Al cinema: Border- Creature di confine; Una giusta causa; Copia originale; Boy Erased – Vite cancellate.

BORDER – CREATURE DI CONFINE
Film drammatico tratto dal racconto Confine di John Ajvide Lindqvist, originariamente pubblicato nel 2005 all’interno della raccolta Muri di carta.
Regia: Ali Abbasi
Interpreti: Eva Melander, Eero Milonoff, Joergen Thorsson, Rakel Waermlaender

Berenice: una vita ai confini (e la tentazione di superarli)
Svezia, un porto con controlli alla Dogana, dove un’agente donna dall’aspetto bizzarro, una smorfia sul viso e un fiuto eccezionale, scova potenziali contrabbandieri con una semplice annusata. Ne percepisce la colpa, la vergogna, la rabbia. Possiede un olfatto fuori dal comune ma non soltanto, ha per la natura una fortissima attrazione, ne è quasi in simbiosi. Sta bene quando è là a piedi scalzi, respirando, toccando insetti, piante, erba. Solo allora si sente se stessa, finalmente normale. Da una vita, infatti, Tina si considera ed è trattata come diversa, ‘strana’, sgraziata, rude, qualcuno da tenere a distanza. Lei stessa si isola, chiusa nel suo mondo fatto quasi di nulla. Avvertiamo la sua solitudine, il senso di estraneità, la sensazione incessante che manchi qualcosa. Poi arriva Vore, uomo alto, grosso e dalle sembianze bizzarre quanto le sue. L’olfatto di Tina ne è sconvolto, fiuta qualcosa che resta indecifrabile quanto sconvolgente. Ne è attratta in modo viscerale, sente una vicinanza, un’assonanza mai provata per nessuno prima, qualcosa di ferocemente potente, quasi animalesco.
Tratto dal racconto Grans di John Ajvide Lindquist – che si concentrava in particolare sull’incontro tra due esseri diversi ed estranei al resto del mondo – il film intende andare oltre e costruisce attorno a quel fortissimo nucleo una storia che però non ha pari potenza, quasi volesse trattare troppi temi e non sapesse quale prediligere. Il regista svedese di origini iraniane mischia i generi (forse troppi): dramma, fantasy, thriller, sfiora l’horror, chiede allo spettatore uno sforzo non da poco, andare oltre le proprie preferenze, aspettative, gusti. Ma se si riesce a superare preconcetti e sovrastrutture si può apprezzare il film in tutta la sua bellezza, con momenti di intensità rara, a tratti poetica. Forse Ali Abbassi non avrebbe potuto fare meglio se avesse prediletto un solo genere o un solo tema.
Un film non perfetto, a tratti non facile ma con momenti di straordinaria poesia e di grande potenza.
Giudizio: ***

 

UNA GIUSTA CAUSA
Film drammatico
Regia: Mimi Leder
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Sam Waterston, Kathy Bates.

Berenice dice: il mondo cambiato dalle donne
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta per le donne è ancora complicato, se non impossibile, fare tante cose. Ruth Ginsburg è una di loro, intelligente, forte, determinata, ha una bella famiglia, un uomo che la ama, un bimba piccola. E vuole diventare avvocato. Non sarà così semplice. Tra le prime nove studentesse entrate ad Harvard, riuscirà a laurearsi con il massimo dei voti nonostante le difficoltà – anche personali – le discriminazioni, un maschilismo neppure così latente. Poi però nessuno la vorrà nel proprio studio: una rivale, una minaccia, un sovvertitrice di regole e abitudini? Ciascuno la vedrà a modo proprio e Ruth sarà costretta a ripiegare sull’insegnamento. E proprio da quelle aule continuerà la sua battaglia, stimolando i suoi studenti, non stancandosi di denunciare le disuguaglianze, le assurdità di un sistema che si ostina a rimanere attaccato a regole vecchie e da superare. I tempi stanno cambiando, Ruth lo percepisce e con l’aiuto del marito riuscirà a scardinare il sistema dall’interno utilizzando le sue stesse regole. Un biopic costruito e interpretato con cura in un’ottima ambientazione che, pur nei limiti del genere, riesce a restituire un personaggio credibile assieme a un’epoca che ci sembra così lontana, senza esserlo davvero.
Giudizio: ***

 

COPIA ORIGINALE
Film drammatico
Tratto dalle memorie Can You Ever Forgive Me? di Lee Israel, biografa e falsaria.
Regia: Marielle Heller
Interpreti: Melissa McCarthy, Richard E. Grant.

Berenice dice: quando la copia è meglio dell’originale
Lee Israel scrive biografie, è un’ottima scrittrice ma ha un pessimo carattere, beve, fuma, non sopporta la compagnia di nessuno. Così non ha il successo e il riconoscimento che meriterebbe. Mentre qualcuno riceve milioni di euro per insulse storie, lei non riesce a ottenere neppure un piccolo anticipo. Dopo un furibondo litigio viene licenziata e deve trovare un modo per guadagnarsi da vivere. Saranno delle vecchie lettere di Fanny Brice a darle l’idea. Grazie al suo ingegno riuscirà a scrivere come e meglio dei più famosi scrittori (Dorothy Parker, Louise Brooks, Edna Ferber), le sue lettere saranno ancora più ‘autentiche’ delle vere e andranno a ruba. Assieme al simpatico e goliardico Jack, un bravissimo Richard E. Grant, si divertirà a creare, riprodurre e poi vendere il frutto del suo genio, che ancora una volta passerà per genio altrui. Un film sul talento, la scrittura, le difficoltà di emergere, di confrontarsi con un mondo editoriale sordo, ma anche sulla diversità, l’incapacità di uniformarsi, inserirsi, non rimanere ai margini. Il tutto interpretato magistralmente da Melissa McCarthy al suo primo ruolo drammatico, inaspettatamente perfetta per la parte, capace di dare al personaggio una umanità unica, permettendo al film di andare oltre alla biografia per reinterpretare la protagonista e renderla un personaggio difficile da dimenticare.
Giudizio: ***

 

BOY ERASED – VITE CANCELLATE
Film drammatico
Basato sulla storia di Garrard Conley, raccontata nel suo libro di memorie Boy Erased: A Memoir
Regia: Joel Edgerton
Interpreti: Victor Sykes, Jared Eamons, Joe Halwyn

Berenice dice: sforzarsi di diventare la persona che non si è
Una piccola cittadina dell’Arkansas, un pastore battista, la sua famiglia. La loro vita scorre senza grandi scossoni, il figlio Jared cresce, è un bravo studente, sportivo, serio, ha anche una ragazza. Presto però si accorge che qualcosa non va come ‘dovrebbe’, come gli hanno insegnato, come tutti si aspettano e pretendono. Lascia la ragazza, va al College, conosce altri ragazzi. Poi una violenza, il ritorno a casa, la ‘rivelazione’, la reazione della sua famiglia. Si vedrà costretto a rinnegare se stesso, a frequentare una scuola di “rieducazione morale”, a provare ad essere quello che non è e non sarà mai (e non vuole essere).
Tratto dal memoir di Gerrard Conley ha il pregio di portare alla luce una realtà ancora troppo sconosciuta (e ancora troppo diffusa) ma per farlo il regista si abbandona all’eccessiva drammatizzazione, a una sceneggiatura appiattita, a personaggi che non hanno la giusta complessità e rischiano, in molti casi, di risolversi in macchiette. Le pregevoli intenzioni si infrangono su un filmone ‘a tema’, stucchevolmente enfatizzato finendo per sortire l’effetto opposto e allontanare lo spettatore. Peccato, il tema meritava e il cast era ottimo.
Giudizio: **

Al cinema: La douleur, Il mio capolavoro, Vice – L’uomo nell’ombra, Una notte di 12 anni.

