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di Brunello Buonocore

– Com’è che si dice? Abbiamo perso una battaglia, non la guerra.
Una frase fatta, uno slogan che Riccardo pronuncia spesso, probabilmente ripetendo le parole di qualche allenatore famoso.
Ma non questa volta.
Lo abbiamo portato al pronto soccorso, dopo che è mezzo svenuto in campo a seguito di una testata tremenda contro un giocatore avversario. Con lo sguardo fisso e spento non rispondeva a nessuna domanda. “Dopo la craniata” non ha più parlato.
Mentre aspettiamo che lo infilino nel tunnel della TAC arriva un’ambulanza a sirene spiegate.
Adesso ci tocca stare qui tutto il giorno e tutta la notte, penso. E la stessa cosa di sicuro viene in mente a Daniele e a Giuseppe, che insieme a me lo hanno portato in ospedale. Ma, quando mi giro per scambiare uno sguardo di intesa, loro due sono spariti.
Li cerco, li chiamo al telefonino, ma niente… introvabili.
Subito dopo la mia attenzione viene catturata dall’ambulanza. Da quel mezzo non scende nessuno anche se si sentono urla e lamenti provenire dall’interno. Nessuno interviene, anzi regna il più assoluto disinteresse.
Allora apro io il portellone e salgo. Legato al lettino e chiaramente in preda a una crisi isterica c’è Riccardo.
Ma questo non ha senso.
Prima che riesca a radunare le idee, qualcuno chiude il portellone e l’automezzo riparte a velocità folle con la sirena urlante. La due azioni durano un secondo, forse meno.
Perdo l’equilibrio e cado ma mi rialzo subito. Penso di essere vittima di uno stupido scherzo dei miei amici. Mi sembra anche di vederli per un attimo e non sono preoccupati, anzi sorridono. Lo ammetto, in quel momento mi trovo per la prima volta a pensare che siano degli idioti e che non li vorrò mai più vedere.
Nel frattempo, anche perché non sono del tutto in me, non riesco nemmeno ad avvicinarmi a Riccardo, che intanto non la smette di urlare. L’ambulanza si impenna, finendo chissà dove. Impatto contro un qualcosa di molto duro e sgradevole rumore di lamiere. E questa volta anch’io batto la testa, ma fortunatamente non mi faccio male.
Attendo i soccorsi. Mi guardo in giro, senza scendere dall’ambulanza. Verifico di non perdere sangue dal braccio sinistro che ha sbattuto più volte all’interno dell’abitacolo. Sono poco lucido ma non impaurito.
Non sono uno che si fa prendere dal panico. Ma quando finisci in mezzo a un incidente non lo sai come reagisci. Rimango seduto, mi convinco che non dovrò aspettare tanto.
Invece dei volontari della Pubblica o della Misericordia arrivano dei poliziotti che senza apparente motivo si mettono a manganellare sia me che Riccardo.
Adesso sì che sento male e vengo assalito dai dubbi: forse non sono finito nel mezzo di uno stupido scherzo. Forse sono finito in un guaio.
Mentre ci trascinano via, urliamo come non abbiamo mai fatto.
Un colpo in testa, per fortuna di striscio, mi annebbia la vista. Per un istante vedo solo buio, poi vedo le sagome di Daniele e Giuseppe. Capisco che stanno portando via anche loro.

Non sono un uomo religioso, ma i sacramenti mi incuriosiscono. Soprattutto il battesimo. Quello cattolico non è un granché, ammettiamolo. Invece ho un’amica evangelica che mi ha mostrato il filmato della cerimonia di sua sorella, che si è convertita da adulta. Il sacerdote la butta nell’acqua di un fiume, la tiene sotto per qualche secondo e poi la riporta fuori. Intorno c’è parecchia gente: tutti piangono e ridono, le due cose insieme, poi si mettono a cantare. Sembra bello ma non so se avrei il coraggio di provare…

