Al cinema: The children Act – Il verdetto, 1938 – Diversi, Gotti – Il primo padrino.

THE CHILDREN ACT – IL VERDETTO
Regista: Richard Eyre
Dal romanzo La ballata di Adam Henry
Autore del libro e della sceneggiatura: Ian McEwan
Interpreti: Emma Thompson, Fionn Whitehead, Stanley Tucci, Ben Chaplin

Berenice dice: quando il lavora entra nella vita e la vita entra nel lavoro.

Fiona Maye è un giudice dell’Alta Corte, brava, seria, scrupolosa, estremamente professionale. Abituata a prendere decisioni delicate, ascoltare, comprendere, contemperare interessi contrapposti. Così presa dal lavoro da non accorgersi come il suo matrimonio stia andando alla deriva. E quando la realtà le viene sventolata sotto il naso lei si chiude, tace, non vuole sentire, non vuole ascoltare, replicare. Tanto brava nel lavoro, tanto incapace negli affetti. E mentre il suo matrimonio, la sua stessa vita rischia di crollare arriva Adam Henry e il suo rifiuto di farsi curare, sottoporsi a trasfusioni che gli potrebbero salvare la vita. Deve prevalere la libertà di scelta, l’autodeterminazione, o il diritto alla vita? Combattuta, sopraffatta dal dilemma il giudice Maye andrà dal ragazzo entrando nella sua vita e lasciando che lui entri nella propria. Qualcosa cambierà in modo definitivo per entrambi. Nulla sarà più come prima. Tratto dal romanzo di Ian McEwan, La ballata di Adam Henry, qui non manca nulla, i personaggi sembrano la fotografia di quelli trovati sulla pagina; lo scrittore è unico nel tratteggiarli, entrare nei loro pensieri più profondi, mostrare le devianze per quello che sono. Se qualcosa manca – il cambiamento radicale del ragazzo improvviso quanto poco giustificato, il personaggio del marito non riuscitissimo – già era assente nel romanzo e immagini e regia non riescono a sopperire a tali manchevolezze. In compenso una Emma Thompson perfetta per la parte e un credibile Fionn Whitehead rendono al meglio il dramma, il dilemma, la sete di vita, di affetto, ma anche la fragilità, l’incrinarsi dei rapporti, il rompersi di qualcosa dentro. Aiutati da un’ottima regia, una scenografia curatissima e una fotografia di grande raffinatezza.
Giudizio: ***

 

1938 – DIVERSI

Film documentario
Regia: Giorgio Treves

Berenice dice: uguali ma diversi, il razzismo nel suo nascere.

Il fascismo, l’uso della stampa, la propaganda, la Guerra in Etiopia, in Abissinia, la razza pura, il razzismo coloniale, poi antisemita. Attraverso filmati, immagini, giornali del tempo, seguiamo l’ascesa del fascismo e le sue degenerazioni. Immagini si alternano a interviste; storici, scrittori, sociologi, testimoni del tempo ci raccontano un’Italia che stentiamo a riconoscere. Vediamo come dal niente (“gli italiani non erano anti-semiti”, assicurano gli storici intervistati) si è costruita prima una diffidenza, poi un disprezzo, un’intolleranza, un rancore e infine vero odio. Come sia potuto accadere continuiamo a chiedercelo come se lo chiedevano, attoniti e sbigottiti, gli stessi protagonisti. Nessuno se lo aspettava, nessuno ci credeva eppure dall’oggi al domani cittadini italiani perfettamente integrati, professori, avvocati, medici, studenti, bambini, non erano più persone gradite. Cacciati da scuole, università, uffici, case, negozi. Apparivano scritte sui muri (le prime, sono nate a quel tempo, ci spiega un testimone), divieti (‘vietato l’ingresso a cani ed ebrei’), aggressioni, notizie di cronaca che li vedevano come protagonisti (proprio come oggi hanno sempre a oggetto immigrati, osserva un altro testimone). Cose che già conoscevamo e altre che scopriamo grazie a testimoni, immagini del tempo, articoli, frammenti, dichiarazioni dei protagonisti di allora, in un sapiente alternarsi di immagini, testimonianze, foto, slogan, silenzi che dicono più di mille parole. Un piccolo documentario presentato fuori concorso a Venezia, che ha la capacità di farci entrare all’interno di quel meccanismo oscuro chiamato razzismo, di scomporlo per rivelare i suoi più nascosti segreti, il suo stesso funzionamento, più semplice ed elementare di quanto si pensi. Lo abbiamo visto tante volte e lo continuiamo a vedere, ancora oggi. Ogni volta da capo come non fosse mai successo prima, come non avessimo imparato nulla.
Giudizio: ***

 

GOTTI –   IL PRIMO PADRINO
Regia: Kevin Connolly
Interpreti: John Travolta, Kelly Preston, Spencer Lofranco, Stacy Keach

Berenice dice: del capolavoro di Coppola solo il titolo.

John Gotti, un noto e spietato mafioso che aveva spopolato negli anni Ottanta, diventando un fenomeno mediatico, qui lo vediamo vecchio, malato, condannato all’ergastolo, interpretato da un John Travolta molto (troppo?) nella parte, debitamente invecchiato. Parla in carcere con il figlio (affiliato anche lui) e ricostruisce, con ampi flash-back, la sua ascesa ai vertici della Famiglia Gambino. Dagli esordi all’eliminazione dello stesso capo-clan fino alla definitiva condanna (dopo quattro assoluzioni) e all’epilogo, in carcere malato di cancro. Ma manca un filo conduttore, un senso, una logica, una vera storia, rimangono episodi, frammenti slegati che non coinvolgono. Soprattutto non riescono a rendere le atmosfere, le dinamiche, le logiche di una famiglia mafiosa, rimane tutto in superficie, grandi mezzi ma poca, pochissima sostanza. Nulla a che vedere con un Coppola, ma neppure con i Soprano.
Giudizio: *

