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I racconti della scuola di scrittura Arte del narrare

Un mondo perduto

di Vincenzina Ferraro

Papà Carmine non poteva credere a ciò che improvvisamente stava succedendo nella sua famiglia. Lui che con noi passava pochi giorni l’anno e poi tutto gravava sulle spalle di mamma, al suo ritorno esigeva una moglie pronta all’uso, casa pulita, figli in ordine e ben nutriti. Anche nelle festività pasquali del 1960 di ritorno dalla Germania piombò in casa, senza preavviso come era solito fare, di sera, con le valige di cartone cariche di biancheria e qualche giocattolo per noi. Carmela la sorella maggiore di quasi 12 anni, quando non andava a scuola doveva essere a disposizione di mamma e rispondere di noi più piccoli. Era una bambina minuta e svelta. Pallida in viso e freddolosa al punto da assumere un atteggiamento raccolto con le mani posizionate a pugno sotto le ascelle: sembrava nu puricinu, dicevano le zie. Con dei vestitini larghi e un nastro bianco sul capo che le raccoglieva una ciocca di capelli castani. Infanzia non vissuta, costretta a crescere troppo in fretta facendosi carico di noi più piccoli e della casa quando mamma si allontanava.
Giuseppe aveva dieci anni, io sette, e Antonio sei. La frequenza scolastica per noi era discontinua data la scarsità di mezzi e le difficoltà organizzative. Spesso mamma era costretta a sostare in campagna per tutto il giorno e noi dovevamo seguirla. Lavorava al forno quando tornava presto da lì e quando non faceva il bucato o il pane per la famiglia, mansioni che richiedevano l’intera giornata, e per il pane anche la notte.
– Curri curri che cumpari Carmine l’ajiu vistu scinnere da lu postale!
Così arrivava al forno trafelata cummare Cettina, che abitava in prossimità della fermata dell’autobus. Mamma usciva come un razzo dal forno dove si guadagnava qualche soldo e disperata chiamava noi figli, che nel frattempo, sparsi per il piccolo paese ci perdevamo in giochi con i coetanei: Carmè! Carmeeela! Duve site? Giusèèè! Cenzinèè! Venite ara casa stà arrivannu patrittà da ra Germania! E Totarieddru? Duve stà?
Mamma correva e ci chiamava insieme a comare Cettina e le vicine, che contribuivano a stanarci ovunque fossimo per riportarci a casa e dare una parvenza di ordine e pulizia all’abitazione, mentre papà sceso dall’autobus e recuperato i bagagli s’incamminava su per la salita e salutava amici e parenti che via via incontrava per strada.
Mamma doveva trovarsi in casa con noi figli prima che papà incontrasse Franceschina e Luisa, due delle sue quattro sorelle, nostre dirimpettaie. Le loro continue intromissioni e pettegolezzi su come mamma doveva condurre l’andamento famigliare quando papà soggiornava all’estero per lavoro erano motivo di litigi furiosi e dissidi tra le nostre famiglie. Soprattutto zia Franceschina godeva della fiducia di papà ed era la sua migliore referente, supportata da zia Luisa. Purtroppo non sempre tutto andava come doveva, e allora erano botte per mamma. Le urla attiravano il vicinato che accorreva nell’intento di porre fine alle diatribe, acquietare gli animi e prendersi cura di noi bambini. Queste zie avevano una capacità straordinaria quanto perversa di creare nel nostro cortile una sorta di resa dei conti popolare periodica, contro o a favore delle male lingue. Il risultato era una babele che sbraitava, minacciava, si accapigliava fino a quando i parenti più coscienziosi prelevavano i litigiosi conducendoli verso le loro case, invitandoli più miti consigli.
– Cumpari, ccà mò basta, u nà minare cchjiù, i picciriddrji si spagnanu e iddra è prjiena!
La presenza delle comari era rassicurante per mamma e per noi che la abbracciavamo come per proteggerla. Papà non sopportava intromissioni per cui liquidava tutti con gesti nervosi. Come al solito, anche in quel frangente la permanenza di papà fu breve, giusto il tempo per controllare che a casa tutto procedesse secondo gli ordini da lui impartiti, per affari che doveva sbrigare in paese e far rifornimento di cibarie caserecce, quindi ripartire con le stesse modalità con le quali era venuto, pur sapendo che di lì a pochi mesi mamma avrebbe dovuto partorire.
L’ultima volta che fece ritorno dalla Germania era Agosto del 1960. Mamma a metà Luglio aveva partorito una bellissima bambina. La chiamammo Germana per onorare la nazione dove papà lavorava. Lui non era potuto venire, dicevano i compaesani, per lavoro e venne quindi a metà Agosto.

