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I racconti della scuola di scrittura Arte del narrare

Da Bagdad a Najaf (1962)

di Olga Foti.

Non saprò mai se quel signore che ci aveva dato un passaggio da Bagdad a Najaf aveva una certa idea per la testa o era solo una persona gentile, contenta di conoscere due ragazze europee con le quali rinfrescare il suo francese. E neanche lui saprà mai se le due turiste erano delle vere stronze o avevano avuto le loro brave ragioni per comportarsi come si erano comportate, e non solo con lui ma soprattutto con la vecchia serva. Certamente la domanda se la sarà posta. Anche a distanza di decenni come avevamo fatto e facciamo ancora noi?
Noi significa io e Giuliana e tutto era iniziato quando avevamo deciso che non si poteva non visitare la famosa antica moschea di Najaf. Da Bagdad non c’erano mezzi per raggiungerla se non un pullman che partiva una volta alla settimana, nel nostro caso si doveva aspettare cinque giorni. Troppi.
Sapevamo che era una moschea particolarmente sacra, custodiva la tomba di Alì genero di Maometto, i non musulmani non potevano entrare. Ma noi non avremmo potuto far finta di esserlo? Bastava quel vestito-mantello nero che lasciava scoperto solo un pezzetto del viso, abà si chiamava, e potevamo passare addirittura per irachene.
Però questi benedetti abà non eravamo riuscite a trovarli in nessun negozio mercato mercatino, bisognava comprare il tessuto, ci dissero, e farli confezionare.
Ci mancava anche questa, cercare la sarta, farci dare l’appuntamento, e poi le misure, la prova…  Non avevamo tempo da buttar via ma non avevamo nemmeno intenzione di rinunciare a Najaf.
E se li avessimo confezionati noi? Non sembravano creazioni di alta sartoria, forse bastava osservare bene uno di quelli che indossavano le donne che incontravamo per la strada. Noi non parlavamo arabo, quelle donne quasi sicuramente non conoscevano nessuna lingua europea, ma non aveva importanza se eravamo capaci di fermarle, incuriosirle, trattenerle qualche momento per osservare la fattura del loro vestito. E infatti. Le donne si lasciavano fermare, ci ascoltavano senza capire niente, rispondevano senza che noi capissimo niente, a parte qualche sorry con cui di tanto in tanto infioravano il discorso. Incuriosite, divertite (alcune ridevano), erano davanti a noi e noi potevamo osservare i loro abà. Fattura tutt’altro che complicata, come immaginavamo.
Il tessuto fu comprato al mercato, taglio e cucito nella nostra stanza d’albergo usando le forbicine del beauty case, mentre a turno io e Giuliana facevamo da manichino e a turno usavamo ago e filo. Una cosa divertente e piuttosto semplice anche per due come noi che non brillavano certo nell’arte del cucito. Non saranno stati di alta sartoria ma quelli venuti fuori erano due abà.
Li abbiamo piegati bene, sistemati nello zaino, pronte a partire l’indomani all’alba. Facendo l’autostop, non c’era alternativa.
Non era nemmeno tardi, ci restava tempo per fare un giro in città e come le sere precedenti andare a vedere dal ponte il tramonto sul Tigri e scendere sulle sue rive. C’erano sempre pescatori che arrostivano il pesce, il profilo dei volti contro la luce dei falò, i fuochi che si riflettevano nell’acqua, le palme, e sopra la luna.
Lune così se ne vedono poche in giro, su questo eravamo perfettamente d’accordo Giuliana e io, così bella l’avevamo vista solo a Basra dove il Tigri si incontra con l’Eufrate, si sposano, formano lo Shatt al Arab che fa il suo viaggio di nozze scorrendo fra distese di palme cariche di datteri. Anche noi avevamo fatto un po’ di quel percorso accompagnate da un vecchio barcaiolo con una tunica bianca e un turbante rosso e bianco attorno al capo. Rosso e bianco: il colore dell’Islam sunnita. Di tanto in tanto il barcaiolo salutava qualcuno che raccoglieva datteri, la brezza sollevava piccolissime onde che ci spruzzavano il viso e i vestiti e si sentiva solo il rumore dell’acqua e l’odore delle palme. Di sera, poi, con la luna, era come andare incontro a Sherazade, una specie di incantamento, come sul Tigri a Baghdad.
