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di Giovanna Vanin

1

Negli ultimi tempi gli era sembrato che i ricordi sfumassero, giorno dopo giorno sfocavano, si slabbravano, sciacquati via come inchiostro dall’acqua.
Le sue funzioni mentali facevano cilecca? No, l’avevano rassicurato. Allora ne aveva parlato anche con l’assistente dell’istituto che gli aveva detto, Hansi lascia stare, ma il signor Hansi Nacht non aveva desistito. Aveva deciso. Voleva rivedere la casa e tutto il resto. Avrebbe potuto farlo subito e invece aveva acchiappato una sedia, trascinata sotto al telefono appeso nel corridoio, fatto il numero di Clemens s’era seduto e aveva aspettato che rispondesse. Decine di squilli non gli fecero perdere la pazienza. E’ sordo, s’era detto, e per di più grasso e lento. Alla fine qualcuno sollevò la cornetta dall’altra parte, disse di non rompere e gliela sbattè sul muso. Lui rifece il numero e appena risentì lo stacco del ricevitore strillò, fammi parlare con Clemens.
Mio padre non c’è, disse la stessa voce d’uomo.
Herbie sei tu, sei tornato?
Senti un po’, fece l’altro, i vecchi citrulli come mio padre ogni tanto danno i numeri.
Cosa vuoi dire?
Secondo te? è la zucca, capisci, oggi gli svalvola più del solito.
Clemens non è svalvolato, come dici tu, è lucido e ragiona bene e chiaro.
Lo porto a casa tua, così ti diverti a farti sputare in faccia.
Clemens non ha mai sputato in faccia a nessuno.
E invece sì, peggio di un lama.
Allora non posso parlargli?
In questo momento dorme e non sarò io a svegliarlo.
Herbi ascolta, ti ricordi di me, sono Hansi e attese che l’altro lo riconoscesse.
Passarono i secondi necessari perché il signor Nacht venisse impestato dai dubbi. E se fosse un impostore, se quello non fosse suo figlio, il figlio di Clemens? Se ne avesse solo la voce, fosse un ladro, un assassino, un balordo? Forse l’ha picchiato e per questo Clemens non aveva risposto. E poi se è vero che è suo figlio, se è vero che è tornato, per quale motivo Clemens me l’avrebbe taciuto? ma no, non sarebbe mai successo.
Soprattutto da quando avevano ripreso i contatti.
Hansi, oggi torna mio figlio, avrebbe detto Clemens, oppure, è tornato l’altro ieri, insomma Clemens non gli avrebbe nascosto quel fatto. Cosa vado a pensare, concluse, un delinquente non l’avrebbe nemmeno alzata la cornetta oppure l’avrebbe fatto senza dire niente e semplicemente appoggiata sul ripiano. Avrebbe potuto staccare la presa, rompere il filo, lasciarlo suonare.
E invece l’uomo dall’altra parte del filo disse, quel Hansi?
Perché dici, quel Hansi? fece il signor Nacht. Ma Herbie lasciò correre e disse, papà, è Hansi Nacht.
Herbie, adesso stai parlando con tuo padre, con Clemens?
S’è svegliato e così non avrò più pace fino a stasera.
Herbie fammi parlare con lui.
Un momento…,papà è Hansi, quello sì, quel Nacht, come dici tu, vuole dirti qualcosa, su prendi il ricevitore, non fare il testone.
Herbie…?
Signor Hansi, mi dispiace papà non vuole. E Hansi udiva Clemens imprecare, quel maledetto figlio di nessuno digli di girare al largo, dannazione.
Ha capito, ha sentito?
Sì, ma cosa è successo?
Non so dirglielo, la saluto, disse Herbie e riattaccò.
Il signor Hansi Nacht restò inchiodato alla sedia. Clemens, perché fai così? Ripassò nella mente le cose che si erano detti l’ultima volta, quando se n’erano andati con l’autobus fino al lago di Landro. Quando era stato? Forse la scorsa primavera o era già autunno? No, ricordò, era primavera inoltrata. Nella valle dominava il verde nuovo. Come adesso. Caspita, pensò e non riuscì a trattenersi dall’usuale considerazione sul tempo che vola.
La primavera scorsa lui e Clemens erano scesi proprio sul piazzale accanto al lago. Non è un lago grande, tantomeno famoso e, spesso, in mancanza di pioggia, poco più di una pozzanghera. D’inverno poi ghiaccia o si riempie di neve ma quando l’acqua c’è, vuoi per quella che viene giù dal cielo, vuoi perché la neve sui monti si scioglie, bè allora diventa un gran bel lago sotto la roccia che gli si specchia dentro. Un pezzo di quell’acqua è anche dall’altra parte della strada. E’ un lago diviso. La strada ci passa attraverso, lo taglia. Il signor Nacht non aveva mai saputo se era così da sempre, dal tempo dei Romani o se quella striscia d’asfalto poggia su materiale riportato. Di fatto, dal terrazzo del rifugio dove s’erano fermati a fare merenda, lui e Clemens potevano sporgersi sull’acqua minore, quella che appunto chiamano il “laghetto”. Profondo qualche metro, spesso asciutto. Se il lago più grande è colmo quello piccolo si riempie come se l’acqua di troppo gli venisse rilasciata per osmosi attraverso canali sotterranei e gli zampillasse nella pancia.
Alla fine, nella conca piena, lunghi fili d’erba oscillano sinuosi.
I due amici, Hansi e Clemens, l’additavano ai figli. La vedi? dicevano, la vedete, è la testa della sirena. Questo succedeva quando erano stati giovani. Anche Aaron, il primogenito di Hansi Nacht aveva scoperto i capelli verdi della sirena. Ma l’ultima volta loro due, Hansi e Clemens, c’erano andati che non lo erano più da molto tempo, giovani, e Hansi ricordò che in quel frangente era stato Clemens a telefonargli. Erano tornati al “laghetto” con l’autobus e lì Clemens gli aveva chiesto, ti va una birra? E poi aveva voluto pagare lui.
In quel periodo il signor Nacht era quasi in bolletta.
Non aveva forse lavorato? Eccome, se l’aveva fatto! Eppure di tutta la fatica gli era rimasta solo la memoria, il portafogli con un paio di foto e pochi soldi. Niente birretta dunque, senza Clemens. E dei sigari manco l’odore.
Era per quello? Clemens pensava che Hansi lo chiamasse per un po’ di tabacco puzzolente? Poteva anche essere, in parte, ma da quanto si conoscevano? Hansi non era mai stato un parassita.
Nonostante fosse l’insulto preferito del padre di Clemens. Hansi, sei un leccapiatti, diceva il vecchio, non t’abituare troppo, questa casa non è il paese del bengodi.
Comunque Hansi Nacht della birra poteva farne a meno e anche del tabacco. Sacrifici da nulla. Mica si parlava d’astinenza per quei piaceri da niente, trasgressioni ridicole considerate gravi solo dagli estremisti dell’istituto. Ma gli sarebbe passata, come per tante altre cose. E poi, s’inalberò il signor Nacht fra sé e sé, chi gli aveva mai chiesto qualcosa? era stato Clemens a offrirglieli. Non mi piace farlo da solo, diceva, non mi è mai piaciuto, ricordi, Hansi, quand’eravamo ragazzi? Chi fuma e beve da solo è un ladro o una spia, ti ricordi?

