Al cinema: Il colpevole – The guilty; Dafne; Sofia; Momenti di trascurabile felicità.

 

 

 

IL COLPEVOLE – THE GUILTY
Thriller
Regia: Gustav Moeller
Interpreti: Jakob Cedergren, Johan Olsen, Katinka Evers-Jahnsen

 

 

Berenice dice: nulla è mai come sembra
Stazione di Polizia, centralino di pronto intervento. Asger è un agente addetto alle chiamate d’emergenza, suo malgrado. Telefonate strampalate, individui fatti, sopra le righe, infuriati. Asger risponde a tono, non si lascia impressionare, non li prende troppo sul serio. Poi arriva una telefonata, una voce di donna, e tutto cambia. Sarà quella telefonata a tenere incollato il poliziotto (e tutti noi) per un’ora e mezza, non avrà pace fino a che si arriverà in fondo a quella vicenda, a ciò che le sta dietro. Ma, in parallelo, anche un’altra storia si rivelerà. E infatti, mentre con quel suo viso duro e imperturbabile Asger risponde al telefono, chiama i colleghi, parla con la Centrale, gli occhi fissi sul computer, ci chiediamo perché tutti lo trattino con freddezza, non si fidino di lui, cosa sia successo per farlo finire lì. Lui si finge tranquillo anche se capiamo che qualcosa non torna. Immagine dopo immagine, telefonata dopo telefonata, capiremo. Tutto passerà su quel viso, apparentemente impassibile, ansia, paura, angoscia, speranza, rabbia. Sarà con i suoi occhi, le sue parole, le sue espressioni, che conosceremo i suoi interlocutori, il dramma, l’angoscia, la rabbia ma anche l’improvvisa tragica consapevolezza. Assieme a lui sbaglieremo e con lui capiremo quanto e come ci si possa sbagliare. Rimanendo incollati fino all’ultimo a quel filo invisibile che l’uomo crea con chi parla con lui. Un imperdibile debutto.
Giudizio: ****

 

 

 

DAFNE
Film drammatico
Regia: Federico Bondi
Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini

 

 

Berenice dice: da vedere (impossibile raccontarlo)
Dafne ha i capelli rossi, lavora in un supermercato, ha trentacinque anni e vive ancora con i genitori. All’improvviso la madre muore e gli equilibri della famiglia ne vengono travolti, lei e il padre dovranno uscire da quel grande lutto e ciascuno lo farà a modo suo. Saremmo portati a pensare che per lei possa essere più complicato. Invece sarà proprio la ragazza, con la sua determinazione e tenacia granitiche che non solo supererà il lutto ma troverà le forze per tirare fuori dalla depressione nella quale è caduto l’anziano padre.
Dafne è una vera forza della natura, con una vitalità e una spontaneità fuori dal comune, parla come un libro stampato, per frasi fatte ma sempre azzeccatissime, con un effetto spiazzante che ogni volta
sorprende. Dafne, come la protagonista del film, è affetta dalla sindrome di Down e il regista ha avuto l’intelligenza di lasciare all’attrice la libertà di essere se stessa, finendo per regalare a Dafne tantissimo di sé. Il risultato è un personaggio indimenticabile, tanto spontaneo quanto umano.
Giudizio: ***

 

 

 

SOFIA
Film drammatico
Primo lungometraggio della regista Meryem Benm’Barek
Interpreti: Nadia Niazi, Sarah Perles, Faouzi Bensaïdi, Lubna Azabal

 

 

Berenice dice: il Marocco visto dal di dentro (dalle donne).
Casablanca, oggi. Un pranzo in famiglia, allegro, gioviale, nessuno sembra accorgersi di nulla, fino a che Sofia – la figlia neppure ventenne dei padroni di casa – sta male. Sarà la cugina Lena, studentessa in medicina, a capire tutto, coprirla e aiutarla. Sofia è al non mese di gravidanza e sta per partorire. Solo che in Marocco, come la regista ci fa sapere in apertura del film, i rapporti sessuali fuori dal matrimonio sono puniti con un anno di reclusione. Così seguiremo Sofia e la cugina alla disperata ricerca di un ospedale che la accetti, nessuno vuole problemi e la ragazza senza un marito e un padre per il bambino può mettere nei guai se stessa e pure l’ospedale. Nonostante le doglie, l’imminenza del parto, tutti la rifiutano. La vedremo partorire di nascosto, quasi fosse una ladra, venire dimessa in fretta e furia subito dopo, senza neppure il tempo di riprendersi, assieme al suo piccolo che sente come qualcosa di estraneo di cui vorrebbe liberarsi. “Voglio solo uscire da questo incubo” urla alla cugina, ma il suo incubo è appena iniziato. Questa la parte più interessante del film. Meno meno riuscita la seconda: la reazione della famiglia, la disperata ricerca di un padre e di un marito, i sotterfugi per evirare lo scandalo. Resta comunque un bel ritratto di donne, divise tra tradizione e modernità, capaci di prendere in mano la propria vita, decidere del proprio futuro, nel rispetto della tradizione ma piegandola al proprio servizio, donne forti, determinate, decise.
Giudizio: ***

 

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’
Commedia
Tratta dai due libricini Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Francesco Piccolo
Interpreti: Renato Carpentieri, Angelica Alleruzzo, Francesco Giammanco

 

 

 

Berenice: una trascurabile leggerezza
Un’ora e trentadue minuti è quello che Paolo (Pif) avrà a disposizione per tornare sulla Terra, fare ciò che non ha mai fatto, prima di andarsene per sempre. Si renderà conto di quanto tempo abbia perso, delle cose importanti nella sua vita, di ciò cui davvero tiene. Solo che per arrivarci dovremo perderci in mille piccole deviazione, domande senza molto senso, dubbi di ogni tipo, ricordi sfilacciati, rimpianti, rimorsi, qualche tormentone. Trarre un film dai libriccini di notazioni di Piccolo era un azzardo, e la sfida a Luchetti è anche riuscita. Solo che lo spunto promettente non tiene, lo sviluppo non è altrettanto efficace, la storia si affloscia subito, tutto rimane un po’ in superficie lasciando un che di incompiuto, di occasione sprecata.
Non bastano alcune buone battute, una leggerezza di fondo, qualche sorriso strappato, bravi attori. E
neppure la simpatia di Pif che finisce per essere sempre uguale a se stesso. Lo schema, se troppo ripetuto, perde freschezza e rischia di risultare noioso. Lasciando la sensazione di non andare da nessuna parte dall’inizio alla fine. Trascurabile.
Giudizio: **

Al cinema: Un valzer tra gli scaffali, Il corriere – The mule, Green book, Domani è un altro giorno.

UN VALZER TRA GLI SCAFFALI


Film drammatico

Regia di Thomas Stuber,

Interpreti: Sandra Hueller, Franz Rogowski, Peter Kurth

Berenice dice: musica e poesia tra gli scaffali di un iper-mercato (post-unificazione tedesca)

Christian è un ragazzotto silenzioso, timido e introverso. Che abbia avuto qualche problema lo intuiamo subito, dal suo sguardo, l’aria triste, le riflessioni che accompagnano l’intera pellicola. E, infatti, narrato in prima persona (tratto da un racconto di Clemens Meyer, che ne ha curato anche la sceneggiatura) il film si dipana tra gli scaffali di un ex ditta di trasporti convertita in iper-mercato nel bel mezzo della provincia della Germania Est. Tra casse, muletti, rifiuti, surgelati Christian passa le sue giornate, una uguale all’altra, entra con il buio ed esce che è di nuovo buio, senza il tempo per fare null’altro che lavorare. E mentre impara ad usare il muletto, spostare casse, eliminare i rifiuti, ne conosce anche i segreti. Questo grazie a Bruno, addetto al reparto bevande, che lo accompagna ovunque e rivela ogni segreto di quell’oscuro mondo, a Marion addetta ai dolciumi e della quale il ragazzo si innamora follemente e a tutti gli altri colleghi, ciascuno con un pezzo di vita, esperienza, verità, uniti come una famiglia. Christian si lascia avvolgere da questo nuovo mondo, senza mai smettere di osservare, riflettere, assorbire ogni dettaglio. E sono proprio i dettagli, le luci, le immagini, le inquadrature (spesso di spalle) a essere al centro del film, scanditi con cura, prendendosi tutto il tempo che serve, lasciando che lo spettatore li assapori. Il regista tedesco riesce a mostrarci una realtà quasi sconosciuta, dietro gli scaffali, tra gli addetti, dentro i magazzini. Lo fa con una grazia e una delicatezza che diventano quasi poesia.

