Al cinema: Il traditore, Tutti pazzi a Tel Aviv, Selfie, Il flauto magico di piazza Vittorio, Soledad.

IL TRADITORE
Film drammatico su Tommaso Buscetta, primo pentito di mafia.
Regia: Marco Bellocchio
Palma d’oro per la migliori attrice
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Candido, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferraca

Berenice dice: la storia di un uomo d’onore
Anni Ottanta, la guerra di mafia imperversa. Uomini, donne, bambini uccisi senza pietà, il mercato dell’eroina fa gola a molti e c’è chi, per assicurarsene il controllo, è disposto a tutto. Una guerra tra famiglie, soprattutto tra un’idea tradizionale di mafia (‘uomini d’onore’) e una nuova e diversa, più moderna, più spietata. Quasi lo specchio di un Paese che cambia, tra tradizione e modernità, rispetto delle regole e totale assenza di regole. Non è questo che interessa a Bellocchio ma l’uomo, Buscetta, il pentito non pentito, l’uomo d’onore che non può tollerare una simile macelleria. Lo vediamo libero, nel pieno dei suoi anni, forte, vigoroso, deciso, assieme a una bellissima e giovane moglie,
circondato dai figli, in Sicilia prima – per una pace tra famiglie alla quale non crede molto – in Brasile poi. Ma non sarà e non si sentirà al sicuro neppure lì. Riusciranno a scovarlo, farlo arrestare, torturare e poi consegnare alle autorità italiane. Sarà solo allora che si deciderà a collaborare, permettendo l’incriminazione dei maggiori esponenti mafiosi, soprattutto di comprendere la mafia dall’interno. Il film, a grande effetto e impatto, girato con potenti mezzi e tantissima maestria, rende con poche efficaci pennellate la guerra di mafia. La disumanità crescente, la totale assenza di regole, il retrocedere e l’impotenza di chi rimane fedele al vecchio codice d’onore, la sensazione costante di essere braccati. Sensazione questa che non abbandonerà più, fino all’ultimo giorno, l’uomo Buscetta.
Bellocchio riesce a renderlo al meglio e quella sottile sensazione d’inquietudine accompagna l’intero film. Rimangono invece sullo sfondo altri aspetti che avremmo voluto vedere più approfonditi: il rapporto con Falcone, il legame con la politica. Non è un caso ma una scelta precisa. Peccato.
Giudizio: ***

 

TUTTI PAZZI A TEL AVIV
Regia: Sameh Zoabi
Interpreti: Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton

Berenice dice: la follia di un conflitto millenario concentrato in una soap-opera
Tutti pazzi per “Tel Aviv on fire”, una commedia in chiave palestinese, ambientata durante la Guerra dei sei Giorni, prodotta e finanziata da palestinesi ma film seguitissimo anche dagli israeliani.
Merito di Salem, un giovane palestinese, spaesato e incerto, ingaggiato dallo zio come stagista, ben presto promosso a sceneggiatore. Sceneggiatore per caso (e necessità) grazie ad Assi, un generale israeliano al comando del posto di blocco dal quale Salem deve passare ogni giorno, e grande appassionato della soap-opera. Gli detterà i dialoghi, criticherà i personaggi, imporrà un suo finale.
Salem si troverà costretto a ingegnarsi, ascolterà le persone, come parlano, cosa si dicono, cosa provano, studierà e, di puntata in puntata, migliorerà i dialoghi, darà spessore ai personaggi, renderà credibile la storia, aumentando gli ascolti. Ma scontentando anche molti: i finanziatori che vogliono una soap pro-palestinese, Assi che pretende il suo finale romantico e filo-israeliano, gli spettatori dell’una e dell’altra parte. In mezzo i dilemmi di un giovane uomo innamorato e quelli di due popoli costretti a convivere e che non riescono a trovare un accordo neppure sul finale di una soap. Il regista palestinese riesce con grande ironia e leggerezza a mostrarci la quotidianità di un conflitto
mai sopito, le ingiustizie, le violenze, la difficoltà di dialogo, prendendosi gioco di entrambe le parti, dei preconcetti, assurdità e ottusità di ciascuna. Senza dare giudizi o schierarsi il film sembra mostrare una via, una speranza, proprio nel finale che sorprende tutti e con ironia ci mostra che altre strade sono possibili.
Giudizio: ****

 

SELFIE
Film drammatico
Regia: Agostino Ferrente
Interpreti: Pietro Orlando, Alessandro Antonelli

Berenice dice: girato con l’i-phone e pensato con gli occhi (e il cuore) di due ragazzini
Pietro e Alessandro, amici per la pelle, appena sedicenni ma con il destino già segnato. Napoli, rione Traiano, una condanna già scritta. Eppure Pietro e Alessandro ci faranno vedere che può anche non essere così, ci mostreranno le cose belle di Traiano, non esclusivamente quelle brutte e squallide.
Tante, troppe per due ragazzini come loro. Con un i-phone gireranno per le vie del quartiere, ci faranno entrare nelle loro case, nelle loro giornate, nelle loro vite, nei loro pensieri. Pensieri di sedicenni che si preoccupano delle ragazze, i capelli, l’aspetto fisico, il futuro. Ma anche pienamente consapevoli di un destino già segnato, sanno che è meglio non illudersi, non pensare a certe cose (che non potranno mai avere) ‘perché stai male e basta’. Senza però negarsi di sognare, di vedere oltre quel muro (‘come Leopardi oltre il suo colle’ dice Pietro facendosi un selfie davanti alla tomba di Leopardi). Ragazzi che vedono cose che non dovrebbero vedere, vivono una vita da adulti senza esserlo ancora, vedono la morte troppo da vicino. Un film fatto di immagini, frammenti, pensieri, riflessioni, brevi interviste ma che riesce ad entrare in quel mondo, guardarlo dal di dentro e mostrarcelo con gli occhi di due ragazzini.
Giudizio: ****

 

IL FLAUTO MAGICO DI PIAZZA VITTORIO
Regia: Gianfranco Cabiddu, Mario Tronco

Berenice dice: un musical esplosivo, travolgente, multi-etnico
Un parco in Piazza Vittorio, famiglie, bambini, baby-sitter, avventori di ogni genere, arriva il tramonto e, come per magia, chiusi i cancelli tutto si trasforma al suo interno. Principi, regine, maghi, briganti, sacerdoti, personaggi di ogni tipo appariranno davanti i nostri occhi, in abiti
coloratissimi, accompagnati da musiche multi-etniche, voci in tutte le lingue e i colori del mondo in una mescolanza esplosiva, sorprendente e originalissima.
Un’inconsueta rivisitazione e reinterpretazione in chiave moderna di una delle più classiche opere di Mozart, ‘Il Flauto Magico’. Un film che ribalta schemi, logiche, luoghi comuni, parla d’amore ma anche di potere, ingiustizie, soprusi, con fantasia, brio e trascinate intensità. Ne rimaniamo affascinati, quasi travolti ad ogni nota, scena, in un’esplosione senza fine di colori, melodie, gioco di luci, voci, coreografie. Sorprendente, vitale, gioioso, magnetico e potente come solo la musica può rendere.
Giudizio: ****

 

SOLEDAD
Thriller
Regia: Agustina Macri
Interpreti: Marco Leonardi Belmonte, Vera Spinetta, Francesco De Vito

Berenice dice: riuscito solo a metà
Soledad vive a Buenos Aires, la sua famiglia agiata e conservatrice vuole il meglio per lei ma non riesce a darglielo. Nonostante le attenzioni della madre e del fidanzato la ragazza è stanca, stufa, insoddisfatta. Cerca qualcosa ma non sa cosa. Poi un viaggio, forse l’occasione per andarsene, evadere, cercare di capire chi è e cosa vuole. Parte, destinazione Europa, Torino. Solo che Soledad non ritornerà più. Una casa occupata, un gruppo di anarchici che protesta contro il sistema, non ne accetta le regole, si dissocia e prova a vivere in modo alternativo. Soledad ne è affascinata, attratta, soprattutto da Edo, uno dei più convinti e agguerriti, arrabbiato con il mondo, con tutto, pare anche con lei. Le cose andranno in modo diverso e Soledad rimarrà indissolubilmente legata a lui.
Se il ritratto della ragazza, il suo disorientamento, il desiderio di conoscere, sapere, sperimentare, vivere è pienamente riuscito, molto meno quello del gruppo anarchico e delle forze dell’ordine.
Estremizzate al limite del credibile, risultano prive di autenticità e spessore, risultando piatte, quasi delle macchiette a tratti fastidiose. Il risultato è discontinuo, interessante il profilo umano personale e privato, troppo superficiale e non elaborato a sufficienza l’altro, quello più politico, sociale. Ma l’uno non può stare senza l’altro, sono i due lati della medesima storia e se si sceglie di raccontarla bisogna sapere andare fino in fondo in entrambi, con sincerità, equilibrio, il necessario approfondimento. Così non è stato e si avverte lungo tutto il film. Peccato, la mano sicura, l’occhio per le immagini e la necessaria sensibilità c’erano tutte, si poteva fare di più e di meglio.
Giudizio:**

Al cinema: Sarah & Saleem; Le invisibili; Dililì a Parigi; Il professore e il pazzo; Book Club – Tutto può succedere.

