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di Olga Foti

 

Per la Madre Superiora il nostro era il gruppo delle Anime perdute, quelle che non ascoltavano la messa ogni mattina. Una volta si era lasciata scappare che solo la domenica la messa era obbligatoria, per gli altri giorni ci lasciava libere, dovevamo pensare noi alla nostra anima. Parole sconsiderate, ma ormai non poteva tornare indietro senza perdere la faccia e credo che di nessuna cosa si sia pentita tanto in vita sua.

Noi ragazze venivamo tutte da paesini dell’interno dove allora non c’erano nemmeno le scuole medie, c’erano gli istituti religiosi con scuole parificate, quasi sempre solo maschili, e quindi le ragazze che volevano studiare se avevano famiglie che se lo potevano permettere andavano in città. Cioè in un collegio di monache. Il mio più che altro era un convitto e infatti frequentavo la scuola pubblica.

Ci accompagnavano e venivano a riprenderci le suore, naturalmente, ma era sempre una boccata d’aria anche se il percorso non era lungo: da via Dafnica a piazza S. Sebastiano con la chiesa del santo, un santo miracoloso S. Sebastiano, poi il mercato del pesce con pesci ancora vivi, bellissimi, e io avrei dato non so cosa per fermarmi un po’ a guardarli.

Non hai mai visto pesci? Su su, è tardi!

Subito dopo iniziava una stradina in salita con una piccola icona della Vergine a cui ci rivolgevamo ogni volta che c’era un compito in classe o una interrogazione decisiva, poi la via degli Studi piena di “mosconi,” molto pericolosa, secondo la Superiora, peccaminosa anche, perché ragazze e ragazzi, gomito a gomito, parlavano, ridevano, aspettando il suono della campanella. Noi invece avevamo il permesso, cioè l’obbligo, di entrare subito.

Le nostre erano suore canossiane con la testa fasciata e la cuffia, una cuffia marrone come il vestito, il grembiule e il medaglione della Beata Maddalena di Canossa fondatrice. La Madre Superiora, dicevamo noi, era una Testa fasciata e non per l’abbigliamento. Ma quell’anno fu proprio una questione di abbigliamento a far scoppiare il finimondo: Rita, una delle Anime perdute, nella gara scolastica di salto aveva indossato i pantaloncini!

“Hai disonorato il collegio, la tua famiglia e te stessa!” e puntava il dito minacciosa come non so quale santo che troneggiava appeso al muro del refettorio. “Taci! Una gara d’istituto, lo so, ma è preferibile vincere una gara e perdere l’anima o salvarla non partecipando?”

Madre Rosina, l’assistente, faceva sì sì con la testa e guardava con occhi buoni, lei capiva di chi era la colpa: del demonio tentatore.

Rita fu spedita subito a confessarsi, e il prete, senza lasciarle il tempo di aprire bocca:

“Lo sai che il nostro corpo è il tempio dello Spirito Santo? Con quei pantaloncini l’hai profanato.”

Peggio delle monache.

Dopo questa faccenda Testa fasciata la sera ci faceva sostare sulla scala che portava al dormitorio: lei in cima, tutta marrone come uno scarafaggio, e noi con il grembiule nero a mezza gamba, le calze, le maniche lunghe anche col caldo di giugno che spaccava le pietre del cortile, ferme in fila sugli scalini dovevamo fare la seguente riflessione: Vesto sempre modestamente sapendo che Dio mi vede?

La prova del disonore che aveva macchiato non solo Rita e la sua famiglia ma l’intero collegio esiste ancora, è una foto scattata dal preside durante la gara e si vede la nostra compagna con pantaloncini appena appena più su del ginocchio e una maglietta bianca girocollo con le maniche lunghe. Una vera profanazione al tempio dello Spirito Santo!

Eppure in collegio c’era chi si macchiava di un peccato ancora più grave, io infatti scrivevo in segreto un lungo racconto e nella mia testa lo chiamavo romanzo. Un romanzo d’amore naturalmente, che tenevo nascosto nell’aula studio e al mattino portavo a scuola. Si diceva che la Superiora frugasse fra le nostre cose, qualcuna giurava di averla vista rovistare fra libri e biancheria. Cercava certo lettere segrete, lettere di uomini, in collegio non potevano arrivare ma a scuola sì anche se la nostra sezione era rigorosamente femminile e il preside vegliava su di noi, le ragazze delle monache.

Qualche monaca veniva dal Continente, dal Veneto soprattutto, come madre Elena detta Chiudi l’uscio. Chiudi l’uscio! diceva, e ci rimproverava di stare al fredo. Sempre al fredo! E noi convenivamo che aveva ragione, perché sempre Al fredo e non, ad esempio, Al berto o An tonio?

E a distanza di tanti anni quando parlo con Teresa le chiedo: Ti ricordi di madre Elena?

Madre Elena Chiudi l’uscio?

Certo! E continuiamo con madre Sebastianina, così vecchia, così buona, che non poteva capacitarsi che ragazze come noi, intelligenti, diceva, studentesse, potessero cantare canzoni senza senso. In quegli anni infatti era di moda una canzone spagnola, Besame besame mucho, che noi cantavamo a squarciagola nel cortile. E poi parliamo di madre Agata che quando lasciavamo cadere in refettorio un pezzetto di pane o qualcosa d’altro ci diceva: Siete un gran sporchignino, un gran sporchignone.!