Al cinema: Sulla mia pelle, BLACKkKLANSMAN, The wife

SULLA MIA PELLE
Film drammatico sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi
Regia: Alessio Cremonini
Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Mauro Conte, Max Tortora

sulla mia pelle

Berenice dice: sulla pelle, il corpo, l’anima di un ragazzo (e di tutti noi).
Un ragazzo, poco più che trentenne, ma ancora fragile, che non ha trovato il suo posto del mondo. E’ scontroso, non simpatico, non facile. Pagherà a caro prezzo questo suo essere, non poi così fuori dalle righe, come tanti altri ragazzi suoi coetanei. Ma Stefano ha la sfortuna di incappare in chi non dovrebbe e rimanere impigliato in un meccanismo più forte, potente, disumano di quanto si immagini. Assistiamo, impotenti e increduli, a questo suo sprofondare silenzioso, come fosse una condanna già scritta cui non si può opporre. Lui tace – per paura di guai e mali peggiori – non sa, non capisce che il peggio è già stato fatto, lo vediamo in quel suo corpo martoriato, che si fa sempre più magro, livido, dolente. E’ come se, assieme a lui, tutti noi provassimo quel dolore, alla schiena, alle ossa, alla testa, la simbiosi di un bravissimo Alessandro Borghi con Cucchi è pressoché totale, rendendo ancora più vivo, forte e vicino lo strazio di quel corpo. Il regista non risparmia nulla né a noi né a Cucchi o alla sua famiglia, non abbellisce, non ingentilisce, ci mostra le cose, le persone, ‘i protagonisti’ come sono, per quello che sono, senza giustificazioni o falsi alibi, così chi non vede o non vuole vedere, chi tenta di intervenire ma si arrende, chi ha paura di ribellarsi, chi si trincera dietro carte, bolli, permessi. Intanto un ragazzo moriva, solo in un letto di ospedale, non è il solo, come ci diranno alla fine, sui titoli di coda. Non dovrebbe accadere, invece è accaduto. Cremonini ha il coraggio di mostrarcelo, nudo, crudo, livido come il corpo di quel ragazzo, un ragazzo come tanti altri.
Giudizio: ****

BLACKkKLANSMAN
Film americano, drammatico
Regia: Spike Lee
Interpreti: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier
Adattamento del libro Black Klansman dell’ex poliziotto Ron Stallworth

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Berenice dice: non convince
Denver Colorado, anni Settanta. Ron Stallworth è un ragazzotto afro-americano che si arruola nella Polizia, il primo della città. Sarà anche il primo nero a riuscire ad entrare nelle fila del Klu Klux Klan, in anni particolarmente caldi, ‘esplosivi’, come quelli. Una storia vera dalla quale Lee prende spunto per narrare in chiave poliziesca (ma a tratti anche comica, satirica, con qualche sconfinamento nel ‘tarantinismo’) un’epoca, un clima, un’America che si pensa tanto lontana, superata. Ed è proprio questo il pregio maggiore del film, rendere – alla perfezione, come Spike Lee sa fare – quegli anni, dai colori, agli abiti, la musica, pure le inquadrature, come fossimo anche noi catapultati negli anni ’70, o quantomeno in un film di quegli anni. Solo che l’esperimento non riesce fino in fondo, i vari generi (poliziesco, commedia, dramma) non sanno amalgamarsi, restituendo personaggi riusciti a metà, allegri e compagnoni nella migliore delle ipotesi, macchiette nelle altre, una storia che fatica a trovare una conclusione all’altezza del suo avvio scoppiettante. Ma Spike Lee ci ha abituati a ben altro, da lui vogliamo (pretendiamo?) di più. Interessanti le immagini (vere) finali degli scontri di Charlottesville, ma non bastano.
Giudizio: **

THE WIFE – vivere nell’ombra
Film drammatico
Regia: Biorn Runge
Interpreti: Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Max Irons
Tratto dal romanzo The wife, di Meg Wolitzer

the wife

Berenice dice: il peso di una vita di silenzi, ombra, sacrifici
Joe e Joan, marito e moglie, scrittore senza talento lui, scrittrice brillante lei, solo che lui ha successo, fama e meriti, lei nulla. Andranno a ritirare il Nobel appena assegnato e sarà proprio questo premio a gettare in crisi la donna che gli ha vissuto a fianco una vita, nell’ombra. Cresce il disagio di lei con l’avvicinarsi della premiazione, si trasforma in disappunto, poi fastidio, astio, rancore fino a sfiorare la rabbia. La vediamo farsi strada sul viso di una straordinaria Glenn Close che mantiene il sorriso mentre ribolle dentro, rancori, risentimenti, frustrazioni accumulati in anni di silenzio riemergono e divengono
intollerabili. Fino a un epilogo (un po’ concitato, con un’accelerazione improvvisa quanto non pienamente riuscita) nel quale i due coniugi si confronteranno e scaraventeranno addosso anni e anni di risentimenti. Nel passaggio dal romanzo al film sempre qualcosa si guadagna e altro si perde, qui l’ineguagliabile interpretazione di Glenn Close regala sguardi, espressioni, gesti che pagine e pagine non riuscirebbero a rendere con pari immediatezza, la potenza dell’immagine che spiazza la parola. Ma poi quelle pagine, i pensieri così ben resi sulla pagina mancano, li possiamo solo immaginare ma non con la profondità della parola scritta, così la reazione finale della donna, improvvisa quanto repentina, per quanto attesa risulta più artificiosa. Si avverte che manca qualcosa e vien voglia di leggere il romanzo per riempire quel vuoto, ed è già un gran risultato. In una narrazione tra il presente e il passato, con ampi flashback, ben congegnati ma poco riusciti – forse anche per la recitazione poco convincente dei due giovani attori che non stanno al passo con la grandezza dei colleghi, la sceneggiatrice Jane Anderson propone il suo adattamento del romanzo di Meg Wolitzer. Non pienamente riuscito ma pur sempre interessante, soprattutto grazie alla magistrale interpretazione di Close e Pryce, che riescono ad andare oltre quelle pagine e farci entrare all’interno del misterioso legame che lega due persone.
Giudizio: ***

 

Al cinema: Un affare di famiglia, Una storia senza nome, Sembra mio figlio

locandina

UN AFFARE DI FAMIGLIA

Film drammatico giapponese
Regista: HiroKazu Koreeda
Cast: Lily Franky, Nobuyo Shibata, Sokuke Ikematsu
Premi: Palma d’oro, Festival di Cannes

