Al cinema: La terra dell’abbastanza e L’atelier

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LA TERRA DELL’ABBASTANZA
Berenice dice: quando l’abbastanza è meglio dell’abbondanza
Ed è proprio la terra dell’abbastanza quella di Mirko e Manolo, inseparabili amici da sempre. E a loro basta, ridono, scherzano, fanno progetti, sono ragazzi e tutto può ancora
accadere. Poi qualcosa accade davvero, ma non è quello che speravano. Sorpresa, paura, terrore. Non sanno che fare sulle prime, fanno come nulla fosse poi – su consiglio del padre di Manolo. Poi ancora si convincono che potrebbe essere un’occasione e decidono di coglierla. Ma l’occasione si rivela presto per quello che è, chiede loro più di quanto siano realmente pronti a dare, li cambia, li trasforma. La terra dell’abbastanza si trasforma nella terra dell’abbondanza, ma non senza conseguenze, neppure loro si riconoscono più. I loro destini rimangono legati in modo indissolubile fino a un epilogo che li vedrà comunque assieme. I Fratelli Ignazio ci narrano la storia di una profonda e solida amicizia ai margini di tutto, in una periferia lasciata a se stessa ed alle bande di criminali, ragazzi che crescono come possono, genitori che li tirano su come viene. Bravissimi i due giovani protagonisti (un Crapenzago che abbiamo già conosciuto e molto apprezzato in “Tutto quello che voglio”, affiancato da un altrettanto Olivetti che promette molto), ottima regia, solida storia, fotografia notevole. Un esordio sorprendente, i fratelli Ignazio sono da tenere d’occhio, così come i due ragazzi.

Giudizio: ****

 

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L’ATELIER
Berenice dice: il misterioso fascino del male
Un atelier di scrittura, un gruppo di ragazzi con problemi scolastici, una famosa scrittrice, un programma di recupero che passa per la stesura di un romanzo. I giovani si cimentano con la scrittura, la costruzione di una storia (un noir), dei personaggi, le difficoltà dello scrivere, guidati da Olivia, una donna matura, di successo, ricca. Da subito emerge il carattere di ciascuno, le motivazioni (o l’assenza di motivazioni), il legame con il passato, un presente difficile che passa sulle loro vite, per il colore della loro pelle. Fanno presto amicizia, nonostante le diverse origini, la differente cultura. Sono affiatati, motivati, fanno gruppo. Tranne Antoine, si tiene ai margini, come avesse il timore di mescolarsi, lasciarsi andare, provoca, cerca lo scontro, sostiene posizioni insostenibili, rivelando un grande vuoto e una profonda solitudine. Si intravvede però qualcos’altro, assieme a un certo talento sembra vi sia del compiacimento, per la violenza, il dolore, il male. I compagni si ribellano, ‘non si può’, ma dove sta il confine? Cos’è arte, creatività, immaginazione e cosa è altro, diverso, inaccettabile? Ci sono dei limiti che non si possono oltrepassare? E quali sono? E chi lo dice? Olivia difende la libertà dello scrittore, rivendica l’autonomia dell’arte, la distinzione tra personaggi e il pensiero dell’autore. Si ritrova nell’approccio creativo di Antoine, è in parte attratta dalla complessità del ragazzo, buono spunto per il romanzo che sta scrivendo. Sfuggente, insondabile, ambiguo, apparentemente indifferente, sordo al male, alla violenza, alla morte non riusciamo a inquadrarlo e neppure afferrarlo fino in fondo. Meno riuscita la figura della scrittrice-insegnante, ma forse rappresenta solo la nostra incapacità di comprendere, la nostra totale impotenza. Il regista de “La Classe”, dieci anni dopo, è di nuovo alle prese con i ragazzi, ma il paese è cambiato, la realtà è diversa, il terrorismo non è passato senza lasciare traccia, nuove difficoltà, nuovi problemi, un razzismo antico che assume però forme nuove, su tutto una violenza cieca e senza ragione. Un ritratto fedele, per certi aspetti inquietante, di una gioventù che poco e male conosciamo.

