di Laura Montagna

Racconto vincitore del Premio Adolfo Balliano 2016

 

 

E pensare che mio padre non ne voleva sapere.

Te sèe amòo tropp pìscen[1] – diceva, scuotendo la testa. Ma io mi svegliavo che era ancora buio e lo sentivo andare avanti e indietro tra la cucina e la stalla. E lo sapevo che cosa faceva, anche senza vederlo. Preparava la bricòla[2].

Prendeva il grosso sacco da montagna, quello nero, cucito dalla mamma con l’ago grosso e tanti strati di tessuto forte, e che lui teneva nella cassapanca della stalla. Ci metteva dentro un pezzo di pane nero, del formaggio e una bottiglia di vino. Poi si infilava la giacca di pelle scura, quella imbottita, e la berretta di lana. Con la sciarpa si copriva i baffi, si calcava in testa il cappello di feltro giù fino alle orecchie, un cenno di saluto alla mamma, e prendeva verso il Sass del Diàul[3], il cui solo nome metteva paura. Lui faceva adagio, per non svegliarmi, ma io sentivo lo stesso la porta che si apriva e si chiudeva, cigolando piano.

Ci andava anche da solo, ma il più delle volte insieme al fratello, lo zio Livìs, e al Bepìn, quello dell’osteria. Lo aspettavano alla fontana, e poi tutti e tre si arrampicavano su per il sentiero che tagliava la parete di roccia sopra al paese.

Avevo solo 13 anni, ma lo conoscevo bene quel sentiero. Il mi ci aveva portato alcune volte a cercare i funghi.

Salivamo su per i tornanti in mezzo ai larici, e poi scalavamo anche i gradoni scolpiti nella roccia, fino ad arrivare in cima al costone. Mi piaceva così tanto guardarmi intorno da là sopra! Avevamo tutta la valle ai nostri piedi, e vedevamo fino in fondo, dove c’era solo una nebbiolina sottile. Mio padre diceva che laggiù c’era la città, e anche il lago, e io non potevo che credergli sulla parola.

I tetti grigi del paese erano nascosti dal bosco, però le cime dei monti di fronte, bianche di neve, parevano tanto vicine da poterle toccare.

Vègn, che l’è ùra de turnàa indrèe[4] – ma per me era sempre troppo presto. Io mi sforzavo di allungare il collo guardando anche alle nostre spalle, dove finiva la parete di roccia e si intravedeva il ghiacciaio. Bisognava attraversarlo per arrivare al Sass del Diàul, un picco di roccia tanto alto che la sua cima si scorgeva da ogni angolo della valle. Sotto a quella roccia c’era la capanna dove il , lo zio e il Bepìn andavano a riempire le bricòle con il caffè e le sigarette della Svizzera. Il confine non era lontano, e loro avevano un accordo con quìi dè là[5], che nella capanna ci lasciavano la merce per noi italiani.

Sebbene glielo avessi chiesto molte volte, il non aveva mai voluto portarmi fino lassù, né di giorno né di notte. Diceva che quei sentieri erano pericolosi e così non ero mai stato oltre la cresta del costone, dove la montagna cambiava pendenza.

– Puoi cadere, o farti prendere dai panàu[6], che è ancora peggio – diceva il , scuotendo la testa – Sei ancora un bòcia[7]. E’ troppo presto per la bricòla, e anche per il ghiacciaio – poi cambiava discorso.

E così andò fino al giorno in cui lui scivolò dalla scala intanto che spostava il fieno. Venne giù lungo e disteso, e si ruppe una gamba.

– Non è grave! Vedrai che fra un mesetto starai meglio di prima! – gli aveva detto il dottore, tutto allegro. Ma il c’aveva una faccia! la gamba era fasciata stretta, immobilizzata. Un mese era lungo, lunghissimo. Lui avrebbe dovuto starsene a letto, e il suo lavoro avrebbe dovuto farlo qualcun altro. Anche se io aiutavo la mamma a mungere, a dare da mangiare alle galline e ai conigli, e lo zio veniva tutti i giorni a portare fuori le bestie, pulire la stalla, e zappare l’orto, non era mai abbastanza. E poi c’era un altro problema, molto più importante, ma di cosa si trattava lo scoprii solo una sera che passavo per caso davanti all’osteria.

