Al cinema: Il traditore, Tutti pazzi a Tel Aviv, Selfie, Il flauto magico di piazza Vittorio, Soledad.

IL TRADITORE
Film drammatico su Tommaso Buscetta, primo pentito di mafia.
Regia: Marco Bellocchio
Palma d’oro per la migliori attrice
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Candido, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferraca

Berenice dice: la storia di un uomo d’onore
Anni Ottanta, la guerra di mafia imperversa. Uomini, donne, bambini uccisi senza pietà, il mercato dell’eroina fa gola a molti e c’è chi, per assicurarsene il controllo, è disposto a tutto. Una guerra tra famiglie, soprattutto tra un’idea tradizionale di mafia (‘uomini d’onore’) e una nuova e diversa, più moderna, più spietata. Quasi lo specchio di un Paese che cambia, tra tradizione e modernità, rispetto delle regole e totale assenza di regole. Non è questo che interessa a Bellocchio ma l’uomo, Buscetta, il pentito non pentito, l’uomo d’onore che non può tollerare una simile macelleria. Lo vediamo libero, nel pieno dei suoi anni, forte, vigoroso, deciso, assieme a una bellissima e giovane moglie,
circondato dai figli, in Sicilia prima – per una pace tra famiglie alla quale non crede molto – in Brasile poi. Ma non sarà e non si sentirà al sicuro neppure lì. Riusciranno a scovarlo, farlo arrestare, torturare e poi consegnare alle autorità italiane. Sarà solo allora che si deciderà a collaborare, permettendo l’incriminazione dei maggiori esponenti mafiosi, soprattutto di comprendere la mafia dall’interno. Il film, a grande effetto e impatto, girato con potenti mezzi e tantissima maestria, rende con poche efficaci pennellate la guerra di mafia. La disumanità crescente, la totale assenza di regole, il retrocedere e l’impotenza di chi rimane fedele al vecchio codice d’onore, la sensazione costante di essere braccati. Sensazione questa che non abbandonerà più, fino all’ultimo giorno, l’uomo Buscetta.
Bellocchio riesce a renderlo al meglio e quella sottile sensazione d’inquietudine accompagna l’intero film. Rimangono invece sullo sfondo altri aspetti che avremmo voluto vedere più approfonditi: il rapporto con Falcone, il legame con la politica. Non è un caso ma una scelta precisa. Peccato.
Giudizio: ***

 

TUTTI PAZZI A TEL AVIV
Regia: Sameh Zoabi
Interpreti: Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton

Berenice dice: la follia di un conflitto millenario concentrato in una soap-opera
Tutti pazzi per “Tel Aviv on fire”, una commedia in chiave palestinese, ambientata durante la Guerra dei sei Giorni, prodotta e finanziata da palestinesi ma film seguitissimo anche dagli israeliani.
Merito di Salem, un giovane palestinese, spaesato e incerto, ingaggiato dallo zio come stagista, ben presto promosso a sceneggiatore. Sceneggiatore per caso (e necessità) grazie ad Assi, un generale israeliano al comando del posto di blocco dal quale Salem deve passare ogni giorno, e grande appassionato della soap-opera. Gli detterà i dialoghi, criticherà i personaggi, imporrà un suo finale.
Salem si troverà costretto a ingegnarsi, ascolterà le persone, come parlano, cosa si dicono, cosa provano, studierà e, di puntata in puntata, migliorerà i dialoghi, darà spessore ai personaggi, renderà credibile la storia, aumentando gli ascolti. Ma scontentando anche molti: i finanziatori che vogliono una soap pro-palestinese, Assi che pretende il suo finale romantico e filo-israeliano, gli spettatori dell’una e dell’altra parte. In mezzo i dilemmi di un giovane uomo innamorato e quelli di due popoli costretti a convivere e che non riescono a trovare un accordo neppure sul finale di una soap. Il regista palestinese riesce con grande ironia e leggerezza a mostrarci la quotidianità di un conflitto
mai sopito, le ingiustizie, le violenze, la difficoltà di dialogo, prendendosi gioco di entrambe le parti, dei preconcetti, assurdità e ottusità di ciascuna. Senza dare giudizi o schierarsi il film sembra mostrare una via, una speranza, proprio nel finale che sorprende tutti e con ironia ci mostra che altre strade sono possibili.
Giudizio: ****