Giudizio: ***

Al cinema: Il dubbio, La terra di Dio, The disaster artist

 

IL DUBBIO – Un caso di coscienza
Berenice dice: quando i dubbi incrociano la coscienza.
Un banale incidente, tornando dal lavoro Kaver Namiram investe un motorino con padre, madre, figlio a bordo. Il bambino cade, batte la testa, si rialza, pare stare bene, il padre non ne vuole sapere di portarlo in ospedale. Le vite di Kaver e della famigliola sembrano doversi separarsi lì per sempre. Invece qualche giorno dopo l’uomo, uno stimato e scrupoloso medico legale, si ritrova davanti il bambino, in obitorio. Da quell’istante i dubbi lo tormenteranno. Paura e silenzio prevarranno prima, la coscienza solo poi. Al contempo dubbi, sensi di colpa, dilemmi uguali e opposti tormenteranno il padre del bambino. Due coppie contrapposte, medico e collega (moglie?) da una parte, padre e madre dall’altra, agiati gli uni, indigenti gli altri; professionisti stimati i primi, ai margini della società i secondi; misurati e riflessivi Kaver e la collega, impulsivi, senza controllo, a tratti violenti i genitori del bambino. Le loro vite si incrociano e intrecciano, le colpe degli uni ricadono sugli altri, le omissioni dei primi provocano reazioni irrimediabili nella vita degli altri. In un intricato e indissolubile dramma che non permette di sciogliere i dubbi, attribuire colpe, comprendere dove finiscono le responsabilità degli uni e iniziano quelle degli altri. Girato con mano sicura, un’asciuttezza voluta, anche nei colori (quasi in bianco e nero), i dialoghi, gli ambienti. Bravissimi attori, belle figure femminili – donne forti, sicure, determinate – sullo sfondo un paese (l’Iran) del quale non sapremo mai abbastanza.
Giudizio: ****

LA TERRA DI DIO
Berenice dice: la terra come protagonista
Una terra aspra, attraversata dal vento, la nebbia, il gelo. Dura come la gente che la abita, la famiglia di Johnny, la nonna e ancora più il padre, di poche parole, modi bruschi, insulti facili. E il ragazzo non è da meno, ha conosciuto solo parole che somigliano a pietre, ordini, rimproveri, lamentele, non fa che usare la stessa durezza con chi gli sta attorno. Poi arriva Gheorghe, un ragazzo rumeno, e qualcosa cambia. Non subito, al contrario. Sulle prime Johnny lo accoglie con fastidio, una certa ostilità, sempre più evidente, fino a diventare fisica. Ma Gheorghe non si lascia intimorire né ingannare.Guarda, osserva, capisce. Non gli sfugge nulla, con i suoi grandi occhi scuri vede tutto e comprende ogni cosa. Ma non dice niente, lavora e tace. Osserva, non reagisce, tollera, sopporta, aiuta Johnny fino a conquistarne la fiducia, e anche altro. Il regista voleva rendere la poesia e l’asprezza della sua terra, dove è cresciuto (belle le immagini finali in super-otto) e ci riesce, facendo di quelle valli, il cielo grigio, le nuvole spesse come coperte, l’acqua gelida, un protagonista del film, capace di parlare più e meglio dei suoi personaggi, accompagnarli e completarli. Impossibile pensare a questo film senza quella terra.
Giudizio: ***

THE DISASTER ARTIST
Berenice dice: non convince
Stravagante quanto il suo protagonista. Tommy Wiseau, un megalomane aspirante artista, dalle origini oscure, età ignota e smisurata ricchezza, stringe amicizia con Greg, giovane e inesperto attore in cerca di fama. I due andranno a Los Angeles a inseguire il loro sogno e, quando capiranno che nessuno li farà lavorare, decideranno di fare da socinema, recensione, il dubbio, la terra di dio, the disaster artist, li. O meglio, Wiseau – con le sue manie di grandezze e sconfinati fondi – deciderà di scrivere, girare, interpretare e produrre il suo film, con attore protagonista il suo caro amico Greg. Risultato il peggiore film di tutti i tempi. Il regista James Franco decide di raccontare la vera storia del film, dall’amicizia tra Wiseau e Greg al disastroso insuccesso, passando per i deliri del protagonista, le scene del film fatte e rifatte (ricalcando pedissequamente quelle reali, come si vedrà nel finale che le mette a confronto), gli screzi fra gli amici, le violente reazioni di Wiseau. Ben girato, ben costruito, buon ritmo eppure non coinvolge, è la storia (quella vera) che non convince, il suo protagonista (ottimamente interpretato, forse fin troppo, da James Franco) a risultare più inquietante di quanto dovrebbe, finendo per allontanare (quasi disturbare).
Giudizio: **

