Al cinema: La favorita, L’uomo dal cuore di ferro, Ben is back, Van Gogh

  

LA FAVORITA
Film drammatico
Regia di Yorgos Lanthimos
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz
Dieci candidature agli Oscar
Olivia Colman premiata ai Golden Globes

Berenice dice: intrighi di corte declinati al femminile

Inghilterra XVIII secolo, alla corte della Regina Anna, due donne intelligenti e abili si contendono i favori di una regina, stanca, viziata, capricciosa, segnata dalla vita. Lady Sarah, forte e scaltra nobildonna, già favorita della Regina e capace d’influenzarne la politica, manipolarla, dettare ogni decisione strategica, imporre scelte invise ai sudditi, non si fermerà davanti a nulla e, benché donna, userà ogni strumento di pressione, con uomini e donne indifferentemente, inclusa la Regina. E la bella e apparentemente ingenua Abigaile, dama caduta in disgrazia, nonché cugina di Sarah, con strumenti più sottili, modi gentili e aria indifesa, farà anche lei di tutto per ottenere ciò che vuole. Con un ritmo incalzante, immagini suggestive – deformate da un grande uso del grandangolo – dialoghi taglienti, scenografia curatissima, un tocco di barocco e qualche scivolata nel grottesco, il regista ci offre un interessante spaccato del mondo di Corte e dei suoi retroscena, in un continuo susseguirsi di astuzie, trabocchetti, cattiverie, intrighi, favoritismi, cadute e disgrazie. Ottimo inizio, buona tenuta fino a un certo punto, poi qualcosa si allenta. Come se il confronto tra le due donne fosse la vera forza del film, quando una la spunta anche il film sembra perdere qualcosa. Peccat

Giudizio: ***

 

L’UOMO DAL CUORE DI FERRO
Adattamento dell’omonimo romanzo di Laurent Binet
Incentrato sull’Operazione Anthropoid, che portò all’assassinio del leader nazista Reinhard Heydrich
Regia: Cédric Jimenez
Interpreti: Rosamund Pike, Jason Clarke, Jacl O’Con

Berenice dice: inarrestabile ascesa e improvvisa fine di un boia

HHhH, il cervello di Himmler, messo proprio da lui a capo dell’Intelligence delle SS, assegnato poi da Hitler all’alto Protettorato di Boemia e Moravia, è uno dei principali fautori della soluzione finale, soprannominato ‘il Macellaio di Praga’. Un uomo mediocre, spietato, senza nessuna umanità, congedato dall’esercito con disonore, che si unisce alle fila del partito per volere della moglie, portando a compimento con particolare impegno e una certa solerzia il disegno dei nazisti. Sempre freddo, distaccato, lucidissimo, calcolatore. Seguiremo la sua rapida ascesa e al contempo il crescere della sua spietatezza. Poi, a metà film, il registro cambierà, ci staccheremo dalla sua storia per seguire quella di due ragazzotti, pieni di ideali e buona volontà, che sacrificheranno la loro vita per la libertà del loro Paese. In equilibrio non proprio perfetto tra l’ascesa di un boia e l’organizzazione clandestina della sua morte, successo e fine che si approssimano più alto l’apice della carriera dell’uomo, più vicina sarà la sua fine. Ispirato al romanzo di Laurent Binet, sull’attentato a Reinhard Heydrich, il regista si prende qualche libertà e resta un po’ in superficie (trascurando alcune storie e personaggi di non poco interesse), senza soffermarsi troppo su questioni di rilievo (delazione, rischio di rappresaglie, etc), ne esce un film che si avvicina al biopic, grandi mezzi, ottima interpretazione (in particolare di Jason Clarke e Rosamund Pike nei panni di Heydrich e della moglie), forse un po’ patinato, a tratti enfatico, ma la prima parte merita davvero.

Giudizio: ***

 

BEN IS BACK
Film drammatico
Scritto e diretto da Peter Hedge

Berenice dice: la forza di una madre, la debolezza di un figlio, in mezzo un’assurda e feroce dipendenza

E’ Natale e Ben torna a casa. Solo che non tutti ne sono felici, capiamo ben presto che qualcosa non va.
Ben si sta disintossicando, è ‘pulito’ da 77 giorni, troppo pochi dice il suo ‘sponsor’, è ancora troppo fragile, vulnerabile, rischia di ricaderci. Lo pensano anche il suo patrigno, la sorella e forse la madre che però non si arrende e lotta con tutte le sue forze per dimostrare al marito, alla figlia, a Ben – e anche a se stessa – che il ragazzo può farcela. Sarà proprio questo duo madre-figlio a monopolizzare l’intero film, li seguiremo prima per i negozi, i grandi magazzini, i centri di sostegno, la Chiesa della cittadina, poi nelle sue strade, i bassifondi, le miserie. Scopriremo piano piano quanto in basso era arrivato il ragazzo, quanto a fondo può portare una dipendenza. ‘Non ti fidare di me’ urla il ragazzo alla madre, ‘tu non mi conosci’ le dice, ma la donna non vuole sentire, non può accettare di non fidarsi del figlio, di non conoscerlo più.
Ed è proprio il ruolo della madre, interpretato da una Julia Roberts – ancora una volta calata con tutta se stessa nella parte – l’essenza del film, la sua forza e intensità ma anche il suo limite. Ben scritto, ben interpretato ma lontano dal capolavoro.

Giudizio: ***

 

VAN GOGH – Sulla soglia dell’eternità
Film drammatico
Regia di Julian Schnabel, pittore celebre negli anni Ottanta
Interprete: Willelm Dafoe, Rupert Friend
Premi: miglior interpretazione di Willelm Dafoe al Festival di Venezia

Berenice dice: dono e dannazione di un talento smisurato

Van Gogh nei suoi ultimi anni, lontano da Parigi, da tutto e tutti. Isolato, incompreso e incomprensibile (anche a se stesso) è immerso nella natura, nei suoi colori, profumi, varietà, inebriato dalla sua incontenibile forza, continua sorpresa, infiniti spunti, radici che diventano vermi, serpenti colorati, alberi che si gonfiano a dismisura, quasi sotto i nostri occhi, colori così vivi e forti da diventare protagonisti.
Solo un altro pittore poteva farci entrare così bene nella vita, la testa, le sensazioni di un grande della pittura. Il regista Julian Schnabel non aggiunge nulla a quanto già sapevamo di Van Gogh, ma ci fa vedere quello che vedeva il grande pittore, rotolare assieme a lui nell’erba, sentire la forza esplosiva della natura, del vento, dei suoi accecanti colori. Ci accompagna dentro il suo tormento, i dubbi, la sofferenza di una vita dominata e resa schiava da un immenso talento. Talento al quale non si può sottrarre, capace di segnare una vita intera, che permette di vedere ciò che gli altri non vedono, sentire in modo diverso, prima e più di loro, e per ‘quelli che verranno’.
Con il viso scarno e segnato, lo sguardo perso, il corpo consumato di uno straordinario Dafoe, in un film intenso sull’arte, il talento, il dono, il regista riesce nel suo intento, restituendo con grande forza il tormento di un uomo geniale e dannato.

Giudizio: ***

Al cinema: La douleur, Il mio capolavoro, Vice – L’uomo nell’ombra, Una notte di 12 anni.