Adesso Hansi Nacht si riscosse e alzò dalla sedia nel momento in cui una donna aggrappata al suo deambulatore gli disse che il pranzo era pronto. Il campanello era rotto, non funzionava, bisognava avvisare tutti di persona. La voce usciva gentile da un corpo enorme e sul collo, prolungamento indistinto della massa sottostante, poggiava, come su un piedestallo, salvata dallo sfacelo, la testa invecchiata ma preziosa di una Nefertiti.
In sala da pranzo il signor Hansi Nacht s’accomodò al solito posto ma il rifiuto sdegnoso di Clemens gli aveva fatto passare l’appetito e tutto il cibo restò nel piatto a raffreddarsi.
Non rispose neppure alle domande dei suoi compagni di tavola.
Avvilito e stupefatto puntava gli occhi sul gigantesco pino del cortile. Era cresciuto con due apici come un corpo a due teste.
Erano così anche lui e Clemens?
Hansi Nacht guardava senza vedere i due corvi aggrappati alle punte dell’albero. Dondolavano avanti e indietro, di qua o di là a seconda delle raffiche di vento. S’erano alzate all’improvviso trascinando nuvole, spostandole, ammucchiandole in un settore del cielo sì da far pensare che lì sarebbe caduta la pioggia ma poi s’erano disperse, distribuite, sembrava, in modo uniforme, a coprire la volta senza lasciare vuoti d’azzurro, ma ecco, di nuovo obbedivano ai vortici d’aria, all’urto, come corpi di animali
sparpagliati che s’accostano per essere ricondotti in un altro spazio.
Tempaccio, disse uno dei commensali.
Già, fece un altro.
Fuori stagione, precisò il terzo.
Come ci sarebbe andato, come? Non da solo. Hansi Nacht s’arrovellava. Non senza Clemens. Non avrebbe avuto senso.
Quella gita l’avrebbe fatta solo con Clemens. Già se l’era immaginata. Innanzitutto avrebbe detto a Clemens di vestirsi bene. E Clemens, avrebbe chiesto, e perché diavolo dovrei? E Hansi Nacht avrebbe detto, facciamo un viaggio. Per andare dove? sempre Clemens con un’ombra di sospetto negli occhi azzurri, lo sai che faccio fatica a camminare.
Avrebbe brontolato come fosse colpa di Hansi se era ingrassato e aveva avuto due infarti con relativi pacemakers. Il signor Nacht sorrise. Non per il cuore malato dell’amico ma per una domanda che sua moglie gli aveva posto qualche anno prima di morire.
Perché con il passare del tempo tutti i grassi perdono i capelli e invece quelli secchi come te…? e gli infilava le dita nei capelli folti e neri.
Herta era morta partorendo il loro terzo figlio. Chiamalo Amos, gli aveva detto lei e così era stato.
E’ una mania, la vostra, una fissazione, cosa c’entrano con noi, sono nomi di un altro mondo, diceva il parroco.
A Herta piacciono, ribatteva Hansi.
Adesso la sua criniera s’era sbiancata come i baffi curvi sulla bocca. Clemens sarebbe stato bene, pensò. Non doveva preoccuparsi. Certo che Hansi c’aveva pensato. Sarebbe stato un tragitto comodo, di tutto relax. I pezzi da fare a piedi erano di qualche decina di metri. Niente di stratosferico neanche per Clemens che comunque, checché ne dicesse, si faceva quasi mezzo chilometro per andare a giocare a Watten. Ma forse c’era chi lo portava in macchina.
Rare volte c’era andato anche lui, Hansi, quando in tasca gli ballava ancora qualche euro. Poi successe quello che era successo. Adesso però non voleva ricordare quello scempio. I
ragazzi, i figli suoi e di Herta, a un certo momento non erano sembrati più nemmeno figli loro. Erano diventati un’altra cosa.
Forse era tutta colpa sua. Se solo Herta fosse ancora viva… Anche lui non starebbe in quell’istituto. Vita di caserma quella. Orari e obblighi da mattina a sera. Controlli medici a ogni momento. Un assedio. All’istituto avevano paura che gli ospiti morissero? Non erano lì proprio per quello? Tutti, compreso lui, Hansi Nacht.

