di Olga Foti

Zia Laura raccontava di essersi innamorata di una divisa, una bellissima divisa bianca con i bottoni dorati.
Cose d’altri tempi, d’accordo, ma io ho un’amica che quest’estate si è innamorata di un costume da bagno, sulla spiaggia, e al primo paio di pantaloni corredati da giacca… “Ah mia cara, avresti dovuto
vederlo, penoso, altro che dio marino!” Insomma, una bella storia nata su un’isola greca, mare sabbia cielo azzurro sulla testa, svanita come una bolla di sapone.
La zia però quella divisa l’aveva sposata. Lui era capitano di lungo corso e stava in mare anche sei mesi, prima di tornare a casa in licenza. Durante una licenza lei l’aveva conosciuto ed era stata chiesta in moglie, durante un’altra si erano sposati. Lei l’aveva visto solo in divisa. Com’erano andate le cose quando l’aveva tolta non è possibile saperlo, so solo che a casa il capitano si comportava come se fosse sulla nave davanti alla sua ciurma. Poi ripartiva e la zia restava nella sua bella casa che aveva un portone di ferro con il battente a forma di drago. Nell’armadio, appesa ad una gruccia, una delle divise bianche in attesa della nuova licenza del capitano.
“Zia Laura, ci racconti della prima volta che sei andata da tua suocera, la prima visita da fidanzata?”
L’avevamo sentita cento volte quella storia ma ci piaceva sempre.
A casa della futura suocera aspettava il parentado al completo, cognate, zii, prozie… anche una cugina monaca di casa, nana, con un paio di occhi tondi dietro gli occhiali. Con la mano appoggiata al bracciodel fidanzato, zia Laura aveva fatto il suo ingresso in un salotto pieno di odori di cipria, di cera, di folla.
Sedici persone, ma a lei erano sembrate una folla immensa, travolgente, che l’abbracciava, la baciava, le si chiudeva attorno come una tenaglia. Sul tavolo c’era già pronta la cassata, la vera cassata siciliana, disse la futura suocera appena si sedettero e arrivarono a valanga domande e complimenti, congratulazioni, e, poiché era estate, anche i gelati. Per gli adulti quelli speciali chiamati pezzi duri, i coni per i bambini.
Di quella fidanzata i bambini dovevano essere un po’ delusi, dopo tanti discorsi e raccomandazioni ne pretendevano una se non proprio con le ali almeno con gli occhi azzurri e i capelli d’oro. Ma si consolarono gridando e correndo per la sala. Apparve anche il gatto e la suocera, che occupava mezzo divano che lei chiamava canapé, continuava a ripetere chis chis e fingendo di volerlo mandar via faceva dondolare i braccialetti e gli orecchini a goccia. Le cognate intanto spiegavano alla futura sposa come si prepara la torta al cioccolato e la più giovane, che aveva nove figli, diceva com’era intelligente il più piccolo, superava perfino i fratelli. Seduta vicino alla porta finestra che dava sul terrazzo la zia guardava una mosca prigioniera nella ragnatela, si sentiva anche lei una mosca, piccola, intrappolata in una grande tela.
La cugina nana disse: “Sai? Con questo vestito non sembri nemmeno troppo magra.”
La zia non ne poteva più. Decise che aveva bisogno di una pausa, ne aveva il diritto, e tacque, ignorò tutti come fosse stata sola in quella stanza che non era nemmeno di suo gusto.
“Laura, che c’è Lauretta, qualcosa che non va?”
Un segno con la mano per far capire che aveva mal di testa e i bambini furono subito mandati in giardino, gli adulti rimasero in silenzio, poi ripresero a parlare sottovoce.
Ogni tanto: “Laura, vuoi qualcosa Lauretta? Una pillola, delle pezzuole con l’aceto?”
Come i parenti nemmeno quel salotto le piaceva: troppe lampade, troppi ninnoli, mobili pretenziosi,
l’unico bello, una specchiera di mogano di un caldo legno che dava sul rossiccio, era relegato in un
angolo, come in castigo.
“Laura, vuoi distenderti sul letto?”
Fece segno di no e prese un’immediata decisione: sistemare quel salotto a modo suo. Mentalmente, si capisce. Spostò una consolle, eliminò qualche lampada, sostituì l’impiallacciatura di una credenza. Poi bruciò i quadri, mandò in cantina uno sgabello e una poltrona, buttò dalla finestra tutti i soprammobili e – visto che c’era – anche la cugina nana. Infine, soddisfatta, si mise ad osservare il disegno del tappeto che copriva il parquet.
“Laura, come stai Lauretta, mandiamo a chiamare il medico?”
“No” disse la zia “avevo mal di testa ma è passato” e sorrise amabilmente.
“Povera cara, commentò la suocera, ti succede spesso?”
La cugina nana volle far sentire il suo parere: non c’è cosa peggiore di una moglie che ha sempre mal di testa.
Si sposarono.
Uscivano a braccetto a passeggiare lungo il corso e tutti dicevano com’era stata fortunata, sposare un capitano! Guardate che divisa! A casa lui leggeva alla moglie le notizie del giornale, diceva come
bisognava interpretarle, e quando andavano a teatro le spiegava cosa succedeva sulla scena. Poi ripartiva e la zia rimaneva nella sua bella casa con il drago nel portone che non riusciva però a tener lontano nemmeno uno dei numerosi parenti del marito. Tutti così affettuosi, pronti a dirle cosa doveva fare e pensare, ed erano sempre da lei, soprattutto per le feste perché dai balconi si vedeva la processione. Per la processione del Santo Patrono, in gennaio, la casa fu letteralmente invasa. Fuori frastuono di campane, dentro vociare di bambini che aprivano e chiudevano porte, giravano per le stanze. La suocera aveva invitato anche altra gente, parenti di parenti, e tutti erano arrivati prima del previsto. Lei aveva appena avuto il tempo di indossare un vestito, lo sentiva un po’ stretto, sì, è stretto, si disse provando ad alzare le braccia, ma era tardi per cambiarlo.
