L’angelo della cava

IMG-20180924-WA0011

di Andrea Genzone

Stamattina Gigetto ha trovato un angelo senza testa. L’ha visto cadere dal camion delle macerie e ha fermato l’impianto, facendo suonare le sirene di allarme. Incurante della pioggia, è uscito dalla cabina di controllo e si è arrampicato a quattro zampe sul cumulo per recuperare la statua. Era un angelo bambino, a grandezza naturale.
Stringendolo a sé Gigetto ha preso a scavare con le mani, non si è dato pace finché non ha trovato anche il pezzo mancante. Pieno di fango dalla testa ai piedi, ha incollato le due parti e ha messo la statua sul davanzale dell’officina, insieme agli altri santi e madonne
mutilati, espulsi dai cimiteri della zona. Mario, il capo cava, è arrivato schizzando fango dalle ruote del camioncino. Quando ha capito la natura del blocco ha iniziato a bestemmiare: “Qui produciamo cemento, il presepe te lo fai a casa tua!” Gigetto, a testa bassa, ha premuto il pulsante verde e i nastri trasportatori hanno ripreso a scorrere sotto la pioggia. Insieme al rumore, è tornata la pace.
Avranno di che parlare oggi, in mensa. Ci sono attori formidabili qui, imitatori puntuali e crudeli. Mimeranno la scena del piccoletto con la statua in braccio, mentre dà spiegazioni al Mario in preda alla balbuzie: “No-no-non potevo mica lasciarlo nel f-fango.”
“Gigetto, io ho finito” ho detto. Si era dimenticato di me, nascosto in un quadro elettrico per riparare un guasto alle sirene d’allarme.
Non credo abbia collegato l’ira del Mario con la mia abilità professionale: se ci avessi messo dieci minuti di più, l’allarme non avrebbe suonato e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Comunque, la mia punizione è venuta direttamente dall’alto. La pioggia ha iniziato
a battere più forte e io dovevo uscire all’aperto. Mi aspettava un lavoro sulla draga.

Se solo venisse la neve. Invece il cielo è un coperchio di cemento, se ne sta immobile da una settimana a pisciare acqua. Visto da qui il mondo è una vasca per pesci senza branchie.
La draga è il nostro dio d’acciaio arrugginito. In mezzo al lago, ci sovrasta e ruggisce. Incute timore e rispetto ma, in cuor nostro, in una giornata come questa, speriamo tutti che si rompa.
E invece no. Qui si gioca a svuotarlo, il lago. La benna si tuffa in acqua come una mano aperta in un sacco di noccioline. Si chiude a pugno contro il fondale e poi riemerge, colma e grondante. Sassi e fango: ecco il nostro oro. Cammino sulla ruggine di questa passerella lunga due chilometri. C’è da fare un nuovo impianto elettrico sulla piattaforma e va trasportato il materiale: bobine di cavi, tubi d’acciaio, attrezzi… Cinquanta metri più avanti Pietro, il mio capo elettricista, procede sulla passerella intabarrato in un impermeabile giallo. Barcolla, ingobbito sotto il peso di una matassa di cavo. È una rivelazione: io sono così, visto da fuori.
Forse ho caricato troppe cose. Per risparmiare un viaggio ho preso la borsa degli attrezzi, il trapano, una matassa di cavo e la scatola delle viti. E proprio con questa urto uno spigolo della balaustra e il coperchio si apre. Tutte le viti si rovesciano in acqua come una raffica di mitra. Bel guaio. E adesso chi lo dice a Pietro, che è già incazzato per il fatto di essere venuto al mondo? Mi gira la testa, mi devo fermare un attimo. Ma non c’è un posto per fermarsi.

Ora d’aria. La baracca-mensa è un prefabbricato pieno di rattoppi, ma è riscaldata. Entriamo a piccoli gruppi, gocciolando acqua dagli impermeabili. Manca solo Gigetto, che preferisce rifugiarsi sulla betoniera e farsi una dormita. Ognuno apre la sua schiscetta, liberando nell’aria i profumi di casa: c’è il Salutista, con insalata e Philadelphia, e c’è Toni, con l’arrosto di maiale e i peperoni ripieni. Alle pareti sono affisse le pagine dei calendari degli ultimi tre anni. La ragazza di giugno 2015 ha la testa infilata dietro al condizionatore. Avevano finito lo scotch, e comunque l’essenziale si vedeva. Gennaio 2016, invece, è incorniciata con il nastro americano ed ha il posto d’onore, sopra al televisore. “Mado’,” dice Toni ogni volta che la vede, “questa c’ha una faccia da porca…”
Il televisore gracchia in fondo alla stanza. Fin dal mio primo giorno qui si è sempre guardato TGCOM 24, e mi chiedo se non sia l’unico canale funzionante. C’è un servizio sul neo-presidente americano: “Vai Trump!” dice Toni, “Uno così ci vorrebbe, in Italia.”
Seguono le solite battute, le solite risate. “Senti, senti questa!” dice Giovanni. La notizia successiva riguarda un naufragio di migranti al largo delle coste siciliane. Dodici cadaveri su un gommone. “Quelli bisogna sterminarli tutti,” dice Toni, “tutta la razza araba del cazzo.” Interviene anche Max: “E invece Renzi li fa venire qua. Avanti, c’è posto!” “Affondarli! Bisogna affondarli a cannonate!” conclude Toni. “Silenzio!” Il taciturno Marco richiama all’ordine, sollevando una mano tesa. È tutto il giorno che aspetta le previsioni del tempo. Ma qualcosa non va, batte il pugno sul tavolo. La biondina del meteo ha sì la gonna corta, ma i bastardi le hanno messo la striscia coi titoli proprio dove iniziano le cosce. Marco scuote la testa e ingoia l’ultima forchettata di pasta.

Io mi perdo. Mi tormenta l’immagine di Pietro, ingobbito sotto la pioggia. Io sono così. Appartengo a questo posto, a questo gruppo di persone. Ho iniziato a fare questo mestiere quasi per gioco, per far fronte a una necessità che pensavo temporanea. “Metto via un po’ di soldi,” mi sono detto, “e poi torno a fare musica.” A quei tempi il gruppo andava forte, abbiamo anche suonato al Roxy Bar di Red Ronnnie.
Ma soldi, pochi. Greta era incinta e non avevamo nemmeno una casa. È brutto da dire, ma mi sono trovato all’angolo. Gli altri sono andati avanti, non hanno avuto la pazienza di aspettare uno che si presentava alle prove più morto che vivo, che non aveva abbastanza ferie per andare in tour, che aveva la testa altrove.
Così la situazione mi è sfuggita di mano. All’inizio, in cava, mi sentivo una specie di antropologo, un osservatore esterno. Forse perché venivo da un altro mondo, o perché avevo studiato e viaggiato.
La maggioranza dei miei colleghi, invece, non si era mai mossa. In tutti i sensi. Ma ora? Cosa mi fa ancora pensare di essere diverso?
Sono un operaio. Bestemmio, sputo a terra, mangio mele con le mani sporche di fango e piscio dove capita. E rido, quando si parla del culo della segretaria, unica donna in azienda.
Siamo bestie: viviamo di fatica e televisione. Su Facebook ci occupiamo di sesso e di politica, che poi sono la stessa cosa: è tutta una questione di chi sta sotto e chi sta sopra, dare o prendere, soffrire o godere.
Siamo fantasmi: ci tiriamo in piedi prima dell’alba, ci presentiamo davanti allo specchio del bagno con gli occhi vuoti ancora prima di cominciare la giornata. Questo lavoro ci consuma le ossa, ci scava la pelle. A quarant’anni siamo già sordi, rattrappiti, pieni di ernie e cicatrici. Rientriamo a casa la sera e non ci resta niente, a parte mezz’ora di pace catodica prima di addormentarci sul divano.
E pensare che facevo tanti discorsi: “Il tempo” dicevo “è l’unica moneta che abbia davvero valore. Non serve il sacrificio se poi sei troppo impegnato, o troppo stanco, per goderne i frutti.” Capirai che scoperta. Come filosofo facevo pena, ma bisogna dire che avevo le idee chiare: volevo lavorare il meno possibile, guadagnare quanto bastava per vivere. Il resto del tempo doveva essere mio soltanto. E per la musica, che sarebbe stata un giorno il mio vero lavoro. Obiettivo centrato per metà: guadagno quanto basta, senza il minimo margine, ma non ho nemmeno il tempo per pensare. D’altra parte ho un figlio di sei anni che vuole fare l’astronauta, adesso, e non me la sento di dirgli di no.

Gigetto lo rincontro dopo pranzo. Scende dalla betoniera, mi raggiunge sotto la tettoia della mensa e sospira, mentre si infila la tuta da meccanico. “Hai una sigaretta?” dice. L’accende ad occhi chiusi, la fiamma gli illumina i riccioli neri sulla fronte.
“Gigetto!” urla una voce. Insieme alziamo lo sguardo. Venti metri più in là, davanti all’officina, Toni brandisce un San Giuseppe di gesso.
“Guarda qua, Gigetto!” dice, mentre lancia la statua al suo compagno di giochi. Giovanni la prende al volo, ma un braccio si stacca e finisce a terra. Gigetto non si scompone: “Quello lì è il protettore dei lavoratori” dice sottovoce.
Io vado d’accordo solo con Gigetto, anche se è fuori di testa. Il perché l’ho capito stamattina, guardandolo arrampicare sul cumulo delle macerie. Io e lui siamo gli unici a non darsi pace, continuamente alla ricerca di qualche pezzo mancante. Tutti gli altri, ognuno a modo suo, sembrano avere un’identità precisa, un ruolo nel mondo. Delle opinioni ferme, un’automobile ancora da pagare, un abbonamento a Sky per cui sgobbare volentieri. Noi no. Noi siamo mosche che sbattono contro i vetri delle finestre.
Mi infilo l’impermeabile e mi incammino sotto la pioggia. Non ho ancora detto a Pietro delle viti. Se mi fa una delle sue scenate è la volta buona che lo mando a quel paese. Anzi, spero proprio che succeda.