 

SELFIE
Film drammatico
Regia: Agostino Ferrente
Interpreti: Pietro Orlando, Alessandro Antonelli

Berenice dice: girato con l’i-phone e pensato con gli occhi (e il cuore) di due ragazzini
Pietro e Alessandro, amici per la pelle, appena sedicenni ma con il destino già segnato. Napoli, rione Traiano, una condanna già scritta. Eppure Pietro e Alessandro ci faranno vedere che può anche non essere così, ci mostreranno le cose belle di Traiano, non esclusivamente quelle brutte e squallide.
Tante, troppe per due ragazzini come loro. Con un i-phone gireranno per le vie del quartiere, ci faranno entrare nelle loro case, nelle loro giornate, nelle loro vite, nei loro pensieri. Pensieri di sedicenni che si preoccupano delle ragazze, i capelli, l’aspetto fisico, il futuro. Ma anche pienamente consapevoli di un destino già segnato, sanno che è meglio non illudersi, non pensare a certe cose (che non potranno mai avere) ‘perché stai male e basta’. Senza però negarsi di sognare, di vedere oltre quel muro (‘come Leopardi oltre il suo colle’ dice Pietro facendosi un selfie davanti alla tomba di Leopardi). Ragazzi che vedono cose che non dovrebbero vedere, vivono una vita da adulti senza esserlo ancora, vedono la morte troppo da vicino. Un film fatto di immagini, frammenti, pensieri, riflessioni, brevi interviste ma che riesce ad entrare in quel mondo, guardarlo dal di dentro e mostrarcelo con gli occhi di due ragazzini.
Giudizio: ****

 

IL FLAUTO MAGICO DI PIAZZA VITTORIO
Regia: Gianfranco Cabiddu, Mario Tronco

Berenice dice: un musical esplosivo, travolgente, multi-etnico
Un parco in Piazza Vittorio, famiglie, bambini, baby-sitter, avventori di ogni genere, arriva il tramonto e, come per magia, chiusi i cancelli tutto si trasforma al suo interno. Principi, regine, maghi, briganti, sacerdoti, personaggi di ogni tipo appariranno davanti i nostri occhi, in abiti
coloratissimi, accompagnati da musiche multi-etniche, voci in tutte le lingue e i colori del mondo in una mescolanza esplosiva, sorprendente e originalissima.
Un’inconsueta rivisitazione e reinterpretazione in chiave moderna di una delle più classiche opere di Mozart, ‘Il Flauto Magico’. Un film che ribalta schemi, logiche, luoghi comuni, parla d’amore ma anche di potere, ingiustizie, soprusi, con fantasia, brio e trascinate intensità. Ne rimaniamo affascinati, quasi travolti ad ogni nota, scena, in un’esplosione senza fine di colori, melodie, gioco di luci, voci, coreografie. Sorprendente, vitale, gioioso, magnetico e potente come solo la musica può rendere.
Giudizio: ****

 

SOLEDAD
Thriller
Regia: Agustina Macri
Interpreti: Marco Leonardi Belmonte, Vera Spinetta, Francesco De Vito

Berenice dice: riuscito solo a metà
Soledad vive a Buenos Aires, la sua famiglia agiata e conservatrice vuole il meglio per lei ma non riesce a darglielo. Nonostante le attenzioni della madre e del fidanzato la ragazza è stanca, stufa, insoddisfatta. Cerca qualcosa ma non sa cosa. Poi un viaggio, forse l’occasione per andarsene, evadere, cercare di capire chi è e cosa vuole. Parte, destinazione Europa, Torino. Solo che Soledad non ritornerà più. Una casa occupata, un gruppo di anarchici che protesta contro il sistema, non ne accetta le regole, si dissocia e prova a vivere in modo alternativo. Soledad ne è affascinata, attratta, soprattutto da Edo, uno dei più convinti e agguerriti, arrabbiato con il mondo, con tutto, pare anche con lei. Le cose andranno in modo diverso e Soledad rimarrà indissolubilmente legata a lui.
Se il ritratto della ragazza, il suo disorientamento, il desiderio di conoscere, sapere, sperimentare, vivere è pienamente riuscito, molto meno quello del gruppo anarchico e delle forze dell’ordine.
Estremizzate al limite del credibile, risultano prive di autenticità e spessore, risultando piatte, quasi delle macchiette a tratti fastidiose. Il risultato è discontinuo, interessante il profilo umano personale e privato, troppo superficiale e non elaborato a sufficienza l’altro, quello più politico, sociale. Ma l’uno non può stare senza l’altro, sono i due lati della medesima storia e se si sceglie di raccontarla bisogna sapere andare fino in fondo in entrambi, con sincerità, equilibrio, il necessario approfondimento. Così non è stato e si avverte lungo tutto il film. Peccato, la mano sicura, l’occhio per le immagini e la necessaria sensibilità c’erano tutte, si poteva fare di più e di meglio.
Giudizio:**

