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Al cinema: Un valzer tra gli scaffali, Il corriere – The mule, Green book, Domani è un altro giorno.

UN VALZER TRA GLI SCAFFALI


Film drammatico

Regia di Thomas Stuber,

Interpreti: Sandra Hueller, Franz Rogowski, Peter Kurth

Berenice dice: musica e poesia tra gli scaffali di un iper-mercato (post-unificazione tedesca)

Christian è un ragazzotto silenzioso, timido e introverso. Che abbia avuto qualche problema lo intuiamo subito, dal suo sguardo, l’aria triste, le riflessioni che accompagnano l’intera pellicola. E, infatti, narrato in prima persona (tratto da un racconto di Clemens Meyer, che ne ha curato anche la sceneggiatura) il film si dipana tra gli scaffali di un ex ditta di trasporti convertita in iper-mercato nel bel mezzo della provincia della Germania Est. Tra casse, muletti, rifiuti, surgelati Christian passa le sue giornate, una uguale all’altra, entra con il buio ed esce che è di nuovo buio, senza il tempo per fare null’altro che lavorare. E mentre impara ad usare il muletto, spostare casse, eliminare i rifiuti, ne conosce anche i segreti. Questo grazie a Bruno, addetto al reparto bevande, che lo accompagna ovunque e rivela ogni segreto di quell’oscuro mondo, a Marion addetta ai dolciumi e della quale il ragazzo si innamora follemente e a tutti gli altri colleghi, ciascuno con un pezzo di vita, esperienza, verità, uniti come una famiglia. Christian si lascia avvolgere da questo nuovo mondo, senza mai smettere di osservare, riflettere, assorbire ogni dettaglio. E sono proprio i dettagli, le luci, le immagini, le inquadrature (spesso di spalle) a essere al centro del film, scanditi con cura, prendendosi tutto il tempo che serve, lasciando che lo spettatore li assapori. Il regista tedesco riesce a mostrarci una realtà quasi sconosciuta, dietro gli scaffali, tra gli addetti, dentro i magazzini. Lo fa con una grazia e una delicatezza che diventano quasi poesia.

Giudizio: ****

IL CORRIERE – THE MULE


Film basato sulla storia vera di Leo Sharp

Diretto e interpretato da Clint Eastwood

Altri interpreti: Alison Eastwood, Bradley Cooper, Taissa Farmiga

Berenice dice: quando è solo il tempo a mancare

A quasi novant’anni, appassionato floricoltore che ha dedicato la vita a un fiore che vive solo un giorno, Earl si trova senza casa, senza soldi e praticamente senza famiglia. O, meglio, una famiglia l’avrebbe ma, avendola trascurata per un’intera esistenza, moglie, figlia e per certi versi anche la giovane nipote non ne vogliono più sapere di lui. Così, quasi per caso, senza saperlo (né volerlo sapere) Earl si ritroverà a fare da corriere per un cartello messicano. Con la sua aria fragile e innocente, il passo incerto, il fare spigoloso e irriverente, la lingua tagliente e una certa ironia si farà beffe della Dea, della polizia e anche dei grandi capi del cartello. Lo seguiremo consegna dopo consegna, per le strade del Midwest, alla guida del suo pick-up, libero, leggero, tra una canzone, una sosta e l’altra, senza perdersi il miglior arrosto di maiale, farsi un panino, salutare un’amica. Un Clint Eastwood alla soglia dei novant’anni presta il suo fisico stanco, consumato dagli anni, il suo sguardo acuto e ancora limpido, l’ironia e l’irriverenza che lo caratterizzano a un personaggio che gli somiglia anche più di Walt Kowalsky in Gran Torino. Ancora più libero e irriverente, si prenderà gioco del politically correct, di un anti-razzismo peloso, delle storture di un sistema che lascia senza casa chi ha dedicato tutta la vita a fare il bravo cittadino. Meno riuscita invece proprio la parte sulla famiglia, un po’ ripiegata, senza quella lucidità e distacco cui ci ha abituati, quasi che – anche sullo schermo – si riflettesse una mancanza di scioltezza, prevalesse una certa goffaggine, un che di maldestro che (immaginiamo) sia stato anche della vita privata del regista. Il lavoro prima (e meglio) dei rapporti famigliari. Ma a Earl, come a Eastwood, la vera cosa che manca è il tempo, ‘Ho comprato tutto nella vita, solo il tempo non posso comprare’ fa dire al suo protagonista Eastwood, e sembra quasi un testamento.

Giudizio: ****

GREEN BOOK

Commedia drammatica

Regia: Peter Farrelly

Interpreti: Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini

Berenice dice: viaggio dentro i nostri stessi pregiudizi

Tony è un buttafuori nato e cresciuto nel Bronx, ama mangiare, menare le mani e parlare senza peli sulla lingua. Ha però una grande abilità: sa sistemare ogni cosa, anche la più complicata. Sarà perfetto per Shirley un pianista di grande talento, colto, raffinato e ricchissimo, che si è messo in testa di fare un tour negli Stati del Sud. Solo che sono gli anni ’60, Shirley è afro-americano e la segregazione razziale, specie nel Sud del Paese, non è ancora superata. Avrà quindi un gran bisogno di essere tolto dai guai, anche perché non mancherà di mettercisi lui stesso. In uno strano equilibrio tra diffidenza, curiosità, insofferenza saranno proprio questi due straordinari personaggi l’asse portante del film. In un continuo confronto, battute, provocazioni ma anche gesti gentili, consigli, aiuti, piano piano la distanza si attenuerà, capiranno che non sono poi così lontani. Mentre noi assieme a loro attraverseremo l’America profonda razzista, che celebra un grande pianista ma poi non lo accoglie alla propria tavola, non lo vuole nei suoi alberghi, nei propri bagni. Ed è proprio sui pregiudizi, la segregazione, che il regista costruisce l’intero film, ribaltando ruoli, prendendosi gioco di stereotipi, generalizzazioni, preconcetti, mentalità ottuse, mischiando in continuazione le carte. Sfiora a tratti il film di buoni sentimenti ma li combatte con grandi dosi di ironia e con l’aiuto di un personaggio straordinario, tratteggiato con maestria ed interpretato da un Viggo Mortensen in un ruolo inconsueto in cui riesce a dare il meglio di sé. Un film per il grande pubblico ma condotto con sapienza e grande ironia, ottima sceneggiatura, dialoghi eccellenti e due attori straordinari.

Giudizio: ***

DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO


Commedia

Regia: Simone Spada

Interpreti: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Anna Ferzetti, Andrea Arcangeli

Berenice dice: quando guadagnare tempo non basta più

Giuliano ha l’aria scanzonata di chi ha passato la vita con leggerezza, prendendo quello che c’era da prendere, senza soffermarcisi troppo. Solo che arriva a fermarlo qualcosa che non dà scampo. Ma lui sceglie di non lasciarsi sopraffare, di decidere lui della sua vita e della sua morte. E davanti a questa decisione avrà bisogno di chi gli è più vicino. Arriverà Tommaso, l’amico di una vita, lontano da anni, pacato e riflessivo, l’opposto di Giuliano, esuberante, diretto e impulsivo. Sarà proprio questo contrasto, il continuo contrapporsi, l’amicizia di un tempo, qualche rimprovero a riempire i quattro giorni che i due avranno a disposizione. Dovranno occuparsi di mille cose, anche pratiche (la scelta della bara, la nuova famiglia per il cane Teo, il compleanno del figlio), ma soprattutto dovranno cercare di convincersi, di convincere l’altro. Lo faranno quasi senza parole, con semplici gesti, sguardi, tanti silenzi. Un remake del film ispanico Truman, non aggiunge molto alla storia ma ripropone un argomento che non smette di farci interrogare, e ha il pregio di farlo con due attori – amici anche nella vita – che mettono del loro, parecchio. Simpatia, umanità, spontaneità, con i loro volti, i loro sguardi, le pieghe del viso sanno regalare al film qualcosa di autentico.

Giudizio: ***

Al cinema: La favorita, L’uomo dal cuore di ferro, Ben is back, Van Gogh

  

LA FAVORITA
Film drammatico
Regia di Yorgos Lanthimos
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz
Dieci candidature agli Oscar
Olivia Colman premiata ai Golden Globes

Berenice dice: intrighi di corte declinati al femminile

Inghilterra XVIII secolo, alla corte della Regina Anna, due donne intelligenti e abili si contendono i favori di una regina, stanca, viziata, capricciosa, segnata dalla vita. Lady Sarah, forte e scaltra nobildonna, già favorita della Regina e capace d’influenzarne la politica, manipolarla, dettare ogni decisione strategica, imporre scelte invise ai sudditi, non si fermerà davanti a nulla e, benché donna, userà ogni strumento di pressione, con uomini e donne indifferentemente, inclusa la Regina. E la bella e apparentemente ingenua Abigaile, dama caduta in disgrazia, nonché cugina di Sarah, con strumenti più sottili, modi gentili e aria indifesa, farà anche lei di tutto per ottenere ciò che vuole. Con un ritmo incalzante, immagini suggestive – deformate da un grande uso del grandangolo – dialoghi taglienti, scenografia curatissima, un tocco di barocco e qualche scivolata nel grottesco, il regista ci offre un interessante spaccato del mondo di Corte e dei suoi retroscena, in un continuo susseguirsi di astuzie, trabocchetti, cattiverie, intrighi, favoritismi, cadute e disgrazie. Ottimo inizio, buona tenuta fino a un certo punto, poi qualcosa si allenta. Come se il confronto tra le due donne fosse la vera forza del film, quando una la spunta anche il film sembra perdere qualcosa. Peccat