Berenice dice: la famiglia che scegliamo
Un uomo ruba assieme a un ragazzino in un supermercato, padre e figlio pensiamo. Sulla strada di casa vedono una bambina, triste, sola, li guarda malinconica, ha fame, ha freddo. La portano con loro, una casa piccola, piena di cose, di persone, una grande famiglia pensiamo. E iniziamo a immaginarci chi sia figlio di chi, madre o nonna di chi. Intanto la bambina, si scopre, è piena di cicatrici, non riescono proprio a riportarla a casa, la tengo con loro. Piano piano, iniziamo a pensare che, forse, anche gli altri non sono davvero legati dal sangue, si insinuano i dubbi, nel frattempo però il regista ci ha fatto entrare dentro questa strana famiglia, i suoi legami, gli affetti, qualcosa di profondo e solido, nonostante le apparenze.
Persone che hanno poco, fanno lavori umili, rubacchiano, vivono ai margini eppure non si risparmiano nel darsi, il tutto con allegria, leggerezza, semplicità. Koreeda Hirokazu ha la capacità di farci entrare in una realtà che crediamo conosciuta per ribaltare ogni nostra certezza e quando pensiamo di averla compresa la ribalta ancora, con grande naturalezza, in maniera quasi impercettibile, tanto da non sconvolgerci neppure. Capiamo che ci vuole raccontare un altro Giappone, non quello moderno, sfavillante, tecnologico e iper-strutturato cui siamo abituati, uno più nascosto e altrettanto vero, che ci sorprende, tocca nel profondo e sentiamo più vicino. Un Giappone che avevamo iniziato a scorgere in Padri e Figli, ma che qui diventa protagonista, assieme a un lato oscuro del Paese che non conoscevamo, fatto di violenze, soprusi, bambini maltrattati, lato accuratamente celato ma non per questo meno vero. Il tutto narrato con grande delicatezza, accennato più che mostrato, con eleganza, leggerezza e un’intensità rara, come il meraviglioso viso della piccola Yuri.
Giudizio: ****

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UNA STORIA SENZA NOME

Film drammatico
Data di uscita: 20 set 2018 (Italia)
Regia: Roberto Andò
Cast: Micaela Ramazzotti, Laura Morante, Alessandro Gassmann, Antonio Catania

Berenice dice: tanti elementi, poca sostanza
Una timida segretaria di un produttore che, in gran segreto, scrive sceneggiature per uno scrittore di successo, gigione e superficiale, un misterioso ‘detective’ che spunta dal niente, una madre ingombrante e sentenziosa, un critico d’arte inglese e chiacchierone, un produttore legato alla criminalità, la mafia, la politica. Seguiamo la ragazza, timida, impacciata, perdutamente innamorata, che piano piano, con l’aiuto del misterioso detective, si addentra nelle maglie di un mistero che via via diventa sempre più grande ed intricato. Costruito come un giallo, con tanto di colpi di scena (fin troppi, specie sul finire), entra nel mondo del cinema, della produzione, dei legami con la mafia poi sembra perdersi, mafia e politica, misteri, complotti. Un po’ troppo per le esili gambe di una timida segretaria che disvela un mistero più grande di lei (e anche, forse, del film). Un film che vuole troppo ma finisce per non lasciare molto, ben costruito, ben recitato, ben girato, ricco di citazioni, ma che vola in superficie senza mai andare davvero in profondità, lasciando più dubbi che verità, qualche perplessità e non poco scetticismo. Si lascia vedere ma non molto altro.
Giudizio: **

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SEMBRA MIO FIGLIO

Film drammatico, Italia 2018
regia: Costanza Quatriglio, primo lungometraggio di finzione
Interprete: Basir Ahang

Berenice dice: quando il passato ti viene a cercare
Ismail e Hassan, due fratelli di etnia hazara fuggiti dall’Afghanistan poco più che bambini vivono in Italia da anni. Ismail lavora, fa progetti, è integrato, Hassan è più timido, introverso, fragile. Seppur più grande è minuto, vulnerabile, delicato, è il fratello che pensa a tutto, si occupa di ogni cosa, protegge l’altro.
Anche dalle misteriose telefonate che riceve di nascosto, la sera, da una voce flebile, incerta, una donna, forse la madre. Poi è un uomo che prende il controllo di quelle telefonate, non fa più parlare la donna, dà ordini, anche a Ismail che con nostra sorpresa non si oppone, lascia fare. Così lo fa parlare con Hassan, è il primogenito e l’uomo vuole parlare solo con lui, impone regole e valori che non appartengono più ad Ismail. Assistiamo al graduale farsi strada di un passato, di radici e valori dimenticati, che vengono disseppelliti e imposti con prepotenza. Prepotenza che vediamo gradualmente rifarsi spazio nel fratello maggiore, quasi che grazie a quell’uomo avesse ritrovato il suo ruolo, una sua collocazione, da troppo tempo schiacciata, negata dall’inferiorità fisica. Ismail non lo riconosce più, non lo capisce, come non capirà le sue scelte, né il suo Paese quando ci tornerà. Tratto da uno storia vera, con il bel volto del poeta e giornalista afghano, Basir Ahang, segnato e antico, proprio come la storia del suo popolo Hazara. Una storia che andava raccontata, anche se l’influenza del documentario è presente e forte, la narrazione manca a tratti di scioltezza, deve ancora essere affinata, in compenso rimane una sensibilità per la fotografia non comune che regala immagini uniche. Un film intenso, coraggioso, con un finale che si porta dentro tutto il dramma di un popolo.
Giudizio: ***