SARAH e SALEEM – Là dove nulla è possibile
Film drammatico – sentimentale
Regia: Muayad Alayan
Intepreti: Silvane Kretchner, Adeeb Safadi
Berenice dice: una questione privata in una Terra in cui nulla può rimanere privato
Sarah e Saleem sono sposati, lei con un militare in carriera, lui con una studentessa universitaria, si conoscono, si piacciono, si amano. Una storia clandestina come tante, fatta di incontri impossibili, attimi rubati, forte passione, gioia mista a paura, un’infinità di segreti e bugie. Non fosse che sono a Gerusalemme, Sarah è ebrea e Saleem palestinese e tutto è molto, molto più complicato. Lo scopriranno presto, a loro spese. Un semplice brindisi: “E’ solo un bicchiere, la vita non è complicata come vuoi farla sembrare” dice Saleem alla donna, per convincerla a seguirlo, liberi e leggeri, in un locale pubblico, a bere, ballare come una coppia normale, seppur per pochi attimi. Poi un piccolo diverbio, una scazzottata e nulla sarà più come prima. Sospetti, accuse, trame e complotti, entreranno a forza nelle loro vite, rovinando ogni cosa, la loro relazione ma anche le rispettive famiglie. Pagheranno tutti, loro più di tutti.
Ispirato a una storia vera, su quella terra ci dice più di mille documentari, saggi o cronache. Girato con maestria, un ritmo incalzante, grande intensità, in una splendida Gerusalemme, ritratta con grande cura – sembra di poterla toccare tanto è vera – senza dare giudizi, il film inchioda dall’inizio alla fine, e poi rimane dentro.
Giudizio: ****

LE INVISIBILI
Film umoristico
Regia: Louis-Julien Petit (aiuto regista con autori come Luc Besson, ora al suo terzo film)
Interpreti: Corinne Masiero, Audrey Lamy, Déborah Lukumouena, Noémy Lvovsky
Berenice dice: la forza di non arrendersi
Lady D, Madame Macron, Edith Piaff e altre ancora, sono le donne invisibili, quelle che nessuno vede, nessuno vuole. Con i visi segnati, l’aspetto trasandato, grandi sacchetti pieni zeppi, chiacchierano, ridono, scherzano, si prendono in giro in attesa che i cancelli aprano. Envol è il centro di accoglienza per sole donne, l’unico che dia loro un po’ di assistenza, un pasto caldo, shampoo e sapone per farsi una doccia, una lavatrice per il bucato, soprattutto un luogo caldo e sicuro per passare qualche ora. Ma il centro non fa abbastanza, non secondo i canoni di chi lo finanzia, bisogna fare di più e di meglio per rendere autonome quelle donne, l’assistenza non deve essere beneficenza, creare dipendenza. Audrey e Manu, responsabili del centro, non ne sono molto convinte, cercano di ingegnarsi, di trovare nuovi modi per aiutare quelle donne. Per farlo infrangeranno schemi, regole, supereranno limiti e divieti in vista di una nuova possibilità. A cavallo tra road-movie e commedia sociale, senza mai sconfinare nel patetico o nell’autocompiacimento, il film va oltre il documentario, denuncia raccontando, riuscendo anche a
divertire, con momenti in cui le immagini prendono il posto delle parole. Ogni cosa sembra sospesa e non c’è spazio che per loro. Potente.
Giudizio: ***

DILILI A PARIGI
Film d’animazione
Regia: Michel Ocelot
Berenice dice: una favola per bambini che parla anche ai grandi
Dilili è una piccola meticcia intraprendente e curiosa, scappata dalla sua terra, la Nuova Caledonia, che arriva a Parigi, esibita in un villaggio ricostruito allo zoo per il piacere dei visitatori. Ma lei ha voglia di scoprire quella meravigliosa città nel pieno del suo splendore di fine Ottocento. Con l’amico Orel, un simpatico e bellissimo garzone, andrà alla caccia della perfida banda dei Maschi Maestri che non solo rapinano banche e rubano gioielli, ma rapiscono anche bambine e giovani donne. Sarà proprio questo mistero che cercheranno di svelare Dilili e Orel e per farlo gireranno in lungo e in largo la città, incontreranno pittori, poeti, scienziati e ricercatrici, donne di cultura che hanno contribuito all’emancipazione femminile, non solo francese.
Ambientato in una Parigi coloratissima, gioiosa, vitale, costruita come una fiaba di altri tempi, il film incanta, ammalia, cattura e ci riporta in quegli anni mettendoci in guardia sull’oggi e le sue derive. Il tutto tramite la voce, l’innocenza e il candore della giovanissima kanak.
Giudizio: ***

IL PROFESSORE E IL PAZZO
Thriller diretto da Farhad Safinia
Interpreti: Mel Gibson, Sean Penn, Natalie Dormer.
Berenice dice: quando genio e follia si incontrano (e confondono)
Un progetto, un sogno, una follia. E’ quella di James Murrey, professore scozzese autodidatta e di umili origini, chiamato ad Oxford per un compito eccezionale: censire tutte le parole inglesi in un unico, enorme e finalmente completo dizionario. E’ la nascita dell’Oxford English Dictionary, ancora oggi il più autorevole dizionario di lingua inglese. Un mastodontico lavoro che il Professore, trasferitosi ad Oxford con la numerosa famiglia, non potrà affrontare da solo. Non basteranno i pochi aiutanti che l’università, assai di malavoglia, gli ha fornito. Avrà un’idea, rivolgere un appello a tutta la popolazione di lingua inglese, sparpagliata per l’intero Impero, ciascuno potrà contribuire inviando significato e origini di ogni più strampalato e sconosciuto termine. Sarà così che l’ex colonnello americano (W.C. Minor, si firmava), coltissimo chirurgo affetto da una grave patologia psichiatrica, verrà a conoscenza del progetto e darà il suo fondamentale contributo. Due vite parallele che si intrecceranno in modo indissolubile, dando origine a una profonda amicizia e a un lavoro fondamentale per la lingua e letteratura inglesi e di tutto il mondo.
Il film segue in parallelo le vicende dei due uomini, la nascita della loro amicizia, il crescere di un vero sodalizio, perdendosi poi nei meandri di una follia allucinata, terapie devastanti quanto inutili, la centralità della fede, la necessità di redenzione (nel tentativo di farne un film di redenzione). Riuscendo a guastare una storia interessante che poteva essere sviluppata meglio restituendole parte di verità.
Giudizio: **


BOOK CLUB – Tutto può succedere
Commedia romantica a sfondo sessuale
Regia: Bill Holderman.
Interpreti: Jane Fonda, Diane Keaton, Andy Garcia, Mary Steemburgen
Berenice dice: zuccheroso
Quattro amiche, una casalinga e moglie devota, una vedova, un giudice e una business woman ricca e sicura di sé, unite da profonda amicizia e una grande passione per la lettura, leggono il romanzo erotico Cinquanta sfumature di grigio e la loro vita, placida e tranquilla, si risveglia. Chi cercherà di solleticare un marito all’apparenza assopito, chi di rifarsi una vita dopo un abbandono e tradimento ancora non superati, chi si lascerà tentare da una vecchia fiamma e chi ancora da un perfetto (e affascinante) sconosciuto. Un film sull’amore e il sesso qualunque età, l’esigenza di cercarlo, la speranza di trovarlo.
Una commedia senza particolari pretese, leggera, garbata, a tratti divertente, si lascia guardare senza lasciare molto altro. Nonostante l’ottimo cast e un tema interessante che si prestava a migliori sviluppi.

Al cinema: Border- Creature di confine; Una giusta causa; Copia originale; Boy Erased – Vite cancellate.