Giudizio: ****

IL CORRIERE – THE MULE


Film basato sulla storia vera di Leo Sharp

Diretto e interpretato da Clint Eastwood

Altri interpreti: Alison Eastwood, Bradley Cooper, Taissa Farmiga

Berenice dice: quando è solo il tempo a mancare

A quasi novant’anni, appassionato floricoltore che ha dedicato la vita a un fiore che vive solo un giorno, Earl si trova senza casa, senza soldi e praticamente senza famiglia. O, meglio, una famiglia l’avrebbe ma, avendola trascurata per un’intera esistenza, moglie, figlia e per certi versi anche la giovane nipote non ne vogliono più sapere di lui. Così, quasi per caso, senza saperlo (né volerlo sapere) Earl si ritroverà a fare da corriere per un cartello messicano. Con la sua aria fragile e innocente, il passo incerto, il fare spigoloso e irriverente, la lingua tagliente e una certa ironia si farà beffe della Dea, della polizia e anche dei grandi capi del cartello. Lo seguiremo consegna dopo consegna, per le strade del Midwest, alla guida del suo pick-up, libero, leggero, tra una canzone, una sosta e l’altra, senza perdersi il miglior arrosto di maiale, farsi un panino, salutare un’amica. Un Clint Eastwood alla soglia dei novant’anni presta il suo fisico stanco, consumato dagli anni, il suo sguardo acuto e ancora limpido, l’ironia e l’irriverenza che lo caratterizzano a un personaggio che gli somiglia anche più di Walt Kowalsky in Gran Torino. Ancora più libero e irriverente, si prenderà gioco del politically correct, di un anti-razzismo peloso, delle storture di un sistema che lascia senza casa chi ha dedicato tutta la vita a fare il bravo cittadino. Meno riuscita invece proprio la parte sulla famiglia, un po’ ripiegata, senza quella lucidità e distacco cui ci ha abituati, quasi che – anche sullo schermo – si riflettesse una mancanza di scioltezza, prevalesse una certa goffaggine, un che di maldestro che (immaginiamo) sia stato anche della vita privata del regista. Il lavoro prima (e meglio) dei rapporti famigliari. Ma a Earl, come a Eastwood, la vera cosa che manca è il tempo, ‘Ho comprato tutto nella vita, solo il tempo non posso comprare’ fa dire al suo protagonista Eastwood, e sembra quasi un testamento.

Giudizio: ****

GREEN BOOK

Commedia drammatica

Regia: Peter Farrelly

Interpreti: Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini

Berenice dice: viaggio dentro i nostri stessi pregiudizi

Tony è un buttafuori nato e cresciuto nel Bronx, ama mangiare, menare le mani e parlare senza peli sulla lingua. Ha però una grande abilità: sa sistemare ogni cosa, anche la più complicata. Sarà perfetto per Shirley un pianista di grande talento, colto, raffinato e ricchissimo, che si è messo in testa di fare un tour negli Stati del Sud. Solo che sono gli anni ’60, Shirley è afro-americano e la segregazione razziale, specie nel Sud del Paese, non è ancora superata. Avrà quindi un gran bisogno di essere tolto dai guai, anche perché non mancherà di mettercisi lui stesso. In uno strano equilibrio tra diffidenza, curiosità, insofferenza saranno proprio questi due straordinari personaggi l’asse portante del film. In un continuo confronto, battute, provocazioni ma anche gesti gentili, consigli, aiuti, piano piano la distanza si attenuerà, capiranno che non sono poi così lontani. Mentre noi assieme a loro attraverseremo l’America profonda razzista, che celebra un grande pianista ma poi non lo accoglie alla propria tavola, non lo vuole nei suoi alberghi, nei propri bagni. Ed è proprio sui pregiudizi, la segregazione, che il regista costruisce l’intero film, ribaltando ruoli, prendendosi gioco di stereotipi, generalizzazioni, preconcetti, mentalità ottuse, mischiando in continuazione le carte. Sfiora a tratti il film di buoni sentimenti ma li combatte con grandi dosi di ironia e con l’aiuto di un personaggio straordinario, tratteggiato con maestria ed interpretato da un Viggo Mortensen in un ruolo inconsueto in cui riesce a dare il meglio di sé. Un film per il grande pubblico ma condotto con sapienza e grande ironia, ottima sceneggiatura, dialoghi eccellenti e due attori straordinari.

Giudizio: ***

DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO


Commedia

Regia: Simone Spada

Interpreti: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Anna Ferzetti, Andrea Arcangeli

Berenice dice: quando guadagnare tempo non basta più

Giuliano ha l’aria scanzonata di chi ha passato la vita con leggerezza, prendendo quello che c’era da prendere, senza soffermarcisi troppo. Solo che arriva a fermarlo qualcosa che non dà scampo. Ma lui sceglie di non lasciarsi sopraffare, di decidere lui della sua vita e della sua morte. E davanti a questa decisione avrà bisogno di chi gli è più vicino. Arriverà Tommaso, l’amico di una vita, lontano da anni, pacato e riflessivo, l’opposto di Giuliano, esuberante, diretto e impulsivo. Sarà proprio questo contrasto, il continuo contrapporsi, l’amicizia di un tempo, qualche rimprovero a riempire i quattro giorni che i due avranno a disposizione. Dovranno occuparsi di mille cose, anche pratiche (la scelta della bara, la nuova famiglia per il cane Teo, il compleanno del figlio), ma soprattutto dovranno cercare di convincersi, di convincere l’altro. Lo faranno quasi senza parole, con semplici gesti, sguardi, tanti silenzi. Un remake del film ispanico Truman, non aggiunge molto alla storia ma ripropone un argomento che non smette di farci interrogare, e ha il pregio di farlo con due attori – amici anche nella vita – che mettono del loro, parecchio. Simpatia, umanità, spontaneità, con i loro volti, i loro sguardi, le pieghe del viso sanno regalare al film qualcosa di autentico.

Giudizio: ***

Al cinema: La favorita, L’uomo dal cuore di ferro, Ben is back, Van Gogh

  

LA FAVORITA
Film drammatico
Regia di Yorgos Lanthimos
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz
Dieci candidature agli Oscar
Olivia Colman premiata ai Golden Globes

Berenice dice: intrighi di corte declinati al femminile

Inghilterra XVIII secolo, alla corte della Regina Anna, due donne intelligenti e abili si contendono i favori di una regina, stanca, viziata, capricciosa, segnata dalla vita. Lady Sarah, forte e scaltra nobildonna, già favorita della Regina e capace d’influenzarne la politica, manipolarla, dettare ogni decisione strategica, imporre scelte invise ai sudditi, non si fermerà davanti a nulla e, benché donna, userà ogni strumento di pressione, con uomini e donne indifferentemente, inclusa la Regina. E la bella e apparentemente ingenua Abigaile, dama caduta in disgrazia, nonché cugina di Sarah, con strumenti più sottili, modi gentili e aria indifesa, farà anche lei di tutto per ottenere ciò che vuole. Con un ritmo incalzante, immagini suggestive – deformate da un grande uso del grandangolo – dialoghi taglienti, scenografia curatissima, un tocco di barocco e qualche scivolata nel grottesco, il regista ci offre un interessante spaccato del mondo di Corte e dei suoi retroscena, in un continuo susseguirsi di astuzie, trabocchetti, cattiverie, intrighi, favoritismi, cadute e disgrazie. Ottimo inizio, buona tenuta fino a un certo punto, poi qualcosa si allenta. Come se il confronto tra le due donne fosse la vera forza del film, quando una la spunta anche il film sembra perdere qualcosa. Peccat

Giudizio: ***

 

L’UOMO DAL CUORE DI FERRO
Adattamento dell’omonimo romanzo di Laurent Binet
Incentrato sull’Operazione Anthropoid, che portò all’assassinio del leader nazista Reinhard Heydrich
Regia: Cédric Jimenez
Interpreti: Rosamund Pike, Jason Clarke, Jacl O’Con