LA DOULEUR
Film drammatico di guerra
Tratto dal romanzo “Il dolore” di Marguerite Duras
Regia: Emmanuel Finkiel
Interpreti: Mélanie Thierry, Benoit Magimel, Benjamin Biolay

Berenice dice: l’agonia di un’attesa senza fine
Parigi ’44, lo scrittore Robert Antelme, esponente di rilievo nella Resistenza francese, viene arrestato. La moglie, Marguerite Duras, lo cerca, angosciata vuole sue notizie, sapere dov’è, quando tornerà, se tornerà. Lo attenderà inutilmente per mesi. Di quei mesi d’attesa, incertezza, sofferenza, speranza, disperazione la Duras scriverà un diario che poi diventerà romanzo e ora – con qualche libertà d’adattamento – film, Assieme alla Duras, alle sue parole, all’immagine del bel viso diafano di Mélanie Thierry, entreremo nel suo dolore che è quello di ‘tutte le donne, di tutti i tempi’. Donne che aspettano i loro uomini, i loro figli, contro ogni speranza, ogni logica, ogni ragione. E sono proprio la disperazione, la perdita di lucidità, lo sdoppiamento, che ci mostra, con particolare grazia ed eleganza, il regista. Elementi che diventano anche visivi, offrendo qualcosa a un testo che pur restando più adatto alla lettura che alla visione, risulta un’interessante testimonianza di quei giorni, della Parigi occupata e poi liberata, di una
guerra che ‘non smette di smettere’, dei giorni del ritorno, dei silenzi, della scoperta dell’indicibile. Nasce la voglia di riprendere quelle pagine, leggerle di nuovo, con in mente ancora le immagini che il film ha saputo donarci.
Giudizio: ***

IL MIO CAPOLAVORO
Thriller – commedia
Regia: Gaston Duprat
Interpreti: Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio.

Berenice dice: un’amicizia lunga una vita
Alfredo e Renzo sono amici da una vita. Gallerista elegante e senza scrupoli il primo, pittore ormai in declino il secondo. Arturo cerca in ogni modo di conciliare il temperamento burbero e scontroso dell’amico con le esigenze del mondo dell’arte contemporanea e del suo pubblico, legati più all’apparenza, le mode, il denaro, che al vero talento. Logiche che Renzo non tollera e fa di tutto per contrastare, per la disperazione dell’amico. Fino a che un incidente improvviso cambierà per sempre le cose, per i due amici e le sorti delle opere del grande Renzo.
Senza lo spessore e la profondità del Il cittadino illustre Duprat affronta in chiave ironica un tema a lui caro, l’arte e il mercato dell’arte, con tutte le loro storture. Ne esce una commedia gradevole, divertente, a tratti prevedibile, ma condotta con garbo fino alla fine. C’è un momento in cui vira verso qualcosa di diverso e più profondo per tornare poi alla commedia, perdendo forse un’occasione. Non un capolavoro, avrebbe potuto mantenere la virata e condurre altrove, la mano sicura e la sceneggiatura solida – così
come una fotografia esemplare – lo avrebbero permesso, ma il regista ha scelto e voluto diversamente.
Giudizio: ***

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA
Commedia drammatica
Regia: Adam McKay
Interpreti: Christian Bale, Sam Rockwell, Amy Adams

Berenice dice: l’inquietante potere di un uomo tranquillo
Un uomo tranquillo, silenzioso, senza particolari qualità, destinato a diventare un fallito. Non fosse per una moglie ambiziosa che pretende da lui ciò che i tempi non le permettono (ancora) di ottenere. E così, per amor suo, Cheney si darà da fare, scalando a uno a uno gli scalini del potere fino a raggiungere il più alto. Sempre nell’ombra, senza mai spiccare, rimanendo in quel cono dove la luce non arriva e non illumina e tutto si può fare. Basta cambiare i nomi, infiocchettare, negare, re-interpretare, infilarsi negli spazi lasciati liberi e soprattutto circondarsi di validi e scaltri collaboratori. Con il suo stile originale, tagliente e ironico Adam Mc Kay confeziona la biografia di un uomo di potere offrendo, al contempo, una fotografia di quasi mezzo secolo di storia della maggiore potenza del mondo, vista dal di dentro. Non ha il ritmo, lo smalto e la forza de La grande scommessa, ma ne mantiene il taglio e anche il tono, ne esce un film interessante, originale, a tratti divertente – non fosse che è tutto vero – che con efficacia e ironia ci fa tornare a quel recente passato con un occhio più smaliziato, offrendoci le coordinate per comprendere meglio anche il nostro presente. Contribuiscono non poco alla riuscita del film un Christian Bale perfetto per la parte, che interpreta Cheney come fosse un grande orso – enorme e apparentemente mansueto – e una Amy Adams non da meno, nei panni dell’ambiziosa Lynne, assieme a un cast di eccezione, scelto con particolare cura. Azzeccatissimo Sam Rockwell nei panni di Bush-figlio.
Giudizio: ***

UNA NOTTE DI 12 ANNI
Film di denuncia
Regia: Álvaro Brechner
Interpreti: Antonio De La Torre, Chino Darín

Berenice: la forza di resistere a un’interminabile notte, senza senso, senza speranza, senza umanità
Uruguay 1972, nove Tupamaros vengono arrestati, interrogati, torturati e poi rinchiusi. Un anno dopo verranno prelevati all’improvviso, picchiati, di nuovo torturati, messi in isolamento e tenuti come ostaggi per dodici anni. Seguiremo tre dei nove reclusi cella dopo cella, sempre più buie, piccole, scomode. Da soli, senza poter parlare, senza poter vedere nessuno, assetati di parole, gesti, cenni, briciole di umanità. Staremo anche noi chiusi là dentro per oltre due ore, odiando quelle carceri, la sporcizia, il buio, i soprusi, le costrizioni cui sono condannati i tre, soffrendo la mancanza di luce, colori, vita. Ma poi sarà con loro che gioiremo per uno squarcio di luce, uno scorcio di verde, che ci sembrerà di respirare quell’aria, pura, leggera, fresca, di vedere colline, campi, di sguazzare nell’acqua. Un film non facile, faticoso, che mette a prova lo spettatore come sono stati messi (a dura) prova i suoi protagonisti, ma se si ha la pazienza di arrivare in fondo si capirà che era l’unico modo per farci gioire, sentire anche solo in minima parte quanto hanno provato i tre nel ritrovare le piccole cose che ci sembrano scontate (carta, penna, un libro, un raggio di luce) e poi – quando neppure si riesce più a sperarlo – la libertà, la propria vita.
Giudizio: ***

Al cinema: Santiago, Italia; Il teatro a lavoro; Tre volti; La prima pietra.

55414SANTIAGO, ITALIA
Documentario di Nanni Moretti

Berenice dice: il Paese che eravamo (e non siamo più)
Cile, inizio anni ’70. La vittoria di Allende, l’entusiasmo, la gioia, le prime difficoltà, il colpo di Stato, la paura, gli arresti. Con immagini di repertorio, interviste, testimonianze, Nanni Moretti ricostruisce il periodo. Operai, imprenditori, artigiani, avvocati, registi, traduttori, giornalisti, protagonisti di quei giorni e di quelli che sono seguiti, ciascuno con un pezzo di storia, con la propria esperienza, racconti, emozioni, ricordi. Ed è con i loro bei visi, pacati, distesi, pieni di umanità – e una dignità che rimane intatta anche quando l’emozione ha il sopravvento – che il regista racconta un pezzo di Storia, del Cile ma anche del nostro Paese. E’ stato infatti proprio l’Italia (la nostra Ambasciata) ad accogliere e dare rifugio prima, ospitare ed offrire un lavoro e un futuro poi, a centinaia e centinaia di cileni. Due popoli così lontani e diversi, eppure in quel frangente così vicini. Il Paese che siamo stati e non siamo più capaci di essere.
Moretti non interviene, non giudica (ma non è imparziale, dice), all’ultimo lascia la parola a uno dei protagonisti e testimoni: ‘l’Italia di oggi, assomiglia sempre più al Cile di allora, non la riconosco più’. E forse non è il solo.
Giudizio: ****

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IL TEATRO AL LAVORO
Documentario di Massimiliano Pacifico
Tratto da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques
Interprete: Toni Servillo

