di Davide Zamborlin

Dal diario di Vasco João Carvalhas, esploratore al servizio di sua Maestà Sebastiano Primo d’Aviz, Re del Portogallo.

Kyoto, 21 maggio 1562
Quello che segue è il resoconto di un episodio del mio viaggio in Giappone. Accompagnavo Padre Emilio Adelante Ferreiras, dell’Ordine dei Gesuiti. Avevamo la missione di redarre un rapporto sulla cultura e le usanze locali, che le Gerarchie dell’Ordine intendevano usare per
elaborare una strategia mirata alla diffusione della Fede Cristiana fra queste genti. Al termine del viaggio, durato diciotto mesi, siamo giunti alla conclusione che il Giappone non sarà un terreno in cui la Grazia di Nostro Signore potrà attecchire facilmente. L’episodio che state per leggere è forse l’esempio più significativo a conferma di ciò, tuttavia abbiamo deciso di ometterlo dal rapporto ufficiale, perché si allontana talmente dal perimetro del credibile da poter indurre nei nostri superiori il sospetto che sia il frutto della nostra fantasia o un inganno perpetuato ai nostri danni, il che ci precluderebbe future missioni in altre parti del mondo. Lascerò perciò alle pagine del mio diario personale il compito di conservare questi ricordi. Solo ora che ci apprestiamo a salpare per la colonia di Macao, Padre Ferreiras e io iniziamo a domandarci se non si sia trattato di un’allucinazione. In ogni caso siamo ben lieti di poter tornare a dissetarci dei Misteri della nostra Fede e di poter accantonare il mistero a cui abbiamo assistito.
La storia comincia a Nagasaki, città portuale e capitale dell’isola di Kyushu. Il Governatore ci accordò il permesso di visitare l’entroterra, accompagnati dal guerriero samurai Marume Eishi. Ci fu concesso un grande onore, in qualità di ospiti provenienti da un regno potenzialmente nemico, in una terra profondamente conservatrice e chiusa. I samurai godono di grandissima stima nella cultura locale. Essi costituiscono una casta sociale di guerrieri, una delle più importanti dopo quella nobiliare. Il loro valore è leggendario: la nostra scorta valeva più di venti uomini armati, come avremmo potuto constatare.
Eishi, per quanto ancora molto giovane, aveva già dato prova di essere uno dei più forti guerrieri di Nagasaki.