Una trentina di anni prima, il padre del Bepìn si era preso la più grande stalla del paese, l’aveva ripulita e rimbiancata, aveva ingrandito la porta, sistemato un bancone in fondo e una serie di panche e tavolacci ai lati e poi aveva fatto dipingere l’insegna al falegname del paese con su scritto “OSTERIA”. Quelle gigantesche lettere dell’alfabeto stavano proprio sopra l’ingresso, disegnate sull’intonaco con la pittura nera. Io non sono mai riuscito a spiegarmi il perché, ma se la guardavi bene, la S era in realtà una Z messa alla rovescia. Chissà, forse all’ultimo il falegname aveva pensato che così faceva prima e l’idea la rendeva lo stesso. Ormai l’insegna era sbiadita, ma non c’era giorno in cui qualcuno passando lì davanti, non ricordasse che quello era stato un lauràa mìa tàn bèll[8].

– Sarà poi l’Osteria della Targa Storta! – aveva detto il Bepìn, quando il locale era diventato suo, e lui si era limitato ad aggiungere le due panche fuori, sulla strada. Era il posto preferito dal e dallo zio. Si mettevano sempre là con il loro mèzz[9] in mano, fino a quando il freddo non li costringeva a spostarsi dentro, vicino al focolare.

Vìtta che l’ghè l’bòcia[10]!

Quella sera il Bepìn stava sulla panca insieme allo zio Livìs. Era già ora di chiudere, e non c’era più nessuno ai tavoli dentro.

Lo zio aveva la faccia stanca, forse preoccupata, e mi aveva fatto un cenno veloce con la mano, ma senza alzare gli occhi.

– Vieni qua, vieni a sederti con noi un momento – disse il Bepìn, tutto sorridente, lisciandosi i baffi – Stavamo proprio parlando di te.

Il Livìs però continuava a guardarmi storto.

L’è amòo piscen. El ghè rùa mìga[11] – disse indicandomi.

– Sei sicuro? Secondo me è più in gamba di quanto sembra.

Io mi avvicinai.

– In gamba per far cosa? – chiesi.

– Per portare la bricòla.

Non riesco a ricordare chi dei due avesse detto quella parola. Ricordo solo il suono che aveva fatto. Vacillai, e mi appoggiai al muro per non cadere.

La bricòla. Quella era una parola incantata e proibita insieme. Era il grande sacco nero del , ma anche il suo contenuto. Faceva venire in mente la notte, il latrare dei cani e i panàu che ti aspettavano al confine con lo schioppo in spalla, e sparavano anche, se solo sospettavano qualcosa.

Alzai gli occhi. il Sàss del Diaùl si vedeva bene, rosso scuro per via del sole al tramonto che ne cambiava il colore. Faceva ancora più paura del solito.

– Se lo sa il , mi ammazza – mormorai con il naso per aria.

– E noi non glielo diciamo mica! – rise il Bepìn.

– Ascolta – continuò poi, prendendomi per un braccio e tirandomi a sedere accanto a lui – Tu lo sai dov’è la capanna, vero? – Io feci di sì con la testa.

– Bravo! Allora, quìi de là hanno portato su le cose già da una settimana, forse anche di più. Lasciarle lì non va bene, perché si rovinano, e poi rischia che le scoprono, e sono guai, lo capisci anche tu! Bisogna andare su subito, però in due siamo troppo pochi per portare fuori tutto.

Ma vardèl – lo interruppe ancora lo zio – L’è màgru m’èn pìc, l’è amòo n’redes. El ghè rùa mìga te dìsi![12]

Il Bepìn fece una smorfia, e poi continuò a parlarmi come se non avesse sentito:

– Non è mica che devi portare tutto il sacco come farebbe tuo padre! Solo una parte, il resto ce lo spartiamo noi. Ma da soli non ci riusciamo.

Ciàma l’Andrìn, quèl de la Tùnia! Lùu l’è già espèrtu.[13]

– Ma io non mi fido, Livìs! – ribattè il Bepìn – Non mi fido per niente, né dell’Andrìn, né di nessuno. Qui ci vuole uno di famiglia, altro che storie! – Poi, ancora rivolto a me – Sculta mò, giuinòtt[14], quanti anni c’hai?

– Sedici – esclamai serio, cercando di essere convincente.

Car Signùr! – lo zio alzò gli occhi al cielo.

– Sedici, eh? – fece il Bepìn, e quasi non gli usciva la voce dal gran ridere – E dì, li sai portare i pesi?

– Porto il fieno su e giù dal carro, e la gerla piena di legna dal bosco fino a casa.

– E con i sentieri come te la cavi? In montagna ci sai andare? Sai arrampicare?