Al cinema: Lucky, Mr Long, The Escape

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LUCKY

Berenice dice: quando il corpo inizia ad abbandonarci

Lucky è un novantenne cinico e irriverente, se ne infischia di regole, buon senso, raccomandazioni del medico. Non dà ascolto a nessuno, beve, fuma in continuazione, passa le sue giornate a fare parole crociate, battute con i suoi amici, seguire quiz televisivi. Vive da solo, in un paesino in mezzo al deserto, aspro e asciutto proprio come lui. Non ha bisogno di nessuno: ‘solo da solus, completo’, dice. Un giorno, all’improvviso cade, senza ragione, semplicemente il suo corpo lo abbandona. ‘Stai diventando vecchio’, sentenzia il medico, ‘c’è un momento in cui il nostro corpo inizia ad abbandonarci’ aggiunge. Lucky realizza per la prima volta che può morire e presto, ha paura. Ed è con il suo viso scavato, quasi spettrale, il fisico consumato, ridotto ai minimi termini, le mani grandi, nodose, lo sguardo di chi vede il viso della morte molto da vicino, che il regista ci narra questa piccola storia, tenera e delicata, senza scadere nel patetico, riuscendo a mischiare ironia e tenerezza, irriverenza, sarcasmo e tanta umanità. E, sopra ogni cosa, una sconfinata tenerezza, quella che proviamo sin dal primo istante per Lucky, un Harry Dean Stenton alla sua ultima interpretazione, con quel suo sguardo perso, i passi incerti, il fisico stanco, i modi bruschi, la dolcezza e l’ironia del suo sorriso. Lo stesso sorriso che ci regalerà sul finale, con l’immancabile sigaretta tra le labbra. ‘Non ci resta che ridere’, dice, e quel sorriso ci rimane nel cuore.

Giudizio: **** con qualche più.

 

Mr Long

MR LONG

Berenice dice: vite interrotte che con fatica riprendono per poi interrompersi di nuovo.

Un feroce killer, una ex-prostituta tossicodipendente, un bambino che si deve prendere cura della madre, ai margini di una metropoli come Tokyo, in una periferia povera, desolante, piovosa e grigia. Ma è proprio da quell’improbabile incontro che nasce qualcosa di forte e profondo che avvertiamo farsi strada piano piano, tra uno sguardo, un gesto, un sorriso, con forza e determinazione. Lo vediamo nel bel viso duro, imperturbabile di Mr Lang, il killer (un bravissimo Chan Chen), nel bambino con la sua fame d’affetto, nel sorriso della madre che lentamente si affranca dalla sua dipendenza, si riavvicina al figlio e in qualche modo anche quell’uomo, impassibile, misterioso, duro eppure così attento e gentile con il bambino. Intorno a loro una comunità bizzarra ma piena di umanità e altruismo, che aiuta quello sconosciuto, con la casa, il lavoro, il bambino. Ma anche una malavita crudele, spietata, disumana che non darà tregua né al killer né all’ex-prostituta, ormai madre e “pulita”, proprio quando iniziava di nuovo a sperare in una vita ordinaria. Una storia senza sconti, che sfiora la fiaba, con qualche occhiata anche al kitchen-movie, ai margini di tutto eppure con una dolcezza di fondo e una vena poetica che si avverte in ogni immagine (tutte studiatissime, perfette).

Giudizio:  ***

 

theescape

THE ESCAPE

Berenice dice: l’indecifrabile male di vivere (oppure: la depressione vista da vicino – senza essere deprimente)

Tara è bella, giovane, ha tutto. Un marito che la ama, due adorabili bambini, una  casa, grande, spaziosa, bella. Tutto è perfetto, eppure qualcosa s’inceppa, le manca l’aria, si sente soffocare. Non capisce, non sa che le succede, non osa neppure parlarne, piange di nascosto e continua a fare la vita di sempre, ma non è più la stessa. Pian piano inizia a confidarsi, con il marito, la madre. ‘Non sono più felice’ dice, ma non la ascoltano davvero, non capiscono. ‘È una fase, capita a tutte’, le dice la madre. ‘Tutto purché sia felice’, ripete il marito che desidera indietro la sua Tara, quella che gli faceva trovare la cena pronta, si occupava dei bambini, pensava a ogni cosa in modo che lui potesse fare tranquillo la sua vita. Quella Tara non c’è più, e forse non tornerà mai. La seguiamo nella sua fuga, la ritrovata libertà, scorgiamo quel velo di tristezza che non la abbandona. Fino ad un finale più che aperto, tutto da decifrare, proprio come la depressione, al centro di questo film sincero e coraggioso. Con delicatezza ma senza risparmiare nulla, con grande onestà e nessun giudizio, la regista ci fa entrare nei meandri più profondi di quello che per molti è e rimane un indecifrabile enigma. Ci fornisce anche tutti gli indizi per decifrare il finale, ma ciascuno ci metterà quello che vuole e sente, proprio come accade con la depressione. Chi ci è passato si ritroverà in tante cose, chi ha avuto la fortuna di passarci solo accanto forse riuscirà a capirla un po’ meglio. Un film molto vero, per nulla consolatorio, in nessun modo deprimente, ben girato, magistralmente interpretato, che lascia una sensazione di sospensione, proprio come certe immagini dal treno, che scorrono via senza una precisa forma, senza che sia possibile soffermare lo sguardo o intravedere i contorni di qualcosa. Proprio come la depressione.

Giudizio: ****

 

Al cinema: Il sacrificio del cervo, L’albero dei vicini, Mexico! Un cinema alla riscossa.

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Berenice: da evitare

Steven, chirurgo affermato, da qualche tempo incontra Martin, un ragazzino con qualche difficoltà. Iniziamo a farci delle idee, forse è il figlio – anche se lo chiama per nome, non papà – forse altro, l’uomo gli fa dei regali, lo abbraccia, lo vede possibilmente non in pubblico. Poi vuole che incontri la sua famiglia, i suoi figli. Capiamo di aver sbagliato, anche se ancora non comprendiamo fino in fondo, al contempo ci sfugge cosa non vada in quel ragazzo che ci inquieta. L’inquietudine cresce con l’avanzare del film; musica, immagini, inquadrature non fanno che aumentare la suspence. Poi la svolta, il dramma. E’ qui che il film scricchiola e inizia a dare segni di cedimento. Ma ancora abbiamo voglia di capire, di seguire il dilemma davanti al quale viene messo il chirurgo e la sua intera famiglia. Riaffiorano crepe profonde in un matrimonio che sembrava perfetto. Non si sgretola, ma mostra chiari i segni di una tensione profonda, un equilibrio solo apparente, una felicità più esibita che reale, questa la parte più interessante del film. Poi, nel procedere verso l’epilogo il film si accartoccia. Troppe le cose che non si comprendono, non tornano, non sono credibili, fino a sfiorare l’assurdo. Evidenti, e voluti, i richiami a Kubrick, sin dalle prime immagini, senza essere all’altezza del maestro. Per quanto vi fossero le premesse (ambientazione, fotografia, musica, attori di fama) il risultato non convince, peccato poteva essere un bel thriller capace di portarci dentro le nostre paure più profonde, senza sconfinare inutilmente nell’horror. La scelta è stata diversa (troppo ambiziosa?) e purtroppo si vede.