Ci tengono separati. In quattro stanzette minuscole.
Ogni cinque minuti entrano due energumeni che ci picchiano con i manganelli, senza criterio e senza pause, così come a loro viene voglia.
Quello che succede a me, succede anche ai miei amici. Non li sento e non li vedo, ma ne sono certo.
Oltre alle manganellate, arrivano gli schiaffi e le tirate di capelli. E così perdo il controllo e mi metto a gridare di tutto. Sono un fiume in piena. E racconto. Racconto quello che è successo al pronto soccorso.
A qualcosa serve perché c’è un cambiamento di programma. Ma solo per me, ne sono convinto. Arriva uno che sembra un capo: un uomo di dimensioni normali, per fortuna, forse un pochino più basso della media, con gli occhialini rotondi e con addosso un insopportabile profumo di acqua di colonia.
Il poliziotto buono, mi dico.
I suoi modi però non sono gentili. Non picchia ma fa male: forse non sa usare le mani ma le parole sì.
– Pezzo di merda. Che cazzo gridi? Pensi che non lo sappiamo chi sei? Chi credi di prendere per il culo?
Mi sento mentre pronuncio qualcosa, tenendomi la testa tra le mani. Ripeto in continuazione: l’ambulanza.
– Quale ambulanza, faccia di merda che non sei altro? Quale ambulanza?
Se ne va, ma torna subito. Mi mostra un tablet e sul tablet un filmato in bianco e nero.
– È questa?
Gli rispondo di sì con la testa.
– Questo di spalle sei tu? Non è vero? – mi chiede, facendo proseguire la proiezione.
– Sono io, ma faccia attenzione… ecco!
– Ecco che cosa, deficiente?!
– Deve tornare indietro…
Lo fa.
– Qui, piano… vede?
– Che cosa devo vedere? Che cosa?
– Alla guida non c’è nessuno… è impossibile… ma è così… si vede, si vede… si vede…
Lui riguarda il filmato. Molte volte. Intanto suda e l’odore dell’acqua di colonia invade la stanza.
– Non l’ho notato subito, ma, da quando mi avete portato qui, non penso ad altro… Sono sicuro. Sul lettino c’era Riccardo, il mio amico e non doveva essere lì perché stava facendo la TAC… Ma questo lasciamolo perdere. Su quell’ambulanza non c’era nessun altro… nessun infermiere, nessun portantino, nessun volontario e nessuno alla guida. Ho guardato, per un attimo, sia prima sia dopo l’incidente… non me lo sono sognato… non c’era nessuno… nessuno.
Non mi accorgo che sto urlando, ma deve essere così, perché lui cambia espressione e dà un accenno di fastidio. Ripeto la stessa parola, venti, trenta volte. Nessuno.
– Taci, stronzo! Che cosa cazzo gridi?
La smetto.
Lui mi guarda. Apre la bocca ma poi non parla. Esce, ritorna, mi guarda ancora in faccia… non dice nulla.
Se ne va lentamente. Chiude la porta, facendola sbattere.
A questo punto interviene il silenzio, per un tempo che non riesco a calcolare ma che sembra lunghissimo.
Non si sente più nulla: nessuno che grida, nessuno che piange. Nemmeno la suoneria di un telefonino, una fotocopiatrice, una porta che si apre o che si chiude… Niente.

Non sono capace di nuotare, ma mi piace molto andare al mare. Non sono capace di nuotare, ma di galleggiare sì. Non mi avventuro al largo. Mi fermo quando rischio di non toccare, quando il mare diventa alto. Mi spingo fino al limite. Fino a quando l’acqua mi arriva al naso e alle orecchie. Lì, in piedi, guardo l’orizzonte, rimanendo fermo a volte per un tempo imprecisato: i rumori si attenuano e la mia vista si appanna.