Pietro oggi lascia correre. È stanco. Ci trasciniamo verso sera, passandoci gli attrezzi senza dire una parola. La pioggia batte sul cappuccio di plastica, il freddo mi percorre la carne a piccole scosse. “Come vorrei stare in un ufficio” penso tra me, mentre cammino
sulla passerella verso la terraferma. Ma mi conosco abbastanza da sapere che, se fossi in un ufficio, vorrei essere libero di camminare sotto la pioggia. Uno vuole sempre quello che non ha.
Mentre io e Pietro ci avviciniamo all’officina vedo gente correre verso il cumulo delle macerie. Macchie gialle nel pomeriggio scuro.
Scosto il cappuccio e mi metto in ascolto: silenzio, l’Impianto è fermo. Il camioncino del Mario ci sfreccia accanto, sollevando acqua da una pozzanghera. Affretto il passo, Pietro rimane indietro. Oltre l’officina vedo un capannello di gente, proprio fuori dalla cabina di controllo dove lavora Gigetto.
Il mio amico è a terra, in mezzo al cerchio dei colleghi. Gli occhi chiusi, le braccia scomposte, la testa reclinata di lato. Toni è al telefono col 118, cammina avanti e indietro e parla a voce alta: “Uomo, 50 anni… Sarà un metro e cinquanta, poco di più, peserà cinquanta chili, non lo so… È caduto…” Mario lo interrompe con un cenno perentorio, si porta l’indice sulle labbra. “Muovetevi però,” riprende Toni, “questo non respira!”
Siamo tutti lì. Giovanni è chino sul corpo, lo scuote leggermente da una spalla: “Gigetto! Gigetto! Sveglia!” Mi chino anch’io, anche se non c’è molto di più che possa fare. Provo a sentirgli il polso e mi pare che il battito ci sia. L’addome si muove leggermente sotto la tuta da meccanico.

Il lampeggiante dell’ambulanza illumina l’Impianto di blu intermittente. I soccorritori si portano via Gigetto e ci lasciano zitti, a guardarci in faccia. Mario chiama Giovanni nel suo ufficio: vuole parlargli. Poi chiama tutti gli altri, uno a uno. “Tu dov’eri?” mi chiede quando viene il mio turno. Glielo spiego, lui mi ascolta e annuisce. Dice: “Lo sai che è un momento difficile, questo. Mi dispiace tanto per Gigetto, ma non possiamo rischiare di andare a casa tutti per uno che si arrampica a cercare le madonne. Senza protezioni, per giunta.” Non capisco dove vuole andare a parare. Lo guardo in faccia e aspetto. “Verranno a fare l’indagine” dice. “Tu non eri lì, va be’, ma stamattina l’hai visto con quella statua del cazzo. Io gli voglio bene, per carità, ma qua ci fanno chiudere!” Il resto della conversazione lo passo a fissare lo schedario alle sue spalle, nauseato. Non riesco a reagire come vorrei, a chiedere un minimo di rispetto per uno che forse sta morendo in un’ambulanza. Esco dall’ufficio, barcollando, e incrocio lo sguardo infuocato Toni sulla porta. “Ce l’hai mandato tu in cima al nastro, bastardo!” urla puntando l’indice in faccia al capo cava, senza nemmeno chiudersi la porta alle spalle. “È inutile che adesso cerchi di farlo passare per matto. Matto è matto, ma là sopra ce l’hai mandato tu perché il nastro si è bloccato.” Resto a guardare, anche gli altri si avvicinano. Mario è seduto dietro alla scrivania, Toni lo tiene per il colletto della tuta, la faccia a un centimetro dalla sua. “Abbiamo tutti bisogno di lavorare” dice Mario, con una stanchezza nella voce che non gli avevo mai sentito. Toni lo spinge indietro e viene verso la porta. Con le antinfortunistiche molla un calcio alla fotocopiatrice squarciandone la copertura. Poi si apre un varco in mezzo a noi e se ne va verso lo spogliatoio. Mario si alza e chiude la porta dell’ufficio, senza alzare gli occhi da terra.
Noi restiamo fuori. In silenzio raggiungiamo la tettoia della baracca-mensa, senza sapere cosa fare. “Però,” dice Giovanni, “se è vero che l’ha mandato lui, come ha detto il Toni…” “Io cazzate non ne racconto,” dice Marco, “io lì non c’ero e non voglio saperne un cazzo.” “A me manca un anno alla pensione,” dice Pietro, e non aggiunge altro.

In una giornata come questa, la coda in tangenziale è la stessa di sempre. Le luci rosse che si dilatano e si restringono, lo stridere ossessivo dei tergicristalli. Guardo le altre persone, chiuse nei loro abitacoli: nessuno sembra sapere nulla di Gigetto, della cava. Nessuno di loro, questa sera, deve decidere da che parte stare.
Mi fermo all’Autogrill, accendo una sigaretta appoggiato alla fiancata della macchina. Ha smesso di piovere. Penso a Gigetto che se la caverà – così hanno detto, in ospedale. Non tornerà proprio quello di prima e con i soldi dell’indennizzo, immagino, dovrebbe essere a posto per tutta la vita. Niente più cava. Sempre che i suoi colleghi si comportino come si deve.
Guardo le macchine incolonnate sull’autostrada e mi chiedo quanto tempo ho già perso. Tre ore al giorno, per sette anni. A fare la coda. Un furgone carico di operai stranieri mi parcheggia accanto: abiti macchiati di calce e vernice. Volti scavati che si confondono col mio, riflesso dal finestrino. “Migliaia di ore” mi dico.
Butto la cicca ed entro per una birra. Coda alla cassa, coda al bancone. Camminando verso l’uscita vedo un giocattolo esposto, un robot astronauta radiocomandato. Me lo rigiro tra le mani e quello si illumina di verde e di rosso: “Conto alla rovescia iniziato” dice la voce registrata. Lo rimetto a posto e ne prendo uno confezionato.
Riprendo la tangenziale e imbocco la prima uscita. Da queste parti c’è Lucky Music, il negozio dove venivamo a rifornirci di strumenti, io e gli altri. Se c’è qualcosa di cui ho bisogno, adesso, è una muta di corde nuove.

Giro tra le chitarre in esposizione in preda alle vertigini e penso che ho vissuto la vita di un altro. “Una muta di corde zerodieci” dico al commesso capellone. “E due pile stilo. Per l’astronauta.”
Vertigini. Gigetto in cima al nastro. Il volo, il fango, le luci blu. Il tempo scorre e poi finisce, anche lui sotto badilate di fango e qualche orribile statua. Noi là fuori: fantasmi con l’impermeabile giallo.
Sono quasi le otto. Greta non sa ancora niente. In qualche modo faremo penso, mentre guido verso casa accanto a un astronauta che si illumina di verde e di rosso. “Conto alla rovescia iniziato” diciamo all’unisono.

 

Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Cura il blog andreiaway.it, ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada.

Piccola odeporica parigina: Shakespeare and Company tra incanto e disincanto

Foto Libreria Shakespeare-and-Company per racconto Pedrazzi

di Lorenzo Pedrazzi

Di fronte all’ingresso c’è una giovane chitarrista scalza che canta in inglese con voce mielosa, attorniata da un gruppetto di ragazzi seduti per terra a gambe incrociate. Osservandola, mi sorprendo a pensare che ci sia qualcosa di brutalmente lascivo nei suoi piedi nudi, qualcosa di sporco e ammaliante, come un vizio da cui non ci si vuole liberare. La sento dire che ha bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno, ma è curioso che, fra tutti i luoghi di Parigi, abbia scelto di esibirsi proprio da Shakespeare and Company. Bisogna però ammettere che la Chitarrista Scalza sembra perfettamente a suo agio sotto quell’albero, circondata da avidi lettori e aspiranti scrittori, mentre una piccola fila – composta in gran parte da turisti, me compreso – attende di entrare in una delle librerie più famose del mondo.

La sede attuale si trova ai margini del Quartiere Latino, in un cantuccio tranquillo e protetto che volge sulla Senna. In origine, però, la libreria sorgeva al numero 8 di rue Dupuytren, dove Sylvia Beach – un’espatriata americana del New Jersey – la fondò nel 1919, per poi trasferirsi nel 1921 al numero 12 di rue de l’Odéon. Fu qui che Shakespeare and Company divenne il crocevia della Generazione Perduta, ospitando scrittori leggendari come Ernest Hemingway, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein e James Joyce, il quale ne usufruì addirittura come suo ufficio personale; non a caso, Beach fu la prima a pubblicare L’Ulisse nel 1922, e continuò a pubblicarlo anche quando gli Stati Uniti e l’Inghilterra scelsero di bandirne la diffusione.
Shakespeare and Company è un’isola popolata da utopisti e cacciatori di chimere, dove i librai sono rigorosamente anglofoni e si parla solo inglese: un porto franco della letteratura mondiale.

Purtroppo, l’utopia s’interruppe nel 1940, e le ragioni della chiusura sono romantiche come l’atmosfera che si respira nelle sue stanze: pare che Sylvia Beach, durante l’occupazione nazista, si rifiutò di vendere a un ufficiale tedesco l’ultima copia di Finnegans Wake di Joyce, e il negozio fu chiuso per ritorsione. Toccò quindi a George Whitman riaprirlo in rue de la Bûcherie, nel 1951, ma inizialmente si chiamava Le Mistral, e fu ribattezzato Shakespeare and Company solo nel 1964, dopo la morte di Sylvia Beach. Nel frattempo, però, la nuova libreria era diventata il punto di riferimento della Beat Generation grazie a scrittori come Allen Ginsberg, Gregory Corso e William S. Burroughs, che rinnovarono la sua fama. Ora è gestita da Sylvia Beach Whitman, l’unica figlia di George Whitman.