LA DOULEUR
Film drammatico di guerra
Tratto dal romanzo “Il dolore” di Marguerite Duras
Regia: Emmanuel Finkiel
Interpreti: Mélanie Thierry, Benoit Magimel, Benjamin Biolay

Berenice dice: l’agonia di un’attesa senza fine
Parigi ’44, lo scrittore Robert Antelme, esponente di rilievo nella Resistenza francese, viene arrestato. La moglie, Marguerite Duras, lo cerca, angosciata vuole sue notizie, sapere dov’è, quando tornerà, se tornerà. Lo attenderà inutilmente per mesi. Di quei mesi d’attesa, incertezza, sofferenza, speranza, disperazione la Duras scriverà un diario che poi diventerà romanzo e ora – con qualche libertà d’adattamento – film, Assieme alla Duras, alle sue parole, all’immagine del bel viso diafano di Mélanie Thierry, entreremo nel suo dolore che è quello di ‘tutte le donne, di tutti i tempi’. Donne che aspettano i loro uomini, i loro figli, contro ogni speranza, ogni logica, ogni ragione. E sono proprio la disperazione, la perdita di lucidità, lo sdoppiamento, che ci mostra, con particolare grazia ed eleganza, il regista. Elementi che diventano anche visivi, offrendo qualcosa a un testo che pur restando più adatto alla lettura che alla visione, risulta un’interessante testimonianza di quei giorni, della Parigi occupata e poi liberata, di una
guerra che ‘non smette di smettere’, dei giorni del ritorno, dei silenzi, della scoperta dell’indicibile. Nasce la voglia di riprendere quelle pagine, leggerle di nuovo, con in mente ancora le immagini che il film ha saputo donarci.
Giudizio: ***

IL MIO CAPOLAVORO
Thriller – commedia
Regia: Gaston Duprat
Interpreti: Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio.

Berenice dice: un’amicizia lunga una vita
Alfredo e Renzo sono amici da una vita. Gallerista elegante e senza scrupoli il primo, pittore ormai in declino il secondo. Arturo cerca in ogni modo di conciliare il temperamento burbero e scontroso dell’amico con le esigenze del mondo dell’arte contemporanea e del suo pubblico, legati più all’apparenza, le mode, il denaro, che al vero talento. Logiche che Renzo non tollera e fa di tutto per contrastare, per la disperazione dell’amico. Fino a che un incidente improvviso cambierà per sempre le cose, per i due amici e le sorti delle opere del grande Renzo.
Senza lo spessore e la profondità del Il cittadino illustre Duprat affronta in chiave ironica un tema a lui caro, l’arte e il mercato dell’arte, con tutte le loro storture. Ne esce una commedia gradevole, divertente, a tratti prevedibile, ma condotta con garbo fino alla fine. C’è un momento in cui vira verso qualcosa di diverso e più profondo per tornare poi alla commedia, perdendo forse un’occasione. Non un capolavoro, avrebbe potuto mantenere la virata e condurre altrove, la mano sicura e la sceneggiatura solida – così
come una fotografia esemplare – lo avrebbero permesso, ma il regista ha scelto e voluto diversamente.
Giudizio: ***

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA
Commedia drammatica
Regia: Adam McKay
Interpreti: Christian Bale, Sam Rockwell, Amy Adams

Berenice dice: l’inquietante potere di un uomo tranquillo
Un uomo tranquillo, silenzioso, senza particolari qualità, destinato a diventare un fallito. Non fosse per una moglie ambiziosa che pretende da lui ciò che i tempi non le permettono (ancora) di ottenere. E così, per amor suo, Cheney si darà da fare, scalando a uno a uno gli scalini del potere fino a raggiungere il più alto. Sempre nell’ombra, senza mai spiccare, rimanendo in quel cono dove la luce non arriva e non illumina e tutto si può fare. Basta cambiare i nomi, infiocchettare, negare, re-interpretare, infilarsi negli spazi lasciati liberi e soprattutto circondarsi di validi e scaltri collaboratori. Con il suo stile originale, tagliente e ironico Adam Mc Kay confeziona la biografia di un uomo di potere offrendo, al contempo, una fotografia di quasi mezzo secolo di storia della maggiore potenza del mondo, vista dal di dentro. Non ha il ritmo, lo smalto e la forza de La grande scommessa, ma ne mantiene il taglio e anche il tono, ne esce un film interessante, originale, a tratti divertente – non fosse che è tutto vero – che con efficacia e ironia ci fa tornare a quel recente passato con un occhio più smaliziato, offrendoci le coordinate per comprendere meglio anche il nostro presente. Contribuiscono non poco alla riuscita del film un Christian Bale perfetto per la parte, che interpreta Cheney come fosse un grande orso – enorme e apparentemente mansueto – e una Amy Adams non da meno, nei panni dell’ambiziosa Lynne, assieme a un cast di eccezione, scelto con particolare cura. Azzeccatissimo Sam Rockwell nei panni di Bush-figlio.
Giudizio: ***

UNA NOTTE DI 12 ANNI
Film di denuncia
Regia: Álvaro Brechner
Interpreti: Antonio De La Torre, Chino Darín

Berenice: la forza di resistere a un’interminabile notte, senza senso, senza speranza, senza umanità
Uruguay 1972, nove Tupamaros vengono arrestati, interrogati, torturati e poi rinchiusi. Un anno dopo verranno prelevati all’improvviso, picchiati, di nuovo torturati, messi in isolamento e tenuti come ostaggi per dodici anni. Seguiremo tre dei nove reclusi cella dopo cella, sempre più buie, piccole, scomode. Da soli, senza poter parlare, senza poter vedere nessuno, assetati di parole, gesti, cenni, briciole di umanità. Staremo anche noi chiusi là dentro per oltre due ore, odiando quelle carceri, la sporcizia, il buio, i soprusi, le costrizioni cui sono condannati i tre, soffrendo la mancanza di luce, colori, vita. Ma poi sarà con loro che gioiremo per uno squarcio di luce, uno scorcio di verde, che ci sembrerà di respirare quell’aria, pura, leggera, fresca, di vedere colline, campi, di sguazzare nell’acqua. Un film non facile, faticoso, che mette a prova lo spettatore come sono stati messi (a dura) prova i suoi protagonisti, ma se si ha la pazienza di arrivare in fondo si capirà che era l’unico modo per farci gioire, sentire anche solo in minima parte quanto hanno provato i tre nel ritrovare le piccole cose che ci sembrano scontate (carta, penna, un libro, un raggio di luce) e poi – quando neppure si riesce più a sperarlo – la libertà, la propria vita.
Giudizio: ***

Al cinema: Santiago, Italia; Il teatro a lavoro; Tre volti; La prima pietra.