La prima tappa del viaggio era un piccolo villaggio nell’entroterra, eletto a dimora da Eishi. Vi giungemmo dopo poche giornate di cammino attraverso boschi e terreni coltivati. Si trovava in una valle non molto ampia fra le colline. Il fondo era coltivato a risaie e, risalendo i lievi pendii, si incontravano terrazze adibite a orti che gli abitanti avevano strappato alla vegetazione naturale. L’esposizione a sud assicurava la presenza del sole per tutto l’arco della giornata. Le semplici case di legno erano sparse fra alberi, colture, ruscelli irrigui, piccoli ponti e recinti per animali. L’operato dell’uomo si accostava armoniosamente a quello della natura, infondendo la stessa sensazione di pace che si può percepire nelle più belle campagne d’Europa.
La prima persona che Eishi volle presentarci fu un ragazzo di nome Akira. Quando lo incontrammo, stava lavorando a un vaso di argilla davanti all’uscio della sua casa. Era di pochi anni più giovane di Eishi, ma la differenza di età sembrava più netta sia per i segni sul volto del guerriero, scolpito dall’addestramento militare, sia per la dolcezza dei lineamenti e dei modi di Akira, levigati dalla pace delle campagne e dalle acque placide dei ruscelli. Appena ci vide, abbandonò il tornio e si precipitò di fronte al samurai. Il mio sbigottimento trovò conferma nella reazione di Ferreiras, che vidi profondamente turbato nel constatare ciò che io stesso faticavo a credere. I due rimasero l’uno in fronte all’altro
guardandosi negli occhi e sussurrando parole che non udii, le braccia lungo i fianchi, gli abiti del guerriero impolverati per il viaggio, Akira in una povera veste da lavoro sporca di argilla. Un europeo non avvezzo agi usi locali non avrebbe colto nelle loro espressioni i segni della passione di due amanti rimasta in attesa per un lungo periodo, compitamente domata dal contegno del loro costume.
Questo tipo di unione, da noi considerata turpitudine incivile e contro natura, è qui accettata come cosa naturale. Avevano il rispetto di chiunque: lavoravano, aiutavano, partecipavano alla vita comunitaria e alle cerimonie religiose. Quella stessa sera, con nostro grande imbarazzo, ci fu chiesto di cenare in loro compagnia. Accettai per rimanere fedele alla missione. In qualità di osservatori esterni, avevamo l’ordine di raccogliere informazioni senza opporci alle vicende locali. Ma Ferreiras sembrava non riuscire a dominare il turbamento che lo coglieva in presenza di Akira e preferì ritirarsi in preghiera.
In Giappone la celebrazione di eventi importanti è spesso affidata a cerimonie codificate. In quell’occasione assistetti ad una cena cerimoniale in mio onore, come ospite di un altro continente scortato da un samurai del Governatore. Gli sfarzi dei palazzi di Nagasaki erano lontani, ma potei godere di un’inattesa atmosfera di intimità ai lumi delle candele in una semplice casa di legno. Akira, in un’elegante veste blu profondo a fiori bianchi, disponeva piatti e ciotole su un basso tavolo e preparava frugali pietanze a base di riso e verdure. Aveva arrotolato le maniche lasciando scoperti gli avambracci. Ogni suo gesto era dettato
dall’etichetta del rito. Si muoveva con agilità e allo stesso tempo con misurata lentezza, senza mai sembrare affettato o femminile. Dedicava grande devozione a ogni singolo particolare a dimostrazione della grande devozione verso l’ospite. Eishi, seduto compostamente a gambe incrociate a un lato del tavolino, gli avambracci abbandonati sulle
ginocchia, il busto e il collo ben dritti, seguiva i suoi movimenti. I loro sguardi si incontravano spesso e tradivano appena complici sorrisi. Dal mio lato del tavolo, non potevo non ammirare l’eleganza e l’armonia di ogni particolare, dalle semplici forme degli oggetti in legno e argilla, al comportamento sobrio e cordiale dei miei ospiti, alla grazia del più giovane.
Durante la cena raccontarono che erano rimasti entrambi orfani in tenera età. Akira non seppe mai chi furono i reali genitori. Fu allevato da un’anziana signora, scomparsa due anni prima, da cui aveva imparato il mestiere dell’artigiano. Si dedicava alla produzione di oggetti di lusso destinati al mercato di Nagasaki e utensili più umili per gli abitanti del villaggio. Eishi perse la madre durante il parto. Il padre, samurai, morì in una battaglia quando era bambino. Le differenze sociali potrebbero essere un ostacolo per un’unione in Giappone, sia di questo tipo che tradizionale. Ma il villaggio era lontano dagli occhi indiscreti di Nagasaki e, benché si sapesse, veniva tollerata. Quello era il loro porto sicuro. Al mondo non avevano che l’un l’altro.

Trascorremmo al villaggio un breve periodo di pace e di studio della cultura locale. Inizialmente Ferreiras e io faticavamo a carpire l’essenza della religione di questo Paese. Sembra essere fondata sul culto di spiriti che vivono in simbiosi con la natura. Presto avremmo scoperto che erano più di semplici credenze. Le piccole celebrazioni quotidiane, fatte di offerte, preghiere, inchini e altri rituali, sono intese a propiziare il favore di quelli benigni e sedare il livore di quelli maligni. Nei casi più importanti gli abitanti del villaggio si rivolgevano a una specie di sacerdote, un eremita, considerato anche un guaritore. Si aggirava nelle foreste circostanti, vivendo di raccolta e elemosina, riparandosi in un numero non precisato di capanne sparse nel bosco, dove gli abitanti sapevano di poterlo trovare.