Giudizio: *

 

 

L’ALBERO DEI VICINI

Berenice: un regista dovrebbe sapere quando è meglio fermarsi, per il bene del film (e degli spettatori).

Un bellissimo albero, rigoglioso, pieno di vita e di foglie. Un giovane uomo che si diverte a rivedere vecchi filmini in cui fa sesso con la sua ex. Un figlio scomparso che non tornerà mai più. Una madre sconvolta dalla scomparsa, una moglie infuriata e umiliata dalla scoperta, una donna infastidita dall’albero e forse anche da quei vicini, che mal e poco la tollerano. Inizia tutto da qui, piccoli screzi, futili incomprensioni, qualche malinteso. Invece di chiarirsi questi si accentuano, diventano più profondi, intollerabili fino ad esplodere. Assieme a un veleno, una cattiveria, una violenza che gli stessi protagonisti non sapevano di avere. Osserviamo la tensione, le incomprensioni, i conflitti che crescono, si gonfiano come bolle, sfuggono a ogni controllo. Un crescendo  semplice da riconoscere dall’esterno, impossibile dall’interno. Atli, il figlio e marito separato, capisce bene come la madre esageri, si spinga oltre il tollerabile con la vicina. Gli sfugge però quanto violente e incomprensibili siano le sue reazioni, con la moglie, gli insegnanti dell’asilo, la polizia. Il tutto in una tranquilla, pacifica e democratica Islanda, Paese civile, dove non si grida, non si alza la voce, i cani vengono tenuti al guinzaglio e i diritti di tutti sono riconosciuti e rispettati. Il regista si prende gioco del suo democratico Paese, fatto di regole – morali, sociali, legali – che forse soffocano i suoi abitanti con i risultati che con perizia mette in scena, fino alle sue più estreme conseguenze. Ed è proprio qui che forse esagera, vuole mostrare tutto tutto fino in fondo. Se il regista si fosse fermato a una scena clou (in prossimità della fine) in cui si intuisce già tutto avrebbe fatto un regalo al suo film (e a tutti noi). Affidarsi al non detto è scelta difficile e coraggiosa ma sempre saggia. Il regista non l’ha voluta o saputa fare. Peccato.

Giudizio: **

 

MEXICO! UN CINEMA ALLA RISCOSSA (documentario)

Berenice: il sogno di vendere sogni

Questo era il sogno di Antonio Sancassani, titolare del Mexico e protagonista assieme al suo cinema del film-documentario che il giovane regista Michele Rho gli ha dedicato. Ed è proprio partendo dal sogno di un uomo comune, che ama la libertà, l’indipendenza, che non vuole piegarsi alle regole di un mercato dominato da pochi, che il regista ricostruisce la storia dei cinema di Milano. Sale immense, eleganti, piene di gente – così piene da dover aprire le porte in anticipo per evitare le rompessero – che arricchivano e animavano il Centro della città, e non solo. ‘Ogni quartiere aveva il proprio cinema’ ricorda uno dei tanti testimoni (citiamo tra i molti: Moni Ovadia, Mereghetti, Porro, Bisio, Bigazzi, Ragonese). Luoghi storici per la Milano di un tempo, ora ridotti a centri commerciali, grandi negozi, ristoranti, nel migliore dei casi, in stato di abbandono, chiusi in attesa di qualche buon investitore, negli altri. Sancassani non si è arreso e ha fatto di necessità virtù, inventandosi un nuovo modo di fare cinema, presentazioni con attori e registi, eventi, rassegne di film dimenticati, opere prime, film indipendenti, in lingua originale e, sopra ogni cosa, andandosi a cercare i film che nessuno gli voleva dare. E questa è stata la sua fortuna, tra i film che nessuno voleva ha trovato ‘Il Vento fa il suo Giro’, ci ha creduto e scommesso. E’ rimasto in programmazione per oltre due anni (e gli è valso l’Ambrogino d’Oro nel 2011). Questo ha voluto raccontare, in modo fresco, ironico, originale, con franchezza (e anche tanto affetto) il regista, usando le sue stesse parole ‘la storia di un uomo che ha realizzato il suo sogno’ e che continua a regalarne a tutti noi. Narrando al tempo stesso una storia più grande, di molti che – come il protagonista – lottano ogni giorno per la sopravvivenza. Affinché anche noi come Sancassani  bambino – e, per sua espressa ammissione,  ancora oggi – possiamo continuare a provare la stessa immensa, indimenticabile emozione ogni volta che si spengono le luci e attendiamo che il sogno abbia inizio.

Giudizio: ****

 

Al cinema: La terra dell’abbastanza e L’atelier

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LA TERRA DELL’ABBASTANZA
Berenice dice: quando l’abbastanza è meglio dell’abbondanza
Ed è proprio la terra dell’abbastanza quella di Mirko e Manolo, inseparabili amici da sempre. E a loro basta, ridono, scherzano, fanno progetti, sono ragazzi e tutto può ancora
accadere. Poi qualcosa accade davvero, ma non è quello che speravano. Sorpresa, paura, terrore. Non sanno che fare sulle prime, fanno come nulla fosse poi – su consiglio del padre di Manolo. Poi ancora si convincono che potrebbe essere un’occasione e decidono di coglierla. Ma l’occasione si rivela presto per quello che è, chiede loro più di quanto siano realmente pronti a dare, li cambia, li trasforma. La terra dell’abbastanza si trasforma nella terra dell’abbondanza, ma non senza conseguenze, neppure loro si riconoscono più. I loro destini rimangono legati in modo indissolubile fino a un epilogo che li vedrà comunque assieme. I Fratelli Ignazio ci narrano la storia di una profonda e solida amicizia ai margini di tutto, in una periferia lasciata a se stessa ed alle bande di criminali, ragazzi che crescono come possono, genitori che li tirano su come viene. Bravissimi i due giovani protagonisti (un Crapenzago che abbiamo già conosciuto e molto apprezzato in “Tutto quello che voglio”, affiancato da un altrettanto Olivetti che promette molto), ottima regia, solida storia, fotografia notevole. Un esordio sorprendente, i fratelli Ignazio sono da tenere d’occhio, così come i due ragazzi.