Berenice dice: inarrestabile ascesa e improvvisa fine di un boia

HHhH, il cervello di Himmler, messo proprio da lui a capo dell’Intelligence delle SS, assegnato poi da Hitler all’alto Protettorato di Boemia e Moravia, è uno dei principali fautori della soluzione finale, soprannominato ‘il Macellaio di Praga’. Un uomo mediocre, spietato, senza nessuna umanità, congedato dall’esercito con disonore, che si unisce alle fila del partito per volere della moglie, portando a compimento con particolare impegno e una certa solerzia il disegno dei nazisti. Sempre freddo, distaccato, lucidissimo, calcolatore. Seguiremo la sua rapida ascesa e al contempo il crescere della sua spietatezza. Poi, a metà film, il registro cambierà, ci staccheremo dalla sua storia per seguire quella di due ragazzotti, pieni di ideali e buona volontà, che sacrificheranno la loro vita per la libertà del loro Paese. In equilibrio non proprio perfetto tra l’ascesa di un boia e l’organizzazione clandestina della sua morte, successo e fine che si approssimano più alto l’apice della carriera dell’uomo, più vicina sarà la sua fine. Ispirato al romanzo di Laurent Binet, sull’attentato a Reinhard Heydrich, il regista si prende qualche libertà e resta un po’ in superficie (trascurando alcune storie e personaggi di non poco interesse), senza soffermarsi troppo su questioni di rilievo (delazione, rischio di rappresaglie, etc), ne esce un film che si avvicina al biopic, grandi mezzi, ottima interpretazione (in particolare di Jason Clarke e Rosamund Pike nei panni di Heydrich e della moglie), forse un po’ patinato, a tratti enfatico, ma la prima parte merita davvero.

Giudizio: ***

 

BEN IS BACK
Film drammatico
Scritto e diretto da Peter Hedge

Berenice dice: la forza di una madre, la debolezza di un figlio, in mezzo un’assurda e feroce dipendenza

E’ Natale e Ben torna a casa. Solo che non tutti ne sono felici, capiamo ben presto che qualcosa non va.
Ben si sta disintossicando, è ‘pulito’ da 77 giorni, troppo pochi dice il suo ‘sponsor’, è ancora troppo fragile, vulnerabile, rischia di ricaderci. Lo pensano anche il suo patrigno, la sorella e forse la madre che però non si arrende e lotta con tutte le sue forze per dimostrare al marito, alla figlia, a Ben – e anche a se stessa – che il ragazzo può farcela. Sarà proprio questo duo madre-figlio a monopolizzare l’intero film, li seguiremo prima per i negozi, i grandi magazzini, i centri di sostegno, la Chiesa della cittadina, poi nelle sue strade, i bassifondi, le miserie. Scopriremo piano piano quanto in basso era arrivato il ragazzo, quanto a fondo può portare una dipendenza. ‘Non ti fidare di me’ urla il ragazzo alla madre, ‘tu non mi conosci’ le dice, ma la donna non vuole sentire, non può accettare di non fidarsi del figlio, di non conoscerlo più.
Ed è proprio il ruolo della madre, interpretato da una Julia Roberts – ancora una volta calata con tutta se stessa nella parte – l’essenza del film, la sua forza e intensità ma anche il suo limite. Ben scritto, ben interpretato ma lontano dal capolavoro.

Giudizio: ***

 

VAN GOGH – Sulla soglia dell’eternità
Film drammatico
Regia di Julian Schnabel, pittore celebre negli anni Ottanta
Interprete: Willelm Dafoe, Rupert Friend
Premi: miglior interpretazione di Willelm Dafoe al Festival di Venezia

Berenice dice: dono e dannazione di un talento smisurato

Van Gogh nei suoi ultimi anni, lontano da Parigi, da tutto e tutti. Isolato, incompreso e incomprensibile (anche a se stesso) è immerso nella natura, nei suoi colori, profumi, varietà, inebriato dalla sua incontenibile forza, continua sorpresa, infiniti spunti, radici che diventano vermi, serpenti colorati, alberi che si gonfiano a dismisura, quasi sotto i nostri occhi, colori così vivi e forti da diventare protagonisti.
Solo un altro pittore poteva farci entrare così bene nella vita, la testa, le sensazioni di un grande della pittura. Il regista Julian Schnabel non aggiunge nulla a quanto già sapevamo di Van Gogh, ma ci fa vedere quello che vedeva il grande pittore, rotolare assieme a lui nell’erba, sentire la forza esplosiva della natura, del vento, dei suoi accecanti colori. Ci accompagna dentro il suo tormento, i dubbi, la sofferenza di una vita dominata e resa schiava da un immenso talento. Talento al quale non si può sottrarre, capace di segnare una vita intera, che permette di vedere ciò che gli altri non vedono, sentire in modo diverso, prima e più di loro, e per ‘quelli che verranno’.
Con il viso scarno e segnato, lo sguardo perso, il corpo consumato di uno straordinario Dafoe, in un film intenso sull’arte, il talento, il dono, il regista riesce nel suo intento, restituendo con grande forza il tormento di un uomo geniale e dannato.

Giudizio: ***

Al cinema: La douleur, Il mio capolavoro, Vice – L’uomo nell’ombra, Una notte di 12 anni.

LA DOULEUR
Film drammatico di guerra
Tratto dal romanzo “Il dolore” di Marguerite Duras
Regia: Emmanuel Finkiel
Interpreti: Mélanie Thierry, Benoit Magimel, Benjamin Biolay

Berenice dice: l’agonia di un’attesa senza fine
Parigi ’44, lo scrittore Robert Antelme, esponente di rilievo nella Resistenza francese, viene arrestato. La moglie, Marguerite Duras, lo cerca, angosciata vuole sue notizie, sapere dov’è, quando tornerà, se tornerà. Lo attenderà inutilmente per mesi. Di quei mesi d’attesa, incertezza, sofferenza, speranza, disperazione la Duras scriverà un diario che poi diventerà romanzo e ora – con qualche libertà d’adattamento – film, Assieme alla Duras, alle sue parole, all’immagine del bel viso diafano di Mélanie Thierry, entreremo nel suo dolore che è quello di ‘tutte le donne, di tutti i tempi’. Donne che aspettano i loro uomini, i loro figli, contro ogni speranza, ogni logica, ogni ragione. E sono proprio la disperazione, la perdita di lucidità, lo sdoppiamento, che ci mostra, con particolare grazia ed eleganza, il regista. Elementi che diventano anche visivi, offrendo qualcosa a un testo che pur restando più adatto alla lettura che alla visione, risulta un’interessante testimonianza di quei giorni, della Parigi occupata e poi liberata, di una
guerra che ‘non smette di smettere’, dei giorni del ritorno, dei silenzi, della scoperta dell’indicibile. Nasce la voglia di riprendere quelle pagine, leggerle di nuovo, con in mente ancora le immagini che il film ha saputo donarci.
Giudizio: ***

IL MIO CAPOLAVORO
Thriller – commedia
Regia: Gaston Duprat
Interpreti: Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio.

Berenice dice: un’amicizia lunga una vita
Alfredo e Renzo sono amici da una vita. Gallerista elegante e senza scrupoli il primo, pittore ormai in declino il secondo. Arturo cerca in ogni modo di conciliare il temperamento burbero e scontroso dell’amico con le esigenze del mondo dell’arte contemporanea e del suo pubblico, legati più all’apparenza, le mode, il denaro, che al vero talento. Logiche che Renzo non tollera e fa di tutto per contrastare, per la disperazione dell’amico. Fino a che un incidente improvviso cambierà per sempre le cose, per i due amici e le sorti delle opere del grande Renzo.
Senza lo spessore e la profondità del Il cittadino illustre Duprat affronta in chiave ironica un tema a lui caro, l’arte e il mercato dell’arte, con tutte le loro storture. Ne esce una commedia gradevole, divertente, a tratti prevedibile, ma condotta con garbo fino alla fine. C’è un momento in cui vira verso qualcosa di diverso e più profondo per tornare poi alla commedia, perdendo forse un’occasione. Non un capolavoro, avrebbe potuto mantenere la virata e condurre altrove, la mano sicura e la sceneggiatura solida – così
come una fotografia esemplare – lo avrebbero permesso, ma il regista ha scelto e voluto diversamente.
Giudizio: ***

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA
Commedia drammatica
Regia: Adam McKay
Interpreti: Christian Bale, Sam Rockwell, Amy Adams