Al cinema: Cosa dirà la gente, Final portrait, Loro2

COSA DIRA’ LA GENTE

Berenice dice: non solo finzione
Norvegia, Pakistan, di nuovo Norvegia. Nisha è una ragazza giovane, bella, piena di vita. Tratti pakistani ma testa norvegese, vuole vivere, divertirsi, bere e ballare come tutti i ragazzi della sua età. La sua famiglia però la frena, la mette in guardia, tiene alle apparenza, a cosa dice la gente. Poi una leggerezza e la vita della ragazza non sarà più la stessa, i genitori, il fratello le si rivoltano contro, con una ferocia inaudita e del tutto inaspettata. Combattuta tra la fedeltà a una famiglia che nonostante tutto ama e quello che ormai è diventata – una donna libera, intelligente, consapevole che ha diritto di vivere la vita a modo suo – Nisha percorre quello che definiremmo un incubo per poi trovare la sua strada. La regista , Iram Haq, anche lei norvegese di origini pakistane, mette in scena un dramma a sfondo autobiografico, si avverte anche senza saperlo, troppi i dettagli, gli episodi talmente incredibili da non poter essere che veri. Con molto equilibrio, senza mai cadere nel patetico, evitando di farne una vittima indifesa o un’eroina, Iram Haq ci proietta all’interno di un mondo che conosciamo solo in superficie, facendoci entrare in una realtà che pensiamo altra e lontana da noi, più di quanto purtroppo sia. Che non si tratti di sola finzione – come i fatti di cronaca ci confermano anche in questi giorni – non ci conforta affatto.
Giudizio: ****

FINAL PORTRAIT

Berenice dice: estenuante
Un Giacometti al termine della sua carriera, tormentato da un talento che va e viene a suo piacimento. Chiede allo scrittore e amico americano James Lord (un sempre legnoso Armie Hammer) di posare per lui, poche sedute assicura, invece il lavoro si protrae all’infinito, giorno dopo giorno, seduta doposeduta, per diciotto lunghi, interminabili giorni. Giacometti fa, disfa, ricomincia ogni volta da capo, mai contento, mai soddisfatto, colto da angosce improvvise come da guizzi di entusiasmo altrettanto ingiustificati. Il film è scandito in giorni, il ripetersi del rituale, sedute, pranzo, attacchi d’ira, di nuovo posa, solo con piccole variazioni, architettura interessante non fosse che presto il film ne rimane ingabbiato. Stanley Tucci, alla sua quinta regia, riesce a rendere alla perfezione le angosce, le nevrosi, i tormenti dell’artista (Geoffrey Rush), il senso dell’ineffabilità del talento, sfuggente e maligno, c’è e non c’è, arriva e fugge, per la disperazione di ogni artista. Ma finisce per contagiare lo spettatore. L’effetto è lo stesso anche per chi guarda, risultando presto snervante, estenuante e, voluto o no, non è un bene per il film, e neppure per lo spettatore.
Giudizio: **

 

LORO 2

Berenice dice: migliore dell’1, ma due sono troppi
Riprende quasi dove lo avevamo lasciato. Un Berlusconi solo, triste che trama per tornare al governo. E ci riesce, con i consueti modi, già noti. Al contempo cerca di riempire il vuoto con fastose feste, signorine disponibili, un’allegria forzata quanto falsa. Avvertiamo la solitudine, una certa stanchezza, una malinconia di fondo, simile a quella di un innamorato abbandonato. Ed è proprio il rapporto con Veronica che sembra costituire il perno del film, quasi che Sorrentino ci voglia mostrare un uomo che vede il suo amore morire, la tristezza, il dolore che la fine di ogni amore porta con sé. Ma non ci riesce, o non completamente. Come rimanesse a metà, appeso tra il ritratto di un uomo pubblico sul quale si è già detto tutto e quello dell’uomo privato che però non riesce fino in fondo, lasciando un senso di incompiuto, di insoddisfazione. Nulla che non sapessimo già, poco che contribuisca a renderlo più umano, molto che lascia perplessi.
Giudizio confermato: **

Al cinema: Il prigioniero coreano, La casa sul mare

IL PRIGIONIERO COREANO
Berenice dice: prigionieri dell’ideologia
Un po’ tutti, il protagonista, i personaggi (con pochissime eccezioni) e un po’anche il regista (e forse alla fine anche noi) prigionieri dell’ideologia, più ingombrante e pesante di quanto si vorrebbe. Corea del Sud e poi anche del Nord, Nam Chul-Woo pescatore nord-coreano, sconfina con la sua piccola imbarcazione nelle acque del ‘nemico’ e viene catturato. Da lì nulla sarà più uguale, né in territorio straniero (con le sue tentazioni capitaliste) né in madre-patria (con le sue rigidità poco patriottiche). Due regimi, uguali e contrari, pressoché speculari, in mezzo cittadini comuni che ne rimangono schiacciati. Il regista sudcoreano Kim Ki-Duk ci mostra tutto questo con durezza, senza mediazioni, schermi, sottigliezze o ipocrisie. Ma il tutto rischia di avvicinarsi al proclama, ogni personaggio, ogni dialogo, ogni singola parola sembra preordinato a questo, a consegnare un preciso messaggio politico, finendo per rimanerne prigioniero. Peccato.
Giudizio: **

