di Giovanna Vanin

È un giorno come un altro, senza un sole vero. Sulla strada macchine di ogni forma, colore e dimensione, grandi e piccole, ce ne sono di quelle lunghe appena il necessario a contenere due persone, altre raggiungono parecchi metri. Bianche blu rosse verdi argentate nere, ci sono anche quelle bicolori. I progettisti si sono sbizzarriti anche con i fari, ovali tondi quadrati a rettangolo triangolari, ce ne sono di piatti bombati sporgenti come gli occhi di un ipertiroideo, danno di volta in volta un’espressione diversa al muso di ogni vettura, c’è quella dalla faccia allegra truce aggressiva timida vivace. Dall’utilitaria al macchinone, tutte trasportano qualcuno, giovani e vecchi, padri e madri con bambini ragazzi neonati nelle culle, ci sono intere famiglie compresi nonni e zii, ci sono coppie, uomini e donne, soli. Arrivano da ogni direzione, dai quattro punti cardinali, da case lontane lontanissime e vicine. È una coda ininterrotta, no, sono tre code una accanto all’altra, serpenti mostruosi dalle squame di metallo, draghi. Fabbriche lontane emanano bagliori rossi dalle ciminiere. Negli abitacoli la gente parla, sorridono, stanno in silenzio, scherzano. Ci sono quelli che, innervositi dal procedere lento, allungano il collo per vedere la testa del serpente, non si vede, ancora qualche metro, tra poco ci siamo. Passiamo sotto un ponte, ecco, sulla destra, quattro alberi scarnificati dalle piogge acide, intossicati dalle esalazioni dei tubi di scappamento. Li superiamo e anche un distributore di benzina, poi nel chiarore lattiginoso appare un’enorme costruzione grigia, in mezzo a campi senza fiori e senza grano, dietro, altri capannoni, contenitori giganteschi, sono i magazzini. Due cartelli rossi vietano l’ingresso, il varco consentito è indicato da un cartello blu con sopra una freccia che come un grosso dito ti dice dove andare, ti affidi a lui e non protesti. Gli occhi girano veloci da destra a sinistra e viceversa in cerca di un parcheggio, eccolo là, no, c’è già qualcuno che aspetta, vai avanti, è un piazzale senza fine. Bravo, segui il ditone, giri e rigiri in cerchi concentrici che si allargano a dismisura, non c’è il posto dove lo vorresti, ti tocca andare sempre più in fuori, è come andare a teatro e stare nelle ultime file da dove vedi poco. Ma ecco, finalmente l’abbiamo trovato, si scende, su, andiamo, abbiamo raggiunto l’obiettivo, in tutta la sua possanza s’innalza davanti a noi. All’entrata uno vende pizze panini polli arrosto patatine fritte. Le porte a vetri si aprono si chiudono si aprono si chiudono come bocche che inghiottono e poi vomitano nauseate tutti quelli che le avvicinano. Dentro voci lingue s’incrociano in un brusio continuo, la musica arriva dall’alto e da ogni lato. Siamo in un parco giochi dai colori accesi e zeppo di uomini e donne tornati all’età dei figli che hanno attaccati alle mani e si agitano in braccio o piangono nei carrozzini. Senza respiro ogni cosa sugli scaffali chiama, sono qui perché
non vieni? Prendi me sono più buono. Non è vero, tocca a me. Te l’hanno detto ieri in televisione. Ma se c’ero prima io. Trent’anni di pubblicità dentro a un cartellone. Come fai a non saperlo? Sei sordo cieco o fuori tempo? Svegliati citrullo. Non siamo più nell’Ottocento. Ogni giorno ti porta una cosa nuova e non scemenze come il sole la mattina, che poi è impossibile vederlo con la nebbia lo smog e una schiera di palazzi alti mille metri. E allora cosa aspetti? La felicità è qui, da noi, nei nostri negozioni, siamo senza dubbio i migliori super e iper, dove cerchi la tua vita? Lei è dentro alla nostra scatola di cartone. Se leggi le istruzioni vedrai che abbiamo fatto il giro del mondo, dalla Cina all’India dall’Africa più nera al Canada dalla Finlandia al Perù, ti portiamo quello che non vedresti mai a meno di non andarci di persona ma, lo sai, tu non sei Marco Polo o un riccastro da poter girare dove come e quando vuoi. Dacci retta, non aspettare la carota striminzita nel tuo vaso sul balcone, noi sì, siamo pieni di energia, prendi e ingoia e smetti di raccontarti balle. La vita è una sola, non pensare sia diversa da come tu la vedi. Non c’è altra consolazione. E allora suvvia tutti in coro gridiamo, lo voglio lo voglio anch’io il biscotto biscottino macinato dal mulino la merenda golosona la fragola con la lisca. E ciascuno guarda incuriosito il suo vicino l’amico il parente lo sconosciuto protesi sui banconi pieni di cibo, strumenti, oggetti, prodotti, a volte non sai nemmeno cosa sono. Lo voglio il pomodoro e non importa se non ha odore il pollo imbottito di antibiotici è un’enorme pillola antinfluenzale il germe che protegge da ogni cancro e com’è buono il fungo cresciuto nel cesio e nel plutonio precipitati a terra dopo l’ultima esplosione del nuovissimo reattore di una centrale nucleare di ultima e sicura generazione e ciascuno afferra quello che gli promette una fetta di paradiso un piatto di saporita felicità un suono sensuale che scongiuri le tre maledizioni ricevute ai tempi di Adamo, sofferenza solitudine e paura. E trionfanti spingiamo il carrello nella luce bianca del supermercato. E in coda alla cassa sorridiamo, che bella spesona tesoro mio! Oggi abbiamo preso proprio tutto. Noo?! perché piangi? vuoi il lecca-lecca? quello rosso? Non c’è. Quello verde non va bene? Noo? Che differenza fa, il sapore è lo stesso. Adesso smettila di frignare. Insomma. Non sei mai contento. Piantala, ti dico, e metti giù ‘ste mani, hai capito? Giulio, fammi un piacere, portala via, ‘sta sanguisuga, sì sì, vai fuori, andate via e poi, si può sapere cos’avete tutti e due? Sempre in giro con i vostri musi lunghi, mi avete rotto. Non ne posso più. Veramente.

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