Giudizio: ****

 

atelier
L’ATELIER
Berenice dice: il misterioso fascino del male
Un atelier di scrittura, un gruppo di ragazzi con problemi scolastici, una famosa scrittrice, un programma di recupero che passa per la stesura di un romanzo. I giovani si cimentano con la scrittura, la costruzione di una storia (un noir), dei personaggi, le difficoltà dello scrivere, guidati da Olivia, una donna matura, di successo, ricca. Da subito emerge il carattere di ciascuno, le motivazioni (o l’assenza di motivazioni), il legame con il passato, un presente difficile che passa sulle loro vite, per il colore della loro pelle. Fanno presto amicizia, nonostante le diverse origini, la differente cultura. Sono affiatati, motivati, fanno gruppo. Tranne Antoine, si tiene ai margini, come avesse il timore di mescolarsi, lasciarsi andare, provoca, cerca lo scontro, sostiene posizioni insostenibili, rivelando un grande vuoto e una profonda solitudine. Si intravvede però qualcos’altro, assieme a un certo talento sembra vi sia del compiacimento, per la violenza, il dolore, il male. I compagni si ribellano, ‘non si può’, ma dove sta il confine? Cos’è arte, creatività, immaginazione e cosa è altro, diverso, inaccettabile? Ci sono dei limiti che non si possono oltrepassare? E quali sono? E chi lo dice? Olivia difende la libertà dello scrittore, rivendica l’autonomia dell’arte, la distinzione tra personaggi e il pensiero dell’autore. Si ritrova nell’approccio creativo di Antoine, è in parte attratta dalla complessità del ragazzo, buono spunto per il romanzo che sta scrivendo. Sfuggente, insondabile, ambiguo, apparentemente indifferente, sordo al male, alla violenza, alla morte non riusciamo a inquadrarlo e neppure afferrarlo fino in fondo. Meno riuscita la figura della scrittrice-insegnante, ma forse rappresenta solo la nostra incapacità di comprendere, la nostra totale impotenza. Il regista de “La Classe”, dieci anni dopo, è di nuovo alle prese con i ragazzi, ma il paese è cambiato, la realtà è diversa, il terrorismo non è passato senza lasciare traccia, nuove difficoltà, nuovi problemi, un razzismo antico che assume però forme nuove, su tutto una violenza cieca e senza ragione. Un ritratto fedele, per certi aspetti inquietante, di una gioventù che poco e male conosciamo.

Giudizio: ***

Al cinema: Il dubbio, La terra di Dio, The disaster artist

 

IL DUBBIO – Un caso di coscienza
Berenice dice: quando i dubbi incrociano la coscienza.
Un banale incidente, tornando dal lavoro Kaver Namiram investe un motorino con padre, madre, figlio a bordo. Il bambino cade, batte la testa, si rialza, pare stare bene, il padre non ne vuole sapere di portarlo in ospedale. Le vite di Kaver e della famigliola sembrano doversi separarsi lì per sempre. Invece qualche giorno dopo l’uomo, uno stimato e scrupoloso medico legale, si ritrova davanti il bambino, in obitorio. Da quell’istante i dubbi lo tormenteranno. Paura e silenzio prevarranno prima, la coscienza solo poi. Al contempo dubbi, sensi di colpa, dilemmi uguali e opposti tormenteranno il padre del bambino. Due coppie contrapposte, medico e collega (moglie?) da una parte, padre e madre dall’altra, agiati gli uni, indigenti gli altri; professionisti stimati i primi, ai margini della società i secondi; misurati e riflessivi Kaver e la collega, impulsivi, senza controllo, a tratti violenti i genitori del bambino. Le loro vite si incrociano e intrecciano, le colpe degli uni ricadono sugli altri, le omissioni dei primi provocano reazioni irrimediabili nella vita degli altri. In un intricato e indissolubile dramma che non permette di sciogliere i dubbi, attribuire colpe, comprendere dove finiscono le responsabilità degli uni e iniziano quelle degli altri. Girato con mano sicura, un’asciuttezza voluta, anche nei colori (quasi in bianco e nero), i dialoghi, gli ambienti. Bravissimi attori, belle figure femminili – donne forti, sicure, determinate – sullo sfondo un paese (l’Iran) del quale non sapremo mai abbastanza.
Giudizio: ****

LA TERRA DI DIO
Berenice dice: la terra come protagonista
Una terra aspra, attraversata dal vento, la nebbia, il gelo. Dura come la gente che la abita, la famiglia di Johnny, la nonna e ancora più il padre, di poche parole, modi bruschi, insulti facili. E il ragazzo non è da meno, ha conosciuto solo parole che somigliano a pietre, ordini, rimproveri, lamentele, non fa che usare la stessa durezza con chi gli sta attorno. Poi arriva Gheorghe, un ragazzo rumeno, e qualcosa cambia. Non subito, al contrario. Sulle prime Johnny lo accoglie con fastidio, una certa ostilità, sempre più evidente, fino a diventare fisica. Ma Gheorghe non si lascia intimorire né ingannare.Guarda, osserva, capisce. Non gli sfugge nulla, con i suoi grandi occhi scuri vede tutto e comprende ogni cosa. Ma non dice niente, lavora e tace. Osserva, non reagisce, tollera, sopporta, aiuta Johnny fino a conquistarne la fiducia, e anche altro. Il regista voleva rendere la poesia e l’asprezza della sua terra, dove è cresciuto (belle le immagini finali in super-otto) e ci riesce, facendo di quelle valli, il cielo grigio, le nuvole spesse come coperte, l’acqua gelida, un protagonista del film, capace di parlare più e meglio dei suoi personaggi, accompagnarli e completarli. Impossibile pensare a questo film senza quella terra.
Giudizio: ***

