di Marianna Guida

Quando meno se lo aspettava, cioè nella pienezza dell’infanzia, Clara si trovò tutte le mutandine imbrattate di sangue. Fissò con aria incredula la macchia filiforme che, tutta allungata, le sembrò la sagoma di un mago allampanato. Stringendo gli occhi riuscì addirittura a intravedere la presenza della bacchetta nella mano destra. Un po’ storta, in verità, ma la visione d’insieme era proprio quella. Sforzarsi di vedere un’immagine là dove in realtà c’era solo una macchia era sempre stata una sua inclinazione. “Scendi sulla terra, Clara”, la ammoniva sua madre, e con quella frase, buttata lì tutte le volte in cui sorprendeva la figlia a fissare un po’ troppo a lungo gli oggetti, sembrava voler agguantare un lembo della giacca della bambina e agganciarlo da qualche parte come un guinzaglio. Clara trasformava spesso gli oggetti in principesse dalle lunghe chiome, in animali dalle intenzioni non sempre benevole, in re e regine assisi sui loro troni. Con tutti questi personaggi Clara provava a parlare, stabilendo i tempi di un dialogo le cui battute affioravano sulle sue labbra come una piccola e muta preghiera. Quando vide la macchia si spaventò perché il sangue, quella sostanza appiccicaticcia che tratteneva ancora il calore del corpo da cui proveniva, lo aveva sempre associato a cadute e conseguenti sbucciature sulle ginocchia. Sentendo il pianto arrivare alla gola, che deglutiva a fatica, alla punta del naso e agli occhi, fino a un attimo prima distratti, ora invece trafitti da mille spilli, pensò anche questa volta di essere caduta. E come tutte le volte che cascava, sentì risuonare dentro la testa le parole della mamma: “Clara, tu sì troppo distratta!”

Era un rimprovero e a lei non piacevano le critiche, soprattutto quando venivano dalla mamma. Anche quel giorno sentì affiorare il magone e lo ricacciò dentro. Spesso si chiedeva dove fossero andati a cacciarsi tutti questi pianti trattenuti. Qualche volta li immaginava come bolle di sapone che, riempite dell’aria da lei insufflata nel cerchietto, luccicavano alla luce del sole e prendevano tante forme strane. Poi volavano, chissà dove.

Eppure non ricordava, quel pomeriggio, di essere caduta, unica spiegazione alla sagoma impressa sulla mutandina. Era finito qualcosa lì dentro? Non sapeva che nome dare a quella cosa lì, in famiglia mai nessuno l’aveva nominata. Era un buco? Una piccola cavernetta? Lei non aveva mai pensato potesse avere una qualche altra funzione se non quella di far passare il getto caldo della pipì. Si stupì, quindi, di quello che accadeva fra le sue gambe. E strillò così forte da richiamare suo fratello, che si trovava nell’angolo opposto della casa. Lei allungò un braccio fuori della porta, lo agguantò cacciandolo dentro. “Sono malata grave, perdo sangue”, disse a Gianluca. Lui la guardò sbigottito, ugualmente ignaro della natura dello strano fenomeno. “Aspetta, chiamo mamma” aggiunse, cercando di dissimulare il panico per non far spaventare la sorella minore. Quando la madre arrivò, cacciò il figlio Gianluca in malo modo. La sua presenza le sembrava incoerente con una situazione che doveva gestire da sola con la figlia. Le parole che doveva dirle le si spensero però immediatamente sulle labbra, fino a diventare un indistinto biascichio. Era un fenomeno normale. Non si trattava di una malattia, provò a rassicurarla. “Però non lo dire a nessuno. Non ne parlare né con tuo padre né con tuo fratello. Stai zitta con le compagne perché queste sono cose private. Parlane solo con me.”

Aprì poi il mobiletto bianco e un po’ spartano accostato alla parete del bagno e le piazzò in mano un pannolino. Alla bambina sembrò impossibile poter portare fra le gambe un pezzo di ovatta così grande che, ne fu certa appena lo tenne fra le mani, l’avrebbe impacciata e rallentata nei movimenti. Ma il pensiero più terribile era che il pannolino sarebbe stato visibile a chiunque e il suo segreto smascherato. Cosa poi fosse quel sangue, che continuò a sentir scendere per tutto il pomeriggio, lo ignorava. Continuò a pensare che dentro di lei qualche organo si fosse rotto per sempre. Magari però non era un organo tanto importante, altrimenti perché la mamma non si era preccupata e non le aveva dato qualche farmaco per arrestare il flusso di sangue?