E a Baghdad, l’indomani, nella grande strada bianca che andava verso ovest, ai primi nostri segni da autostoppiste si fermò un signore che viaggiava su un’auto non proprio nuova e tutta impolverata.
“Najaf?”
“Oui” rispose l’uomo e ammonticchiò dei sacchetti per farci posto.
Un signore non bello, non giovanissimo, vestito all’europea, un po’ impolverato come la sua macchina. Abitava proprio a Najaf, disse, era stato a Bagdad per lavoro e chiese cosa ci andavamo a fare noi. A vedere la moschea? Ce lo sconsigliava, l’anno precedente due ragazzi tedeschi avevano rischiato di essere linciati dalla folla: moschea sacra, tomba di Alì. Sapevamo chi era Alì?
Le nostre risposte gli fecero davvero piacere, non solo eravamo informate su Alì cugino e genero di Maometto ma sapevamo anche che quella era una moschea meta di pellegrinaggi, il terzo luogo sacro dell’Islam sciita. Insomma la guida comprata prima della partenza con tutte quelle informazioni ci faceva fare una bellissima figura. In più, il signore sembrava felice di poter parlare con noi in francese, il suo era un francese scolastico o poco più, ma ci capivamo benissimo anche se lui, a scanso di equivoci, ci ripeté per ben tre volte che la moschea potevamo vederla solo da fuori: “Non musulman, non Islam, non mosqueé Alì.”
Naturalmente ci guardammo bene dallo svelargli le nostre intenzioni e i due abà restarono nascosti negli zaini.
Eravamo già distanti da Baghdad, si scorgevano distese bianche, villaggi bianchi, e case sparse qua e là, anch’esse bianche. Più lontano greggi di pecore o capre che sollevavano verso il sole nuvole dorate. Niente vegetazione.
Non pluie” disse l’uomo seguendo il nostro sguardo e con una mano fece un gesto come per aggiungere “da molto tempo.”
Ci chiese del nostro paese e cosa avevamo già visto del suo, davvero eravamo state a Basra? Lui ci andava da bambino, dai nonni, la sua mamma era di Basra. Avevamo visitato anche le paludi? Quelle infestate dai cinghiali…? Certo, sapeva che ne erano rimasti pochi, molte paludi erano già state prosciugate, ma comunque… “Chapeau!”
Quando fummo nei pressi di Najaf ci consigliò cosa andare a vedere, ci avrebbe fatto accompagnare dalla figlia, se volevamo, lui purtroppo aveva un importante impegno di lavoro ma appena libero ci avrebbe raggiunte.
Adorabile persona, e ancor più adorabile la figlia, una ragazzina di dieci anni o poco più che faceva roteare una corda sottile e saltava: flap, flap, nel cortile di casa. Di fronte un orto e una donna che raccoglieva grossi pomodori maturi. Si accorse di noi, ci raggiunse col cestino pieno e il signore si affrettò a spiegarci che quella non era la moglie: Non madame, non madame.
La non madame era piccola, magra, dimessa e, naturalmente, vestita di nero. Noi, da subito, la soprannominammo la vecchia.
A pensarci adesso quella vecchia poteva avere sì e no cinquant’anni e in quanto a forza poi… Ce ne diede una dimostrazione al momento giusto.