55414SANTIAGO, ITALIA
Documentario di Nanni Moretti

Berenice dice: il Paese che eravamo (e non siamo più)
Cile, inizio anni ’70. La vittoria di Allende, l’entusiasmo, la gioia, le prime difficoltà, il colpo di Stato, la paura, gli arresti. Con immagini di repertorio, interviste, testimonianze, Nanni Moretti ricostruisce il periodo. Operai, imprenditori, artigiani, avvocati, registi, traduttori, giornalisti, protagonisti di quei giorni e di quelli che sono seguiti, ciascuno con un pezzo di storia, con la propria esperienza, racconti, emozioni, ricordi. Ed è con i loro bei visi, pacati, distesi, pieni di umanità – e una dignità che rimane intatta anche quando l’emozione ha il sopravvento – che il regista racconta un pezzo di Storia, del Cile ma anche del nostro Paese. E’ stato infatti proprio l’Italia (la nostra Ambasciata) ad accogliere e dare rifugio prima, ospitare ed offrire un lavoro e un futuro poi, a centinaia e centinaia di cileni. Due popoli così lontani e diversi, eppure in quel frangente così vicini. Il Paese che siamo stati e non siamo più capaci di essere.
Moretti non interviene, non giudica (ma non è imparziale, dice), all’ultimo lascia la parola a uno dei protagonisti e testimoni: ‘l’Italia di oggi, assomiglia sempre più al Cile di allora, non la riconosco più’. E forse non è il solo.
Giudizio: ****

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IL TEATRO AL LAVORO
Documentario di Massimiliano Pacifico
Tratto da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques
Interprete: Toni Servillo

Berenice dice: il teatro, gli attori, i testi al lavoro (il teatro visto dal di dentro)
Un Toni Servillo inedito entra e fa entrare nel testo (un testo difficilissimo) giovani attori e aspiranti attori. Partendo da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jacques e le preziose lezioni di Louis Jouvet, insegna cosa è il teatro, cosa sta dietro e dentro il testo, come e quanto può cambiarti. Non solo chi lo scrive ma anche chi lo interpreta e si fa portatore (involontario, come dice Jouvet) di un messaggio, è quel messaggio che chi recita deve trovare e portare allo spettatore. E’ questo il delicato compito dell’attore e lo comprendiamo, più ancora che dalle parole di Servillo – dispensate ai suoi studenti in abbondanza e con una certa ironia, sfiorando a volte un tono, se non saccente, che vi somiglia – dai dilemmi, la crisi, lo sconforto che assalgono chi va in scena quanto più si avvicina alla Prima. Quando si sente appesantito da luci, rumori, gente che va e viene, distrazioni che lo portano lontano, ‘non ci sono’ dice, ‘non mi sopporto, non mi posso sentire’. Ma poi il personaggio arriva, come aveva spiegato ai suoi studenti (e diceva anche Jouvet), ed è un successo e forse anche una liberazione. Il lavoro dell’artista visto da vicino, quello dell’attore complementare a quello dello scrittore, accomunati dallo sforzo, la fatica, il lavoro, l’impegno, la ricerca continua, perché l’arte è talento ma non solo. Questo fa capire a noi come ai suoi studenti Servillo, regalandoci qualcosa che va oltre il documentario e ci accompagnerà nella visione dei prossimi lavori (teatrali o cinematografici che siano).
Giudizio: ***

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TRE VOLTI
Film drammatico diretto da Jafar Panahi
Interpreti: Jafar Panahi, Benaz Jafari, Marziyeh Rezaei

Berenice dice: i volti dell’Iran
Marziyeh è una ragazza sveglia e libera che ragiona con la sua testa (e per questo la chiamano ‘testa vuota’), vuole fare l’attrice contro la volontà di tutti, famiglia, futuri suoceri, capo villaggio, vecchi saggi.
Disperata manda un video inquietante alla sua attrice preferita. Quando Behnaz Jafari lo riceve ne è turbata, si tormenta, non si dà pace. Può fare qualcosa?, è ancora in tempo per intervenire? Molla tutto e parte per quel villaggio sperduto tra i monti del Nord-Ovest dell’Iran, accompagnata dal regista Jafar Panahi (nei panni di se stesso). Sarà un viaggio nell’Iran più profondo, che sentiamo lontanissimo, come fermo nel tempo.
Panahi torna in macchina e ci porta fuori da Teheran, in un mondo sperduto che ci fa tornare indietro in un’altra epoca, noi come i protagonisti del film. Sembra conoscerlo molto bene (e infatti è la terra dei suoi genitori) e lo ritrae con una cura delle immagini piena d’amore, restituendoci un altro volto dell’Iran, che ha il bel viso fresco e volitivo di Marziyeh, ma anche il volto serio, forte e determinato di Behnaz, e quello stanco e un po’ invecchiato del regista, segnato da una persecuzione senza fine. E ancora, delle decine di persone che incontreranno in questo loro viaggio alla ricerca della ragazza, come anche alla scoperta di qualcosa che va più in là. Facce stanche segnate dalla fatica, accoglienti ma dure, legate a quella terra arida e dura come loro, a regole severe e inviolabili.
Una terra in cui le giovani donne non possono decidere della loro vita, hanno in mano il cellulare, ne usano benissimo le più avanzate funzioni, eppure devono rimanere seppellite nelle loro case, nei loro villaggi, all’interno di logiche e regole soffocanti. Seppellite vive.
Giudizio: ***

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LA PRIMA PIETRA
Film commedia diretto da Rolando Ravello
Interpreti: Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti

Berenice dice: leggero, intelligente, politicamente non corretto
Ante Vigilia di Natale, nel bel mezzo del giardino della scuola, il piccolo Samir prende una pietra e la scaglia contro una finestra. Dramma: un vetro in frantumi, due bidelli feriti, madre e nonna sul piede di guerra, uno scontro sul punto di farsi esplosivo. Prova a ricucire la ferita un Preside pressato da altro, pensieri, urgenze, una recita di Natale ‘politicamente corretta’ da salvare ad ogni costo. Non bastasse deve vedersela con genitori poco disponibili, una segretaria menefreghista che gli estorce denaro, e una maestra vegana finto buonista, che sorride alla vita e vede in ogni cosa un’opportunità. Ma la fretta non lo aiuta, più tenta di avvicinare le parti più queste si allontanano, i motivi di discordia si moltiplicano, facendo riaffiorare risentimenti, rancori e ferite ben più antichi.
Con un ritmo incalzante, una struttura ben congegnata, continue battute, il regista riesce a rendere con grande realismo uno spaccato tanto autentico quanto poco lusinghiero del nostro Paese, incapace di districarsi in un contesto nuovo, complesso, multietnico. La scuola quale specchio della nostra società, i suoi malumori, pregiudizi, conflitti. Un piccolo film, che con leggerezza e brio, non senza qualche sbavatura, si prende gioco di un certo buonismo di facciata, del ‘politicamente corretto’ a oltranza, di un perbenismo ipocrita che tenta di seppellire i conflitti.
Giudizio: ***

Al cinema: Roma, In guerra, Il settimo sigillo, Zen – Sul ghiaccio sottile

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ROMA
Film drammatico, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 2018
Regista: Alfonso Cuaròn
Interpreti: Marina de Tavira, Danie Deme, Latin Lover