Restammo colpiti dall’estrema eleganza che ognuno impiegava durante questi riti e che non si riscontrava nelle normali attività. Di sicuro una delle persone più aggraziate era Akira. Sembrava che volesse compiere ogni gesto della sua quotidianità come fosse parte di una qualche cerimonia che solo lui aveva in mente. Ci fu spiegato che quella era la sua natura: elegante, leggero, eppure sempre maschile, privo di qualsiasi affettazione, non dava mai segno di fatica quando modellava i suoi vasi o dava aiuto a qualcuno in altri mestieri. Ferreiras faceva di tutto per evitarlo. Se non poteva sottrarsi al suo cospetto, volgeva altrove lo sguardo, portava la mano al rosario e bisbigliava preghiere in latino. Più di una volta lo sorpresi fissarlo da lontano, quando era sicuro che la sua attenzione non potesse essere contraccambiata.
Il giorno antecedente alla partenza avvenne un fatto che cambiò i nostri piani: Akira fu morso da una volpe. Si trattava di una ferita non grave che di per sé non lo avrebbe ostacolato nel lavoro. Quella sera, poco prima del calar del sole, Eishi convocò d’urgenza l’intero villaggio per dire che il suo amato era gravemente malato e che a nessuno, per nessun motivo, era concesso vederlo o parlargli. Chiese che venisse subito chiamato l’eremita perché lo visitasse.
Pensammo alla rabbia o a qualche altra infezione e pregammo per la sua guarigione. Il pomeriggio seguente l’eremita visitò il ragazzo. La diagnosi fu non di una malattia ma di una maledizione. La volpe che lo aveva morso era uno spirito della foresta mandato da uno stregone. Ci spiegò che gli spiriti di questo tipo assumono la forma di un animale scelto da chi li evoca e, quando mordono una persona, essa inizia a mutare sembianze fino ad assumere quelle dell’animale. La mutazione avviene in pochi giorni e l’unico modo per fermarla è supplicare lo stregone o ucciderlo. In caso di guarigione solo un piccolo segno dell’animale rimane sul corpo umano, in un punto nascosto, quasi invisibile. Ma è importante rompere l’incantesimo prima del plenilunio, dopo il quale resta irreversibile. Per la prima volta vidi Eishi agitato: mancavano poche notti alla luna piena.
L’intero villaggio sembrò prendere molto sul serio la questione. Si iniziò a mormorare che a pochi giorni di cammino era stato avvistato un accampamento di banditi, pareva che fossero più di venti. Si sospettava che avessero pagato uno stregone per evocare lo spirito, in modo che, scomparso Akira, Eishi avrebbe negato la protezione al villaggio. Il samurai decise che doveva partire immediatamente. Non c’era tempo per chiamare rinforzi da Nagasaki. Intendeva costringere lo stregone, con le parole o con la katana, a salvare Akira. Ma dimostrò cosa significa l’onore di un samurai: qualunque fosse stato l’esito dell’impresa, avrebbe sempre protetto il villaggio che gli aveva dato serenità e ristoro. Chiese solo che fosse allestita una lapide dove avrebbe pregato per lo spirito di Akira, in caso di insuccesso.