La coda all’ingresso è più agile del previsto: non faccio nemmeno in tempo a concentrarmi sulla Chitarrista Scalza che già mi ritrovo dentro la libreria. Muovo passi incerti, preda di un eccessivo timore reverenziale. Le sale sono anguste, brulicanti di visitatori che, non appena si fermano a sfogliare un libro, causano un ingorgo immediato. Fa caldo perché non c’è aria condizionata, ma alcuni ventilatori portano un tenue refrigerio negli angoli più reconditi del negozio, tra la sezione della fantascienza e quella dedicata alla grafica. Si respira un clima antico, profumato di carta e legno, con gli scaffali colmi di libri che arrivano fino al soffitto, e una luce polverosa, intima, come quella di un vecchio abbaino esposto al sole pomeridiano. Tanti libri, poco spazio, difficile orientarsi. Ci muoviamo come polli senza testa, seguendo il flusso per non intralciare il passaggio, ma pronti ad appiattirci contro uno scaffale se scorgiamo qualcosa che ci interessa.

Superato l’atrio principale, dove si svolgono le presentazioni e gli incontri con gli scrittori, entro in una stanza molto più piccola, e sulla destra noto una scala ripida che sale al primo piano. Sugli scalini è stata dipinta una frase del poeta persiano Hāfez di Shiraz, tradotta in inglese: “I wish I could show you, when you are lonely or in darkness, the astonishing light of your own being“. Un cartello, decisamente meno lirico, ci avverte di stare attenti ai borseggiatori. La scala è strettissima, quasi impossibile da percorrere se altre persone scendono nella direzione opposta, quindi devo aspettare che si liberi prima di poter salire. L’attesa è però ricompensata da un ambiente ancor più garbato e silenzioso: il piano superiore di Shakespeare and Company non è più una libreria, ma una biblioteca che raccoglie la vasta collezione di Sylvia Beach, a disposizione di chiunque voglia consultarla (a patto, però, di non portarsi via alcun volume). Qui, un piccolo atrio mi offre due opzioni: sulla destra c’è una stanza con una pianola e alcune sedie, sulla sinistra un corridoio che conduce a una sala più grande, illuminata da un’ampia finestra. Gli scaffali con i libri sono ovunque.

All’inizio del corridoio, sulla sinistra, si apre un minuscolo vano tappezzato di foglietti con i messaggi dei visitatori; ci sono anche una piccola scrivania, una vecchia macchina da scrivere e una seggiola, su cui siede una ragazza dalla pelle lunare, alta e magra, avvolta in un cappottino poco adatto alla stagione estiva. Sta vergando qualcosa sul suo quaderno, o forse è solo un biglietto, non riesco a vedere bene. Ha la schiena curva sulla miniscrivania, l’aria concentratissima di chi sta svolgendo un’operazione vitale, e indossa un buffo cappello nero. Più avanti, al termine del corridoio, scorgo la stanza principale con la finestra da cui si intravede la Senna. Di fronte alla finestra c’è un tavolo rettangolare, mentre il perimetro della sala è disseminato di poltroncine e divanetti, tutti occupati da lettori assorti, con le mensole cariche di libri alle loro spalle. È qui che si avverte un clima quasi sacrale, gravato dal peso di una Storia – sia umana sia letteraria – che non sono sicuro di poter cogliere nella sua interezza, o nel suo complesso intreccio di ambizioni artistiche, vita quotidiana e precarietà esistenziale. Qualcosa sfugge sempre alla comprensione, ed è per questo che ci muoviamo per i corridoi di Shakespeare and Company come se fossero di cristallo, dosando ogni passo e ogni gesto. Lo consideriamo alla stregua di un pellegrinaggio, per quanto ridicolo ed eccessivo possa sembrare.

Queste preoccupazioni di certo non affliggono Kitty, la gattona bianca che dorme sulla poltrona di fianco al tavolo, nel vertice destro della stanza. Pare un cucciolo di foca. Ecco, la gattona bianca incarna l’apice di un gusto bohémien che ancora sopravvive, seppure addomesticato dalla sua fama popolare e dalla vanità dei poser, nel nucleo pulsante di questa libreria, dalla sala lettura fino allo spiazzo dinanzi all’entrata, con i suoi musicisti e i suoi scrittori in erba. È inevitabile chiedersi dove si fermi l’essenza primigenia di Shakespeare and Company, e dove inizi il compiacimento dell’autorappresentazione.

Me lo chiedo mentre acquisto una copia di Wise Men di Stuart Nadler, con tanto di firma
originale dell’autore. Alla cassa c’è un ragazzo con occhi chiari, lunghi capelli biondi e barbetta dello stesso colore, che mi dice di aver fatto parte della stessa band in cui suonava la sorella di Nadler. Sono piacevolmente sorpreso: mi trovo a due soli gradi di separazione dall’autore, cose che possono accadere solo in un posto come questo. Gli dico di aver amato l’altro libro di Nadler, The Book of Life, ma lui mi risponde che paradossalmente non ha mai letto nulla di suo. Peccato, penso io. Comunque, il ragazzo mi chiede se voglio il timbro di Shakespeare and Company sulla prima pagina del libro, e io gli rispondo «Sure, thank you», senza sapere alcunché di questa consuetudine. Ma quel sigillo d’inchiostro dimostra quanto la libreria, ben consapevole della sua notorietà iconica, sia diventata un vero e proprio marchio, quasi una griffe da ostentare nella propria biblioteca personale. D’altra parte, in quale altro modo sarebbe potuta sopravvivere di fronte al calo dei lettori, alla diffusione degli e-book e allo strapotere della grande distribuzione? Impossibile biasimarla.

All’uscita ritrovo la Chitarrista Scalza che abbraccia la Ragazza Col Cappello Buffo. Sorride e la ringrazia calorosamente, ribadendo che aveva bisogno di soldi per comprarsi un biglietto del treno. Non so cosa sia successo fra loro due. Evidentemente la Ragazza Col Cappello Buffo ha deciso di aiutarla in qualche modo, e vederle insieme mi suscita un misto di tenerezza e curiosità antropologica: come si chiamano, da dove vengono, cosa fanno? Sono segreti che entrambe custodiranno gelosamente, magari limitandosi a condividerli tra loro stesse, per rallegrarsi di ogni tratto comune e ammirare le reciproche differenze. O almeno è così che m’immagino quell’abbraccio fugace: come uno scambio istantaneo di informazioni tra spiriti affini.

Mi siedo sul muretto che separa il cantuccio della libreria dalla strada, ascoltando la voce della Chitarrista Scalza ancora per un po’. Si sposta in prossimità dell’ingresso e intona un pezzo soft rock di cui non ricordo il titolo. Chissà se ha ancora bisogno di soldi, o se invece sta cantando solo per il piacere di farlo, senza fini utilitaristici, rinvigorita dall’attenzione dei passanti e dalla delicatezza di quel contatto umano?

 

Torno da Shakespeare and Company durante l’ultimo pomeriggio del mio soggiorno parigino: voglio prendere un regalo per Claire, la studentessa francese che mi ospita in casa sua, e che ascolta con pazienza le mie bislacche osservazioni sui corvi di Parigi e sulle mucche bianche che popolano la campagna francese. Abbiamo trascorso le ultime serate sul davanzale della finestra, con il fumo delle sue sigarette che si smarriva all’imbrunire, parlando di lavoro, università, cinema, serie tv, vita metropolitana e paralleli linguistici tra l’italiano e il francese, ma incontrandoci sul campo neutro dell’inglese. Per merito suo, il mio viaggio è diventato un’esperienza molto più ricca e poliedrica di una normale vacanza. Le sono grato.

Stavolta non trovo la Chitarrista Scalza (spero abbia raggranellato abbastanza denaro per la sua misteriosa destinazione), e non c’è nemmeno la coda all’entrata del negozio. Si cammina liberamente, senza la pressione fisica e psicologica della folla. Acchiappo l’ultima copia di The Book of Life per Claire e me la porto al piano superiore, dove qualcuno sta suonando la pianola nella stanza più piccola. Mi siederei volentieri, ma non c’è posto. Al contrario, nella sala grande c’è una poltroncina libera, mentre Kitty sta dormendo sul divanetto che occupa il lato destro della stanza, identica a come l’avevo lasciata: ha solamente cambiato posto. Al suo fianco c’è una ragazza bionda, imponente e giunonica, che ha steso le gambe sopra di lei per appoggiarle sul bracciolo. La gattona però non se ne cura, e non reagisce nemmeno quando la ragazza comincia a vezzeggiarla con carezze e altre effusioni.

Io mi siedo sulla poltroncina e per qualche istante assaporo il delicato brusio che giunge dalla strada, attraverso la finestra spalancata. Leggo la prima pagina di The Book of Life (non l’avevo mai letta in inglese), poi sfilo un libro a caso dallo scaffale alle mie spalle: è The Mysterious Half Cat (A Judy Bolton Mystery) di Margaret Sutton, pubblicato nel 1936. Anche in questo caso mi limito a leggere la prima pagina, in cui Judy Bolton – eroina di una serie di romanzi investigativi molto popolari tra gli anni Trenta e i Sessanta – viene svegliata in piena notte da un rumore sconosciuto.

Per contrasto, una signora si addormenta sulla poltrona di fronte a me, il giornale afflosciato tra le mani.

Guardandomi attorno, vedo che ognuno è trincerato nella propria campana di vetro, come studenti in biblioteca. Cosa accadrebbe se rivolgessi una parola alla ragazza bionda che sta stuzzicando le zampe di Kitty? O se, di slancio, afferrassi il giornale della signora prima che cada per terra? Mi chiedo se la ricerca del contatto umano sia contemplata, nella quiete della sala lettura. Sembriamo tutti molto concentrati sul valore intimo e privato della nostra visita, più che sull’opportunità di condividerne i piaceri… o, almeno, questo vale per chi concepisce il pellegrinaggio da Shakespeare and Company come un momento introspettivo, alla scoperta di antichi fantasmi letterari che si aggirano per i corridoi come il fruscio della brezza sulle pagine di un libro. Mi piacerebbe tornare qui ogni settimana per osservare la gente, godermi il silenzio, cogliere ogni più piccola interazione sociale, e studiare l’influenza gravosa che questo posto – con il suo lascito quasi soffocante di Storia e Cultura – esercita sugli avventori.

