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I racconti della scuola di scrittura Arte del narrare

All’aperto.

di Donatella Cinà

Quando si trovò di nuovo fuori casa dopo tanti mesi, provò principalmente fastidio per la luce. Ce n’era troppa, non riusciva a tenere gli occhi aperti. Ovvio che non era il caso di parlarne, tanto meno con sua madre. Lei era lì, sul marciapiede di fianco a lui, fiera della grande vittoria ottenuta. Impettita lei, ingobbito lui, con lo sguardo sui piedi. Fermo, alle due del pomeriggio, a registrare il clang del portone che si era richiuso alle sue spalle. Beato il portone che si chiude da sé, era stato il primo pensiero articolato, appena messo piede fuori. Avverte con una targhetta, si chiude da sé e nessuno se ne dispiace. Invidia per il portone e fastidio per la luce. Per lui, all’aperto, non c’era altro.

Il ricatto era stato brutale. Scendi adesso in strada con me, oppure il modem vola giù dalla finestra. Alla minaccia, che ora gli risuonava nelle orecchie, lui aveva immaginato un volo senza ritorno dal quinto piano di quello che lei chiamava modem e che per lui era molto di più. Quella caduta a precipizio aveva preso nella sua mente la forma di una sequenza al rallentatore: la scatoletta bianca rotolava nell’aria, rigirandosi e trascinando a roteare intorno a sé i lunghi cavi rimasti attaccati alle sue porte d’accesso, come tentacoli di una seppia in danza di morte. Quei tentacoli avrebbero potuto afferrare anche lui: imbrigliato avrebbe preso a cadere, lentamente avvitandosi nell’azzurro insopportabile. Non sarebbe stato tanto male. Invece, fuori dal portone, realizzò che sul marciapiede ci era arrivato scendendo le scale, scendendole con la madre, ma doveva aver rimosso il trauma, o forse era il sole del pomeriggio che gli flesciava la coscienza.

Il marciapiede era deserto. Almeno in questo la madre aveva avuto riguardo per lui, scegliendo un’ora opportuna. Chi mai avrebbe potuto trovarsi sotto casa, alle due del pomeriggio di una domenica di metà luglio, in una città arroventata? I quindicenni normali a quell’ora sono al mare; anche le loro madri. Sua madre avrebbe certamente pensato questo, lì sul marciapiede, se il rancore che solitamente l’abitava non fosse stato sopraffatto dal sentimento del trionfo. Godeva, infatti, di averlo schiodato dal computer, anzi, per consolidare il successo, dall’avamposto davanti al portone voleva passare immediatamente all’obiettivo successivo: il giro dell’isolato.

La pavimentazione del marciapiede era in cemento grigio. Lui vide sulla superficie delle forme stampigliate, grandi piastrelle marchiate a pressione sulla colata fresca. Iniziò a pensare a quei quadrati come a una possibile ancora di salvezza dall’ansia che gli stava sempre addosso. Era facile confonderla con la nausea, un sapore di vuoto che risultava indigesto. In quel momento, riuscire a starsene con entrambi i piedi all’interno di un singolo riquadro, senza oltrepassarne i bordi, poteva essere un antidoto al malessere odioso. Così, piastrella per piastrella, con estrema attenzione, fu possibile completare anche il giro dell’isolato. Tornati al punto di partenza, lei fu così felice che lo travolse in un abbraccio. Lui, però, magro come un chiodo, perse l’equilibrio. La sua suola sinistra slittò e malauguratamente calpestò la riga tra una piastrella e l’altra. Fu un attimo. L’equilibrio fu ritrovato e il piede riportato al suo posto. Madre e figlio, subito dopo, sparirono dentro, oltre il portone.
Non passò molto tempo. Lui riapparve all’aperto nel cielo di luglio, in rapido volo, per schiantarsi a terra dal quinto piano. Indossava, stavolta, occhiali da sole.

Di Arte del narrare

Arte del narrare organizza corsi di scrittura creativa a Milano e online

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