– Certo! Col ci siamo andati un sacco di volte alla capanna! – mentii con sicurezza.

I due uomini si guardarono dritti negli occhi. Lo zio scosse la testa:

So mìa sicùur dè fà bèe.[15]

Ma l’è l’ünica – concluse il Bepìn.

– Benone! – mi disse poi – E’ deciso. Tu vieni con noi. Si parte domani, che c’è la luna piena, alle due di notte e si torna all’alba.

– E alla mamma cosa racconto?

Il Bepìn scoppiò di nuovo a ridere.

– Ma come! Hai sedici anni, e non sei capace di inventarti una qualche balla?

– Digli che vieni con me su all’alpe a curare le capre – fece il Livìs, che però non rideva per niente e c’aveva la faccia scura.

– Bell’idea! – approvò l’altro – Allora domani alle due alla fontana.

– Vengo io a prenderti – disse lo zio rivolto a me – E ci parlo io con la mamma.

Ciàu, bòcia! E me racumàndi, non scordarti la bricòla! – mi salutò il Bepìn, agitando la mano.

Quando mi alzai la notte successiva, fu la mamma a prepararmi il caffelatte e a mettere il pane e il formaggio nel sacco del per me. Lo zio le aveva raccontato che aveva bisogno di aiuto su all’alpeggio, e lei aveva annuito. Però se ci credeva o no, io non l’ho mai saputo.

– Sta attento, e fa il bravo – mi aveva salutato dalla porta.

Preòccupes mìga, Maria – aveva detto lo zio parlando al mio posto – ghe stò drèe mi al rèdes[16] – ma io lo vedevo che non era tranquillo.

Ci arrampicammo su per il costone. Il Bepìn apriva la strada e io stavo in mezzo. Per fortuna il cielo era limpido e la luna piena illuminava i gradoni che pareva giorno. Arrivammo in cima in meno di un’ora e ci affacciammo di là, dalla parte del ghiacciaio.

Così, di notte, l’effetto era bellissimo. Alzando la testa, vedevo tutto quel bianco che saliva verso la cima. Sembrava una colata d’argento, e luccicava sotto la luna come se ci fossero incastrati dentro dei diamanti. Cominciammo la traversata e mi piaceva sentire il rumore che faceva il ghiaccio sotto le scarpe pesanti. Ogni tanto affondavo fino al ginocchio dentro la neve più fresca e lo zio doveva tirarmi fuori di peso, però mi affascinava quella marcia al buio verso la massa scura del picco. Ce lo avevamo davanti e diventava più grande e più nero ad ogni passo.

Quando finalmente il Bepìn aprì la porta della capanna erano più di tre ore che camminavo, ma mi sentivo tanto eccitato che mi sembrava di essere partito solo pochi minuti prima.

il Bepìn accese la lampada a cherosene che stava sul tavolo.

– Eccola qua la merce – fece, tirando fuori tre grossi sacchi da sotto i letti. Quindi mise sul tavolo sacchetti pieni di chicchi di caffè ancora da tostare, stecche di sigarette, pacchetti di tabacco, scatole di toscani, e anche due tavolette di cioccolato.

– Queste sono per la tua mamma – mi disse, strizzandomi l’occhio.

– Bùn, adèss n’sè a’pòst![17] Mangiamo, ci riposiamo e prima che arrivi il sole, torniamo giù.

La capanna era una stanza piccola, con un focolare nero di caligine, un tavolaccio, due panche e tre letti con i materassi riempiti di fieno ed erba secca, che come ti ci sedevi sopra scricchiolava e pungeva. Però, dopo aver mangiato, mi era saltata fuori di botto tutta la stanchezza, e mi addormentai come un sasso perfino là sopra.

Sveglia, che l’è ùra![18]

Mi tirai su spostando la coperta. Qualcuno doveva avermela messa addosso intanto che dormivo.

Tüt bèe?[19] – mi chiese lo zio.

– Sicuro – gli risposi convinto.

Il Bepìn era uscito a dare un’occhiata in giro e io guardai attraverso i vetri della finestrella. Erano sporchi ed incrostati di brina e fuori faceva buio, ma si cominciava a vedere il profilo della cresta di fronte contro il cielo che diventava viola.

– Non c’è nessuno – disse il Bepìn sfregandosi le mani mentre rientrava – anche stavolta l’è andata via liscia.

Poi mi aveva dato un pezzetto di cioccolato da mangiare e, tutto soddisfatto, aveva cominciato a riempire i nostri sacchi.