Al cinema: Sarah & Saleem; Le invisibili; Dililì a Parigi; Il professore e il pazzo; Book Club – Tutto può succedere.

SARAH e SALEEM – Là dove nulla è possibile
Film drammatico – sentimentale
Regia: Muayad Alayan
Intepreti: Silvane Kretchner, Adeeb Safadi
Berenice dice: una questione privata in una Terra in cui nulla può rimanere privato
Sarah e Saleem sono sposati, lei con un militare in carriera, lui con una studentessa universitaria, si conoscono, si piacciono, si amano. Una storia clandestina come tante, fatta di incontri impossibili, attimi rubati, forte passione, gioia mista a paura, un’infinità di segreti e bugie. Non fosse che sono a Gerusalemme, Sarah è ebrea e Saleem palestinese e tutto è molto, molto più complicato. Lo scopriranno presto, a loro spese. Un semplice brindisi: “E’ solo un bicchiere, la vita non è complicata come vuoi farla sembrare” dice Saleem alla donna, per convincerla a seguirlo, liberi e leggeri, in un locale pubblico, a bere, ballare come una coppia normale, seppur per pochi attimi. Poi un piccolo diverbio, una scazzottata e nulla sarà più come prima. Sospetti, accuse, trame e complotti, entreranno a forza nelle loro vite, rovinando ogni cosa, la loro relazione ma anche le rispettive famiglie. Pagheranno tutti, loro più di tutti.
Ispirato a una storia vera, su quella terra ci dice più di mille documentari, saggi o cronache. Girato con maestria, un ritmo incalzante, grande intensità, in una splendida Gerusalemme, ritratta con grande cura – sembra di poterla toccare tanto è vera – senza dare giudizi, il film inchioda dall’inizio alla fine, e poi rimane dentro.
Giudizio: ****

LE INVISIBILI
Film umoristico
Regia: Louis-Julien Petit (aiuto regista con autori come Luc Besson, ora al suo terzo film)
Interpreti: Corinne Masiero, Audrey Lamy, Déborah Lukumouena, Noémy Lvovsky
Berenice dice: la forza di non arrendersi
Lady D, Madame Macron, Edith Piaff e altre ancora, sono le donne invisibili, quelle che nessuno vede, nessuno vuole. Con i visi segnati, l’aspetto trasandato, grandi sacchetti pieni zeppi, chiacchierano, ridono, scherzano, si prendono in giro in attesa che i cancelli aprano. Envol è il centro di accoglienza per sole donne, l’unico che dia loro un po’ di assistenza, un pasto caldo, shampoo e sapone per farsi una doccia, una lavatrice per il bucato, soprattutto un luogo caldo e sicuro per passare qualche ora. Ma il centro non fa abbastanza, non secondo i canoni di chi lo finanzia, bisogna fare di più e di meglio per rendere autonome quelle donne, l’assistenza non deve essere beneficenza, creare dipendenza. Audrey e Manu, responsabili del centro, non ne sono molto convinte, cercano di ingegnarsi, di trovare nuovi modi per aiutare quelle donne. Per farlo infrangeranno schemi, regole, supereranno limiti e divieti in vista di una nuova possibilità. A cavallo tra road-movie e commedia sociale, senza mai sconfinare nel patetico o nell’autocompiacimento, il film va oltre il documentario, denuncia raccontando, riuscendo anche a
divertire, con momenti in cui le immagini prendono il posto delle parole. Ogni cosa sembra sospesa e non c’è spazio che per loro. Potente.
Giudizio: ***

