Al cinema: Il prigioniero coreano, La casa sul mare

IL PRIGIONIERO COREANO
Berenice dice: prigionieri dell’ideologia
Un po’ tutti, il protagonista, i personaggi (con pochissime eccezioni) e un po’anche il regista (e forse alla fine anche noi) prigionieri dell’ideologia, più ingombrante e pesante di quanto si vorrebbe. Corea del Sud e poi anche del Nord, Nam Chul-Woo pescatore nord-coreano, sconfina con la sua piccola imbarcazione nelle acque del ‘nemico’ e viene catturato. Da lì nulla sarà più uguale, né in territorio straniero (con le sue tentazioni capitaliste) né in madre-patria (con le sue rigidità poco patriottiche). Due regimi, uguali e contrari, pressoché speculari, in mezzo cittadini comuni che ne rimangono schiacciati. Il regista sudcoreano Kim Ki-Duk ci mostra tutto questo con durezza, senza mediazioni, schermi, sottigliezze o ipocrisie. Ma il tutto rischia di avvicinarsi al proclama, ogni personaggio, ogni dialogo, ogni singola parola sembra preordinato a questo, a consegnare un preciso messaggio politico, finendo per rimanerne prigioniero. Peccato.
Giudizio: **

LA CASA SUL MARE
Berenice dice: nostalgia di un mondo che va scomparendo
Méjan, Marsiglia, oggi. Un padre tra la vita e la morte. Tre figli, un’attrice di successo, un professore ‘proletario’ per scelta e un ristoratore rimasto fedele agli ideali del padre. I tre accorrono e, mentre si prendono cura del padre, passato, ricordi, rancori riaffiorano. Riemerge un mondo di cui sono figli e al quale rimangono intensamente legati. Ma quel mondo non c’è più, assieme a loro osserviamo come gli ideali, i progetti, i suoi valori più profondi siano scomparsi, soppiantati da un mondo nuovo e privo di scrupoli che ci risulta estraneo e ingiusto. Il tutto avvolto in una grande malinconia mai lacrimosa, sempre e fiera, che trova contrappunto in un fortissimo legame fraterno che riprende e si rafforza con l’avanzare della storia. Apertamente ‘politico’, schierato per scelta con fierezza e orgoglio, non disturba, il regista Robert Guédiguian non ne rimane imprigionato. Film non senza difetti, qualche sbavatura (un po’ schematico, tanto telefonato) ma sincero e onesto.
Giudizio: *** 

Al cinema: Wajib, La Melodie, Abracadabra

 

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ABRACADABRA
Berenice dice: vulcanico
Madrid oggi e, in parte, anche ieri. Carlos e Carmen, marito e moglie da oltre vent’anni, lui tifoso sfegatato, violento e scorbutico, lei ancora affascinante, totalmente soggiogata agli umori del dispotico marito. Un giorno, a un matrimonio, lo scettico Carlos soltanto per prendersi gioco del cugino si presta a una dimostrazione di ipnosi e tutto cambia. Al Carlos di un tempo se ne aggiunge uno nuovo, gentile, servizievole, pacato: pulisce casa, prepara la colazione alla moglie, aiuta la figlia a fare i compiti. Per la sorpresa della moglie, la meraviglia della figlia, l’ansia del cugino Pepe (artefice del misfatto). Inizia un’avvincente caccia, svelare il mistero e sciogliere l’ipnosi, restituendo alla moglie il vecchio Carlos. Il tutto in un ritmo concitato, un susseguirsi di scene, colori, immagini, inquadrature e prospettive particolarissime che accentuano l’effetto già straniante della storia. Pablo Berges, che già abbiamo conosciuto con l’indimenticabile Blancanieves, usa l’ipnosi per raccontare altro, ben più profondo e serio dei toni utilizzati. Lo fa con una commedia dai tratti grotteschi, dai molti richiami (anche al cinema di Almodovar), dai i toni picareschi, in un’esplosione di colori, musica energia e vitalità. Travolgente.
Usando le parole del regista “abbandonate i vostri pensieri e lasciatevi ipnotizzare”.
Giudizio: *****