Berenice dice: due donne, un Paese, la Storia
Anni ’70, città del Messico. Cleo, una domestica indio, dedica tutto il suo tempo, l’intera vita, alla famiglia presso la quale lavora. Cresce i bambini al posto della madre, li ama quasi fossero suoi, accudisce la nonna, sopporta la ‘signora’, rispetta senza giudicare un padrone di casa sempre più assente.
E’ con i suoi occhi che vediamo il dipanarsi di un piccolo dramma familiare, poi quello più grande di un Paese in rapida trasformazione, non senza violenza. Ma questa rimane tutto sullo sfondo, entra nella vita di Cleo quasi di striscio, senza sconvolgerla, dato che la donna si lascia scorrere le cose come fossero ineluttabili, quasi un destino già scritto cui non si può sottrarre. Il suo sguardo è morbido, incredulo più che arrabbiato o indignato. Non succede quasi niente in questo lungo film, ed è proprio nell’apparente immobilismo, nello scandire delle giornate di Cleo quasi tutte uguali, che Cuaròn ci narra un Paese che di lì a poco verrà sconvolto dagli eventi; allo stesso tempo ci racconta una storia privata, quasi autobiografica, dando al film ancor più autenticità. In un bianco e nero definito da qualcuno ‘pastoso’, immagini, inquadrature, stile che marchiano l’opera dall’inizio alla fine.
Giudizio: ***

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IN GUERRA
Film a tematica sociale: lotta per salvare la fabbrica
Regia: Stéphane Brizé
Interprete: Vincent Lindon

Berenice dice: la potenza di un documentario, la profondità di un film
E’ in guerra Laurent, un combattivo sindacalista, sono in guerra i millecento operai che perderanno il lavoro se non vinceranno la loro lotta. Una guerra di attese estenuanti, promesse disattese, silenzi, rinvii, combattuta con forza, moltissimo impegno, poche armi, pochissime speranze. Dall’altra parte una dirigenza sorda, una proprietà assente, una politica ondivaga. In mezzo una stampa onnipresente, che rende tutto uno spettacolo, uno spot da mandare in onda, possibilmente in diretta. Ed è in diretta che il regista ci fa assistere a questa guerra; con gli strumenti del documentario ci racconta una storia, più viva e vicina di una reale. I momenti più forti: quando toglie l’audio e lascia che parlino solo le immagini accompagnate da una musica potente. Assistiamo alle trattative, alle discussioni, alle divisioni, allo sfaldarsi di ogni coesione, alla disfatta. Ma è poi con il viso intenso e quasi tenero di Vincent Lindon che Stéphane Brizé ci fa entrare nella vita degli operai, sentire la loro rabbia, la delusione, il crollo di ogni speranza e infine la disperazione. Lasciando alle immagini un epilogo che, assieme a quella musica, ci entra dentro.
Giudizio: ****

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IL SETTIMO SIGILLO
Film drammatico di Ingmar Bergman, 1958
Opera ora restaurata
Interpreti: Max von Sydow, Bibi Anderson, Bengt Ekerot, Gunnel Lindblom

Berenice dice: è, e rimane, un capolavoro
Di ritorno dalle Crociate, il nobile cavaliere Antonius Block incontra la morte, ‘è un po’ che ti cammino a fianco’ dice lei avvolta nel suo mantello nero. ‘Non me ne sono accorto’ risponde l’uomo senza essere spaventato, quasi ne conoscesse preferenze e abitudini, e la sfida a scacchi. Per prendere tempo pensiamo ma – lo scopriremo solo alla fine – l’uomo ha in mente altro. Inizia così una lunga partita che, mossa dopo mossa con Block e il suo scudiero, ci porterà dentro una Svezia del XII secolo, sconvolta dalla peste, percorsa da dubbi, paure, caccia alle streghe. Dubbi del Cavaliere – e di tutti noi – che pur sapendo vicina la morte, vuole capire, senza smettere di interrogarsi (e interrogarci). Bergman ci fa entrare in un mondo lontano che sentiamo vicinissimo e ci pare di percorrere, con i suoi odori e profumi, il calore del fuoco, i personaggi strampalati, le loro stesse paure. Un viaggio verso la morte ma dentro la vita, capace di arrivare all’essenza. Ad oltre mezzo secolo rimane quel capolavoro che è, nella versione restaurata ancora più luminosa, quasi “colorata” tanto sono forti, intense e piene di poesia alcune immagini. Bergman parla con immagini e inquadrature che lasciano incantanti, frammenti che sono versi di poesia, giochi di luci e ombre che non smettono di sorprendere. Indimenticabile, eppure ogni volta che lo si vede è come fosse la prima.
Giudizio: *****

zen
ZEN – SUL GHIACCIO SOTTILE
Regia: Margherita Ferri
Interprete: Eleonora Conti, Susanna Acchiardi

Berenice dice: il coraggio di essere diversi
Maia, ragazza dura e spigolosa, è imprigionata in un corpo di donna che sente non suo. Non ha amici, non cerca e non vuole nessuno e nessuno la vuole o la cerca. Solo sulla pista di pattinaggio quando gioca a hockey, nascosta e protetta dalla sua divisa grande e informe, ritrova se stessa. La vediamo correre, quasi danzare, libera, leggera. Come non fosse più ingabbiata in quel corpo che non le corrisponde, capiamo che quella è la sua dimensione e solo lì sta bene. Ma è fuori di lì che deve vivere, e non ha vita facile. La vediamo vittima di bullismo, assalita, ridicolizzata, emarginata, allontanata in quanto diversa. Capace comunque di dire e fare ciò che pensa e vuole, a differenza di tutti gli altri, soffocati da un piccola realtà di provincia che sta stretta a molti ma che nessuno, tranne Maia, ha il coraggio di mettere in discussione.
Ci proverà Vanessa, una compagna di classe, e per un breve momento le due ragazze si avvicineranno, sarà un momento magico, ma poi il conformismo e la paura prevarranno di nuovo. Un piccolo film, girato con scarsissimi mezzi e in poco tempo (una settimana). Esordio di Margherita Ferri degno di attenzione, anche se da affinare c’è ancora parecchio. Nei personaggi troppe le sottolineature e una certa insistenza, che finiscono per fare di Maia una vittima. Qualche sfumatura in più avrebbe giovato, facendola un po’
meno preda e un po’ più protagonista, con le sue difficoltà ma anche con la sua grande forza. Mentre senso estetico, fotografia e amore per quella terra (l’Appennino bolognese) si avvertono già profondi, maturi e potenti.
Giudizio: ***