LA CASA SUL MARE
Berenice dice: nostalgia di un mondo che va scomparendo
Méjan, Marsiglia, oggi. Un padre tra la vita e la morte. Tre figli, un’attrice di successo, un professore ‘proletario’ per scelta e un ristoratore rimasto fedele agli ideali del padre. I tre accorrono e, mentre si prendono cura del padre, passato, ricordi, rancori riaffiorano. Riemerge un mondo di cui sono figli e al quale rimangono intensamente legati. Ma quel mondo non c’è più, assieme a loro osserviamo come gli ideali, i progetti, i suoi valori più profondi siano scomparsi, soppiantati da un mondo nuovo e privo di scrupoli che ci risulta estraneo e ingiusto. Il tutto avvolto in una grande malinconia mai lacrimosa, sempre e fiera, che trova contrappunto in un fortissimo legame fraterno che riprende e si rafforza con l’avanzare della storia. Apertamente ‘politico’, schierato per scelta con fierezza e orgoglio, non disturba, il regista Robert Guédiguian non ne rimane imprigionato. Film non senza difetti, qualche sbavatura (un po’ schematico, tanto telefonato) ma sincero e onesto.
Giudizio: *** 

Al cinema: Wajib, La Melodie, Abracadabra

 

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ABRACADABRA
Berenice dice: vulcanico
Madrid oggi e, in parte, anche ieri. Carlos e Carmen, marito e moglie da oltre vent’anni, lui tifoso sfegatato, violento e scorbutico, lei ancora affascinante, totalmente soggiogata agli umori del dispotico marito. Un giorno, a un matrimonio, lo scettico Carlos soltanto per prendersi gioco del cugino si presta a una dimostrazione di ipnosi e tutto cambia. Al Carlos di un tempo se ne aggiunge uno nuovo, gentile, servizievole, pacato: pulisce casa, prepara la colazione alla moglie, aiuta la figlia a fare i compiti. Per la sorpresa della moglie, la meraviglia della figlia, l’ansia del cugino Pepe (artefice del misfatto). Inizia un’avvincente caccia, svelare il mistero e sciogliere l’ipnosi, restituendo alla moglie il vecchio Carlos. Il tutto in un ritmo concitato, un susseguirsi di scene, colori, immagini, inquadrature e prospettive particolarissime che accentuano l’effetto già straniante della storia. Pablo Berges, che già abbiamo conosciuto con l’indimenticabile Blancanieves, usa l’ipnosi per raccontare altro, ben più profondo e serio dei toni utilizzati. Lo fa con una commedia dai tratti grotteschi, dai molti richiami (anche al cinema di Almodovar), dai i toni picareschi, in un’esplosione di colori, musica energia e vitalità. Travolgente.
Usando le parole del regista “abbandonate i vostri pensieri e lasciatevi ipnotizzare”.
Giudizio: *****

melodie
LA MELODIE
Berenice dice: il potere della musica
Periferia di Parigi, oggi. Simon, violinista affermato, accetta di insegnare ai ragazzi di una scuola nelle banlieue parigine. Il progetto è ambizioso, portarli alla Filarmonica entro fine anno. Forse però Simon ha sottovalutato l’impegno, i ragazzi non sono proprio come li aveva immaginati. Indisciplinati, irrequieti, distratti, senza rispetto per niente e nessuno, neppure per il povero Farid, il professore ideatore del progetto, che si affanna a mantenere un minimo di disciplina. Solo la musica riesce a incantarli. Quando Simon suona rimangono tutti zitti e fermi. Iniziano così le lezioni, con difficoltà, mille interruzioni, problemi di ogni tipo. Ma piano piano il violinista, e la musica, si insinuano in loro, l’insegnante ne conquista la fiducia, li appassiona, disvela il talento là dove c’è, stimola tutti a tirarlo fuori e a dare il meglio. Lo fa con metodo, estrema tranquillità, una certa tristezza di fondo ma alla fine anche lui è conquistato da quei ragazzini indisciplinati. Tema non tra i più originali forse, ma sempre attuale e interessante che si presta a mille diverse letture. Quella prescelta dal regista Rachid Hami è multietnica, vivace e autentica, ritratta con tenerezza, girata con sapienza, con una predilezione per le luci della sera, il buio, i contrasti di colore che aggiungono intensità a quella che già troviamo nei visi dei bravissimi interpreti, soprattutto di quei ragazzini, spontanei, allegri, irriverenti, con la vita dentro.
Giudizio: ***