melodie
LA MELODIE
Berenice dice: il potere della musica
Periferia di Parigi, oggi. Simon, violinista affermato, accetta di insegnare ai ragazzi di una scuola nelle banlieue parigine. Il progetto è ambizioso, portarli alla Filarmonica entro fine anno. Forse però Simon ha sottovalutato l’impegno, i ragazzi non sono proprio come li aveva immaginati. Indisciplinati, irrequieti, distratti, senza rispetto per niente e nessuno, neppure per il povero Farid, il professore ideatore del progetto, che si affanna a mantenere un minimo di disciplina. Solo la musica riesce a incantarli. Quando Simon suona rimangono tutti zitti e fermi. Iniziano così le lezioni, con difficoltà, mille interruzioni, problemi di ogni tipo. Ma piano piano il violinista, e la musica, si insinuano in loro, l’insegnante ne conquista la fiducia, li appassiona, disvela il talento là dove c’è, stimola tutti a tirarlo fuori e a dare il meglio. Lo fa con metodo, estrema tranquillità, una certa tristezza di fondo ma alla fine anche lui è conquistato da quei ragazzini indisciplinati. Tema non tra i più originali forse, ma sempre attuale e interessante che si presta a mille diverse letture. Quella prescelta dal regista Rachid Hami è multietnica, vivace e autentica, ritratta con tenerezza, girata con sapienza, con una predilezione per le luci della sera, il buio, i contrasti di colore che aggiungono intensità a quella che già troviamo nei visi dei bravissimi interpreti, soprattutto di quei ragazzini, spontanei, allegri, irriverenti, con la vita dentro.
Giudizio: ***

wajib
WAJIB
Berenice dice: conflitto padre-figlio per raccontare un altro conflitto, più ampio e antico
Nazareth, oggi. Sahid torna a casa, dall’Italia dove vive, la sorella si sposa e deve dare una mano. Assieme al padre consegna casa per casa gli inviti, come tradizione (wajib) vuole. Seguiamo padre e figlio in giro per una Nazareth che non conoscevamo, per le sue strade piene di immondizia, il traffico, le risse per un nonnulla, qualche militare qua e là. Entriamo nelle sue case disastrate, povere ma dignitose, incontriamo amici, parenti, conoscenti insopportabili che si devono comunque invitare. Mentre Sahid guida su e giù per la città, riemergono le tensioni fra i due, le incomprensioni, un conflitto mai risolto. Sahid guarda tutto con occhio critico, il padre giustifica ogni cosa, Sahid condanna, non tollera, si innervosisce, il padre media, comprende, trova e accetta compromessi, Sahid non vede l’ora di andarsene da quella Terra, il padre non riesce a lasciarla. Due generazioni a confronto, due visioni opposte, due idee di Palestina inconciliabili, in mezzo un Paese con le proprie tensioni, infinite contraddizioni, compromessi quotidiani, una povertà immensa. Senza mai cedere al sentimentalismo, a facili schematismi o al vittimismo, senza prendere scorciatoie né offrire soluzioni pre-confezionate la regista Annemarie Jacir tratteggia un bellissimo rapporto padre-figlio, conflittuale e forte, profondo e solido, aiutata da due interpreti straordinari (padre e figlio anche nella vita, sullo sfondo un conflitto antico, altrettanto complicato, irrisolvibile, e lo fa con grande grazia e sensibilità, e infinito affetto.
Giudizio: *****

Al cinema: Tonya, Il principe felice e Lovers

TONYA

Berenice dice: le tante verità di una storia

Portland, Oregon, anni ’90. Tonya Harding, pattinatrice di fortissimo temperamento lotta come può e come sa per farsi accettare da un mondo non suo, che non la vuole, la respinge. Farà di tutto per arrivare in cima, partecipare alle Olimpiadi, far riconoscere al mondo il suo talento. Proprio di tutto. La storia la conosciamo, la verità non la conosceremo forse mai. Ciascuno ha la propria e la racconta, come in un’intervista, davanti alla telecamera, al regista e quindi a noi. Tutte vere, tutte credibili, tutte capaci di consegnarci un pezzo di una verità più profonda. Quella che il regista Craig Gillespie sa far emergere dai personaggi mentre si raccontano, una verità fatta d’assenza d’amore, incapacità di dare e ricevere affetto, che conosce una sola lingua, quella della violenza e della miseria, non solo esteriori. Eppure, per quanto faccia per dipingere i protagonisti di questa storia per quello che sono, insopportabili, spregevoli, detestabili, non riusciamo a odiarli. Con l’aiuto di un’ottima musica, un frenetico e interessante montaggio e non poca ironia.