Giudizio: ***

 

L’UOMO DAL CUORE DI FERRO
Adattamento dell’omonimo romanzo di Laurent Binet
Incentrato sull’Operazione Anthropoid, che portò all’assassinio del leader nazista Reinhard Heydrich
Regia: Cédric Jimenez
Interpreti: Rosamund Pike, Jason Clarke, Jacl O’Con

Berenice dice: inarrestabile ascesa e improvvisa fine di un boia

HHhH, il cervello di Himmler, messo proprio da lui a capo dell’Intelligence delle SS, assegnato poi da Hitler all’alto Protettorato di Boemia e Moravia, è uno dei principali fautori della soluzione finale, soprannominato ‘il Macellaio di Praga’. Un uomo mediocre, spietato, senza nessuna umanità, congedato dall’esercito con disonore, che si unisce alle fila del partito per volere della moglie, portando a compimento con particolare impegno e una certa solerzia il disegno dei nazisti. Sempre freddo, distaccato, lucidissimo, calcolatore. Seguiremo la sua rapida ascesa e al contempo il crescere della sua spietatezza. Poi, a metà film, il registro cambierà, ci staccheremo dalla sua storia per seguire quella di due ragazzotti, pieni di ideali e buona volontà, che sacrificheranno la loro vita per la libertà del loro Paese. In equilibrio non proprio perfetto tra l’ascesa di un boia e l’organizzazione clandestina della sua morte, successo e fine che si approssimano più alto l’apice della carriera dell’uomo, più vicina sarà la sua fine. Ispirato al romanzo di Laurent Binet, sull’attentato a Reinhard Heydrich, il regista si prende qualche libertà e resta un po’ in superficie (trascurando alcune storie e personaggi di non poco interesse), senza soffermarsi troppo su questioni di rilievo (delazione, rischio di rappresaglie, etc), ne esce un film che si avvicina al biopic, grandi mezzi, ottima interpretazione (in particolare di Jason Clarke e Rosamund Pike nei panni di Heydrich e della moglie), forse un po’ patinato, a tratti enfatico, ma la prima parte merita davvero.

Giudizio: ***

 

BEN IS BACK
Film drammatico
Scritto e diretto da Peter Hedge

Berenice dice: la forza di una madre, la debolezza di un figlio, in mezzo un’assurda e feroce dipendenza

E’ Natale e Ben torna a casa. Solo che non tutti ne sono felici, capiamo ben presto che qualcosa non va.
Ben si sta disintossicando, è ‘pulito’ da 77 giorni, troppo pochi dice il suo ‘sponsor’, è ancora troppo fragile, vulnerabile, rischia di ricaderci. Lo pensano anche il suo patrigno, la sorella e forse la madre che però non si arrende e lotta con tutte le sue forze per dimostrare al marito, alla figlia, a Ben – e anche a se stessa – che il ragazzo può farcela. Sarà proprio questo duo madre-figlio a monopolizzare l’intero film, li seguiremo prima per i negozi, i grandi magazzini, i centri di sostegno, la Chiesa della cittadina, poi nelle sue strade, i bassifondi, le miserie. Scopriremo piano piano quanto in basso era arrivato il ragazzo, quanto a fondo può portare una dipendenza. ‘Non ti fidare di me’ urla il ragazzo alla madre, ‘tu non mi conosci’ le dice, ma la donna non vuole sentire, non può accettare di non fidarsi del figlio, di non conoscerlo più.
Ed è proprio il ruolo della madre, interpretato da una Julia Roberts – ancora una volta calata con tutta se stessa nella parte – l’essenza del film, la sua forza e intensità ma anche il suo limite. Ben scritto, ben interpretato ma lontano dal capolavoro.

Giudizio: ***

 

VAN GOGH – Sulla soglia dell’eternità
Film drammatico
Regia di Julian Schnabel, pittore celebre negli anni Ottanta
Interprete: Willelm Dafoe, Rupert Friend
Premi: miglior interpretazione di Willelm Dafoe al Festival di Venezia

Berenice dice: dono e dannazione di un talento smisurato

Van Gogh nei suoi ultimi anni, lontano da Parigi, da tutto e tutti. Isolato, incompreso e incomprensibile (anche a se stesso) è immerso nella natura, nei suoi colori, profumi, varietà, inebriato dalla sua incontenibile forza, continua sorpresa, infiniti spunti, radici che diventano vermi, serpenti colorati, alberi che si gonfiano a dismisura, quasi sotto i nostri occhi, colori così vivi e forti da diventare protagonisti.
Solo un altro pittore poteva farci entrare così bene nella vita, la testa, le sensazioni di un grande della pittura. Il regista Julian Schnabel non aggiunge nulla a quanto già sapevamo di Van Gogh, ma ci fa vedere quello che vedeva il grande pittore, rotolare assieme a lui nell’erba, sentire la forza esplosiva della natura, del vento, dei suoi accecanti colori. Ci accompagna dentro il suo tormento, i dubbi, la sofferenza di una vita dominata e resa schiava da un immenso talento. Talento al quale non si può sottrarre, capace di segnare una vita intera, che permette di vedere ciò che gli altri non vedono, sentire in modo diverso, prima e più di loro, e per ‘quelli che verranno’.
Con il viso scarno e segnato, lo sguardo perso, il corpo consumato di uno straordinario Dafoe, in un film intenso sull’arte, il talento, il dono, il regista riesce nel suo intento, restituendo con grande forza il tormento di un uomo geniale e dannato.

Giudizio: ***

I figli dell’astronauta

di Lorenzo Pedrazzi

Jeremy Geddes, Astronauta

I figli dell’astronauta non riuscivano a dormire. «Sono le 23 passate» disse la sorella maggiore al fratellino insonne, che le aveva appena chiesto l’ora. Restarono sdraiati sul letto con gli occhi sbarrati nella luce lunare, che filtrava dalla finestra e spandeva un alone grigio sulle coperte, sulle pantofole riverse per terra e sugli scaffali, dove libri e quaderni erano schierati insieme a piccoli robot, animali di peluche e camioncini. Una volta, l’astronauta aveva detto che alla luce della Luna si poteva persino leggere il giornale, era come vedere in bianco e nero. La sorella maggiore e il fratellino si guardarono intorno e scoprirono che era vero: bastava stringere un po’ le palpebre, e i titoli dei libri apparivano chiari ma incolori, come se un vampiro li avesse resi esangui. Seguirono a ritroso il cammino della luce e scorsero la Luna in cielo, solo leggermente venata dalle fronde dell’albero che sorgeva in cortile. Cavalcando quella radiazione, l’astronauta stava tornando a casa.
Aveva insegnato loro a distinguere i velivoli sperimentali dagli UFO, le sonde meteorologiche dai satelliti, le costellazioni vere da quelle di sua invenzione, che disegnava nel cielo con dita affusolate. Ma, d’altra parte, ogni costellazione era solo il frutto della fantasia umana: un tentativo illusorio di dare ordine e significato alla volta celeste. Così diceva l’astronauta. La sorella maggiore e il fratellino ascoltavano le sue storie con rapimento infantile, come fiabe: il cosmo era la loro casa di marzapane, Einstein e Von Braun i loro Hansel e Gretel. Riascoltarono la voce dell’astronauta nelle loro teste, e si addormentarono con le piccole mani che si cercavano a vicenda, fuori dalle coperte.
Al mattino, la Luna era sparita. Senza il suo bagliore argenteo da seguire, i bambini si chiesero quale strada avrebbe percorso l’astronauta. La televisione dava notizie del ritorno, e diceva che il viaggio stava procedendo senza alcun disagio. Forse la Luna aveva tracciato un sentiero di luce solo per l’astronauta e la sua piccola navicella, accompagnandone il tragitto fino all’abbraccio materno del pianeta Terra. I bambini avevano un numero da chiamare per tenersi in contatto con la base, e persone che li aggiornavano con sorrisi rassicuranti… ma come si può stare tranquilli quando il proprio genitore galleggia nel vuoto dentro un guscio di alluminio? Pensarono all’astronauta che sfrecciava nello spazio, alla modesta navicella come unica protezione dal freddo, e rabbrividirono.
Tennero il telefono in grembo e la televisione accesa per tutta il giorno, finché il crepuscolo non calò sui loro volti angustiati. L’astronauta li aveva istruiti a riconoscere Venere dopo il tramonto, così ne osservarono il fulgore biancastro mentre la sera consumava il pomeriggio, domandandosi se anche l’astronauta avesse modo di vederlo. Presto il Vespero si confuse con le stelle, pulsanti e ben più lontane. Quando finalmente arrivò la mezzanotte, in televisione comparvero le immagini di un oceano lontano, dove il sole era ancora alto. Un puntino solcava il cielo azzurro, facendosi sempre più grande man mano che si avvicinava. Emise un guizzo di fiamma nell’atmosfera terrestre, dipingendo nuove costellazioni alla luce del giorno, tanto brillanti quanto effimere. La sorella maggiore e il fratellino si strinsero, tremanti, immaginando l’astronauta dentro una palla di fuoco, i lunghi capelli che si scioglievano in una chioma lucente, il corpo irrigidito in attesa dell’impatto.
Quando il portellone si aprì, videro una madre che aveva ancora gli occhi pieni di stelle.