Mi alzo e, dopo aver riposto The Mysterious Half Cat, saluto Kitty facendole un grattino fra le sue minuscole scapole, ma lei ovviamente non reagisce in alcun modo. La ragazza bionda intanto se n’è andata, e il suo posto è stato preso da una signora minuta, esilissima, che legge un libro con gli occhialetti calati sul naso. Alla cassa c’è invece una giovane commessa dal grazioso accento britannico, con i capelli lunghi e rossi. Le chiedo se è possibile coprire il prezzo di The Book of Life, ma lei fa di meglio, e chiude il volume in un’elegantissima confezione regalo che riporta una frase di Groucho Marx: “Outside of a dog, a book is man’s best friend. Inside of a dog it’s too dark to read“. La citazione è scritta a caratteri d’oro su carta blu, che garantisce un notevole effetto scenico.

Potrei consegnarlo a Claire quella sera stessa, ma preferisco evitarle imbarazzi, e così ci limitiamo a fare una lunga chiacchierata sul solito davanzale, mentre il sole si ritira pian piano dalle stradine del nostro arrondissement. È ormai buio quando ci congediamo per andare a letto: rientro nella mia camera e stacco una pagina dal quaderno per scriverci un biglietto da accompagnare al regalo, che il mattino dopo, reduce da un sonno frammentario, ripongo sul tavolo del soggiorno. È molto presto, e la notte cede il posto alla luce grigia dell’alba. Mi preparo senza far rumore nella pace ovattata dell’appartamento, lasciando che sia il bagliore tenue del nuovo giorno a illuminare i miei passi.

Il libro e il biglietto sono nell’angolo del tavolo, puntati verso la sua porta: non appena Claire farà capolino dalla stanza, saranno la prima cosa che vedrà.

Quando trascino la mia valigia verso l’uscita, le rotelle accennano un lieve sospiro lungo il pavimento della sala, poi faccio scattare la serratura dell’ingresso ed esco sul pianerottolo. In quel momento un trillo elettronico sembra risuonare dalla sua camera, forse è la sveglia. Possibile che l’abbia programmata così presto? Desiderava forse salutarmi prima che partissi? Fra non molto vedrà il mio piccolo dono, ma io sarò già lontano, giù per le scale, lungo la strada, nelle arterie della metropolitana e poi nel caos scintillante della stazione, riflettendo su ciò che Claire potrebbe aver pensato davanti al mio biglietto, al libro di Nadler e alla buffa citazione di Groucho Marx.

Al cinema: Un affare di famiglia, Una storia senza nome, Sembra mio figlio

locandina

UN AFFARE DI FAMIGLIA

Film drammatico giapponese
Regista: HiroKazu Koreeda
Cast: Lily Franky, Nobuyo Shibata, Sokuke Ikematsu
Premi: Palma d’oro, Festival di Cannes

Berenice dice: la famiglia che scegliamo
Un uomo ruba assieme a un ragazzino in un supermercato, padre e figlio pensiamo. Sulla strada di casa vedono una bambina, triste, sola, li guarda malinconica, ha fame, ha freddo. La portano con loro, una casa piccola, piena di cose, di persone, una grande famiglia pensiamo. E iniziamo a immaginarci chi sia figlio di chi, madre o nonna di chi. Intanto la bambina, si scopre, è piena di cicatrici, non riescono proprio a riportarla a casa, la tengo con loro. Piano piano, iniziamo a pensare che, forse, anche gli altri non sono davvero legati dal sangue, si insinuano i dubbi, nel frattempo però il regista ci ha fatto entrare dentro questa strana famiglia, i suoi legami, gli affetti, qualcosa di profondo e solido, nonostante le apparenze.
Persone che hanno poco, fanno lavori umili, rubacchiano, vivono ai margini eppure non si risparmiano nel darsi, il tutto con allegria, leggerezza, semplicità. Koreeda Hirokazu ha la capacità di farci entrare in una realtà che crediamo conosciuta per ribaltare ogni nostra certezza e quando pensiamo di averla compresa la ribalta ancora, con grande naturalezza, in maniera quasi impercettibile, tanto da non sconvolgerci neppure. Capiamo che ci vuole raccontare un altro Giappone, non quello moderno, sfavillante, tecnologico e iper-strutturato cui siamo abituati, uno più nascosto e altrettanto vero, che ci sorprende, tocca nel profondo e sentiamo più vicino. Un Giappone che avevamo iniziato a scorgere in Padri e Figli, ma che qui diventa protagonista, assieme a un lato oscuro del Paese che non conoscevamo, fatto di violenze, soprusi, bambini maltrattati, lato accuratamente celato ma non per questo meno vero. Il tutto narrato con grande delicatezza, accennato più che mostrato, con eleganza, leggerezza e un’intensità rara, come il meraviglioso viso della piccola Yuri.
Giudizio: ****

senzanome

UNA STORIA SENZA NOME

Film drammatico
Data di uscita: 20 set 2018 (Italia)
Regia: Roberto Andò
Cast: Micaela Ramazzotti, Laura Morante, Alessandro Gassmann, Antonio Catania

Berenice dice: tanti elementi, poca sostanza
Una timida segretaria di un produttore che, in gran segreto, scrive sceneggiature per uno scrittore di successo, gigione e superficiale, un misterioso ‘detective’ che spunta dal niente, una madre ingombrante e sentenziosa, un critico d’arte inglese e chiacchierone, un produttore legato alla criminalità, la mafia, la politica. Seguiamo la ragazza, timida, impacciata, perdutamente innamorata, che piano piano, con l’aiuto del misterioso detective, si addentra nelle maglie di un mistero che via via diventa sempre più grande ed intricato. Costruito come un giallo, con tanto di colpi di scena (fin troppi, specie sul finire), entra nel mondo del cinema, della produzione, dei legami con la mafia poi sembra perdersi, mafia e politica, misteri, complotti. Un po’ troppo per le esili gambe di una timida segretaria che disvela un mistero più grande di lei (e anche, forse, del film). Un film che vuole troppo ma finisce per non lasciare molto, ben costruito, ben recitato, ben girato, ricco di citazioni, ma che vola in superficie senza mai andare davvero in profondità, lasciando più dubbi che verità, qualche perplessità e non poco scetticismo. Si lascia vedere ma non molto altro.
Giudizio: **

Sembra-mio-figlio-Loca-300x428

SEMBRA MIO FIGLIO

Film drammatico, Italia 2018
regia: Costanza Quatriglio, primo lungometraggio di finzione
Interprete: Basir Ahang

Berenice dice: quando il passato ti viene a cercare
Ismail e Hassan, due fratelli di etnia hazara fuggiti dall’Afghanistan poco più che bambini vivono in Italia da anni. Ismail lavora, fa progetti, è integrato, Hassan è più timido, introverso, fragile. Seppur più grande è minuto, vulnerabile, delicato, è il fratello che pensa a tutto, si occupa di ogni cosa, protegge l’altro.
Anche dalle misteriose telefonate che riceve di nascosto, la sera, da una voce flebile, incerta, una donna, forse la madre. Poi è un uomo che prende il controllo di quelle telefonate, non fa più parlare la donna, dà ordini, anche a Ismail che con nostra sorpresa non si oppone, lascia fare. Così lo fa parlare con Hassan, è il primogenito e l’uomo vuole parlare solo con lui, impone regole e valori che non appartengono più ad Ismail. Assistiamo al graduale farsi strada di un passato, di radici e valori dimenticati, che vengono disseppelliti e imposti con prepotenza. Prepotenza che vediamo gradualmente rifarsi spazio nel fratello maggiore, quasi che grazie a quell’uomo avesse ritrovato il suo ruolo, una sua collocazione, da troppo tempo schiacciata, negata dall’inferiorità fisica. Ismail non lo riconosce più, non lo capisce, come non capirà le sue scelte, né il suo Paese quando ci tornerà. Tratto da uno storia vera, con il bel volto del poeta e giornalista afghano, Basir Ahang, segnato e antico, proprio come la storia del suo popolo Hazara. Una storia che andava raccontata, anche se l’influenza del documentario è presente e forte, la narrazione manca a tratti di scioltezza, deve ancora essere affinata, in compenso rimane una sensibilità per la fotografia non comune che regala immagini uniche. Un film intenso, coraggioso, con un finale che si porta dentro tutto il dramma di un popolo.
Giudizio: ***

Classici del Novecento: Con gli occhi rivolti al cielo

Zora Neale Hurston
Con gli occhi rivolti al cielo
Traduzione di Ariana Bottini
Bompiani 1998
191 pagine