Berenice dice: il teatro, gli attori, i testi al lavoro (il teatro visto dal di dentro)
Un Toni Servillo inedito entra e fa entrare nel testo (un testo difficilissimo) giovani attori e aspiranti attori. Partendo da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jacques e le preziose lezioni di Louis Jouvet, insegna cosa è il teatro, cosa sta dietro e dentro il testo, come e quanto può cambiarti. Non solo chi lo scrive ma anche chi lo interpreta e si fa portatore (involontario, come dice Jouvet) di un messaggio, è quel messaggio che chi recita deve trovare e portare allo spettatore. E’ questo il delicato compito dell’attore e lo comprendiamo, più ancora che dalle parole di Servillo – dispensate ai suoi studenti in abbondanza e con una certa ironia, sfiorando a volte un tono, se non saccente, che vi somiglia – dai dilemmi, la crisi, lo sconforto che assalgono chi va in scena quanto più si avvicina alla Prima. Quando si sente appesantito da luci, rumori, gente che va e viene, distrazioni che lo portano lontano, ‘non ci sono’ dice, ‘non mi sopporto, non mi posso sentire’. Ma poi il personaggio arriva, come aveva spiegato ai suoi studenti (e diceva anche Jouvet), ed è un successo e forse anche una liberazione. Il lavoro dell’artista visto da vicino, quello dell’attore complementare a quello dello scrittore, accomunati dallo sforzo, la fatica, il lavoro, l’impegno, la ricerca continua, perché l’arte è talento ma non solo. Questo fa capire a noi come ai suoi studenti Servillo, regalandoci qualcosa che va oltre il documentario e ci accompagnerà nella visione dei prossimi lavori (teatrali o cinematografici che siano).
Giudizio: ***

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TRE VOLTI
Film drammatico diretto da Jafar Panahi
Interpreti: Jafar Panahi, Benaz Jafari, Marziyeh Rezaei

Berenice dice: i volti dell’Iran
Marziyeh è una ragazza sveglia e libera che ragiona con la sua testa (e per questo la chiamano ‘testa vuota’), vuole fare l’attrice contro la volontà di tutti, famiglia, futuri suoceri, capo villaggio, vecchi saggi.
Disperata manda un video inquietante alla sua attrice preferita. Quando Behnaz Jafari lo riceve ne è turbata, si tormenta, non si dà pace. Può fare qualcosa?, è ancora in tempo per intervenire? Molla tutto e parte per quel villaggio sperduto tra i monti del Nord-Ovest dell’Iran, accompagnata dal regista Jafar Panahi (nei panni di se stesso). Sarà un viaggio nell’Iran più profondo, che sentiamo lontanissimo, come fermo nel tempo.
Panahi torna in macchina e ci porta fuori da Teheran, in un mondo sperduto che ci fa tornare indietro in un’altra epoca, noi come i protagonisti del film. Sembra conoscerlo molto bene (e infatti è la terra dei suoi genitori) e lo ritrae con una cura delle immagini piena d’amore, restituendoci un altro volto dell’Iran, che ha il bel viso fresco e volitivo di Marziyeh, ma anche il volto serio, forte e determinato di Behnaz, e quello stanco e un po’ invecchiato del regista, segnato da una persecuzione senza fine. E ancora, delle decine di persone che incontreranno in questo loro viaggio alla ricerca della ragazza, come anche alla scoperta di qualcosa che va più in là. Facce stanche segnate dalla fatica, accoglienti ma dure, legate a quella terra arida e dura come loro, a regole severe e inviolabili.
Una terra in cui le giovani donne non possono decidere della loro vita, hanno in mano il cellulare, ne usano benissimo le più avanzate funzioni, eppure devono rimanere seppellite nelle loro case, nei loro villaggi, all’interno di logiche e regole soffocanti. Seppellite vive.
Giudizio: ***

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LA PRIMA PIETRA
Film commedia diretto da Rolando Ravello
Interpreti: Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti

Berenice dice: leggero, intelligente, politicamente non corretto
Ante Vigilia di Natale, nel bel mezzo del giardino della scuola, il piccolo Samir prende una pietra e la scaglia contro una finestra. Dramma: un vetro in frantumi, due bidelli feriti, madre e nonna sul piede di guerra, uno scontro sul punto di farsi esplosivo. Prova a ricucire la ferita un Preside pressato da altro, pensieri, urgenze, una recita di Natale ‘politicamente corretta’ da salvare ad ogni costo. Non bastasse deve vedersela con genitori poco disponibili, una segretaria menefreghista che gli estorce denaro, e una maestra vegana finto buonista, che sorride alla vita e vede in ogni cosa un’opportunità. Ma la fretta non lo aiuta, più tenta di avvicinare le parti più queste si allontanano, i motivi di discordia si moltiplicano, facendo riaffiorare risentimenti, rancori e ferite ben più antichi.
Con un ritmo incalzante, una struttura ben congegnata, continue battute, il regista riesce a rendere con grande realismo uno spaccato tanto autentico quanto poco lusinghiero del nostro Paese, incapace di districarsi in un contesto nuovo, complesso, multietnico. La scuola quale specchio della nostra società, i suoi malumori, pregiudizi, conflitti. Un piccolo film, che con leggerezza e brio, non senza qualche sbavatura, si prende gioco di un certo buonismo di facciata, del ‘politicamente corretto’ a oltranza, di un perbenismo ipocrita che tenta di seppellire i conflitti.
Giudizio: ***

Al cinema: Roma, In guerra, Il settimo sigillo, Zen – Sul ghiaccio sottile

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ROMA
Film drammatico, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 2018
Regista: Alfonso Cuaròn
Interpreti: Marina de Tavira, Danie Deme, Latin Lover

Berenice dice: due donne, un Paese, la Storia
Anni ’70, città del Messico. Cleo, una domestica indio, dedica tutto il suo tempo, l’intera vita, alla famiglia presso la quale lavora. Cresce i bambini al posto della madre, li ama quasi fossero suoi, accudisce la nonna, sopporta la ‘signora’, rispetta senza giudicare un padrone di casa sempre più assente.
E’ con i suoi occhi che vediamo il dipanarsi di un piccolo dramma familiare, poi quello più grande di un Paese in rapida trasformazione, non senza violenza. Ma questa rimane tutto sullo sfondo, entra nella vita di Cleo quasi di striscio, senza sconvolgerla, dato che la donna si lascia scorrere le cose come fossero ineluttabili, quasi un destino già scritto cui non si può sottrarre. Il suo sguardo è morbido, incredulo più che arrabbiato o indignato. Non succede quasi niente in questo lungo film, ed è proprio nell’apparente immobilismo, nello scandire delle giornate di Cleo quasi tutte uguali, che Cuaròn ci narra un Paese che di lì a poco verrà sconvolto dagli eventi; allo stesso tempo ci racconta una storia privata, quasi autobiografica, dando al film ancor più autenticità. In un bianco e nero definito da qualcuno ‘pastoso’, immagini, inquadrature, stile che marchiano l’opera dall’inizio alla fine.
Giudizio: ***

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IN GUERRA
Film a tematica sociale: lotta per salvare la fabbrica
Regia: Stéphane Brizé
Interprete: Vincent Lindon

Berenice dice: la potenza di un documentario, la profondità di un film
E’ in guerra Laurent, un combattivo sindacalista, sono in guerra i millecento operai che perderanno il lavoro se non vinceranno la loro lotta. Una guerra di attese estenuanti, promesse disattese, silenzi, rinvii, combattuta con forza, moltissimo impegno, poche armi, pochissime speranze. Dall’altra parte una dirigenza sorda, una proprietà assente, una politica ondivaga. In mezzo una stampa onnipresente, che rende tutto uno spettacolo, uno spot da mandare in onda, possibilmente in diretta. Ed è in diretta che il regista ci fa assistere a questa guerra; con gli strumenti del documentario ci racconta una storia, più viva e vicina di una reale. I momenti più forti: quando toglie l’audio e lascia che parlino solo le immagini accompagnate da una musica potente. Assistiamo alle trattative, alle discussioni, alle divisioni, allo sfaldarsi di ogni coesione, alla disfatta. Ma è poi con il viso intenso e quasi tenero di Vincent Lindon che Stéphane Brizé ci fa entrare nella vita degli operai, sentire la loro rabbia, la delusione, il crollo di ogni speranza e infine la disperazione. Lasciando alle immagini un epilogo che, assieme a quella musica, ci entra dentro.
Giudizio: ****