Lorenzo Pedrazzi è nato nel 1984 a Milano, dove si è laureato in Scienze 
dei Beni Culturali e Scienze dello Spettacolo. Scrive per ScreenWEEK, 
Filmidee e Doppiozero, ma ha collaborato anche con Itinera, Players e Rivista Studio; è inoltre fra gli autori del podcast Destini Incrociati. 
Diversi suoi racconti sono apparsi in varie antologie e riviste letterarie. 

Al cinema: La douleur, Il mio capolavoro, Vice – L’uomo nell’ombra, Una notte di 12 anni.

LA DOULEUR
Film drammatico di guerra
Tratto dal romanzo “Il dolore” di Marguerite Duras
Regia: Emmanuel Finkiel
Interpreti: Mélanie Thierry, Benoit Magimel, Benjamin Biolay

Berenice dice: l’agonia di un’attesa senza fine
Parigi ’44, lo scrittore Robert Antelme, esponente di rilievo nella Resistenza francese, viene arrestato. La moglie, Marguerite Duras, lo cerca, angosciata vuole sue notizie, sapere dov’è, quando tornerà, se tornerà. Lo attenderà inutilmente per mesi. Di quei mesi d’attesa, incertezza, sofferenza, speranza, disperazione la Duras scriverà un diario che poi diventerà romanzo e ora – con qualche libertà d’adattamento – film, Assieme alla Duras, alle sue parole, all’immagine del bel viso diafano di Mélanie Thierry, entreremo nel suo dolore che è quello di ‘tutte le donne, di tutti i tempi’. Donne che aspettano i loro uomini, i loro figli, contro ogni speranza, ogni logica, ogni ragione. E sono proprio la disperazione, la perdita di lucidità, lo sdoppiamento, che ci mostra, con particolare grazia ed eleganza, il regista. Elementi che diventano anche visivi, offrendo qualcosa a un testo che pur restando più adatto alla lettura che alla visione, risulta un’interessante testimonianza di quei giorni, della Parigi occupata e poi liberata, di una
guerra che ‘non smette di smettere’, dei giorni del ritorno, dei silenzi, della scoperta dell’indicibile. Nasce la voglia di riprendere quelle pagine, leggerle di nuovo, con in mente ancora le immagini che il film ha saputo donarci.
Giudizio: ***

IL MIO CAPOLAVORO
Thriller – commedia
Regia: Gaston Duprat
Interpreti: Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio.

Berenice dice: un’amicizia lunga una vita
Alfredo e Renzo sono amici da una vita. Gallerista elegante e senza scrupoli il primo, pittore ormai in declino il secondo. Arturo cerca in ogni modo di conciliare il temperamento burbero e scontroso dell’amico con le esigenze del mondo dell’arte contemporanea e del suo pubblico, legati più all’apparenza, le mode, il denaro, che al vero talento. Logiche che Renzo non tollera e fa di tutto per contrastare, per la disperazione dell’amico. Fino a che un incidente improvviso cambierà per sempre le cose, per i due amici e le sorti delle opere del grande Renzo.
Senza lo spessore e la profondità del Il cittadino illustre Duprat affronta in chiave ironica un tema a lui caro, l’arte e il mercato dell’arte, con tutte le loro storture. Ne esce una commedia gradevole, divertente, a tratti prevedibile, ma condotta con garbo fino alla fine. C’è un momento in cui vira verso qualcosa di diverso e più profondo per tornare poi alla commedia, perdendo forse un’occasione. Non un capolavoro, avrebbe potuto mantenere la virata e condurre altrove, la mano sicura e la sceneggiatura solida – così
come una fotografia esemplare – lo avrebbero permesso, ma il regista ha scelto e voluto diversamente.
Giudizio: ***

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA
Commedia drammatica
Regia: Adam McKay
Interpreti: Christian Bale, Sam Rockwell, Amy Adams

Berenice dice: l’inquietante potere di un uomo tranquillo
Un uomo tranquillo, silenzioso, senza particolari qualità, destinato a diventare un fallito. Non fosse per una moglie ambiziosa che pretende da lui ciò che i tempi non le permettono (ancora) di ottenere. E così, per amor suo, Cheney si darà da fare, scalando a uno a uno gli scalini del potere fino a raggiungere il più alto. Sempre nell’ombra, senza mai spiccare, rimanendo in quel cono dove la luce non arriva e non illumina e tutto si può fare. Basta cambiare i nomi, infiocchettare, negare, re-interpretare, infilarsi negli spazi lasciati liberi e soprattutto circondarsi di validi e scaltri collaboratori. Con il suo stile originale, tagliente e ironico Adam Mc Kay confeziona la biografia di un uomo di potere offrendo, al contempo, una fotografia di quasi mezzo secolo di storia della maggiore potenza del mondo, vista dal di dentro. Non ha il ritmo, lo smalto e la forza de La grande scommessa, ma ne mantiene il taglio e anche il tono, ne esce un film interessante, originale, a tratti divertente – non fosse che è tutto vero – che con efficacia e ironia ci fa tornare a quel recente passato con un occhio più smaliziato, offrendoci le coordinate per comprendere meglio anche il nostro presente. Contribuiscono non poco alla riuscita del film un Christian Bale perfetto per la parte, che interpreta Cheney come fosse un grande orso – enorme e apparentemente mansueto – e una Amy Adams non da meno, nei panni dell’ambiziosa Lynne, assieme a un cast di eccezione, scelto con particolare cura. Azzeccatissimo Sam Rockwell nei panni di Bush-figlio.
Giudizio: ***

UNA NOTTE DI 12 ANNI
Film di denuncia
Regia: Álvaro Brechner
Interpreti: Antonio De La Torre, Chino Darín

Berenice: la forza di resistere a un’interminabile notte, senza senso, senza speranza, senza umanità
Uruguay 1972, nove Tupamaros vengono arrestati, interrogati, torturati e poi rinchiusi. Un anno dopo verranno prelevati all’improvviso, picchiati, di nuovo torturati, messi in isolamento e tenuti come ostaggi per dodici anni. Seguiremo tre dei nove reclusi cella dopo cella, sempre più buie, piccole, scomode. Da soli, senza poter parlare, senza poter vedere nessuno, assetati di parole, gesti, cenni, briciole di umanità. Staremo anche noi chiusi là dentro per oltre due ore, odiando quelle carceri, la sporcizia, il buio, i soprusi, le costrizioni cui sono condannati i tre, soffrendo la mancanza di luce, colori, vita. Ma poi sarà con loro che gioiremo per uno squarcio di luce, uno scorcio di verde, che ci sembrerà di respirare quell’aria, pura, leggera, fresca, di vedere colline, campi, di sguazzare nell’acqua. Un film non facile, faticoso, che mette a prova lo spettatore come sono stati messi (a dura) prova i suoi protagonisti, ma se si ha la pazienza di arrivare in fondo si capirà che era l’unico modo per farci gioire, sentire anche solo in minima parte quanto hanno provato i tre nel ritrovare le piccole cose che ci sembrano scontate (carta, penna, un libro, un raggio di luce) e poi – quando neppure si riesce più a sperarlo – la libertà, la propria vita.
Giudizio: ***

Quando Clara diventò donna

di Marianna Guida

Quando meno se lo aspettava, cioè nella pienezza dell’infanzia, Clara si trovò tutte le mutandine imbrattate di sangue. Fissò con aria incredula la macchia filiforme che, tutta allungata, le sembrò la sagoma di un mago allampanato. Stringendo gli occhi riuscì addirittura a intravedere la presenza della bacchetta nella mano destra. Un po’ storta, in verità, ma la visione d’insieme era proprio quella. Sforzarsi di vedere un’immagine là dove in realtà c’era solo una macchia era sempre stata una sua inclinazione. “Scendi sulla terra, Clara”, la ammoniva sua madre, e con quella frase, buttata lì tutte le volte in cui sorprendeva la figlia a fissare un po’ troppo a lungo gli oggetti, sembrava voler agguantare un lembo della giacca della bambina e agganciarlo da qualche parte come un guinzaglio. Clara trasformava spesso gli oggetti in principesse dalle lunghe chiome, in animali dalle intenzioni non sempre benevole, in re e regine assisi sui loro troni. Con tutti questi personaggi Clara provava a parlare, stabilendo i tempi di un dialogo le cui battute affioravano sulle sue labbra come una piccola e muta preghiera. Quando vide la macchia si spaventò perché il sangue, quella sostanza appiccicaticcia che tratteneva ancora il calore del corpo da cui proveniva, lo aveva sempre associato a cadute e conseguenti sbucciature sulle ginocchia. Sentendo il pianto arrivare alla gola, che deglutiva a fatica, alla punta del naso e agli occhi, fino a un attimo prima distratti, ora invece trafitti da mille spilli, pensò anche questa volta di essere caduta. E come tutte le volte che cascava, sentì risuonare dentro la testa le parole della mamma: “Clara, tu sì troppo distratta!”

Era un rimprovero e a lei non piacevano le critiche, soprattutto quando venivano dalla mamma. Anche quel giorno sentì affiorare il magone e lo ricacciò dentro. Spesso si chiedeva dove fossero andati a cacciarsi tutti questi pianti trattenuti. Qualche volta li immaginava come bolle di sapone che, riempite dell’aria da lei insufflata nel cerchietto, luccicavano alla luce del sole e prendevano tante forme strane. Poi volavano, chissà dove.