Lo faremo con il pulmino giallo, pensò rientrando nel presente, con la navetta che collega tutte le frazioni. Però alla navetta ci si doveva arrivare in treno. Era quindi necessario fare due passi.
Per Clemens erano proprio due. La sua fattoria confinava con la massicciata. O meglio, era la vasta proprietà di Clemens a segnare la demarcazione. La fattoria stava più in alto, costruita per dominare la valle. Lo sapeva bene il signor Hansi Nacht che c’aveva vissuto. Più o meno dalla nascita fino ai quattordici anni.
Clemens si sarebbe messo in ghingheri, sarebbe uscito di casa, superati gli orti, a ogni passo oscillato tra i prati in fiore.
Hansi Nacht se lo vedeva chiaro, con i contorni netti come stesse a un metro da lui. Il panciotto ricamato sulla camicia di flanella bianca, l’orologio del padre, da tempo passato a miglior vita, infilato nel taschino, i pantaloni di panno.
Non hai troppo caldo? gli avrebbe detto Hansi.
E che diamine non è ancora estate, sarebbero state le parole di Clemens fermo ad asciugarsi il sudore. Ci voleva pazienza e tempo e Hansi Nacht, almeno di questi, ne era ricco.
Arrivato alla stazione, Clemens avrebbe squadrato Hansi, tirato un paio di moccoli, sbuffando si sarebbe seduto con lui sulla panchina sotto la tettoia di legno. Poi un sorriso, una pacca sulla spalla. Quasi una carezza.
Avrebbero aspettato il treno. Il primo utile che andasse nella direzione voluta e Clemens gli avrebbe detto, adesso me lo dici dove andiamo?
Lo capirai da solo, gli avrebbe risposto.

Una cosa importante di quel viaggio era che Clemens non avrebbe tirato fuori un centesimo neanche per sé stesso. La tessera concessa dagli uffici della mobilità a vecchi come loro garantiva l’uso gratuito dei mezzi di trasporto. Se si eccettua la cifra minima dell’iscrizione, da rinnovare ogni anno. Così Clemens non avrebbe avuto niente da obiettare.
Alla fine sarebbero scesi dal treno e prima di salire sulla navetta Clemens avrebbe voluto fermarsi al bar della stazione d’arrivo.
Toh, avrebbe detto, è cambiato tutto.
Sì, adesso hanno anche il biliardo.
Io non c’ho mai giocato, e tu?
Neanch’io.
Proviamoci, avrebbe detto Clemens.
Hansi Nacht non mangiò neppure il budino alla vaniglia, lo spostò al centro del tavolo, uno degli altri se lo prese, Hansi piegò il suo tovagliolo, lo infilò nella busta, salutò i compagni e si alzò. Eliminata la questione del denaro, a parte che in tutti quei mesi Clemens mai gliel’aveva fatta pesare, tutto tornava possibile. La vita tornava possibile. Il sangue galoppava dal cervello alle punte dei piedi. Da su a giù, da giù a su, nel circolo consueto. Hansi Nacht aveva il cuore gonfio di sangue buono.
Andrò a fare quattro passi in cortile prima che piova, si disse.
Per farlo dovette ripassare accanto al telefono.
Si fermò e rifece il numero di Clemens.
Pronto?
Clemens?
No, sono il figlio.
Herbie, ti disturbo ancora, pensi che adesso sia possibile parlargli?
Papà, è sempre lui.
Un tuono scoppiò in quel momento e impedì al signor Nacht di sentire la risposta.
Cos’ha detto?
Di venire qui.
Herbie, gli potresti dire che è per i Flieder.
Ha detto Flieder?
Sì Herbie, Flieder.
Dice che si tratta dei Flieder.
Herbie, gli puoi ricordare per favore che fioriscono solo in primavera?
Ci sono solo in primavera, papà.
Sì, pensò Hansi Nacht, fioriscono adesso, in primavera, e dopo l’acquazzone splenderanno a grappoli come allora.
Pronto, mio padre dice che sì, fioriscono adesso, in questa stagione.
Herbie, puoi allungargli la cornetta?
Ci provo. Ecco, tieni papà.
Clemens?
Hansi?
C’è il temporale, oggi sarà tutto troppo bagnato.
Già.
Domani, ci andiamo domani.
Domani, sì.
Ti aspetto alla stazione.
Alla stazione, d’accordo.
Clemens?
Sì?
Perché prima non mi volevi parlare?
Non lo so.
Non importa, Clemens, ci vediamo domani, magari t’accompagna Herbie fino al treno, che ne dici?
Sì, no, credo che Herbie voglia andarsene, questa sera se ne ritorna in Austria.
Fa niente, Clemens, tu vieni giù con calma, io t’aspetto, alle quindici, va bene?
D’accordo, alle quindici.

