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di Luisa Valenziani

“E’ un uomo inaffidabile”, urlava al cellulare un’avvenente e prosperosa fanciulla, scollacciata e avvolta in un’ardita minigonna. “Quello è uno che si scoperebbe tutte, meglio lasciarlo perdere.”

Ok, devo fermarmi sospendere il giudizio, il doppio giudizio: quello sullo stronzo donnaiolo e l’altro sulla fanciulla provocante, in minigonna.

Lampante mi torna alla mente l’urlo inorridito di mia zia, tanto cara, ma un po’ zitella, che davanti alla mia minigonna rossa – avevo 18 anni e belle gambe – non esitò a darmi della poco di buono: “E’ la classe che conta, nipote mia, e tu con quella minigonna la tua classe l’hai perduta, ti sei omologata alla massa.” Magari ai suoi occhi ero anche diventata un po’ come la figona stratosferica che aveva definito stronzo uno che amava tutte le donne!

Io, dopo le parole della zia, mortificata, smisi di indossare minigonne, il suo giudizio mi aveva castrata.

Poi, rapidamente, ma neanche troppo, ero diventata madre. Nel frattempo c’era stato il ’68, il femminismo, l’autocoscienza, una separazione e tanto altro e quindi mi venne naturale e spontaneo ripromettermi tolleranza e fair-play; così quando mia figlia, tredicenne, cominciò ad indossare minigonne vertiginose – aveva un fisico perfetto, ma da ventenne – mi imposi di sorridere compiaciuta, pretendendomi rilassata e consenziente.

Quando però mi nascose scarpe con il tacco a spillo, che io immediatamente scovai, prima che lei fosse pronta ad indossarle appena fuori dalla mia portata, non riuscii a fermarmi e insorsi con tutte le mie forze: ” Ma sei pazza, dove vorresti andare conciata così, sembri una sciacquetta!

“Ma mamma, cosa dici? Che vuol dire sciacquetta?”

Eccomi caduta nella trappola del giudizio, antichi divieti, repressioni subite, formalismi latenti, tutto ritornava a galla, d’incanto. Banalmente infierivo su mia figlia come avevano infierito su di me. Cambiano i modi, si cercano sofisticate e sfumate espressioni, ma la sostanza rimane sempre quella: estinguere od estirpare certa mentalità, certi giudizi, non è cosa così scontata.

Eppure credevo di avercela fatta. E invece eccomi qua a giudicare non solo lo stronzo donnaiolo, ma anche la fanciulla provocante sottintendendo che si meritava lo stronzo donnaiolo!

Ripensando alla classe tanto invocata dalla mia zietta… mi viene da sorridere. Lei per anni aveva intrecciato un‘intensa relazione “platonica” con un integerrimo professore, anzi filosofo, con tanto di moglie e figli, da lui mai lasciati perché “così non si fa”, senza mai comunque negarsi la compagnia intelligente e stimolante di una bella signora – nubile – con cui poter condividere interessi e passioni, di natura ovviamente intellettuale. La facciata era salva, entrambi venivano considerati austeri, impegnati e con chili di classe.

Sana ipocrisia dei tempi andati.

Così, quando divorziai dal mio primo marito, mormorii, giudizi e occhiate di rimprovero non mancarono, accompagnati anche da un “poveretta” chissà che futuro l’aspetta.

Quando poi senza essere sposata ebbi le mie figlie…apriti cielo!

A poco o a nulla contribuì alla mia redenzione lo sposarmi in una chiesa Battista, ad Harlem, allietata da cori spirituals e soul food. A quel punto il silenzio regnò sovrano.

Nessuno della mia famiglia partecipò con la scusa che ero lontana, e quando uno dei miei fratelli capitò, per caso, a New York una settimana dopo il matrimonio, consegnandomi il regalo dei fratelli non esitò a dirmi che quello sarebbe stato l’ultimo regalo della famiglia, per tutti si auguravano – il mio ultimo matrimonio.

Noi, intanto ad Harlem ce l’eravamo veramente spassata, con amici e musicisti, circondati da un’atmosfera unica: io per tutto il tempo della cerimonia avevo in braccio mia figlia di 4 anni che non capiva cosa stesse succedendo, anzi temeva che il matrimonio significasse separazione; l’altra figlia di un anno che squittiva in lontananza perché tenuta a distanza (era pure malata, povera piccola); il reverendo Smith che non riusciva a pronunciare il nome di mio marito, chiamandolo Eldoro, Eldorado…invece di Edoardo, per cui ci si mise d’accordo su una semplicissima abbreviazione: Ed (“call me Ed”, lo implorò a metà della cerimonia mio marito).

Anche il matrimonio ad Harlem simboleggiava la fine dello stile, della classe tanto invocata dalle mie vecchie zie?

Allora non ci pensai, venne naturale, in effetti i newyorkesi la classe e lo stile, forse non sanno neanche che cosa siano… eppure quando per il terzo anno mi venne confermato l’incarico di insegnamento, con un bel sorriso il mio capo mi disse apertamente che secondo lui le donne italiane hanno un che di speciale, uno stile, una classe che facevano bene al suo istituto. Che dio gliene renda merito, almeno avevo un lavoro!