Eppure non ricordava, quel pomeriggio, di essere caduta, unica spiegazione alla sagoma impressa sulla mutandina. Era finito qualcosa lì dentro? Non sapeva che nome dare a quella cosa lì, in famiglia mai nessuno l’aveva nominata. Era un buco? Una piccola cavernetta? Lei non aveva mai pensato potesse avere una qualche altra funzione se non quella di far passare il getto caldo della pipì. Si stupì, quindi, di quello che accadeva fra le sue gambe. E strillò così forte da richiamare suo fratello, che si trovava nell’angolo opposto della casa. Lei allungò un braccio fuori della porta, lo agguantò cacciandolo dentro. “Sono malata grave, perdo sangue”, disse a Gianluca. Lui la guardò sbigottito, ugualmente ignaro della natura dello strano fenomeno. “Aspetta, chiamo mamma” aggiunse, cercando di dissimulare il panico per non far spaventare la sorella minore. Quando la madre arrivò, cacciò il figlio Gianluca in malo modo. La sua presenza le sembrava incoerente con una situazione che doveva gestire da sola con la figlia. Le parole che doveva dirle le si spensero però immediatamente sulle labbra, fino a diventare un indistinto biascichio. Era un fenomeno normale. Non si trattava di una malattia, provò a rassicurarla. “Però non lo dire a nessuno. Non ne parlare né con tuo padre né con tuo fratello. Stai zitta con le compagne perché queste sono cose private. Parlane solo con me.”

Aprì poi il mobiletto bianco e un po’ spartano accostato alla parete del bagno e le piazzò in mano un pannolino. Alla bambina sembrò impossibile poter portare fra le gambe un pezzo di ovatta così grande che, ne fu certa appena lo tenne fra le mani, l’avrebbe impacciata e rallentata nei movimenti. Ma il pensiero più terribile era che il pannolino sarebbe stato visibile a chiunque e il suo segreto smascherato. Cosa poi fosse quel sangue, che continuò a sentir scendere per tutto il pomeriggio, lo ignorava. Continuò a pensare che dentro di lei qualche organo si fosse rotto per sempre. Magari però non era un organo tanto importante, altrimenti perché la mamma non si era preccupata e non le aveva dato qualche farmaco per arrestare il flusso di sangue?

Da quel giorno cominciò la sua messainscena: fingeva in casa, dove nascondeva il suo stato ai familiari, fingeva a scuola, dove l’ampio grembiule riusciva a mimetizzare bene il rilievo dell’immondo pannolino, fingeva perfino con le amiche più strette, a cui niente rivelò di quanto le era successo. Rimase profondamente afflitta e stupita quando si rese conto, il mese dopo, che il fenomeno si stava ripetendo, lei che invece si era convinta si fosse trattato di una manifestazione episodica. Le sembrò che da quel momento la vita sarebbe stata soltanto una continua montatura. A scuola, durante i cambi d’ora rimaneva spesso seduta nel banchetto che le era stato destinato dalla maestra, in seconda fila. Tutte le compagne si alzavano per reagire alla forzata immobilità cui erano state costrette, incuranti di poter rilasciare quel sangue che invece teneva lei inchiodata alla sedia. A metà degli anni Settanta non erano molte le fonti cui una bambina poteva attingere per documentarsi e capire cosa le stesse succedendo. Si stupì, poi, del fatto che il  famoso pannolino  avesse  anche un suo nome ben preciso. Quell’affare, infatti, si chiamava assorbente. Passati alcuni mesi, la madre gliene fornì di più piccoli, allineati dentro pacchi blu sulla cui plastica era stampato un merletto assai simile ai centrini che decoravano la casa. Quel disegno suggeriva una specie di consuetudine domestica, una normalità alla quale Clara continuò a sentirsi estranea. Erano più piccoli, ma lei aveva comunque la sensazione che la loro sagoma fosse chiaramente intuibile sotto i pantaloni. Temeva molto il momento in cui sarebbe stata smascherata, sapeva che le compagne l’avrebbero accusata di avere taciuto su una questione importante, una faccenda che le riguardava tutte. Lei però non riusciva a considerarlo un fatto di donne: era piuttosto una malattia vergognosa che l’aveva colpita.

Passato un anno, la situazione non era molto cambiata. Ora frequentava la scuola media ma tutto quello che avveniva in classe le risultava ugualmente estraneo. Le altre ragazzine continuavano i loro giochi nonostante si muovessero nei loro grembiuli neri con l’urgenza nervosa degli avvoltoi. Anche loro forse presagivano la fine dei giochi? Forse per questo ci si buttavano con una fitta di ansia che rendeva le loro voci più acute del normale e i loro movimenti impacciati come quelli di un soldato intrappolato dentro un’armatura.

Durante quell’anno i suoi organi interni compivano la loro trasformazione silenziosa, mentre lei continuava a stare ferma al banchetto di scuola, gelosa custode del suo segreto. Le compagne si addensavano tutte attorno a un banco per raccontarsi i loro segreti, ridendo dei primi sguardi dei ragazzi più grandi. Gli organi riproduttivi, quelli delle donne, per intenderci, continuavano la loro opera nascosta anche mentre lei, tornata a casa, guardava le bambole con cui volentieri avrebbe giocato ancora. Erano tutte allineate sulla mensola del corridoio, ognuna col suo vestitino di un cotone un po’ rigido che il tempo aveva contribuito a scolorire. Erano rimaste nella stessa posizione in cui le aveva lasciate il pomeriggio in cui era apparso il mago di sangue sulle sue mutandine. Quando percorreva il corridoio sentiva il loro sguardo poggiarsi sulla sua schiena. Quella che sentiva gravare sulle spalle, lo capiva bene, non era una qualsiasi occhiata insistente, quello era un richiamo, l’invito a continuare le storie di mamme e figlie lasciate a languire in attesa di un finale. Avvertiva altri richiami oltre quello delle bambole, appelli e segnali che si manifestavano in una pressione insolita nella pancia o nel cuore, che prendeva un ritmo capriccioso e martellante quando vedeva passare ragazzi un po’ più grandi di lei per la strada o nei corridoi della scuola.

Alla fine della prima media non ne potè più. Si alzò dal banchetto dal quale non ricordava di essersi mai sollevata e si avvicinò alle compagne riunite nel solito angolo dell’aula. La prima volta si limitò ad ascoltarle, fissando con intensità ogni moto dei loro visi, ogni sopracciglio alzato alla ricerca di un chiarimento, ogni labbro sollevato in un atteggiamento di biasimo verso qualcuno, ogni sorriso che si apriva in un’improvvisa risata. Imparò in fretta, mettendosi davanti allo specchio e mimando ogni moto facciale delle compagne. Quando finalmente si decise a parlare, le compagne si girarono nella sua direzione profondamente meravigliate. Fino ad allora avevano ignorato la compagna immobile nel suo banco. Parlò del film che la sera prima i genitori non le avevano permesso di vedere. Loro pretendevano che andasse a letto presto. Cercò di immaginare cosa fosse successo dopo le prime sequenze, le uniche che era riuscita a vedere e si inventò la storia, provando una sensazione di tepore mista a autocompiacimento: la fantasia appena attivata era un sipario che si apriva alle scene che si sarebbero dispiegate di lì a un momento. Nei giorni seguenti, inventò storie ancora più artificiose e articolate, ricche di dettagli fantasiosi, sempre modulate sugli intrecci di film di cui aveva visto solo le sequenze iniziali. Mentre narrava, dimenticava la tristezza buia di quegli ultimi mesi, le infinite volte in cui era rimasta saldamente ancorata al banco nel timore che quel maledetto sangue avrebbe superato il confine dell’assorbente. Assorbente, cioè carta assorbente, spugna, ovatta, impregnate di quella roba rossa che ne penetrava i vari strati senza mai arrestarsi. Arrivò il giorno in cui le ragazzine ascoltarono anche quella storia, cioè il racconto di Clara che, da un momento all’altro, aveva avuto le sue regole senza che nessuno le avesse spiegato cosa stava succedendo. Solo a quel punto qualcuna ammise essere successo anche a lei. Anche a lei la mamma aveva detto: “Statt zitt, so cos ‘e femmene”. Nessuna sapeva precisamente cosa stesse avvenendo dentro la fessura. A Clara, come ad altre, era stato ordinato di non toccare le piante in quei giorni. Già era strano che questo flusso venisse chiamato regole – come se dentro ci fosse un specie di ordine misterioso –, ma che addirittura non si potessero neanche sfiorare le foglie, beh, questo era davvero troppo! Cosa sarebbe successo se Clara avesse sfiorato quella piantina grassa che mamma teneva nell’ingresso, e di cui quasi aveva dimenticato l’esistenza? Clara non voleva toccarla ma un giorno sfiorò da parte a parte, per sbaglio, il dorso vellutato della foglia più grande con l’indice. La pianta, nelle ore successive, non si mosse: se ne rimase al suo posto, indifferente al delitto. E non appassì. Fu il segno. Non tutto quanto le era stato detto o vietato aveva un fondamento. Il mondo degli adulti non era infallibile. Cominciò un anno strano.