Al cinema: Sulla mia pelle, BLACKkKLANSMAN, The wife

SULLA MIA PELLE
Film drammatico sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi
Regia: Alessio Cremonini
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Mauro Conte, Max Tortora

sulla mia pelle

Berenice dice: sulla pelle, il corpo, l’anima di un ragazzo (e di tutti noi).
Un ragazzo, poco più che trentenne, ma ancora fragile, che non ha trovato il suo posto del mondo. E’ scontroso, non simpatico, non facile. Pagherà a caro prezzo questo suo essere, non poi così fuori dalle righe, come tanti altri ragazzi suoi coetanei. Ma Stefano ha la sfortuna di incappare in chi non dovrebbe e rimanere impigliato in un meccanismo più forte, potente, disumano di quanto si immagini. Assistiamo, impotenti e increduli, a questo suo sprofondare silenzioso, come fosse una condanna già scritta cui non si può opporre. Lui tace – per paura di guai e mali peggiori – non sa, non capisce che il peggio è già stato fatto, lo vediamo in quel suo corpo martoriato, che si fa sempre più magro, livido, dolente. E’ come se, assieme a lui, tutti noi provassimo quel dolore, alla schiena, alle ossa, alla testa, la simbiosi di un bravissimo Alessandro Borghi con Cucchi è pressoché totale, rendendo ancora più vivo, forte e vicino lo strazio di quel corpo. Il regista non risparmia nulla né a noi né a Cucchi o alla sua famiglia, non abbellisce, non ingentilisce, ci mostra le cose, le persone, ‘i protagonisti’ come sono, per quello che sono, senza giustificazioni o falsi alibi, così chi non vede o non vuole vedere, chi tenta di intervenire ma si arrende, chi ha paura di ribellarsi, chi si trincera dietro carte, bolli, permessi. Intanto un ragazzo moriva, solo in un letto di ospedale, non è il solo, come ci diranno alla fine, sui titoli di coda. Non dovrebbe accadere, invece è accaduto. Cremonini ha il coraggio di mostrarcelo, nudo, crudo, livido come il corpo di quel ragazzo, un ragazzo come tanti altri.
Giudizio: ****

BLACKkKLANSMAN
Film americano, drammatico
Regia: Spike Lee
Interpreti: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier
Adattamento del libro Black Klansman dell’ex poliziotto Ron Stallworth

locandina lee

Berenice dice: non convince
Denver Colorado, anni Settanta. Ron Stallworth è un ragazzotto afro-americano che si arruola nella Polizia, il primo della città. Sarà anche il primo nero a riuscire ad entrare nelle fila del Klu Klux Klan, in anni particolarmente caldi, ‘esplosivi’, come quelli. Una storia vera dalla quale Lee prende spunto per narrare in chiave poliziesca (ma a tratti anche comica, satirica, con qualche sconfinamento nel ‘tarantinismo’) un’epoca, un clima, un’America che si pensa tanto lontana, superata. Ed è proprio questo il pregio maggiore del film, rendere – alla perfezione, come Spike Lee sa fare – quegli anni, dai colori, agli abiti, la musica, pure le inquadrature, come fossimo anche noi catapultati negli anni ’70, o quantomeno in un film di quegli anni. Solo che l’esperimento non riesce fino in fondo, i vari generi (poliziesco, commedia, dramma) non sanno amalgamarsi, restituendo personaggi riusciti a metà, allegri e compagnoni nella migliore delle ipotesi, macchiette nelle altre, una storia che fatica a trovare una conclusione all’altezza del suo avvio scoppiettante. Ma Spike Lee ci ha abituati a ben altro, da lui vogliamo (pretendiamo?) di più. Interessanti le immagini (vere) finali degli scontri di Charlottesville, ma non bastano.
Giudizio: **

THE WIFE – vivere nell’ombra
Film drammatico
Regia: Biorn Runge
Interpreti: Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Max Irons
Tratto dal romanzo The wife, di Meg Wolitzer

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Berenice dice: il peso di una vita di silenzi, ombra, sacrifici
Joe e Joan, marito e moglie, scrittore senza talento lui, scrittrice brillante lei, solo che lui ha successo, fama e meriti, lei nulla. Andranno a ritirare il Nobel appena assegnato e sarà proprio questo premio a gettare in crisi la donna che gli ha vissuto a fianco una vita, nell’ombra. Cresce il disagio di lei con l’avvicinarsi della premiazione, si trasforma in disappunto, poi fastidio, astio, rancore fino a sfiorare la rabbia. La vediamo farsi strada sul viso di una straordinaria Glenn Close che mantiene il sorriso mentre ribolle dentro, rancori, risentimenti, frustrazioni accumulati in anni di silenzio riemergono e divengono
intollerabili. Fino a un epilogo (un po’ concitato, con un’accelerazione improvvisa quanto non pienamente riuscita) nel quale i due coniugi si confronteranno e scaraventeranno addosso anni e anni di risentimenti. Nel passaggio dal romanzo al film sempre qualcosa si guadagna e altro si perde, qui l’ineguagliabile interpretazione di Glenn Close regala sguardi, espressioni, gesti che pagine e pagine non riuscirebbero a rendere con pari immediatezza, la potenza dell’immagine che spiazza la parola. Ma poi quelle pagine, i pensieri così ben resi sulla pagina mancano, li possiamo solo immaginare ma non con la profondità della parola scritta, così la reazione finale della donna, improvvisa quanto repentina, per quanto attesa risulta più artificiosa. Si avverte che manca qualcosa e vien voglia di leggere il romanzo per riempire quel vuoto, ed è già un gran risultato. In una narrazione tra il presente e il passato, con ampi flashback, ben congegnati ma poco riusciti – forse anche per la recitazione poco convincente dei due giovani attori che non stanno al passo con la grandezza dei colleghi, la sceneggiatrice Jane Anderson propone il suo adattamento del romanzo di Meg Wolitzer. Non pienamente riuscito ma pur sempre interessante, soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Close e Pryce, che riescono ad andare oltre quelle pagine e farci entrare all’interno del misterioso legame che lega due persone.
Giudizio: ***

 

Al cinema: Un affare di famiglia, Una storia senza nome, Sembra mio figlio

locandina

UN AFFARE DI FAMIGLIA

Film drammatico giapponese
Regista: HiroKazu Koreeda
Cast: Lily Franky, Nobuyo Shibata, Sokuke Ikematsu
Premi: Palma d’oro, Festival di Cannes

Berenice dice: la famiglia che scegliamo
Un uomo ruba assieme a un ragazzino in un supermercato, padre e figlio pensiamo. Sulla strada di casa vedono una bambina, triste, sola, li guarda malinconica, ha fame, ha freddo. La portano con loro, una casa piccola, piena di cose, di persone, una grande famiglia pensiamo. E iniziamo a immaginarci chi sia figlio di chi, madre o nonna di chi. Intanto la bambina, si scopre, è piena di cicatrici, non riescono proprio a riportarla a casa, la tengo con loro. Piano piano, iniziamo a pensare che, forse, anche gli altri non sono davvero legati dal sangue, si insinuano i dubbi, nel frattempo però il regista ci ha fatto entrare dentro questa strana famiglia, i suoi legami, gli affetti, qualcosa di profondo e solido, nonostante le apparenze.
Persone che hanno poco, fanno lavori umili, rubacchiano, vivono ai margini eppure non si risparmiano nel darsi, il tutto con allegria, leggerezza, semplicità. Koreeda Hirokazu ha la capacità di farci entrare in una realtà che crediamo conosciuta per ribaltare ogni nostra certezza e quando pensiamo di averla compresa la ribalta ancora, con grande naturalezza, in maniera quasi impercettibile, tanto da non sconvolgerci neppure. Capiamo che ci vuole raccontare un altro Giappone, non quello moderno, sfavillante, tecnologico e iper-strutturato cui siamo abituati, uno più nascosto e altrettanto vero, che ci sorprende, tocca nel profondo e sentiamo più vicino. Un Giappone che avevamo iniziato a scorgere in Padri e Figli, ma che qui diventa protagonista, assieme a un lato oscuro del Paese che non conoscevamo, fatto di violenze, soprusi, bambini maltrattati, lato accuratamente celato ma non per questo meno vero. Il tutto narrato con grande delicatezza, accennato più che mostrato, con eleganza, leggerezza e un’intensità rara, come il meraviglioso viso della piccola Yuri.
Giudizio: ****

senzanome

UNA STORIA SENZA NOME

Film drammatico
Data di uscita: 20 set 2018 (Italia)
Regia: Roberto Andò
Cast: Micaela Ramazzotti, Laura Morante, Alessandro Gassmann, Antonio Catania