Da quel giorno cominciò la sua messainscena: fingeva in casa, dove nascondeva il suo stato ai familiari, fingeva a scuola, dove l’ampio grembiule riusciva a mimetizzare bene il rilievo dell’immondo pannolino, fingeva perfino con le amiche più strette, a cui niente rivelò di quanto le era successo. Rimase profondamente afflitta e stupita quando si rese conto, il mese dopo, che il fenomeno si stava ripetendo, lei che invece si era convinta si fosse trattato di una manifestazione episodica. Le sembrò che da quel momento la vita sarebbe stata soltanto una continua montatura. A scuola, durante i cambi d’ora rimaneva spesso seduta nel banchetto che le era stato destinato dalla maestra, in seconda fila. Tutte le compagne si alzavano per reagire alla forzata immobilità cui erano state costrette, incuranti di poter rilasciare quel sangue che invece teneva lei inchiodata alla sedia. A metà degli anni Settanta non erano molte le fonti cui una bambina poteva attingere per documentarsi e capire cosa le stesse succedendo. Si stupì, poi, del fatto che il  famoso pannolino  avesse  anche un suo nome ben preciso. Quell’affare, infatti, si chiamava assorbente. Passati alcuni mesi, la madre gliene fornì di più piccoli, allineati dentro pacchi blu sulla cui plastica era stampato un merletto assai simile ai centrini che decoravano la casa. Quel disegno suggeriva una specie di consuetudine domestica, una normalità alla quale Clara continuò a sentirsi estranea. Erano più piccoli, ma lei aveva comunque la sensazione che la loro sagoma fosse chiaramente intuibile sotto i pantaloni. Temeva molto il momento in cui sarebbe stata smascherata, sapeva che le compagne l’avrebbero accusata di avere taciuto su una questione importante, una faccenda che le riguardava tutte. Lei però non riusciva a considerarlo un fatto di donne: era piuttosto una malattia vergognosa che l’aveva colpita.

Passato un anno, la situazione non era molto cambiata. Ora frequentava la scuola media ma tutto quello che avveniva in classe le risultava ugualmente estraneo. Le altre ragazzine continuavano i loro giochi nonostante si muovessero nei loro grembiuli neri con l’urgenza nervosa degli avvoltoi. Anche loro forse presagivano la fine dei giochi? Forse per questo ci si buttavano con una fitta di ansia che rendeva le loro voci più acute del normale e i loro movimenti impacciati come quelli di un soldato intrappolato dentro un’armatura.

Durante quell’anno i suoi organi interni compivano la loro trasformazione silenziosa, mentre lei continuava a stare ferma al banchetto di scuola, gelosa custode del suo segreto. Le compagne si addensavano tutte attorno a un banco per raccontarsi i loro segreti, ridendo dei primi sguardi dei ragazzi più grandi. Gli organi riproduttivi, quelli delle donne, per intenderci, continuavano la loro opera nascosta anche mentre lei, tornata a casa, guardava le bambole con cui volentieri avrebbe giocato ancora. Erano tutte allineate sulla mensola del corridoio, ognuna col suo vestitino di un cotone un po’ rigido che il tempo aveva contribuito a scolorire. Erano rimaste nella stessa posizione in cui le aveva lasciate il pomeriggio in cui era apparso il mago di sangue sulle sue mutandine. Quando percorreva il corridoio sentiva il loro sguardo poggiarsi sulla sua schiena. Quella che sentiva gravare sulle spalle, lo capiva bene, non era una qualsiasi occhiata insistente, quello era un richiamo, l’invito a continuare le storie di mamme e figlie lasciate a languire in attesa di un finale. Avvertiva altri richiami oltre quello delle bambole, appelli e segnali che si manifestavano in una pressione insolita nella pancia o nel cuore, che prendeva un ritmo capriccioso e martellante quando vedeva passare ragazzi un po’ più grandi di lei per la strada o nei corridoi della scuola.