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IL SETTIMO SIGILLO
Film drammatico di Ingmar Bergman, 1958
Opera ora restaurata
Interpreti: Max von Sydow, Bibi Anderson, Bengt Ekerot, Gunnel Lindblom

Berenice dice: è, e rimane, un capolavoro
Di ritorno dalle Crociate, il nobile cavaliere Antonius Block incontra la morte, ‘è un po’ che ti cammino a fianco’ dice lei avvolta nel suo mantello nero. ‘Non me ne sono accorto’ risponde l’uomo senza essere spaventato, quasi ne conoscesse preferenze e abitudini, e la sfida a scacchi. Per prendere tempo pensiamo ma – lo scopriremo solo alla fine – l’uomo ha in mente altro. Inizia così una lunga partita che, mossa dopo mossa con Block e il suo scudiero, ci porterà dentro una Svezia del XII secolo, sconvolta dalla peste, percorsa da dubbi, paure, caccia alle streghe. Dubbi del Cavaliere – e di tutti noi – che pur sapendo vicina la morte, vuole capire, senza smettere di interrogarsi (e interrogarci). Bergman ci fa entrare in un mondo lontano che sentiamo vicinissimo e ci pare di percorrere, con i suoi odori e profumi, il calore del fuoco, i personaggi strampalati, le loro stesse paure. Un viaggio verso la morte ma dentro la vita, capace di arrivare all’essenza. Ad oltre mezzo secolo rimane quel capolavoro che è, nella versione restaurata ancora più luminosa, quasi “colorata” tanto sono forti, intense e piene di poesia alcune immagini. Bergman parla con immagini e inquadrature che lasciano incantanti, frammenti che sono versi di poesia, giochi di luci e ombre che non smettono di sorprendere. Indimenticabile, eppure ogni volta che lo si vede è come fosse la prima.
Giudizio: *****

zen
ZEN – SUL GHIACCIO SOTTILE
Regia: Margherita Ferri
Interprete: Eleonora Conti, Susanna Acchiardi

Berenice dice: il coraggio di essere diversi
Maia, ragazza dura e spigolosa, è imprigionata in un corpo di donna che sente non suo. Non ha amici, non cerca e non vuole nessuno e nessuno la vuole o la cerca. Solo sulla pista di pattinaggio quando gioca a hockey, nascosta e protetta dalla sua divisa grande e informe, ritrova se stessa. La vediamo correre, quasi danzare, libera, leggera. Come non fosse più ingabbiata in quel corpo che non le corrisponde, capiamo che quella è la sua dimensione e solo lì sta bene. Ma è fuori di lì che deve vivere, e non ha vita facile. La vediamo vittima di bullismo, assalita, ridicolizzata, emarginata, allontanata in quanto diversa. Capace comunque di dire e fare ciò che pensa e vuole, a differenza di tutti gli altri, soffocati da un piccola realtà di provincia che sta stretta a molti ma che nessuno, tranne Maia, ha il coraggio di mettere in discussione.
Ci proverà Vanessa, una compagna di classe, e per un breve momento le due ragazze si avvicineranno, sarà un momento magico, ma poi il conformismo e la paura prevarranno di nuovo. Un piccolo film, girato con scarsissimi mezzi e in poco tempo (una settimana). Esordio di Margherita Ferri degno di attenzione, anche se da affinare c’è ancora parecchio. Nei personaggi troppe le sottolineature e una certa insistenza, che finiscono per fare di Maia una vittima. Qualche sfumatura in più avrebbe giovato, facendola un po’
meno preda e un po’ più protagonista, con le sue difficoltà ma anche con la sua grande forza. Mentre senso estetico, fotografia e amore per quella terra (l’Appennino bolognese) si avvertono già profondi, maturi e potenti.
Giudizio: ***

Al cinema: La donna dello scrittore, Disobedience, La casa dei libri

la donna dello scrittoreLA DONNA DELLO SCRITTORE

Tratto dal romanzo di Anna Seghers Transit

Regia: Christian Petzold

Interpreti: Franz Rogowski, Paula Beer

Berenice: sospeso tra presente e passato, disorienta senza convincere.

Marsiglia, oggi ma anche ieri. Le truppe tedesche avanzano verso Parigi, Georg – un rifugiato tedesco – scappa, vuole raggiungere Marsiglia  per fuggire verso il Sud-America. Ha con sé le lettere, i documenti e il manoscritto di Weidel, uno scrittore, morto suicida poco prima. Deciderà di assumerne l’identità, usare il suo visto per il Messico e iniziare una nuova vita laggiù, nel frattempo cercherà la moglie Marie, ‘conosciuta’ leggendone le lettere. Raggiungerà Marsiglia, incontrerà la misteriosa Marie e se ne innamorerà. Poi tutto si complicherà, in un andirivieni dal Consolato allo squallido albergo, alle case dei rifugiati, al porto. In una Marsiglia di oggi, quasi deserta, come svuotata per far spazio a questa storia e i suoi protagonisti, vediamo solo loro: poliziotti, rifugiati, camionette della Polizia , ambulanze, rastrellamenti continui. Il regista tedesco ha voluto ambientare in una Francia di oggi una storia di ieri, il romanzo Transit di Anna Seghers – ambientato nella Francia occupata dai tedeschi – rimane quasi intatto nella trama ma stravolto nell’ambientazione, creando un senso di straniamento che accompagnerà lo spettatore per tutto il film. Esperimento coraggioso e apprezzabile quello di Petzold, ma non pienamente riuscito. Si rimane sospesi, tra presente e passato, lontani, distanti, senza sentire più attuale la storia (se questo era l’intento); la avvertiamo al contrario come estranea, distante, quasi surreale, complice una sceneggiatura e una recitazione dall’impronta (e i ritmi) fortemente teatrali. Risentiamo, riviviamo le pagine del romanzo solo negli ampi spazi lasciati alla voce narrante, le parti più belle e più autentiche di tutto il film.

Giudizio: **

DISOBEDIENCE

DISOBEDIENCE

Tratto dal romanzo bestseller Disobedience di Naomi Aldermn

Regia: Sebastian Lelio

Interpreti: Rachel Weinsz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola

Berenice dice: la libertà di scegliere (e di disobbedire)

Ronit è una donna giovane, forte, indipendente, libera. Ha lasciato Londra e la comunità ebreo-ortodossa nella quale è cresciuta, troppo soffocante per lei. Ma dovrà tornarci, il padre – il rabbino-capo amato e rispettato da tutti – è morto all’improvviso. Con sorpresa di molti, sarà lì per i funerali, ritorno non facile, in una comunità chiusa, attaccata alle proprie tradizioni, ai propri riti, che poco e male tollera chi, come Ronit, le mette in discussione, non si adegua. Sempre con il sorriso sulle labbra le lanceranno accuse, rimproveri, rinfacceranno passato, scelte, stile di vita, le faranno capire che non è persona gradita. Ad eccezione di Dovid, quasi un figlio per il rabbino capo, e la moglie Esti, donna fragile e apparentemente dimessa che ha scelto di non scegliere. La accoglieranno nella loro casa, permettendole di assistere al funerale e celebrare il suo lutto mentre il legame tra le due donne, un tempo amiche, si rivelerà ancora fortissimo. Seguiamo, attraverso il bel volto intenso di Rachel Weisz, la giovane donna nel suo difficile ritorno, avvertiamo il peso, il vuoto e lo sperdimento di un lutto così grande, reso dal regista cileno con una delicatezza rara. Entriamo assieme a lei in una comunità a noi pressoché sconosciuta, con l’occhio distaccato, quasi estraneo di chi da tempo ha ripudiato quel mondo, assistiamo a riti, cerimonie, ne apprendiamo usi, abitudini, logiche e assurdità. Tratto dall’interessante romanzo dell’inglese Naomi Alderman (anche lei ebreo-ortodossa), con qualche piccolo aggiustamento, il regista è capace di preservare intatto il senso di una comunità, di un mondo chiuso e soffocante, fatto di regole ferree,  riuscendo al contempo a restituire l’intensità e la forza dei suoi protagonisti, le loro emozioni, i pensieri, le sensazioni, senza ricorrere a voci narranti fuori-campo o altri escamotage, ma affidandoli ai volti, gli sguardi, i gesti di tre straordinari interpreti. Lo fa con grande rispetto, profonda umanità e una sensibilità unica.