Giudizio: ***

 

IL PRINCIPE FELICE

Berenice dice: la fine di un genio

Francia, Parigi, fine ‘800, un Oscar Wilde ormai alla fine, che arriva lenta e ben poco felice. Rupert Everett, al suo esordio alla regia, lo dipinge con il tratto ironico e brioso che gli conosciamo, ma c’è un che di malinconico e profondamente ingiusto in ciò che subisce. Ingiustizia che cogliamo sin dalle prime immagini, Everett si schiera e ci fa schierare da subito. Ma pur condividendone le motivazioni, narrativamente non funziona. Ancora una volta lo spettatore viene allontanato anziché avvicinato, finendo per non essere coinvolto, come dovrebbe, come vorrebbe. Peccato perché le ambientazioni sono perfette, la fotografia impeccabile, le immagini e la luce ti entrano dentro, ma ancora una volta non basta. Né basta la straordinaria interpretazione di Everett, verrebbe quasi da pensare abbia fatto l’attore per arrivare a recitare questa parte. Mai come qui, dentro il personaggio, e il personaggio dentro di lui.

Giudizio: **

 

LOVERS

Berenice dice: tante storie ma il meccanismo si ripete

Bologna, oggi. Quattro attori che si scambiano i ruoli per altrettante storie, otto coppie, sedici personaggi. Mariti, mogli, amici, amanti che ruotano ma gli schemi si ripetono e alla lunga diventano  scontati. C’è il lui ricchissimo e sprezzante, l’amico invidioso e un po’ sfigato, la moglie gelosa, il fidanzato possessivo, lui che tradisce lei, lei che tradisce lui, quasi che il meccanismo fosse condannato a ripetersi. Ne risentono i personaggi, a volte stereotipati, le situazioni non sempre credibili, le singole storie soggiogate da una struttura narrativa interessante ma alla fine ingombrante e forse anche soffocante. La curiosità iniziale rischia di diventare noia.  Spiace perché il film di Matteo Vicino ha una sua freschezza, una certa originalità (non portata fino in fondo, purtroppo) e mantiene una sua indipendenza. Occasione non proprio perduta ma forse non sviluppata al meglio.

Giudizio: **

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Un sogno chiamato Florida, Charley Thompson, L’ultimo viaggio e 15:17 – Attacco al treno

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UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA
Berenice dice: ai margini del sogno con occhi di bambino
Ed è proprio con gli occhi dei bambini che il regista ci fa vedere i lati oscuri del sogno. Una Florida marginale, povera, fatta di motel, espedienti per sopravvivere, miseria, alcool, violenza, in mezzo al sogno variopinto e sfavillante di Mall, Fast-food, club esclusivi, Disneyland, un mondo che neppure si accorge di chi rimane fuori. Ma neppure Moonee, Scooty ed Jancey si accorgono, per loro tutto è un gioco, una sfida, un’avventura. Li vediamo correre ovunque, non avere paura di nulla, fare i piccoli teppistelli, mangiare a sbafo, spiare la cliente tettona. Tutto passa per i loro occhi, è a loro altezza, a loro misura. Ed è da quella prospettiva che vediamo, meglio che mai, ciò che di norma non ci mostrano. Ma il regista Sean Baker non cade mai nel pietismo, con l’aiuto di tanto colore,
tanto gioco, tanta allegria, bellissime immagini, ottimi dialoghi e sopra ogni cosa di quei bambini straordinari, uno più bello dell’altro, uno più bravo dell’altro.
Giudizio: ****

 

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CHARLEY THOMPSON
Berenice dice: delicato e coraggioso.
Con grande delicatezza il regista ci porta nella vita di Charley Thompson, un ragazzino quindicenne a cui la vita è caduta addosso troppo presto. Senza madre, cresciuto da un padre scapestrato, ha imparato a badare a se stesso molto in fretta. E in fretta dovrà crescere ancora, quando di nuovo la vita gli si accanirà contro. Troppo per un ragazzo così giovane, senza difese, pensiamo quando lo seguiamo per strade sterrate, il deserto, la notte buia, solo lui e un cavallo, cui parla, confessa quello che con ogni probabilità non ha mai detto nessuno. Per mezza America, senza un soldo, solo con il suo cavallo, alla ricerca della zia, l’unica sua àncora di salvezza. Continuerà senza fermarsi, con grande determinazione e coraggio, “dobbiamo andare avanti” dice al cavallo e prosegue il suo viaggio, fino in fondo. Ma quando arriverà in fondo non sarà più lo stesso, il suo viaggio e quello che sarà accaduto in mezzo lo avrà trasformato, lo percepiamo da una rigidità che gli scorgiamo nel corpo sempre più magro, dall’incapacità di sciogliersi in un abbraccio, in un pianto. Ed è con estremo coraggio che il regista affida l’intero film a questo straordinario ragazzo (Charlie Plummer, premio Mastroianni migliore attore emergente a Venezia) fragile e al contempo forte, coraggioso e fiero il cui viso dolce, tenero, ancora bambino non ci abbandonerà con facilità.
Giudizio: ****