wajib
WAJIB
Berenice dice: conflitto padre-figlio per raccontare un altro conflitto, più ampio e antico
Nazareth, oggi. Sahid torna a casa, dall’Italia dove vive, la sorella si sposa e deve dare una mano. Assieme al padre consegna casa per casa gli inviti, come tradizione (wajib) vuole. Seguiamo padre e figlio in giro per una Nazareth che non conoscevamo, per le sue strade piene di immondizia, il traffico, le risse per un nonnulla, qualche militare qua e là. Entriamo nelle sue case disastrate, povere ma dignitose, incontriamo amici, parenti, conoscenti insopportabili che si devono comunque invitare. Mentre Sahid guida su e giù per la città, riemergono le tensioni fra i due, le incomprensioni, un conflitto mai risolto. Sahid guarda tutto con occhio critico, il padre giustifica ogni cosa, Sahid condanna, non tollera, si innervosisce, il padre media, comprende, trova e accetta compromessi, Sahid non vede l’ora di andarsene da quella Terra, il padre non riesce a lasciarla. Due generazioni a confronto, due visioni opposte, due idee di Palestina inconciliabili, in mezzo un Paese con le proprie tensioni, infinite contraddizioni, compromessi quotidiani, una povertà immensa. Senza mai cedere al sentimentalismo, a facili schematismi o al vittimismo, senza prendere scorciatoie né offrire soluzioni pre-confezionate la regista Annemarie Jacir tratteggia un bellissimo rapporto padre-figlio, conflittuale e forte, profondo e solido, aiutata da due interpreti straordinari (padre e figlio anche nella vita, sullo sfondo un conflitto antico, altrettanto complicato, irrisolvibile, e lo fa con grande grazia e sensibilità, e infinito affetto.
Giudizio: *****

Al cinema: Tonya, Il principe felice e Lovers

TONYA

Berenice dice: le tante verità di una storia

Portland, Oregon, anni ’90. Tonya Harding, pattinatrice di fortissimo temperamento lotta come può e come sa per farsi accettare da un mondo non suo, che non la vuole, la respinge. Farà di tutto per arrivare in cima, partecipare alle Olimpiadi, far riconoscere al mondo il suo talento. Proprio di tutto. La storia la conosciamo, la verità non la conosceremo forse mai. Ciascuno ha la propria e la racconta, come in un’intervista, davanti alla telecamera, al regista e quindi a noi. Tutte vere, tutte credibili, tutte capaci di consegnarci un pezzo di una verità più profonda. Quella che il regista Craig Gillespie sa far emergere dai personaggi mentre si raccontano, una verità fatta d’assenza d’amore, incapacità di dare e ricevere affetto, che conosce una sola lingua, quella della violenza e della miseria, non solo esteriori. Eppure, per quanto faccia per dipingere i protagonisti di questa storia per quello che sono, insopportabili, spregevoli, detestabili, non riusciamo a odiarli. Con l’aiuto di un’ottima musica, un frenetico e interessante montaggio e non poca ironia.

Giudizio: ***

 

IL PRINCIPE FELICE

Berenice dice: la fine di un genio

Francia, Parigi, fine ‘800, un Oscar Wilde ormai alla fine, che arriva lenta e ben poco felice. Rupert Everett, al suo esordio alla regia, lo dipinge con il tratto ironico e brioso che gli conosciamo, ma c’è un che di malinconico e profondamente ingiusto in ciò che subisce. Ingiustizia che cogliamo sin dalle prime immagini, Everett si schiera e ci fa schierare da subito. Ma pur condividendone le motivazioni, narrativamente non funziona. Ancora una volta lo spettatore viene allontanato anziché avvicinato, finendo per non essere coinvolto, come dovrebbe, come vorrebbe. Peccato perché le ambientazioni sono perfette, la fotografia impeccabile, le immagini e la luce ti entrano dentro, ma ancora una volta non basta. Né basta la straordinaria interpretazione di Everett, verrebbe quasi da pensare abbia fatto l’attore per arrivare a recitare questa parte. Mai come qui, dentro il personaggio, e il personaggio dentro di lui.

Giudizio: **

 

LOVERS

Berenice dice: tante storie ma il meccanismo si ripete

Bologna, oggi. Quattro attori che si scambiano i ruoli per altrettante storie, otto coppie, sedici personaggi. Mariti, mogli, amici, amanti che ruotano ma gli schemi si ripetono e alla lunga diventano  scontati. C’è il lui ricchissimo e sprezzante, l’amico invidioso e un po’ sfigato, la moglie gelosa, il fidanzato possessivo, lui che tradisce lei, lei che tradisce lui, quasi che il meccanismo fosse condannato a ripetersi. Ne risentono i personaggi, a volte stereotipati, le situazioni non sempre credibili, le singole storie soggiogate da una struttura narrativa interessante ma alla fine ingombrante e forse anche soffocante. La curiosità iniziale rischia di diventare noia.  Spiace perché il film di Matteo Vicino ha una sua freschezza, una certa originalità (non portata fino in fondo, purtroppo) e mantiene una sua indipendenza. Occasione non proprio perduta ma forse non sviluppata al meglio.