Il signore ci chiese di scusarlo, doveva proprio andare, gli spiaceva tanto, sarebbe tornato appena possibile, e comunque di stare tranquille, ci avrebbe riaccompagnato lui a Bagdad. Ci pregò di pranzare assieme alla figlia e prima di sparire fece un discorso alla vecchia. Di sicuro le raccomandò di fargli fare bella figura, così abbiamo pensato noi quando ci siamo trovati davanti quel pesce buonissimo e un qualcosa con le patate altrettanto buono.
Poi in giro per Najaf con la ragazzina, senza problemi per la lingua, ognuno parlava la propria, e se qualche volta non ci capivamo, pazienza, spesso non ci si capisce nemmeno se si è nati nello stesso posto e si abita nella stessa casa.
Tutto andò bene fin quando non siamo arrivate davanti alla moschea.
Di una bellezza da togliere il respiro. Ma non era solo la bellezza che lasciava senza fiato, era quel che poi avrei trovato dentro e che sembrava trasudare da quelle mura antiche.
Finché restammo incantate lì davanti – c’era pure una cupola d’oro – finché ci siamo limitate a fare il giro intorno ai muri perimetrali, la ragazzina non disse niente, ma quando capì quali erano le nostre intenzioni…
Non era mica stupida, le bastò vederci tirar fuori gli abà. Dapprima scosse la testa, più volte, poi iniziò un sermone concitato con qualche pausa per riprendere fiato, e infine afferrandoci le mani, cercò di trascinarci via. Non era più la ragazzina che conoscevamo, sembrava una bomba pronta ad esplodere.
Giuliana, conciliante, disse che non era il caso di dare dispiaceri alla piccola che certamente aveva ricevuto istruzioni dal padre, dovevamo semplicemente non entrare.
Le chiesi se era impazzita. Centosessanta chilometri per arrivare, altrettanti per tornare a Baghdad, avevamo tagliato e cucito gli abà e fatto l’autostop contro ogni nostra regola di viaggio, e ora lei tranquillamente proponeva di rinunciare a vedere l’interno della moschea e il sarcofago di Alì? Facesse pure quel che voleva, io sarei entrata. La ragazzina era furiosa? Pazienza, le passerà, è passata a Napoleone passerà anche a lei. Non me ne importa niente.
In realtà mi spiaceva per la bambina, per Giuliana molto meno, succedeva spesso che per qualche piccolo ostacolo rinunciasse a qualcosa che lei stessa aveva proposto, che ci era costato tempo e organizzazione, e pretendeva che rinunciassi anch’io. Io no, spiacente, e la piantai assieme alla ragazzina.
Avevo notato un angolo dove potevo indossare il mio abà senza farmi scorgere da nessuno, e infatti, veloce lo tirai fuori dallo zaino, lo infilai sul mio vestito, raggiunsi la moschea. Come gli altri salii gli scalini, come gli altri lasciai le scarpe davanti alla porta e senza che nessuno mi notasse, mi fermasse, entrai.
Tutto il sole, la luce, la polvere e il caldo erano rimasti fuori e dalla penombra, dalla frescura, mi venne incontro un mare di piedi scalzi sui tappeti, il sarcofago di Alì tutto d’oro e le voci dei credenti che lo invocavano: Alì! Alì… e gli raccontavano certo grossi guai, un figlio che stava per morire, una disgrazia che si era abbattuta da poco sulla famiglia, e lo supplicavano: Alì, aiutami tu!
Non era necessario conoscere la lingua, le loro parole non potevano non essere le stesse di quelle delle donne e degli uomini che avevo visto da bambina al santuario dell’Addolorata. Gridavano quei fedeli, alzavano le mani, parlavano con la Madonna, anche loro la pregavano: Maria Addolorata aiutami tu. Alcuni, addirittura, avevano fatto ginocchioni l’ultimo tratto di strada, avevano grossi buchi nel vestito e la carne e la pelle delle ginocchia a brandelli.
Una chiesa e una moschea. A quanti chilometri di distanza? Ma era lo stesso spettacolo e la stessa fede.
Le donne con l’abà e gli uomini a capo scoperto continuavano a richiamare l’attenzione di Alì al proprio caso, e quelli più vicini al sarcofago cercavano di sfiorarlo con la mano. Un gruppetto di bambini, due tre anni al massimo, un po’ appartati e seduti per terra giocavano con sassolini bianchi senza parlare.
Mai vista una cosa così in nessuna moschea.
Poi arrivò il silenzio, totale, improvviso, come quando su un grande albero c’è un’infinità di uccelli che cinguettano e d’un tratto e senza un motivo comprensibile, senza un segnale percettibile, smettono, lasciano l’albero, riempiono il cielo, volano via. Era avvenuta la stessa cosa nella moschea, nessuno era arrivato, non si era udito alcun segnale, ma la folla si era zittita. Un silenzio totale.
Non so se è durato pochi secondi, molto di più, so solo che dopo è iniziata una preghiera collettiva, pacata, accompagnata da movimenti che cercavo di imitare, e non era difficile, ma io arrivavo sempre un secondo dopo, gli unici movimenti non sincronizzati erano i miei.
E questo non bastava per farmi notare, scoprire, farmi linciare dalla folla come stava per succedere ai due ragazzi tedeschi?
Terrore puro.
Non so come, forse con l’aiuto di Alì, protetta dalla semioscurità e camminando rasente alle pareti, raggiunsi un’uscita, percorsi, imponendomi di non correre, il cortile delle fontane per le abluzioni, mi ritrovai nella piazza.
Giuliana e la bambina erano là.
La bambina mi lanciò uno sguardo d’odio e poi mi ignorò, Giuliana mi chiese di descriverle cosa avevo visto, pentitissima di non essere entrata assieme a me.
Ritornammo a casa, il signore non c’era ancora, la vecchia ci preparò il the anche se la bambina, di sicuro, si era affrettata a raccontarle quel che era successo e anche lei adesso ci guardava con disapprovazione. Ma said doveva averle dato ordini precisi e la vecchia obbediva, assieme al the ci portò anche dei dolci al miele, fosse stato per lei ci avrebbe messo dentro del fiele. Nei miei almeno.
Nemmeno noi però eravamo molto cordiali, era pomeriggio inoltrato, quando sarebbe tornato il nostro said? E ci avrebbe riaccompagnati a Bagdad come aveva promesso?
Najaf ci aveva dato l’impressione di un posto dove non sarebbe stato possibile trovare un hotel nel caso avessimo avuto bisogno di trascorrervi la notte, e cosa sapevamo noi di quell’uomo, delle sue intenzioni?
Fra l’altro la ragazzina era scomparsa, era andata via da un bel po’ e senza nemmeno salutarci. Dove era andata?
Dalla nonna a prendere le uova fresche per la frittata, cercò di scherzare Giuliana mentre la vecchia ci osservava. Da quando mi aveva vista armeggiare con gli zaini non ci aveva più lasciate sole: paura che andassimo via? E se avessimo davvero tentato di farlo avrebbe cercato di impedircelo?
Per fortuna era solo una piccola smilza donnina che superava appena il metro e cinquanta, una vecchia, noi allora avevamo ventisei anni.
Si era seduta in posizione strategica, ci pareva, per arrivare, in caso, prima di noi alla porta che dava sulla strada. Piccola, nera, magra, ma era la nostra guardiana, il nostro cerbero che volle darci ancora un attestato della sua pazienza con un lungo discorso dove ritornava sempre la parola said, discorso che la nostra fantasia tradusse così: dovete aspettare, questi sono gli ordini, e io devo ubbidire, volete capirlo oppure no? Non posso mettermi nei guai per colpa vostra.
Ed era anche un po’ spaventata, si capiva, e questo spaventò anche noi.