 

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L’ULTIMO VIAGGIO
Berenice dice: interessante ma didascalico (e non esente da rischi).
Germania, 2014 (i giorni della rivolta di Kiev). Eduard novantenne taciturno e burbero, rimane vedovo. Prende e parte, senza dire nulla a nessuno. Destinazione Ucraina dove ha combattuto (e lasciato il cuore) più di mezzo secolo prima. La figlia non lo può permettere, né si può permettere di seguirlo. Lo farà la giovane e scontrosa nipote, Adel che “della guerra se ne frega”. Invece scoprirà che non se ne frega affatto, del passato del nonno, come del proprio. Nonno, nipote e un giovane ucraino (che è “russo ma anche ucraino”) ci fanno fare un viaggio nel tempo e nella storia, pensiamo sia quella di ieri invece scopriamo che è soprattutto quella di oggi. Il pregio del film è di narrare una storia poco (e male) raccontata, parlare di responsabilità che forse non si conoscevano fino in fondo e per intero. Il rischio (forte), cadere nel didascalico. Si avverte l’urgenza di “raccontare” la storia, torti e ragioni, responsabilità, conosciute e meno conosciute, a discapito dell’autenticità di dialoghi e personaggi. Il pericolo più grande? Che nel pregevole sforzo di voler far comprendere la complessità delle cose, che le responsabilità non siano mai solo da una parte e non si possano tagliare con l’accetta, non si distingua più con nettezza chi è stato un criminale da chi non lo è stato, e sopra ogni altra cosa si finisca per dare un alibi a chi alibi non ha. Il regista Nick Baker-Monteys lotta contro questo pericolo facendo tenere con decisione la barra al centro al protagonista, ma forse non basta.
Giudizio: ***

 

treno

15:17 – ATTACCO AL TRENO
Berenice dice: buone intenzioni, meno (molto meno) la realizzazione.
Anthony, Alek, Spencer, tre amici inseparabili. Li vediamo ragazzini al primo incontro (in attesa della predica del Preside), al momento dell’inevitabile separazione, più grandi, ancora amici, e alla ricerca della propria strada nella vita. Sacramento, anni 2000, l’America profonda, non ricca, ordinaria. Seguiamo le piccole traversie dei tre ragazzi, senza particolare entusiasmo, sappiamo che li aspetta altro e tutto assume un aspetto ancor più scontato, sbiadito, banale, come un lungo intermezzo prima dello spettacolo vero che arriva però troppo tardi. Clint Eastwood ci ha abituato ad altro, anche quando ha raccontato storie vere lo ha fatto con sapienza. Non qui, la storia, la vita di questi tre ragazzi è e rimane vuota, senza nulla di particolare. Fino al fatidico giorno, in cui un
treno, la loro vita e quelle di centinaia di persone si incrociano per la fortuna di tutti. Ed è infatti proprio in quella parte (l’ultima mezz’ora) che il film decolla, la storia diventa qualcosa di più di un banale resoconto dell’esistenza di tre eroi, prima che lo diventino. Ancora una volta la riprova che a fare un film, una trama che funzioni, non basta che tutto sia accaduto davvero, ci vuole altro e di più, quel di più che questa volta Eastwood non ha saputo mettere per la più gran parte del film.
Giudizio: **

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Insyriated e Oltre la notte

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INSYRIATED

Berenice dice: la guerra dentro casa. 