occhi.jpg

di Bruna Miorelli

Protagonista di questo magistrale romanzo dell’autrice di colore Zora Neale Hurston, pubblicato per la prima volta nel 1937, è Janie, che quattordicenne cede, con un primo bacio dato quasi a caso, ai primi impulsi sessuali. Quelli sì, prepotenti, a prescindere da chi sia il destinatario. Scoperta dalla nonna, allarmata da quanto si prefigura dati i precedenti in famiglia, viene da lei data subito in sposa a un contadino, un vedovo rozzo e repellente, che mira solo a piegare quella schienadritta sui solchi dell’appezzamento e a sottomettere quella ragazzina viziata.
…l’uomo bianco butta via il fardello e dice all’uomo negro di raccoglierlo. L’uomo negro lo raccoglie, ma mica se lo tiene. Lo passa alle sue donne. La donna negra è il mulo del mondo, da quello che ho visto. E io ho pregato che per te fosse diverso” spiega la nonna alla nipote disperata. E in quelle parole è concentrata tutta la sua esperienza. Di nata schiava, messa incinta dal padrone, che ha visto la figlia avere a sua volta una bimba da non si sa chi, fuggire di casa per poi perderne le tracce. Ora non pensa che alla protezione di sua nipote Janie: un marito, crede, è la sola salvezza in un mondo di maschi profittatori, e la invita a sopportare. A dividere le due diverse generazioni l’idea dell’amore, una fola per la vecchia, richiamo irresistibile per la più giovane. La piccola aveva goduto un’infanzia felice, quando una famiglia di bianchi progressisti, cui la nonna dopo la fuga era andata a servizio, l’aveva allevata senza discriminazioni in mezzo agli altri loro bambini. Tocco narrativo indimenticabile: soltanto a sei anni Janie si accorge per la prima volta di essere nera, succede attraverso una fotografia di gruppo, quando chiede indicando la propria immagine: chi è questa? Non la conosco.
Il seme della ribellione è cresciuto da allora dentro di lei. Ancora ragazzina, una gran massa di capelli fascinosi, fugge dal marito campagnolo assieme a un tale pieno di progetti e con un mazzo di dollari in tasca che intende far fruttare. Cosa che gli riuscirà non appena raggiungono la città dei neri appena sorta, delle cui nascita si stava favoleggiando. Ahimè poche case deludenti sparse in un terreno senza strade, senza illuminazione. Jody, questo il nome dell’uomo, non si scoraggia e si rimbocca le maniche: crea un emporio, un ufficio postale (mai visto un ufficio postale gestito da uno di colore!), e in breve riesce a diventare sindaco di quel tentativo di città. La festa per l’accensione del primo e per il momento unico lampione del posto sarà memorabile.
Non aveva mai letto libri,” Janie “e dunque non sapeva di essere l’universo concentrato in una goccia”. Ma sa quanto basta per sentire come sopruso l’impulso di questo suo secondo marito a sottometterla. Per anni decide di non reagire e sceglie il silenzio. “Janie era il solco lasciato da un carro: tanto viva sotto, ma schiacciata dalle ruote”. Lui ne è geloso, quel corpo snello e quella chioma attirano gli sguardi maschili, e se lei risponde ai
suoi rimbrotti, lui si incattivisce: “Bisogna pure che qualcuno pensi anche per le donne, i bambini, i polli e le vacche. Perdio, da soli non ne sono capaci”. Alla fine una malattia se lo prende e lo porta via. Sono passati vent’anni e ora Janie si ritrova ricca e sempre avvenente: gli spasimanti fanno la fila per impalmarla.
Zora Neale Huston, autrice oltre che di romanzi anche di splendidi racconti, ha studiato antropologia alla Columbia University con Franz Boas. Di qui una voce unica, che pesca detti, metafore e un certo modo di prendersi in giro, dalla cultura popolare in gran parte ancorata alla campagna, con una serie infinita di aneddoti, di storielle a raffica, come in questo romanzo Con li occhi rivolti al cielo. Ispirandosi alla letteratura orale del Sud, che ben conosce, rende conto di una intera fase storica. Un tipo di linguaggio, uno spirito del tempo, che senza lavori eccellenti come questi avrebbero potuto sparire nel nulla. Storia orale fusa alla cultura alta dell’autrice. Nei dialoghi, seppure in gergo, come anche nei vivaci scambi di battute amorose, non mancano alcuni echi della brillantezza shakespeariana.
La storia di Janie riprende con la vedovanza e a quarant’anni si rinnova. Conquistata da un allegro squattrinato pieno di verve, diciotto anni più giovane di lei, decide di fare la più avventata delle mosse e di puntare su quell’amore nel quale, benché fino ad allora frustrato, in fondo ha sempre creduto. Vende l’emporio e con dei soldi in banca e un bel gruzzolo di 200 dollari in contanti cucito dentro il vestito, parte con lui per il Sud. Terzo matrimonio. Ma un mattino lui scompare assieme al mazzo di banconote. Sembra andare come doveva e come il lettore immaginava. A prima vista, il classico truffatore immortalato più volte da Flannery O’Connor che si dilegua per sempre. Ma eccolo ricomparire dopo un giorno e una notte. Inutile dire, con pochi spiccioli e una storia strampalata a giustificare la sparizione dei soldi di lei. Risultato: si scopre che gli piace giocare d’azzardo, in particolare si confessa lesto ai dadi.
Tutto come da copione? Invece no. Zora Neale Hurston con un colpo d’ala decide di puntare su questa storia d’amore delle più improbabili, ed ecco che tra i due lievita ancor più quella loro straordinaria passione reciproca. Un duraturo scambio di vera umanità.
Janie, non più la sindachessa elegante e rispettata di un tempo, ora indossa una misera tuta e da bracciante raccoglie fagioli assieme al marito, un tanto a giornata: lui non intende essere mantenuto dalla moglie. In compenso la sera nel retro di casa loro, canti, musica, bisboccia con gli amici.
Magnificamente reso il tragico tornado che nel finale, allagando tutto intorno, distrugge la campagna con tutte le baracche dei neri, installate non molto lontano dalle ville dei bianchi. Nella città vicina, piena di crolli e di macerie, è d’obbligo estrarre la gran quantità di morti che in pochi giorni esalano i loro insopportabili fetori. Sono i neri a doverlo fare, sotto minaccia dei fucili dei bianchi che costringono i sopravvissuti di colore intercettati, non solo a fare il tremendo lavoro, ma a separare i cadaveri di pelle chiara da quelli di pelle scura, i primi destinati a bare d’abete nel cimitero consacrato, gli altri alla fossa comune ricoperti di calce. Ma i morti, come sono ridotti, a volte non si distinguono, protesta la manovalanza. Guardategli i capelli, è la risposta.
Narrazione dunque di grande respiro e dalle molteplici componenti: la schiavitù, seppur succintamente richiamata attraverso le vicissitudini della nonna, la guerra civile, la vittoria dei nordisti e la liberazione dei neri, la comparsa dei primi uomini e donne di colore che credono in se stessi e ardiscono pensare di valere tanto quanto i bianchi. Jody era uno di questi, seppure con tutto il carico di un maschilismo duro a morire (maschilismo straordinariamente messo in scena dall’autrice). Coinvolgente la descrizione del lavoro agricolo con le ondate migratorie di braccianti che si spostano stagionalmente. La loro grande affabulazione, la comicità, il piacere di stare insieme a spettegolare, con allegria e le immancabili ricadute maligne quando la presa in giro scade nella crudeltà, o nella vendetta a scapito della realtà dei fatti. Zora Neale Hurston, probabilmente la prima scrittrice di colore statunitense a raccontare con orgoglio le radici della cultura nera e a farlo con una magistralità unica, è grande anche perché in grado di rendere luci e ombre di una popolazione sottomessa che sta rialzando la testa da pochissimo. E a farlo senza ideologismi. Per questo, diventata caposcuola ineguagliabile per le scrittrici nere delle successive generazioni. Non a caso, viene da credere, Salvare le ossa, magnifico romanzo di Jasmyn Ward, NN Editore, si conclude allo stesso modo, con un devastante uragano dagli esiti imprevisti.

Consigli di lettura: Orrore

di Bruna Miorelli

grossi.jpg

Pietro Grossi
Orrore
Feltrinelli
138 pagine

Perché un autore come Pietro Grossi, giunto al suo settimo libro di narrativa e con diversi premi letterari alle spalle, sente il bisogno di scrivere un horror? Perché come il protagonista di questo romanzo da ragazzino era un divoratori di questo genere? Probabile.
Diciamo che buona parte del breve romanzo intende far leva sulla suspence, sull’attesa di ciò che le anomalie riscontrate in una casa isolata nel bosco fanno presagire: alcuni spazi interni stranamente puliti e altri polverosi, resti inspiegabilmente dimenticati di strumenti chirurgici. Un mistero, qualcosa di terribile si annuncia. Un amico riesce a coinvolgere il suo coetaneo, in Italia per le vacanze di Natale assieme alla moglie e a un figlio di pochi mesi, facendolo cadere in un abisso di curiosità. Tanto più che costui è alla ricerca di uno stimolo per il suo mestiere di sceneggiatore che in quel momento lo vede in crisi. Chissà, potrebbe trovare il bandolo di una matassa quanto mai utile per lui. Allo scadere della vacanza, il protagonista rimanda indietro la famiglia, moglie consenziente, in fondo si tratterà solo di qualche giorno. Invece l’ossessione si fa totale, ed eccolo diventare un guardone a tempo pieno, nascosto tra i cespugli, in osservazione della casa sperduta lontana chilometri dal paese dove alloggia. A dire il vero, di autentica suspence ce n’è poca, però ci ritroviamo nelle pagine più belle del romanzo, quando mezzo inebetito dal freddo lo vediamo sorvegliare il posto, nascosto sotto teli impermeabili mentre la neve imbianca lui e il terreno tutto intorno. Dopo un bel po’ se la moglie inizia a preoccuparsi, lui si stacca sempre più dai destini della sua famigliola. Il testo, in seconda persona, viene indirizzato con il “tu” a un figlio lontano non più piccino, per dirgli cosa successe a suo tempo per fa sì che il padre sparisse dalla sua vita. Nell’insieme
scarsamente convincente e poco più di un espediente letterario, questo “tu” risuona tuttavia con una venatura di rimorso seppure l’accaduto ineluttabile. Come a dire, di fronte alle ossessioni, tanto produttive quanto pericolose, poco si può.
Gran parte della narrazione è quindi basata sull’attesa che si allarga e diventa padrona nonostante gli scarsi indizi e i persistenti interrogativi. Fino a pagina 110, e manca poco alla fine, tutto procede in questo modo, a ravvivare lo scorrere lento delle ore con il giovane uomo così appostato in osservazione, poco più di una scena di sesso con una ragazzotta del paese, niente male quanto a resa. Umori, urina, amplesso violento, poi nulla resta: “… due sponde opposte di un grande lago. Buonanotte allora. Buonanotte.”
Di lì, lui tornato in città, lo scioglimento del romanzo. Viene allo scoperto il legame insospettabile tra due dei personaggi, ma il lettore resta a bocca asciutta quanto alla spiegazione del mistero. Venuto meno il fardello della logica narrativa, gettatogli in pasto solo qualche indizio, chi legge se la può sbrogliare come meglio crede. Anche se ostinato ripercorre a ritroso tutte le scene del romanzo dicendosi che i conti non tornano, che qualcosa manca, la lisca che gli è stata gettata gli deve bastare. Che costui protesti a gran voce dicendo che nei polizieschi, ad esempio, è d’obbligo scoprire chi è l’assassino e quale il suo movente, è facile che si senta rispondere che i gialli a orologeria sono cosa vecchia e che nel noir imperante sono d’uso i finali sospesi, mentre gli assassini, impuniti, se la spassano. “Sì, ma…” l’ingenuo protesta: prendiamo La promessa di Duerrenmatt. Anche se il sottotitolo riporta: requiem per il giallo, beh, lì il colpevole lo si scopre, e che il detective avesse visto giusto anche. È stato il caso a farsi beffa di quest’ultimo, opzione filosofica di alto livello. E così i conti tornano tutti al millimetro. Oppure i romanzi di Patricia Highsmith che non ama i rigori della legge, anche in quel caso la logica narrativa viene rispettata, psicopatici o presunti tali che siano i suoi personaggi. Se è così nel giallo perché non nell’horror? Dopo aver posto l’interrogativo a un amico che di horror se ne intende, questa la risposta ricevuta: “Se ti ha deluso, vuol dire che la trovata non funziona. Se ti è comunque piaciuto, complimenti all’autore per il coraggio!”.