THE DISASTER ARTIST
Berenice dice: non convince
Stravagante quanto il suo protagonista. Tommy Wiseau, un megalomane aspirante artista, dalle origini oscure, età ignota e smisurata ricchezza, stringe amicizia con Greg, giovane e inesperto attore in cerca di fama. I due andranno a Los Angeles a inseguire il loro sogno e, quando capiranno che nessuno li farà lavorare, decideranno di fare da socinema, recensione, il dubbio, la terra di dio, the disaster artist, li. O meglio, Wiseau – con le sue manie di grandezze e sconfinati fondi – deciderà di scrivere, girare, interpretare e produrre il suo film, con attore protagonista il suo caro amico Greg. Risultato il peggiore film di tutti i tempi. Il regista James Franco decide di raccontare la vera storia del film, dall’amicizia tra Wiseau e Greg al disastroso insuccesso, passando per i deliri del protagonista, le scene del film fatte e rifatte (ricalcando pedissequamente quelle reali, come si vedrà nel finale che le mette a confronto), gli screzi fra gli amici, le violente reazioni di Wiseau. Ben girato, ben costruito, buon ritmo eppure non coinvolge, è la storia (quella vera) che non convince, il suo protagonista (ottimamente interpretato, forse fin troppo, da James Franco) a risultare più inquietante di quanto dovrebbe, finendo per allontanare (quasi disturbare).
Giudizio: **

Al cinema: Cosa dirà la gente, Final portrait, Loro2

COSA DIRA’ LA GENTE

Berenice dice: non solo finzione
Norvegia, Pakistan, di nuovo Norvegia. Nisha è una ragazza giovane, bella, piena di vita. Tratti pakistani ma testa norvegese, vuole vivere, divertirsi, bere e ballare come tutti i ragazzi della sua età. La sua famiglia però la frena, la mette in guardia, tiene alle apparenza, a cosa dice la gente. Poi una leggerezza e la vita della ragazza non sarà più la stessa, i genitori, il fratello le si rivoltano contro, con una ferocia inaudita e del tutto inaspettata. Combattuta tra la fedeltà a una famiglia che nonostante tutto ama e quello che ormai è diventata – una donna libera, intelligente, consapevole che ha diritto di vivere la vita a modo suo – Nisha percorre quello che definiremmo un incubo per poi trovare la sua strada. La regista , Iram Haq, anche lei norvegese di origini pakistane, mette in scena un dramma a sfondo autobiografico, si avverte anche senza saperlo, troppi i dettagli, gli episodi talmente incredibili da non poter essere che veri. Con molto equilibrio, senza mai cadere nel patetico, evitando di farne una vittima indifesa o un’eroina, Iram Haq ci proietta all’interno di un mondo che conosciamo solo in superficie, facendoci entrare in una realtà che pensiamo altra e lontana da noi, più di quanto purtroppo sia. Che non si tratti di sola finzione – come i fatti di cronaca ci confermano anche in questi giorni – non ci conforta affatto.
Giudizio: ****

FINAL PORTRAIT

Berenice dice: estenuante
Un Giacometti al termine della sua carriera, tormentato da un talento che va e viene a suo piacimento. Chiede allo scrittore e amico americano James Lord (un sempre legnoso Armie Hammer) di posare per lui, poche sedute assicura, invece il lavoro si protrae all’infinito, giorno dopo giorno, seduta doposeduta, per diciotto lunghi, interminabili giorni. Giacometti fa, disfa, ricomincia ogni volta da capo, mai contento, mai soddisfatto, colto da angosce improvvise come da guizzi di entusiasmo altrettanto ingiustificati. Il film è scandito in giorni, il ripetersi del rituale, sedute, pranzo, attacchi d’ira, di nuovo posa, solo con piccole variazioni, architettura interessante non fosse che presto il film ne rimane ingabbiato. Stanley Tucci, alla sua quinta regia, riesce a rendere alla perfezione le angosce, le nevrosi, i tormenti dell’artista (Geoffrey Rush), il senso dell’ineffabilità del talento, sfuggente e maligno, c’è e non c’è, arriva e fugge, per la disperazione di ogni artista. Ma finisce per contagiare lo spettatore. L’effetto è lo stesso anche per chi guarda, risultando presto snervante, estenuante e, voluto o no, non è un bene per il film, e neppure per lo spettatore.
Giudizio: **

 

LORO 2

Berenice dice: migliore dell’1, ma due sono troppi
Riprende quasi dove lo avevamo lasciato. Un Berlusconi solo, triste che trama per tornare al governo. E ci riesce, con i consueti modi, già noti. Al contempo cerca di riempire il vuoto con fastose feste, signorine disponibili, un’allegria forzata quanto falsa. Avvertiamo la solitudine, una certa stanchezza, una malinconia di fondo, simile a quella di un innamorato abbandonato. Ed è proprio il rapporto con Veronica che sembra costituire il perno del film, quasi che Sorrentino ci voglia mostrare un uomo che vede il suo amore morire, la tristezza, il dolore che la fine di ogni amore porta con sé. Ma non ci riesce, o non completamente. Come rimanesse a metà, appeso tra il ritratto di un uomo pubblico sul quale si è già detto tutto e quello dell’uomo privato che però non riesce fino in fondo, lasciando un senso di incompiuto, di insoddisfazione. Nulla che non sapessimo già, poco che contribuisca a renderlo più umano, molto che lascia perplessi.
Giudizio confermato: **

Al cinema: Il prigioniero coreano, La casa sul mare

IL PRIGIONIERO COREANO
Berenice dice: prigionieri dell’ideologia
Un po’ tutti, il protagonista, i personaggi (con pochissime eccezioni) e un po’anche il regista (e forse alla fine anche noi) prigionieri dell’ideologia, più ingombrante e pesante di quanto si vorrebbe. Corea del Sud e poi anche del Nord, Nam Chul-Woo pescatore nord-coreano, sconfina con la sua piccola imbarcazione nelle acque del ‘nemico’ e viene catturato. Da lì nulla sarà più uguale, né in territorio straniero (con le sue tentazioni capitaliste) né in madre-patria (con le sue rigidità poco patriottiche). Due regimi, uguali e contrari, pressoché speculari, in mezzo cittadini comuni che ne rimangono schiacciati. Il regista sudcoreano Kim Ki-Duk ci mostra tutto questo con durezza, senza mediazioni, schermi, sottigliezze o ipocrisie. Ma il tutto rischia di avvicinarsi al proclama, ogni personaggio, ogni dialogo, ogni singola parola sembra preordinato a questo, a consegnare un preciso messaggio politico, finendo per rimanerne prigioniero. Peccato.
Giudizio: **