Padre Ferreiras e io, di fronte al pericolo che la nostra scorta restasse uccisa, ci opponemmo, venendo meno al divieto di interferire con le vicende locali. Non potevamo credere a quelle superstizioni. Fummo colti da puro orrore dinnanzi alla verità. Il giovane, seduto composto in un angolo della casa, aveva nelle fattezze già molto dell’animale. Il volto era coperto da una fulva pelliccia e le orecchie terminavano con un ciuffo nero. Gli avambracci, anch’essi fulvi, terminavano con mani ricoperte di pelliccia nera, proprio come le zampe di una volpe. Gli occhi arancioni, ancora umani, fissavano il pavimento, tradendo una vergogna ben maggiore del nostro orrore. Quando si alzò constatammo che si era ridotto alle dimensioni di un bambino di dieci o dodici anni e camminava ricurvo. Sarebbe rimpicciolito ancora, fino alle dimensioni di una volpe. Sotto la veste abbondante si indovinavano le membra di una figura inquieta e ansimante. Ferreiras rimase sconcertato. Eishi ci disse che potevamo seguirlo, ma avrebbe affrontato i banditi da solo. Partimmo subito con l’eremita e Akira. L’armonia che conoscevamo aveva lasciato il posto al conflitto fra le facoltà umane e i sensi dell’animale, che alternativamente prendevano il controllo, provocando repentini sussulti, cambi d’umore, capitomboli, rantoli.
Camminammo per due giorni immersi nel verde, sulle tracce di sentieri che solo i nostri accompagnatori potevano riconoscere. La trasformazione procedeva inesorabile sotto i nostri occhi. La sera del terzo, quando la luna era piena, arrivammo ad una piccola casa di legno al margine di una radura: uno dei ripari dell’eremita. Akira era ormai una volpe. L’indomani, se l’incantesimo non fosse stato rotto, avrebbe completamente dimenticato la sua vita precedente. Eishi aveva portato i suoi vestiti piegati a mo’ di fagotto. Lo avremmo aspettato lì: non poteva mettere in pericolo la nostra vita. Quando fu il momento della separazione, Akira si oppose con acuti guaiti: era ancora umano, in fondo. Il guerriero riuscì a calmarlo parlandogli dolcemente, gli legò una corda al collo e lo assicurò nella capanna, tremante. Ci chiese di liberarlo, se non fosse tornato.
Eravamo soli. Nel caso peggiore, saremmo dovuti tornare a Nagasaki senza una scorta. Trascorremmo alcune ore attorno al fuoco fuori dalla capanna, noi in preghiera, l’eremita in meditazione, rivolgendo i nostri animi al successo del samurai. Alla fine ci addormentammo.
Fummo svegliati dall’eremita. Ci invitò all’interno con gesti concitati. La visione che ci accolse ci lasciò stupefatti. I raggi della luna si posavano sulla pelle di Akira, rivelandoci senza pudore le sue ritrovate sembianze. Dormiva su un fianco, le gambe rannicchiate, la testa abbandonata su un braccio disteso, dando la schiena al muro, la corda ancora al collo, dove prima una volpe giaceva avvolta nella coda. Lo coprii per sottrarre quella vista agli occhi di Ferreiras, che rimase paralizzato sulla porta con la bocca spalancata. Lasciai scoperta solo la testa. I capelli, tagliati a caschetto, cadevano sul volto. Erano tornati neri e lucidi nei riflessi argentati del plenilunio. Non avevamo dubbi: il samurai era riuscito nell’impresa. Ci sedemmo accanto al fuoco ad aspettare il suo ritorno.