“Prego, prego… accomodatevi.”
Era stretto quel vestito, decisamente troppo stretto.
“Posso offrirvi qualcosa, il rosolio, un dolce?”
Sentiva il tessuto stringerle sul petto mentre la cugina monaca di casa le dava buoni consigli per la vita eterna e una cognata ricette di dolci per la vita terrena: “Non devi sbagliare con la cannella, un pizzico in più o in meno fa la differenza. La moglie di un capitano deve essere la prima in tutti i campi e tenere alto il decoro della divisa”.
Il vestito tirava, stava per scucirsi sotto l’ascella, anzi si era già scucito, ne era certa, e il fatto che una cosa così potesse metterla in agitazione bastava ad irritarla. Tutti però erano allegri, a loro agio, la suocera raccontava qualcosa alle nuore che ascoltavano approvando, un gruppo di ospiti era riunito a crocchio, altri parenti in giro per la casa.
I bambini invece reclamavano una torta al cioccolato che non c’era.
“Non vanno bene i biscotti, i biscotti al cioccolato?” e mentre lo diceva le balenò un pensiero spaventoso: forse non aveva nemmeno quelli. Aveva normali biscotti al latte e le Nuvolette che sembravano davvero piccole nuvole, soffici, bianche, leggere.
Ma i pargoli li rifiutarono e si misero a correre, ad aprire e chiudere porte, a rotolarsi per terra. Alzandosi lanciavano il grido degli Apaches. Propose di raccontar loro una storia, “la storia del santo patrono”, suggerì la suocera, ma l’orda urlò di no.
“Anche i bambini non sono più quelli di una volta” disse la suocera, ma aggiunse subito: San Filippo Neri però diceva “State fermi se potete…” e sorrise soddisfatta.
L’avrebbe detta quella frase san Filippo Neri se avesse avuto a che fare con quelli che le stavano distruggendo la casa? Solo uno, con gli occhiali tondi sulla faccia tonda se ne stava seduto con lo sguardo torvo.
Fuori una serie di spari annunciarono che il Santo fra non molto sarebbe uscito dalla chiesa.
“Le bombe, le bombe…!” e i bambini presero d’assalto i balconi, quello con gli occhiali invece chiese: “ma non muore nessuno?”
Gli spari continuavano, le campane suonavano a distesa ma la processione non si vedeva ancora. I bambini rientrarono e gridando sparirono di nuovo. In giro per la sua casa, i pargoletti, e le toccava anche stendere il sorriso sulla faccia, lasciar fare e disfare. Il grande specchio alla parete rifletté il suo viso rassegnato, pronto a sorridere a comando alla suocera, alla cognata, alla madre della moglie del cognato, e a qualunque mostriciattolo che doveva far pipì, che aveva sete o voleva la torta che non c’era. Aveva voglia di scuoterlo quel suo viso, di prenderlo a schiaffi!
Due cognate e una lontana parente, malgrado il freddo e il frastuono che saliva dalla piazza, restavano in balcone e parlavano piano, lei si avvicinò per chiedere se volevano il the o il caffè e il discorso venne troncato di colpo.
Laura…!
La chiamavano…? Era lei con quel nome e quel viso riflesso nello specchio? Aveva voglia di gridargli: stupido!
Tonf! Una porta era stata chiusa, un’altra aperta, e da questa apparvero i bambini in processione: il primo della fila, compunto e fiero, reggeva uno stendardo bianco.
“La gruccia e la divisa dell’armadio…!”
D’impulso alzò il braccio come per fermarli, o per schiaffeggiare – non i pargoli, certo – ma il suo viso nello specchio, e … crac! Uno strappo nel vestito. Uno strappo deciso che dall’ascella arrivava fino al seno. E da quello strappo, all’improvviso, vennero fuori collera, ribellione, ira, e sì anche un po’ di cattiveria che da troppo tempo erano murate dentro vive e volevano uscire. Urlavano: basta! Pazienza, rassegnazione, obbedienza, spazzate via d’un colpo. Tutte le belle virtù che le avevano insegnato da quando era nata, che aveva dovuto respirare assieme all’aria, d’un tratto erano sparite, messe in fuga da una parola capace da sola a cambiare tutto: basta! Era venuto il momento di cambiare il vestito e le cose a casa sua.
Chiamò i parenti affacciati alla finestra, gli altri che giravano per le stanze: “Ho mal di testa” disse ad alta voce “voglio restare sola.”
Si fece di colpo silenzio. La guardavano, guardavano quell’alga mostruosa che turbava le acque tranquille della Grande famiglia.
“Ho mal di testa” ripeté zia Laura, ma il tono diceva chiaramente: andate al diavolo e da oggi cercate di stare alla larga, non voglio più conigli né ricette.
Trasecolati andarono.
Lei chiuse la porta, la sprangò, si tolse il vestito, là nel salone, poi guardò la divisa abbandonata sulla sedia, la bella divisa bianca che allora aveva turbato il suo cuore, la sollevò, lentamente si avvicinò al camino e la gettò nel fuoco.

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