LA CASA SUL MARE
Berenice dice: nostalgia di un mondo che va scomparendo
Méjan, Marsiglia, oggi. Un padre tra la vita e la morte. Tre figli, un’attrice di successo, un professore ‘proletario’ per scelta e un ristoratore rimasto fedele agli ideali del padre. I tre accorrono e, mentre si prendono cura del padre, passato, ricordi, rancori riaffiorano. Riemerge un mondo di cui sono figli e al quale rimangono intensamente legati. Ma quel mondo non c’è più, assieme a loro osserviamo come gli ideali, i progetti, i suoi valori più profondi siano scomparsi, soppiantati da un mondo nuovo e privo di scrupoli che ci risulta estraneo e ingiusto. Il tutto avvolto in una grande malinconia mai lacrimosa, sempre e fiera, che trova contrappunto in un fortissimo legame fraterno che riprende e si rafforza con l’avanzare della storia. Apertamente ‘politico’, schierato per scelta con fierezza e orgoglio, non disturba, il regista Robert Guédiguian non ne rimane imprigionato. Film non senza difetti, qualche sbavatura (un po’ schematico, tanto telefonato) ma sincero e onesto.
Giudizio: *** 

Al cinema: Wajib, La Melodie, Abracadabra

 

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ABRACADABRA
Berenice dice: vulcanico
Madrid oggi e, in parte, anche ieri. Carlos e Carmen, marito e moglie da oltre vent’anni, lui tifoso sfegatato, violento e scorbutico, lei ancora affascinante, totalmente soggiogata agli umori del dispotico marito. Un giorno, a un matrimonio, lo scettico Carlos soltanto per prendersi gioco del cugino si presta a una dimostrazione di ipnosi e tutto cambia. Al Carlos di un tempo se ne aggiunge uno nuovo, gentile, servizievole, pacato: pulisce casa, prepara la colazione alla moglie, aiuta la figlia a fare i compiti. Per la sorpresa della moglie, la meraviglia della figlia, l’ansia del cugino Pepe (artefice del misfatto). Inizia un’avvincente caccia, svelare il mistero e sciogliere l’ipnosi, restituendo alla moglie il vecchio Carlos. Il tutto in un ritmo concitato, un susseguirsi di scene, colori, immagini, inquadrature e prospettive particolarissime che accentuano l’effetto già straniante della storia. Pablo Berges, che già abbiamo conosciuto con l’indimenticabile Blancanieves, usa l’ipnosi per raccontare altro, ben più profondo e serio dei toni utilizzati. Lo fa con una commedia dai tratti grotteschi, dai molti richiami (anche al cinema di Almodovar), dai i toni picareschi, in un’esplosione di colori, musica energia e vitalità. Travolgente.
Usando le parole del regista “abbandonate i vostri pensieri e lasciatevi ipnotizzare”.
Giudizio: *****

melodie
LA MELODIE
Berenice dice: il potere della musica
Periferia di Parigi, oggi. Simon, violinista affermato, accetta di insegnare ai ragazzi di una scuola nelle banlieue parigine. Il progetto è ambizioso, portarli alla Filarmonica entro fine anno. Forse però Simon ha sottovalutato l’impegno, i ragazzi non sono proprio come li aveva immaginati. Indisciplinati, irrequieti, distratti, senza rispetto per niente e nessuno, neppure per il povero Farid, il professore ideatore del progetto, che si affanna a mantenere un minimo di disciplina. Solo la musica riesce a incantarli. Quando Simon suona rimangono tutti zitti e fermi. Iniziano così le lezioni, con difficoltà, mille interruzioni, problemi di ogni tipo. Ma piano piano il violinista, e la musica, si insinuano in loro, l’insegnante ne conquista la fiducia, li appassiona, disvela il talento là dove c’è, stimola tutti a tirarlo fuori e a dare il meglio. Lo fa con metodo, estrema tranquillità, una certa tristezza di fondo ma alla fine anche lui è conquistato da quei ragazzini indisciplinati. Tema non tra i più originali forse, ma sempre attuale e interessante che si presta a mille diverse letture. Quella prescelta dal regista Rachid Hami è multietnica, vivace e autentica, ritratta con tenerezza, girata con sapienza, con una predilezione per le luci della sera, il buio, i contrasti di colore che aggiungono intensità a quella che già troviamo nei visi dei bravissimi interpreti, soprattutto di quei ragazzini, spontanei, allegri, irriverenti, con la vita dentro.
Giudizio: ***

wajib
WAJIB
Berenice dice: conflitto padre-figlio per raccontare un altro conflitto, più ampio e antico
Nazareth, oggi. Sahid torna a casa, dall’Italia dove vive, la sorella si sposa e deve dare una mano. Assieme al padre consegna casa per casa gli inviti, come tradizione (wajib) vuole. Seguiamo padre e figlio in giro per una Nazareth che non conoscevamo, per le sue strade piene di immondizia, il traffico, le risse per un nonnulla, qualche militare qua e là. Entriamo nelle sue case disastrate, povere ma dignitose, incontriamo amici, parenti, conoscenti insopportabili che si devono comunque invitare. Mentre Sahid guida su e giù per la città, riemergono le tensioni fra i due, le incomprensioni, un conflitto mai risolto. Sahid guarda tutto con occhio critico, il padre giustifica ogni cosa, Sahid condanna, non tollera, si innervosisce, il padre media, comprende, trova e accetta compromessi, Sahid non vede l’ora di andarsene da quella Terra, il padre non riesce a lasciarla. Due generazioni a confronto, due visioni opposte, due idee di Palestina inconciliabili, in mezzo un Paese con le proprie tensioni, infinite contraddizioni, compromessi quotidiani, una povertà immensa. Senza mai cedere al sentimentalismo, a facili schematismi o al vittimismo, senza prendere scorciatoie né offrire soluzioni pre-confezionate la regista Annemarie Jacir tratteggia un bellissimo rapporto padre-figlio, conflittuale e forte, profondo e solido, aiutata da due interpreti straordinari (padre e figlio anche nella vita, sullo sfondo un conflitto antico, altrettanto complicato, irrisolvibile, e lo fa con grande grazia e sensibilità, e infinito affetto.
Giudizio: *****