Ciascuno con la sua bricòla in spalla, eravamo usciti che era ancora scuro. Solo la cima del picco alle nostre spalle era già illuminata dal sole, ed era diventata di una bella tinta calda.

– Sembra proprio una fetta di polenta – dissi allo zio, che chiudeva ancora la fila.

Lui rise e mi diede una pacca sulla nuca – Và là bòcia! Te ghe amòò fam?[20]

Mi ricordo che guardai i suoi occhi. Avevano lo stesso colore dell’acqua del ruscello che scorreva in fondo ai prati sotto al paese e, come nel ruscello, ci brillava dentro una luce limpida, pura. Erano sempre stati così? Oppure lo diventavano solo lassù, per via di quella luce strana e dell’aria fredda della montagna?

Camìna che l’è già tardi – disse, indicandomi la strada con un cenno del capo – E parla a pian. Lè remòll e l’è gn’amòò finìda la stòria.[21]

Remòll. Voleva dire che faceva caldo, la neve si scioglieva e perfino io sapevo che in quei casi era meglio camminare svelti senza parlare né far rumore per non provocare la valanga.

Tornammo sul sentiero che avevamo percorso quella notte. Non li avevo notati prima, ma c’erano dei pali dipinti col minio infilati nel ghiaccio ad intervalli regolari e noi ci muovevamo da uno all’altro, calpestando le impronte lasciate all’andata. Mi ero voltato ancora, e stavo per chiedere se li avevano messi loro quei pali, quando ci fu uno scoppio, come un tuono, ma molto più forte. Lo zio impallidì. Poi alzò gli occhi verso la cima del ghiacciaio.

– El vendül![22]

L’urlo del Bepìn echeggiò tanto forte che secondo me lo sentirono fino al lago. Volevo vedere com’era fatta una valanga, ma lo zio non mi lasciò il tempo. Mi spinse avanti tanto forte che quasi persi l’equilibrio.

Scàpa! Via! Svelto! – urlò. Allora cominciai a correre tanto veloce che superai anche il Bepìn. Però il sacco mi impediva di andare in fretta come volevo. Le cinghie mi tagliavano le spalle. Provai a sorreggerlo con le mani dietro la schiena, ma così mi muovevo ancora più piano di prima. Il cuore stava per scoppiarmi per lo sforzo e la paura e mi fermai. Una nuvola bianca scendeva rombando dalla cima del ghiacciaio. Ormai il rumore era fortissimo. Tremava tutto, perfino l’aria che respiravo, e si stava formando una nebbia pesante che impediva di vedere. Qualcuno mi afferrò per un braccio, mi trascinò senza che riuscissi a capire dove stavo andando e poi mi sollevò dandomi una spinta tanto forte che caddi in avanti. Cominciai a scivolare. Cercai un appiglio, ma trovai solo neve, e rotolai su me stesso, prendendo velocità. Ora ero di schiena, e il sacco pesante mi trascinava giù, senza che riuscissi a vedere dove andavo.

“Allora è così che finisce la storia, vero zio?” pensai chiudendo gli occhi.

E invece no, la storia non finì lì, almeno non per me.

Dopo un po’ cominciai a rallentare finché non mi fermai del tutto. E quando quel terribile rombo si spense in un’eco lontana e tutta la polvere di ghiaccio si posò, permettendomi di respirare di nuovo, ero in fondo a una conca, ed ero solo. Mi tolsi la bricòla, e poi, anche se mi tremavano le gambe come a un ubriaco, riuscii ad arrampicarmi sulla parete che avevo appena fatto scivolando sulla schiena. Ci misi molto tempo ad arrivare alla cresta. Quando fui in cima, le gambe mi cedettero del tutto e rimasi lì a guardarmi in giro inginocchiato una spanna dentro la neve smossa.

Ormai era giorno, ma non era per quello che tutto sembrava diverso. Un grande squarcio grigio stava in alto in mezzo al ghiacciaio che poche ore prima scintillava sotto la luna piena. Il Sass del Diaùl era davanti a me, la nuda roccia tutta illuminata dal sole, ma la capanna era sparita.

Tra me e il picco c’era solo una distesa di neve sporca e smossa, mista a pietre e blocchi di ghiaccio. Cercai di chiamare lo zio e il Bepìn, ma la voce non mi usciva dalla gola. Non vedevo niente che si muovesse, niente che potessi definire vivo e mi sentii solo come non lo ero mai stato.