Della bambina nessuna traccia e io paventavo uno scontro con Giuliana perché sul “comportarsi bene in viaggio” avevamo spesso divergenze di opinioni. Una volta, ad esempio eravamo state invitate a prendere il the presso una deliziosa famiglia araba, e la padrona di casa aveva messo davanti ad ognuna di noi un piatto pieno di dolci al miele che Giuliana sgranocchiava uno dietro l’altro. Ti piacciono? le chiesi. Lei disse di no ma continuò a mangiarli perché faceva parte del “buon comportamento.” Io ne avevo presi due, per gentilezza ero disposta a prenderne un terzo, non di più, e Giuliana, appena poteva e senza farsi scorgere mangiava anche i miei. Chiunque sarebbe morto d’indigestione ma lei sopravviveva sempre. Conosci il detto arabo? mi diceva, accettare tre caffè prima di scuotere leggermente la tazzina per far capire che non ne vuoi un quarto.
E per rispettare “le antiche abitudini arabe” lei era disposta a tutto, figuriamoci se pensava di poter fare una partaccia a quel signore così gentile. Voleva che l’aspettassimo? L’avremmo aspettato.
No, Giuliana, io non l’aspetto di sicuro, non so quali sono le sue intenzioni, invece so che è tardi e dobbiamo fare l’autostop per tornare a Baghdad. Ti avverto, adesso mi alzo e vado via anche senza di te.
Mi alzai. Non avevo ancora fatto un passo e la vecchia era già davanti la porta, le braccia tese come un Crocefisso.
Fu questo che convinse Giuliana che forse avevo ragione? So che si alzò anche lei, mi raggiunse, mentre la vecchia ci teneva sotto il suo sguardo, uno sguardo duro, l’espressione decisa, le braccia come incollate alla porta. Me ne resi conto subito, non riuscivo a staccarle nemmeno un dito, e se si comportava così era perché il signore le aveva ordinato di non farci andar via a nessun costo.
Paura? Vero e proprio panico? Non so. So che afferrai la donna per le braccia, avrei voluto scuoterla, strapparla da lì, ma non ci riuscii, riprovai aiutata da Giuliana, una strana lotta che durò secondi, minuti, chi può dirlo? Infine, con un enorme sforzo, l’afferrai, la spinsi, la vidi cadere. E mentre lasciavamo quella casa l’ultima immagine fu lei a terra, accanto al tavolo.
Si era fatta male? Aveva battuto la testa o si era rotta una gamba, un braccio? Ce lo siamo chieste subito mentre correvamo per allontanarci, e poi per anni, come ci siamo chieste e ci chiediamo ancora se quell’uomo era solo una persona gentile così mal ripagata dalle due turiste europee.
Non lo sapremo mai e vorremmo tanto saperlo.

Olga Foti nasce a Randazzo nel 1936 e fa in tempo quindi a vedere un “prima” e un “dopo” la guerra, cioè “il vecchio” e quel che di “nuovo” malgrado tutto le guerre portano. Appena maggiorenne lascia il paese e va da sola a Parigi per imparare il francese e lì lavora au pair presso la famiglia dello scrittore F. Billetdoux. Una cosa da pionieri per qualcuno, uno scandalo per la maggior parte degli abitanti del paese perché per le donne valeva ancora il detto: Faccia chi non cumpari, cent’unzi vali. Cioè, chi sta a casa, non va in giro e quindi non fa vedere la sua faccia, vale cento onze. L’onza era la moneta del Regno borbonico, e cento onze erano davvero una cifra enorme.
Ha viaggiato soprattutto attraverso l’Asia e nell’Africa occidentale, viaggiatrice, non turista, vive da decenni a Milano ma ogni anno ritorna in vacanza in quel paese che le stava stretto. Il paese natio bisogna abbandonarlo per ritornarci con amore almeno col pensiero.

Di Arte del narrare

Arte del narrare organizza corsi di scrittura creativa a Milano e online

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