BORDER – CREATURE DI CONFINE
Film drammatico tratto dal racconto Confine di John Ajvide Lindqvist, originariamente pubblicato nel 2005 all’interno della raccolta Muri di carta.
Regia: Ali Abbasi
Interpreti: Eva Melander, Eero Milonoff, Joergen Thorsson, Rakel Waermlaender

Berenice: una vita ai confini (e la tentazione di superarli)
Svezia, un porto con controlli alla Dogana, dove un’agente donna dall’aspetto bizzarro, una smorfia sul viso e un fiuto eccezionale, scova potenziali contrabbandieri con una semplice annusata. Ne percepisce la colpa, la vergogna, la rabbia. Possiede un olfatto fuori dal comune ma non soltanto, ha per la natura una fortissima attrazione, ne è quasi in simbiosi. Sta bene quando è là a piedi scalzi, respirando, toccando insetti, piante, erba. Solo allora si sente se stessa, finalmente normale. Da una vita, infatti, Tina si considera ed è trattata come diversa, ‘strana’, sgraziata, rude, qualcuno da tenere a distanza. Lei stessa si isola, chiusa nel suo mondo fatto quasi di nulla. Avvertiamo la sua solitudine, il senso di estraneità, la sensazione incessante che manchi qualcosa. Poi arriva Vore, uomo alto, grosso e dalle sembianze bizzarre quanto le sue. L’olfatto di Tina ne è sconvolto, fiuta qualcosa che resta indecifrabile quanto sconvolgente. Ne è attratta in modo viscerale, sente una vicinanza, un’assonanza mai provata per nessuno prima, qualcosa di ferocemente potente, quasi animalesco.
Tratto dal racconto Grans di John Ajvide Lindquist – che si concentrava in particolare sull’incontro tra due esseri diversi ed estranei al resto del mondo – il film intende andare oltre e costruisce attorno a quel fortissimo nucleo una storia che però non ha pari potenza, quasi volesse trattare troppi temi e non sapesse quale prediligere. Il regista svedese di origini iraniane mischia i generi (forse troppi): dramma, fantasy, thriller, sfiora l’horror, chiede allo spettatore uno sforzo non da poco, andare oltre le proprie preferenze, aspettative, gusti. Ma se si riesce a superare preconcetti e sovrastrutture si può apprezzare il film in tutta la sua bellezza, con momenti di intensità rara, a tratti poetica. Forse Ali Abbassi non avrebbe potuto fare meglio se avesse prediletto un solo genere o un solo tema.
Un film non perfetto, a tratti non facile ma con momenti di straordinaria poesia e di grande potenza.
Giudizio: ***

 

UNA GIUSTA CAUSA
Film drammatico
Regia: Mimi Leder
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Sam Waterston, Kathy Bates.

Berenice dice: il mondo cambiato dalle donne
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta per le donne è ancora complicato, se non impossibile, fare tante cose. Ruth Ginsburg è una di loro, intelligente, forte, determinata, ha una bella famiglia, un uomo che la ama, un bimba piccola. E vuole diventare avvocato. Non sarà così semplice. Tra le prime nove studentesse entrate ad Harvard, riuscirà a laurearsi con il massimo dei voti nonostante le difficoltà – anche personali – le discriminazioni, un maschilismo neppure così latente. Poi però nessuno la vorrà nel proprio studio: una rivale, una minaccia, un sovvertitrice di regole e abitudini? Ciascuno la vedrà a modo proprio e Ruth sarà costretta a ripiegare sull’insegnamento. E proprio da quelle aule continuerà la sua battaglia, stimolando i suoi studenti, non stancandosi di denunciare le disuguaglianze, le assurdità di un sistema che si ostina a rimanere attaccato a regole vecchie e da superare. I tempi stanno cambiando, Ruth lo percepisce e con l’aiuto del marito riuscirà a scardinare il sistema dall’interno utilizzando le sue stesse regole. Un biopic costruito e interpretato con cura in un’ottima ambientazione che, pur nei limiti del genere, riesce a restituire un personaggio credibile assieme a un’epoca che ci sembra così lontana, senza esserlo davvero.
Giudizio: ***

 

COPIA ORIGINALE
Film drammatico
Tratto dalle memorie Can You Ever Forgive Me? di Lee Israel, biografa e falsaria.
Regia: Marielle Heller
Interpreti: Melissa McCarthy, Richard E. Grant.

Berenice dice: quando la copia è meglio dell’originale
Lee Israel scrive biografie, è un’ottima scrittrice ma ha un pessimo carattere, beve, fuma, non sopporta la compagnia di nessuno. Così non ha il successo e il riconoscimento che meriterebbe. Mentre qualcuno riceve milioni di euro per insulse storie, lei non riesce a ottenere neppure un piccolo anticipo. Dopo un furibondo litigio viene licenziata e deve trovare un modo per guadagnarsi da vivere. Saranno delle vecchie lettere di Fanny Brice a darle l’idea. Grazie al suo ingegno riuscirà a scrivere come e meglio dei più famosi scrittori (Dorothy Parker, Louise Brooks, Edna Ferber), le sue lettere saranno ancora più ‘autentiche’ delle vere e andranno a ruba. Assieme al simpatico e goliardico Jack, un bravissimo Richard E. Grant, si divertirà a creare, riprodurre e poi vendere il frutto del suo genio, che ancora una volta passerà per genio altrui. Un film sul talento, la scrittura, le difficoltà di emergere, di confrontarsi con un mondo editoriale sordo, ma anche sulla diversità, l’incapacità di uniformarsi, inserirsi, non rimanere ai margini. Il tutto interpretato magistralmente da Melissa McCarthy al suo primo ruolo drammatico, inaspettatamente perfetta per la parte, capace di dare al personaggio una umanità unica, permettendo al film di andare oltre alla biografia per reinterpretare la protagonista e renderla un personaggio difficile da dimenticare.
Giudizio: ***

 

BOY ERASED – VITE CANCELLATE
Film drammatico
Basato sulla storia di Garrard Conley, raccontata nel suo libro di memorie Boy Erased: A Memoir
Regia: Joel Edgerton
Interpreti: Victor Sykes, Jared Eamons, Joe Halwyn

Berenice dice: sforzarsi di diventare la persona che non si è
Una piccola cittadina dell’Arkansas, un pastore battista, la sua famiglia. La loro vita scorre senza grandi scossoni, il figlio Jared cresce, è un bravo studente, sportivo, serio, ha anche una ragazza. Presto però si accorge che qualcosa non va come ‘dovrebbe’, come gli hanno insegnato, come tutti si aspettano e pretendono. Lascia la ragazza, va al College, conosce altri ragazzi. Poi una violenza, il ritorno a casa, la ‘rivelazione’, la reazione della sua famiglia. Si vedrà costretto a rinnegare se stesso, a frequentare una scuola di “rieducazione morale”, a provare ad essere quello che non è e non sarà mai (e non vuole essere).
Tratto dal memoir di Gerrard Conley ha il pregio di portare alla luce una realtà ancora troppo sconosciuta (e ancora troppo diffusa) ma per farlo il regista si abbandona all’eccessiva drammatizzazione, a una sceneggiatura appiattita, a personaggi che non hanno la giusta complessità e rischiano, in molti casi, di risolversi in macchiette. Le pregevoli intenzioni si infrangono su un filmone ‘a tema’, stucchevolmente enfatizzato finendo per sortire l’effetto opposto e allontanare lo spettatore. Peccato, il tema meritava e il cast era ottimo.
Giudizio: **

Al cinema: Il colpevole – The guilty; Dafne; Sofia; Momenti di trascurabile felicità.

 

 

 

IL COLPEVOLE – THE GUILTY
Thriller
Regia: Gustav Moeller
Interpreti: Jakob Cedergren, Johan Olsen, Katinka Evers-Jahnsen

 

 

Berenice dice: nulla è mai come sembra
Stazione di Polizia, centralino di pronto intervento. Asger è un agente addetto alle chiamate d’emergenza, suo malgrado. Telefonate strampalate, individui fatti, sopra le righe, infuriati. Asger risponde a tono, non si lascia impressionare, non li prende troppo sul serio. Poi arriva una telefonata, una voce di donna, e tutto cambia. Sarà quella telefonata a tenere incollato il poliziotto (e tutti noi) per un’ora e mezza, non avrà pace fino a che si arriverà in fondo a quella vicenda, a ciò che le sta dietro. Ma, in parallelo, anche un’altra storia si rivelerà. E infatti, mentre con quel suo viso duro e imperturbabile Asger risponde al telefono, chiama i colleghi, parla con la Centrale, gli occhi fissi sul computer, ci chiediamo perché tutti lo trattino con freddezza, non si fidino di lui, cosa sia successo per farlo finire lì. Lui si finge tranquillo anche se capiamo che qualcosa non torna. Immagine dopo immagine, telefonata dopo telefonata, capiremo. Tutto passerà su quel viso, apparentemente impassibile, ansia, paura, angoscia, speranza, rabbia. Sarà con i suoi occhi, le sue parole, le sue espressioni, che conosceremo i suoi interlocutori, il dramma, l’angoscia, la rabbia ma anche l’improvvisa tragica consapevolezza. Assieme a lui sbaglieremo e con lui capiremo quanto e come ci si possa sbagliare. Rimanendo incollati fino all’ultimo a quel filo invisibile che l’uomo crea con chi parla con lui. Un imperdibile debutto.
Giudizio: ****

 

 

 

DAFNE
Film drammatico
Regia: Federico Bondi
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

 

 