Berenice dice: l’inquietante potere di un uomo tranquillo
Un uomo tranquillo, silenzioso, senza particolari qualità, destinato a diventare un fallito. Non fosse per una moglie ambiziosa che pretende da lui ciò che i tempi non le permettono (ancora) di ottenere. E così, per amor suo, Cheney si darà da fare, scalando a uno a uno gli scalini del potere fino a raggiungere il più alto. Sempre nell’ombra, senza mai spiccare, rimanendo in quel cono dove la luce non arriva e non illumina e tutto si può fare. Basta cambiare i nomi, infiocchettare, negare, re-interpretare, infilarsi negli spazi lasciati liberi e soprattutto circondarsi di validi e scaltri collaboratori. Con il suo stile originale, tagliente e ironico Adam Mc Kay confeziona la biografia di un uomo di potere offrendo, al contempo, una fotografia di quasi mezzo secolo di storia della maggiore potenza del mondo, vista dal di dentro. Non ha il ritmo, lo smalto e la forza de La grande scommessa, ma ne mantiene il taglio e anche il tono, ne esce un film interessante, originale, a tratti divertente – non fosse che è tutto vero – che con efficacia e ironia ci fa tornare a quel recente passato con un occhio più smaliziato, offrendoci le coordinate per comprendere meglio anche il nostro presente. Contribuiscono non poco alla riuscita del film un Christian Bale perfetto per la parte, che interpreta Cheney come fosse un grande orso – enorme e apparentemente mansueto – e una Amy Adams non da meno, nei panni dell’ambiziosa Lynne, assieme a un cast di eccezione, scelto con particolare cura. Azzeccatissimo Sam Rockwell nei panni di Bush-figlio.
Giudizio: ***

UNA NOTTE DI 12 ANNI
Film di denuncia
Regia: Álvaro Brechner
Interpreti: Antonio De La Torre, Chino Darín

Berenice: la forza di resistere a un’interminabile notte, senza senso, senza speranza, senza umanità
Uruguay 1972, nove Tupamaros vengono arrestati, interrogati, torturati e poi rinchiusi. Un anno dopo verranno prelevati all’improvviso, picchiati, di nuovo torturati, messi in isolamento e tenuti come ostaggi per dodici anni. Seguiremo tre dei nove reclusi cella dopo cella, sempre più buie, piccole, scomode. Da soli, senza poter parlare, senza poter vedere nessuno, assetati di parole, gesti, cenni, briciole di umanità. Staremo anche noi chiusi là dentro per oltre due ore, odiando quelle carceri, la sporcizia, il buio, i soprusi, le costrizioni cui sono condannati i tre, soffrendo la mancanza di luce, colori, vita. Ma poi sarà con loro che gioiremo per uno squarcio di luce, uno scorcio di verde, che ci sembrerà di respirare quell’aria, pura, leggera, fresca, di vedere colline, campi, di sguazzare nell’acqua. Un film non facile, faticoso, che mette a prova lo spettatore come sono stati messi (a dura) prova i suoi protagonisti, ma se si ha la pazienza di arrivare in fondo si capirà che era l’unico modo per farci gioire, sentire anche solo in minima parte quanto hanno provato i tre nel ritrovare le piccole cose che ci sembrano scontate (carta, penna, un libro, un raggio di luce) e poi – quando neppure si riesce più a sperarlo – la libertà, la propria vita.
Giudizio: ***

Al cinema: Cold War, Il gioco delle coppie, La donna elettrica e Colette.

COLD WAR

Film drammatico
Palma d’oro per la miglior regia al Festival di Cannes
Regia: Pawel Pawlinowski j
Interpreti: Joanna Kulig, Tomasz Kot

Berenice dice: l’amore ai tempi della Guerra Fredda

Polonia, fine anni ’40. Wiktor è incaricato di mettere in piedi una compagnia di canti e danze popolari, simbolo della coesione nazionale. Percorre in lungo e in largo il Paese in cerca di giovani talenti. Quando incrocia Zula, ancor prima del talento ne coglie il temperamento e la vuole a tutti i costi nella compagnia.
Nascerà tra loro un fortissimo amore, li seguiremo nel loro unirsi, separarsi, ricongiungersi, in un continuo prendere e lasciarsi attraverso gli anni, i Paesi (Polonia, Francia, Jugoslavia, di nuovo Francia, di nuovo Polonia), le difficoltà, le incomprensioni. Sullo sfondo un Paese da ricostruire, l’influenza sovietica, la Guerra fredda, la Cortina di Ferro, sapientemente lasciati sullo sfondo, senza mai farne dei protagonisti, riuscendo a restituirne alla perfezione, atmosfere, clima e contraddizioni. Incantevole la prima parte meno riuscita la seconda; complesso, contraddittorio, interessante il personaggio di Zula, meno indagato, meno riuscito lui. Con grandi pennellate, un bianco e nero che
assieme alla musica diventa parte della storia, dopo Ida, premio Oscar come miglior film in lingua straniera, Pawlikowski ci regala un altro film intenso, forte, coinvolgente, che come una melodia ci lega a sé dall’inizio alla fine senza neppure che ce ne accorgiamo o ne comprendiamo il motivo.
Giudizio: ****

Il GIOCO delle COPPIE

Film drammatico
Regia: Olivier Assayas
Interpreti: Juliette Binoche, Guillaume Canet

Berenice dice: le sorti dell’editoria nel XXI secolo in un lungo monologo vestito da dialogo. Artificioso.

Alain è un editore moderno e all’avanguardia, aperto alle nuove idee, tendenze, tecnologie ma allo stesso tempo legato all’editoria tradizionale. Combattuto tra le due continua a parlarne con la moglie, l’amante, gli amici, l’azionista di riferimento, lo scrittore un tempo di successo che però ora non vorrebbe più pubblicare, o chiunque capiti. Léonard è lo scrittore che scrive sempre la stessa storia, la sua. Selena è la moglie di Alain che teme il marito la tradisca mentre lei stessa lo tradisce con il suo ex-marito, che è anche lo scrittore non più di successo, a sua volta sposato con Valérie, nervosissima assistente di un politico di grido. Le coppie ci sono (tante) ma più che giocare parlano di continuo, discettazioni più che dialoghi i loro, non fanno altro che snocciolare dati, informazioni, percentuali, tendenze, anche interessanti ma si ha l’impressione leggano i risultati di una lunghissima indagine di mercato (appena
scaricata da internet?). Mangiano, bevono, s’incontrano, fanno sesso, ma sembra tutto un espediente per far dire loro quello che il regista ha una grande (troppa) urgenza di farci sapere. Ben girato, ben interpretato, dialoghi ben scritti ma suona tutto un po’ falso, artefatto, posticcio; i rari momenti autentici sono quelli tra lo scrittore e l’amante e, sul finale, tra lui e la moglie, e sono infatti quelli meno dialogati, in cui si dimentica ciò che il regista vuole tanto farci sapere e ci si abbandona ai personaggi e alla loro storia. Troppo pochi purtroppo. Giudizio: **

LA DONNA ELETTRICA

Anticommedia della contemporaneità
Regia: Benedikt Erlingsson
Interpreti: Halldora Geirharos, Johann Siguroarson

Berenice dice: spunto interessante, si perde un po’ nello sviluppo per riprendersi verso la fine

Più che elettrica è quasi esplosiva la cinquantenne islandese che dietro le sembianze di una tranquilla direttrice di coro dedita alla meditazione, cela una sabotatrice convinta. Con una grinta e una determinazione che le leggiamo in viso sin dalle prime immagini, Halle porterà a compimento il suo progetto, salvare la propria terra sabotando l’industria siderurgica del Paese poco sensibile alle istanze ecologiste. Il governo indagherà, aiutato da americani, israeliani e tecnologia. Ma un esercito, droni ed elicotteri, non potranno avere la meglio sulla determinazione della donna (e i suoi pochi e poveri mezzi). Prendendosi gioco dei servizi segreti, intelligence internazionale, stampa e un certo catastrofismo gridato, il regista islandese confeziona un film non perfetto (specie nella parte centrale che si sfilaccia un po’) ma di certo non convenzionale: con una grande protagonista che è la forza del film assieme a un paesaggio incantevole, a tratti quasi lunare, da amare, abbracciare, annusare come fa la sua protagonista.
Giudizio: ***

COLETTE

Film sulla grande scrittrice francese Colette
Regia: Wash Westmoreland
Interpreti: Keira Knightley, Eleanor Tomlinson, Dominic West