Però ancora una volta mi sbagliavo. Io mi ero salvato perché ero finito in un canalone laterale, dove la valanga non era arrivata. Il Bepìn invece era riuscito a ripararsi sotto un grosso masso, e così anche lui se l’era cavata. Non appena mi vide cominciò a sbracciarsi, chiamandomi a gran voce. Quando mi arrivò vicino piangevamo tutti e due e ci abbracciammo stretti.

Aveva salvato anche la bricòla e la appoggiò sulla neve vicino a dove mi aveva trovato. E poi, insieme, andammo avanti e indietro per ore, arrampicandoci e scivolando su quella rovina, chiamando fino a sgolarci. Ma del mio zio Livìs non trovammo più niente. Niente, neanche il cappello, una scarpa o un pezzo di camicia. Nemmeno la sua bricòla.

Fino al giorno del funerale io non parlai e non dormii più. Non facevo che pensare a quel qualcuno che mi aveva trascinato fino al canalone e mi ci aveva buttato dentro.

– Sei stato tu a portarmi al vallone? – chiesi al Bepìn, dopo che la bara vuota con sopra scritto il nome dello zio finì sottoterra.

Lui scosse la testa – No, bòcia. Non sono stato io. Ero troppo lontano. Era il Livìs quello che correva subito dietro a te – e aveva le lacrime agli occhi.

La gamba del è guarita come aveva detto il dottore, e io, una volta finita la scuola, me ne sono andato dal paese. Ho fatto l’operaio, il meccanico, il cameriere, il muratore e ho anche viaggiato parecchio. Adesso vivo in quella città sul lago, quella della quale a tredici anni sapevo solo che stava laggiù in fondo, dietro la nebbia.

Sono passati più di trent’anni da allora, ma ancora adesso tengo una vecchia foto con i bordi smangiati via dal tempo nel cassetto del comodino, e ogni volta che lo apro sento il rombo della valanga che mi viene addosso.

Nella foto c’è un muro di sasso e una porta con un’insegna nera sopra. La scritta “OSTERIA”, a grandi lettere un po’ sbiadite, mi fa sempre sorridere per via della S che in realtà è una Z al contrario. Affianco alla porta, su una panca, ci sono due uomini seduti. Il terzo, con un grembiale bianco, è in piedi sulla soglia, ride, e sembra che col suo mezz brindi alla salute di chi lo sta fotografando.

Tutti e tre hanno i baffi, e dei due sulla panca mio padre è quello con il cappello. Lo zio, che sta alla sua destra, non è venuto bene. Sembra avere il gozzo e i capelli bianchi, lui, che quando è morto aveva solo 26 anni e dei tre era il più giovane. I suoi occhi sono due ombre scure, ma io ne vedo il colore, ed è lo stesso di quella mattina, lo stesso che allora aveva il ruscello giù in fondo al prato. E ogni volta sento ancora quel dolore proprio qui, in mezzo alla schiena, nel punto esatto in cui lui mi ha spinto dentro al canalone, e mi ha salvato la vita pochi istanti prima di perdere la sua.

 

Note:

[1] “Sei ancora troppo piccolo”.

[2] Sacco, zaino, nel gergo dei contrabbandieri della Valmalenco.

 [3] Sasso del Diavolo

 [4] “Vieni, che è ora di tornare indietro”.

[5] “Quelli di là”. Si intende i contrabbandieri della parte svizzera.

[6] Guardie di frontiera nel gergo dei contrabbandieri della Valmalenco.

 [7] Bambino.

[8] “un lavoro fatto male”

 [9] La brocca da mezzo litro nella quale si mesceva il vino.

 [10] “Guarda che c’è il ragazzino!”

[11] “E’ ancora piccolo, mica ci riesce!“

[12] “Ma guardalo! E’ magrissimo, è ancora un bambino. Non ci riesce ti dico!”

[13] “Chiama l’Andrea, quello dell’Antonia. Lui è già esperto!”

[14] “Ascolta un po’, giovanotto!”

[15] “Non sono sicuro di fare bene”

[16] “Non preoccuarti, Maria. Ci sto dietro io al ragazzino”

[17] “Bene! Adesso siamo a posto!”

[18] “Sveglia che è ora!”

[19] “Tutto bene?”

[20] “Va la’, ragazzino! Hai ancora fame?”

[21] “Cammina, che è già tardi, e parla piano. E’ “remoll” e non è ancora finita la storia.” Remoll : è quando la temperatura sale, facendo sciogliere la neve e aumentando il pericolo di valanghe improvvise.

[22] “La valanga!”

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