Giudizio: **

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Un sogno chiamato Florida, Charley Thompson, L’ultimo viaggio e 15:17 – Attacco al treno

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UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA
Berenice dice: ai margini del sogno con occhi di bambino
Ed è proprio con gli occhi dei bambini che il regista ci fa vedere i lati oscuri del sogno. Una Florida marginale, povera, fatta di motel, espedienti per sopravvivere, miseria, alcool, violenza, in mezzo al sogno variopinto e sfavillante di Mall, Fast-food, club esclusivi, Disneyland, un mondo che neppure si accorge di chi rimane fuori. Ma neppure Moonee, Scooty ed Jancey si accorgono, per loro tutto è un gioco, una sfida, un’avventura. Li vediamo correre ovunque, non avere paura di nulla, fare i piccoli teppistelli, mangiare a sbafo, spiare la cliente tettona. Tutto passa per i loro occhi, è a loro altezza, a loro misura. Ed è da quella prospettiva che vediamo, meglio che mai, ciò che di norma non ci mostrano. Ma il regista Sean Baker non cade mai nel pietismo, con l’aiuto di tanto colore,
tanto gioco, tanta allegria, bellissime immagini, ottimi dialoghi e sopra ogni cosa di quei bambini straordinari, uno più bello dell’altro, uno più bravo dell’altro.
Giudizio: ****

 

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CHARLEY THOMPSON
Berenice dice: delicato e coraggioso.
Con grande delicatezza il regista ci porta nella vita di Charley Thompson, un ragazzino quindicenne a cui la vita è caduta addosso troppo presto. Senza madre, cresciuto da un padre scapestrato, ha imparato a badare a se stesso molto in fretta. E in fretta dovrà crescere ancora, quando di nuovo la vita gli si accanirà contro. Troppo per un ragazzo così giovane, senza difese, pensiamo quando lo seguiamo per strade sterrate, il deserto, la notte buia, solo lui e un cavallo, cui parla, confessa quello che con ogni probabilità non ha mai detto nessuno. Per mezza America, senza un soldo, solo con il suo cavallo, alla ricerca della zia, l’unica sua àncora di salvezza. Continuerà senza fermarsi, con grande determinazione e coraggio, “dobbiamo andare avanti” dice al cavallo e prosegue il suo viaggio, fino in fondo. Ma quando arriverà in fondo non sarà più lo stesso, il suo viaggio e quello che sarà accaduto in mezzo lo avrà trasformato, lo percepiamo da una rigidità che gli scorgiamo nel corpo sempre più magro, dall’incapacità di sciogliersi in un abbraccio, in un pianto. Ed è con estremo coraggio che il regista affida l’intero film a questo straordinario ragazzo (Charlie Plummer, premio Mastroianni migliore attore emergente a Venezia) fragile e al contempo forte, coraggioso e fiero il cui viso dolce, tenero, ancora bambino non ci abbandonerà con facilità.
Giudizio: ****

 

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L’ULTIMO VIAGGIO
Berenice dice: interessante ma didascalico (e non esente da rischi).
Germania, 2014 (i giorni della rivolta di Kiev). Eduard novantenne taciturno e burbero, rimane vedovo. Prende e parte, senza dire nulla a nessuno. Destinazione Ucraina dove ha combattuto (e lasciato il cuore) più di mezzo secolo prima. La figlia non lo può permettere, né si può permettere di seguirlo. Lo farà la giovane e scontrosa nipote, Adel che “della guerra se ne frega”. Invece scoprirà che non se ne frega affatto, del passato del nonno, come del proprio. Nonno, nipote e un giovane ucraino (che è “russo ma anche ucraino”) ci fanno fare un viaggio nel tempo e nella storia, pensiamo sia quella di ieri invece scopriamo che è soprattutto quella di oggi. Il pregio del film è di narrare una storia poco (e male) raccontata, parlare di responsabilità che forse non si conoscevano fino in fondo e per intero. Il rischio (forte), cadere nel didascalico. Si avverte l’urgenza di “raccontare” la storia, torti e ragioni, responsabilità, conosciute e meno conosciute, a discapito dell’autenticità di dialoghi e personaggi. Il pericolo più grande? Che nel pregevole sforzo di voler far comprendere la complessità delle cose, che le responsabilità non siano mai solo da una parte e non si possano tagliare con l’accetta, non si distingua più con nettezza chi è stato un criminale da chi non lo è stato, e sopra ogni altra cosa si finisca per dare un alibi a chi alibi non ha. Il regista Nick Baker-Monteys lotta contro questo pericolo facendo tenere con decisione la barra al centro al protagonista, ma forse non basta.
Giudizio: ***