Non ci sarà nessuna sorpresa, pensò il signor Nacht, ma non importa e quasi correndo uscì in cortile sotto la pioggia. Non violenta, gli scivolò dalla faccia nella camicia fino all’ombelico, dai capelli sulle scapole, fino a scorrere tra glutei e cosce. Non è finita, pensò mentre l’assistente dell’istituto gli gridava di rientrare e subito, senza tante storie. Lui ubbidì.
Non sono un bambino, gli disse passandogli accanto. Nel naso odore di terra e acqua.

Hansi Nacht si tolse gli occhiali, i vestiti fradici e si allungò sul letto. Gli altri tre erano vuoti. Magnifico, avrebbe dormito senza scaracchi, sputacchi e rantoli di vario genere. Non ci riuscì.
Aveva la testa in fiamme. Il pensiero del giorno dopo lo teneva sveglio. E se ci fossero stati intoppi? Hansi non era un campione di fortuna. Adesso sì ci sarebbe voluto qualcosa di forte, della grappa, un sorso di brandy. Calma si disse, il signor Nacht.
S’accorse di sudare. Era la pressione, non la sua, quella meteorologica. Aria cupa, afa a ostruire i pori. Scaricati, disse a voce alta Hansi Nacht, scaricati adesso, guardando al soffitto come a un cielo gravido e velenoso.

2

Dormivano tutti. Dormivano le bestie nella stalla, il cane nella sua cuccia in corridoio. Da dove arrivava allora quel guaito? O era il gatto? No, dormiva in cucina, accanto alla stufa.
All’inizio aveva pensato di sognare. Poi nel silenzio della notte aveva avvertito distinto il mugolìo. S’era alzata, era entrata nella camera del bambino. S’era avvicinata a Clemens. Il riflesso della neve entrava dalla finestra e rischiarava il letto del figlio. Lo scrutò con cura. Il piumino s’alzava e abbassava nel ritmo del respiro. La faccia impuntata nel sonno il bambino gorgogliò, si voltò sull’altro fianco. Tranquillo.
La madre esce.
Scende le scale, un gradino geme, lei si ferma, tende le orecchie, ascolta, eccolo di nuovo. Arriva da fuori. Si arma di un bastone.
La fattoria è isolata, lontana dal paese. Non vuole svegliare il marito. Quello s’arrabbia per un nonnulla.
Apre la porta d’ingresso. Va nel gelo dell’inverno. Il cane s’è svegliato e la segue. Lei osserva i rilievi attorno. Onde di neve, profili chiari, netti nel buio, luci di stelle in cielo.
C’era anche la luna quella notte. Il cane abbaiò.
Sst, cosa senti? Una corsa per seguirlo. Perde una ciabatta. Il piede nella neve. Orme di donna. Il cane s’arresta a distanza di sicurezza dalla cassa. Macchia scura sul sentiero scavato il giorno prima. Dopo la nevicata.
Il cane tace. Lei s’avvicina alla cassa di legno. E’ da lì che arriva il mugolìo, il guaito d’animale solo, il lamento di un neonato.

Questo era stato il racconto di sua madre e questo Clemens aveva raccontato a Hansi Nacht e anche quello che avvenne in seguito che Clemens ricordava per averlo visto con i propri occhi e udito con tanto di orecchie.

Lo butto nel letamaio, urlava il padre di Clemens e la madre con un ringhio, provaci e ti denuncio, finirai in galera anche per quello che hai fatto a Clemens.
Non gli ho fatto niente, io, a lui.
Bugiardo.
Tacquero quando Clemens entrò in cucina pronto per andare alla scuola materna.
Sul tavolo al posto della colazione c’era una culla. La vecchia culla di Clemens, avrebbe saputo, con dentro un bambino.
Guarda, Clemens, aveva detto la madre.
Ha gli occhi chiusi, disse lui.
Magari è uno zingaro, vuoi tenerti in casa uno zingaro, sibilò il padre.
Non sono loro che abbandonano i figli.
Clemens toccò le guance olivastre del neonato, le minuscole orecchie, le dita dalle unghie trasparenti e disse, hallo Hansi.

A scuola raccontò che era nato Hansi.
Chi è? chiesero.
Il bambino della mamma.
Sei contento?
Molto.
Perché?
Perché sì.
Perché sì?
Non so.
Ci pensò su un paio di minuti e disse, è più piccolo di me.

Niente da fare, Hansi Nacht non si sarebbe più addormentato. Si alzò dal letto, infilò le ciabatte e nudo com’era andò in bagno. Si guardò allo specchio. Accanto gli apparve la faccia di Clemens.
Testa tonda di un Maya possente dagli occhi chiari. Hansi Nacht gli sorrise come fosse lì con lui in carne e ossa. Si sciacquò la faccia. Sentì freddo. Entrò nel piatto doccia. Aprì il rubinetto, aggiustò il miscelatore, sedette sul seggiolino di plastica e lasciò che l’acqua gli scorresse addosso, calda e confortevole.