In quel primo pomeriggio del 14 di Agosto l’afa era insopportabile, in casa le mosche, si rincorrevano come impazzite attorno alle lingue di carta rossa zuppe d’insetticida che pendevano in prossimità dell’unica lampadina al centro del soffitto. L’odore dolciastro profuso da quella sostanza collosa le rendeva vittime della fascinazione, che subivano finendo avvinte una sull’altra come acini d’uva.
Mamma non aveva superato bene i postumi del parto, era debole e da qualche giorno aveva la febbre, diceva che le dulianu e minne. La piccola piangeva spesso, non si nutriva e quel giorno sembrava inconsolabile più del solito.
Noi bambini eravamo sull’uscio di casa e giocavamo a spaccabuttuni mentre mamma al momento approfittava di riposare visto che la piccola Germana dormiva. Papà comparve, forse avvisato della situazione da compaesani, inatteso, con le solite valige di cartone, con il viso stanco e lo sguardo inquisitore.
La sua comparsa, quel giorno, non ci rese gioiosi come al solito, anzi, smettemmo di giocherellare e temendo l’ennesima scenata ci riunimmo timorosi vicino l’uscio di casa.
– Duv’è mamma? ci chiese.
– Stà intra malata! ribattemmo pronti. Poi a uno a uno ci chiamò baciandoci in fronte. Appoggiò le due valige sull’uscio ed entrò in casa con passo felpato, come a voler cogliere mamma in flagranza di reato, noi tentammo di seguirlo ma lui prontamente chiuse l’uscio. Dallo spiraglio consentito da un difetto della porta era ben visibile il suo viso arcigno, osservava mamma con sguardo torvo e labbra serrate come se la volesse fulminare.
– Te, te, te, avi a chjissa cumu fatiga! disse a denti stretti. Un calcio alla porta che rimaneva socchiusa fece sobbalzare mamma dal letto. Lo sentimmo urlare accusandola di scarsa operosità, costringendola ad alzarsi e allattare la neonata che nel frattempo si era svegliata e reclamava la poppata con un pianto inconsolabile. Mamma priva di forze, si pose a sedere sul letto e riprese ad allattare la piccola. Le urla di dolore di entrambe attirarono l’attenzione di zia Franceschina, che con balzo felino già si era catapultata in casa nostra proponendo l’intervento del medico per mamma che febbricitava da qualche giorno e le dulianu e minne. Papà persisteva nel suo disappunto brontolando a denti stretti e sbattendo nervosamente ora il pugno sul tavolo, ora abbrancando la sedia come voler trovare il capro espiatorio di tutti i mali. Finalmente volse uno sguardo arreso verso la zia e a malincuore non si oppose all’intervento del dottore.
– Carmè, veni ccà majiate, lei, pronta entrò in casa va e chijama u miedicu, mammata è malata cca fevre dicillu ca tena a picciriddra.
Zia la spinse verso l’uscio e la sollecitò a fare presto.
– Vaiu puru io. dissi con determinazione a zia.
– Ehm! Jiati, manjiativi però che u miedicu mo c’è!
La chiusura dell’ambulatorio era imminente e il medico Micu non si fece attendere. Presa la borsa del pronto intervento si affrettò a seguirci verso casa.
– Compermesso cumpari Carmine! disse il medico con fiato mozzo.
– Favorite dottò! rispose papà che prontamente riavvicinò al tavolo la sedia che poc’anzi aveva nervosamente spostato a ridosso del muro e gli fece cenno di sedersi. Il medico si avvicinò al letto e valutò con attenzione la sofferenza di mamma. Era paonazza in volto e tremava come una foglia al vento, nonostante l’afa di quel pomeriggio e il monte di coperte che zia aveva recuperato da casa sua per scaldarla. Noi piccoli nel frattempo eravamo entrati da una porta secondaria nell’altra stanza e in piedi sul letto che utilizzavamo noi bambini quando papà era a casa, seguivamo passo passo la vicenda spiando dalle fessure delle assi che fungevano da divisorio tra le due stanze. Mamma urlò di dolore quando il medico le sfiorò i seni grossi e duri.
– Ammucciativi, sinnò vi spagnati! ci disse istintivamente Carmela, che tentò di proteggerci da quell’urlo straziante coprendoci con una coperta.
– Nient’altro che una brutta mastite. sentenziò chiaro il medico.
– Carmè mamma chi avi?
Lei interpretò a suo modo il termine mastite: Le dolanu e ganghe e fatiga a masticàri! Noi soddisfatti della risposta ci guardammo e rivolgendoci a lei: Chi spierta chi si!
– Raccomando cumpà mugghérita ave e pigghiari chissi antibiotici, fare impacchi caldi are minne. Deve bere molto, il dottore si concesse una breve pausa e incalzò nutrirsi con brodi di carne e fare massaggi delicati per svuotare il seno non appena gli antibiotici saranno stati efficaci sul dolore e sulla febbre.
Visitò anche la piccola e consigliò di darla a zia Caterina per l’allattamento.
La zia, sorella maggiore di mamma aveva partorito qualche settimana prima e allattava senza problemi.
– Ti raccumannu cunpare Cà, fa cume te dicu accussì passa priestu ru male a mugghérita. disse il medico con tono di voce fermo e se ne andò rendendosi disponibile, salutando anche noi bambini. Stu ciotu! borbottò papà non appena il medico varcò la soglia di casa Nu sape nenta, a curu io a mugghérima!