Ed è proprio dentro una casa che potrebbe essere la nostra che il regista belga Philippe van Leeuw fa entrare la guerra. Non la vediamo ma la sentiamo, gli spari dei cecchini, i bombardamenti, i passi di ladri, rapinatori, malviventi che saccheggiano case, violentano donne, spadroneggiano. Ogni rumore un sobbalzo, una minaccia, un nuovo pericolo, non c’è pace per Oum Yazan una donna forte che tenta di mantenere un certo ordine, una parvenza di normalità, una vita decente, tiene in riga i figli, la cameriera, gli estranei che vogliono entrare a tutti i costi, si tiene stretta la sua casa che sicura non è più. Ma contro la guerra, le sue violenze, non potrà nulla neppure lei. Il bel volto segnato di Hiam Abbass ci dice più di mille parole, certi silenzi, certi sguardi rendono più di qualsiasi cronaca. Ancora una volta la guerra passa per le donne e il loro corpo, ma anche per la forza, la determinazione e la concretezza di mogli, madri, figlie.

Giudizio: ****

 

oltre la notte

OLTRE LA NOTTE

Berenice dice: non perfetto ma merita di essere visto.

Amburgo oggi. Lei tedesca, lui turco di origini curde, con precedenti penali, si sposano, hanno un figlio. Li vediamo felici, allegri, spensierati. Poi un attentato e tutto cambia. Seguiamo la donna nel suo dolore, lo sgomento, la disperazione, la rabbia, poi lentamente si fa spazio altro, senza quasi ci si accorga. Il tutto passa per il volto bellissimo e impenetrabile di Katja (una straordinaria Diane Kruger, migliore attrice a Cannes). Rimane intatto eppure trasfigurato da tutto quel dolore, lo avvertiamo da impercettibili sfumature, dall’ombra delle gocce che le attraversano il viso in una bellissima immagine. Il regista ci porta vicino un dramma che pensiamo lontano, altro da noi. Lo fa entrare nel quotidiano, la famiglia, gli affetti e lo rende nostro. Fatih Akin abbandona la commedia, l’ironia che abbiamo visto in Soul Kitchen e passa al dramma che sa trattare con potenza come abbiamo già avuto modo di apprezzare nel film La sposa Turca. Qui esalta la tragedia e assieme alla protagonista ci porta oltre, oltre la notte appunto, dove ricomincia il giorno o forse, invece, sarà altro ad aspettarci.

Giudizio: ***

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: La forma dell’acqua e Visages Villages

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LA FORMA DELL’ACQUA

Berenice dice: dell’acqua e non solo.

La forma dell’acqua, dell’amore, della vita e di molto altro. Una piccola favola, dolce senza essere sdolcinata, romantica ma non stucchevole, leggera, quasi soave. Ci sono i buoni e i cattivi, i russi e gli americani, gli scienziati e i militari, la guerra fredda. E poi ci sono loro, Elisa, Zelda e Giles, una ragazza muta, la collega di colore – donne delle pulizie in un laboratorio segreto – e il vicino di casa di Elisa, un disegnatore gay senza lavoro. Altri, diversi, quelli che nessuno guarda, nessuno nota, nessuno vede. Ma sono proprio loro che si accorgono dove sta davvero l’essenza umana, al di là delle apparenze. Sanno dove sta il giusto e dove ciò (e chi) giusto non è. Che vanno oltre per trovare l’amore. E così non esiteranno un istante, faranno ciò che deve essere fatto per proteggere chi merita di essere difeso e amato. Guillermo del Toro, il regista, ci racconta questa favola con grazia rara, con leggerezza ci porta dentro una piccola storia più vera, profonda e forte di tante storie vere. Che ti avvolge e non ti lascia neppure quando esci e –  come dicono i versi citati nel finale – continua a  ‘stare tutto intorno a te’.

Giudizio: ***

 

visages

VISAGES VILLAGES (Documentario)

Berenice dice: unico

 Come uniche sono le immagini che ci portano in giro per la Francia, in lungo e in largo, da nord a sud. Un furgoncino, un enorme teleobiettivo dipinto sui fianchi, dentro, un uomo e una donna e la loro passione per le immagini, la fotografia, le persone, la vita. Novant’anni lei (una sempre straordinaria Agnés Varda), affaticata e stanca, ma ancora con un occhio formidabile, poco più di trenta lui (JR) con un’incredibile vitalità ed energie per entrambi. Dove non arriva lei scorrazza lui, su e giù per scale, impalcature, strade, prati e pendii. Ogni immagine è perfetta e incanta, così le gru che spostano i container diventano una danza, un bunker caduto in mezzo a una spiaggia la parete ideale per l’effigie di Guy Bordin, i corridoi del Louvre una pista da corsa per la sedia a rotelle spinta a tutta forza dal ragazzo (JR) mentre lei indica meravigliose opere d’arte. Ma nulla è per caso, ogni immagine ha un senso, una precisa funzione, come quella degli occhi, dei piedi e delle mani di Agnés, che ricopriranno i fianchi di un camion. ‘Andranno dove tu non puoi più andare, vedranno ciò che tu non puoi vedere’ dice JR, mentre noi vediamo sfilare quegli enormi occhi, quei piccoli giganteschi piedi. La storia di un paese ma anche di una magnifica amicizia, l’arte, il genio, la creatività fanno incontrare e uniscono due persone così diverse e distanti, una nel fiore degli anni l’altra che ha già visto sfiorire la più gran parte. Da vedere, rivedere e rivedere ancora.