DILILI A PARIGI
Film d’animazione
Regia: Michel Ocelot
Berenice dice: una favola per bambini che parla anche ai grandi
Dilili è una piccola meticcia intraprendente e curiosa, scappata dalla sua terra, la Nuova Caledonia, che arriva a Parigi, esibita in un villaggio ricostruito allo zoo per il piacere dei visitatori. Ma lei ha voglia di scoprire quella meravigliosa città nel pieno del suo splendore di fine Ottocento. Con l’amico Orel, un simpatico e bellissimo garzone, andrà alla caccia della perfida banda dei Maschi Maestri che non solo rapinano banche e rubano gioielli, ma rapiscono anche bambine e giovani donne. Sarà proprio questo mistero che cercheranno di svelare Dilili e Orel e per farlo gireranno in lungo e in largo la città, incontreranno pittori, poeti, scienziati e ricercatrici, donne di cultura che hanno contribuito all’emancipazione femminile, non solo francese.
Ambientato in una Parigi coloratissima, gioiosa, vitale, costruita come una fiaba di altri tempi, il film incanta, ammalia, cattura e ci riporta in quegli anni mettendoci in guardia sull’oggi e le sue derive. Il tutto tramite la voce, l’innocenza e il candore della giovanissima kanak.
Giudizio: ***

IL PROFESSORE E IL PAZZO
Thriller diretto da Farhad Safinia
Interpreti: Mel Gibson, Sean Penn, Natalie Dormer.
Berenice dice: quando genio e follia si incontrano (e confondono)
Un progetto, un sogno, una follia. E’ quella di James Murrey, professore scozzese autodidatta e di umili origini, chiamato ad Oxford per un compito eccezionale: censire tutte le parole inglesi in un unico, enorme e finalmente completo dizionario. E’ la nascita dell’Oxford English Dictionary, ancora oggi il più autorevole dizionario di lingua inglese. Un mastodontico lavoro che il Professore, trasferitosi ad Oxford con la numerosa famiglia, non potrà affrontare da solo. Non basteranno i pochi aiutanti che l’università, assai di malavoglia, gli ha fornito. Avrà un’idea, rivolgere un appello a tutta la popolazione di lingua inglese, sparpagliata per l’intero Impero, ciascuno potrà contribuire inviando significato e origini di ogni più strampalato e sconosciuto termine. Sarà così che l’ex colonnello americano (W.C. Minor, si firmava), coltissimo chirurgo affetto da una grave patologia psichiatrica, verrà a conoscenza del progetto e darà il suo fondamentale contributo. Due vite parallele che si intrecceranno in modo indissolubile, dando origine a una profonda amicizia e a un lavoro fondamentale per la lingua e letteratura inglesi e di tutto il mondo.
Il film segue in parallelo le vicende dei due uomini, la nascita della loro amicizia, il crescere di un vero sodalizio, perdendosi poi nei meandri di una follia allucinata, terapie devastanti quanto inutili, la centralità della fede, la necessità di redenzione (nel tentativo di farne un film di redenzione). Riuscendo a guastare una storia interessante che poteva essere sviluppata meglio restituendole parte di verità.
Giudizio: **


BOOK CLUB – Tutto può succedere
Commedia romantica a sfondo sessuale
Regia: Bill Holderman.
Interpreti: Jane Fonda, Diane Keaton, Andy Garcia, Mary Steemburgen
Berenice dice: zuccheroso
Quattro amiche, una casalinga e moglie devota, una vedova, un giudice e una business woman ricca e sicura di sé, unite da profonda amicizia e una grande passione per la lettura, leggono il romanzo erotico Cinquanta sfumature di grigio e la loro vita, placida e tranquilla, si risveglia. Chi cercherà di solleticare un marito all’apparenza assopito, chi di rifarsi una vita dopo un abbandono e tradimento ancora non superati, chi si lascerà tentare da una vecchia fiamma e chi ancora da un perfetto (e affascinante) sconosciuto. Un film sull’amore e il sesso qualunque età, l’esigenza di cercarlo, la speranza di trovarlo.
Una commedia senza particolari pretese, leggera, garbata, a tratti divertente, si lascia guardare senza lasciare molto altro. Nonostante l’ottimo cast e un tema interessante che si prestava a migliori sviluppi.

Al cinema: Il colpevole – The guilty; Dafne; Sofia; Momenti di trascurabile felicità.