Berenice dice: da vedere (impossibile raccontarlo)
Dafne ha i capelli rossi, lavora in un supermercato, ha trentacinque anni e vive ancora con i genitori. All’improvviso la madre muore e gli equilibri della famiglia ne vengono travolti, lei e il padre dovranno uscire da quel grande lutto e ciascuno lo farà a modo suo. Saremmo portati a pensare che per lei possa essere più complicato. Invece sarà proprio la ragazza, con la sua determinazione e tenacia granitiche che non solo supererà il lutto ma troverà le forze per tirare fuori dalla depressione nella quale è caduto l’anziano padre.
Dafne è una vera forza della natura, con una vitalità e una spontaneità fuori dal comune, parla come un libro stampato, per frasi fatte ma sempre azzeccatissime, con un effetto spiazzante che ogni volta
sorprende. Dafne, come la protagonista del film, è affetta dalla sindrome di Down e il regista ha avuto l’intelligenza di lasciare all’attrice la libertà di essere se stessa, finendo per regalare a Dafne tantissimo di sé. Il risultato è un personaggio indimenticabile, tanto spontaneo quanto umano.
Giudizio: ***

 

 

 

SOFIA
Film drammatico
Primo lungometraggio della regista Meryem Benm’Barek
Interpreti: Nadia Niazi, Sarah Perles, Faouzi Bensaïdi, Lubna Azabal

 

 

Berenice dice: il Marocco visto dal di dentro (dalle donne).
Casablanca, oggi. Un pranzo in famiglia, allegro, gioviale, nessuno sembra accorgersi di nulla, fino a che Sofia – la figlia neppure ventenne dei padroni di casa – sta male. Sarà la cugina Lena, studentessa in medicina, a capire tutto, coprirla e aiutarla. Sofia è al non mese di gravidanza e sta per partorire. Solo che in Marocco, come la regista ci fa sapere in apertura del film, i rapporti sessuali fuori dal matrimonio sono puniti con un anno di reclusione. Così seguiremo Sofia e la cugina alla disperata ricerca di un ospedale che la accetti, nessuno vuole problemi e la ragazza senza un marito e un padre per il bambino può mettere nei guai se stessa e pure l’ospedale. Nonostante le doglie, l’imminenza del parto, tutti la rifiutano. La vedremo partorire di nascosto, quasi fosse una ladra, venire dimessa in fretta e furia subito dopo, senza neppure il tempo di riprendersi, assieme al suo piccolo che sente come qualcosa di estraneo di cui vorrebbe liberarsi. “Voglio solo uscire da questo incubo” urla alla cugina, ma il suo incubo è appena iniziato. Questa la parte più interessante del film. Meno meno riuscita la seconda: la reazione della famiglia, la disperata ricerca di un padre e di un marito, i sotterfugi per evirare lo scandalo. Resta comunque un bel ritratto di donne, divise tra tradizione e modernità, capaci di prendere in mano la propria vita, decidere del proprio futuro, nel rispetto della tradizione ma piegandola al proprio servizio, donne forti, determinate, decise.
Giudizio: ***

 

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’
Commedia
Tratta dai due libricini Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Francesco Piccolo
Interpreti: Renato Carpentieri, Angelica Alleruzzo, Francesco Giammanco

 

 

 

Berenice: una trascurabile leggerezza
Un’ora e trentadue minuti è quello che Paolo (Pif) avrà a disposizione per tornare sulla Terra, fare ciò che non ha mai fatto, prima di andarsene per sempre. Si renderà conto di quanto tempo abbia perso, delle cose importanti nella sua vita, di ciò cui davvero tiene. Solo che per arrivarci dovremo perderci in mille piccole deviazione, domande senza molto senso, dubbi di ogni tipo, ricordi sfilacciati, rimpianti, rimorsi, qualche tormentone. Trarre un film dai libriccini di notazioni di Piccolo era un azzardo, e la sfida a Luchetti è anche riuscita. Solo che lo spunto promettente non tiene, lo sviluppo non è altrettanto efficace, la storia si affloscia subito, tutto rimane un po’ in superficie lasciando un che di incompiuto, di occasione sprecata.
Non bastano alcune buone battute, una leggerezza di fondo, qualche sorriso strappato, bravi attori. E
neppure la simpatia di Pif che finisce per essere sempre uguale a se stesso. Lo schema, se troppo ripetuto, perde freschezza e rischia di risultare noioso. Lasciando la sensazione di non andare da nessuna parte dall’inizio alla fine. Trascurabile.
Giudizio: **

Al cinema: La favorita, L’uomo dal cuore di ferro, Ben is back, Van Gogh

  

LA FAVORITA
Film drammatico
Regia di Yorgos Lanthimos
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz
Dieci candidature agli Oscar
Olivia Colman premiata ai Golden Globes

Berenice dice: intrighi di corte declinati al femminile

Inghilterra XVIII secolo, alla corte della Regina Anna, due donne intelligenti e abili si contendono i favori di una regina, stanca, viziata, capricciosa, segnata dalla vita. Lady Sarah, forte e scaltra nobildonna, già favorita della Regina e capace d’influenzarne la politica, manipolarla, dettare ogni decisione strategica, imporre scelte invise ai sudditi, non si fermerà davanti a nulla e, benché donna, userà ogni strumento di pressione, con uomini e donne indifferentemente, inclusa la Regina. E la bella e apparentemente ingenua Abigaile, dama caduta in disgrazia, nonché cugina di Sarah, con strumenti più sottili, modi gentili e aria indifesa, farà anche lei di tutto per ottenere ciò che vuole. Con un ritmo incalzante, immagini suggestive – deformate da un grande uso del grandangolo – dialoghi taglienti, scenografia curatissima, un tocco di barocco e qualche scivolata nel grottesco, il regista ci offre un interessante spaccato del mondo di Corte e dei suoi retroscena, in un continuo susseguirsi di astuzie, trabocchetti, cattiverie, intrighi, favoritismi, cadute e disgrazie. Ottimo inizio, buona tenuta fino a un certo punto, poi qualcosa si allenta. Come se il confronto tra le due donne fosse la vera forza del film, quando una la spunta anche il film sembra perdere qualcosa. Peccat

Giudizio: ***

 

L’UOMO DAL CUORE DI FERRO
Adattamento dell’omonimo romanzo di Laurent Binet
Incentrato sull’Operazione Anthropoid, che portò all’assassinio del leader nazista Reinhard Heydrich
Regia: Cédric Jimenez
Interpreti: Rosamund Pike, Jason Clarke, Jacl O’Con

Berenice dice: inarrestabile ascesa e improvvisa fine di un boia

HHhH, il cervello di Himmler, messo proprio da lui a capo dell’Intelligence delle SS, assegnato poi da Hitler all’alto Protettorato di Boemia e Moravia, è uno dei principali fautori della soluzione finale, soprannominato ‘il Macellaio di Praga’. Un uomo mediocre, spietato, senza nessuna umanità, congedato dall’esercito con disonore, che si unisce alle fila del partito per volere della moglie, portando a compimento con particolare impegno e una certa solerzia il disegno dei nazisti. Sempre freddo, distaccato, lucidissimo, calcolatore. Seguiremo la sua rapida ascesa e al contempo il crescere della sua spietatezza. Poi, a metà film, il registro cambierà, ci staccheremo dalla sua storia per seguire quella di due ragazzotti, pieni di ideali e buona volontà, che sacrificheranno la loro vita per la libertà del loro Paese. In equilibrio non proprio perfetto tra l’ascesa di un boia e l’organizzazione clandestina della sua morte, successo e fine che si approssimano più alto l’apice della carriera dell’uomo, più vicina sarà la sua fine. Ispirato al romanzo di Laurent Binet, sull’attentato a Reinhard Heydrich, il regista si prende qualche libertà e resta un po’ in superficie (trascurando alcune storie e personaggi di non poco interesse), senza soffermarsi troppo su questioni di rilievo (delazione, rischio di rappresaglie, etc), ne esce un film che si avvicina al biopic, grandi mezzi, ottima interpretazione (in particolare di Jason Clarke e Rosamund Pike nei panni di Heydrich e della moglie), forse un po’ patinato, a tratti enfatico, ma la prima parte merita davvero.

Giudizio: ***

 

BEN IS BACK
Film drammatico
Scritto e diretto da Peter Hedge

Berenice dice: la forza di una madre, la debolezza di un figlio, in mezzo un’assurda e feroce dipendenza

E’ Natale e Ben torna a casa. Solo che non tutti ne sono felici, capiamo ben presto che qualcosa non va.
Ben si sta disintossicando, è ‘pulito’ da 77 giorni, troppo pochi dice il suo ‘sponsor’, è ancora troppo fragile, vulnerabile, rischia di ricaderci. Lo pensano anche il suo patrigno, la sorella e forse la madre che però non si arrende e lotta con tutte le sue forze per dimostrare al marito, alla figlia, a Ben – e anche a se stessa – che il ragazzo può farcela. Sarà proprio questo duo madre-figlio a monopolizzare l’intero film, li seguiremo prima per i negozi, i grandi magazzini, i centri di sostegno, la Chiesa della cittadina, poi nelle sue strade, i bassifondi, le miserie. Scopriremo piano piano quanto in basso era arrivato il ragazzo, quanto a fondo può portare una dipendenza. ‘Non ti fidare di me’ urla il ragazzo alla madre, ‘tu non mi conosci’ le dice, ma la donna non vuole sentire, non può accettare di non fidarsi del figlio, di non conoscerlo più.
Ed è proprio il ruolo della madre, interpretato da una Julia Roberts – ancora una volta calata con tutta se stessa nella parte – l’essenza del film, la sua forza e intensità ma anche il suo limite. Ben scritto, ben interpretato ma lontano dal capolavoro.