Consigli di lettura: La mia cattiva strada. Memorie di un rapinatore.

di Bruna Miorelli

ghiringa_3d-copia.jpg

Marcello Ghiringhelli
La mia cattiva strada
Memorie di un rapinatore
a cura di Davide Ferrario e Marilena Moretti
Le Milieu Edizioni
229 pagine

Cominciamo a rovescio, dalla frase che conclude il libro: “… vengo scarcerato il 25 aprile del 1981. Venti giorni dopo entro nelle Brigate Rosse come rivoluzionario a tempo pieno… Ma questa è un’altra storia”. Che, incuriositi, si vorrebbe leggere presto, viene da dire.
Qui, in queste memorie, abbiamo la vita precedente di Marcello Ghiringhelli, ciò che lo porterà comunque in carcere: da ragazzino ribelle a rapinatore, nome conosciuto, temuto, apprezzato nel mondo della malavita italiana e francese. Anche prima della sua svolta politica si avverte in lui un sottofondo di consapevolezza sociale, quella di appartenere alla categoria dei molti maltrattati dalla vita, operai integerrimi e gente che si arrabatta per tirare avanti. O come lui, legionario per un colpo di testa giovanile, poi fuorilegge, piccolo imprenditore, detenuto, rivoluzionario di professione. Un sottoproletario, di fatto, con lunghi anni trascorsi nel lusso però. E molti di più tra le sbarre.
Il padre operaio alla Fiat, la madre a servizio nelle case dei signori, a suo tempo attivi entrambi nella Resistenza, non possono capire quello scavezzacollo. In particolare è la madre ad avercela con Marcello, anche perché gli altri figli non hanno tutti quei grilli per la testa. O almeno questa è la sua impressione. Ma il tempo dirà chi è il più generoso tra tutti quanti. Ormai vecchia e relegata in ricovero, dimenticata dalla prole perbene che lì dentro l’ha cacciata, sarà quel bandito che entra ed esce di galera a pensare a lei, riportandola in un appartamento e fornendole di che mantenersi. Niente male, peraltro.
Come nessun film è in grado di fare, Memorie di un rapinatore dà l’opportunità di entrare
nell’esistenza avventurosa e drammatica di un fuorilegge. Nelle oltre duecento pagine troviamo nei dettagli i colpi fulminei compiuti da solo, oppure assieme a complici che devono garantire intelligenza, freddezza durante l’azione, ed etica di gruppo, dato che stanno mettendo in gioco non soltanto la propria libertà ma la pelle stessa. Prima, c’è da studiare a fondo la situazione, la suspence fa parte del gioco ma quando si agisce bisogna
essere padroni di sé, per questo anche chi ama le buone bevute, non deve toccare una goccia d’alcol nella settimana che precede il colpo. Durante, è una botta d’adrenalina.
Dopo, quando ti ritrovi con il malloppo conquistato, senza un graffio tu e i tuoi complici, il riposo nei migliori alberghi, ebbene, per Ghiringhelli è qualcosa di esaltante. Piacere puro.
Dovuto all’estrema tensione di ogni atomo di corpo e cervello durante l’azione, e dal relax che segue quando ancora l’adrenalina circola nelle vene per un bel po’. In fondo è questo a ricondurlo ogni volta alla sfida, non soltanto il bisogno di soldi. E in effetti le rapine vengono fatte anche quando in banca, in un conto corrente a suo nome, giace una notevole quantità di bei bigliettoni. Vuoi mettere del resto la soddisfazione di arraffare ciò che ti sarebbe stato negato per sempre: champagne, auto potenti, abiti firmati? Poi il gusto di lasciar cadere gocce di quell’oro sulla tua donna, su tua madre, su tua figlia.
Il gioco si era fatto precocemente duro per Ghiringhelli, quando ragazzino, barando sull’età, aveva avuto l’avventatezza di arruolarsi nella Legione Straniera. E lì sperimenta d’un colpo l’abiezione della guerra, dell’assassinio gratuito. In Algeria con gli altri commilitoni partecipa al massacro della popolazione locale, contadini, donne, intere famiglie. Qualcosa lo ferma: farsi disumani a tal punto diventa per lui inaccettabile.
Decide di scappare, benché sappia che i legionari disertori non abbiano futuro alcuno. Non c’è che la morte per loro, è notorio, la Legione non perdona. Quella strana fuga viene però notata dai ribelli algerini in armi contro i francesi nella loro lotta di liberazione, che lo catturano. Se dapprima non gli danno credito e lo sottopongano a infiniti interrogatori, alla fine intendono quel tipo di rifiuto e gli offrono la possibilità di salvare la pelle con un passaporto falso, destinazione Parigi. Raggiunta la meta, il fuggiasco, ragazzotto di scarsa cultura, trova accoglienza nel salotto intellettuale di Sartre, De Beauvoir e i loro amici, affamati come sono di notizie sulla guerra d’Algeria che li vede dalla parte degli insorti.
A Parigi comincia la sua prima storia d’amore con una giovane prostituta, la più importante anche se breve e tragica. Altre ne seguiranno, a dire come le sue donne e in seguito la figlia restino un punto nevralgico per il rapinatore, quello che può dare la felicità o toglierla. Certo, la famigliola serena non fa per lui. E quelle donne ne pagheranno il conto.
Al di qua e al di là del confine francese dove opera, nitido il disegno dell’ambiente malavitoso: le case, i personaggi affidabili, quelli da evitare, le regole vigenti. La serie memorabile dei colpi assume a volte il sapore della leggenda, seppure la galera sia un incidente di percorso inevitabile. Mai ammettere, negare sempre, e questo per qualche decennio gli risparmia detenzioni oltremodo lunghe. Ma non mancano i pestaggi degli agenti, le rivolte in carcere, le fughe rocambolesche. Celle di rigore per periodi tanto prolungati da annichilire chiunque; botte che ti possono portare al creatore, da cui Ghiringhelli una volta si salva per un pelo grazie a un infermiere detenuto che con le sue cure lo riporta in vita; la tubercolosi dovuta alle secchiate d’acqua gelida tre volte al giorno. Lui, al tempo, non è sorpreso dai maltrattamenti, né si appella alla legge che li vieta: la prigione è quella cosa lì, punto.
A evitare che il memoir possa ridursi a una noiosa sequela di rapine, a un fuori e dentro le prigioni, è la bellezza della lingua, fatta di diverse parlate popolari – il dialetto del Nord, Torino e Piemonte in particolare, come pure delle zone francesi da lui frequentate – e del gergo della malavita di allora, ormai sparito o trasformato più che probabilmente. Merito pure del ritmo e dell’asciuttezza del racconto su un antieroe come lui, tosto, sveglio, che tra le sbarre cerca di stringere i denti mentre sta ideando l’ennesima fuga.
Testimonianza, ma anche materiale storico di prima mano per ricostruire un’epoca e le sue lacerazioni. La mia cattiva strada non costituisce l’esordio dello scrittore nato in galera, preceduto com’è da alcuni racconti dal carcere e dal noir L’altra faccia della luna. Un autore più alla mano, meno crudele del geniale e provocatorio Jean Genet nel suo Diario del ladro, riferimento inevitabile. Ma seppur lontano dal grande letterato, la sua narrazione vive comunque di vita propria e possiede il sapore dell’autentico.
Non sappiamo se a quest’ultimo lavoro seguirà la storia della sua militanza nelle Brigate
Rosse, di come un rapinatore di professione si trasforma in un rivoluzionario di professione. Possibile che alcuni reati ancora in essere e la ricaduta di certe informazioni
politiche concorrano a impedirglielo. Tuttavia una testimonianza dal di dentro, con una voce come la sua, e da quella particolare angolazione, sarebbe davvero augurabile. Per ora in queste pagine, un solo assaggio narrato tra il serio e il faceto: di quando a un paio di ingenui giovani inesperti di Lotta Continua insegnò a compiere la loro prima rapina di
autofinanziamento.

Ricordo di Inge Feltrinelli

di Bruna Miorelli

inge feltrinelli

Una grande figura di donna ci ha lasciato. Fino agli ultimi anni Inge Feltrinelli è rimasta attiva, con quella sua baldanza e il suo entusiasmo giovanile, anche se il corpo in ultimo appariva piegato, di colpo, senza una lenta evoluzione. Così l’ho vista l’ultima volta in casa editrice, in via Andegari, e lei come sempre quando mi vedeva mi si è avvicinata e mi ha offerto diversi libri, con la disponibilità e la verve che l’hanno sempre contraddistinta.
Instancabile, è stata motore della casa editrice dopo la scomparsa di Giangiacomo Feltrinelli. Una scomparsa ancora tutta da chiarire per le modalità in cui avvenne. È solo da pochi anni che i famigliari hanno fatto balenare l’idea che non si sia trattato di incidente, che dietro la caduta dal traliccio ci fosse ben altro.
La ricordo sensibile all’elaborazione delle donne, all’amicizia con Bianca Beccalli e Diana Mauri – tra le altre che frequentavano la sua casa -, alla relazione con due sue importanti scrittrici, entrambe premi Nobel: Nadine Gordimer e Doris Lessing.