 

 

 

IL COLPEVOLE – THE GUILTY
Thriller
Regia: Gustav Moeller
Interpreti: Jakob Cedergren, Johan Olsen, Katinka Evers-Jahnsen

 

 

Berenice dice: nulla è mai come sembra
Stazione di Polizia, centralino di pronto intervento. Asger è un agente addetto alle chiamate d’emergenza, suo malgrado. Telefonate strampalate, individui fatti, sopra le righe, infuriati. Asger risponde a tono, non si lascia impressionare, non li prende troppo sul serio. Poi arriva una telefonata, una voce di donna, e tutto cambia. Sarà quella telefonata a tenere incollato il poliziotto (e tutti noi) per un’ora e mezza, non avrà pace fino a che si arriverà in fondo a quella vicenda, a ciò che le sta dietro. Ma, in parallelo, anche un’altra storia si rivelerà. E infatti, mentre con quel suo viso duro e imperturbabile Asger risponde al telefono, chiama i colleghi, parla con la Centrale, gli occhi fissi sul computer, ci chiediamo perché tutti lo trattino con freddezza, non si fidino di lui, cosa sia successo per farlo finire lì. Lui si finge tranquillo anche se capiamo che qualcosa non torna. Immagine dopo immagine, telefonata dopo telefonata, capiremo. Tutto passerà su quel viso, apparentemente impassibile, ansia, paura, angoscia, speranza, rabbia. Sarà con i suoi occhi, le sue parole, le sue espressioni, che conosceremo i suoi interlocutori, il dramma, l’angoscia, la rabbia ma anche l’improvvisa tragica consapevolezza. Assieme a lui sbaglieremo e con lui capiremo quanto e come ci si possa sbagliare. Rimanendo incollati fino all’ultimo a quel filo invisibile che l’uomo crea con chi parla con lui. Un imperdibile debutto.
Giudizio: ****

 

 

 

DAFNE
Film drammatico
Regia: Federico Bondi
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

 

 

Berenice dice: da vedere (impossibile raccontarlo)
Dafne ha i capelli rossi, lavora in un supermercato, ha trentacinque anni e vive ancora con i genitori. All’improvviso la madre muore e gli equilibri della famiglia ne vengono travolti, lei e il padre dovranno uscire da quel grande lutto e ciascuno lo farà a modo suo. Saremmo portati a pensare che per lei possa essere più complicato. Invece sarà proprio la ragazza, con la sua determinazione e tenacia granitiche che non solo supererà il lutto ma troverà le forze per tirare fuori dalla depressione nella quale è caduto l’anziano padre.
Dafne è una vera forza della natura, con una vitalità e una spontaneità fuori dal comune, parla come un libro stampato, per frasi fatte ma sempre azzeccatissime, con un effetto spiazzante che ogni volta
sorprende. Dafne, come la protagonista del film, è affetta dalla sindrome di Down e il regista ha avuto l’intelligenza di lasciare all’attrice la libertà di essere se stessa, finendo per regalare a Dafne tantissimo di sé. Il risultato è un personaggio indimenticabile, tanto spontaneo quanto umano.
Giudizio: ***

 

 

 

SOFIA
Film drammatico
Primo lungometraggio della regista Meryem Benm’Barek
Interpreti: Nadia Niazi, Sarah Perles, Faouzi Bensaïdi, Lubna Azabal

 

 

Berenice dice: il Marocco visto dal di dentro (dalle donne).
Casablanca, oggi. Un pranzo in famiglia, allegro, gioviale, nessuno sembra accorgersi di nulla, fino a che Sofia – la figlia neppure ventenne dei padroni di casa – sta male. Sarà la cugina Lena, studentessa in medicina, a capire tutto, coprirla e aiutarla. Sofia è al non mese di gravidanza e sta per partorire. Solo che in Marocco, come la regista ci fa sapere in apertura del film, i rapporti sessuali fuori dal matrimonio sono puniti con un anno di reclusione. Così seguiremo Sofia e la cugina alla disperata ricerca di un ospedale che la accetti, nessuno vuole problemi e la ragazza senza un marito e un padre per il bambino può mettere nei guai se stessa e pure l’ospedale. Nonostante le doglie, l’imminenza del parto, tutti la rifiutano. La vedremo partorire di nascosto, quasi fosse una ladra, venire dimessa in fretta e furia subito dopo, senza neppure il tempo di riprendersi, assieme al suo piccolo che sente come qualcosa di estraneo di cui vorrebbe liberarsi. “Voglio solo uscire da questo incubo” urla alla cugina, ma il suo incubo è appena iniziato. Questa la parte più interessante del film. Meno meno riuscita la seconda: la reazione della famiglia, la disperata ricerca di un padre e di un marito, i sotterfugi per evirare lo scandalo. Resta comunque un bel ritratto di donne, divise tra tradizione e modernità, capaci di prendere in mano la propria vita, decidere del proprio futuro, nel rispetto della tradizione ma piegandola al proprio servizio, donne forti, determinate, decise.
Giudizio: ***