Giudizio: ***

 

VAN GOGH – Sulla soglia dell’eternità
Film drammatico
Regia di Julian Schnabel, pittore celebre negli anni Ottanta
Interprete: Willelm Dafoe, Rupert Friend
Premi: miglior interpretazione di Willelm Dafoe al Festival di Venezia

Berenice dice: dono e dannazione di un talento smisurato

Van Gogh nei suoi ultimi anni, lontano da Parigi, da tutto e tutti. Isolato, incompreso e incomprensibile (anche a se stesso) è immerso nella natura, nei suoi colori, profumi, varietà, inebriato dalla sua incontenibile forza, continua sorpresa, infiniti spunti, radici che diventano vermi, serpenti colorati, alberi che si gonfiano a dismisura, quasi sotto i nostri occhi, colori così vivi e forti da diventare protagonisti.
Solo un altro pittore poteva farci entrare così bene nella vita, la testa, le sensazioni di un grande della pittura. Il regista Julian Schnabel non aggiunge nulla a quanto già sapevamo di Van Gogh, ma ci fa vedere quello che vedeva il grande pittore, rotolare assieme a lui nell’erba, sentire la forza esplosiva della natura, del vento, dei suoi accecanti colori. Ci accompagna dentro il suo tormento, i dubbi, la sofferenza di una vita dominata e resa schiava da un immenso talento. Talento al quale non si può sottrarre, capace di segnare una vita intera, che permette di vedere ciò che gli altri non vedono, sentire in modo diverso, prima e più di loro, e per ‘quelli che verranno’.
Con il viso scarno e segnato, lo sguardo perso, il corpo consumato di uno straordinario Dafoe, in un film intenso sull’arte, il talento, il dono, il regista riesce nel suo intento, restituendo con grande forza il tormento di un uomo geniale e dannato.

Giudizio: ***

Al cinema: La douleur, Il mio capolavoro, Vice – L’uomo nell’ombra, Una notte di 12 anni.

LA DOULEUR
Film drammatico di guerra
Tratto dal romanzo “Il dolore” di Marguerite Duras
Regia: Emmanuel Finkiel
Interpreti: Mélanie Thierry, Benoit Magimel, Benjamin Biolay

Berenice dice: l’agonia di un’attesa senza fine
Parigi ’44, lo scrittore Robert Antelme, esponente di rilievo nella Resistenza francese, viene arrestato. La moglie, Marguerite Duras, lo cerca, angosciata vuole sue notizie, sapere dov’è, quando tornerà, se tornerà. Lo attenderà inutilmente per mesi. Di quei mesi d’attesa, incertezza, sofferenza, speranza, disperazione la Duras scriverà un diario che poi diventerà romanzo e ora – con qualche libertà d’adattamento – film, Assieme alla Duras, alle sue parole, all’immagine del bel viso diafano di Mélanie Thierry, entreremo nel suo dolore che è quello di ‘tutte le donne, di tutti i tempi’. Donne che aspettano i loro uomini, i loro figli, contro ogni speranza, ogni logica, ogni ragione. E sono proprio la disperazione, la perdita di lucidità, lo sdoppiamento, che ci mostra, con particolare grazia ed eleganza, il regista. Elementi che diventano anche visivi, offrendo qualcosa a un testo che pur restando più adatto alla lettura che alla visione, risulta un’interessante testimonianza di quei giorni, della Parigi occupata e poi liberata, di una
guerra che ‘non smette di smettere’, dei giorni del ritorno, dei silenzi, della scoperta dell’indicibile. Nasce la voglia di riprendere quelle pagine, leggerle di nuovo, con in mente ancora le immagini che il film ha saputo donarci.
Giudizio: ***

IL MIO CAPOLAVORO
Thriller – commedia
Regia: Gaston Duprat
Interpreti: Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio.

Berenice dice: un’amicizia lunga una vita
Alfredo e Renzo sono amici da una vita. Gallerista elegante e senza scrupoli il primo, pittore ormai in declino il secondo. Arturo cerca in ogni modo di conciliare il temperamento burbero e scontroso dell’amico con le esigenze del mondo dell’arte contemporanea e del suo pubblico, legati più all’apparenza, le mode, il denaro, che al vero talento. Logiche che Renzo non tollera e fa di tutto per contrastare, per la disperazione dell’amico. Fino a che un incidente improvviso cambierà per sempre le cose, per i due amici e le sorti delle opere del grande Renzo.
Senza lo spessore e la profondità del Il cittadino illustre Duprat affronta in chiave ironica un tema a lui caro, l’arte e il mercato dell’arte, con tutte le loro storture. Ne esce una commedia gradevole, divertente, a tratti prevedibile, ma condotta con garbo fino alla fine. C’è un momento in cui vira verso qualcosa di diverso e più profondo per tornare poi alla commedia, perdendo forse un’occasione. Non un capolavoro, avrebbe potuto mantenere la virata e condurre altrove, la mano sicura e la sceneggiatura solida – così
come una fotografia esemplare – lo avrebbero permesso, ma il regista ha scelto e voluto diversamente.
Giudizio: ***

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA
Commedia drammatica
Regia: Adam McKay
Interpreti: Christian Bale, Sam Rockwell, Amy Adams

Berenice dice: l’inquietante potere di un uomo tranquillo
Un uomo tranquillo, silenzioso, senza particolari qualità, destinato a diventare un fallito. Non fosse per una moglie ambiziosa che pretende da lui ciò che i tempi non le permettono (ancora) di ottenere. E così, per amor suo, Cheney si darà da fare, scalando a uno a uno gli scalini del potere fino a raggiungere il più alto. Sempre nell’ombra, senza mai spiccare, rimanendo in quel cono dove la luce non arriva e non illumina e tutto si può fare. Basta cambiare i nomi, infiocchettare, negare, re-interpretare, infilarsi negli spazi lasciati liberi e soprattutto circondarsi di validi e scaltri collaboratori. Con il suo stile originale, tagliente e ironico Adam Mc Kay confeziona la biografia di un uomo di potere offrendo, al contempo, una fotografia di quasi mezzo secolo di storia della maggiore potenza del mondo, vista dal di dentro. Non ha il ritmo, lo smalto e la forza de La grande scommessa, ma ne mantiene il taglio e anche il tono, ne esce un film interessante, originale, a tratti divertente – non fosse che è tutto vero – che con efficacia e ironia ci fa tornare a quel recente passato con un occhio più smaliziato, offrendoci le coordinate per comprendere meglio anche il nostro presente. Contribuiscono non poco alla riuscita del film un Christian Bale perfetto per la parte, che interpreta Cheney come fosse un grande orso – enorme e apparentemente mansueto – e una Amy Adams non da meno, nei panni dell’ambiziosa Lynne, assieme a un cast di eccezione, scelto con particolare cura. Azzeccatissimo Sam Rockwell nei panni di Bush-figlio.
Giudizio: ***

UNA NOTTE DI 12 ANNI
Film di denuncia
Regia: Álvaro Brechner
Interpreti: Antonio De La Torre, Chino Darín

Berenice: la forza di resistere a un’interminabile notte, senza senso, senza speranza, senza umanità
Uruguay 1972, nove Tupamaros vengono arrestati, interrogati, torturati e poi rinchiusi. Un anno dopo verranno prelevati all’improvviso, picchiati, di nuovo torturati, messi in isolamento e tenuti come ostaggi per dodici anni. Seguiremo tre dei nove reclusi cella dopo cella, sempre più buie, piccole, scomode. Da soli, senza poter parlare, senza poter vedere nessuno, assetati di parole, gesti, cenni, briciole di umanità. Staremo anche noi chiusi là dentro per oltre due ore, odiando quelle carceri, la sporcizia, il buio, i soprusi, le costrizioni cui sono condannati i tre, soffrendo la mancanza di luce, colori, vita. Ma poi sarà con loro che gioiremo per uno squarcio di luce, uno scorcio di verde, che ci sembrerà di respirare quell’aria, pura, leggera, fresca, di vedere colline, campi, di sguazzare nell’acqua. Un film non facile, faticoso, che mette a prova lo spettatore come sono stati messi (a dura) prova i suoi protagonisti, ma se si ha la pazienza di arrivare in fondo si capirà che era l’unico modo per farci gioire, sentire anche solo in minima parte quanto hanno provato i tre nel ritrovare le piccole cose che ci sembrano scontate (carta, penna, un libro, un raggio di luce) e poi – quando neppure si riesce più a sperarlo – la libertà, la propria vita.
Giudizio: ***

Al cinema: Santiago, Italia; Il teatro a lavoro; Tre volti; La prima pietra.