Giudizio: ****

 

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Lady Bird e L’uomo sul treno

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LADY BIRD

Berenice dice: fresco, leggero, intenso.

Sacramento, USA, primi anni 2000. A Lady Bird (così si fa chiamare Christine, una giovane e bravissima Saoirse Ronan) la cittadina californiana sta stretta, come stretta le sta la scuola cattolica, la famiglia e tante altre cose. Farà di tutto per andarsene e che la ragazza abbia i numeri per andare lontano lo capiamo subito, come subito la troviamo simpatica, sfrontata e impertinente com’è. Greta Gerwig (sceneggiatrice e regista del film) ha la capacità di renderci la freschezza di quegli anni. Lo fa con la grinta, la vitalità e l’intelligenza di Lady Bird, quella sua aria sicura e al tempo stesso incerta, lo sguardo profondo e immensamente tenero. Non è ‘perfetta come una modella’, anche se lo vorrebbe, eppure noi la troviamo bellissima. La vita, le sue complessità, i drammi della famiglia sullo sfondo, entreranno inevitabilmente nella sua vita, ma con leggerezza, mentre lei è troppo occupata a crescere. La regista riesce a catturare l’attimo prima di diventare grandi. Racconto di formazione? Ma non solo. E’ anche tanto altro, senza perdere un solo istante la sua freschezza.

Giudizio: ***

 

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L’UOMO SUL TRENO

Berenice dice: tanti mezzi, poca sostanza.

Ha il sapore di già visto questo thriller ad alto tasso di banalità. Filone “terrore sul treno”, gli ingredienti del genere li ha tutti a cominciare dall’ambientazione (quasi esclusiva) su un treno in corsa, e già sappiamo che quella corsa non finirà né presto né bene né da sola. Non manca il buon padre di famiglia, un lavoro perso, una donna misteriosa (non proprio fatale), moglie e figlio in pericolo, la scelta tra il bene e il male. Che vinca il bene, passando per numerose (troppe) traversie è più che scontato, purtroppo scontate sono anche quasi tutte le traversie per le quali deve passare prima di trionfare. Dove la trama non arriva intervengono gli effetti speciali, sempre più speciali quanto più la trama progredisce e si sfilaccia. Il pregio? Così stucchevole da far capire, senza possibilità di caderci più neppure per sbaglio, cosa non funziona in una trama simile, cosa non mettere se si desidera avvicinarsi al genere e più di ogni altra cosa che puoi avere tutti gli ingredienti giusti ma da soli non bastano per fare un buon film, ci vuole altro.

Giudizio: *

 

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Il filo nascosto

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Berenice dice: ben nascosto, con maestria ed eleganza.

E’ davvero con maestria ed eleganza che P. T. Anderson ci fa entrare nel mondo glamour, raffinato ed esclusivo della moda inglese degli anni Cinquanta. Ci porta dentro la vita del genio creativo Woodcock, uomo difficile, duro, imprigionato in un mondo di regole, abitudini, rigidità, esagerate insofferenze, apparentemente indifferente a tutto fuorché il suo lavoro, reso alla perfezione da uno strepitoso Daniel Day-Lewis mai come qui in perfetta simbiosi con il personaggio. Verrà inaspettatamente sopraffatto da una donna all’apparenza insignificante che, invece, insignificante non lo sarà affatto. Si prende il suo tempo il regista, e lo fa prendere a noi che, dopo qualche esitazione, ci lasciamo avvolgere da immagini, inquadrature, colori perfetti. Ogni elemento è studiato fin nel minimo particolare ma Anderson non rimane in superficie come molti, va in profondità, con corpi, giochi di sguardi, parole non dette. A differenza di tanti altri film in circolazione qui il dettaglio non è mai gratuito, superfluo, esibito, il regista non ostenta la sua bravura, tutto ha una sua precisa funzione e trova un suo equilibrio, anche se forse lo comprendiamo appieno solo alla fine. E anche dopo, quando ripensiamo ai fili nascosti del film, forse più di uno e certo abilmente nascosti.