 

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’
Commedia
Tratta dai due libricini Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Francesco Piccolo
Interpreti: Renato Carpentieri, Angelica Alleruzzo, Francesco Giammanco

 

 

 

Berenice: una trascurabile leggerezza
Un’ora e trentadue minuti è quello che Paolo (Pif) avrà a disposizione per tornare sulla Terra, fare ciò che non ha mai fatto, prima di andarsene per sempre. Si renderà conto di quanto tempo abbia perso, delle cose importanti nella sua vita, di ciò cui davvero tiene. Solo che per arrivarci dovremo perderci in mille piccole deviazione, domande senza molto senso, dubbi di ogni tipo, ricordi sfilacciati, rimpianti, rimorsi, qualche tormentone. Trarre un film dai libriccini di notazioni di Piccolo era un azzardo, e la sfida a Luchetti è anche riuscita. Solo che lo spunto promettente non tiene, lo sviluppo non è altrettanto efficace, la storia si affloscia subito, tutto rimane un po’ in superficie lasciando un che di incompiuto, di occasione sprecata.
Non bastano alcune buone battute, una leggerezza di fondo, qualche sorriso strappato, bravi attori. E
neppure la simpatia di Pif che finisce per essere sempre uguale a se stesso. Lo schema, se troppo ripetuto, perde freschezza e rischia di risultare noioso. Lasciando la sensazione di non andare da nessuna parte dall’inizio alla fine. Trascurabile.
Giudizio: **

Al cinema: Il sacrificio del cervo, L’albero dei vicini, Mexico! Un cinema alla riscossa.

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Berenice: da evitare

Steven, chirurgo affermato, da qualche tempo incontra Martin, un ragazzino con qualche difficoltà. Iniziamo a farci delle idee, forse è il figlio – anche se lo chiama per nome, non papà – forse altro, l’uomo gli fa dei regali, lo abbraccia, lo vede possibilmente non in pubblico. Poi vuole che incontri la sua famiglia, i suoi figli. Capiamo di aver sbagliato, anche se ancora non comprendiamo fino in fondo, al contempo ci sfugge cosa non vada in quel ragazzo che ci inquieta. L’inquietudine cresce con l’avanzare del film; musica, immagini, inquadrature non fanno che aumentare la suspence. Poi la svolta, il dramma. E’ qui che il film scricchiola e inizia a dare segni di cedimento. Ma ancora abbiamo voglia di capire, di seguire il dilemma davanti al quale viene messo il chirurgo e la sua intera famiglia. Riaffiorano crepe profonde in un matrimonio che sembrava perfetto. Non si sgretola, ma mostra chiari i segni di una tensione profonda, un equilibrio solo apparente, una felicità più esibita che reale, questa la parte più interessante del film. Poi, nel procedere verso l’epilogo il film si accartoccia. Troppe le cose che non si comprendono, non tornano, non sono credibili, fino a sfiorare l’assurdo. Evidenti, e voluti, i richiami a Kubrick, sin dalle prime immagini, senza essere all’altezza del maestro. Per quanto vi fossero le premesse (ambientazione, fotografia, musica, attori di fama) il risultato non convince, peccato poteva essere un bel thriller capace di portarci dentro le nostre paure più profonde, senza sconfinare inutilmente nell’horror. La scelta è stata diversa (troppo ambiziosa?) e purtroppo si vede.

Giudizio: *

 

 

L’ALBERO DEI VICINI

Berenice: un regista dovrebbe sapere quando è meglio fermarsi, per il bene del film (e degli spettatori).