Era evidente che si opponeva alla cura consigliata dal medico, per cui obbligò mamma ad allattare comunque la piccola Germana. Lei soffriva, la piccola non si nutriva e il suo lamento era inconsolabile, tanto che papà più volte era preso da scatti d’ira e obbligava Carmela a cullarla e a farle succhiare dello zucchero messo in un pezzetto di stoffa. La piccola si calmava e stremata si addormentava. Non durò a lungo il dramma, a nulla valsero gli impacchi caldi al seno e le incisioni con le quali papà pretendeva di risolvere la mastite, divenuta in seguito setticemia.
A sette giorni dal parto mamma non si più era alzata dal letto. Papà s’intestardiva a procurare incisioni alle mammelle di mamma con un coltello che disinfettava al fuoco. Le ferite emanavano un fetore nauseabondo dalle quali colava pus misto a sangue che tamponava con tovaglioli di lino grezzo.
La situazione metteva a dura prova anche noi piccoli. Le zie che a turno venivano a fare visita a mamma e a portare cibo, approfittavano per condurci a casa loro nonostante il disappunto manifesto di papà.
Il mattino presto dell’ottavo giorno Carmela fu svegliata bruscamente: Carmè va’ e chiama zianitta Franceschina c’a purtamu mammata allu spitali a Crotone.
Ci fu un passaparola tra la parentela materna e paterna anche se tra loro non correva buon sangue e spesso s’accapigliavano per vecchi rancori familiari. Quel giorno, come per magia erano spariti i motivi di discordia ricorrenti, riferibili alla dote, ai terreni, e lasciti vari che i nonni non avevano, a detta di qualcuno di loro, distribuito equamente. Quello era il momento della collaborazione e della solidarietà con la nostra famiglia. Qualcuno accese il fuoco, altre zie prepararono la tinozza con acqua calda e le zie più muscolose si prodigarono a sollevare dal letto mamma e immergerla nella tinozza per un bagno caldo. Noi bambini fummo svegliati da un gran trambusto, dal lamento flebile di mamma e dal borbottio di papà che impartiva raccomandazioni alle zie affinché la piccola Germana fosse portata dalla zia Caterina, come poi fecero. Noi bambini, svegli guardavamo dalle fessure tra le assi che dividevano la stanza, trattenendo il fiato. Papà si muoveva nervosamente avanti e indietro perimetrando la stanza, ciondolando il capo chino e borbottando. Il nostro sguardo era verso il corpo sofferente e tumefatto di mamma. Era grossa e il suo corpo presentava chiazze violacee. Due zie la sorreggevano in piedi ma dovettero farla sedere su una sedia.
– Carmè, vammi a pigghiari a tuvagghia. disse improvvisamente lei con voce provata. Carmela non si fece attendere e tornò con un tovagliolo.
– Nu vogghiu u stujamussu! disse con un filo di voce e le mollò un ceffone.
Carmela tenendosi la guancia dolente con la mano, risentita guardò fissa negli occhi mamma.
– Manjate! le urlò a denti stretti.
Improvvisamente Carmela si ricordò che gli asciugamani grandi erano nella cassapanca ai piedi del letto e gliene portò due. Mai più le perdonò quello schiaffo.
All’alba fu avvisato cumpari Turi che dopo qualche ora venne con la sua Daf 600 azzurra, una delle poche in paese, che Turi noleggiava a richiesta.
Il sole estendeva i suoi raggi infuocati e già i contadini a gruppetti erano di ritorno dai campi con i carretti trainati da somari carichi di frutta e verdure. Avviandosi per la vendita al mercato discutevano della bontà del loro raccolto mattutino e dei possibili ricavi.
Cumpari Turi avvisò che stava aspettando con la sua automobile. Noi uscimmo di casa e ci appostammo come corpo unico al muricciolo che delimitava la strada asfaltata dalla stradina in discesa che conduceva alla provinciale, seguendo a distanza la situazione. Tutti si affrettarono ad uscire da casa. Mamma portava una grande camicia di lino grossolano e uno scialle nero, camminava scalza tanto le si erano ingrossati i piedi. Oramai priva di forze, era sorretta da papà e dalle zie. Il suo viso era cadaverico. Volse uno sguardo fugace e spento verso di noi che abbassò subito reclinando il capo sulla spalla di papà. S’avviarono giù per la stradina a passi lenti soffermandosi di tanto in tanto per la fatica fino a raggiungere la macchina. Noi, seguivamo a distanza la situazione.
Giuseppe, il secondogenito, si staccò improvvisamente da noi, si fece largo tra i parenti, e nella confusione s’infilò in macchina prima di chiunque altro. Quando papà avvistò la sua presenza lo prese maldestramente per un braccio e con un calcio deciso sul sedere lo obbligò a risalire verso casa. Noi, atterriti assistevamo all’evento, lui non smetteva di piangere. Lo abbracciammo e lo consolammo.
Da lontano osservammo mamma salire con fatica sulla Daf 600 azzurra con papà, cumpari Turi non perse tempo avviandosi sulla provinciale verso l’ospedale di Crotone. In paese non si parlava d’altro: le comari sommessamente bisbigliavano: Poverieddra, avìa mà minna chiumputa cà fevre! E mò i quatrarieddri?
Papà rimase in ospedale con mamma, noi eravamo accuditi da zia Mena, casa nostra rimase chiusa.
Durante la notte mamma morì.