Berenice dice: tanti elementi, poca sostanza
Una timida segretaria di un produttore che, in gran segreto, scrive sceneggiature per uno scrittore di successo, gigione e superficiale, un misterioso ‘detective’ che spunta dal niente, una madre ingombrante e sentenziosa, un critico d’arte inglese e chiacchierone, un produttore legato alla criminalità, la mafia, la politica. Seguiamo la ragazza, timida, impacciata, perdutamente innamorata, che piano piano, con l’aiuto del misterioso detective, si addentra nelle maglie di un mistero che via via diventa sempre più grande ed intricato. Costruito come un giallo, con tanto di colpi di scena (fin troppi, specie sul finire), entra nel mondo del cinema, della produzione, dei legami con la mafia poi sembra perdersi, mafia e politica, misteri, complotti. Un po’ troppo per le esili gambe di una timida segretaria che disvela un mistero più grande di lei (e anche, forse, del film). Un film che vuole troppo ma finisce per non lasciare molto, ben costruito, ben recitato, ben girato, ricco di citazioni, ma che vola in superficie senza mai andare davvero in profondità, lasciando più dubbi che verità, qualche perplessità e non poco scetticismo. Si lascia vedere ma non molto altro.
Giudizio: **

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SEMBRA MIO FIGLIO

Film drammatico, Italia 2018
regia: Costanza Quatriglio, primo lungometraggio di finzione
Interprete: Basir Ahang

Berenice dice: quando il passato ti viene a cercare
Ismail e Hassan, due fratelli di etnia hazara fuggiti dall’Afghanistan poco più che bambini vivono in Italia da anni. Ismail lavora, fa progetti, è integrato, Hassan è più timido, introverso, fragile. Seppur più grande è minuto, vulnerabile, delicato, è il fratello che pensa a tutto, si occupa di ogni cosa, protegge l’altro.
Anche dalle misteriose telefonate che riceve di nascosto, la sera, da una voce flebile, incerta, una donna, forse la madre. Poi è un uomo che prende il controllo di quelle telefonate, non fa più parlare la donna, dà ordini, anche a Ismail che con nostra sorpresa non si oppone, lascia fare. Così lo fa parlare con Hassan, è il primogenito e l’uomo vuole parlare solo con lui, impone regole e valori che non appartengono più ad Ismail. Assistiamo al graduale farsi strada di un passato, di radici e valori dimenticati, che vengono disseppelliti e imposti con prepotenza. Prepotenza che vediamo gradualmente rifarsi spazio nel fratello maggiore, quasi che grazie a quell’uomo avesse ritrovato il suo ruolo, una sua collocazione, da troppo tempo schiacciata, negata dall’inferiorità fisica. Ismail non lo riconosce più, non lo capisce, come non capirà le sue scelte, né il suo Paese quando ci tornerà. Tratto da uno storia vera, con il bel volto del poeta e giornalista afghano, Basir Ahang, segnato e antico, proprio come la storia del suo popolo Hazara. Una storia che andava raccontata, anche se l’influenza del documentario è presente e forte, la narrazione manca a tratti di scioltezza, deve ancora essere affinata, in compenso rimane una sensibilità per la fotografia non comune che regala immagini uniche. Un film intenso, coraggioso, con un finale che si porta dentro tutto il dramma di un popolo.
Giudizio: ***

Al cinema: Lucky, Mr Long, The Escape

lucky

LUCKY

Berenice dice: quando il corpo inizia ad abbandonarci

Lucky è un novantenne cinico e irriverente, se ne infischia di regole, buon senso, raccomandazioni del medico. Non dà ascolto a nessuno, beve, fuma in continuazione, passa le sue giornate a fare parole crociate, battute con i suoi amici, seguire quiz televisivi. Vive da solo, in un paesino in mezzo al deserto, aspro e asciutto proprio come lui. Non ha bisogno di nessuno: ‘solo da solus, completo’, dice. Un giorno, all’improvviso cade, senza ragione, semplicemente il suo corpo lo abbandona. ‘Stai diventando vecchio’, sentenzia il medico, ‘c’è un momento in cui il nostro corpo inizia ad abbandonarci’ aggiunge. Lucky realizza per la prima volta che può morire e presto, ha paura. Ed è con il suo viso scavato, quasi spettrale, il fisico consumato, ridotto ai minimi termini, le mani grandi, nodose, lo sguardo di chi vede il viso della morte molto da vicino, che il regista ci narra questa piccola storia, tenera e delicata, senza scadere nel patetico, riuscendo a mischiare ironia e tenerezza, irriverenza, sarcasmo e tanta umanità. E, sopra ogni cosa, una sconfinata tenerezza, quella che proviamo sin dal primo istante per Lucky, un Harry Dean Stenton alla sua ultima interpretazione, con quel suo sguardo perso, i passi incerti, il fisico stanco, i modi bruschi, la dolcezza e l’ironia del suo sorriso. Lo stesso sorriso che ci regalerà sul finale, con l’immancabile sigaretta tra le labbra. ‘Non ci resta che ridere’, dice, e quel sorriso ci rimane nel cuore.

Giudizio: **** con qualche più.

 

Mr Long

MR LONG

Berenice dice: vite interrotte che con fatica riprendono per poi interrompersi di nuovo.

Un feroce killer, una ex-prostituta tossicodipendente, un bambino che si deve prendere cura della madre, ai margini di una metropoli come Tokyo, in una periferia povera, desolante, piovosa e grigia. Ma è proprio da quell’improbabile incontro che nasce qualcosa di forte e profondo che avvertiamo farsi strada piano piano, tra uno sguardo, un gesto, un sorriso, con forza e determinazione. Lo vediamo nel bel viso duro, imperturbabile di Mr Lang, il killer (un bravissimo Chan Chen), nel bambino con la sua fame d’affetto, nel sorriso della madre che lentamente si affranca dalla sua dipendenza, si riavvicina al figlio e in qualche modo anche quell’uomo, impassibile, misterioso, duro eppure così attento e gentile con il bambino. Intorno a loro una comunità bizzarra ma piena di umanità e altruismo, che aiuta quello sconosciuto, con la casa, il lavoro, il bambino. Ma anche una malavita crudele, spietata, disumana che non darà tregua né al killer né all’ex-prostituta, ormai madre e “pulita”, proprio quando iniziava di nuovo a sperare in una vita ordinaria. Una storia senza sconti, che sfiora la fiaba, con qualche occhiata anche al kitchen-movie, ai margini di tutto eppure con una dolcezza di fondo e una vena poetica che si avverte in ogni immagine (tutte studiatissime, perfette).