A proposito di Nobel, ci fu l’episodio che la lasciò sconcertata ed è facile intuire, addolorata: quando nel 2006 un altro suo autore e amico, Günter Grass, ammise di esser stato da giovane nella Wehrmacht e poi nelle SS come volontario e non per obbligo di leva. Essendo figlia di ebrei, pensiamo a che colpo debba esser stato per Inge Feltrinelli, che in quel momento si definì ferita, stupefatta, ed espresse la sua condanna.
A Giangiacomo Feltrinelli dobbiamo la linea editoriale al passo con i movimenti e con il dilagare delle lotte post-sessantotto. E le due precedenti mosse da maestro: quando nel 1957 e nel 1958 pubblicò due romanzi di enorme successo, Il dottor Zivago e Il Gattopardo, a dimostrazione della sua eterodossia rispetto a una sinistra ben più cauta su certe tematiche giudicate pericolose o regressive, quella legata al PCI, che allora dominava il panorama culturale nazionale. Pochi anni dopo la sua morte, che ebbe luogo nel 1972, quando a metà decennio o poco dopo i movimenti cominciano a declinare, per la casa editrice si prospettò se non la crisi almeno l’ipotesi di una svolta.

giangiacomo

Carlo, nato nel 1962, all’epoca era un ragazzino. L’operazione fu governata da Inge Feltrinelli con una cerchia di intellettuali di cui si fidava. Poi mano a mano le leve della direzione della casa editrice sono passate a Carlo, unico figlio ed erede universale di varie generazioni del ceppo industriale Feltrinelli. Lei, da ultimo presidente, lui amministratore delegato di una società espressione di un tipo di capitalismo famigliare, come quello italiano, che continua a fare perno su un nucleo che si protegge da ingerenze esterne. Creati da Carlo i due palazzi di vetro e cemento di Porta Nuova, dove si sono trasferite molte delle attività editoriali, compresa la Fondazione.
Un altro momento cruciale, di passaggio, credo sia stato l’arrivo della FNAC a Milano, quando pareva che la multinazionale francese avrebbe fagocitato il mercato della vendita del libro in Italia con una serie di spazi di tipo nuovo. La Feltrinelli è corsa ai ripari, con il megastore di Piazza Piemonte e il grande negozio in piazza Duomo. Un confronto che l’ha vista alla fine vincitrice, con la catena di librerie in tutto il paese, ben più di cento e in continua proliferazione, tendenza forse inevitabile e con un effetto collaterale negativo, la chiusura di tante piccole librerie.

Forse la più bella foto di Inge Feltrinelli è quella di lei, giovane donna in costume da bagno, vicina a Hemingway. Un enorme pesce, è possibile un marlin, alzato come trofeo. Faccia tonda, bei denti e labbra piene, che così sarebbero rimaste sempre, corpo elastico. Gambe stupende valorizzate dai tacchi, quando reggeva il suo ruolo di ambasciatrice di una sigla editoriale nota in tutto il mondo, Inge non se la tirava, come si suol dire. Nonostante le sue alte frequentazioni sociali e letterarie, salutava il più umile dei giornalisti e prestava attenzione a ciascun attore del mondo dei libri.
E, cosa più importante di tutte, ha retto la bandiera del prestigio internazionale legato all’opera di Giangiacomo Feltrinelli. Prestigio politico e culturale. E non è poco che ci sia riuscita. Le svolte di cui parlavo avrebbero potuto portare in un’altra direzione. Donna inossidabile anche in questo: ha dato continuità a un’immagine che con l’evolvere dei tempi avrebbe potuto sbiadirsi fino ad essere cancellata. Così non è avvenuto, e di questo Carlo deve esserle grato.

Al cinema: Lucky, Mr Long, The Escape

lucky

LUCKY

Berenice dice: quando il corpo inizia ad abbandonarci

Lucky è un novantenne cinico e irriverente, se ne infischia di regole, buon senso, raccomandazioni del medico. Non dà ascolto a nessuno, beve, fuma in continuazione, passa le sue giornate a fare parole crociate, battute con i suoi amici, seguire quiz televisivi. Vive da solo, in un paesino in mezzo al deserto, aspro e asciutto proprio come lui. Non ha bisogno di nessuno: ‘solo da solus, completo’, dice. Un giorno, all’improvviso cade, senza ragione, semplicemente il suo corpo lo abbandona. ‘Stai diventando vecchio’, sentenzia il medico, ‘c’è un momento in cui il nostro corpo inizia ad abbandonarci’ aggiunge. Lucky realizza per la prima volta che può morire e presto, ha paura. Ed è con il suo viso scavato, quasi spettrale, il fisico consumato, ridotto ai minimi termini, le mani grandi, nodose, lo sguardo di chi vede il viso della morte molto da vicino, che il regista ci narra questa piccola storia, tenera e delicata, senza scadere nel patetico, riuscendo a mischiare ironia e tenerezza, irriverenza, sarcasmo e tanta umanità. E, sopra ogni cosa, una sconfinata tenerezza, quella che proviamo sin dal primo istante per Lucky, un Harry Dean Stenton alla sua ultima interpretazione, con quel suo sguardo perso, i passi incerti, il fisico stanco, i modi bruschi, la dolcezza e l’ironia del suo sorriso. Lo stesso sorriso che ci regalerà sul finale, con l’immancabile sigaretta tra le labbra. ‘Non ci resta che ridere’, dice, e quel sorriso ci rimane nel cuore.

Giudizio: **** con qualche più.

 

Mr Long

MR LONG

Berenice dice: vite interrotte che con fatica riprendono per poi interrompersi di nuovo.

Un feroce killer, una ex-prostituta tossicodipendente, un bambino che si deve prendere cura della madre, ai margini di una metropoli come Tokyo, in una periferia povera, desolante, piovosa e grigia. Ma è proprio da quell’improbabile incontro che nasce qualcosa di forte e profondo che avvertiamo farsi strada piano piano, tra uno sguardo, un gesto, un sorriso, con forza e determinazione. Lo vediamo nel bel viso duro, imperturbabile di Mr Lang, il killer (un bravissimo Chan Chen), nel bambino con la sua fame d’affetto, nel sorriso della madre che lentamente si affranca dalla sua dipendenza, si riavvicina al figlio e in qualche modo anche quell’uomo, impassibile, misterioso, duro eppure così attento e gentile con il bambino. Intorno a loro una comunità bizzarra ma piena di umanità e altruismo, che aiuta quello sconosciuto, con la casa, il lavoro, il bambino. Ma anche una malavita crudele, spietata, disumana che non darà tregua né al killer né all’ex-prostituta, ormai madre e “pulita”, proprio quando iniziava di nuovo a sperare in una vita ordinaria. Una storia senza sconti, che sfiora la fiaba, con qualche occhiata anche al kitchen-movie, ai margini di tutto eppure con una dolcezza di fondo e una vena poetica che si avverte in ogni immagine (tutte studiatissime, perfette).

Giudizio:  ***

 

theescape

THE ESCAPE

Berenice dice: l’indecifrabile male di vivere (oppure: la depressione vista da vicino – senza essere deprimente)

Tara è bella, giovane, ha tutto. Un marito che la ama, due adorabili bambini, una  casa, grande, spaziosa, bella. Tutto è perfetto, eppure qualcosa s’inceppa, le manca l’aria, si sente soffocare. Non capisce, non sa che le succede, non osa neppure parlarne, piange di nascosto e continua a fare la vita di sempre, ma non è più la stessa. Pian piano inizia a confidarsi, con il marito, la madre. ‘Non sono più felice’ dice, ma non la ascoltano davvero, non capiscono. ‘È una fase, capita a tutte’, le dice la madre. ‘Tutto purché sia felice’, ripete il marito che desidera indietro la sua Tara, quella che gli faceva trovare la cena pronta, si occupava dei bambini, pensava a ogni cosa in modo che lui potesse fare tranquillo la sua vita. Quella Tara non c’è più, e forse non tornerà mai. La seguiamo nella sua fuga, la ritrovata libertà, scorgiamo quel velo di tristezza che non la abbandona. Fino ad un finale più che aperto, tutto da decifrare, proprio come la depressione, al centro di questo film sincero e coraggioso. Con delicatezza ma senza risparmiare nulla, con grande onestà e nessun giudizio, la regista ci fa entrare nei meandri più profondi di quello che per molti è e rimane un indecifrabile enigma. Ci fornisce anche tutti gli indizi per decifrare il finale, ma ciascuno ci metterà quello che vuole e sente, proprio come accade con la depressione. Chi ci è passato si ritroverà in tante cose, chi ha avuto la fortuna di passarci solo accanto forse riuscirà a capirla un po’ meglio. Un film molto vero, per nulla consolatorio, in nessun modo deprimente, ben girato, magistralmente interpretato, che lascia una sensazione di sospensione, proprio come certe immagini dal treno, che scorrono via senza una precisa forma, senza che sia possibile soffermare lo sguardo o intravedere i contorni di qualcosa. Proprio come la depressione.

Giudizio: ****

 

Corso base di scrittura creativa 2018/19

Doris-Lessing-writing
Doris Lessing

 

CORSO DI SCRITTURA CREATIVA

Libreria Popolare, via Tadino 18, Milano

da martedì 23 ottobre 2018, h 18.15

 

 

Insegnanti

Matteo B. Bianchi, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Giorgio Fontana, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

 

Argomenti delle lezioni

  • La descrizione (neutra o emozionale, breve o ampia).
  • Come cinema e serie televisive condizionano la scrittura odierna (cosa accettare, cosa evitare).
  • Protagonisti e coprotagonisti.
  • Come gestire il materiale autobiografico nella propria narrazione.
  • Rappresentare il pensiero, sentimenti e percezioni.
  • L’attacco nella prima stesura non sempre è quello buono: come intervenire.
  • L’entrata in scena del protagonista (elementi esteriori e interiori che lo rendano vivo).
  • L’importanza dei personaggi minori.
  • Quanto è decisivo il finale.
  • Il dialogo: funzioni e naturalezza.
  • Dire, non dire, come dirlo.
  • Punto di vista: costante o variabile, unitario o plurale.