Berenice: ritratto sbiadito e deludente di un’artista

Gabrielle Sidonie Colette è una ragazza della piccola borghesia di campagna, intelligente, acuta e piena di talento. Conosce Willy, uno scrittore e scaltro imprenditore letterario, se ne innamora e lo sposa. Inizierà la sua vita parigina di moglie e poi d’artista. Difficile all’inizio, nel complicato adattarsi a un ambiente non suo e a un uomo non poi amabile come credeva, più stimolante ed interessante in seguito quanto più Colette prenderà coscienza di sé. Vedremo il suo accostarsi, a forza, alla scrittura ma anche i progressi, l’evoluzione, la crescita, gli insegnamenti del marito, il suo spronarla, forgiarla, sfruttarla, i loro litigi, i tradimenti, le gelosie, le ripicche.
Tutto qui. Il regista si accontenta di questo rimanendo in superficie, appiattendosi su un rapporto più complicato e complesso di quanto riesca a rappresentare, non riuscendo a rendere nulla della Colette che abbiamo conosciuto e ammirato. Complice una Keira Knightley che rimane algida, distaccata, senza riuscire ad entrare davvero nel personaggio e restituirne lo spessore, la forza e la genialità. Spicca invece un Dominic West perfetto nella parte che, nonostante l’odioso personaggio che gli è stato cucito addosso, riesce a farsi amare (molto più della Colette ombrosa e fragile dipinta da Wash Westmoreland). Rimane un film in costume un po’ patinato, molto curato, dalle belle immagini, splendidi costumi e magnifici interni, pochissimo altro. Bell’involucro, poca sostanza.
Giudizio: **

Al cinema: Santiago, Italia; Il teatro a lavoro; Tre volti; La prima pietra.

55414SANTIAGO, ITALIA
Documentario di Nanni Moretti

Berenice dice: il Paese che eravamo (e non siamo più)
Cile, inizio anni ’70. La vittoria di Allende, l’entusiasmo, la gioia, le prime difficoltà, il colpo di Stato, la paura, gli arresti. Con immagini di repertorio, interviste, testimonianze, Nanni Moretti ricostruisce il periodo. Operai, imprenditori, artigiani, avvocati, registi, traduttori, giornalisti, protagonisti di quei giorni e di quelli che sono seguiti, ciascuno con un pezzo di storia, con la propria esperienza, racconti, emozioni, ricordi. Ed è con i loro bei visi, pacati, distesi, pieni di umanità – e una dignità che rimane intatta anche quando l’emozione ha il sopravvento – che il regista racconta un pezzo di Storia, del Cile ma anche del nostro Paese. E’ stato infatti proprio l’Italia (la nostra Ambasciata) ad accogliere e dare rifugio prima, ospitare ed offrire un lavoro e un futuro poi, a centinaia e centinaia di cileni. Due popoli così lontani e diversi, eppure in quel frangente così vicini. Il Paese che siamo stati e non siamo più capaci di essere.
Moretti non interviene, non giudica (ma non è imparziale, dice), all’ultimo lascia la parola a uno dei protagonisti e testimoni: ‘l’Italia di oggi, assomiglia sempre più al Cile di allora, non la riconosco più’. E forse non è il solo.
Giudizio: ****

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IL TEATRO AL LAVORO
Documentario di Massimiliano Pacifico
Tratto da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques
Interprete: Toni Servillo

Berenice dice: il teatro, gli attori, i testi al lavoro (il teatro visto dal di dentro)
Un Toni Servillo inedito entra e fa entrare nel testo (un testo difficilissimo) giovani attori e aspiranti attori. Partendo da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jacques e le preziose lezioni di Louis Jouvet, insegna cosa è il teatro, cosa sta dietro e dentro il testo, come e quanto può cambiarti. Non solo chi lo scrive ma anche chi lo interpreta e si fa portatore (involontario, come dice Jouvet) di un messaggio, è quel messaggio che chi recita deve trovare e portare allo spettatore. E’ questo il delicato compito dell’attore e lo comprendiamo, più ancora che dalle parole di Servillo – dispensate ai suoi studenti in abbondanza e con una certa ironia, sfiorando a volte un tono, se non saccente, che vi somiglia – dai dilemmi, la crisi, lo sconforto che assalgono chi va in scena quanto più si avvicina alla Prima. Quando si sente appesantito da luci, rumori, gente che va e viene, distrazioni che lo portano lontano, ‘non ci sono’ dice, ‘non mi sopporto, non mi posso sentire’. Ma poi il personaggio arriva, come aveva spiegato ai suoi studenti (e diceva anche Jouvet), ed è un successo e forse anche una liberazione. Il lavoro dell’artista visto da vicino, quello dell’attore complementare a quello dello scrittore, accomunati dallo sforzo, la fatica, il lavoro, l’impegno, la ricerca continua, perché l’arte è talento ma non solo. Questo fa capire a noi come ai suoi studenti Servillo, regalandoci qualcosa che va oltre il documentario e ci accompagnerà nella visione dei prossimi lavori (teatrali o cinematografici che siano).
Giudizio: ***

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TRE VOLTI
Film drammatico diretto da Jafar Panahi
Interpreti: Jafar Panahi, Benaz Jafari, Marziyeh Rezaei

Berenice dice: i volti dell’Iran
Marziyeh è una ragazza sveglia e libera che ragiona con la sua testa (e per questo la chiamano ‘testa vuota’), vuole fare l’attrice contro la volontà di tutti, famiglia, futuri suoceri, capo villaggio, vecchi saggi.
Disperata manda un video inquietante alla sua attrice preferita. Quando Behnaz Jafari lo riceve ne è turbata, si tormenta, non si dà pace. Può fare qualcosa?, è ancora in tempo per intervenire? Molla tutto e parte per quel villaggio sperduto tra i monti del Nord-Ovest dell’Iran, accompagnata dal regista Jafar Panahi (nei panni di se stesso). Sarà un viaggio nell’Iran più profondo, che sentiamo lontanissimo, come fermo nel tempo.
Panahi torna in macchina e ci porta fuori da Teheran, in un mondo sperduto che ci fa tornare indietro in un’altra epoca, noi come i protagonisti del film. Sembra conoscerlo molto bene (e infatti è la terra dei suoi genitori) e lo ritrae con una cura delle immagini piena d’amore, restituendoci un altro volto dell’Iran, che ha il bel viso fresco e volitivo di Marziyeh, ma anche il volto serio, forte e determinato di Behnaz, e quello stanco e un po’ invecchiato del regista, segnato da una persecuzione senza fine. E ancora, delle decine di persone che incontreranno in questo loro viaggio alla ricerca della ragazza, come anche alla scoperta di qualcosa che va più in là. Facce stanche segnate dalla fatica, accoglienti ma dure, legate a quella terra arida e dura come loro, a regole severe e inviolabili.
Una terra in cui le giovani donne non possono decidere della loro vita, hanno in mano il cellulare, ne usano benissimo le più avanzate funzioni, eppure devono rimanere seppellite nelle loro case, nei loro villaggi, all’interno di logiche e regole soffocanti. Seppellite vive.
Giudizio: ***

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LA PRIMA PIETRA
Film commedia diretto da Rolando Ravello
Interpreti: Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti

Berenice dice: leggero, intelligente, politicamente non corretto
Ante Vigilia di Natale, nel bel mezzo del giardino della scuola, il piccolo Samir prende una pietra e la scaglia contro una finestra. Dramma: un vetro in frantumi, due bidelli feriti, madre e nonna sul piede di guerra, uno scontro sul punto di farsi esplosivo. Prova a ricucire la ferita un Preside pressato da altro, pensieri, urgenze, una recita di Natale ‘politicamente corretta’ da salvare ad ogni costo. Non bastasse deve vedersela con genitori poco disponibili, una segretaria menefreghista che gli estorce denaro, e una maestra vegana finto buonista, che sorride alla vita e vede in ogni cosa un’opportunità. Ma la fretta non lo aiuta, più tenta di avvicinare le parti più queste si allontanano, i motivi di discordia si moltiplicano, facendo riaffiorare risentimenti, rancori e ferite ben più antichi.
Con un ritmo incalzante, una struttura ben congegnata, continue battute, il regista riesce a rendere con grande realismo uno spaccato tanto autentico quanto poco lusinghiero del nostro Paese, incapace di districarsi in un contesto nuovo, complesso, multietnico. La scuola quale specchio della nostra società, i suoi malumori, pregiudizi, conflitti. Un piccolo film, che con leggerezza e brio, non senza qualche sbavatura, si prende gioco di un certo buonismo di facciata, del ‘politicamente corretto’ a oltranza, di un perbenismo ipocrita che tenta di seppellire i conflitti.
Giudizio: ***

Al cinema: Roma, In guerra, Il settimo sigillo, Zen – Sul ghiaccio sottile

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ROMA
Film drammatico, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 2018
Regista: Alfonso Cuaròn
Interpreti: Marina de Tavira, Danie Deme, Latin Lover