Giudizio:  ***

 

theescape

THE ESCAPE

Berenice dice: l’indecifrabile male di vivere (oppure: la depressione vista da vicino – senza essere deprimente)

Tara è bella, giovane, ha tutto. Un marito che la ama, due adorabili bambini, una  casa, grande, spaziosa, bella. Tutto è perfetto, eppure qualcosa s’inceppa, le manca l’aria, si sente soffocare. Non capisce, non sa che le succede, non osa neppure parlarne, piange di nascosto e continua a fare la vita di sempre, ma non è più la stessa. Pian piano inizia a confidarsi, con il marito, la madre. ‘Non sono più felice’ dice, ma non la ascoltano davvero, non capiscono. ‘È una fase, capita a tutte’, le dice la madre. ‘Tutto purché sia felice’, ripete il marito che desidera indietro la sua Tara, quella che gli faceva trovare la cena pronta, si occupava dei bambini, pensava a ogni cosa in modo che lui potesse fare tranquillo la sua vita. Quella Tara non c’è più, e forse non tornerà mai. La seguiamo nella sua fuga, la ritrovata libertà, scorgiamo quel velo di tristezza che non la abbandona. Fino ad un finale più che aperto, tutto da decifrare, proprio come la depressione, al centro di questo film sincero e coraggioso. Con delicatezza ma senza risparmiare nulla, con grande onestà e nessun giudizio, la regista ci fa entrare nei meandri più profondi di quello che per molti è e rimane un indecifrabile enigma. Ci fornisce anche tutti gli indizi per decifrare il finale, ma ciascuno ci metterà quello che vuole e sente, proprio come accade con la depressione. Chi ci è passato si ritroverà in tante cose, chi ha avuto la fortuna di passarci solo accanto forse riuscirà a capirla un po’ meglio. Un film molto vero, per nulla consolatorio, in nessun modo deprimente, ben girato, magistralmente interpretato, che lascia una sensazione di sospensione, proprio come certe immagini dal treno, che scorrono via senza una precisa forma, senza che sia possibile soffermare lo sguardo o intravedere i contorni di qualcosa. Proprio come la depressione.

Giudizio: ****

 

Al cinema: La terra dell’abbastanza e L’atelier

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LA TERRA DELL’ABBASTANZA
Berenice dice: quando l’abbastanza è meglio dell’abbondanza
Ed è proprio la terra dell’abbastanza quella di Mirko e Manolo, inseparabili amici da sempre. E a loro basta, ridono, scherzano, fanno progetti, sono ragazzi e tutto può ancora
accadere. Poi qualcosa accade davvero, ma non è quello che speravano. Sorpresa, paura, terrore. Non sanno che fare sulle prime, fanno come nulla fosse poi – su consiglio del padre di Manolo. Poi ancora si convincono che potrebbe essere un’occasione e decidono di coglierla. Ma l’occasione si rivela presto per quello che è, chiede loro più di quanto siano realmente pronti a dare, li cambia, li trasforma. La terra dell’abbastanza si trasforma nella terra dell’abbondanza, ma non senza conseguenze, neppure loro si riconoscono più. I loro destini rimangono legati in modo indissolubile fino a un epilogo che li vedrà comunque assieme. I Fratelli Ignazio ci narrano la storia di una profonda e solida amicizia ai margini di tutto, in una periferia lasciata a se stessa ed alle bande di criminali, ragazzi che crescono come possono, genitori che li tirano su come viene. Bravissimi i due giovani protagonisti (un Crapenzago che abbiamo già conosciuto e molto apprezzato in “Tutto quello che voglio”, affiancato da un altrettanto Olivetti che promette molto), ottima regia, solida storia, fotografia notevole. Un esordio sorprendente, i fratelli Ignazio sono da tenere d’occhio, così come i due ragazzi.

Giudizio: ****

 

atelier
L’ATELIER
Berenice dice: il misterioso fascino del male
Un atelier di scrittura, un gruppo di ragazzi con problemi scolastici, una famosa scrittrice, un programma di recupero che passa per la stesura di un romanzo. I giovani si cimentano con la scrittura, la costruzione di una storia (un noir), dei personaggi, le difficoltà dello scrivere, guidati da Olivia, una donna matura, di successo, ricca. Da subito emerge il carattere di ciascuno, le motivazioni (o l’assenza di motivazioni), il legame con il passato, un presente difficile che passa sulle loro vite, per il colore della loro pelle. Fanno presto amicizia, nonostante le diverse origini, la differente cultura. Sono affiatati, motivati, fanno gruppo. Tranne Antoine, si tiene ai margini, come avesse il timore di mescolarsi, lasciarsi andare, provoca, cerca lo scontro, sostiene posizioni insostenibili, rivelando un grande vuoto e una profonda solitudine. Si intravvede però qualcos’altro, assieme a un certo talento sembra vi sia del compiacimento, per la violenza, il dolore, il male. I compagni si ribellano, ‘non si può’, ma dove sta il confine? Cos’è arte, creatività, immaginazione e cosa è altro, diverso, inaccettabile? Ci sono dei limiti che non si possono oltrepassare? E quali sono? E chi lo dice? Olivia difende la libertà dello scrittore, rivendica l’autonomia dell’arte, la distinzione tra personaggi e il pensiero dell’autore. Si ritrova nell’approccio creativo di Antoine, è in parte attratta dalla complessità del ragazzo, buono spunto per il romanzo che sta scrivendo. Sfuggente, insondabile, ambiguo, apparentemente indifferente, sordo al male, alla violenza, alla morte non riusciamo a inquadrarlo e neppure afferrarlo fino in fondo. Meno riuscita la figura della scrittrice-insegnante, ma forse rappresenta solo la nostra incapacità di comprendere, la nostra totale impotenza. Il regista de “La Classe”, dieci anni dopo, è di nuovo alle prese con i ragazzi, ma il paese è cambiato, la realtà è diversa, il terrorismo non è passato senza lasciare traccia, nuove difficoltà, nuovi problemi, un razzismo antico che assume però forme nuove, su tutto una violenza cieca e senza ragione. Un ritratto fedele, per certi aspetti inquietante, di una gioventù che poco e male conosciamo.

Giudizio: ***

Al cinema: Il dubbio, La terra di Dio, The disaster artist

 

IL DUBBIO – Un caso di coscienza
Berenice dice: quando i dubbi incrociano la coscienza.
Un banale incidente, tornando dal lavoro Kaver Namiram investe un motorino con padre, madre, figlio a bordo. Il bambino cade, batte la testa, si rialza, pare stare bene, il padre non ne vuole sapere di portarlo in ospedale. Le vite di Kaver e della famigliola sembrano doversi separarsi lì per sempre. Invece qualche giorno dopo l’uomo, uno stimato e scrupoloso medico legale, si ritrova davanti il bambino, in obitorio. Da quell’istante i dubbi lo tormenteranno. Paura e silenzio prevarranno prima, la coscienza solo poi. Al contempo dubbi, sensi di colpa, dilemmi uguali e opposti tormenteranno il padre del bambino. Due coppie contrapposte, medico e collega (moglie?) da una parte, padre e madre dall’altra, agiati gli uni, indigenti gli altri; professionisti stimati i primi, ai margini della società i secondi; misurati e riflessivi Kaver e la collega, impulsivi, senza controllo, a tratti violenti i genitori del bambino. Le loro vite si incrociano e intrecciano, le colpe degli uni ricadono sugli altri, le omissioni dei primi provocano reazioni irrimediabili nella vita degli altri. In un intricato e indissolubile dramma che non permette di sciogliere i dubbi, attribuire colpe, comprendere dove finiscono le responsabilità degli uni e iniziano quelle degli altri. Girato con mano sicura, un’asciuttezza voluta, anche nei colori (quasi in bianco e nero), i dialoghi, gli ambienti. Bravissimi attori, belle figure femminili – donne forti, sicure, determinate – sullo sfondo un paese (l’Iran) del quale non sapremo mai abbastanza.
Giudizio: ****

