di Marta G.

Giù di corsa, le scarpe ancora umide lasciavano impronte sul marmo.
– Arrivederci! – un altro saluto sospeso nel vuoto, lasciato a fluttuare in quell’antro scuro come un pesce nella sua boccia tonda, con gli occhi spalancati in cerca di uno sguardo di riconoscimento, o perché no di una risposta a quel suo vago e incessante modo di stare al mondo.
I passi di Barbara risuonavano sull’asfalto, camminando guardava per terra le sue scarpe bianche sporcate dalla pioggia muoversi sicure, con velocità.
Chissà se loro sanno dove stanno andando, chissà se posso lasciare che siano loro a scegliere la strada – pensava slegando la bicicletta inchiodata al palo.
Le ruote erano sgonfie, sembrava che a nulla fosse concesso di rianimarle. Barbara salì sulla sua bici e cominciò a pedalare, e fu in quell’istante, alzando lo sguardo dritto davanti a lei, sopra il manubrio, fissando la strada, e con lei le macchine e le persone tutt’intorno, e i negozi e i colori dei palazzi, che la vide; il suo cappello, la sua lunga treccia.
Decisa a infrangersi su quella riva, Barbara non voltò sulla strada ma continuò a pedalare lenta sul marciapiede; al rallentatore, vide Soledad girare il corpo, chiudere e riaprire veloce le palpebre e poi
fermarsi immobile, fissarla con i suoi occhi incredibilmente gialli.
– Sei qui, pensavo non ci fossi più, non ti ho più trovata…
– Non mi hai cercata.
– Ti ho cercata, qui. Ci siamo sempre incontrate qui, non potevo sapere…
– Cosa?
– Dove… dimmi, dove sei stata? Come stai?
Soledad rise con tenerezza, Barbara se ne dispiacque.
– Ridi di me, Soledad? Oh, mi spiace, per…
– Basta.
Soledad aveva la pelle più scura di quanto Barbara si ricordasse; erano mesi che non si vedevano, eppure erano state… Barbara non aveva le parole per dirlo, per dirselo.
Erano state che cosa?
– Mi spiace, non so cosa dire… no, vorrei dire tante cose ma non ho le parole. Capita anche a te? Come quando hai il mondo dentro che non esce, e allora sai che devi dargli una forma e la cerchi disperatamente e comunque non la trovi e allora rimani con tutte le tue parole inesistenti nel cuore e invece escono fuori solo le cose inutili che nessuno ascolta, come adesso vedi, volevo dirti l’essenziale e ti ho riempita di parole.
Soledad la osservava silenziosa e seria; forse le era mancata quella sua amica che le parlava a gran
velocità, dimenticandosi che lei, Soledad, era straniera, non capiva certe cose. Altre sì, naturalmente; ma certe cose di Barbara no, proprio non le capiva.
– Non capisco.
– Scusa parlo veloce, e parlo di me, e vorrei sapere di te… se ti va, di parlarmi ancora, dopo tutto…il
tempo, e quello che è successo… Soledad, ci tengo a dirtelo, io avrei voluto aiutarti, ma proprio non
potevo, tu mi capisci vero? Te l’avevo spiegato, ti ricordi?
– Ricordo.
– Bene – un sorriso flebile, come un sussurro, mosse le labbra di Barbara – sono contenta che non hai dimenticato quello che ci siamo dette… che avrei provato a chiedere, ma che non ero certa che ci sarebbe stato un posto libero… e che comunque l’iter sarebbe stato lungo, che avresti fatto i colloqui, e… accidenti, ma come sta la piccola, Soledad non te l’ho nemmeno chiesto, come sta?