Giudizio: ****

LA CASA DEI LIBRILA CASA DEI LIBRI

Tratto dal romanzo di Penelope Fitzgerald La libreria

Regia: Isabel Coixet

Interpreti: Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Bill Nighy

Berenice dice: scorre placido, senza increspature, senza sorprese o emozioni forti

Campagna inglese, fine anni ’50. La graziosa e mansueta Florence Green, dopo oltre dieci anni di vedovanza, decide di consolarsi aprendo una libreria nel bel mezzo del nulla. Solo che sceglie il posto (una vecchia casa), il luogo (uno sperduto villaggio), il momento sbagliati. Ci sarà chi tenterà  di dissuaderla prima, di ostacolarla poi, frapponendo ogni sorta di difficoltà, complicazione, ostacolo, anche legale. Ci sarà però anche chi, inaspettatamente, le offrirà il proprio aiuto, sostegno e affetto. Tutto qui, questo film spagnolo molto ‘british’, garbato, elegante, curatissimo (e premiatissimo), con una sapiente fotografia, bravi attori (in particolare la ‘perfida’ Patricia Clarkson e l’eterna adolescente Emily Mortimer- già viste assieme in Party, senza però il mordente che avevamo apprezzato lì) ma non smuove grandi cose, non suscita forti emozioni. I buoni, i cattivi, i frustati, i pettegoli, i servili, i ribelli, i coraggiosi, personaggi tagliati tutti un po’ con l’accetta, mancano sfumature, ambiguità, lati oscuri, complessità. Uno spaccato della piccola borghesia inglese, rurale (e non) con dispetti, piccolezze, cattiverie, il male per il male, senza ragione, proprio come nella vita, certo. Solo che nella finzione (in narrativa come al cinema o a teatro) non funziona,  ci vuole qualcosa di più, se non una ragione o un senso, deve almeno essere funzionale alla storia ed ai suoi personaggi, qui lo è solo al film. Tratto dal romanzo della Fitzgerald (‘La Libreria’-1978) qui non viene voglia di correre a leggere il libro, certi di ritrovare su pagina esattamente tutto quanto abbiamo trovato sullo schermo. Sicuramente un bel compitino, fatto per bene, ma niente più.

Giudizio: **

 

Al cinema: The children Act – Il verdetto, 1938 – Diversi, Gotti – Il primo padrino.

THE CHILDREN ACT – IL VERDETTO
Regista: Richard Eyre
Dal romanzo La ballata di Adam Henry
Autore del libro e della sceneggiatura: Ian McEwan
Interpreti: Emma Thompson, Fionn Whitehead, Stanley Tucci, Ben Chaplin

Berenice dice: quando il lavora entra nella vita e la vita entra nel lavoro.

Fiona Maye è un giudice dell’Alta Corte, brava, seria, scrupolosa, estremamente professionale. Abituata a prendere decisioni delicate, ascoltare, comprendere, contemperare interessi contrapposti. Così presa dal lavoro da non accorgersi come il suo matrimonio stia andando alla deriva. E quando la realtà le viene sventolata sotto il naso lei si chiude, tace, non vuole sentire, non vuole ascoltare, replicare. Tanto brava nel lavoro, tanto incapace negli affetti. E mentre il suo matrimonio, la sua stessa vita rischia di crollare arriva Adam Henry e il suo rifiuto di farsi curare, sottoporsi a trasfusioni che gli potrebbero salvare la vita. Deve prevalere la libertà di scelta, l’autodeterminazione, o il diritto alla vita? Combattuta, sopraffatta dal dilemma il giudice Maye andrà dal ragazzo entrando nella sua vita e lasciando che lui entri nella propria. Qualcosa cambierà in modo definitivo per entrambi. Nulla sarà più come prima. Tratto dal romanzo di Ian McEwan, La ballata di Adam Henry, qui non manca nulla, i personaggi sembrano la fotografia di quelli trovati sulla pagina; lo scrittore è unico nel tratteggiarli, entrare nei loro pensieri più profondi, mostrare le devianze per quello che sono. Se qualcosa manca – il cambiamento radicale del ragazzo improvviso quanto poco giustificato, il personaggio del marito non riuscitissimo – già era assente nel romanzo e immagini e regia non riescono a sopperire a tali manchevolezze. In compenso una Emma Thompson perfetta per la parte e un credibile Fionn Whitehead rendono al meglio il dramma, il dilemma, la sete di vita, di affetto, ma anche la fragilità, l’incrinarsi dei rapporti, il rompersi di qualcosa dentro. Aiutati da un’ottima regia, una scenografia curatissima e una fotografia di grande raffinatezza.
Giudizio: ***

 

1938 – DIVERSI

Film documentario
Regia: Giorgio Treves

Berenice dice: uguali ma diversi, il razzismo nel suo nascere.

Il fascismo, l’uso della stampa, la propaganda, la Guerra in Etiopia, in Abissinia, la razza pura, il razzismo coloniale, poi antisemita. Attraverso filmati, immagini, giornali del tempo, seguiamo l’ascesa del fascismo e le sue degenerazioni. Immagini si alternano a interviste; storici, scrittori, sociologi, testimoni del tempo ci raccontano un’Italia che stentiamo a riconoscere. Vediamo come dal niente (“gli italiani non erano anti-semiti”, assicurano gli storici intervistati) si è costruita prima una diffidenza, poi un disprezzo, un’intolleranza, un rancore e infine vero odio. Come sia potuto accadere continuiamo a chiedercelo come se lo chiedevano, attoniti e sbigottiti, gli stessi protagonisti. Nessuno se lo aspettava, nessuno ci credeva eppure dall’oggi al domani cittadini italiani perfettamente integrati, professori, avvocati, medici, studenti, bambini, non erano più persone gradite. Cacciati da scuole, università, uffici, case, negozi. Apparivano scritte sui muri (le prime, sono nate a quel tempo, ci spiega un testimone), divieti (‘vietato l’ingresso a cani ed ebrei’), aggressioni, notizie di cronaca che li vedevano come protagonisti (proprio come oggi hanno sempre a oggetto immigrati, osserva un altro testimone). Cose che già conoscevamo e altre che scopriamo grazie a testimoni, immagini del tempo, articoli, frammenti, dichiarazioni dei protagonisti di allora, in un sapiente alternarsi di immagini, testimonianze, foto, slogan, silenzi che dicono più di mille parole. Un piccolo documentario presentato fuori concorso a Venezia, che ha la capacità di farci entrare all’interno di quel meccanismo oscuro chiamato razzismo, di scomporlo per rivelare i suoi più nascosti segreti, il suo stesso funzionamento, più semplice ed elementare di quanto si pensi. Lo abbiamo visto tante volte e lo continuiamo a vedere, ancora oggi. Ogni volta da capo come non fosse mai successo prima, come non avessimo imparato nulla.
Giudizio: ***

 

GOTTI –   IL PRIMO PADRINO
Regia: Kevin Connolly
Interpreti: John Travolta, Kelly Preston, Spencer Lofranco, Stacy Keach

Berenice dice: del capolavoro di Coppola solo il titolo.