Berenice dice: due donne, un Paese, la Storia
Anni ’70, città del Messico. Cleo, una domestica indio, dedica tutto il suo tempo, l’intera vita, alla famiglia presso la quale lavora. Cresce i bambini al posto della madre, li ama quasi fossero suoi, accudisce la nonna, sopporta la ‘signora’, rispetta senza giudicare un padrone di casa sempre più assente.
E’ con i suoi occhi che vediamo il dipanarsi di un piccolo dramma familiare, poi quello più grande di un Paese in rapida trasformazione, non senza violenza. Ma questa rimane tutto sullo sfondo, entra nella vita di Cleo quasi di striscio, senza sconvolgerla, dato che la donna si lascia scorrere le cose come fossero ineluttabili, quasi un destino già scritto cui non si può sottrarre. Il suo sguardo è morbido, incredulo più che arrabbiato o indignato. Non succede quasi niente in questo lungo film, ed è proprio nell’apparente immobilismo, nello scandire delle giornate di Cleo quasi tutte uguali, che Cuaròn ci narra un Paese che di lì a poco verrà sconvolto dagli eventi; allo stesso tempo ci racconta una storia privata, quasi autobiografica, dando al film ancor più autenticità. In un bianco e nero definito da qualcuno ‘pastoso’, immagini, inquadrature, stile che marchiano l’opera dall’inizio alla fine.
Giudizio: ***

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IN GUERRA
Film a tematica sociale: lotta per salvare la fabbrica
Regia: Stéphane Brizé
Interprete: Vincent Lindon

Berenice dice: la potenza di un documentario, la profondità di un film
E’ in guerra Laurent, un combattivo sindacalista, sono in guerra i millecento operai che perderanno il lavoro se non vinceranno la loro lotta. Una guerra di attese estenuanti, promesse disattese, silenzi, rinvii, combattuta con forza, moltissimo impegno, poche armi, pochissime speranze. Dall’altra parte una dirigenza sorda, una proprietà assente, una politica ondivaga. In mezzo una stampa onnipresente, che rende tutto uno spettacolo, uno spot da mandare in onda, possibilmente in diretta. Ed è in diretta che il regista ci fa assistere a questa guerra; con gli strumenti del documentario ci racconta una storia, più viva e vicina di una reale. I momenti più forti: quando toglie l’audio e lascia che parlino solo le immagini accompagnate da una musica potente. Assistiamo alle trattative, alle discussioni, alle divisioni, allo sfaldarsi di ogni coesione, alla disfatta. Ma è poi con il viso intenso e quasi tenero di Vincent Lindon che Stéphane Brizé ci fa entrare nella vita degli operai, sentire la loro rabbia, la delusione, il crollo di ogni speranza e infine la disperazione. Lasciando alle immagini un epilogo che, assieme a quella musica, ci entra dentro.
Giudizio: ****

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IL SETTIMO SIGILLO
Film drammatico di Ingmar Bergman, 1958
Opera ora restaurata
Interpreti: Max von Sydow, Bibi Anderson, Bengt Ekerot, Gunnel Lindblom

Berenice dice: è, e rimane, un capolavoro
Di ritorno dalle Crociate, il nobile cavaliere Antonius Block incontra la morte, ‘è un po’ che ti cammino a fianco’ dice lei avvolta nel suo mantello nero. ‘Non me ne sono accorto’ risponde l’uomo senza essere spaventato, quasi ne conoscesse preferenze e abitudini, e la sfida a scacchi. Per prendere tempo pensiamo ma – lo scopriremo solo alla fine – l’uomo ha in mente altro. Inizia così una lunga partita che, mossa dopo mossa con Block e il suo scudiero, ci porterà dentro una Svezia del XII secolo, sconvolta dalla peste, percorsa da dubbi, paure, caccia alle streghe. Dubbi del Cavaliere – e di tutti noi – che pur sapendo vicina la morte, vuole capire, senza smettere di interrogarsi (e interrogarci). Bergman ci fa entrare in un mondo lontano che sentiamo vicinissimo e ci pare di percorrere, con i suoi odori e profumi, il calore del fuoco, i personaggi strampalati, le loro stesse paure. Un viaggio verso la morte ma dentro la vita, capace di arrivare all’essenza. Ad oltre mezzo secolo rimane quel capolavoro che è, nella versione restaurata ancora più luminosa, quasi “colorata” tanto sono forti, intense e piene di poesia alcune immagini. Bergman parla con immagini e inquadrature che lasciano incantanti, frammenti che sono versi di poesia, giochi di luci e ombre che non smettono di sorprendere. Indimenticabile, eppure ogni volta che lo si vede è come fosse la prima.
Giudizio: *****

zen
ZEN – SUL GHIACCIO SOTTILE
Regia: Margherita Ferri
Interprete: Eleonora Conti, Susanna Acchiardi

Berenice dice: il coraggio di essere diversi
Maia, ragazza dura e spigolosa, è imprigionata in un corpo di donna che sente non suo. Non ha amici, non cerca e non vuole nessuno e nessuno la vuole o la cerca. Solo sulla pista di pattinaggio quando gioca a hockey, nascosta e protetta dalla sua divisa grande e informe, ritrova se stessa. La vediamo correre, quasi danzare, libera, leggera. Come non fosse più ingabbiata in quel corpo che non le corrisponde, capiamo che quella è la sua dimensione e solo lì sta bene. Ma è fuori di lì che deve vivere, e non ha vita facile. La vediamo vittima di bullismo, assalita, ridicolizzata, emarginata, allontanata in quanto diversa. Capace comunque di dire e fare ciò che pensa e vuole, a differenza di tutti gli altri, soffocati da un piccola realtà di provincia che sta stretta a molti ma che nessuno, tranne Maia, ha il coraggio di mettere in discussione.
Ci proverà Vanessa, una compagna di classe, e per un breve momento le due ragazze si avvicineranno, sarà un momento magico, ma poi il conformismo e la paura prevarranno di nuovo. Un piccolo film, girato con scarsissimi mezzi e in poco tempo (una settimana). Esordio di Margherita Ferri degno di attenzione, anche se da affinare c’è ancora parecchio. Nei personaggi troppe le sottolineature e una certa insistenza, che finiscono per fare di Maia una vittima. Qualche sfumatura in più avrebbe giovato, facendola un po’
meno preda e un po’ più protagonista, con le sue difficoltà ma anche con la sua grande forza. Mentre senso estetico, fotografia e amore per quella terra (l’Appennino bolognese) si avvertono già profondi, maturi e potenti.
Giudizio: ***

Al cinema: La donna dello scrittore, Disobedience, La casa dei libri

la donna dello scrittoreLA DONNA DELLO SCRITTORE

Tratto dal romanzo di Anna Seghers Transit

Regia: Christian Petzold

Interpreti: Franz Rogowski, Paula Beer

Berenice: sospeso tra presente e passato, disorienta senza convincere.

Marsiglia, oggi ma anche ieri. Le truppe tedesche avanzano verso Parigi, Georg – un rifugiato tedesco – scappa, vuole raggiungere Marsiglia  per fuggire verso il Sud-America. Ha con sé le lettere, i documenti e il manoscritto di Weidel, uno scrittore, morto suicida poco prima. Deciderà di assumerne l’identità, usare il suo visto per il Messico e iniziare una nuova vita laggiù, nel frattempo cercherà la moglie Marie, ‘conosciuta’ leggendone le lettere. Raggiungerà Marsiglia, incontrerà la misteriosa Marie e se ne innamorerà. Poi tutto si complicherà, in un andirivieni dal Consolato allo squallido albergo, alle case dei rifugiati, al porto. In una Marsiglia di oggi, quasi deserta, come svuotata per far spazio a questa storia e i suoi protagonisti, vediamo solo loro: poliziotti, rifugiati, camionette della Polizia , ambulanze, rastrellamenti continui. Il regista tedesco ha voluto ambientare in una Francia di oggi una storia di ieri, il romanzo Transit di Anna Seghers – ambientato nella Francia occupata dai tedeschi – rimane quasi intatto nella trama ma stravolto nell’ambientazione, creando un senso di straniamento che accompagnerà lo spettatore per tutto il film. Esperimento coraggioso e apprezzabile quello di Petzold, ma non pienamente riuscito. Si rimane sospesi, tra presente e passato, lontani, distanti, senza sentire più attuale la storia (se questo era l’intento); la avvertiamo al contrario come estranea, distante, quasi surreale, complice una sceneggiatura e una recitazione dall’impronta (e i ritmi) fortemente teatrali. Risentiamo, riviviamo le pagine del romanzo solo negli ampi spazi lasciati alla voce narrante, le parti più belle e più autentiche di tutto il film.