Giudizio: ***

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Hannah, con Charlotte Rampling

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HANNAH

Berenice dice: faticoso, per non dire estenuante.

Francia (Parigi?) oggi, seguiamo Hannah ovunque, in metropolitana, al corso di recitazione, in piscina, a casa, con il marito. Poi il marito non c’è più (le viene portato via, non diremo perché) ma noi continuiamo a seguire l’anziana donna (un’insuperabile Charlotte Rampling scrutata da un’impietosa telecamera) giorno dopo giorno, stanca, affaticata, sul volto il peso degli anni, della vita, della tragedia. Tragedia che intuiamo appena, ne percepiremo i contorni solo poi, senza che ci venga mai spiegata. Poche parole, molti dubbi, moltissime domande, quasi nessuna risposta. Ci ripetono che bisogna mostrare e non spiegare, qui capisci che c’è un limite anche al mostrare, che forse non è proprio necessario vedere tutto tutto. Se il regista ha fatto questa scelta un motivo ci sarà, solo che non si capisce. C’erano mille modi per narrare una simile tragedia, la scelta (‘laterale’), silenziosa del regista, è originale, certo coraggiosa. Ma il film chiede tanto allo spettatore, decisamente troppo. E dopo tanto chiedere è capace di dare qualcosa? Qualcosa certo, ma forse non abbastanza.

Giudizio: **

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: The Party, The Post, Chiamami col tuo nome e Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

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THE PARTY
Berenice dice: interessante, cerebrale ma interessante.
Gran Bretagna (probabilmente Londra) giorni nostri, Jane e Bill, coppia felice dà un party per festeggiare la nomina di Jane a Ministro (della salute) del Governo ombra. Conosceremo i loro amici, la fedele amica (la bravissima Patricia Clarkson), donna matura e cinica, pronta a scaricare il vecchio compagno della cui visione new-age e buonista ne ha piene le scatole, la coppia lesbica con un importante annuncio da fare e pure il banchiere yuppie, cocainomane ed esagitato. Il marito è sconvolto, e scopriremo solo dopo il motivo, come scopriremo altre cose nel farsi del film, farsi veloce e concitato (sicuramente voluto) a volte troppo, quasi che la trama non riesca a stare dietro al ritmo.
Un colpo di scena dietro l’altro, dialoghi ben studiati, efficaci ma forse troppo cerebrali e non del tutto convincenti, o forse solo non coinvolgenti.
In ogni caso, film interessante, ironico, intelligente (forse non arguto quanto vorrebbe e potrebbe), ottima scelta del bianco e nero, ottimi attori, scenografia e dialoghi teatrali, gran finale, questo sì. Ti segue anche dopo, fuori dalla sala e ti mette davanti ai tuoi preconcetti, cosa non da poco per un film oggi.
Giudizio: ***

 

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THE POST
Berenice dice: da vedere, anche se mi aspettavo di più.
USA 1971, la guerra in Vietnam è nel suo pieno, l’amministrazione americana vuole mandare altri uomini, ben sapendo la fine che li aspetta. Il bravo e impegnato Daniel Elsberg, economista e uomo del Pentagono, non ci sta, torna negli Stati Uniti, fotocopia migliaia di documenti Top Secret e li fa avere alle maggiori testate giornalistiche del Paese. Documenti che scottano, rivelano l’implicazione politica e militare americana negli ultimi trent’anni nonostante le dichiarazioni ufficiali di ben quattro amministrazioni, qualcuno pagherebbe per averle, altri per non farle mai arrivare ai giornalisti.
Così, mentre Ben Bradlee, direttore del Washington Post, smania per ottenerle, il suo editore Katherine Graham forse ringrazia il cielo che siano arrivate al NY Times e non a loro. Felicità di breve durata, i documenti vengono pubblicati e subito fermati da un’ingiunzione del Tribunale, il NYT si ferma, i documenti arrivano al Washington Post (ancora un giornale di provincia ai tempi).
Che fare? Il direttore freme per pubblicarli, nonostante l’ingiunzione, la libertà di stampa deve prevalere su ogni altra cosa, di diverso avviso non solo i politici, che fanno pressione, ma anche i consulenti dell’editore che insistono per non pubblicarli.
In mezzo, questa donna di mezza età che si è ritrovata alla guida di quello che diventerà un grande giornale, quasi per caso e in anni difficile, per lei come per tutta l’America. Il film sta tutto qui, nel dilemma interiore di questa donna, una bravissima Maryl Streep, combattuta tra le pressioni di finanzieri e consiglieri, legami a doppio filo con la classe politica e il suo giornale e l’essenza stessa della libertà di stampa.
Spielberg ha l’abilità di portarti per mano dentro questo dilemma, nella testa e nelle sensazioni di una donna matura, che ha passato la vita a fare altro, a sentirsi dire che doveva fare altro.
Nei film d’inchiesta gli americani sono insuperabili e anche qui il regista ne dà una gran prova.
Forse ci si aspetta di più, si vuole sapere dell’altro. Ma la scelta di Spielberg è un’altra, più umana, più interiore e profonda, e la conduce con grande abilità.
Giudizio: ***