Un bellissimo albero, rigoglioso, pieno di vita e di foglie. Un giovane uomo che si diverte a rivedere vecchi filmini in cui fa sesso con la sua ex. Un figlio scomparso che non tornerà mai più. Una madre sconvolta dalla scomparsa, una moglie infuriata e umiliata dalla scoperta, una donna infastidita dall’albero e forse anche da quei vicini, che mal e poco la tollerano. Inizia tutto da qui, piccoli screzi, futili incomprensioni, qualche malinteso. Invece di chiarirsi questi si accentuano, diventano più profondi, intollerabili fino ad esplodere. Assieme a un veleno, una cattiveria, una violenza che gli stessi protagonisti non sapevano di avere. Osserviamo la tensione, le incomprensioni, i conflitti che crescono, si gonfiano come bolle, sfuggono a ogni controllo. Un crescendo  semplice da riconoscere dall’esterno, impossibile dall’interno. Atli, il figlio e marito separato, capisce bene come la madre esageri, si spinga oltre il tollerabile con la vicina. Gli sfugge però quanto violente e incomprensibili siano le sue reazioni, con la moglie, gli insegnanti dell’asilo, la polizia. Il tutto in una tranquilla, pacifica e democratica Islanda, Paese civile, dove non si grida, non si alza la voce, i cani vengono tenuti al guinzaglio e i diritti di tutti sono riconosciuti e rispettati. Il regista si prende gioco del suo democratico Paese, fatto di regole – morali, sociali, legali – che forse soffocano i suoi abitanti con i risultati che con perizia mette in scena, fino alle sue più estreme conseguenze. Ed è proprio qui che forse esagera, vuole mostrare tutto tutto fino in fondo. Se il regista si fosse fermato a una scena clou (in prossimità della fine) in cui si intuisce già tutto avrebbe fatto un regalo al suo film (e a tutti noi). Affidarsi al non detto è scelta difficile e coraggiosa ma sempre saggia. Il regista non l’ha voluta o saputa fare. Peccato.

Giudizio: **

 

MEXICO! UN CINEMA ALLA RISCOSSA (documentario)

Berenice: il sogno di vendere sogni

Questo era il sogno di Antonio Sancassani, titolare del Mexico e protagonista assieme al suo cinema del film-documentario che il giovane regista Michele Rho gli ha dedicato. Ed è proprio partendo dal sogno di un uomo comune, che ama la libertà, l’indipendenza, che non vuole piegarsi alle regole di un mercato dominato da pochi, che il regista ricostruisce la storia dei cinema di Milano. Sale immense, eleganti, piene di gente – così piene da dover aprire le porte in anticipo per evitare le rompessero – che arricchivano e animavano il Centro della città, e non solo. ‘Ogni quartiere aveva il proprio cinema’ ricorda uno dei tanti testimoni (citiamo tra i molti: Moni Ovadia, Mereghetti, Porro, Bisio, Bigazzi, Ragonese). Luoghi storici per la Milano di un tempo, ora ridotti a centri commerciali, grandi negozi, ristoranti, nel migliore dei casi, in stato di abbandono, chiusi in attesa di qualche buon investitore, negli altri. Sancassani non si è arreso e ha fatto di necessità virtù, inventandosi un nuovo modo di fare cinema, presentazioni con attori e registi, eventi, rassegne di film dimenticati, opere prime, film indipendenti, in lingua originale e, sopra ogni cosa, andandosi a cercare i film che nessuno gli voleva dare. E questa è stata la sua fortuna, tra i film che nessuno voleva ha trovato ‘Il Vento fa il suo Giro’, ci ha creduto e scommesso. E’ rimasto in programmazione per oltre due anni (e gli è valso l’Ambrogino d’Oro nel 2011). Questo ha voluto raccontare, in modo fresco, ironico, originale, con franchezza (e anche tanto affetto) il regista, usando le sue stesse parole ‘la storia di un uomo che ha realizzato il suo sogno’ e che continua a regalarne a tutti noi. Narrando al tempo stesso una storia più grande, di molti che – come il protagonista – lottano ogni giorno per la sopravvivenza. Affinché anche noi come Sancassani  bambino – e, per sua espressa ammissione,  ancora oggi – possiamo continuare a provare la stessa immensa, indimenticabile emozione ogni volta che si spengono le luci e attendiamo che il sogno abbia inizio.

Giudizio: ****