In seconda media arrivò una professoressa di lettere che incuteva nelle ragazze un certo timore. Era molto alta e la sua imponente statura contribuiva a creare un’immediata sospettosità fatta di diffidenza e cautela. La prima volta che entrò nell’aula indossava una mantella marrone che la faceva sembrare ancora più alta, le scarpe di vernice dal tacco molto basso contribuivano a cucirle addosso un’aria senza tempo. Alla professoressa Rizzitelli questa iniziale ritrosia faceva piacere, perché le assicurava l’attenzione degli alunni, senza dover fare gli sforzi che toccavano a molte delle sue colleghe in classi di periferia come la sua, dove i ragazzi erano naturalmente maldisposti verso gli insegnanti. Lei sfruttava questo vantaggio ben sapendo che la sua altezza, unita al naso aquilino e a tutto un atteggimento che teneva l’interlocutore in soggezione, poteva giocare in suo favore. Quando entrò in quell’aula della scuola Salvo d’Acquisto, giocò d’astuzia. Lesse alle ragazze le pagine iniziali del Diario di Anna Frank appoggiandosi alla cattedra, man mano che il suo stesso tremore (di cui nessuno si accorgeva) si allentava fino a diventare una specie di onda calda sulla schiena, e poi disse: “Ragazze, adesso tocca a voi”. Prese dalla capace borsa che aveva poggiato sulla cattedra dei cartoncini di colori diversi e li distribuì a ognuna di loro: “Adesso voi siete come Anna Frank, che descriveva ogni minimo fatto che le succedeva e lo raccontava. A se stessa”. Disse loro di scrivere di ricordi, pensieri e desideri così come affioravano nella loro testa. Ognuna di loro si buttò a capofitto nella scrittura e anche Clara scrisse. Scrisse fino a farsi dolere il polso, tanto era il desiderio di raccontare la storia del mago con la bacchetta che mago non era, la storia della mamma che le parlava delle regole senza dirle che non erano delle leggi. Parlò della volta in cui le aveva sfidate, quelle regole, di come alla pianta non fosse successo nulla, e di tutte le volte in cui aveva evitato di guardare l’abbozzo di seno che stava crescendo e che le impediva di giocare come in passato con le bambole. Di cosa avrebbe potuto parlare ormai con loro? Quali storie avrebbe potuto raccontare per catturare l’interesse delle pupattole allineate sulla mensola?

A Clara piacque ciò che stava succedendo in quell’aula, avvertì che da ogni banco si stava sprigionando un’energia che mai avrebbe ritenuto possibile dentro la scuola. Tante volte le era successo di rimanere imbambolata a fissare la grigia parete che aveva di fronte, senza nutrire alcun interesse per le spiegazioni che i vari insegnanti andavano facendo. Sentiva, anzi, un’oscura avversione per le conoscenze che le venivano imposte, mentre la sua mente sentiva invece l’esigenza di vagare altrove per trovare la spiegazione a tutto quello che le stava succedendo. La nuova professoressa aveva intercettato questo bisogno e diede spesso alle sue ragazze l’opportunità di soddisfarlo. Clara continuò a scrivere anche nei mesi successivi, quando ormai tutte le compagne l’avevano raggiunta con le loro prime mestruazioni e lei non era più sola a vivere un’esperienza del genere. Ma il mistero sulle cose del sesso si protrasse. Lei continuò a ignorare da quale organo rotto uscisse tutto quel sangue e accettò senza farsi troppe domande la prima frettolosa e maliziosa spiegazione dell’atto sessuale fornita dalla compagna più vivace della classe: “Ma davvero non sapete come funziona?”, esclamò, prima di addentrarsi in alcuni incomprensibili aspetti meccanici. L’arcano e barocco disegno dell’apparato genitale femminile rimase, appunto, solo un disegno, di cui Clara e le altre mai verificarono la congruenza con il loro. La fessura rimase un luogo remoto di cui nessun adulto era disposo a parlare. Lei, la fessura, esisteva solo nel linguaggio crudo ed esplicito di alcuni ragazzi, esisteva nel suo sangue mensile, puntuale come un orologio, esisteva nel dolore mestruale che nessuna camomilla riusciva a lenire, o quando si chiedeva con aria smarrita e ansiosa se ci si era macchiate alla compagna che si trovava nei paraggi. Solo alcuni anni dopo Clara capì che quel flusso di sangue misterioso non era un evento inspiegabile di cui vergognarsi, ma una faccenda di donne. Di cui sarebbe bastato parlare un po’ di più per sentirsi meno sole.

Marianna Guida insegna Lettere in un liceo di Napoli. Ha collaborato alla rivista “Didattica della Storia” e si occupa di scrittura creativa. Recentemente ha pubblicato una raccolta di racconti.

Al cinema: Cold War, Il gioco delle coppie, La donna elettrica e Colette.

COLD WAR

Film drammatico
Palma d’oro per la miglior regia al Festival di Cannes
Regia: Pawel Pawlinowski j
Interpreti: Joanna Kulig, Tomasz Kot

Berenice dice: l’amore ai tempi della Guerra Fredda

Polonia, fine anni ’40. Wiktor è incaricato di mettere in piedi una compagnia di canti e danze popolari, simbolo della coesione nazionale. Percorre in lungo e in largo il Paese in cerca di giovani talenti. Quando incrocia Zula, ancor prima del talento ne coglie il temperamento e la vuole a tutti i costi nella compagnia.
Nascerà tra loro un fortissimo amore, li seguiremo nel loro unirsi, separarsi, ricongiungersi, in un continuo prendere e lasciarsi attraverso gli anni, i Paesi (Polonia, Francia, Jugoslavia, di nuovo Francia, di nuovo Polonia), le difficoltà, le incomprensioni. Sullo sfondo un Paese da ricostruire, l’influenza sovietica, la Guerra fredda, la Cortina di Ferro, sapientemente lasciati sullo sfondo, senza mai farne dei protagonisti, riuscendo a restituirne alla perfezione, atmosfere, clima e contraddizioni. Incantevole la prima parte meno riuscita la seconda; complesso, contraddittorio, interessante il personaggio di Zula, meno indagato, meno riuscito lui. Con grandi pennellate, un bianco e nero che
assieme alla musica diventa parte della storia, dopo Ida, premio Oscar come miglior film in lingua straniera, Pawlikowski ci regala un altro film intenso, forte, coinvolgente, che come una melodia ci lega a sé dall’inizio alla fine senza neppure che ce ne accorgiamo o ne comprendiamo il motivo.
Giudizio: ****

Il GIOCO delle COPPIE

Film drammatico
Regia: Olivier Assayas
Interpreti: Juliette Binoche, Guillaume Canet

Berenice dice: le sorti dell’editoria nel XXI secolo in un lungo monologo vestito da dialogo. Artificioso.

Alain è un editore moderno e all’avanguardia, aperto alle nuove idee, tendenze, tecnologie ma allo stesso tempo legato all’editoria tradizionale. Combattuto tra le due continua a parlarne con la moglie, l’amante, gli amici, l’azionista di riferimento, lo scrittore un tempo di successo che però ora non vorrebbe più pubblicare, o chiunque capiti. Léonard è lo scrittore che scrive sempre la stessa storia, la sua. Selena è la moglie di Alain che teme il marito la tradisca mentre lei stessa lo tradisce con il suo ex-marito, che è anche lo scrittore non più di successo, a sua volta sposato con Valérie, nervosissima assistente di un politico di grido. Le coppie ci sono (tante) ma più che giocare parlano di continuo, discettazioni più che dialoghi i loro, non fanno altro che snocciolare dati, informazioni, percentuali, tendenze, anche interessanti ma si ha l’impressione leggano i risultati di una lunghissima indagine di mercato (appena
scaricata da internet?). Mangiano, bevono, s’incontrano, fanno sesso, ma sembra tutto un espediente per far dire loro quello che il regista ha una grande (troppa) urgenza di farci sapere. Ben girato, ben interpretato, dialoghi ben scritti ma suona tutto un po’ falso, artefatto, posticcio; i rari momenti autentici sono quelli tra lo scrittore e l’amante e, sul finale, tra lui e la moglie, e sono infatti quelli meno dialogati, in cui si dimentica ciò che il regista vuole tanto farci sapere e ci si abbandona ai personaggi e alla loro storia. Troppo pochi purtroppo. Giudizio: **

LA DONNA ELETTRICA

Anticommedia della contemporaneità
Regia: Benedikt Erlingsson
Interpreti: Halldora Geirharos, Johann Siguroarson

Berenice dice: spunto interessante, si perde un po’ nello sviluppo per riprendersi verso la fine

Più che elettrica è quasi esplosiva la cinquantenne islandese che dietro le sembianze di una tranquilla direttrice di coro dedita alla meditazione, cela una sabotatrice convinta. Con una grinta e una determinazione che le leggiamo in viso sin dalle prime immagini, Halle porterà a compimento il suo progetto, salvare la propria terra sabotando l’industria siderurgica del Paese poco sensibile alle istanze ecologiste. Il governo indagherà, aiutato da americani, israeliani e tecnologia. Ma un esercito, droni ed elicotteri, non potranno avere la meglio sulla determinazione della donna (e i suoi pochi e poveri mezzi). Prendendosi gioco dei servizi segreti, intelligence internazionale, stampa e un certo catastrofismo gridato, il regista islandese confeziona un film non perfetto (specie nella parte centrale che si sfilaccia un po’) ma di certo non convenzionale: con una grande protagonista che è la forza del film assieme a un paesaggio incantevole, a tratti quasi lunare, da amare, abbracciare, annusare come fa la sua protagonista.
Giudizio: ***

COLETTE

Film sulla grande scrittrice francese Colette
Regia: Wash Westmoreland
Interpreti: Keira Knightley, Eleanor Tomlinson, Dominic West

