di Anna Maria Tagliaretti

Salì sul cumulo di ghiaia, aiutandosi con le mani ogni volta che la presa dei sandali leggeri cedeva e la faceva scivolare indietro. Quando la bambina arrivò in cima, si guardò intorno soddisfatta. Poi lentamente iniziò la discesa mentre cascatelle di ghiaia rotolavano sul terreno. Subito dopo decise di dedicarsi ai tubi di cemento allineati e sovrapposti nell’ampio spazio del cortile: alcuni avevano un diametro così esiguo che avrebbe potuto camminarvi sopra come l’equilibrista sul filo, altri erano grossi, tanto da poterci scivolare dentro e percorrerli strisciando, come in una galleria. Oppure cavalcarli, come sul dorso di un elefante. Era immersa in questi giochi solitari quando una delle porte della casa padronale, prospiciente lo spiazzo dove erano accatastati i tubi, la ghiaia, la sabbia, i lavandini di graniglia e le macchine per
l’edilizia, si aprì. L’edificio e la parte di cortile in cui si trovavano i materiali di lavoro erano separati da un marciapiede e da alcune aiuole su cui ciuffi di ortensie e fazzoletti di gerbere spezzavano il grigio del cemento con le loro macchie di colore. Sulla soglia della porta dai vetri smerigliati si era affacciato il proprietario, un uomo anziano, panciuto, con un faccione pallido e gli occhiali senza montatura. A quella vista, la bambina si bloccò di colpo e rimase immobile a cavalcioni del tubo: per un istante ebbe la tentazione di scappare, ma le gambe non le ubbidirono e lui si stava avvicinando agitando l’indice e scrollando la testa in segno di diniego.
“Non devi venire a giocare qui,” le disse dolcemente, “la mamma non te l’ha detto che è pericoloso? Queste cose non sono giocattoli. Potresti farti male”.
La bambina accennò di sì con la testa. Lo sapeva anche lei che non si doveva superare il confine fra le abitazioni più povere e quella del padrone, anche se entrambe si trovavano nello stesso cortile della grande casa di ringhiera. “Noi abitiamo di qua,” le aveva detto tante volte la mamma, “di là abita il signor Angiolotto. Non puoi andare da quella parte, quel signore non vuole. Le cose che vedi là gli servono per il suo lavoro, puoi rompere qualcosa e lui si arrabbierà. E mamma e papà dovranno pagare quello che hai rotto”.
Sì, lo sapeva, ma voleva giocare a fare l’esploratrice… Intanto era scivolata giù dal tubo e il vecchio signore l’aveva presa per mano come per accompagnarla verso l’altra ala del cortile. Aveva stretto la sua mano molle e grassoccia intorno a quella bruna e sudicia della bambina e l’aveva condotta verso casa sua.
“Vieni,” le disse,” ti do una cosa da portare alla mamma”.
Lei lo guardò di sbieco di sotto in su, solo per un istante, perché si era ricordata la storia di Pollicino che le avevano raccontato alla scuola materna, e temette che si trattasse dell’orco delle figure del libro, ma il suo sguardo non riuscì ad andare oltre la pancia dell’uomo protesa in avanti e in movimento ad ogni passo.
Entrarono in un salotto fresco, ombroso, con le persiane accostate e pieno di mobili scuri che la bambina non aveva mai visto.
“Come ti chiami?” chiese l’uomo, guardandola di sfuggita.
“Lisa” mormorò.
“E quanti anni hai?”
“Cinque e mezzo.”
“Chi sono i tuoi genitori?”
Lui doveva sapere già tutto questo, tante volte l’aveva vista correre dall’altra parte del cortile in mezzo alla marmaglia di mocciosi urlanti. A lei pareva che la seguisse con lo sguardo quando sguazzava nelle
pozzanghere, quando rideva e strillava mostrando i dentini da latte. Lisa era rimasta immobile al centro della stanza. Avrebbe voluto dire “Vado a casa”, ma non le uscivano le parole di bocca. Mentre si guardava furtivamente intorno, la sua attenzione fu attratta dalla statuetta di
una ballerina con un tutù rosa e rimase a fissarla, mentre il signor Angiolotto se ne andava in un’altra stanza e subito ritornava con una manciata di caramelle piccine. Le prese la manina e vi ficcò le caramelle, qualcuna finì per terra. Poi però non lasciò la mano, attrasse la bambina verso di sé e l’abbracciò con dolcezza. La spinse verso una poltrona, prima si sedette lui e poi, tenendole stretta la mano, raccolse la bambina sul grembo. Lisa avvertì un odore di sapone che le stuzzicò le narici; i bottoni del panciotto del vecchio le pungevano la schiena e cercò di divincolarsi con prudenza. Da sopra la testa le arrivava un rantolo leggero, un sibilo sottile. Prese a scalciare prima timidamente poi con più decisione, ma lui le mise una mano sulle ginocchia e la tenne ferma.
“Non muoverti, non ti faccio nulla…” mormorò posando la bocca sui suoi capelli.
Le prese il mento con l’altra mano, delicatamente, le girò il viso verso di lui e rimase a fissarla per un lungo istante.
“Che begli occhi hai, piccina!” le sussurrò e intanto cominciò a carezzarle i capelli, i ricci neri che sembravano averlo incantato, attorcigliando qualche ciuffo intorno alle dita paffute. “Sai, potrei essere il tuo nonno… e tu la mia nipotina… Ti cullerei tutte le sere, per farti addormentare…” continuò quasi biascicando.
Gli occhi della bambina erano fermi, spalancati, il mento scosso da un tremito leggero.
“Voglio andare a casa”, riuscì infine a dire cercando di scivolare dalle ginocchia del vecchio, che la trattenne serrandola in un abbraccio leggero.
“Non devi avere paura di me, bambina. Sono il tuo nonno… ti voglio bene…”
La voce del vecchio era impastata come se qualcosa gli avesse legato la lingua. “Non avere paura…”
Cominciò a carezzarle il viso, gli occhi che fremettero sotto le sue dita, la piccola bocca contratta. La mano che teneva ferme le ginocchia abbandonò la presa, sollevò il grembiulino fino a scoprire le minuscole mutandine. La mano accarezzò la coscia, si infilò oltre l’orlo e scostò il tessuto. L’uomo premette le dita e rimase per qualche istante immobile. Ansimava. Anche lei non si muoveva, continuava a fissare la ballerina in tutù sul mobile davanti a lei.
Poi il signor Angiolotto sollevò piano la mano, ricompose la stoffa, le lisciò il grembiulino sulle gambe e spinse la bambina lontano da sé.
“Va’ a casa”, le disse con voce roca, tremante, “e non venire più a giocare qui”.
La bambina uscì correndo, stringendo nel pugno sudato le caramelle rimaste e guardando verso la sua abitazione. Le faceva male da qualche parte, ma non sapeva dove, né perché.

Anna Maria Tagliaretti: Assistente sociale, insegnante di scuola primaria, impegnata nel campo della solidarietà internazionale e del turismo responsabile. Fondatrice e per otto anni presidente del centro antiviolenza “Filo Rosa Auser”. Ha pubblicato due libri ed è un’appassionata viaggiatrice.

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