Giudizio: **

DISOBEDIENCE

DISOBEDIENCE

Tratto dal romanzo bestseller Disobedience di Naomi Aldermn

Regia: Sebastian Lelio

Interpreti: Rachel Weinsz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola

Berenice dice: la libertà di scegliere (e di disobbedire)

Ronit è una donna giovane, forte, indipendente, libera. Ha lasciato Londra e la comunità ebreo-ortodossa nella quale è cresciuta, troppo soffocante per lei. Ma dovrà tornarci, il padre – il rabbino-capo amato e rispettato da tutti – è morto all’improvviso. Con sorpresa di molti, sarà lì per i funerali, ritorno non facile, in una comunità chiusa, attaccata alle proprie tradizioni, ai propri riti, che poco e male tollera chi, come Ronit, le mette in discussione, non si adegua. Sempre con il sorriso sulle labbra le lanceranno accuse, rimproveri, rinfacceranno passato, scelte, stile di vita, le faranno capire che non è persona gradita. Ad eccezione di Dovid, quasi un figlio per il rabbino capo, e la moglie Esti, donna fragile e apparentemente dimessa che ha scelto di non scegliere. La accoglieranno nella loro casa, permettendole di assistere al funerale e celebrare il suo lutto mentre il legame tra le due donne, un tempo amiche, si rivelerà ancora fortissimo. Seguiamo, attraverso il bel volto intenso di Rachel Weisz, la giovane donna nel suo difficile ritorno, avvertiamo il peso, il vuoto e lo sperdimento di un lutto così grande, reso dal regista cileno con una delicatezza rara. Entriamo assieme a lei in una comunità a noi pressoché sconosciuta, con l’occhio distaccato, quasi estraneo di chi da tempo ha ripudiato quel mondo, assistiamo a riti, cerimonie, ne apprendiamo usi, abitudini, logiche e assurdità. Tratto dall’interessante romanzo dell’inglese Naomi Alderman (anche lei ebreo-ortodossa), con qualche piccolo aggiustamento, il regista è capace di preservare intatto il senso di una comunità, di un mondo chiuso e soffocante, fatto di regole ferree,  riuscendo al contempo a restituire l’intensità e la forza dei suoi protagonisti, le loro emozioni, i pensieri, le sensazioni, senza ricorrere a voci narranti fuori-campo o altri escamotage, ma affidandoli ai volti, gli sguardi, i gesti di tre straordinari interpreti. Lo fa con grande rispetto, profonda umanità e una sensibilità unica.

Giudizio: ****

LA CASA DEI LIBRILA CASA DEI LIBRI

Tratto dal romanzo di Penelope Fitzgerald La libreria

Regia: Isabel Coixet

Interpreti: Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Bill Nighy

Berenice dice: scorre placido, senza increspature, senza sorprese o emozioni forti

Campagna inglese, fine anni ’50. La graziosa e mansueta Florence Green, dopo oltre dieci anni di vedovanza, decide di consolarsi aprendo una libreria nel bel mezzo del nulla. Solo che sceglie il posto (una vecchia casa), il luogo (uno sperduto villaggio), il momento sbagliati. Ci sarà chi tenterà  di dissuaderla prima, di ostacolarla poi, frapponendo ogni sorta di difficoltà, complicazione, ostacolo, anche legale. Ci sarà però anche chi, inaspettatamente, le offrirà il proprio aiuto, sostegno e affetto. Tutto qui, questo film spagnolo molto ‘british’, garbato, elegante, curatissimo (e premiatissimo), con una sapiente fotografia, bravi attori (in particolare la ‘perfida’ Patricia Clarkson e l’eterna adolescente Emily Mortimer- già viste assieme in Party, senza però il mordente che avevamo apprezzato lì) ma non smuove grandi cose, non suscita forti emozioni. I buoni, i cattivi, i frustati, i pettegoli, i servili, i ribelli, i coraggiosi, personaggi tagliati tutti un po’ con l’accetta, mancano sfumature, ambiguità, lati oscuri, complessità. Uno spaccato della piccola borghesia inglese, rurale (e non) con dispetti, piccolezze, cattiverie, il male per il male, senza ragione, proprio come nella vita, certo. Solo che nella finzione (in narrativa come al cinema o a teatro) non funziona,  ci vuole qualcosa di più, se non una ragione o un senso, deve almeno essere funzionale alla storia ed ai suoi personaggi, qui lo è solo al film. Tratto dal romanzo della Fitzgerald (‘La Libreria’-1978) qui non viene voglia di correre a leggere il libro, certi di ritrovare su pagina esattamente tutto quanto abbiamo trovato sullo schermo. Sicuramente un bel compitino, fatto per bene, ma niente più.

Giudizio: **

 

Al cinema: The children Act – Il verdetto, 1938 – Diversi, Gotti – Il primo padrino.

THE CHILDREN ACT – IL VERDETTO
Regista: Richard Eyre
Dal romanzo La ballata di Adam Henry
Autore del libro e della sceneggiatura: Ian McEwan
Interpreti: Emma Thompson, Fionn Whitehead, Stanley Tucci, Ben Chaplin

Berenice dice: quando il lavora entra nella vita e la vita entra nel lavoro.

Fiona Maye è un giudice dell’Alta Corte, brava, seria, scrupolosa, estremamente professionale. Abituata a prendere decisioni delicate, ascoltare, comprendere, contemperare interessi contrapposti. Così presa dal lavoro da non accorgersi come il suo matrimonio stia andando alla deriva. E quando la realtà le viene sventolata sotto il naso lei si chiude, tace, non vuole sentire, non vuole ascoltare, replicare. Tanto brava nel lavoro, tanto incapace negli affetti. E mentre il suo matrimonio, la sua stessa vita rischia di crollare arriva Adam Henry e il suo rifiuto di farsi curare, sottoporsi a trasfusioni che gli potrebbero salvare la vita. Deve prevalere la libertà di scelta, l’autodeterminazione, o il diritto alla vita? Combattuta, sopraffatta dal dilemma il giudice Maye andrà dal ragazzo entrando nella sua vita e lasciando che lui entri nella propria. Qualcosa cambierà in modo definitivo per entrambi. Nulla sarà più come prima. Tratto dal romanzo di Ian McEwan, La ballata di Adam Henry, qui non manca nulla, i personaggi sembrano la fotografia di quelli trovati sulla pagina; lo scrittore è unico nel tratteggiarli, entrare nei loro pensieri più profondi, mostrare le devianze per quello che sono. Se qualcosa manca – il cambiamento radicale del ragazzo improvviso quanto poco giustificato, il personaggio del marito non riuscitissimo – già era assente nel romanzo e immagini e regia non riescono a sopperire a tali manchevolezze. In compenso una Emma Thompson perfetta per la parte e un credibile Fionn Whitehead rendono al meglio il dramma, il dilemma, la sete di vita, di affetto, ma anche la fragilità, l’incrinarsi dei rapporti, il rompersi di qualcosa dentro. Aiutati da un’ottima regia, una scenografia curatissima e una fotografia di grande raffinatezza.
Giudizio: ***

 

1938 – DIVERSI

Film documentario
Regia: Giorgio Treves

Berenice dice: uguali ma diversi, il razzismo nel suo nascere.