Clemens aveva quattro anni quando trovarono Hansi Nacht nella cassa di legno nella neve. Clemens, che bambino…, dicevano e con l’indice si toccavano la tempia. Alle elementari non osavano prenderlo in giro. Vi strappo la lingua, diceva il padre ai compagni del figlio.
Hansi invece avrebbero potuto anche massacrarlo. Ma quello chi lo acchiappava? Schizzava via mulinando le gambe come un corridore di altopiani e poi, tra Hansi e il mondo, c’era sempre Clemens a fare da barriera.
Hansi Nacht uscì dalla doccia e prese l’asciugamano.
Lo asciugava, ricordò.
Per prima cosa le braccia. Tira su le braccia, dicevano tutti e due.
Le braccia innanzitutto.
Una volta asciutte gliele prendeva, Clemens gliele agguantava, le mani forti sugli arti sottili di Hansi. Se li appoggiava sulle spalle e diceva, stringimi il collo e Hansi avvolgeva il collo di Clemens con le sue braccia, pelle contro pelle, pallida quasi bianca quella di Clemens, calore di corpi, Hansi in piedi nell’acqua della vasca dove aveva fatto il bagno abbracciava il collo di Clemens e prima di lui quello della madre di Clemens che aveva saputo non essere la sua ma lo lavava come se lo fosse. Braccia sul collo morbido della madre. Braccia sul collo forte di Clemens. Baci.
Baci sulla faccia bagnata. Baci sulla pancia, sulla schiena, baci sulle gambe magre, baci di madre e di Clemens. Hansi si beava di baci. Ecco adesso stai fermo lì, e lo mettevano sulla sedia dentro il telo. Il corpo tiepido, tenero, Hansi giocherellava, si prendeva il pisello e lo tirava. Come un elastico, diceva Clemens e rideva. Ridevano tutti, Hansi, Clemens e la madre. C’era sempre anche Clemens quando Hansi faceva il bagno. La madre lo spogliava. I vestiti ammucchiati sulla sedia. Clemens passami il sapone, diceva la madre che insaponava il bambino e Clemens lo frizionava con il guanto di spugna. Non così forte, diceva la madre. Hansi e Clemens giocavano a fare vortici d‘acqua e a schizzare schiuma. Basta basta, diceva lei, fradicia come i suoi due maschi. Poi la madre o Clemens tiravano su Hansi e tutti gocciolavano acqua sul pavimento di legno che inumidendosi scuriva.

Adesso nello specchio c’era Aaron. Apparve per un momento.
Spariva e riappariva come un riflesso di luce su un’onda. Stai bene? diceva il signor Nacht al figlio. Sì, lui stava bene. A Hansi Nacht non era dispiaciuto quello che era successo al “laghetto”.
Aaron, il bambino nato “storto”, diceva la gente, rapito dalla chioma verde della sirena. Non si vede più, gridavano dalla riva. Hansi Nacht, appoggiato con Clemens alla ringhiera del terrazzo, ha scelto il suo viaggio, aveva detto a Clemens che s’era messo a correre e raggiunta la riva del “laghetto” ci si era buttato. Era stata una disgrazia o Aaron se n’era voluto andare?
Hansi Nacht non s’era mosso. Aaron non avrebbe più patito.
Avrebbe avuto il suo futuro e l’acqua gliel’avrebbe reso possibile.
Quella sera Clemens andò a casa di Hansi Nacht. Abbracciò la moglie Herta incinta di Amos, l’ultimo figlio. Poi rivolto a Hansi disse, vieni fuori con me. Uscirono all’aperto. Clemens afferrò Hansi per un braccio, lo trascinò al di là dello sterrato, con un salto scavalcarono un piccolo torrente, s’infilarono tra i Flieder cresciuti lì attorno e poi in una radura tra gli alberi Clemens riempì Hansi Nacht di botte. Lui lasciò fare. Non si trattava,
come altre volte, di un confronto, di una lotta fatta per scherzo.
Clemens lo pestò e ripestò fino a rompergli un paio di costole. Alla fine con la faccia gonfia, le labbra spaccate che colavano sangue, Hansi disse, grazie Clemens.
Non voglio vederti mai più, aveva detto l’altro. Ansimava, piangeva, tirava su con il naso e s’asciugava con la manica della camicia. Hansi aveva ventotto anni e Clemens quattro in più.

Non s’erano più frequentati fino alla primavera precedente quando Clemens aveva telefonato a Hansi ed erano andati al “laghetto” con l’autobus.
Ciao Hansi.
Ciao Clemens.
Nell’autobus si erano seduti davanti, l’uno accanto all’altro.
Clemens aveva appoggiato la mano sul ginocchio di Hansi. Come stai?
Abbastanza bene. E tu?
Adesso meglio. Hansi, per quello che ti è successo, mi dispiace, anche non avertelo detto prima, al momento. Però potevi dirmi che ti servivano dei soldi per il processo, no?
Non importa, Clemens, va tutto bene. E’ stato giusto così.
Clemens sfilò una scatola di metallo dalla tasca, l’aprì e ne tolse un paio di sigari. Uno lo diede a Hansi e tutti e due se li misero tra le labbra.
Hei, giovanotti, qui non si fuma, disse l’autista.
Ti sembra che stiamo fumando? fece Clemens e strizzandogli
l’occhio sorrise a Hansi.