John Gotti, un noto e spietato mafioso che aveva spopolato negli anni Ottanta, diventando un fenomeno mediatico, qui lo vediamo vecchio, malato, condannato all’ergastolo, interpretato da un John Travolta molto (troppo?) nella parte, debitamente invecchiato. Parla in carcere con il figlio (affiliato anche lui) e ricostruisce, con ampi flash-back, la sua ascesa ai vertici della Famiglia Gambino. Dagli esordi all’eliminazione dello stesso capo-clan fino alla definitiva condanna (dopo quattro assoluzioni) e all’epilogo, in carcere malato di cancro. Ma manca un filo conduttore, un senso, una logica, una vera storia, rimangono episodi, frammenti slegati che non coinvolgono. Soprattutto non riescono a rendere le atmosfere, le dinamiche, le logiche di una famiglia mafiosa, rimane tutto in superficie, grandi mezzi ma poca, pochissima sostanza. Nulla a che vedere con un Coppola, ma neppure con i Soprano.
Giudizio: *

Al cinema: Sulla mia pelle, BLACKkKLANSMAN, The wife

SULLA MIA PELLE
Film drammatico sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi
Regia: Alessio Cremonini
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Mauro Conte, Max Tortora

sulla mia pelle

Berenice dice: sulla pelle, il corpo, l’anima di un ragazzo (e di tutti noi).
Un ragazzo, poco più che trentenne, ma ancora fragile, che non ha trovato il suo posto del mondo. E’ scontroso, non simpatico, non facile. Pagherà a caro prezzo questo suo essere, non poi così fuori dalle righe, come tanti altri ragazzi suoi coetanei. Ma Stefano ha la sfortuna di incappare in chi non dovrebbe e rimanere impigliato in un meccanismo più forte, potente, disumano di quanto si immagini. Assistiamo, impotenti e increduli, a questo suo sprofondare silenzioso, come fosse una condanna già scritta cui non si può opporre. Lui tace – per paura di guai e mali peggiori – non sa, non capisce che il peggio è già stato fatto, lo vediamo in quel suo corpo martoriato, che si fa sempre più magro, livido, dolente. E’ come se, assieme a lui, tutti noi provassimo quel dolore, alla schiena, alle ossa, alla testa, la simbiosi di un bravissimo Alessandro Borghi con Cucchi è pressoché totale, rendendo ancora più vivo, forte e vicino lo strazio di quel corpo. Il regista non risparmia nulla né a noi né a Cucchi o alla sua famiglia, non abbellisce, non ingentilisce, ci mostra le cose, le persone, ‘i protagonisti’ come sono, per quello che sono, senza giustificazioni o falsi alibi, così chi non vede o non vuole vedere, chi tenta di intervenire ma si arrende, chi ha paura di ribellarsi, chi si trincera dietro carte, bolli, permessi. Intanto un ragazzo moriva, solo in un letto di ospedale, non è il solo, come ci diranno alla fine, sui titoli di coda. Non dovrebbe accadere, invece è accaduto. Cremonini ha il coraggio di mostrarcelo, nudo, crudo, livido come il corpo di quel ragazzo, un ragazzo come tanti altri.
Giudizio: ****

BLACKkKLANSMAN
Film americano, drammatico
Regia: Spike Lee
Interpreti: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier
Adattamento del libro Black Klansman dell’ex poliziotto Ron Stallworth

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Berenice dice: non convince
Denver Colorado, anni Settanta. Ron Stallworth è un ragazzotto afro-americano che si arruola nella Polizia, il primo della città. Sarà anche il primo nero a riuscire ad entrare nelle fila del Klu Klux Klan, in anni particolarmente caldi, ‘esplosivi’, come quelli. Una storia vera dalla quale Lee prende spunto per narrare in chiave poliziesca (ma a tratti anche comica, satirica, con qualche sconfinamento nel ‘tarantinismo’) un’epoca, un clima, un’America che si pensa tanto lontana, superata. Ed è proprio questo il pregio maggiore del film, rendere – alla perfezione, come Spike Lee sa fare – quegli anni, dai colori, agli abiti, la musica, pure le inquadrature, come fossimo anche noi catapultati negli anni ’70, o quantomeno in un film di quegli anni. Solo che l’esperimento non riesce fino in fondo, i vari generi (poliziesco, commedia, dramma) non sanno amalgamarsi, restituendo personaggi riusciti a metà, allegri e compagnoni nella migliore delle ipotesi, macchiette nelle altre, una storia che fatica a trovare una conclusione all’altezza del suo avvio scoppiettante. Ma Spike Lee ci ha abituati a ben altro, da lui vogliamo (pretendiamo?) di più. Interessanti le immagini (vere) finali degli scontri di Charlottesville, ma non bastano.
Giudizio: **

THE WIFE – vivere nell’ombra
Film drammatico
Regia: Biorn Runge
Interpreti: Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Max Irons
Tratto dal romanzo The wife, di Meg Wolitzer

the wife

Berenice dice: il peso di una vita di silenzi, ombra, sacrifici
Joe e Joan, marito e moglie, scrittore senza talento lui, scrittrice brillante lei, solo che lui ha successo, fama e meriti, lei nulla. Andranno a ritirare il Nobel appena assegnato e sarà proprio questo premio a gettare in crisi la donna che gli ha vissuto a fianco una vita, nell’ombra. Cresce il disagio di lei con l’avvicinarsi della premiazione, si trasforma in disappunto, poi fastidio, astio, rancore fino a sfiorare la rabbia. La vediamo farsi strada sul viso di una straordinaria Glenn Close che mantiene il sorriso mentre ribolle dentro, rancori, risentimenti, frustrazioni accumulati in anni di silenzio riemergono e divengono
intollerabili. Fino a un epilogo (un po’ concitato, con un’accelerazione improvvisa quanto non pienamente riuscita) nel quale i due coniugi si confronteranno e scaraventeranno addosso anni e anni di risentimenti. Nel passaggio dal romanzo al film sempre qualcosa si guadagna e altro si perde, qui l’ineguagliabile interpretazione di Glenn Close regala sguardi, espressioni, gesti che pagine e pagine non riuscirebbero a rendere con pari immediatezza, la potenza dell’immagine che spiazza la parola. Ma poi quelle pagine, i pensieri così ben resi sulla pagina mancano, li possiamo solo immaginare ma non con la profondità della parola scritta, così la reazione finale della donna, improvvisa quanto repentina, per quanto attesa risulta più artificiosa. Si avverte che manca qualcosa e vien voglia di leggere il romanzo per riempire quel vuoto, ed è già un gran risultato. In una narrazione tra il presente e il passato, con ampi flashback, ben congegnati ma poco riusciti – forse anche per la recitazione poco convincente dei due giovani attori che non stanno al passo con la grandezza dei colleghi, la sceneggiatrice Jane Anderson propone il suo adattamento del romanzo di Meg Wolitzer. Non pienamente riuscito ma pur sempre interessante, soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Close e Pryce, che riescono ad andare oltre quelle pagine e farci entrare all’interno del misterioso legame che lega due persone.
Giudizio: ***

 

Al cinema: Un affare di famiglia, Una storia senza nome, Sembra mio figlio

locandina

UN AFFARE DI FAMIGLIA

Film drammatico giapponese
Regista: HiroKazu Koreeda
Cast: Lily Franky, Nobuyo Shibata, Sokuke Ikematsu
Premi: Palma d’oro, Festival di Cannes

Berenice dice: la famiglia che scegliamo
Un uomo ruba assieme a un ragazzino in un supermercato, padre e figlio pensiamo. Sulla strada di casa vedono una bambina, triste, sola, li guarda malinconica, ha fame, ha freddo. La portano con loro, una casa piccola, piena di cose, di persone, una grande famiglia pensiamo. E iniziamo a immaginarci chi sia figlio di chi, madre o nonna di chi. Intanto la bambina, si scopre, è piena di cicatrici, non riescono proprio a riportarla a casa, la tengo con loro. Piano piano, iniziamo a pensare che, forse, anche gli altri non sono davvero legati dal sangue, si insinuano i dubbi, nel frattempo però il regista ci ha fatto entrare dentro questa strana famiglia, i suoi legami, gli affetti, qualcosa di profondo e solido, nonostante le apparenze.
Persone che hanno poco, fanno lavori umili, rubacchiano, vivono ai margini eppure non si risparmiano nel darsi, il tutto con allegria, leggerezza, semplicità. Koreeda Hirokazu ha la capacità di farci entrare in una realtà che crediamo conosciuta per ribaltare ogni nostra certezza e quando pensiamo di averla compresa la ribalta ancora, con grande naturalezza, in maniera quasi impercettibile, tanto da non sconvolgerci neppure. Capiamo che ci vuole raccontare un altro Giappone, non quello moderno, sfavillante, tecnologico e iper-strutturato cui siamo abituati, uno più nascosto e altrettanto vero, che ci sorprende, tocca nel profondo e sentiamo più vicino. Un Giappone che avevamo iniziato a scorgere in Padri e Figli, ma che qui diventa protagonista, assieme a un lato oscuro del Paese che non conoscevamo, fatto di violenze, soprusi, bambini maltrattati, lato accuratamente celato ma non per questo meno vero. Il tutto narrato con grande delicatezza, accennato più che mostrato, con eleganza, leggerezza e un’intensità rara, come il meraviglioso viso della piccola Yuri.
Giudizio: ****