La notizia circolava in paese già dalle prime ore del mattino. Zia Mena preferì tenerci all’oscuro dell’evento. In mattinata andammo con lei a casa per il riordino e per liberare il grosso tavolo da stoviglie e cibo dei giorni precedenti, coprendolo con un lenzuolo ricamato che mamma aveva ricevuto in dote dai nonni al suo matrimonio. Noi bambini non disdegnammo di assaggiare le pietanze buone che tuttavia facevano bella mostra nella credenza. Nelle ore a seguire, intorno alla nostra famiglia si raccolse la solidarietà del paese, tutti coloro che entravano in casa ci accarezzavano ed esprimevano compassione con doni per noi e cibarie per i convenuti.
Era successo qualcosa di cui noi bambini non sentivamo la necessità di avere spiegazioni, non facevamo domande, avevamo la certezza che mamma sarebbe tornata. Le donne arrivavano davanti casa a gruppi avvolte da capo a piedi in lunghi e setosi scialli neri, gli uomini anch’essi a gruppi distinti portavano un nastro nero al braccio e una striscia nera cucita sul taschino della giacca. Un brusio sommesso, quasi un lamento, accompagnava la lunga attesa della salma. Zia Mena e zio Mario inventavano distrazioni per trattenerci distanti da casa nostra. Dalla piazza, di lì a poco sarebbe dovuto passare il carro funebre. Il buon pranzo che ci preparò la zia ci distrasse dalle tensioni dell’attesa. Dopo aver mangiato ci raccolse attorno a sé e ci preparò ben vestiti e puliti per la veglia funebre; a lei piaceva pettinare i nostri capelli folti e riccioluti. Li adornava con dei vistosi fiocchi colorati per noi bambine e ai maschietti creava con disinvoltura dei boccoli da principini sul capo.
Capimmo che il feretro era a casa dal tocco delle campane a morto. In un attimo fummo davanti casa nostra dove una folla immensa ma ben ordinata attendeva di procedere verso la chiesa.
I presenti, davanti al feretro esprimevano il loro dolore con lamenti e urla e a turno raccontavano come mamma fosse bella, generosa, pulita e buona. Tra i parenti c’era chi sveniva e chi con gesti isterici si strappava i capelli e si graffiava il viso. Gli uomini in gruppo, davanti casa, si davano delle pacche solidali sulle spalle e si offrivano da bere, in attesa che la bara fosse chiusa.
Le zie si consultarono con papà e decisero che mai noi bambini avremmo dovuto portare il lutto, perché sinnò s’accecano l’uocchi! Sulu Carmeluzza! U fioccu niru pecchè avi dodici anni, è ranne! La salma di mamma fu ricomposta dalle zie, con un bel vestito nero. Un fazzoletto bianco conteneva il volto rilassato. La bocca socchiusa accennava un sorriso che la faceva sembrare una Madonna. I piedi con calze e scarpe nuove erano tenuti composti anch’essi da un fiocco bianco. Per noi piccoli, finalmente mamma dormiva anche se di un sonno troppo lungo. Avrebbe dovuto svegliarsi prima o poi.
Eravamo in casa della vicina e non assistemmo alla chiusura della bara né alle esequie nella chiesa parrocchiale. Sentimmo le campane con tocchi gravi e distanziati e il brusio della gente che si allontanava dalla nostra casa. Ognuno dei partecipanti al lutto aveva portato cibo alla famiglia ma nessuno lo toccò se non dopo le esequie e il trasporto della salma al cimitero.
Nessuno seppe mai dove fosse sepolta mamma, neanche le zie, alle quali non fu permesso l’ultimo saluto. In questo modo papà pensava di voltare pagina.
Quella sera, in casa regnava un vuoto che indusse un sonno profondo a tutti noi. Qualcuno in prima mattina bussò alla porta. Papà aprì. Erano le due sorelle di mamma che abitavano a Petronà, Caterina e Franceschina, avvisavano che la piccola Germana non si nutriva e non reagiva. Spiammo i loro sguardi tristi e provati. Papà si vestì in fretta chiese alle zie di rimanere con noi mentre lui sarebbe andato dal medico con la piccola, poi proibì di riferire l’accaduto a noi e a chiunque. Ritornò qualche ora dopo senza la sorellina, nessuno di noi fece domande. Sulla morte di mamma e quella della piccola Germana calò l’oblio. Nel nostro animo infantile rimase un grande vuoto e tanta confusione. Ci confortava solo una flebile illusione che tutto sarebbe tornato come prima con mamma e la piccola Germana e noi a giocare spensierati.
– Papà quannu turnanu mamma e Germana?
– Mo turnanu rispondeva evasivo.
I giorni passarono in fretta e lui doveva tornare al lavoro in Germania, perciò programmò con l’assistenza sociale e il prete del paese il collocamento in orfanotrofi diversi per ognuno di noi figli, e che mai più saremmo dovuti ritornare a casa, né ricevere visite da parenti.