Era ancora notte quando tornò. Portava i segni della battaglia. Si appoggiava alla katana chiusa nella custodia e le sue vesti erano insanguinate in più punti. Sembrava al limite. Quando fu sulla porta della capanna, si accasciò a terra. Akira si svegliò e, nel vederlo morente, abbandonò ogni contegno, liberando il dolore improvviso in un pianto straziante, gettandogli le braccia al collo, supplicandolo di vivere e promettendo che lo avrebbe seguito ovunque, anche nella morte.
Dopo che si riebbe, si rivestì e passò l’intera notte accanto al samurai.
Eishi, a tratti cosciente, disse che aveva ucciso tutti i banditi e lo stregone. Ci chiese di riferirlo a Nagasaki, se non fosse riuscito egli stesso.
Il giorno dopo l’eremita medicò le ferite mentre Ferreiras e io costruivamo una barella per portarlo al villaggio. Fu accolto con gli onori di un eroe e allo stesso tempo con il dolore riservato a un caro amico.
L’eremita aveva lasciato istruzioni su come curarlo e disse che non si sarebbe allontanato. Akira cessò qualsiasi attività. Trascorreva tutto il tempo in casa al capezzale dell’amato, cambiando le bende e spargendo unguenti misteriosi sulle ferite. Da fuori potevamo sentire i suoi sussurri quando lo confortava, lo esortava a bere un brodo o cantava per lui delle melodie che non sapremmo ripetere. Usciva solo per procurarsi del cibo offerto dagli abitanti e per lavare le bende al ruscello.
La mattina del terzo giorno, sull’uscio di casa, chiese di poter parlare con gli abitanti del villaggio. Era pallido e teneva la testa bassa. Con un filo di voce chiese che venisse chiamato l’eremita. Poi rientrò, dicendo che nessuno avrebbe dovuto disturbarli. Non sentimmo più sussurri, né canti, né più uscì a procurarsi da mangiare o a lavare le bende.
L’eremita venne e visitò Eishi a porte serrate. Poi si precipitò nella foresta e tornò con una cesta piena di erbe. Si chiuse nella casa, dove rimase l’intero giorno. A notte inoltrata uscì di nuovo, serio. Disse che aveva fatto ciò che poteva e che sarebbe tornato nella foresta. Non restava che pregare. Akira fu più volte udito singhiozzare.
Due giorni dopo, nel tardo pomeriggio, uscì di nuovo. Questa volta il suo viso era deturpato da nere borse sotto gli occhi arrossati e non sembrava del tutto lucido. Parlava a fatica con un tono a tratti rauco, a tratti come strangolato. Eishi stava migliorando ma aveva ancora bisogno dell’eremita. Per l’ultima volta, diceva, poi si sarebbe ripreso.
L’eremita arrivò durante la notte. Bussò. Chiamò. Nessuna risposta.
Entrò. Il corpo senza vita del samurai giaceva composto, vestito da cerimonia, circondato da fiori, le mani stringevano al petto la katana.
L’incarnato pallido del collo era solcato su un lato da una ferita scura che si insinuava sotto l’abito. Di Akira nessuna traccia. Fu cercato nei dintorni per giorni, in ogni capanna, in ogni anfratto del bosco. Poi ai piedi di ogni dirupo e nelle anse di ogni fiume. Si mandarono richieste di aiuto ai villaggi vicini, invano. Alla fine fu dato per disperso.
Tornammo a Nagasaki accompagnati da due contadini. Il governatore, ascoltata la storia, ci trattenne nei nostri alloggi, sorvegliati da guardie armate. Mandò una commissione al villaggio, per verificare come fosse morto uno dei suoi guerrieri più valorosi. Dopo pochi giorni fummo liberati. Non ci fu chiesto se volessimo rivedere alcuni aspetti del nostro racconto, né ci fu riferito quello che la commissione aveva appreso durante le indagini. Eishi ebbe l’onore di una lapide nel palazzo e, ci dissero, una più umile al villaggio, accanto a quella per Akira.
Il nostro viaggio per il Giappone poté proseguire. Mesi dopo ci imbattemmo in una processione di monaci. Ci spostammo sul lato della strada fra i campi per cedere loro il passaggio. Indossavano semplici vesti bianche e blu lunghe fino ai piedi e dalle larghe maniche le mani reggevano all’altezza del petto un piccolo oggetto, apparentemente una coppa di legno vuota. Erano completamente rasati eccetto per una lunga treccia nera che pendeva da dietro la testa. Ad un tratto Ferreiras cadde in preda all’agitazione e attirò la mia attenzione verso uno di essi.
I lineamenti erano quelli di Akira, ma invecchiati, come provati dallo strazio. Non diede segno di essersi accorto di noi: come sempre accade in Giappone, la cerimonia richiedeva la massima dedizione. Quando fu abbastanza vicino, trasalimmo per un particolare. Ci guardammo e annuimmo assieme. Sì, avevamo visto bene: quello era davvero Akira.
Riconoscemmo il segno che la maledizione gli aveva lasciato e che non avevamo potuto fino ad ora notare, perché nascosto dai folti capelli. La treccia non era nera, ma fulva come la pelliccia di una volpe.

 

Davide Zamborlin, nato a Milano nel 1980, laureato in fisica, impiegato. Appassionato di cinema, letteratura, musica. Dice di sé: “Sono onnivoro, guardo, leggo e ascolto di tutto, purché catturi la mia attenzione. Tendo a preferire generi considerati di nicchia come fantasy, fantascienza e horror. Scrittore dilettante, per divertimento”.

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