 

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CHIAMAMI COL TUO NOME
Berenice dice: occasione mancata
Provincia italiana, anni Ottanta, una famiglia bene, agiata, poliglotta, lui professore universitario, lei degna consorte, tutto un sorriso (entrambi) per il figlio, l’ospite americano, la casa, la vita.
Dalle prime scene già capisci come andrà a finire, il figlio adolescente ha una sola espressione (tormentata) dall’inizio alla fine, l’ospite americano, sembra uscito da una soap-opera, la villa, il paesaggio, l’atmosfera da una pubblicità del Mulino Bianco.
Peccato perché il tema era interessante e la storia si prestava a sviluppi non convenzionali, si poteva andare in profondità, toccare corde delicate, essere più coraggiosi e coinvolgere lo spettatore.
Niente di tutto questo, il film (e gli attori) risultano distanti, statici, senza alcun sviluppo interiore o narrativo, nessun coinvolgimento, nessuna partecipazione, esci dopo due ore e un quarto senza nulla di più di quando sei entrato. Le uniche scene che meritino un po’ sono quelle dove la fisicità prende il posto di una narrazione lineare e insapore, ma anche loro appena accennate, alluse più che rese nella loro pienezza, ancora una volta per mancanza di coraggio o almeno così sembra.
Una voce fuori dal coro, certo, quando tutti si sperticano in lodi e stellette, le candidature agli oscar (e gli adwards) fioccano, forse Berenice non capisce ma sicuro dice.
Giudizio: *

 

tremanifesti

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI
Berenice dice: potente
Ebbing, profondo Missouri, lunghe distese, di prati, montagne, ancora prati. Tre cartelloni abbandonati si parano davanti a noi, li vedremo riempiti e colorati, poi neri e bruciati, poi di nuovo possenti che urlano dolore e vendetta. Dolore e vendetta, proprio questo il film trasmette senza alcun filtro, schermo, ipocrisia o infiocchettatura. Lo fa con il viso duro e scavato di Mildred (una grandissima Frances McDormand) con le sue durezze, la sua scontrosità, il carattere spigoloso che non cede a nessuna dolcezza (se non in qualche flash-back dove ci appare fin bella), come se ogni sentimento – eccezion fatta per l’odio – le fosse stato risucchiato dalla sua tragedia. Odio che troviamo in altri personaggi, un poliziotto violento e razzista che detestiamo sin dall’inizio, un inquietante ragazzo di passaggio che si vanta di precedenti disumane violenze, in quei cartelloni. Il
tutto immerso in una apparentemente tranquilla provincia rurale che tiene al quieto vivere e poco e male tollera qualunque cosa possa turbare lo status quo. Non avrà vita facile Mildred ma neppure lo sceriffo della Contea (il bravo Woody Harrelson) bersaglio della donna, con testardaggine lei proseguirà, assieme ai pochi che la vorranno aiutare e contro i molti che faranno di tutto per farla smettere, fino ad un epilogo che non possiamo raccontare.
Film potente, con immagini dai colori accesissimi che rendono ancora più forte ogni scena, ha un solo cedimento verso la fine – quando rischia di scadere nello scontato – ma si riprende (eccome se si riprende) nel finale, aperto e perfetto per un gran film, di denuncia e di altro che ti rimane dentro anche una volta usciti.
Giudizio: ****

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere