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I racconti della scuola di scrittura Arte del narrare

Maionese

di Giovanna Vanin

Ogni sera lui si infila i tappi nelle orecchie per dormire. Sdraiato nel letto li estrae dalla scatoletta, li manipola per qualche secondo per ammorbidirli e poi li incapsula nel condotto uditivo. Lo disturbano i rumori, dice, anche se qui, in questo villaggio, il silenzio è denso come un muro.
Tempo addietro, quando anche lei aveva provato a escludere tutto con un grumo di cera, era precipitata nel trambusto del suo corpo. Il galoppo del cuore, i gorgoglii del ventre, il viavai dell’aria nei polmoni. Rumori di un’officina che va per conto suo. Allora, turbata, quasi spaventata si era sturate le orecchie e rifugiata di nuovo nel familiare, rassicurante frastuono della città.
Ora dunque, nel silenzio del villaggio, lei veglia mentre lui russa.

Al mattino ogni ombra si dilegua nell’aria frizzante, nel cielo senza nuvole, nel profumo del caffè che arriva dalla cucina, nell’odore della vacanza.
Pane, marmellata o miele? La caffettiera, il latte di vacca preso dal frigorifero, latte intero, è più nutriente per il bambino, i biscotti, e poi strascichio di sedie sulle piastrelle. Il piccolo nel suo pigiama s’arrampica sulla panca con lo schienale addossato al muro. Biscotti, latte da intiepidire. Voglio freddo, no freddo ti fa male, blocca la digestione. No “gestione”, fa il bambino, voglio freddo. Ti dico di no, dai, appena tiepido, è quasi freddo, va bene? Il bambino la guarda dubbioso. Freddo, ripete. Perché la mamma non vuole capire? Lei mette il bollitore sulla fiamma del gas accesa. Freddo no, non siamo all’equatore. Il bambino prende un biscotto, lo osserva davanti e dietro, lo gira e rigira, lo sbriciola, raccoglie i pezzetti, li mangia. Lei prepara la fetta di pane spalmata di miele. Al piccolo piace. Lecca il miele, intinge il pane nel latte intiepidito, lo succhia.
Intanto il padre del bambino aspetta. Anche lui è seduto al tavolo. Aspetta in silenzio come farebbe se fosse da solo al bar di una stazione, alla fermata di un autobus o nella sala d’attesa di un ufficio postale, di quello dell’anagrafe. Un’occhiata di qua, una di là, una all’orologio, una al numero sul biglietto, corrisponde a quello sul tabellone, no non ancora, altre occhiate intorno, annoiato, svogliato, forse ansioso. Non ancora del tutto sveglio, suppone lei. E’ uno stato d’animo che conosce. Le capita d’aver bisogno di tempo, molto, una mezz’ora buona prima d’ accettare l’inizio di un altro giorno. Lui di solito è più veloce, carbura in fretta, una bella doccia e via che rinasce. Oggi invece butta biscotti su biscotti nel caffelatte. Mette il naso nella tazza, beve, non è possibile, è diventato un pastone. Lo mangia. Carica il cucchiaio, lo infila in bocca, deglutisce, guarda a destra, a sinistra e poi ancora l’orologio.
Cosa facciamo oggi? fa lei.
Lui non sente, conta i quadretti blu e bianchi stampati sul bordo della tovaglia. Sono ottantacinque. Lei lo sa. Già contati altre volte. Il bambino si sbrodola. Strofina le mani impataccate di latte e saliva sul pigiama. Devo parlarti, dice lui.
Sì?
Non qui, dice, sposta la tazza e esce dalla cucina.
Tra un momento. Finisco, fa lei.
C’è infatti anche il nonno che si siede sulla panca accanto al bambino. Ma guarda che pasticcione, dice il vecchio. Sì, nonno “paccitone”. Ridono. Lei rimette sulla fiamma del gas la caffettiera ricaricata, di nuovo il latte e sul tavolo la tazza del nonno con stampata sopra una genziana.
Cosa ci sarà di così segreto, pensa mentre lava le tazze. Poi segue il marito. Lo cerca in camera. Non c’è. In sala, in bagno, sul balcone nemmeno. Sarà andato a farsi un giro attorno alla casa, pensa, guarda giù, ripulisce le petunie nelle vasche appese al parapetto, toglie i fiori secchi e molli dal resto che cresce fitto e colorato. Concentrata nell’ispezione cerca, sfila con delicatezza le corolle sfiorite. S’incollano sempre ai fiori appena sbocciati. Gesti che non richiedono un pensiero. In quel momento non ne ha o perlomeno non di quelli consapevoli. Ce ne sono solo certi che risalgono come bolle d’aria nell’acqua e una volta raggiunta la superficie si disperdono nell’atmosfera. Ma in realtà no, non c’è nessun pensiero vero. Lei ha l’abitudine di vivere alla giornata, prende il buono e il resto è scarto che s’accumula in un suo letamaio interiore. A colorare la sua coscienza in questo momento sono l’azzurro del cielo, il verde dei boschi e dei prati circostanti.
Rientra in casa.
Come fosse rimasto a lungo in agguato, dietro la porta, lui la prende per un braccio. Ah, eccoti, fa lei, non ti trovavo, e sorride. Lei sorride spesso. Anche tutte le volte che non capisce. Per la sorpresa, l’irritazione, la malinconia, l’imbarazzo. Lui la sospinge nel bagno di servizio. Vuole baciarmi di nascosto? Ma no, non la guarda nemmeno, con la faccia rivolta al pavimento, la voce che gli trema, si è innamorato di un’altra, dice.
Una notizia che vorresti prendere e buttare subito oppure infilare in una busta di plastica, sigillarla, conservarla per uno studio antropologico, una statistica, o ancora, considerarla parte di una storia che stai leggendo, in cui ti sei calata ma che non ti riguarda. Non sei uno dei personaggi, non è lui il tuo antagonista, ascolti come faresti con un’amica che racconta la sua di disavventura, ascolti con il cervello adesso sì svuotato di ogni connessione.
Lei aspetta e non riesce più a sorridere. Poi lo guarda. Guarda in faccia quello per cui avrebbe messo le mani sul fuoco e rammenta l’ avvertimento del bisnonno. L’ha fatto con altre, davvero credi che con te non succederà? Aveva detto il vecchio come avesse frugato nell’animo dell’uomo che lei aveva voluto sposare a tutti i costi. Il ricordo è una cinghiata, la seconda dopo quella che le ha appena assestato il traditore ma ora tocca a lei parlare, dire qualcosa per non lasciare che tutto crolli. Un aut aut che definisca un limite, una gabbia, anzi un freezer in cui confinare, congelare ogni decisione. Gli propone una settimana per riflettere, per scegliere, sperando, augurandosi che anche all’altra sia inflitta la stessa cinghiata.
È poco, non mi basta, si lamenta lui.
Sette giorni da oggi, dice lei. Se sette erano stati sufficienti per mettere in moto l’universo.