Berenice: ritratto sbiadito e deludente di un’artista

Gabrielle Sidonie Colette è una ragazza della piccola borghesia di campagna, intelligente, acuta e piena di talento. Conosce Willy, uno scrittore e scaltro imprenditore letterario, se ne innamora e lo sposa. Inizierà la sua vita parigina di moglie e poi d’artista. Difficile all’inizio, nel complicato adattarsi a un ambiente non suo e a un uomo non poi amabile come credeva, più stimolante ed interessante in seguito quanto più Colette prenderà coscienza di sé. Vedremo il suo accostarsi, a forza, alla scrittura ma anche i progressi, l’evoluzione, la crescita, gli insegnamenti del marito, il suo spronarla, forgiarla, sfruttarla, i loro litigi, i tradimenti, le gelosie, le ripicche.
Tutto qui. Il regista si accontenta di questo rimanendo in superficie, appiattendosi su un rapporto più complicato e complesso di quanto riesca a rappresentare, non riuscendo a rendere nulla della Colette che abbiamo conosciuto e ammirato. Complice una Keira Knightley che rimane algida, distaccata, senza riuscire ad entrare davvero nel personaggio e restituirne lo spessore, la forza e la genialità. Spicca invece un Dominic West perfetto nella parte che, nonostante l’odioso personaggio che gli è stato cucito addosso, riesce a farsi amare (molto più della Colette ombrosa e fragile dipinta da Wash Westmoreland). Rimane un film in costume un po’ patinato, molto curato, dalle belle immagini, splendidi costumi e magnifici interni, pochissimo altro. Bell’involucro, poca sostanza.
Giudizio: **

Corso base di scrittura creativa 2019

Si può seguire il corso online (da tutta Italia), oppure in libreria dal vivo, a Milano

Libreria Popolare
Via Tadino 18, Milano
Inizio: martedì 26 febbraio 2019
Durata della singola lezione: h 18.15 – 20

Insegnanti:

Mariarosa Bricchi, Maurizio Cucchi, Giorgio Fontana, Bruna Miorelli, Marta Morazzoni, Mauro Novelli, Alessandro Robecchi, Gianni Turchetta, Hans Tuzzi.

Argomenti:

  • Cos’è la struttura, esempi di riferimento per l’oggi.
  • Davvero il verbo al passato remoto resta il tempo per eccellenza della narrativa?
  • Come movimentare i piani narrativi.
  • Le scansioni (scena, episodio, dialogo, soliloquio, …).
  • Rompere le regole: Joyce, Proust, Céline.
  • Punti a favore e punti di debolezza da risolvere per chi sceglie l’io narrante.
  • Narrare in terza persona per contenere l’eccesso di autobiografismo?
  • Il dialogo nei romanzi di Elena Ferrante.
  • Come rendere il pensiero dei personaggi.
  • Quando la ripetizione ci vuole e quando risulta stucchevole.
  • L’uso degli aggettivi.
  • Il rapporto tra i personaggi e lo spazio (far capire quando ne sopraggiunge un altro, chi c’è nella stanza, raccontare un luogo affollato, festa, cerimonia, eccetera).
  • Come accorpare il testo, secondo quali criteri, e quali spaziature utilizzare.

Profilo degli insegnanti:

Matteo B. Bianchi: Scrittore, autore di numerosi romanzi, tra cui Generations of love, Fermati tanto così, Esperimenti di felicità provvisoria (tutti Baldini & Castoldi), Apocalisse a domicilio, Sotto anestesia, Maria accanto. Ha partecipato alla trasmissione Dispenser di Radio 2 RAI, ed è stato coautore della trasmissione Very Victoria (MTV). È autore della commedia teatrale Bigodini.

Maurizio Cucchi: Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito da La traversata di Milano. Molte le raccolte di poesie: Paradossalmente e con affanno (Einaudi), Il disperso, Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.

Giorgio Fontana: Scrittore, pubblica con Sellerio Per legge superiore, Morte di un uomo felice (Premio Campiello 2014), Un solo paradiso. Il suo romanzo d’esordio, Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori), è seguito da Novalis (Marsilio). Con il reportage narrativo sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia (Terre di Mezzo) è finalista al Premio Tondelli 2009. Nel 2011 pubblica per Zona il saggio La velocità del buio. Autore di articoli e saggi su “Il manifesto”, “Lo Straniero”, “Opendemocracy.net”, “Il primo amore”, “Berfrois”, “El Aleph”, “Wired”. Dal 2005 al 2010 è condirettore del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”.

Bruna Miorelli: Giornalista culturale a Radio Popolare Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due (tutte la Tartaruga edizioni). Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri (Oscar Mondadori), e Ciao Bella (Lupetti). Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere (Zelig). Ha tenuto rubriche di recensioni letterarie per le riviste “Cuore” e “Linus”.

Marta Morazzoni: Autrice di romanzi e racconti. Nel 2018 ha ottenuto il Premio Campiello alla Carriera, nel 1997 il Premio Campiello per Il caso Courrier (Longanesi). Tra i suoi lavori di narrativa: La ragazza col turbante, Casa Materna, L’estuario, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe (tutti Longanesi), La città del desiderio, Amsterdam (Guanda), Una nota segreta (Longanesi), Il fuoco di Jeanne (Guanda).

Mauro Novelli: Docente di Letteratura italiana all’Università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Suoi Il verismo in maschera, Il ponte vecchio, Divora il tuo cuore (Il Saggiatore). Ha collaborato alle riviste “Linea d’ombra”, “Tirature”, “Nuova antologia”, “Diario”. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.

Alessandro Robecchi: Scrittore, giornalista, autore di testi televisivi. È diventato autore di bestseller con la serie di gialli ambientati a Milano, protagonista Carlo Monterossi. Cinque i titoli, l’ultimo Follia maggiore (tutti Sellerio). Preceduti da Manu Chao. Música y libertad (Sperling & Kupfer) e Piovono pietre (Laterza). Scrive per “il Fatto Quotidiano”. È stato editorialista de “il manifesto”, caporedattore al settimanale satirico “Cuore”, critico musicale per “L’Unità” e ha collaborato al mensile di musica “Il mucchio selvaggio”. È uno degli autori delle trasmissioni di Maurizio Crozza. È stato direttore dei programmi a Radio Popolare, firmando per cinque anni una striscia satirica quotidiana, Piovono Pietre (premio Viareggio per la satira politica 2001).

Gianni Turchetta: Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 20033), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.

Hans Tuzzi: Autore di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto di storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella, Casta diva. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano (Skira).

Corso avanzato di scrittura creativa 2019

Si può seguire il corso online (da tutta Italia), oppure in libreria dal vivo, a Milano


Libreria Jaca Book
Via Frua 11 (entrata all’angolo da via delle Stelline), Milano
Inizio corso: mercoledì 20 febbraio 2019
Durata della singola lezione: h 18.15 – 20

Insegnanti:

Marta Morazzoni, Serena Daniele, Bruna Miorelli, Mauro Novelli, Gianni Turchetta, Sara Sullam, Matteo B. Bianchi, Hans Tuzzi, Mariarosa Bricchi, Giorgio Fontana

 

Argomenti lezioni:

  • Pluralità di voci narranti (non nel romanzo corale): come farle coesistere senza appesantire.
  • Si può riconoscere il proprio stile e imparare a lavorarci per migliorarlo? Utilità di maestri di riferimento
  • La revisione: quando fermarsi, pena un peggioramento del testo.
  • Eliminare il superfluo, il finto ricercato, il manierismo, per dare pienezza alla scrittura.
  • L’uso delle immagini negli scritti (nell’era della civiltà dell’immagine). La contaminazione con altre arti (visive in particolare) per creare più piani di riferimento e concorrere al ritmo e alla forza descrittiva.
  • Fare di un personaggio il motore della storia (“storie di personaggi”, “storie di trama”).
  • Leggere, come leggere, cosa leggere (romanzi, saggi, documenti) per sostenere la propria scrittura.
  • La gestione dei tempi verbali per movimentare la narrazione.
  • Recensioni e interviste: elementi costitutivi essenziali, stile, pubblico di riferimento.
  • Rischi e pregi dell’utilizzo di slang, linguaggi giovanili, dialetti e simili.
  • Rendere vivi i personaggi minori, non facendone delle semplici comparse.
  • Natura particolare delle regole in letteratura.

Profilo degli insegnanti:

Matteo B. Bianchi: Scrittore, autore di numerosi romanzi, tra cui Generations of love, Fermati tanto così, Esperimenti di felicità provvisoria (tutti Baldini & Castoldi), Apocalisse a domicilio, Sotto anestesia, Maria accanto. Ha partecipato alla trasmissione Dispenser di Radio 2 RAI, ed è stato coautore della trasmissione Very Victoria (MTV). È autore della commedia teatrale Bigodini.

Maurizio Cucchi: Nel 2005 per Mondadori è uscito il suo primo romanzo, Il male è nelle cose, seguito da La traversata di Milano. Molte le raccolte di poesie: Paradossalmente e con affanno (Einaudi), Il disperso, Le meraviglie dell’acqua (1980), Glenn (1982, Premio Viareggio), Il figurante (scelta di versi 1971-1985), Donna del gioco (1987), La luce del distacco (per il teatro, 1990), Poesia della fonte (1993, Premio Montale), L’ultimo. Esperienze professionali come informatore e dirigente industriale.

Giorgio Fontana: Scrittore, pubblica con Sellerio Per legge superiore, Morte di un uomo felice (Premio Campiello 2014), Un solo paradiso. Il suo romanzo d’esordio, Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori), è seguito da Novalis (Marsilio). Con il reportage narrativo sugli immigrati a Milano Babele 56. Otto fermate nella città che cambia (Terre di Mezzo) è finalista al Premio Tondelli 2009. Nel 2011 pubblica per Zona il saggio La velocità del buio. Autore di articoli e saggi su “Il manifesto”, “Lo Straniero”, “Opendemocracy.net”, “Il primo amore”, “Berfrois”, “El Aleph”, “Wired”. Dal 2005 al 2010 è condirettore del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”.

Bruna Miorelli: Giornalista culturale a Radio Popolare Milano. Ha curato le antologie di racconti Da un mondo all’altro, Racconta, Racconta due (tutte la Tartaruga edizioni). Ha curato inoltre la raccolta di saggi Millelibri (Oscar Mondadori), e Ciao Bella (Lupetti). Con Rosaria Guacci è autrice di Come scrivere (Zelig). Ha tenuto rubriche di recensioni letterarie per le riviste “Cuore” e “Linus”.

Marta Morazzoni: Autrice di romanzi e racconti. Nel 2018 ha ottenuto il Premio Campiello alla Carriera, nel 1997 il Premio Campiello per Il caso Courrier (Longanesi). Tra i suoi lavori di narrativa: La ragazza col turbante, Casa Materna, L’estuario, Una lezione di stile, Un incontro inatteso per il consigliere Goethe (tutti Longanesi), La città del desiderio, Amsterdam (Guanda), Una nota segreta (Longanesi), Il fuoco di Jeanne (Guanda).

Mauro Novelli: Docente di Letteratura italiana all’Università Statale di Milano. Autore di numerosi saggi su Delio Tessa, Carlo Porta, Andrea Camilleri, Piero Chiara. Suoi Il verismo in maschera, Il ponte vecchio, Divora il tuo cuore (Il Saggiatore). Ha collaborato alle riviste “Linea d’ombra”, “Tirature”, “Nuova antologia”, “Diario”. Fa parte della giuria letteraria del Premio Chiara e del Premio Manzoni.

Alessandro Robecchi: Scrittore, giornalista, autore di testi televisivi. È diventato autore di bestseller con la serie di gialli ambientati a Milano, protagonista Carlo Monterossi. Cinque i titoli, l’ultimo Follia maggiore (tutti Sellerio). Preceduti da Manu Chao. Música y libertad (Sperling & Kupfer) e Piovono pietre (Laterza). Scrive per “il Fatto Quotidiano”. È stato editorialista de “il manifesto”, caporedattore al settimanale satirico “Cuore”, critico musicale per “L’Unità” e ha collaborato al mensile di musica “Il mucchio selvaggio”. È uno degli autori delle trasmissioni di Maurizio Crozza. È stato direttore dei programmi a Radio Popolare, firmando per cinque anni una striscia satirica quotidiana, Piovono Pietre (premio Viareggio per la satira politica 2001).

Gianni Turchetta: Saggista e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano. Ha affiancato al lavoro di ricerca specialistica interventi di critica militante, cercando di unire critica formale, teoria della letteratura e critica sociologica. Ha curato L’opera completa di Vincenzo Consolo per i Meridiani Mondadori (2015, Premio Lions 2016) e edizioni di Campana, D’Annunzio, Pirandello. Ha pubblicato i volumi Dino Campana, biografia di un poeta (1985, 20033), Gabriele d’Annunzio (1990), La coazione al sublime (1993), Il punto di vista (1999), Critica, letteratura e società (2003) e molti saggi sulla letteratura dell’800-900 (fra gli altri, su Collodi, Salgari, Tozzi, Gadda, Moravia, Cassola, Fortini, Sciascia, Mastronardi, Testori, Consolo, Tadini, Elena Ferrante, Marcello Marchesi, la narrativa comica), sull’editoria e sui media. Ha inoltre tradotto dal francese (fra gli altri La schiuma dei giorni e Lo strappacuore di Boris Vian), dall’inglese e dal serbo-croato.

Hans Tuzzi: Autore di romanzi, saggi, biografie. Noto soprattutto come giallista ed esperto di storia del libro e del mercato antiquario. Il commissario Melis è protagonista di Il Maestro della Testa sfondata (2002), Perché Yellow non correrà (2003), Tre delitti un’estate (2005), La morte segue i magi (2009), Un posto sbagliato per morire (2011), La figlia più bella, Casta diva. I gialli sono pubblicati da Bollati Boringhieri. Altri libri fuori dal genere poliziesco Vanagloria e Morte di un magnate americano (Skira).

Io e l’altro

 

di Oliviero Picco

Il tuo dominio è la notte quando, complice l’insonnia, la tua voce si sovrappone al ritmo del mio cuore, facendolo accelerare. Ti imponi irrispettosa e inopportuna, mischi lo spazio e il tempo. Pretendi un rapporto intimo, profondo, conflittuale. Io non ne ho voglia. Ho paura di restare solo con te, ma non so come evitarti.
A volte sei preziosa, spesso disumana. Dici che sono meschino, che dovrei ammainare quel grande pronome personale che porto stampato sulla faccia come effige della mia presunzione. Stride come un do di petto stonato.
Ma chi ti credi di essere? Mia madre? Tu non sei nessuno, non esisti, nessuno ti vede, vivi in un mondo di fantasmi ai quali non importa nulla di me. Fattene una ragione.
E anche se fossi mia madre? Il sangue è liquido e non tiene insieme nulla. Solo quando si coagula per sempre, mischiandosi agli ingredienti della morte, prende quella consistenza resinosa che tutt’al più, può servire a incollare i ricordi nella mente. Come quei triangolini neri con cui si attaccano le fotografie sull’album. Ma è una tenuta a scadenza, perché passata l’estate viene l’autunno dei ricordi, come quello delle fotografie che cadono dall’album dopo qualche anno che hai voltato le pagine.
Se non sei nessuno perché allora mi perseguiti e mi spaventi? Perché cerchi di convincermi che il tumore è tornato? Da cosa lo hai capito? Hai bevuto il mio piscio, hai assaggiato la mia merda? Non sei un dottore, eppure ti credo e terrorizzato corro all’ospedale, faccio le analisi. Va tutto bene, stronza. Non ti permettere mai più. Mi hai portato oltre la gialla della Rossa e se tu fossi dotato di arti, demagogico ectoplasma, mi avresti spinto giù.
Perché lo fai? Vuoi che io stia male? Che io muoia? È questo che vuoi veramente oppure gridi al lupo al lupo per imprigionarmi in una quaresima di incertezza, facendomi rimpiangere le mie mature speranze già tachicardiche?
Sei una parassita, qualcos’altro da me, una maledetta metempsicotica che si è infilata nel mio corpo. Vattene una volta per tutte dalle mie viscere.

Dubbi, ancora dubbi. Li fai emergere e non mi aiuti a risolverli.
Quando mio figlio mi dirà che si vuol licenziare per rincorrere un sogno giusto, etico, perfetto ma solo in un mondo perfetto, io non saprò che dire. Mi opporrò sciorinando un’analisi precisa della situazione sociopolitico economica. Lui ne formulerà una opposta, altrettanto plausibile forse un po’ ingenua. Mi guarderà e sembrerà dirmi: perché non sei d’accordo con me? Sei tu che mi hai nutrito così. Ho paura per lui ma sono commosso dalla sua freschezza e mi tapperò la bocca con un grumo di ansia.
È la scelta giusta? Non parli? A volte sei così irritante. Sei un tailleur che pretende di essere buono per tutte le stagioni. Scegli la linea di minor resistenza, quella che ti farà soffrire meno. Il mio tempo e il mio spazio diventano così minuscoli, una bolla d’aria in cui affondo la cannuccia per succhiare l’effimera serenità che mi darà il non aver litigato con lui. Ma durerà qualche settimana, forse un mese e poi?
A proposito di bolle d’aria, hai letto l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico? No? Beh, parla di fine del mondo. Tra quindici anni se non si farà nulla e non si farà nulla, ne sono certo, nelle grandi città non si potrà più respirare e fra trenta la vita sull’intero pianeta comincerà a estinguersi. Ti rendi conto qual è diventato l’arco temporale di riferimento? Solo poche decine di anni. Non ho ancora sufficientemente affinato le mie scelte di vita per affrontare i temi del ventunesimo secolo, ed ecco che mi trovo alle prese con un pensiero primitivo, quello della sopravvivenza.
Guardo tutto con occhi nuovi. Sono nel traffico in coda e penso che quelli dell’ONU hanno ragione, sono in montagna, l’aria sembra buona e mi illudo che esagerano. Poi rifletto che per arrivare in montagna ho fatto la coda nel traffico e l’ONU torna ad aver ragione. In questo tira e molla tu che cosa mi hai suggerito? Di essere felice. Non solo, hai aggiunto che devo fare di tutto perché il processo si acceleri. I tuoi calcoli dimostrerebbero che, se non mi torna il tumore, prospettiva terrificante che mi agiti continuamente davanti agli occhi, più o meno la fine del mondo potrebbe coincidere con la mia morte naturale. Che bello! Nessun rimpianto perché non vi sarà più nulla da rimpiangere, io finirò come tutto.
Come si dice? Se tutti muoiono nessuno muore.
Mi cullo in questa idea poi penso a mia nipote che ha sei mesi e la caccio dalla testa. Nei momenti in cui soffro torno a considerare la tua prospettiva. Che mi importa di mia nipote.
Noo! Non dovevo dirlo, non volevo dirlo, è colpa tua! Che cosa enorme… Che dici? Non è una cosa enorme? Metterla al mondo non è stata una mia decisione? Di piantarla con i sensi di colpa? Del sangue del tuo sangue, eccetera eccetera ne abbiamo già parlato? Ma io le voglio bene! …Eh? …Come? Avrò ancora qualche anno per dimostrarglielo? Hai ragione, voglio convincere mia figlia, ieri femminista oggi sacerdotessa del matrimonio, a vivere in montagna con me dove, in futuro forse, si respirerà ancora. Dalla foto di famiglia mi hai suggerito di cancellare il marito e i consuoceri. Il mio appartamento è di soli tre locali più servizi, cosa possono pretendere?
Con la precisione di un orologiaio svizzero compili il catalogo delle mie contraddizioni, è più voluminoso di quello dell’Ikea. Mi operi al cuore con un cucchiaio, come togliere i semi dalla zucca. Lo sai quanto io sia deprimibile, eppure non mi concedi alcun riguardo.
Per te non esistono i compromessi: o è tutto bianco o è tutto nero. Sei brava, implacabile bastarda, a scovare come una TAC il peccato nel più recondito angolo delle mie fibre.
Provo a tenerti testa a opporre delle attenuanti. Quella che preferisco è: ho tante contraddizioni perché tendo alla perfezione. Mi sbeffeggi e cominci a disfare tutto come disfacessi un puzzle.
Quell’immagine, nonostante le fessure tra una tessera e l’altra dovrebbero suggerirmi un che d’artificiale, rappresenta invece qualche cosa per me, mentre tu la riduci ad una manciata di pezzi insignificanti. Conservo, come macerie di una antica chiesa, ogni singolo frammento perché contiene la sua parte di verità. È il bandolo della matassa.
Sono stanco. Conoscere, sapere e scegliere mi è diventato faticoso. Ricostruire quel puzzle sembra il supplizio di Tantalo.
Basta! Qualunque cosa tu sia dimmi qual è la prospettiva giusta: Io e l’altro, l’altro e io o l’altro io?
No? Nessuna di queste?
Quale allora?
“Xanax”! Una compressa al mattino e una alla sera prima dei pasti.

Oliviero Picco: già responsabile di sviluppo, formazione e gestione del personale per un’area geografica di una banca milanese nonché del welfare aziendale.

Al cinema: Santiago, Italia; Il teatro a lavoro; Tre volti; La prima pietra.

55414SANTIAGO, ITALIA
Documentario di Nanni Moretti

Berenice dice: il Paese che eravamo (e non siamo più)
Cile, inizio anni ’70. La vittoria di Allende, l’entusiasmo, la gioia, le prime difficoltà, il colpo di Stato, la paura, gli arresti. Con immagini di repertorio, interviste, testimonianze, Nanni Moretti ricostruisce il periodo. Operai, imprenditori, artigiani, avvocati, registi, traduttori, giornalisti, protagonisti di quei giorni e di quelli che sono seguiti, ciascuno con un pezzo di storia, con la propria esperienza, racconti, emozioni, ricordi. Ed è con i loro bei visi, pacati, distesi, pieni di umanità – e una dignità che rimane intatta anche quando l’emozione ha il sopravvento – che il regista racconta un pezzo di Storia, del Cile ma anche del nostro Paese. E’ stato infatti proprio l’Italia (la nostra Ambasciata) ad accogliere e dare rifugio prima, ospitare ed offrire un lavoro e un futuro poi, a centinaia e centinaia di cileni. Due popoli così lontani e diversi, eppure in quel frangente così vicini. Il Paese che siamo stati e non siamo più capaci di essere.
Moretti non interviene, non giudica (ma non è imparziale, dice), all’ultimo lascia la parola a uno dei protagonisti e testimoni: ‘l’Italia di oggi, assomiglia sempre più al Cile di allora, non la riconosco più’. E forse non è il solo.
Giudizio: ****

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IL TEATRO AL LAVORO
Documentario di Massimiliano Pacifico
Tratto da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques
Interprete: Toni Servillo

Berenice dice: il teatro, gli attori, i testi al lavoro (il teatro visto dal di dentro)
Un Toni Servillo inedito entra e fa entrare nel testo (un testo difficilissimo) giovani attori e aspiranti attori. Partendo da Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jacques e le preziose lezioni di Louis Jouvet, insegna cosa è il teatro, cosa sta dietro e dentro il testo, come e quanto può cambiarti. Non solo chi lo scrive ma anche chi lo interpreta e si fa portatore (involontario, come dice Jouvet) di un messaggio, è quel messaggio che chi recita deve trovare e portare allo spettatore. E’ questo il delicato compito dell’attore e lo comprendiamo, più ancora che dalle parole di Servillo – dispensate ai suoi studenti in abbondanza e con una certa ironia, sfiorando a volte un tono, se non saccente, che vi somiglia – dai dilemmi, la crisi, lo sconforto che assalgono chi va in scena quanto più si avvicina alla Prima. Quando si sente appesantito da luci, rumori, gente che va e viene, distrazioni che lo portano lontano, ‘non ci sono’ dice, ‘non mi sopporto, non mi posso sentire’. Ma poi il personaggio arriva, come aveva spiegato ai suoi studenti (e diceva anche Jouvet), ed è un successo e forse anche una liberazione. Il lavoro dell’artista visto da vicino, quello dell’attore complementare a quello dello scrittore, accomunati dallo sforzo, la fatica, il lavoro, l’impegno, la ricerca continua, perché l’arte è talento ma non solo. Questo fa capire a noi come ai suoi studenti Servillo, regalandoci qualcosa che va oltre il documentario e ci accompagnerà nella visione dei prossimi lavori (teatrali o cinematografici che siano).
Giudizio: ***

54793

TRE VOLTI
Film drammatico diretto da Jafar Panahi
Interpreti: Jafar Panahi, Benaz Jafari, Marziyeh Rezaei

Berenice dice: i volti dell’Iran
Marziyeh è una ragazza sveglia e libera che ragiona con la sua testa (e per questo la chiamano ‘testa vuota’), vuole fare l’attrice contro la volontà di tutti, famiglia, futuri suoceri, capo villaggio, vecchi saggi.
Disperata manda un video inquietante alla sua attrice preferita. Quando Behnaz Jafari lo riceve ne è turbata, si tormenta, non si dà pace. Può fare qualcosa?, è ancora in tempo per intervenire? Molla tutto e parte per quel villaggio sperduto tra i monti del Nord-Ovest dell’Iran, accompagnata dal regista Jafar Panahi (nei panni di se stesso). Sarà un viaggio nell’Iran più profondo, che sentiamo lontanissimo, come fermo nel tempo.
Panahi torna in macchina e ci porta fuori da Teheran, in un mondo sperduto che ci fa tornare indietro in un’altra epoca, noi come i protagonisti del film. Sembra conoscerlo molto bene (e infatti è la terra dei suoi genitori) e lo ritrae con una cura delle immagini piena d’amore, restituendoci un altro volto dell’Iran, che ha il bel viso fresco e volitivo di Marziyeh, ma anche il volto serio, forte e determinato di Behnaz, e quello stanco e un po’ invecchiato del regista, segnato da una persecuzione senza fine. E ancora, delle decine di persone che incontreranno in questo loro viaggio alla ricerca della ragazza, come anche alla scoperta di qualcosa che va più in là. Facce stanche segnate dalla fatica, accoglienti ma dure, legate a quella terra arida e dura come loro, a regole severe e inviolabili.
Una terra in cui le giovani donne non possono decidere della loro vita, hanno in mano il cellulare, ne usano benissimo le più avanzate funzioni, eppure devono rimanere seppellite nelle loro case, nei loro villaggi, all’interno di logiche e regole soffocanti. Seppellite vive.
Giudizio: ***

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LA PRIMA PIETRA
Film commedia diretto da Rolando Ravello
Interpreti: Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti

Berenice dice: leggero, intelligente, politicamente non corretto
Ante Vigilia di Natale, nel bel mezzo del giardino della scuola, il piccolo Samir prende una pietra e la scaglia contro una finestra. Dramma: un vetro in frantumi, due bidelli feriti, madre e nonna sul piede di guerra, uno scontro sul punto di farsi esplosivo. Prova a ricucire la ferita un Preside pressato da altro, pensieri, urgenze, una recita di Natale ‘politicamente corretta’ da salvare ad ogni costo. Non bastasse deve vedersela con genitori poco disponibili, una segretaria menefreghista che gli estorce denaro, e una maestra vegana finto buonista, che sorride alla vita e vede in ogni cosa un’opportunità. Ma la fretta non lo aiuta, più tenta di avvicinare le parti più queste si allontanano, i motivi di discordia si moltiplicano, facendo riaffiorare risentimenti, rancori e ferite ben più antichi.
Con un ritmo incalzante, una struttura ben congegnata, continue battute, il regista riesce a rendere con grande realismo uno spaccato tanto autentico quanto poco lusinghiero del nostro Paese, incapace di districarsi in un contesto nuovo, complesso, multietnico. La scuola quale specchio della nostra società, i suoi malumori, pregiudizi, conflitti. Un piccolo film, che con leggerezza e brio, non senza qualche sbavatura, si prende gioco di un certo buonismo di facciata, del ‘politicamente corretto’ a oltranza, di un perbenismo ipocrita che tenta di seppellire i conflitti.
Giudizio: ***