3

Si misuravano su tutto. All’inizio c’era stato il “braccio di ferro” e qualche volta Clemens lo lasciava vincere. Poi avevano fatto a chi era più veloce e in quei casi Clemens arrivava alla fine del campo che Hansi se n’era già tornato indietro al punto di partenza. A dodici anni Hansi tagliava tanta legna quanto Clemens. E pari erano nell’arrampicarsi su pietre e rocce. Però in questo sono imbattibile, rideva Clemens e con le mani nella ciotola impastava Knoedel e li allineava tondi su un vassoio come munizioni pronte a essere sparate.
Anche quel giorno i due ragazzi s’erano cimentati. Avvinghiati, strisciavano dall’erba del prato sul sentiero, da lì sugli aghi di pino, e di ritorno sotto i cespugli di Flieder.
Chi è il più forte?
Io.
Io.
Scommettiamo?
Hansi Nacht scattò a testa bassa contro Clemens fermo a gambe larghe e a torso nudo.
Ti spezzo come un ramo secco.
E io ti sgonfio.
Alla prima testata Clemens vacillò. Hansi, l’ariete, sgusciò via dalla stretta delle mani di Clemens, s’allontanò, si rigirò, riprese velocità, mirò allo stomaco e urlò. Urlarono entrambi nell’impatto ma questa volta Clemens lo tenne, non allentò la presa dal torace magro di Hansi. Questi s’inalberò, s’allungò di più, Clemens lo strinse in vita, l’altro si piegò all’indietro, Clemens gli acciuffò i capelli, l’altro sbatté la testa a destra e a sinistra, Clemens barcollò un’altra volta, retrocesse, gli occhi su Hansi, inciampò, cadde sul dorso, Hansi sopra, rotolarono graffiandosi di sassi, il collo gonfio di vene.
Respiri rapidi, mugolii, imprecazioni, gemiti.
Clemens incombe, il petto premuto sulla faccia dell’altro, grida di dolore, i denti di Hansi piantati nella carne di Clemens. Hansi sfugge alla presa, corre, finisce nel torrente, Clemens gli sta alle costole, schizzi d’acqua sulla schiena, dai, dice, basta, hai vinto.
Hansi si volta, no hai vinto tu, si abbracciano, pace, respiro che si placa, baci improvvisi nel respiro che accelera di nuovo. Stupore.
Baci d’acqua, baci di sole fuori dal torrente, mani nei capelli, mani avide sui corpi duri nell’odore di fango e sesso, tenerezza violenta e negli occhi di ciascuno, sopra di loro il colore nuovo dei Flieder.
Hansi ha sedici anni e Clemens venti.

4

E’ ora di sposarsi.
No, dice Clemens, non posso.
Sì che puoi.
Non c’è nessuna che mi si fila.
Ah no? si fa, si fa lo stesso. Una bella ragazza, dei nipoti, te lo dice tuo padre, ci saranno perdio, avrai moglie bambini e tutto il resto. Scommetto che non l’hai mai fatto, non l’hai mai fatto vero? allora come fai a dire che non puoi, ti pisceresti addosso dalla voglia di ficcarglielo dentro e una fica vergine, stanne certo, te la trovo io.

Ti sposi?
Così dice.
Certo Clemens, sì, ha ragione tuo padre, ci sposeremo e faremo figli. Come vogliono che sia. E così sia.
E noi?
Dovrò costruire una casa. Sì, una casa. Sennò dove la metto una moglie? Tu ce l’hai già, la tua. Bella grande, con i campi, i boschi belli, grandi, hai tutto tu, bello e grande anche tu. E’ anche roba tua.
No. Non la voglio.
Perché? a me piacerebbe.

Se n’era andato di casa solo con quello che aveva in testa, i vestiti addosso e il cappotto per l’inverno sul braccio.
Per oltre due anni aveva dormito nello sgabuzzino di una falegnameria. Il signor Wolle, il proprietario, gli insegnò tutto quello che sapeva e Hansi Nacht imparò. Passava le dita, lentamente, quasi con voluttà, le allargava a ventaglio sulle vene, sui nodi, sulle increspature del legno. Annusava la ferita appena inferta a un tronco che stillava resina, gocce di sangue trasparente. Solida, Hansi la staccava dalla corteccia, se l’infilava in bocca e la masticava come fosse chewingum.
Fa l’alito profumato, diceva.
Le sue mani, accorte come zampe di volpe, lavoravano precise e sensibili. Herta le vide, se le immaginò addosso, sulla faccia, sulle spalle, sul seno e giù fino a dove sobbolliva il suo ventre.
Lo scelse. Glielo fece capire e Hansi Nacht accettò.

Il padre di Clemens gli regalò un pezzo di terra inutile, impossibile da coltivare, terra dove non cresceva neppure erba buona da dare alle bestie. Lambiva la carrareccia. Terra di sassi come lo sperone di roccia sopra, terra d’ombra, ghiacciata durante l’inverno e arida d’estate.
L’avevo promesso alla buon’anima di tua madre, aveva detto con una smorfia il padre a Clemens.
Hansi Nacht e Clemens andarono a vedere.
La casa non sarà molto grande.
No, nemmeno grande normale.
Piccola.
Sì, al massimo un sei per dodici.
Potresti farci un altro piano, sopra.
C’è il pietrone, però sì, uno forse ci sta, per dormirci.
Ci vorrebbe una moglie bassa.
Vedremo.
Mio padre me ne ha trovata una.
Clemens, trovatela per conto tuo.
Dice che è un bocconcino.
Se lo mangerà lui con tanto di contorno.
Bocconcino, Hansi, vuol dire che è giovane, molto giovane e carina, capisci?
Quanto?
Quanto cosa?
Giovane, quanto?
Diciassette anni.
Ti mollerà.
Non m’importa.
Tuo padre le girerà intorno.
Non m’interessa.
Clemens!
Ti dico che non me ne frega neanche un po’.