55414SANTIAGO, ITALIA
Documentario di Nanni Moretti

Berenice dice: il Paese che eravamo (e non siamo più)
Cile, inizio anni ’70. La vittoria di Allende, l’entusiasmo, la gioia, le prime difficoltà, il colpo di Stato, la paura, gli arresti. Con immagini di repertorio, interviste, testimonianze, Nanni Moretti ricostruisce il periodo. Operai, imprenditori, artigiani, avvocati, registi, traduttori, giornalisti, protagonisti di quei giorni e di quelli che sono seguiti, ciascuno con un pezzo di storia, con la propria esperienza, racconti, emozioni, ricordi. Ed è con i loro bei visi, pacati, distesi, pieni di umanità – e una dignità che rimane intatta anche quando l’emozione ha il sopravvento – che il regista racconta un pezzo di Storia, del Cile ma anche del nostro Paese. E’ stato infatti proprio l’Italia (la nostra Ambasciata) ad accogliere e dare rifugio prima, ospitare ed offrire un lavoro e un futuro poi, a centinaia e centinaia di cileni. Due popoli così lontani e diversi, eppure in quel frangente così vicini. Il Paese che siamo stati e non siamo più capaci di essere.
Moretti non interviene, non giudica (ma non è imparziale, dice), all’ultimo lascia la parola a uno dei protagonisti e testimoni: ‘l’Italia di oggi, assomiglia sempre più al Cile di allora, non la riconosco più’. E forse non è il solo.
Giudizio: ****

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IL TEATRO AL LAVORO
Documentario di Massimiliano Pacifico
Tratto da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques
Interprete: Toni Servillo

Berenice dice: il teatro, gli attori, i testi al lavoro (il teatro visto dal di dentro)
Un Toni Servillo inedito entra e fa entrare nel testo (un testo difficilissimo) giovani attori e aspiranti attori. Partendo da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jacques e le preziose lezioni di Louis Jouvet, insegna cosa è il teatro, cosa sta dietro e dentro il testo, come e quanto può cambiarti. Non solo chi lo scrive ma anche chi lo interpreta e si fa portatore (involontario, come dice Jouvet) di un messaggio, è quel messaggio che chi recita deve trovare e portare allo spettatore. E’ questo il delicato compito dell’attore e lo comprendiamo, più ancora che dalle parole di Servillo – dispensate ai suoi studenti in abbondanza e con una certa ironia, sfiorando a volte un tono, se non saccente, che vi somiglia – dai dilemmi, la crisi, lo sconforto che assalgono chi va in scena quanto più si avvicina alla Prima. Quando si sente appesantito da luci, rumori, gente che va e viene, distrazioni che lo portano lontano, ‘non ci sono’ dice, ‘non mi sopporto, non mi posso sentire’. Ma poi il personaggio arriva, come aveva spiegato ai suoi studenti (e diceva anche Jouvet), ed è un successo e forse anche una liberazione. Il lavoro dell’artista visto da vicino, quello dell’attore complementare a quello dello scrittore, accomunati dallo sforzo, la fatica, il lavoro, l’impegno, la ricerca continua, perché l’arte è talento ma non solo. Questo fa capire a noi come ai suoi studenti Servillo, regalandoci qualcosa che va oltre il documentario e ci accompagnerà nella visione dei prossimi lavori (teatrali o cinematografici che siano).
Giudizio: ***

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TRE VOLTI
Film drammatico diretto da Jafar Panahi
Interpreti: Jafar Panahi, Benaz Jafari, Marziyeh Rezaei

Berenice dice: i volti dell’Iran
Marziyeh è una ragazza sveglia e libera che ragiona con la sua testa (e per questo la chiamano ‘testa vuota’), vuole fare l’attrice contro la volontà di tutti, famiglia, futuri suoceri, capo villaggio, vecchi saggi.
Disperata manda un video inquietante alla sua attrice preferita. Quando Behnaz Jafari lo riceve ne è turbata, si tormenta, non si dà pace. Può fare qualcosa?, è ancora in tempo per intervenire? Molla tutto e parte per quel villaggio sperduto tra i monti del Nord-Ovest dell’Iran, accompagnata dal regista Jafar Panahi (nei panni di se stesso). Sarà un viaggio nell’Iran più profondo, che sentiamo lontanissimo, come fermo nel tempo.
Panahi torna in macchina e ci porta fuori da Teheran, in un mondo sperduto che ci fa tornare indietro in un’altra epoca, noi come i protagonisti del film. Sembra conoscerlo molto bene (e infatti è la terra dei suoi genitori) e lo ritrae con una cura delle immagini piena d’amore, restituendoci un altro volto dell’Iran, che ha il bel viso fresco e volitivo di Marziyeh, ma anche il volto serio, forte e determinato di Behnaz, e quello stanco e un po’ invecchiato del regista, segnato da una persecuzione senza fine. E ancora, delle decine di persone che incontreranno in questo loro viaggio alla ricerca della ragazza, come anche alla scoperta di qualcosa che va più in là. Facce stanche segnate dalla fatica, accoglienti ma dure, legate a quella terra arida e dura come loro, a regole severe e inviolabili.
Una terra in cui le giovani donne non possono decidere della loro vita, hanno in mano il cellulare, ne usano benissimo le più avanzate funzioni, eppure devono rimanere seppellite nelle loro case, nei loro villaggi, all’interno di logiche e regole soffocanti. Seppellite vive.
Giudizio: ***

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LA PRIMA PIETRA
Film commedia diretto da Rolando Ravello
Interpreti: Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti

Berenice dice: leggero, intelligente, politicamente non corretto
Ante Vigilia di Natale, nel bel mezzo del giardino della scuola, il piccolo Samir prende una pietra e la scaglia contro una finestra. Dramma: un vetro in frantumi, due bidelli feriti, madre e nonna sul piede di guerra, uno scontro sul punto di farsi esplosivo. Prova a ricucire la ferita un Preside pressato da altro, pensieri, urgenze, una recita di Natale ‘politicamente corretta’ da salvare ad ogni costo. Non bastasse deve vedersela con genitori poco disponibili, una segretaria menefreghista che gli estorce denaro, e una maestra vegana finto buonista, che sorride alla vita e vede in ogni cosa un’opportunità. Ma la fretta non lo aiuta, più tenta di avvicinare le parti più queste si allontanano, i motivi di discordia si moltiplicano, facendo riaffiorare risentimenti, rancori e ferite ben più antichi.
Con un ritmo incalzante, una struttura ben congegnata, continue battute, il regista riesce a rendere con grande realismo uno spaccato tanto autentico quanto poco lusinghiero del nostro Paese, incapace di districarsi in un contesto nuovo, complesso, multietnico. La scuola quale specchio della nostra società, i suoi malumori, pregiudizi, conflitti. Un piccolo film, che con leggerezza e brio, non senza qualche sbavatura, si prende gioco di un certo buonismo di facciata, del ‘politicamente corretto’ a oltranza, di un perbenismo ipocrita che tenta di seppellire i conflitti.
Giudizio: ***

Al cinema: Roma, In guerra, Il settimo sigillo, Zen – Sul ghiaccio sottile

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ROMA
Film drammatico, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 2018
Regista: Alfonso Cuaròn
Interpreti: Marina de Tavira, Danie Deme, Latin Lover

Berenice dice: due donne, un Paese, la Storia
Anni ’70, città del Messico. Cleo, una domestica indio, dedica tutto il suo tempo, l’intera vita, alla famiglia presso la quale lavora. Cresce i bambini al posto della madre, li ama quasi fossero suoi, accudisce la nonna, sopporta la ‘signora’, rispetta senza giudicare un padrone di casa sempre più assente.
E’ con i suoi occhi che vediamo il dipanarsi di un piccolo dramma familiare, poi quello più grande di un Paese in rapida trasformazione, non senza violenza. Ma questa rimane tutto sullo sfondo, entra nella vita di Cleo quasi di striscio, senza sconvolgerla, dato che la donna si lascia scorrere le cose come fossero ineluttabili, quasi un destino già scritto cui non si può sottrarre. Il suo sguardo è morbido, incredulo più che arrabbiato o indignato. Non succede quasi niente in questo lungo film, ed è proprio nell’apparente immobilismo, nello scandire delle giornate di Cleo quasi tutte uguali, che Cuaròn ci narra un Paese che di lì a poco verrà sconvolto dagli eventi; allo stesso tempo ci racconta una storia privata, quasi autobiografica, dando al film ancor più autenticità. In un bianco e nero definito da qualcuno ‘pastoso’, immagini, inquadrature, stile che marchiano l’opera dall’inizio alla fine.
Giudizio: ***