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UNA STORIA SENZA NOME

Film drammatico
Data di uscita: 20 set 2018 (Italia)
Regia: Roberto Andò
Cast: Micaela Ramazzotti, Laura Morante, Alessandro Gassmann, Antonio Catania

Berenice dice: tanti elementi, poca sostanza
Una timida segretaria di un produttore che, in gran segreto, scrive sceneggiature per uno scrittore di successo, gigione e superficiale, un misterioso ‘detective’ che spunta dal niente, una madre ingombrante e sentenziosa, un critico d’arte inglese e chiacchierone, un produttore legato alla criminalità, la mafia, la politica. Seguiamo la ragazza, timida, impacciata, perdutamente innamorata, che piano piano, con l’aiuto del misterioso detective, si addentra nelle maglie di un mistero che via via diventa sempre più grande ed intricato. Costruito come un giallo, con tanto di colpi di scena (fin troppi, specie sul finire), entra nel mondo del cinema, della produzione, dei legami con la mafia poi sembra perdersi, mafia e politica, misteri, complotti. Un po’ troppo per le esili gambe di una timida segretaria che disvela un mistero più grande di lei (e anche, forse, del film). Un film che vuole troppo ma finisce per non lasciare molto, ben costruito, ben recitato, ben girato, ricco di citazioni, ma che vola in superficie senza mai andare davvero in profondità, lasciando più dubbi che verità, qualche perplessità e non poco scetticismo. Si lascia vedere ma non molto altro.
Giudizio: **

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SEMBRA MIO FIGLIO

Film drammatico, Italia 2018
regia: Costanza Quatriglio, primo lungometraggio di finzione
Interprete: Basir Ahang

Berenice dice: quando il passato ti viene a cercare
Ismail e Hassan, due fratelli di etnia hazara fuggiti dall’Afghanistan poco più che bambini vivono in Italia da anni. Ismail lavora, fa progetti, è integrato, Hassan è più timido, introverso, fragile. Seppur più grande è minuto, vulnerabile, delicato, è il fratello che pensa a tutto, si occupa di ogni cosa, protegge l’altro.
Anche dalle misteriose telefonate che riceve di nascosto, la sera, da una voce flebile, incerta, una donna, forse la madre. Poi è un uomo che prende il controllo di quelle telefonate, non fa più parlare la donna, dà ordini, anche a Ismail che con nostra sorpresa non si oppone, lascia fare. Così lo fa parlare con Hassan, è il primogenito e l’uomo vuole parlare solo con lui, impone regole e valori che non appartengono più ad Ismail. Assistiamo al graduale farsi strada di un passato, di radici e valori dimenticati, che vengono disseppelliti e imposti con prepotenza. Prepotenza che vediamo gradualmente rifarsi spazio nel fratello maggiore, quasi che grazie a quell’uomo avesse ritrovato il suo ruolo, una sua collocazione, da troppo tempo schiacciata, negata dall’inferiorità fisica. Ismail non lo riconosce più, non lo capisce, come non capirà le sue scelte, né il suo Paese quando ci tornerà. Tratto da uno storia vera, con il bel volto del poeta e giornalista afghano, Basir Ahang, segnato e antico, proprio come la storia del suo popolo Hazara. Una storia che andava raccontata, anche se l’influenza del documentario è presente e forte, la narrazione manca a tratti di scioltezza, deve ancora essere affinata, in compenso rimane una sensibilità per la fotografia non comune che regala immagini uniche. Un film intenso, coraggioso, con un finale che si porta dentro tutto il dramma di un popolo.
Giudizio: ***

Al cinema: Lucky, Mr Long, The Escape

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LUCKY

Berenice dice: quando il corpo inizia ad abbandonarci

Lucky è un novantenne cinico e irriverente, se ne infischia di regole, buon senso, raccomandazioni del medico. Non dà ascolto a nessuno, beve, fuma in continuazione, passa le sue giornate a fare parole crociate, battute con i suoi amici, seguire quiz televisivi. Vive da solo, in un paesino in mezzo al deserto, aspro e asciutto proprio come lui. Non ha bisogno di nessuno: ‘solo da solus, completo’, dice. Un giorno, all’improvviso cade, senza ragione, semplicemente il suo corpo lo abbandona. ‘Stai diventando vecchio’, sentenzia il medico, ‘c’è un momento in cui il nostro corpo inizia ad abbandonarci’ aggiunge. Lucky realizza per la prima volta che può morire e presto, ha paura. Ed è con il suo viso scavato, quasi spettrale, il fisico consumato, ridotto ai minimi termini, le mani grandi, nodose, lo sguardo di chi vede il viso della morte molto da vicino, che il regista ci narra questa piccola storia, tenera e delicata, senza scadere nel patetico, riuscendo a mischiare ironia e tenerezza, irriverenza, sarcasmo e tanta umanità. E, sopra ogni cosa, una sconfinata tenerezza, quella che proviamo sin dal primo istante per Lucky, un Harry Dean Stenton alla sua ultima interpretazione, con quel suo sguardo perso, i passi incerti, il fisico stanco, i modi bruschi, la dolcezza e l’ironia del suo sorriso. Lo stesso sorriso che ci regalerà sul finale, con l’immancabile sigaretta tra le labbra. ‘Non ci resta che ridere’, dice, e quel sorriso ci rimane nel cuore.

Giudizio: **** con qualche più.

 

Mr Long

MR LONG

Berenice dice: vite interrotte che con fatica riprendono per poi interrompersi di nuovo.

Un feroce killer, una ex-prostituta tossicodipendente, un bambino che si deve prendere cura della madre, ai margini di una metropoli come Tokyo, in una periferia povera, desolante, piovosa e grigia. Ma è proprio da quell’improbabile incontro che nasce qualcosa di forte e profondo che avvertiamo farsi strada piano piano, tra uno sguardo, un gesto, un sorriso, con forza e determinazione. Lo vediamo nel bel viso duro, imperturbabile di Mr Lang, il killer (un bravissimo Chan Chen), nel bambino con la sua fame d’affetto, nel sorriso della madre che lentamente si affranca dalla sua dipendenza, si riavvicina al figlio e in qualche modo anche quell’uomo, impassibile, misterioso, duro eppure così attento e gentile con il bambino. Intorno a loro una comunità bizzarra ma piena di umanità e altruismo, che aiuta quello sconosciuto, con la casa, il lavoro, il bambino. Ma anche una malavita crudele, spietata, disumana che non darà tregua né al killer né all’ex-prostituta, ormai madre e “pulita”, proprio quando iniziava di nuovo a sperare in una vita ordinaria. Una storia senza sconti, che sfiora la fiaba, con qualche occhiata anche al kitchen-movie, ai margini di tutto eppure con una dolcezza di fondo e una vena poetica che si avverte in ogni immagine (tutte studiatissime, perfette).