Herta era effettivamente bassa. Entrava con agio nella casa di legno costruita da Hansi. Minuta, occhi verdi, capelli ricci e rossi, una distesa di lentiggini. Aumentavano d’estate e la pelle di Herta era scura come quella di Hansi.
Hansi l’amò pensando a Clemens. Non fu difficile. E quando amò Clemens non pensò mai a Herta.
Diventò padre di Aaron, Abel e Amos.
A come Amore, diceva Herta, il principio di tutto.

Clemens si sposò, divenne padre di Herbie e dopo un paio d’anni la giovane moglie fuggì di casa. Non ne posso più, disse ai genitori, Clemens mi guarda come fossi di vetro e il vecchio non mi dà pace neanche se sono a letto con mio marito.
Clemens non la rimpianse. Le diede dei soldi, l’aiutò a trovare un lavoro. Suo padre gli urlava, sei un cretino, che crepi di fame quella puttana.
In breve lei conobbe un altro uomo, si trasferì lontano e dimenticò tutto della vita precedente compreso il figlio avuto.

5

Il mattino splendeva di luce. L’aria era tiepida e frizzante insieme. Il momento giusto per la camicia hawaiana, pensò Hansi Nacht, e la indossò su un paio di jeans quasi nuovi. Gliel’aveva regalata l’assistente, quello che in istituto lo teneva d’occhio e l’asfissiava. Però s’era ricordato di lui. Prima di partire per le vacanze gli aveva chiesto se gli piacevano le camicie colorate e gliene aveva presa una a Miami. Le danno via per pochi dollari, aveva detto al ritorno.
Quanti?
Pochi, pochissimi, quasi te le regalano, così ne ho prese uno stock.
Hai un rendez-vous? gli chiesero i compagni di tavolo a pranzo.
Sì, disse il signor Nacht, e quando gli presentarono il solito budino alla vaniglia lui lo spinse al centro della tovaglia.
Come fa a non piacerti, gli chiesero.
Per il sapore.
Che cos’ha che non va, il sapore?
E’ finto, come il culo di una bambola gonfiabile.
Poi, prima d’uscire, Hansi Nacht fece una puntata in bagno, si contemplò nello specchio, si riavviò i capelli, si lisciò i baffi, si tolse le protesi, le spazzolò con cura e soddisfatto se le rimise sulle gengive. Si soffiò sul palmo della mano, aria d’eucalipto.
Alle 14,30 era già in stazione. Sedette sulla panchina addossata all’edificio, chiuse gli occhi per il sole. Aspettava.
L’altoparlante annunciò l’arrivo del treno delle 15.
Hansi Nacht scattò in piedi. Dal treno fermo al secondo binario scesero poche persone. Hansi guardò a destra, a sinistra, appoggiò la faccia ai vetri della sala d’aspetto, magari Clemens è fermo all’ingresso, dall’altro lato. No, non c’era e non lo si vedeva nemmeno in lontananza.
Sarà qui per il treno successivo, si consolò Hansi e si dispose nuovamente all’attesa.
Transitarono molti altri treni. Uno ogni mezz’ora. Alle 18 Hansi Nacht riprese il cammino per l’istituto. Si fermò davanti al bar Stern. Guardò nel portafoglio. Aveva cinque euro. Alla fine della gita, se solo Clemens fosse venuto, le avrebbe pagate lui, Hansi, un paio di birre. Al diavolo tutto quanto, pensò. Entrò nel locale, sedette a un tavolo e ordinò una grappa. Uno appoggiato al banco gli si avvicinò. Ti ricordi di me? No, fece Hansi e lasciò che quello si sedesse con lui e gli offrisse un altro bicchiere di grappa e dopo quello un altro ancora. Ogni tanto lo sconosciuto si voltava verso altri due seduti al banco. Hansi non avrebbe ricordato le volte che la cameriera era andata avanti e indietro per versare la grappa nel suo bicchiere. Alla fine, l’uomo gli aveva detto che a quell’ora nessuno gli avrebbe aperto all’ospizio, per quella notte l’avrebbe ospitato a casa sua. Lo fece salire in macchina assieme a quelli che se n’erano stati appoggiati al banco, mise in moto e partì. Si fermò in uno spiazzo coperto di tronchi da scortecciare e di altro legname e lì Hansi Nacht fu violentato. Questo Hansi se lo ricordava bene compresi gli insulti e le botte ricevute per essere quello che era.