Di Arte del narrare

Arte del narrare organizza corsi di scrittura creativa a Milano e online

7 risposte su “Un mondo perduto”

Lo scritto della Sig.ra Ferraro è un racconto intimo e toccante. Lo leggi tutto d’un fiato entrando pienamente nella vicenda per come a sono stati scritti vidersi dettagli, ti sembra di essere li! Sembra quasi che sia troppo breve e vorresti che continui e continui perché vuoi leggere altro! Ha fatto un lavoro bellissimo con la sua mano delicata: a quanto pare brava non solo a disegnare ma anche a scrivere! Davvero grazie x questa condivisione!

Graze delle tue considerazioni. Ho voluto guardare e scrivere con gli occhi e le parole di me bambina sospendendo il giudizio di quel dramma. Continuerò a farlo per dare un senso al vissuto.

Il complimento migliore è questo: l’ ho letto d’ un fiato perchè ho cominciato a leggerlo per caso e non sono riuscito a smettere. E’ un racconto struggente nel quale è centrale il punto di vista dei bambini di fronte a un dramma incomprensibile per loro, si avverte dall’ inizio che ne subiranno le conseguenze, ma il lettore si chiede ad ogni passo quali saranno, solo alla fine si apprende che il dramma si trasforma in tragedia. Non ci sono sfumature melodrammatiche anche se sarebbe stato facile caderci, l’ autrice ha saputo evitare l’ ostacolo con una scrittura composta, resa più credibile ed efficace dalla scelta di dialoghi in un dialetto difficile ma non impossibile da tradurre, che induce a partecipare da molto vicino alla storia dei protagonisti.
Un bellissimo lavoro davvero, suscita la curiosità di conoscere il seguito e gli sviluppi per tutti i personaggi.

Bellissimo racconto. Petrona’ é un paesino vicino al mio Mesoraca. Dove è ambientato il racconto?
Quale é il paese dell’autrice?

Complimenti Vincenzina! Hai raccontato la tua (la vostra) storia con delicatezza e sensibilità.
Chi legge ha l’impressione di vivere in prima persona gli eventi.
Nonostante tutte le sofferenze niente è riuscito a dividervi, siete rimasti sempre uniti.

Un racconto delicato e toccante dal quale traspare tutta la sensibilità e il dolore della scrittrice. Brava Vincenzina Ferraro

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