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IN GUERRA
Film a tematica sociale: lotta per salvare la fabbrica
Regia: Stéphane Brizé
Interprete: Vincent Lindon

Berenice dice: la potenza di un documentario, la profondità di un film
E’ in guerra Laurent, un combattivo sindacalista, sono in guerra i millecento operai che perderanno il lavoro se non vinceranno la loro lotta. Una guerra di attese estenuanti, promesse disattese, silenzi, rinvii, combattuta con forza, moltissimo impegno, poche armi, pochissime speranze. Dall’altra parte una dirigenza sorda, una proprietà assente, una politica ondivaga. In mezzo una stampa onnipresente, che rende tutto uno spettacolo, uno spot da mandare in onda, possibilmente in diretta. Ed è in diretta che il regista ci fa assistere a questa guerra; con gli strumenti del documentario ci racconta una storia, più viva e vicina di una reale. I momenti più forti: quando toglie l’audio e lascia che parlino solo le immagini accompagnate da una musica potente. Assistiamo alle trattative, alle discussioni, alle divisioni, allo sfaldarsi di ogni coesione, alla disfatta. Ma è poi con il viso intenso e quasi tenero di Vincent Lindon che Stéphane Brizé ci fa entrare nella vita degli operai, sentire la loro rabbia, la delusione, il crollo di ogni speranza e infine la disperazione. Lasciando alle immagini un epilogo che, assieme a quella musica, ci entra dentro.
Giudizio: ****

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IL SETTIMO SIGILLO
Film drammatico di Ingmar Bergman, 1958
Opera ora restaurata
Interpreti: Max von Sydow, Bibi Anderson, Bengt Ekerot, Gunnel Lindblom

Berenice dice: è, e rimane, un capolavoro
Di ritorno dalle Crociate, il nobile cavaliere Antonius Block incontra la morte, ‘è un po’ che ti cammino a fianco’ dice lei avvolta nel suo mantello nero. ‘Non me ne sono accorto’ risponde l’uomo senza essere spaventato, quasi ne conoscesse preferenze e abitudini, e la sfida a scacchi. Per prendere tempo pensiamo ma – lo scopriremo solo alla fine – l’uomo ha in mente altro. Inizia così una lunga partita che, mossa dopo mossa con Block e il suo scudiero, ci porterà dentro una Svezia del XII secolo, sconvolta dalla peste, percorsa da dubbi, paure, caccia alle streghe. Dubbi del Cavaliere – e di tutti noi – che pur sapendo vicina la morte, vuole capire, senza smettere di interrogarsi (e interrogarci). Bergman ci fa entrare in un mondo lontano che sentiamo vicinissimo e ci pare di percorrere, con i suoi odori e profumi, il calore del fuoco, i personaggi strampalati, le loro stesse paure. Un viaggio verso la morte ma dentro la vita, capace di arrivare all’essenza. Ad oltre mezzo secolo rimane quel capolavoro che è, nella versione restaurata ancora più luminosa, quasi “colorata” tanto sono forti, intense e piene di poesia alcune immagini. Bergman parla con immagini e inquadrature che lasciano incantanti, frammenti che sono versi di poesia, giochi di luci e ombre che non smettono di sorprendere. Indimenticabile, eppure ogni volta che lo si vede è come fosse la prima.
Giudizio: *****

zen
ZEN – SUL GHIACCIO SOTTILE
Regia: Margherita Ferri
Interprete: Eleonora Conti, Susanna Acchiardi

Berenice dice: il coraggio di essere diversi
Maia, ragazza dura e spigolosa, è imprigionata in un corpo di donna che sente non suo. Non ha amici, non cerca e non vuole nessuno e nessuno la vuole o la cerca. Solo sulla pista di pattinaggio quando gioca a hockey, nascosta e protetta dalla sua divisa grande e informe, ritrova se stessa. La vediamo correre, quasi danzare, libera, leggera. Come non fosse più ingabbiata in quel corpo che non le corrisponde, capiamo che quella è la sua dimensione e solo lì sta bene. Ma è fuori di lì che deve vivere, e non ha vita facile. La vediamo vittima di bullismo, assalita, ridicolizzata, emarginata, allontanata in quanto diversa. Capace comunque di dire e fare ciò che pensa e vuole, a differenza di tutti gli altri, soffocati da un piccola realtà di provincia che sta stretta a molti ma che nessuno, tranne Maia, ha il coraggio di mettere in discussione.
Ci proverà Vanessa, una compagna di classe, e per un breve momento le due ragazze si avvicineranno, sarà un momento magico, ma poi il conformismo e la paura prevarranno di nuovo. Un piccolo film, girato con scarsissimi mezzi e in poco tempo (una settimana). Esordio di Margherita Ferri degno di attenzione, anche se da affinare c’è ancora parecchio. Nei personaggi troppe le sottolineature e una certa insistenza, che finiscono per fare di Maia una vittima. Qualche sfumatura in più avrebbe giovato, facendola un po’
meno preda e un po’ più protagonista, con le sue difficoltà ma anche con la sua grande forza. Mentre senso estetico, fotografia e amore per quella terra (l’Appennino bolognese) si avvertono già profondi, maturi e potenti.
Giudizio: ***

Al cinema: La donna dello scrittore, Disobedience, La casa dei libri

la donna dello scrittoreLA DONNA DELLO SCRITTORE

Tratto dal romanzo di Anna Seghers Transit

Regia: Christian Petzold

Interpreti: Franz Rogowski, Paula Beer

Berenice: sospeso tra presente e passato, disorienta senza convincere.

Marsiglia, oggi ma anche ieri. Le truppe tedesche avanzano verso Parigi, Georg – un rifugiato tedesco – scappa, vuole raggiungere Marsiglia  per fuggire verso il Sud-America. Ha con sé le lettere, i documenti e il manoscritto di Weidel, uno scrittore, morto suicida poco prima. Deciderà di assumerne l’identità, usare il suo visto per il Messico e iniziare una nuova vita laggiù, nel frattempo cercherà la moglie Marie, ‘conosciuta’ leggendone le lettere. Raggiungerà Marsiglia, incontrerà la misteriosa Marie e se ne innamorerà. Poi tutto si complicherà, in un andirivieni dal Consolato allo squallido albergo, alle case dei rifugiati, al porto. In una Marsiglia di oggi, quasi deserta, come svuotata per far spazio a questa storia e i suoi protagonisti, vediamo solo loro: poliziotti, rifugiati, camionette della Polizia , ambulanze, rastrellamenti continui. Il regista tedesco ha voluto ambientare in una Francia di oggi una storia di ieri, il romanzo Transit di Anna Seghers – ambientato nella Francia occupata dai tedeschi – rimane quasi intatto nella trama ma stravolto nell’ambientazione, creando un senso di straniamento che accompagnerà lo spettatore per tutto il film. Esperimento coraggioso e apprezzabile quello di Petzold, ma non pienamente riuscito. Si rimane sospesi, tra presente e passato, lontani, distanti, senza sentire più attuale la storia (se questo era l’intento); la avvertiamo al contrario come estranea, distante, quasi surreale, complice una sceneggiatura e una recitazione dall’impronta (e i ritmi) fortemente teatrali. Risentiamo, riviviamo le pagine del romanzo solo negli ampi spazi lasciati alla voce narrante, le parti più belle e più autentiche di tutto il film.

Giudizio: **

DISOBEDIENCE

DISOBEDIENCE

Tratto dal romanzo bestseller Disobedience di Naomi Aldermn

Regia: Sebastian Lelio

Interpreti: Rachel Weinsz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola

Berenice dice: la libertà di scegliere (e di disobbedire)

Ronit è una donna giovane, forte, indipendente, libera. Ha lasciato Londra e la comunità ebreo-ortodossa nella quale è cresciuta, troppo soffocante per lei. Ma dovrà tornarci, il padre – il rabbino-capo amato e rispettato da tutti – è morto all’improvviso. Con sorpresa di molti, sarà lì per i funerali, ritorno non facile, in una comunità chiusa, attaccata alle proprie tradizioni, ai propri riti, che poco e male tollera chi, come Ronit, le mette in discussione, non si adegua. Sempre con il sorriso sulle labbra le lanceranno accuse, rimproveri, rinfacceranno passato, scelte, stile di vita, le faranno capire che non è persona gradita. Ad eccezione di Dovid, quasi un figlio per il rabbino capo, e la moglie Esti, donna fragile e apparentemente dimessa che ha scelto di non scegliere. La accoglieranno nella loro casa, permettendole di assistere al funerale e celebrare il suo lutto mentre il legame tra le due donne, un tempo amiche, si rivelerà ancora fortissimo. Seguiamo, attraverso il bel volto intenso di Rachel Weisz, la giovane donna nel suo difficile ritorno, avvertiamo il peso, il vuoto e lo sperdimento di un lutto così grande, reso dal regista cileno con una delicatezza rara. Entriamo assieme a lei in una comunità a noi pressoché sconosciuta, con l’occhio distaccato, quasi estraneo di chi da tempo ha ripudiato quel mondo, assistiamo a riti, cerimonie, ne apprendiamo usi, abitudini, logiche e assurdità. Tratto dall’interessante romanzo dell’inglese Naomi Alderman (anche lei ebreo-ortodossa), con qualche piccolo aggiustamento, il regista è capace di preservare intatto il senso di una comunità, di un mondo chiuso e soffocante, fatto di regole ferree,  riuscendo al contempo a restituire l’intensità e la forza dei suoi protagonisti, le loro emozioni, i pensieri, le sensazioni, senza ricorrere a voci narranti fuori-campo o altri escamotage, ma affidandoli ai volti, gli sguardi, i gesti di tre straordinari interpreti. Lo fa con grande rispetto, profonda umanità e una sensibilità unica.