– Bene – il volto di Soledad si illuminò e dalla sua persona uscì il sole e nessuna traccia di solitudine. – E’ grande.
– O Soledad, come sarei felice di vederla, ma dove state ora?
– Ventimiglia.
– Miglia? No, Soledad, qui non… oh, ma che sciocca, Ventimiglia certo, a Ventimiglia! È lontano, be’ neanche troppo… oh Soledad come sono felice di vederti, ho temuto che non ti avrei più incontrata… non avrei saputo dove cercarti, non avrei potuto trovarti… che buffo, tu invece sai dove trovare me. Non ci avevo mai pensato. Pensavo di poterti aiutare, di sapere, e invece io non so nulla, e tu…
– So tanto di te.
Barbara la fissò, spostò impercettibilmente indietro la testa, e il corpo si irrigidì in un movimento involontario, e anche per questo non gradito.
Lei sapeva, Soledad la conosceva; la sua città, i suoi luoghi, e poi il lavoro, l’esigua spesa e la sua bicicletta rosa. Soledad la vedeva immergersi nei suoi pensieri, prendere aria il tempo di un saluto e
tornare nelle profondità oceaniche che si sentiva costretta ad esplorare. Soledad le aveva domandato della sua casa, una volta, e Barbara le aveva detto tra le altre cose la via, e poi se n’era spaventata e si era stupita di quel timore che le aveva occupato la mente; di Soledad poteva fidarsi, no? Di Soledad lei era… che cosa?
– Siamo amiche!
Ma come poteva dire una cosa del genere? Come potevano loro essere amiche?
Erano estranee l’una all’altra, le loro solitudini si incrociavano nello spazio di una via, nel tempo concesso dalla clemenza della sua stessa frenetica esistenza, ma bastava questo per dire, o pensare, amicizia?
– Amiche… non ho molte amiche, in fondo… forse parlo troppo per…
– A me piace, la tua voce, il tuo suono.
– Non sapevo di avere un suono, Soledad. Non l’ho mai ascoltato, non sono mai rimasta in silenzio ad ascoltarlo. Come hai fatto, tu? Sei rimasta qui, ferma, e hai imparato tante cose di me, di noi… e io pensavo di conoscerti, e credevo di aiutarti, e adesso è chiaro che non è così, e tu mi sei estranea ma io ti sono amica, e mi sento sola, in questo non conoscerti, sola per non averti incontrato, al di là di quello che posso fare, che non riesco a fare…
– Non capisco.
– Scusa, dico i miei pensieri.
– Ascolto.
– Io… è così… sconvolgente… io ho studiato, sai, per imparare ad ascoltare…
– Studia …
– Via di qua, è privato! Via, non puoi stare, ogni giorno è così! – Barbara riconobbe la voce grave del
portinaio irrompere nella loro conversazione, si voltò e poi abbassò lo sguardo.
– Vigliacca, cosa fai? – pensò di se stessa.
Soledad raccolse il cappello lentamente, al ritmo naturale del suo respiro.
– Via, non mi senti? O non capisci, forse? – continuava ad abbaiare l’uomo.
– Sente e capisce, non si preoccupi, un attimo per favore – Barbara si detestava per quel poco che riusciva a dire. Perché non urlava? Perché non si ribellava?
– Sono come lui – pensò inorridita – ci dev’essere qualcosa di orribile, dentro di me, che mi fa sentire d’accordo con lui…
Il portinaio se ne andò, nemmeno un arrivederci, un saluto. Si allontanò sprezzante, neppure fiero di aver compiuto quel suo lavoro; arrabbiato, e indifferente insieme. Arrabbiato per tutto e quindi assolutamente disinteressato ad ogni questione.
Barbara guardò Soledad cercando complicità contro quell’esistenza cui non voleva concedersi, lei in risposta la guardò con placido disappunto.
– Ciao, vado via, torno domani, magari con lei.
– Vai? Sì, mi spiace… domani, oh che bello, speriamo! Dovrei passare, domani, si ci sarò… ciao… Soledad, sono felice…
Barbara la guardò allontanarsi sul marciapiede grigio; la luce si rifletteva nelle pozzanghere in cui i suoi grandi piedi non avevano alcun timore ad entrare. Sapeva dove andare, a quanto pare. Camminava decisa, senza fretta, sicura, stabile, come ancorata a terra seppur in perpetuo movimento.
Barbara, invece, si sentiva un giunco in un acquitrino; guardava il suo riflesso nell’acqua tremula e si
vedeva al contrario, ribaltata. Era senza orientamento, coi confini incerti; gambe incerte cui affidarsi per scoprire il proprio passo.
Straniera a se stessa, sola in quel suo parlare senza senso, in quel pensare di sapere e conoscersi, Barbara si sedette sul sellino della sua bicicletta, illudendosi di pedalare lontano da quelle verità che sostavano invece lì, proprio sopra di lei, in attesa che il giusto silenzio, non interrotto da futili parole, permettesse loro di uscire dallo stagno.

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