Calendario delle lezioni: 23-30/10/2018; 6-13-20-27/11/2018; 4-11/12/2018; 8-15-22-29/01/2019.

Costo iscrizione: 297 €. Si può seguire il corso anche online: qui maggiori informazioni.

 

Informazioni e iscrizioni:

www.artedelnarrare.com

artedelnarrare@gmail.com

349 3206832

 

Profilo degli insegnanti

Matteo B. Bianchi: Scrittore, autore di numerosi romanzi, tra cui Generations of love, Fermati tanto così, Esperimenti di felicità provvisoria (tutti Baldini & Castoldi), Apocalisse a domicilio, Sotto anestesia, Maria accanto. Ha partecipato alla trasmissione Dispenser di Radio 2 RAI, ed è stato coautore della trasmissione Very Victoria (MTV). È autore della commedia teatrale Bigodini.

Mariarosa Bricchi: Autrice di La lingua è un’orchestra (il Saggiatore), Manganelli e la Menzogna (Interlinea). Lunga esperienza alla Rizzoli, alla BUR ha ideato la collana “Scrittori Contemporanei Originals”. Scout negli Stati Uniti per Il Saggiatore. Alla Bruno Mondadori nel ruolo di direttore editoriale ha creato le collane “Presente storico”, dedicata a inchieste e reportage, e “SBM”, sulla saggistica di qualità.

Maurizio Cucchi: Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito da La traversata di Milano. Molte le raccolte di poesie: Paradossalmente e con affanno (Einaudi), Il disperso, Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.

Giorgio Fontana: Scrittore, pubblica con Sellerio Per legge superiore, Morte di un uomo felice (Premio Campiello 2014), Un solo paradiso. Il suo romanzo d’esordio, Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori), è seguito da Novalis (Marsilio). Con il reportage narrativo sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia (Terre di Mezzo) è finalista al Premio Tondelli 2009. Nel 2011 pubblica per Zona il saggio La velocità del buio. Autore di articoli e saggi su “Il manifesto”, “Lo Straniero”, “Opendemocracy.net”, “Il primo amore”, “Berfrois”, “El Aleph”, “Wired”. Dal 2005 al 2010 è condirettore del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”.

Bruna Miorelli: Giornalista culturale a Radio Popolare Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due (tutte la Tartaruga edizioni). Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri (Oscar Mondadori), e Ciao Bella (Lupetti). Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere (Zelig). Ha tenuto rubriche di recensioni letterarie per le riviste “Cuore” e “Linus”.

Marta Morazzoni: Autrice di romanzi e racconti. Nel 2018 ha ottenuto il Premio Campiello alla Carriera, nel 1997 il Premio Campiello per Il caso Courrier (Longanesi). Tra i suoi lavori di narrativa: La ragazza col turbante, Casa Materna, L’estuario, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe (tutti Longanesi), La città del desiderio, Amsterdam (Guanda), Una nota segreta (Longanesi), Il fuoco di Jeanne (Guanda).

Mauro Novelli: Docente di Letteratura italiana all’Università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Suoi Il verismo in maschera, Il ponte vecchio, Divora il tuo cuore (Il Saggiatore). Ha collaborato alle riviste “Linea d’ombra”, “Tirature”, “Nuova antologia”, “Diario”. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.

Alessandro Robecchi: Scrittore, giornalista, autore di testi televisivi. È diventato autore di bestseller con la serie di gialli ambientati a Milano, protagonista Carlo Monterossi. Cinque i titoli, l’ultimo Follia maggiore (tutti Sellerio). Preceduti da Manu Chao. Música y libertad (Sperling & Kupfer) e Piovono pietre (Laterza). Scrive per “il Fatto Quotidiano”. È stato editorialista de “il manifesto”, caporedattore al settimanale satirico “Cuore”, critico musicale per “L’Unità” e ha collaborato al mensile di musica “Il mucchio selvaggio”. È uno degli autori delle trasmissioni di Maurizio Crozza. È stato direttore dei programmi a Radio Popolare, firmando per cinque anni una striscia satirica quotidiana, Piovono Pietre (premio Viareggio per la satira politica 2001).

Gianni Turchetta: Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 20033), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.

Hans Tuzzi: Autore di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto di storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella, Casta diva. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano (Skira).

Corso avanzato di scrittura creativa 2018/19

PLATH
Sylvia Plath

 

CORSO AVANZATO DI SCRITTURA CREATIVA

Libreria Jaca Book, via Frua 11, Milano

da mercoledì 10 ottobre 2018, h 18.15

Insegnanti

Mauro Bersani, Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Giorgio Fontana, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Silvano Piccardi, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi

 

Argomenti delle lezioni

  • Personaggi monadi o crocevia di relazioni
  • Letteratura italiana e straniera a confronto (quali gli argomenti trascurati dalla nostra editoria).
  • Contaminazione tra romanzo e racconto (tipologie possibili per una raccolta di racconti)
  • Interazione tra personaggi (carattere, psicologia, dinamica sociale, passato, azione e reazione)
  • Raffronto tra due racconti: La breve vita felice di Francis Macomber di Hemingway e Pierrot di Maupassant.
  • Scrivere per il teatro
  • Che cosa sono i classici contemporanei (e come usarli per scrivere oggi)
  • La recensione (di film, romanzi, saggi)
  • Gergo, salti logici, silenzio, incoerenza: utilizzarli per dare naturalezza al dialogo
  • Climax e focalizzazione dell’idea (ravvivare un testo spento)
  • Italiano plurale: registri, livelli e varietà dell’italiano come risorsa per la scrittura
  • Alternare prosa contratta e prosa distesa

 

Calendario delle lezioni: 10-24-31/10/2018; 7-14-21-28/11/2018; 5-12/12/2018; 16-23-30/01/2019.

Costo iscrizione: 297 €. Si può seguire il corso anche online: qui maggiori informazioni.

 

Informazioni e iscrizioni:

www.artedelnarrare.com

artedelnarrare@gmail.com

349 3206832

 

Profilo degli insegnanti

Mauro Bersani: editor Einaudi dal 1991, responsabile della collana dei “Classici” e della “Bianca“ di Poesia. E’ autore del libro Gadda (Einaudi editore), e con Maria Braschi dell’antologia per le scuole superiori Viaggio nel ‘900 (Mondadori). Ha curato una plaquette fuori commercio di Roberto Cerati, Lettere a Giulio Einaudi e alla casa editrice. Per la Fondazione Corriere della Sera, ha curato il volume La critica letteraria e il Corriere della Sera. 1945-1992.

Mariarosa Bricchi: Autrice di La lingua è un’orchestra (il Saggiatore), Manganelli e la Menzogna (Interlinea). Lunga esperienza alla Rizzoli, alla BUR ha ideato la collana “Scrittori Contemporanei Originals”. Scout negli Stati Uniti per Il Saggiatore. Alla Bruno Mondadori nel ruolo di direttore editoriale ha creato le collane “Presente storico”, dedicata a inchieste e reportage, e “SBM”, sulla saggistica di qualità.

Maurizio Cucchi: Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito da La traversata di Milano. Molte le raccolte di poesie: Paradossalmente e con affanno (Einaudi), Il disperso, Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.

Giorgio Fontana: Scrittore, pubblica con Sellerio Per legge superiore, Morte di un uomo felice (Premio Campiello 2014), Un solo paradiso. Il suo romanzo d’esordio, Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori), è seguito da Novalis (Marsilio). Con il reportage narrativo sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia (Terre di Mezzo) è finalista al Premio Tondelli 2009. Nel 2011 pubblica per Zona il saggio La velocità del buio. Autore di articoli e saggi su “Il manifesto”, “Lo Straniero”, “Opendemocracy.net”, “Il primo amore”, “Berfrois”, “El Aleph”, “Wired”. Dal 2005 al 2010 è condirettore del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”.

Bruna Miorelli: Giornalista culturale a Radio Popolare Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due (tutte la Tartaruga edizioni). Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri (Oscar Mondadori), e Ciao Bella (Lupetti). Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere (Zelig). Ha tenuto rubriche di recensioni letterarie per le riviste “Cuore” e “Linus”.

Marta Morazzoni: Autrice di romanzi e racconti. Nel 2018 ha ottenuto il Premio Campiello alla Carriera, nel 1997 il Premio Campiello per Il caso Courrier (Longanesi). Tra i suoi lavori di narrativa: La ragazza col turbante, Casa Materna, L’estuario, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe (tutti Longanesi), La città del desiderio, Amsterdam (Guanda), Una nota segreta (Longanesi), Il fuoco di Jeanne (Guanda).

Mauro Novelli: Docente di Letteratura italiana all’Università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Suoi Il verismo in maschera, Il ponte vecchio, Divora il tuo cuore (Il Saggiatore). Ha collaborato alle riviste “Linea d’ombra”, “Tirature”, “Nuova antologia”, “Diario”. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.

Silvano Piccardi: regista teatrale, attore, doppiatore, autore di testi per il teatro. Premio Enriquez 2011 per la regia di “Donna non rieducabile” di Stefano Massini, interpretata da Ottavia Piccolo, attrice che ha diretto in vari spettacoli dal 1991. Tra gli altri ha lavorato con il Piccolo Teatro, la Compagnia dei Giovani, la Comune di Dario Fo, il Nuovo Canzoniere Italiano, il Gruppo della Rocca. Ha realizzato spettacoli per il Teatro Filodrammatici e il Teatro Pierlombardo di Milano. Ha diretto il laboratorio teatrale dell’Università degli Studi di Milano, e collaborato con l’Università degli Studi di Bologna nei corsi di perfezionamento post-laurea.

Gianni Turchetta: Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 20033), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.

Hans Tuzzi: Autore di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto di storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella, Casta diva. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano (Skira).