 

treno

15:17 – ATTACCO AL TRENO
Berenice dice: buone intenzioni, meno (molto meno) la realizzazione.
Anthony, Alek, Spencer, tre amici inseparabili. Li vediamo ragazzini al primo incontro (in attesa della predica del Preside), al momento dell’inevitabile separazione, più grandi, ancora amici, e alla ricerca della propria strada nella vita. Sacramento, anni 2000, l’America profonda, non ricca, ordinaria. Seguiamo le piccole traversie dei tre ragazzi, senza particolare entusiasmo, sappiamo che li aspetta altro e tutto assume un aspetto ancor più scontato, sbiadito, banale, come un lungo intermezzo prima dello spettacolo vero che arriva però troppo tardi. Clint Eastwood ci ha abituato ad altro, anche quando ha raccontato storie vere lo ha fatto con sapienza. Non qui, la storia, la vita di questi tre ragazzi è e rimane vuota, senza nulla di particolare. Fino al fatidico giorno, in cui un
treno, la loro vita e quelle di centinaia di persone si incrociano per la fortuna di tutti. Ed è infatti proprio in quella parte (l’ultima mezz’ora) che il film decolla, la storia diventa qualcosa di più di un banale resoconto dell’esistenza di tre eroi, prima che lo diventino. Ancora una volta la riprova che a fare un film, una trama che funzioni, non basta che tutto sia accaduto davvero, ci vuole altro e di più, quel di più che questa volta Eastwood non ha saputo mettere per la più gran parte del film.
Giudizio: **

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Insyriated e Oltre la notte

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INSYRIATED

Berenice dice: la guerra dentro casa. 

Ed è proprio dentro una casa che potrebbe essere la nostra che il regista belga Philippe van Leeuw fa entrare la guerra. Non la vediamo ma la sentiamo, gli spari dei cecchini, i bombardamenti, i passi di ladri, rapinatori, malviventi che saccheggiano case, violentano donne, spadroneggiano. Ogni rumore un sobbalzo, una minaccia, un nuovo pericolo, non c’è pace per Oum Yazan una donna forte che tenta di mantenere un certo ordine, una parvenza di normalità, una vita decente, tiene in riga i figli, la cameriera, gli estranei che vogliono entrare a tutti i costi, si tiene stretta la sua casa che sicura non è più. Ma contro la guerra, le sue violenze, non potrà nulla neppure lei. Il bel volto segnato di Hiam Abbass ci dice più di mille parole, certi silenzi, certi sguardi rendono più di qualsiasi cronaca. Ancora una volta la guerra passa per le donne e il loro corpo, ma anche per la forza, la determinazione e la concretezza di mogli, madri, figlie.

Giudizio: ****

 

oltre la notte

OLTRE LA NOTTE

Berenice dice: non perfetto ma merita di essere visto.

Amburgo oggi. Lei tedesca, lui turco di origini curde, con precedenti penali, si sposano, hanno un figlio. Li vediamo felici, allegri, spensierati. Poi un attentato e tutto cambia. Seguiamo la donna nel suo dolore, lo sgomento, la disperazione, la rabbia, poi lentamente si fa spazio altro, senza quasi ci si accorga. Il tutto passa per il volto bellissimo e impenetrabile di Katja (una straordinaria Diane Kruger, migliore attrice a Cannes). Rimane intatto eppure trasfigurato da tutto quel dolore, lo avvertiamo da impercettibili sfumature, dall’ombra delle gocce che le attraversano il viso in una bellissima immagine. Il regista ci porta vicino un dramma che pensiamo lontano, altro da noi. Lo fa entrare nel quotidiano, la famiglia, gli affetti e lo rende nostro. Fatih Akin abbandona la commedia, l’ironia che abbiamo visto in Soul Kitchen e passa al dramma che sa trattare con potenza come abbiamo già avuto modo di apprezzare nel film La sposa Turca. Qui esalta la tragedia e assieme alla protagonista ci porta oltre, oltre la notte appunto, dove ricomincia il giorno o forse, invece, sarà altro ad aspettarci.

Giudizio: ***

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: La forma dell’acqua e Visages Villages

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LA FORMA DELL’ACQUA

Berenice dice: dell’acqua e non solo.

La forma dell’acqua, dell’amore, della vita e di molto altro. Una piccola favola, dolce senza essere sdolcinata, romantica ma non stucchevole, leggera, quasi soave. Ci sono i buoni e i cattivi, i russi e gli americani, gli scienziati e i militari, la guerra fredda. E poi ci sono loro, Elisa, Zelda e Giles, una ragazza muta, la collega di colore – donne delle pulizie in un laboratorio segreto – e il vicino di casa di Elisa, un disegnatore gay senza lavoro. Altri, diversi, quelli che nessuno guarda, nessuno nota, nessuno vede. Ma sono proprio loro che si accorgono dove sta davvero l’essenza umana, al di là delle apparenze. Sanno dove sta il giusto e dove ciò (e chi) giusto non è. Che vanno oltre per trovare l’amore. E così non esiteranno un istante, faranno ciò che deve essere fatto per proteggere chi merita di essere difeso e amato. Guillermo del Toro, il regista, ci racconta questa favola con grazia rara, con leggerezza ci porta dentro una piccola storia più vera, profonda e forte di tante storie vere. Che ti avvolge e non ti lascia neppure quando esci e –  come dicono i versi citati nel finale – continua a  ‘stare tutto intorno a te’.