Alla fine della prima media non ne potè più. Si alzò dal banchetto dal quale non ricordava di essersi mai sollevata e si avvicinò alle compagne riunite nel solito angolo dell’aula. La prima volta si limitò ad ascoltarle, fissando con intensità ogni moto dei loro visi, ogni sopracciglio alzato alla ricerca di un chiarimento, ogni labbro sollevato in un atteggiamento di biasimo verso qualcuno, ogni sorriso che si apriva in un’improvvisa risata. Imparò in fretta, mettendosi davanti allo specchio e mimando ogni moto facciale delle compagne. Quando finalmente si decise a parlare, le compagne si girarono nella sua direzione profondamente meravigliate. Fino ad allora avevano ignorato la compagna immobile nel suo banco. Parlò del film che la sera prima i genitori non le avevano permesso di vedere. Loro pretendevano che andasse a letto presto. Cercò di immaginare cosa fosse successo dopo le prime sequenze, le uniche che era riuscita a vedere e si inventò la storia, provando una sensazione di tepore mista a autocompiacimento: la fantasia appena attivata era un sipario che si apriva alle scene che si sarebbero dispiegate di lì a un momento. Nei giorni seguenti, inventò storie ancora più artificiose e articolate, ricche di dettagli fantasiosi, sempre modulate sugli intrecci di film di cui aveva visto solo le sequenze iniziali. Mentre narrava, dimenticava la tristezza buia di quegli ultimi mesi, le infinite volte in cui era rimasta saldamente ancorata al banco nel timore che quel maledetto sangue avrebbe superato il confine dell’assorbente. Assorbente, cioè carta assorbente, spugna, ovatta, impregnate di quella roba rossa che ne penetrava i vari strati senza mai arrestarsi. Arrivò il giorno in cui le ragazzine ascoltarono anche quella storia, cioè il racconto di Clara che, da un momento all’altro, aveva avuto le sue regole senza che nessuno le avesse spiegato cosa stava succedendo. Solo a quel punto qualcuna ammise essere successo anche a lei. Anche a lei la mamma aveva detto: “Statt zitt, so cos ‘e femmene”. Nessuna sapeva precisamente cosa stesse avvenendo dentro la fessura. A Clara, come ad altre, era stato ordinato di non toccare le piante in quei giorni. Già era strano che questo flusso venisse chiamato regole – come se dentro ci fosse un specie di ordine misterioso –, ma che addirittura non si potessero neanche sfiorare le foglie, beh, questo era davvero troppo! Cosa sarebbe successo se Clara avesse sfiorato quella piantina grassa che mamma teneva nell’ingresso, e di cui quasi aveva dimenticato l’esistenza? Clara non voleva toccarla ma un giorno sfiorò da parte a parte, per sbaglio, il dorso vellutato della foglia più grande con l’indice. La pianta, nelle ore successive, non si mosse: se ne rimase al suo posto, indifferente al delitto. E non appassì. Fu il segno. Non tutto quanto le era stato detto o vietato aveva un fondamento. Il mondo degli adulti non era infallibile. Cominciò un anno strano.