Per la Superiora invece eravamo “ladre di professione” perché quando nelle domeniche soleggiate di dicembre ci portava in campagna, se si costeggiava un agrumeto rubavamo arance o mandarini con organizzazione perfetta: una di noi scavalcava il muretto, entrava nel campo e lanciava alle complici rimaste nella strada la refurtiva. Se la Superiora se ne accorgeva la sequestrava subito e per il resto della giornata ci toccava il ritornello delle ladre di professione.

Un vero peccato che ragazze così fossero capitate proprio a lei tanto perbene da non pronunciare mai la parola “piedi”, piante, diceva, e dopo le passeggiate in campagna ci mandava di corsa a lavarci le piante.

Le piante pulite prima di andare a letto!

La distribuzione dei letti in dormitorio, come quella dei posti nell’aula studio, era fatta in modo strategico: mai le amiche o le compagne di classe vicine, anzi il letto di una “grande” sempre fra due “piccole”, e le caporione vicino alla Superiora che dormiva nel nostro dormitorio circondata però da tende alte e spesse, una specie di fortilizio inespugnabile, marrone, il colore della Beata Maddalena.

Ma l’intransigenza della Superiora, quello che proprio non permetteva e non perdonava, era che si passeggiasse in due nel cortile, che si restasse in due nel refettorio o non importa dove, un divieto che non ammetteva deroghe perché “quando si è in due arriva il diavolo a fare da terzo” diceva. E noi eravamo così ingenue che abbiamo capito solo anni dopo il motivo del divieto.

E’ un miracolo, dice ancora oggi Teresa, se con quelle monache siamo venute su normali. Ricordi quando ci nascondevamo sotto i letti a fare bau bau alla suora assistente? Da non credere, avevamo quasi quindici anni. E la camicia da bagno la ricordi?

La camicia da bagno era una camicia di tela ruvida quasi senza maniche che arrivava un po’ più sotto del ginocchio e che la Madre superiora (laureata in matematica e che seguiva ogni anno corsi di pedagogia per monache) pretendeva indossassimo perché “Dio ci vede anche sotto la doccia.”

Ignoro se qualche ragazza ubbidiva, quelle del mio gruppo no. Non per niente eravamo Anime perdute.

Il periodo che tutte ricordiamo con particolare piacere è stato il maggio del ’52 quando in collegio arrivò un prete nuovo: giovane, bello, che si chiamava padre Saro. Ai piedi dell’altare, tra i fiori e il profumo dell’incenso, con quel viso e i capelli quasi biondi, sembrava un cherubino. Ma un cherubino con almeno un orecchio rivolto verso la terra, perché conosceva tutte le canzonette allora in voga e le infilava nelle prediche. Di quelle prediche noi raramente conoscevamo l’argomento ma sapevamo quante frasi erano state prese dalle canzonette. Le riconoscevamo al volo, e le segnavamo anche! E la Superiora era così contenta, non ci aveva mai viste tanto interessate, prendere addirittura appunti! Faceva tirar fuori il servizio buono del caffè e dopo la funzione lo serviva lei stessa al prete nuovo.

Ti ricordi di padre Saro? mi dice Teresa. E’ morto. Da tempo era diventato grasso, pieno di acciacchi, e di sicuro nelle prediche non metteva più le parole delle canzonette. Ricordi quando la superiora gli serviva il caffè nel salottino che dava nel cortile?

Quello che chiamavamo cortile era un chiostro bello e antico, con piante rampicanti e pergolato, e al centro un pozzo di pietra lavica dove Rita la domenica buttava le salsicce. Le salsicce grosse e grasse delle monache: Rita non riusciva a mangiarle ma non era permesso rifiutarle. Così finivano nel pozzo. E intorno a quel pozzo, nel cortile, l’ultimo giorno di maggio la Superiora, proprio lei, organizzava per noi qualcosa che entrava nel cuore e ci restava: ceri accesi, processione, canti e falò, all’imbrunire, mentre in alto garrivano le rondini.

E nel falò di maggio quell’anno finì il mio Romanzo. Non potevo rischiare di essere scoperta, sarei stata cacciata dal collegio, lo bruciai e me ne pento ancora. Sotto lo sguardo della monaca, sui rami ammonticchiati e il fuoco acceso, lo adagiai come qualcosa di sacro su una pira. Testa fasciata lo fissava. Tutti quei fogli…! E non poteva toccarli, non poteva leggerli, lei che fiutava ogni pezzo di carta con sospetto e apriva perfino le lettere dei nostri genitori. Lo considerava un suo dovere, diceva, era responsabile delle nostre anime, e ora non poteva fare niente, nemmeno impedire che i fogli bruciassero. Mossi le braci e qualche pagina annerita si sollevò in aria e poi ricadde davanti alla monaca che rimaneva immobile.

Ce l’aveva insegnato lei: quel che si mette nel falò di maggio è un segreto fra noi e la Madonna.

Era una Testa fasciata ma non si rimangiava la parola.

 

 

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