Giudizio: ****

LA CASA DEI LIBRILA CASA DEI LIBRI

Tratto dal romanzo di Penelope Fitzgerald La libreria

Regia: Isabel Coixet

Interpreti: Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Bill Nighy

Berenice dice: scorre placido, senza increspature, senza sorprese o emozioni forti

Campagna inglese, fine anni ’50. La graziosa e mansueta Florence Green, dopo oltre dieci anni di vedovanza, decide di consolarsi aprendo una libreria nel bel mezzo del nulla. Solo che sceglie il posto (una vecchia casa), il luogo (uno sperduto villaggio), il momento sbagliati. Ci sarà chi tenterà  di dissuaderla prima, di ostacolarla poi, frapponendo ogni sorta di difficoltà, complicazione, ostacolo, anche legale. Ci sarà però anche chi, inaspettatamente, le offrirà il proprio aiuto, sostegno e affetto. Tutto qui, questo film spagnolo molto ‘british’, garbato, elegante, curatissimo (e premiatissimo), con una sapiente fotografia, bravi attori (in particolare la ‘perfida’ Patricia Clarkson e l’eterna adolescente Emily Mortimer- già viste assieme in Party, senza però il mordente che avevamo apprezzato lì) ma non smuove grandi cose, non suscita forti emozioni. I buoni, i cattivi, i frustati, i pettegoli, i servili, i ribelli, i coraggiosi, personaggi tagliati tutti un po’ con l’accetta, mancano sfumature, ambiguità, lati oscuri, complessità. Uno spaccato della piccola borghesia inglese, rurale (e non) con dispetti, piccolezze, cattiverie, il male per il male, senza ragione, proprio come nella vita, certo. Solo che nella finzione (in narrativa come al cinema o a teatro) non funziona,  ci vuole qualcosa di più, se non una ragione o un senso, deve almeno essere funzionale alla storia ed ai suoi personaggi, qui lo è solo al film. Tratto dal romanzo della Fitzgerald (‘La Libreria’-1978) qui non viene voglia di correre a leggere il libro, certi di ritrovare su pagina esattamente tutto quanto abbiamo trovato sullo schermo. Sicuramente un bel compitino, fatto per bene, ma niente più.

Giudizio: **

 

Al cinema: The children Act – Il verdetto, 1938 – Diversi, Gotti – Il primo padrino.

THE CHILDREN ACT – IL VERDETTO
Regista: Richard Eyre
Dal romanzo La ballata di Adam Henry
Autore del libro e della sceneggiatura: Ian McEwan
Interpreti: Emma Thompson, Fionn Whitehead, Stanley Tucci, Ben Chaplin

Berenice dice: quando il lavora entra nella vita e la vita entra nel lavoro.

Fiona Maye è un giudice dell’Alta Corte, brava, seria, scrupolosa, estremamente professionale. Abituata a prendere decisioni delicate, ascoltare, comprendere, contemperare interessi contrapposti. Così presa dal lavoro da non accorgersi come il suo matrimonio stia andando alla deriva. E quando la realtà le viene sventolata sotto il naso lei si chiude, tace, non vuole sentire, non vuole ascoltare, replicare. Tanto brava nel lavoro, tanto incapace negli affetti. E mentre il suo matrimonio, la sua stessa vita rischia di crollare arriva Adam Henry e il suo rifiuto di farsi curare, sottoporsi a trasfusioni che gli potrebbero salvare la vita. Deve prevalere la libertà di scelta, l’autodeterminazione, o il diritto alla vita? Combattuta, sopraffatta dal dilemma il giudice Maye andrà dal ragazzo entrando nella sua vita e lasciando che lui entri nella propria. Qualcosa cambierà in modo definitivo per entrambi. Nulla sarà più come prima. Tratto dal romanzo di Ian McEwan, La ballata di Adam Henry, qui non manca nulla, i personaggi sembrano la fotografia di quelli trovati sulla pagina; lo scrittore è unico nel tratteggiarli, entrare nei loro pensieri più profondi, mostrare le devianze per quello che sono. Se qualcosa manca – il cambiamento radicale del ragazzo improvviso quanto poco giustificato, il personaggio del marito non riuscitissimo – già era assente nel romanzo e immagini e regia non riescono a sopperire a tali manchevolezze. In compenso una Emma Thompson perfetta per la parte e un credibile Fionn Whitehead rendono al meglio il dramma, il dilemma, la sete di vita, di affetto, ma anche la fragilità, l’incrinarsi dei rapporti, il rompersi di qualcosa dentro. Aiutati da un’ottima regia, una scenografia curatissima e una fotografia di grande raffinatezza.
Giudizio: ***

 

1938 – DIVERSI

Film documentario
Regia: Giorgio Treves

Berenice dice: uguali ma diversi, il razzismo nel suo nascere.

Il fascismo, l’uso della stampa, la propaganda, la Guerra in Etiopia, in Abissinia, la razza pura, il razzismo coloniale, poi antisemita. Attraverso filmati, immagini, giornali del tempo, seguiamo l’ascesa del fascismo e le sue degenerazioni. Immagini si alternano a interviste; storici, scrittori, sociologi, testimoni del tempo ci raccontano un’Italia che stentiamo a riconoscere. Vediamo come dal niente (“gli italiani non erano anti-semiti”, assicurano gli storici intervistati) si è costruita prima una diffidenza, poi un disprezzo, un’intolleranza, un rancore e infine vero odio. Come sia potuto accadere continuiamo a chiedercelo come se lo chiedevano, attoniti e sbigottiti, gli stessi protagonisti. Nessuno se lo aspettava, nessuno ci credeva eppure dall’oggi al domani cittadini italiani perfettamente integrati, professori, avvocati, medici, studenti, bambini, non erano più persone gradite. Cacciati da scuole, università, uffici, case, negozi. Apparivano scritte sui muri (le prime, sono nate a quel tempo, ci spiega un testimone), divieti (‘vietato l’ingresso a cani ed ebrei’), aggressioni, notizie di cronaca che li vedevano come protagonisti (proprio come oggi hanno sempre a oggetto immigrati, osserva un altro testimone). Cose che già conoscevamo e altre che scopriamo grazie a testimoni, immagini del tempo, articoli, frammenti, dichiarazioni dei protagonisti di allora, in un sapiente alternarsi di immagini, testimonianze, foto, slogan, silenzi che dicono più di mille parole. Un piccolo documentario presentato fuori concorso a Venezia, che ha la capacità di farci entrare all’interno di quel meccanismo oscuro chiamato razzismo, di scomporlo per rivelare i suoi più nascosti segreti, il suo stesso funzionamento, più semplice ed elementare di quanto si pensi. Lo abbiamo visto tante volte e lo continuiamo a vedere, ancora oggi. Ogni volta da capo come non fosse mai successo prima, come non avessimo imparato nulla.
Giudizio: ***

 

GOTTI –   IL PRIMO PADRINO
Regia: Kevin Connolly
Interpreti: John Travolta, Kelly Preston, Spencer Lofranco, Stacy Keach

Berenice dice: del capolavoro di Coppola solo il titolo.

John Gotti, un noto e spietato mafioso che aveva spopolato negli anni Ottanta, diventando un fenomeno mediatico, qui lo vediamo vecchio, malato, condannato all’ergastolo, interpretato da un John Travolta molto (troppo?) nella parte, debitamente invecchiato. Parla in carcere con il figlio (affiliato anche lui) e ricostruisce, con ampi flash-back, la sua ascesa ai vertici della Famiglia Gambino. Dagli esordi all’eliminazione dello stesso capo-clan fino alla definitiva condanna (dopo quattro assoluzioni) e all’epilogo, in carcere malato di cancro. Ma manca un filo conduttore, un senso, una logica, una vera storia, rimangono episodi, frammenti slegati che non coinvolgono. Soprattutto non riescono a rendere le atmosfere, le dinamiche, le logiche di una famiglia mafiosa, rimane tutto in superficie, grandi mezzi ma poca, pochissima sostanza. Nulla a che vedere con un Coppola, ma neppure con i Soprano.
Giudizio: *