Il fascismo, l’uso della stampa, la propaganda, la Guerra in Etiopia, in Abissinia, la razza pura, il razzismo coloniale, poi antisemita. Attraverso filmati, immagini, giornali del tempo, seguiamo l’ascesa del fascismo e le sue degenerazioni. Immagini si alternano a interviste; storici, scrittori, sociologi, testimoni del tempo ci raccontano un’Italia che stentiamo a riconoscere. Vediamo come dal niente (“gli italiani non erano anti-semiti”, assicurano gli storici intervistati) si è costruita prima una diffidenza, poi un disprezzo, un’intolleranza, un rancore e infine vero odio. Come sia potuto accadere continuiamo a chiedercelo come se lo chiedevano, attoniti e sbigottiti, gli stessi protagonisti. Nessuno se lo aspettava, nessuno ci credeva eppure dall’oggi al domani cittadini italiani perfettamente integrati, professori, avvocati, medici, studenti, bambini, non erano più persone gradite. Cacciati da scuole, università, uffici, case, negozi. Apparivano scritte sui muri (le prime, sono nate a quel tempo, ci spiega un testimone), divieti (‘vietato l’ingresso a cani ed ebrei’), aggressioni, notizie di cronaca che li vedevano come protagonisti (proprio come oggi hanno sempre a oggetto immigrati, osserva un altro testimone). Cose che già conoscevamo e altre che scopriamo grazie a testimoni, immagini del tempo, articoli, frammenti, dichiarazioni dei protagonisti di allora, in un sapiente alternarsi di immagini, testimonianze, foto, slogan, silenzi che dicono più di mille parole. Un piccolo documentario presentato fuori concorso a Venezia, che ha la capacità di farci entrare all’interno di quel meccanismo oscuro chiamato razzismo, di scomporlo per rivelare i suoi più nascosti segreti, il suo stesso funzionamento, più semplice ed elementare di quanto si pensi. Lo abbiamo visto tante volte e lo continuiamo a vedere, ancora oggi. Ogni volta da capo come non fosse mai successo prima, come non avessimo imparato nulla.
Giudizio: ***

 

GOTTI –   IL PRIMO PADRINO
Regia: Kevin Connolly
Interpreti: John Travolta, Kelly Preston, Spencer Lofranco, Stacy Keach

Berenice dice: del capolavoro di Coppola solo il titolo.

John Gotti, un noto e spietato mafioso che aveva spopolato negli anni Ottanta, diventando un fenomeno mediatico, qui lo vediamo vecchio, malato, condannato all’ergastolo, interpretato da un John Travolta molto (troppo?) nella parte, debitamente invecchiato. Parla in carcere con il figlio (affiliato anche lui) e ricostruisce, con ampi flash-back, la sua ascesa ai vertici della Famiglia Gambino. Dagli esordi all’eliminazione dello stesso capo-clan fino alla definitiva condanna (dopo quattro assoluzioni) e all’epilogo, in carcere malato di cancro. Ma manca un filo conduttore, un senso, una logica, una vera storia, rimangono episodi, frammenti slegati che non coinvolgono. Soprattutto non riescono a rendere le atmosfere, le dinamiche, le logiche di una famiglia mafiosa, rimane tutto in superficie, grandi mezzi ma poca, pochissima sostanza. Nulla a che vedere con un Coppola, ma neppure con i Soprano.
Giudizio: *

Al cinema: Sulla mia pelle, BLACKkKLANSMAN, The wife

SULLA MIA PELLE
Film drammatico sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi
Regia: Alessio Cremonini
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Mauro Conte, Max Tortora

sulla mia pelle

Berenice dice: sulla pelle, il corpo, l’anima di un ragazzo (e di tutti noi).
Un ragazzo, poco più che trentenne, ma ancora fragile, che non ha trovato il suo posto del mondo. E’ scontroso, non simpatico, non facile. Pagherà a caro prezzo questo suo essere, non poi così fuori dalle righe, come tanti altri ragazzi suoi coetanei. Ma Stefano ha la sfortuna di incappare in chi non dovrebbe e rimanere impigliato in un meccanismo più forte, potente, disumano di quanto si immagini. Assistiamo, impotenti e increduli, a questo suo sprofondare silenzioso, come fosse una condanna già scritta cui non si può opporre. Lui tace – per paura di guai e mali peggiori – non sa, non capisce che il peggio è già stato fatto, lo vediamo in quel suo corpo martoriato, che si fa sempre più magro, livido, dolente. E’ come se, assieme a lui, tutti noi provassimo quel dolore, alla schiena, alle ossa, alla testa, la simbiosi di un bravissimo Alessandro Borghi con Cucchi è pressoché totale, rendendo ancora più vivo, forte e vicino lo strazio di quel corpo. Il regista non risparmia nulla né a noi né a Cucchi o alla sua famiglia, non abbellisce, non ingentilisce, ci mostra le cose, le persone, ‘i protagonisti’ come sono, per quello che sono, senza giustificazioni o falsi alibi, così chi non vede o non vuole vedere, chi tenta di intervenire ma si arrende, chi ha paura di ribellarsi, chi si trincera dietro carte, bolli, permessi. Intanto un ragazzo moriva, solo in un letto di ospedale, non è il solo, come ci diranno alla fine, sui titoli di coda. Non dovrebbe accadere, invece è accaduto. Cremonini ha il coraggio di mostrarcelo, nudo, crudo, livido come il corpo di quel ragazzo, un ragazzo come tanti altri.
Giudizio: ****

BLACKkKLANSMAN
Film americano, drammatico
Regia: Spike Lee
Interpreti: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier
Adattamento del libro Black Klansman dell’ex poliziotto Ron Stallworth

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Berenice dice: non convince
Denver Colorado, anni Settanta. Ron Stallworth è un ragazzotto afro-americano che si arruola nella Polizia, il primo della città. Sarà anche il primo nero a riuscire ad entrare nelle fila del Klu Klux Klan, in anni particolarmente caldi, ‘esplosivi’, come quelli. Una storia vera dalla quale Lee prende spunto per narrare in chiave poliziesca (ma a tratti anche comica, satirica, con qualche sconfinamento nel ‘tarantinismo’) un’epoca, un clima, un’America che si pensa tanto lontana, superata. Ed è proprio questo il pregio maggiore del film, rendere – alla perfezione, come Spike Lee sa fare – quegli anni, dai colori, agli abiti, la musica, pure le inquadrature, come fossimo anche noi catapultati negli anni ’70, o quantomeno in un film di quegli anni. Solo che l’esperimento non riesce fino in fondo, i vari generi (poliziesco, commedia, dramma) non sanno amalgamarsi, restituendo personaggi riusciti a metà, allegri e compagnoni nella migliore delle ipotesi, macchiette nelle altre, una storia che fatica a trovare una conclusione all’altezza del suo avvio scoppiettante. Ma Spike Lee ci ha abituati a ben altro, da lui vogliamo (pretendiamo?) di più. Interessanti le immagini (vere) finali degli scontri di Charlottesville, ma non bastano.
Giudizio: **

THE WIFE – vivere nell’ombra
Film drammatico
Regia: Biorn Runge
Interpreti: Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Max Irons
Tratto dal romanzo The wife, di Meg Wolitzer

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Berenice dice: il peso di una vita di silenzi, ombra, sacrifici
Joe e Joan, marito e moglie, scrittore senza talento lui, scrittrice brillante lei, solo che lui ha successo, fama e meriti, lei nulla. Andranno a ritirare il Nobel appena assegnato e sarà proprio questo premio a gettare in crisi la donna che gli ha vissuto a fianco una vita, nell’ombra. Cresce il disagio di lei con l’avvicinarsi della premiazione, si trasforma in disappunto, poi fastidio, astio, rancore fino a sfiorare la rabbia. La vediamo farsi strada sul viso di una straordinaria Glenn Close che mantiene il sorriso mentre ribolle dentro, rancori, risentimenti, frustrazioni accumulati in anni di silenzio riemergono e divengono
intollerabili. Fino a un epilogo (un po’ concitato, con un’accelerazione improvvisa quanto non pienamente riuscita) nel quale i due coniugi si confronteranno e scaraventeranno addosso anni e anni di risentimenti. Nel passaggio dal romanzo al film sempre qualcosa si guadagna e altro si perde, qui l’ineguagliabile interpretazione di Glenn Close regala sguardi, espressioni, gesti che pagine e pagine non riuscirebbero a rendere con pari immediatezza, la potenza dell’immagine che spiazza la parola. Ma poi quelle pagine, i pensieri così ben resi sulla pagina mancano, li possiamo solo immaginare ma non con la profondità della parola scritta, così la reazione finale della donna, improvvisa quanto repentina, per quanto attesa risulta più artificiosa. Si avverte che manca qualcosa e vien voglia di leggere il romanzo per riempire quel vuoto, ed è già un gran risultato. In una narrazione tra il presente e il passato, con ampi flashback, ben congegnati ma poco riusciti – forse anche per la recitazione poco convincente dei due giovani attori che non stanno al passo con la grandezza dei colleghi, la sceneggiatrice Jane Anderson propone il suo adattamento del romanzo di Meg Wolitzer. Non pienamente riuscito ma pur sempre interessante, soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Close e Pryce, che riescono ad andare oltre quelle pagine e farci entrare all’interno del misterioso legame che lega due persone.
Giudizio: ***