Giudizio: ***

 

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VISAGES VILLAGES (Documentario)

Berenice dice: unico

 Come uniche sono le immagini che ci portano in giro per la Francia, in lungo e in largo, da nord a sud. Un furgoncino, un enorme teleobiettivo dipinto sui fianchi, dentro, un uomo e una donna e la loro passione per le immagini, la fotografia, le persone, la vita. Novant’anni lei (una sempre straordinaria Agnés Varda), affaticata e stanca, ma ancora con un occhio formidabile, poco più di trenta lui (JR) con un’incredibile vitalità ed energie per entrambi. Dove non arriva lei scorrazza lui, su e giù per scale, impalcature, strade, prati e pendii. Ogni immagine è perfetta e incanta, così le gru che spostano i container diventano una danza, un bunker caduto in mezzo a una spiaggia la parete ideale per l’effigie di Guy Bordin, i corridoi del Louvre una pista da corsa per la sedia a rotelle spinta a tutta forza dal ragazzo (JR) mentre lei indica meravigliose opere d’arte. Ma nulla è per caso, ogni immagine ha un senso, una precisa funzione, come quella degli occhi, dei piedi e delle mani di Agnés, che ricopriranno i fianchi di un camion. ‘Andranno dove tu non puoi più andare, vedranno ciò che tu non puoi vedere’ dice JR, mentre noi vediamo sfilare quegli enormi occhi, quei piccoli giganteschi piedi. La storia di un paese ma anche di una magnifica amicizia, l’arte, il genio, la creatività fanno incontrare e uniscono due persone così diverse e distanti, una nel fiore degli anni l’altra che ha già visto sfiorire la più gran parte. Da vedere, rivedere e rivedere ancora.

Giudizio: ****

 

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

Al cinema: Lady Bird e L’uomo sul treno

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LADY BIRD

Berenice dice: fresco, leggero, intenso.

Sacramento, USA, primi anni 2000. A Lady Bird (così si fa chiamare Christine, una giovane e bravissima Saoirse Ronan) la cittadina californiana sta stretta, come stretta le sta la scuola cattolica, la famiglia e tante altre cose. Farà di tutto per andarsene e che la ragazza abbia i numeri per andare lontano lo capiamo subito, come subito la troviamo simpatica, sfrontata e impertinente com’è. Greta Gerwig (sceneggiatrice e regista del film) ha la capacità di renderci la freschezza di quegli anni. Lo fa con la grinta, la vitalità e l’intelligenza di Lady Bird, quella sua aria sicura e al tempo stesso incerta, lo sguardo profondo e immensamente tenero. Non è ‘perfetta come una modella’, anche se lo vorrebbe, eppure noi la troviamo bellissima. La vita, le sue complessità, i drammi della famiglia sullo sfondo, entreranno inevitabilmente nella sua vita, ma con leggerezza, mentre lei è troppo occupata a crescere. La regista riesce a catturare l’attimo prima di diventare grandi. Racconto di formazione? Ma non solo. E’ anche tanto altro, senza perdere un solo istante la sua freschezza.

Giudizio: ***

 

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L’UOMO SUL TRENO

Berenice dice: tanti mezzi, poca sostanza.

Ha il sapore di già visto questo thriller ad alto tasso di banalità. Filone “terrore sul treno”, gli ingredienti del genere li ha tutti a cominciare dall’ambientazione (quasi esclusiva) su un treno in corsa, e già sappiamo che quella corsa non finirà né presto né bene né da sola. Non manca il buon padre di famiglia, un lavoro perso, una donna misteriosa (non proprio fatale), moglie e figlio in pericolo, la scelta tra il bene e il male. Che vinca il bene, passando per numerose (troppe) traversie è più che scontato, purtroppo scontate sono anche quasi tutte le traversie per le quali deve passare prima di trionfare. Dove la trama non arriva intervengono gli effetti speciali, sempre più speciali quanto più la trama progredisce e si sfilaccia. Il pregio? Così stucchevole da far capire, senza possibilità di caderci più neppure per sbaglio, cosa non funziona in una trama simile, cosa non mettere se si desidera avvicinarsi al genere e più di ogni altra cosa che puoi avere tutti gli ingredienti giusti ma da soli non bastano per fare un buon film, ci vuole altro.

Giudizio: *

 

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere