia elettiva, soprattutto: gli amici, gli amori di ieri e quelli di oggi, quelli che scappano, che non reggono il confronto con la malattia, e quelli che restano, a litigare con i medici in eccessi iperprotettivi o a piantare un orto, per mettere in scena la vita che rinasce, dentro e fuori, e aiutarla a farsi forte.

Questo piccolo libro non è un libro sulla malattia, e nemmeno sulla guarigione. È piuttosto un libro sulla cura, quella solerte e premurosa attività dell’animo e del corpo che si esprime attraverso la costanza delle amicizie di una vita come attraverso la fuggevolezza di uno sguardo e una parola scambiati in una corsia di ospedale. E che ci tiene in vita, indistintamente, tutti.

ANNA CHISARI: Nasce in Sicilia il 22 dicembre del 1962. La Sicilia nera della lava in un paese a scacchiera che si chiama Belpasso.
Da trent’anni vive a Milano, è giornalista e blogger, scrivicchia e scrivacchia da quando aveva cinque anni. La comunicazione è il suo mestiere: è stata copy di jingle, ha diretto per dieci anni la testata Milano Mese, ha lavorato per Notturnover, trasmissione notturna di Radio Popolare.
Il papà la voleva avvocato, la mamma sposa felice. Lei ha scontentato tutti e si è trovata un posto al Comune di Milano dove ora cerca di comunicare cultura con i social.
Ha scoperto di avere un linfoma non Hodgkin nel 2015. Non è stata felice di scoprirlo ma si è rimboccata le maniche.
Ha già pubblicato un libro per i tipi di VandA epublshing.

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