È ripartito. A malapena un saluto. Tra qualche ora lui sarà di nuovo in città, a lavorare, dall’amante. A lei rimangono il bambino, il nonno e nello specchio il suo riflesso di donna grassottella. E’ forse per questo? Si domanda lei.
Te lo affido per qualche ora, posso? Dice al nonno.
Sì, ma non mangi?
Non ho fame. Ciao piccolo.
Vengo anch’io dice il bambino. No, tu no, fa lei, è troppo ripido, ti faresti male. Vengo anch’io, ripete lui. Sa che la mamma non capisce subito, succede sempre, a volte è necessario insistere. No, davvero non è possibile, ci sono troppi sassi appuntiti, i lupi, ragni che cadono, spine che appaiono all’improvviso grosse e dure da bucare gli scarponi, i piedi. È troppo difficile.
Voglio vedere i lupi, dice il bambino.
Te li disegno io, fa il nonno.
A lei non resta che infilare calze, scarpe e fuggire. Fuori, un sole nero su di lei, corre tremula. Non riconosce chi la saluta. Esce dal villaggio, non vuole sentire nessuno dire ciao o chiedere dove vai o come stai. Corre, strappa i piedi dalla terra come avessero radici, inciampa nei rami secchi, scansa gli alberi, scivola sui mirtilli blu ridotti a marmellata, corre ancora, si ferma, lo stomaco in rivolta. Vomita su una lunga scia di formiche. Trasportano i loro bottini. Ma lei che non ha fatto colazione e non ha nemmeno pranzato adesso tira su solo la sua bile. La sputa sulle formiche che sotto gli schizzi arrestano il loro viavai. Un secondo dopo, cocciute, aggirano il fiele che infrange la colonna. Lei si raddrizza, si strofina la bocca, va di nuovo, più lenta, un po’ più stanca tra gli alberi fitti. Da qualche angolo remoto della valle le arrivano latrati di cani e lì vicino vede un albero decapitato da poco, un ceppo. Ci sbatte contro mentre si guarda indietro. Uno “svegliabaucchi”, come direbbe il nonno e adesso, tanto per fare qualcosa, conta gli anelli del tronco tagliato. Uno sfinimento. Poi ci si abbatte sopra come un corpo senza ossa. Odore di resina e legno. Mugola come un animale per le parole che l’hanno fatta a pezzi. Nove mesi era rimasta nella pancia di sua madre, nove mesi necessari a costruire ogni sua cellula, ogni organo, le braccia, le gambe, la testa e molto altro. Tutto si è rotto, sparpagliato. Ci vorrebbe sua madre a partorirla di nuovo, intera come la prima volta. Come lei aveva partorito il suo bambino.
Il suo bambino.
Si starà chiedendo dov’è la mamma e il nonno gli dirà qualcosa, chissà cosa dirà il nonno, forse niente, forse gioca.
Il bosco diventa buio, il sole se ne va dall’altra parte del mondo, è l’ ora di tornare a casa, dal bambino, dal nonno. Nella vita invece non si torna indietro, non c’è madre che possa farla rinascere. E i suoi pezzi dovrà rimetterseli insieme da sola, li incollerà tutti con la resina che stilla dal tronco amputato.

Il bambino dorme accanto a lei.
La notte non passa mai. Eterna come quella dopo e quella dopo ancora. Perché gli ha detto sette giorni, perché non tre o due, perché non subito, decidi in questo momento, nel cesso di servizio, avrebbe dovuto dire. Si sarebbe risparmiata questo gocciolio, sarebbe morta all’istante. La vita perduta avrebbe arrossato le piastrelle e, i piedi dentro a quel sangue, lui neanche se ne sarebbe accorto.

Ora quel rosso le cola dalle dita, s’avviluppa in gomitolo di pena, come il filo sottile d’olio nell’uovo. Mmh buono, il bambino intinge le dita nella maionese appena fatta, gli piace anche il pesce. Così lo faceva tua madre, dice il nonno, ma perché non mangi? Non mi va, dice lei e, come i giorni precedenti si prepara. Calze scarponi. Vengo anch’io, dice il bambino convinto. I no ricevuti in passato non contano, il suo desiderio resta immutato, a lui piace stare con la mamma. Va bene, fa lei, vieni, andiamo a vedere le formiche, i lupi, gli alberi che piangono. Gli alberi non piangono dice il piccolo sicuro di non averlo mai visto. Hai ragione, fa lei, gli alberi non piangono, magari ridono. Non è vero, gli alberi non ridono, non hanno la bocca, gli occhi, cosa dici mamma, gli alberi non ridono. Hai ragione, gli alberi non piangono, non ridono però parlano, chiacchierano tra di loro con le foglie che si muovono appena c’è un alito di vento. Il bambino ci pensa su poi dice, nonno vado con la mamma a vedere il lupo vero e gli alberi che parlano.
Il cielo minaccia pioggia. Giacca a vento per lei, mantellina per il bambino. Bottiglia piena d’acqua, merenda. Il bambino non cammina, saltella, corre, chiacchiera. Anche lei mentre trascina i suoi pezzi incollati malamente.

Il bosco è pieno di mirtilli. Quanti, fa il bambino e con la bocca piena e la lingua già blu dice, prendiamo dieci per il nonno. Venti, fa lei. Sì. Venti palline blu finiscono nella bottiglietta ormai vuota dell’acqua. E il lupo? Chiede il bambino.
Ha avuto paura di noi, dice lei, si sarà spaventato o forse oggi è andato da un’altra parte. Lo chiamiamo. Come fa il lupo? Uuu…uuu.
No, no, non chiamarlo, dice il bambino.
Il vento addensa le nuvole. Piove.
Mamma piove! Sì, piove e gli alberi ridono. Perché ridono? Perché avevano sete e adesso possono bere, da sotto, bevono con le radici, succhiano.
Piove sul cappuccio del bambino. Che rumore fa la pioggia sulla tua testa, chiede il bambino. Nessun rumore, fa lei, i miei capelli lo spengono. Sulla mia invece fa tic tic tic, e ride il bambino, sotto la mantella.

Ventidue, conta il nonno, ventidue mirtilli. Me ne dai uno, dice il bambino. Uno solo neh, gli altri sono miei. Il piccolo ne prende due. Due, ho preso due, grida felice mentre lei conta i giorni. Due, sono quelli che mancano per sapere se è finita per sempre.
Hanno la bocca blu, il nonno, il bambino e lei. Boccacce, linguacce blu. Suona il telefono. Il bambino corre, io io, grida, solleva la cornetta, chi è, e poi, ciao papà.

Domani finisco di lavorare. Vengo su, sto con voi.
Come, cosa, cos’hai detto?
Che torno, l’ho lasciata.
Incredula, non le viene fuori un suono. E’ una vela che si gonfia al vento, tra poco volerà via, senza peso.
Il nonno la guarda e dice, stasera ravioli. Li ho fatti mentre eravate nel bosco. Il bambino batte le mani, per non deluderlo le batte anche lei, spiazzata e infelice, fanno un girotondo, evviva il nonno cuoco, evviva i ravioli, evviva papà che torna.

La notte lei dorme. Il mattino dopo toglie le vecchie lenzuola dal letto. Quelle con dentro le spine delle veglie passate, ruvide di rabbia, irrigidite dal sale del pianto. Le rimette pulite. Poi esce assieme al bambino. Entrano nel negozio. Lei vuole essere bellissima. Non sa per chi. Forse per lui o forse solo per sé stessa. Desidera il vestito rosso esposto in vetrina, dice. La scollatura, la lunghezza, l’aderenza in vita, la morbidezza, tutto corrisponde, le appartiene. Lo indossa. Il tessuto rosso è lava che tracima sul suo corpo.
Qualcuno suona il campanello. E’ papà, grida il bambino. Lei apre, scruta l’uomo fermo sulla soglia. Si guardano senza parlare. Basta tanto poco per farne uno sconosciuto? Pensa lei. E ancora, desidero davvero che lui resti?
Lui entra. Sorrisi saluti abbracci a nonno e figlio.
La notte il bambino dorme con il vecchio. Lei e lui si amano, con furia, senza tenerezza.
Il giorno dopo lui non dice nulla. Lei nemmeno. Altri giorni passano senza dare voce a quelli appena sofferti. La paura del confronto nascosta sotto il vestito rosso. Non risvegliare il can che dorme, pensa lei e soprattutto niente recriminazioni. Vuole essere generosa. Lui è tornato e tanto basta.

Il tempo passa. Tornano in città. A volte lei indossa ancora il vestito rosso. Si stacca un bottone. Lei lo ritrova e non lo ricuce. Giorni dopo s’ impiglia in un chiodo che sporge. E’ il marito che non l’ha piantato come dio comanda. Lui si difende, è un piccolo strappo, un niente, due punti e rimedi. E invece lei si spoglia, resta in mutande, acchiappa le forbici, ficca le lame nel vestito, le serra con violenza, la stoffa resiste, è materiale di classe non robetta da mercato.
Lui incredulo, cosa fai, sei pazza?
Lei divarica le lame, tira la stoffa fino al perno e la taglia. Negli occhi lampi di gioia feroce, gorgoglia di soddisfazione e ride, ride mentre taglia il vestito e lo fa a brandelli.
Pazza? Neanche un po’, risponde con dolcezza.
Lui, spaventato, non coglie.
Lei nuda, le guance gonfie d’energia, come volesse chiarire tutto a una persona terza presente lì, assieme a loro, punta l’indice, ora contro l’abito ora contro il marito, e dice, non ci sto più, è uscito di misura.

Di Arte del narrare

Arte del narrare organizza corsi di scrittura creativa a Milano e online

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