Mia madre quando eravamo al mare, anzi non solo quando andavamo al mare, se ne fregava di andare in giro con vestagliette comprate al mercato magari anche rimboccate alla buona con uno spillo da balia. Mio padre al rientro dalla sua gita in barca a vela, attraversava il paese con delle scarpe di tela che urlavano vendetta, rosso di capelli e viola in faccia con la pelle bruciata dal sole, indossando informi pantaloni tailandesi, pure sbiaditi, insomma una vergogna, tanto che noi figli ce ne tenevamo alla larga facendo finta di non conoscerlo: ”Papà, ma come fai ad andare in giro conciato così?” Lui neanche rispondeva. Sicuro e tranquillo e totalmente menefreghista del giudizio degli altri… ma stranamente acconsentì a farmi fare un vestito lungo per le feste a cui ero invitata, dove tutte le mie amiche sfoggiavano eleganti vestiti da sera, fino ai piedi, sebbene non avessero 18 anni. “Bisogna capirla, povera ragazzina, tutte hanno il vestito lungo, bisogna seguire la massa” concludeva con rassegnazione lievemente burlona.

E in effetti come avevo sofferto quando ad una di queste famose feste mi ero presentata con un vestito blu notte, riadattato da mia madre, ravvivato (si fa per dire) da un enorme fiocco bianco a pois blu: ”A fioccona!” fui subito apostrofata entrando in sala. Che mortificazione!

Dopo quella debacle fu l’intervento di mia sorella maggiore ad evitarmi altre mortificazioni obbligando mia madre a comprarmi un vestito di cady nero – allora molto di moda – che oggi come oggi sarebbe passato come veste monacale.

Sempre divisa tra educazione borghese e sentimenti ribelli, la mia è stata spesso una rivoluzione a metà.

Compagna recalcitrante che al ciclostile obbligato o alle assemblee, monotematiche, preferiva il campeggio libero e le gite fuoriporta. Disubbidiente, ma in modo moderato, incapace di osare fino in fondo, e in fondo orgogliosa di non omologarsi completamente alla coppia aperta, al totale radicalismo delle idee di quegli anni. La famiglia, l’educazione e anche l’esempio erano ben lungi dall’essere annullati. E gli stimoli erano stati sempre diretti, specialmente da mio padre, verso l’autonomia, l’indipendenza, il raggiungimento di obiettivi concreti.

E poi gli amori… beh, in quel campo una vera voragine di infelicità e scelte sbagliate che ormai non provo più neanche ad analizzare. Su tutte le mie storie regnava sovrana l’insicurezza, e ovviamente amavo perdutamente chi mi faceva soffrire e non mi era fedele, tenendo sulla corda e bistrattando chi invece si dichiarava innamorato e fedele.

“Perché non vuoi attraversare l’Europa e il Medio Oriente (allora si poteva) con me, sul mio pulmino, arriviamo in India, scopriamo il mondo…dai, sarà stupendo!” A propormelo era un bel tipo, vero alternativo di sinistra, appena laureato, colto ed interessante quanto basta, praticamente il mio mito di intellettuale perfetto… ma in India non ci andai. Lui partì lo stesso con altri amici e mi scrisse lettere stupende che concludeva sempre con dolci dichiarazioni d’amore, convinto di ritrovarmi ad aspettarlo al suo ritorno, pronta finalmente a cedere al suo indubbio fascino. Il ritrovarsi fu così goffo che l’ho cancellato del tutto, così come vaghi sono rimasti gli intrecci di quel periodo molto sofferto per la fine di quello che per me era stato un grande amore, certamente il primo.

Gli amori da quindicenne e giù di lì, vissuti con i sussulti dell’età non mi pare valga la pena di metterli a fuoco. Solo adesso, invece, mi viene in mente che entrambi i miei grandi amori, solo due, hanno in comune l’Africa: il primo addirittura cominciò in Africa, e per il secondo l’Africa ha fatto da sfondo costante, uno sfondo di vita vissuta per mesi e poi per brevi periodi, uno sfondo sempre ritrovato, tanto che una delle mie figlie ci ha vissuto per anni e ci tornerà a vivere.

Non ho una gran voglia di capire cosa avessero in comune questi due grandi amori, oltre all’Africa, e non so neanche se ho voglia di tornare in Africa, sarebbe troppo faticoso emotivamente, non ho troppa voglia di nostalgie e ricordi. Spesso vorrei che ricordi e nostalgie si estinguessero.

In Africa concepii il mio primo figlio, che ho perso.

Sto andando dall’Argentario verso Roma, in macchina, da sola, quante volte ho percorso questa strada che mi sembra sempre identica: l’Aurelia con il limite di velocità, il bivio per Capalbio… Pescia Romana dove ebbi il mio grave incidente di macchina, Montalto, Tarquinia… Civitavecchia.

Qui le schegge partono all’impazzata e mi fanno male se penso a tutte le volte che mi sono imbarcata per la Sardegna, per le nostre vacanze in gommone… ogni anno per più di dieci anni ci imbarcavamo in imprese forse un po’ folli ma tanto vitali. Sì, quel periodo è veramente estinto, appartiene ad una vita fa, ha lasciato però tanti segni, addirittura troppi.

L’Aurelia poi, era una strada percorsa anche con mio padre, al ritorno dal mare, e poi con la mia fedele amica Paoletta: anche con lei ci furono numerosi imbarchi per la Sardegna, i nostri primi campeggi da sole, con la Fiat 500. Ricordo in modo distinto quando la convinsi a partire da Roma per andare all’Argentario facendole credere che partire da lì e tornare indietro a Civitavecchia sarebbe stato più semplice che non partire direttamente da Roma e tutto perché mia sorella mi aveva telefonato dicendomi che era arrivata una lettera dal mio primo grande amore. Paoletta si convinse facilmente, “Certo hai ragione…” poi il giorno dopo fu assalita da dubbi.

“Ma così ci siamo fatte quasi 200 km invece di 70…” Io pensai fosse opportuno tacere, limitandomi a sorridere. Non mi ricordo adesso se la lettera fosse valsa la pena di quella assurda deviazione.

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