LA TERRA DI DIO
Berenice dice: la terra come protagonista
Una terra aspra, attraversata dal vento, la nebbia, il gelo. Dura come la gente che la abita, la famiglia di Johnny, la nonna e ancora più il padre, di poche parole, modi bruschi, insulti facili. E il ragazzo non è da meno, ha conosciuto solo parole che somigliano a pietre, ordini, rimproveri, lamentele, non fa che usare la stessa durezza con chi gli sta attorno. Poi arriva Gheorghe, un ragazzo rumeno, e qualcosa cambia. Non subito, al contrario. Sulle prime Johnny lo accoglie con fastidio, una certa ostilità, sempre più evidente, fino a diventare fisica. Ma Gheorghe non si lascia intimorire né ingannare.Guarda, osserva, capisce. Non gli sfugge nulla, con i suoi grandi occhi scuri vede tutto e comprende ogni cosa. Ma non dice niente, lavora e tace. Osserva, non reagisce, tollera, sopporta, aiuta Johnny fino a conquistarne la fiducia, e anche altro. Il regista voleva rendere la poesia e l’asprezza della sua terra, dove è cresciuto (belle le immagini finali in super-otto) e ci riesce, facendo di quelle valli, il cielo grigio, le nuvole spesse come coperte, l’acqua gelida, un protagonista del film, capace di parlare più e meglio dei suoi personaggi, accompagnarli e completarli. Impossibile pensare a questo film senza quella terra.
Giudizio: ***

THE DISASTER ARTIST
Berenice dice: non convince
Stravagante quanto il suo protagonista. Tommy Wiseau, un megalomane aspirante artista, dalle origini oscure, età ignota e smisurata ricchezza, stringe amicizia con Greg, giovane e inesperto attore in cerca di fama. I due andranno a Los Angeles a inseguire il loro sogno e, quando capiranno che nessuno li farà lavorare, decideranno di fare da socinema, recensione, il dubbio, la terra di dio, the disaster artist, li. O meglio, Wiseau – con le sue manie di grandezze e sconfinati fondi – deciderà di scrivere, girare, interpretare e produrre il suo film, con attore protagonista il suo caro amico Greg. Risultato il peggiore film di tutti i tempi. Il regista James Franco decide di raccontare la vera storia del film, dall’amicizia tra Wiseau e Greg al disastroso insuccesso, passando per i deliri del protagonista, le scene del film fatte e rifatte (ricalcando pedissequamente quelle reali, come si vedrà nel finale che le mette a confronto), gli screzi fra gli amici, le violente reazioni di Wiseau. Ben girato, ben costruito, buon ritmo eppure non coinvolge, è la storia (quella vera) che non convince, il suo protagonista (ottimamente interpretato, forse fin troppo, da James Franco) a risultare più inquietante di quanto dovrebbe, finendo per allontanare (quasi disturbare).
Giudizio: **

Al cinema: Cosa dirà la gente, Final portrait, Loro2

COSA DIRA’ LA GENTE

Berenice dice: non solo finzione
Norvegia, Pakistan, di nuovo Norvegia. Nisha è una ragazza giovane, bella, piena di vita. Tratti pakistani ma testa norvegese, vuole vivere, divertirsi, bere e ballare come tutti i ragazzi della sua età. La sua famiglia però la frena, la mette in guardia, tiene alle apparenza, a cosa dice la gente. Poi una leggerezza e la vita della ragazza non sarà più la stessa, i genitori, il fratello le si rivoltano contro, con una ferocia inaudita e del tutto inaspettata. Combattuta tra la fedeltà a una famiglia che nonostante tutto ama e quello che ormai è diventata – una donna libera, intelligente, consapevole che ha diritto di vivere la vita a modo suo – Nisha percorre quello che definiremmo un incubo per poi trovare la sua strada. La regista , Iram Haq, anche lei norvegese di origini pakistane, mette in scena un dramma a sfondo autobiografico, si avverte anche senza saperlo, troppi i dettagli, gli episodi talmente incredibili da non poter essere che veri. Con molto equilibrio, senza mai cadere nel patetico, evitando di farne una vittima indifesa o un’eroina, Iram Haq ci proietta all’interno di un mondo che conosciamo solo in superficie, facendoci entrare in una realtà che pensiamo altra e lontana da noi, più di quanto purtroppo sia. Che non si tratti di sola finzione – come i fatti di cronaca ci confermano anche in questi giorni – non ci conforta affatto.
Giudizio: ****

FINAL PORTRAIT

Berenice dice: estenuante
Un Giacometti al termine della sua carriera, tormentato da un talento che va e viene a suo piacimento. Chiede allo scrittore e amico americano James Lord (un sempre legnoso Armie Hammer) di posare per lui, poche sedute assicura, invece il lavoro si protrae all’infinito, giorno dopo giorno, seduta doposeduta, per diciotto lunghi, interminabili giorni. Giacometti fa, disfa, ricomincia ogni volta da capo, mai contento, mai soddisfatto, colto da angosce improvvise come da guizzi di entusiasmo altrettanto ingiustificati. Il film è scandito in giorni, il ripetersi del rituale, sedute, pranzo, attacchi d’ira, di nuovo posa, solo con piccole variazioni, architettura interessante non fosse che presto il film ne rimane ingabbiato. Stanley Tucci, alla sua quinta regia, riesce a rendere alla perfezione le angosce, le nevrosi, i tormenti dell’artista (Geoffrey Rush), il senso dell’ineffabilità del talento, sfuggente e maligno, c’è e non c’è, arriva e fugge, per la disperazione di ogni artista. Ma finisce per contagiare lo spettatore. L’effetto è lo stesso anche per chi guarda, risultando presto snervante, estenuante e, voluto o no, non è un bene per il film, e neppure per lo spettatore.
Giudizio: **

 

LORO 2

Berenice dice: migliore dell’1, ma due sono troppi
Riprende quasi dove lo avevamo lasciato. Un Berlusconi solo, triste che trama per tornare al governo. E ci riesce, con i consueti modi, già noti. Al contempo cerca di riempire il vuoto con fastose feste, signorine disponibili, un’allegria forzata quanto falsa. Avvertiamo la solitudine, una certa stanchezza, una malinconia di fondo, simile a quella di un innamorato abbandonato. Ed è proprio il rapporto con Veronica che sembra costituire il perno del film, quasi che Sorrentino ci voglia mostrare un uomo che vede il suo amore morire, la tristezza, il dolore che la fine di ogni amore porta con sé. Ma non ci riesce, o non completamente. Come rimanesse a metà, appeso tra il ritratto di un uomo pubblico sul quale si è già detto tutto e quello dell’uomo privato che però non riesce fino in fondo, lasciando un senso di incompiuto, di insoddisfazione. Nulla che non sapessimo già, poco che contribuisca a renderlo più umano, molto che lascia perplessi.
Giudizio confermato: **