In seconda media arrivò una professoressa di lettere che incuteva nelle ragazze un certo timore. Era molto alta e la sua imponente statura contribuiva a creare un’immediata sospettosità fatta di diffidenza e cautela. La prima volta che entrò nell’aula indossava una mantella marrone che la faceva sembrare ancora più alta, le scarpe di vernice dal tacco molto basso contribuivano a cucirle addosso un’aria senza tempo. Alla professoressa Rizzitelli questa iniziale ritrosia faceva piacere, perché le assicurava l’attenzione degli alunni, senza dover fare gli sforzi che toccavano a molte delle sue colleghe in classi di periferia come la sua, dove i ragazzi erano naturalmente maldisposti verso gli insegnanti. Lei sfruttava questo vantaggio ben sapendo che la sua altezza, unita al naso aquilino e a tutto un atteggimento che teneva l’interlocutore in soggezione, poteva giocare in suo favore. Quando entrò in quell’aula della scuola Salvo d’Acquisto, giocò d’astuzia. Lesse alle ragazze le pagine iniziali del Diario di Anna Frank appoggiandosi alla cattedra, man mano che il suo stesso tremore (di cui nessuno si accorgeva) si allentava fino a diventare una specie di onda calda sulla schiena, e poi disse: “Ragazze, adesso tocca a voi”. Prese dalla capace borsa che aveva poggiato sulla cattedra dei cartoncini di colori diversi e li distribuì a ognuna di loro: “Adesso voi siete come Anna Frank, che descriveva ogni minimo fatto che le succedeva e lo raccontava. A se stessa”. Disse loro di scrivere di ricordi, pensieri e desideri così come affioravano nella loro testa. Ognuna di loro si buttò a capofitto nella scrittura e anche Clara scrisse. Scrisse fino a farsi dolere il polso, tanto era il desiderio di raccontare la storia del mago con la bacchetta che mago non era, la storia della mamma che le parlava delle regole senza dirle che non erano delle leggi. Parlò della volta in cui le aveva sfidate, quelle regole, di come alla pianta non fosse successo nulla, e di tutte le volte in cui aveva evitato di guardare l’abbozzo di seno che stava crescendo e che le impediva di giocare come in passato con le bambole. Di cosa avrebbe potuto parlare ormai con loro? Quali storie avrebbe potuto raccontare per catturare l’interesse delle pupattole allineate sulla mensola?

A Clara piacque ciò che stava succedendo in quell’aula, avvertì che da ogni banco si stava sprigionando un’energia che mai avrebbe ritenuto possibile dentro la scuola. Tante volte le era successo di rimanere imbambolata a fissare la grigia parete che aveva di fronte, senza nutrire alcun interesse per le spiegazioni che i vari insegnanti andavano facendo. Sentiva, anzi, un’oscura avversione per le conoscenze che le venivano imposte, mentre la sua mente sentiva invece l’esigenza di vagare altrove per trovare la spiegazione a tutto quello che le stava succedendo. La nuova professoressa aveva intercettato questo bisogno e diede spesso alle sue ragazze l’opportunità di soddisfarlo. Clara continuò a scrivere anche nei mesi successivi, quando ormai tutte le compagne l’avevano raggiunta con le loro prime mestruazioni e lei non era più sola a vivere un’esperienza del genere. Ma il mistero sulle cose del sesso si protrasse. Lei continuò a ignorare da quale organo rotto uscisse tutto quel sangue e accettò senza farsi troppe domande la prima frettolosa e maliziosa spiegazione dell’atto sessuale fornita dalla compagna più vivace della classe: “Ma davvero non sapete come funziona?”, esclamò, prima di addentrarsi in alcuni incomprensibili aspetti meccanici. L’arcano e barocco disegno dell’apparato genitale femminile rimase, appunto, solo un disegno, di cui Clara e le altre mai verificarono la congruenza con il loro. La fessura rimase un luogo remoto di cui nessun adulto era disposo a parlare. Lei, la fessura, esisteva solo nel linguaggio crudo ed esplicito di alcuni ragazzi, esisteva nel suo sangue mensile, puntuale come un orologio, esisteva nel dolore mestruale che nessuna camomilla riusciva a lenire, o quando si chiedeva con aria smarrita e ansiosa se ci si era macchiate alla compagna che si trovava nei paraggi. Solo alcuni anni dopo Clara capì che quel flusso di sangue misterioso non era un evento inspiegabile di cui vergognarsi, ma una faccenda di donne. Di cui sarebbe bastato parlare un po’ di più per sentirsi meno sole.

Marianna Guida insegna Lettere in un liceo di Napoli. Ha collaborato alla rivista “Didattica della Storia” e si occupa di scrittura creativa. Recentemente ha pubblicato una raccolta di racconti.

2 pensieri riguardo “Quando Clara diventò donna

  1. Una battaglia per diventare donna e non vergognarsi. Una battaglia per crescere e capire che la natura non si nasconde come un’onta. Già, bisognava parlarne, con tutta la sensibilità e la delicatezza che una piccola donna merita. Grazie Marianna.

  2. Sì, una battaglia che voleva essere raccontata! Grazie della lettura e della delicata attenzione che hai dedicato al racconto!

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