Giudizio:  ***

 

theescape

THE ESCAPE

Berenice dice: l’indecifrabile male di vivere (oppure: la depressione vista da vicino – senza essere deprimente)

Tara è bella, giovane, ha tutto. Un marito che la ama, due adorabili bambini, una  casa, grande, spaziosa, bella. Tutto è perfetto, eppure qualcosa s’inceppa, le manca l’aria, si sente soffocare. Non capisce, non sa che le succede, non osa neppure parlarne, piange di nascosto e continua a fare la vita di sempre, ma non è più la stessa. Pian piano inizia a confidarsi, con il marito, la madre. ‘Non sono più felice’ dice, ma non la ascoltano davvero, non capiscono. ‘È una fase, capita a tutte’, le dice la madre. ‘Tutto purché sia felice’, ripete il marito che desidera indietro la sua Tara, quella che gli faceva trovare la cena pronta, si occupava dei bambini, pensava a ogni cosa in modo che lui potesse fare tranquillo la sua vita. Quella Tara non c’è più, e forse non tornerà mai. La seguiamo nella sua fuga, la ritrovata libertà, scorgiamo quel velo di tristezza che non la abbandona. Fino ad un finale più che aperto, tutto da decifrare, proprio come la depressione, al centro di questo film sincero e coraggioso. Con delicatezza ma senza risparmiare nulla, con grande onestà e nessun giudizio, la regista ci fa entrare nei meandri più profondi di quello che per molti è e rimane un indecifrabile enigma. Ci fornisce anche tutti gli indizi per decifrare il finale, ma ciascuno ci metterà quello che vuole e sente, proprio come accade con la depressione. Chi ci è passato si ritroverà in tante cose, chi ha avuto la fortuna di passarci solo accanto forse riuscirà a capirla un po’ meglio. Un film molto vero, per nulla consolatorio, in nessun modo deprimente, ben girato, magistralmente interpretato, che lascia una sensazione di sospensione, proprio come certe immagini dal treno, che scorrono via senza una precisa forma, senza che sia possibile soffermare lo sguardo o intravedere i contorni di qualcosa. Proprio come la depressione.

Giudizio: ****

 

Al cinema: Il sacrificio del cervo, L’albero dei vicini, Mexico! Un cinema alla riscossa.

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Berenice: da evitare

Steven, chirurgo affermato, da qualche tempo incontra Martin, un ragazzino con qualche difficoltà. Iniziamo a farci delle idee, forse è il figlio – anche se lo chiama per nome, non papà – forse altro, l’uomo gli fa dei regali, lo abbraccia, lo vede possibilmente non in pubblico. Poi vuole che incontri la sua famiglia, i suoi figli. Capiamo di aver sbagliato, anche se ancora non comprendiamo fino in fondo, al contempo ci sfugge cosa non vada in quel ragazzo che ci inquieta. L’inquietudine cresce con l’avanzare del film; musica, immagini, inquadrature non fanno che aumentare la suspence. Poi la svolta, il dramma. E’ qui che il film scricchiola e inizia a dare segni di cedimento. Ma ancora abbiamo voglia di capire, di seguire il dilemma davanti al quale viene messo il chirurgo e la sua intera famiglia. Riaffiorano crepe profonde in un matrimonio che sembrava perfetto. Non si sgretola, ma mostra chiari i segni di una tensione profonda, un equilibrio solo apparente, una felicità più esibita che reale, questa la parte più interessante del film. Poi, nel procedere verso l’epilogo il film si accartoccia. Troppe le cose che non si comprendono, non tornano, non sono credibili, fino a sfiorare l’assurdo. Evidenti, e voluti, i richiami a Kubrick, sin dalle prime immagini, senza essere all’altezza del maestro. Per quanto vi fossero le premesse (ambientazione, fotografia, musica, attori di fama) il risultato non convince, peccato poteva essere un bel thriller capace di portarci dentro le nostre paure più profonde, senza sconfinare inutilmente nell’horror. La scelta è stata diversa (troppo ambiziosa?) e purtroppo si vede.

Giudizio: *

 

 

L’ALBERO DEI VICINI

Berenice: un regista dovrebbe sapere quando è meglio fermarsi, per il bene del film (e degli spettatori).

Un bellissimo albero, rigoglioso, pieno di vita e di foglie. Un giovane uomo che si diverte a rivedere vecchi filmini in cui fa sesso con la sua ex. Un figlio scomparso che non tornerà mai più. Una madre sconvolta dalla scomparsa, una moglie infuriata e umiliata dalla scoperta, una donna infastidita dall’albero e forse anche da quei vicini, che mal e poco la tollerano. Inizia tutto da qui, piccoli screzi, futili incomprensioni, qualche malinteso. Invece di chiarirsi questi si accentuano, diventano più profondi, intollerabili fino ad esplodere. Assieme a un veleno, una cattiveria, una violenza che gli stessi protagonisti non sapevano di avere. Osserviamo la tensione, le incomprensioni, i conflitti che crescono, si gonfiano come bolle, sfuggono a ogni controllo. Un crescendo  semplice da riconoscere dall’esterno, impossibile dall’interno. Atli, il figlio e marito separato, capisce bene come la madre esageri, si spinga oltre il tollerabile con la vicina. Gli sfugge però quanto violente e incomprensibili siano le sue reazioni, con la moglie, gli insegnanti dell’asilo, la polizia. Il tutto in una tranquilla, pacifica e democratica Islanda, Paese civile, dove non si grida, non si alza la voce, i cani vengono tenuti al guinzaglio e i diritti di tutti sono riconosciuti e rispettati. Il regista si prende gioco del suo democratico Paese, fatto di regole – morali, sociali, legali – che forse soffocano i suoi abitanti con i risultati che con perizia mette in scena, fino alle sue più estreme conseguenze. Ed è proprio qui che forse esagera, vuole mostrare tutto tutto fino in fondo. Se il regista si fosse fermato a una scena clou (in prossimità della fine) in cui si intuisce già tutto avrebbe fatto un regalo al suo film (e a tutti noi). Affidarsi al non detto è scelta difficile e coraggiosa ma sempre saggia. Il regista non l’ha voluta o saputa fare. Peccato.

Giudizio: **

 

MEXICO! UN CINEMA ALLA RISCOSSA (documentario)

Berenice: il sogno di vendere sogni

Questo era il sogno di Antonio Sancassani, titolare del Mexico e protagonista assieme al suo cinema del film-documentario che il giovane regista Michele Rho gli ha dedicato. Ed è proprio partendo dal sogno di un uomo comune, che ama la libertà, l’indipendenza, che non vuole piegarsi alle regole di un mercato dominato da pochi, che il regista ricostruisce la storia dei cinema di Milano. Sale immense, eleganti, piene di gente – così piene da dover aprire le porte in anticipo per evitare le rompessero – che arricchivano e animavano il Centro della città, e non solo. ‘Ogni quartiere aveva il proprio cinema’ ricorda uno dei tanti testimoni (citiamo tra i molti: Moni Ovadia, Mereghetti, Porro, Bisio, Bigazzi, Ragonese). Luoghi storici per la Milano di un tempo, ora ridotti a centri commerciali, grandi negozi, ristoranti, nel migliore dei casi, in stato di abbandono, chiusi in attesa di qualche buon investitore, negli altri. Sancassani non si è arreso e ha fatto di necessità virtù, inventandosi un nuovo modo di fare cinema, presentazioni con attori e registi, eventi, rassegne di film dimenticati, opere prime, film indipendenti, in lingua originale e, sopra ogni cosa, andandosi a cercare i film che nessuno gli voleva dare. E questa è stata la sua fortuna, tra i film che nessuno voleva ha trovato ‘Il Vento fa il suo Giro’, ci ha creduto e scommesso. E’ rimasto in programmazione per oltre due anni (e gli è valso l’Ambrogino d’Oro nel 2011). Questo ha voluto raccontare, in modo fresco, ironico, originale, con franchezza (e anche tanto affetto) il regista, usando le sue stesse parole ‘la storia di un uomo che ha realizzato il suo sogno’ e che continua a regalarne a tutti noi. Narrando al tempo stesso una storia più grande, di molti che – come il protagonista – lottano ogni giorno per la sopravvivenza. Affinché anche noi come Sancassani  bambino – e, per sua espressa ammissione,  ancora oggi – possiamo continuare a provare la stessa immensa, indimenticabile emozione ogni volta che si spengono le luci e attendiamo che il sogno abbia inizio.

Giudizio: ****