L’aveva trovato all’alba attorcigliato su sé stesso come un bruco morto accanto al proprio vomito. La vecchia, come sempre passava per quella strada per andare in chiesa, l’aveva chiamato, assestato una leggera pedata per scuoterlo ma Hansi Nacht non aveva dato segni di vita o perlomeno lei non ne aveva notati, avrebbe raccontato poi la donna al sagrestano.
Hansi Nacht aspettò che la vecchia fosse lontana. Quando non sentì più i suoi passi aprì gli occhi, puntando piedi ginocchia e mani riuscì ad alzarsi, attraversò la strada a nord del paese, la ciclabile, s’arrampicò su per il versante scosceso e arrivato in alto fece una decina di passi e poi cedette e cadde nella macchia gialla del tarassaco fiorito.
Perché non sono morto? si chiese passandosi le dita sui baffi lordati, sulla bocca arida, sui capelli sozzi. La camicia hawaiana era strappata, i jeans puzzavano di merda. Un miserabile, ecco cos’era diventato. Anzi, lo era sempre stato. Un poveraccio schifoso, un vecchio stuprato, da chi poi? nemmeno se lo ricordava, aveva ragione il padre di Clemens, sarebbe dovuto morire di freddo alla nascita o marcire nel letamaio. A cos’era servito vivere? Abel in galera e Amos, il suo piccolo Amos… si lamentò il signor Nacht, perché l’hai fatto, Abel?
Che domande! lo so io perché hai dato fuoco alla casa, la mia la vostra, la tua casa, Abel, e cosa ci rimane? quattro assi carbonizzate e tuo fratello in cenere. E non pensare che io non c’abbia provato a tirarti fuori, Abel, ma l’avvocato s’è preso tutto quello che avevo, che avevamo. Ho anche detto, è colpa mia. Non dica sciocchezze signor Nacht, hanno risposto. E adesso? eccomi qua, un vecchio idiota sfregiato da quelli come lui, disgraziati dal cuore nero.

Il temporale del giorno prima aveva ripulito l’aria e si sentivano voci, Hansi dove sei? Signor Nacht , risponda!
Hansi Nacht emise un suono, un lamento ripetuto come il verso di un gatto o il vagito di un neonato.

Tira su le braccia, attorno al mio collo, non aver paura, ti tengo io.
Acqua sul corpo nudo di Hansi.
Cosa ti è successo?
Hansi seduto nella vasca non risponde.
Guancia contro guancia, baci sulla faccia, sulle gambe, sul petto, sulle spalle. Baci di Clemens sugli occhi bagnati di Hansi.

6

Si risvegliò lavato e ripulito nel pigiama e nel letto matrimoniale di Clemens. L’avrebbe riconosciuto tra mille altri letti. Costruito e decorato da lui stesso, Hansi.
Che tipo d’intarsio ti piacerebbe? aveva chiesto allora.
Flieder, aveva risposto Clemens.
E’ complicato, ci vorrà molto tempo.
Non ho fretta.
Alla giovane moglie di Clemens era piaciuta la cascata di fiori della spalliera e prima di fuggire da quella casa l’aveva anche mostrata ai parenti dicendo, non è una meraviglia? Adesso, dalla finestra aperta, entrava l’odore di tutto quello che c’era fuori. Voci e rumori di fattoria. Hansi respirò a fondo, mise giù i piedi e si alzò. I pantaloni del pigiama scivolarono dalle sue anche magre fino a terra mentre la giacca gli penzolava addosso lunga fino a metà coscia. Hansi s’abbassò, raccolse i pantaloni, se li tirò su, li tenne fermi con una mano e s’avviò verso la porta della camera. L’aprì, uscì e a piedi nudi percorse il corridoio di legno. Raggiunse il bagno, fece per entrarvi, ci ripensò, tornò indietro sulle assi più consumate di quando se n’era andato a quattordici anni. In camera cercò i suoi vestiti. Non c’erano.
Ritornò in corridoio, andò avanti e indietro per qualche minuto finché si decise a scendere al piano terra. Imboccò le scale, gli parvero più ripide, mollò i pantaloni trattenuti fino a quel momento, afferrò lo scorrimano, incespicò nel pigiama caduto, perse l’equilibrio e cadde.
Arrivò in fondo alla scala quasi incolume. Con solo qualche ammaccatura in più oltre al dolore delle percosse e dell’onta subite la notte precedente. Adesso doveva andarsene, sparire.
Cos’avrebbe potuto dire a Clemens? Che s’era ubriacato perché lui, Clemens, non s’era fatto vivo? dirgli che s’era sentito perduto? che l’avevano stuprato? o di altre ragioni del suo avvilimento?
Hansi si rialzò, mugolò per il dolore, lasciò perdere i pantaloni del pigiama e a gambe nude raggiunse il portone, uscì nel sole e prese a camminare scalzo sulla ghiaia tra gli orti e i prati. Un vento leggero gli lisciava la faccia. Ogni tanto sobbalzava per i sassi che gli pungevano le piante dei piedi.
Dove stai andando?
Hansi si girò verso Clemens che l’aveva raggiunto. Ansimava.
Al torrente, disse, a vedere i Flieder fioriti, vieni anche tu?
Clemens gli allungò dei vestiti. Hansi si vestì lì per strada. I pantaloni gli ballavano addosso e se li fermò in vita con una cintura decorata di stelle alpine, poi infilò la camicia di flanella e i sandali che invece gli andavano a pennello. Sorrise. Lui e Clemens avevano la stessa misura di piede. Quanto ho dormito? chiese.
Due giorni di seguito.
Si ravviò i capelli. Sono pronto, disse poi.
Allora andiamo, fece Clemens. Prima di muoversi gli baciò gli zigomi gonfi e violacei e gli diede un paio di occhiali nuovi con la montatura colorata.
Gialli? disse Hansi.
I tuoi li ho dovuti buttare, erano a pezzi.

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