Adesso siamo tutti e quattro nella stessa stanza. Non è la camera degli interrogatori. È lo studio dell’uomo profumato.
– Ispettore, ispettore… posso chiedere una cosa? – esordisce Giuseppe.
– Non sono ispettore, sono vice ispettore – chiarisce come se il particolare fosse di fondamentale importanza – e mi chiamo Marino. Di cognome, non di nome. E voi chi cazzo siete? Cioè chi siete veramente?
Giuseppe si ripropone malissimo: – Stia attento… Guardi che parleremo solo in presenza del nostro avvocato.
– Lei non sembrava così… così risoluto poco fa, signor Anselmi.
Giuseppe rimane in silenzio.
– L’abbiamo registrata, lo sa?
Giuseppe rimane in silenzio.
– Ascolti! – e fa partire un registratore.
– Ho capito, ho capito, ho capito. È per le molotov, vero? – Pausa. – Alla manifestazione a Milano, quindici giorni fa. Ma non ero l’unico… Ne ho lanciate due, va bene… Ma non ho colpito nessuno.
Il vice ispettore spegne il registratore, guarda fisso negli occhi Giuseppe. E riprende:
– Non ha colpito nessuno, signor Anselmi? E come fa a saperlo? E non era la prima volta, vero?! – apre un fascicolo davanti a sé e controlla, o fa finta di controllare. Poi aggiunge – No, non era la prima volta…
Guarda ancora Giuseppe, che invece non alza lo sguardo, e aggiunge:
– Per adesso, Anselmi, l’avvocato… lasciamolo perdere.
Il poliziotto sposta l’attenzione su Riccardo:
– Come va, dottor Miserotti? Fa ancora male la testa? Ci vede bene?
Riccardo cerca di non dare a vedere di essere agitato. Ma lo conosco a sufficienza per sapere che è così. Lui, che non suda mai, ha la fronte bagnata.
– Devo ancora fare la TAC, ma non credo ci sia nulla di grave.
– Tranquillo. Tra poco avrà la sua TAC, contento? Così ci leviamo il pensiero… Non vuole chiamare l’avvocato anche lei, vero?
– No. Voglio solo andarmene.
– Lei mi piace, Miserotti. Le cose hanno un inizio e una fine. E dopo un po’ appartengono al passato… vero? È meglio metterci una pietra sopra… È meglio dimenticare… Guardi, ho qui il suo fascicolo ma non voglio nemmeno aprirlo. Che cosa potrei trovarci? Niente! Niente?
Riccardo non risponde.
– Forse qualcosa di strano, però… Che so, una querela per appropriazione indebita, una storia di tanti anni fa… Ma forse non c’è più, forse sua zia l’ha fatta sparire…
Guardo Riccardo che adesso sembra molto preoccupato. So che si vergogna di questa faccenda e che ne ha parlato solo a me. Sicuramente gli dà fastidio che anche gli altri amici ora la conoscano.
– A volte fa comodo avere una zia che lavora in tribunale, vero? Fa comodo, già…
Il vice ispettore tira un lungo sospiro.
– Veniamo a lei, Pignataro. Signor Daniele Pignataro… E qui il fascicolo lo voglio proprio aprire, perché c’è una bella indagine in corso, vero?
Daniele guarda il soffitto.
Il vice ispettore insiste:
– Vero?
– Vero – risponde il mio amico, sottovoce.
– Se ne stanno occupando i carabinieri e sono parecchio incazzati con lei… Questa Ferrari Lucia anzi Lucia Paola… le ha fatto una bella denuncia per stalking. – finge di leggere, poi rialza la testa e lo guarda, senza incontrare i suoi occhi.
– Siccome c’era stata una volta, doveva starci ancora… era questo il tono delle telefonate e dei messaggi. E ci sono pure i pedinamenti. Allora Pignataro mi dica, a chi crederà il giudice? A lei che racconterà di essere stato portato in questura e picchiato selvaggiamente… o a noi poliziotti integerrimi? Che, tre contro uno, giuriamo di non averle torto un capello? Vuole davvero chiamare l’avvocato?
– No – risponde ancora Daniele, stavolta con un tono più deciso.
Adesso tocca a me, penso. E invece no. Il vice ispettore Marino si alza, assume un tono piuttosto solenne e dichiara:
– Statemi a sentire, ragazzi… non siete voi quelli che cerchiamo. Siete degli stronzi, dei comunissimi stronzi, ma non avete fatto nulla di particolare. Ci siamo sbagliati. Mi dispiace. Sono cose che succedono.
– Fa un altro lungo sospiro. – Potete andare. No, anzi… adesso vi faccio accompagnare per una controllatina, come promesso… però cambiamo ospedale.
Alza il telefono.
– Ascolta Rosario, devi accompagnarli alla clinica Sant’Anna. Sì, tutti e quattro. Tranquillo adesso avviso io. E trattali bene che sono ragazzi bravi… perbene.
Ride.

Ci siamo rivisti dopo un mese per una birra e ne abbiamo parlato, ma poco. Riccardo ci ha ricordato che abbiamo perso una battaglia, non la guerra, e Giuseppe ha rinforzato sostenendo che quel giorno nonostante tutto non siamo usciti sconfitti dalla questura. Nessuno mi ha chiesto se davvero non ho il minimo “precedente”, diciamo così.
Ho detto qualche scemenza ma ho parlato poco. C’era molta confusione e non ho capito tutte le battute dei miei amici. Ma ho osservato con cura i loro volti e li ho trovati strani. Hanno le occhiaie profonde, tipiche di chi dorme poco e sembrano invecchiati di dieci anni. Non mi è sembrato il caso di aggiornarli sul fatto che ho rivisto il vice ispettore Marino, lo sbirro profumato, come lo abbiamo soprannominato.
È successo ieri e so che non è stata una combinazione fortuita.
– Che cosa ci fa, qui, ingegner Polizzi?.
– Ho un invito per una prova gratuita di watsu, lo shiatsu in acqua.
– Lo so che cos’è il watsu… Io invece ho accompagnato mia moglie a un corso preparto, sempre in acqua.
– Ha un bimbo in arrivo?! Congratulazioni.
– Una femmina purtroppo. Io volevo il maschio. Vabbè.
Pausa.
– Niente di nuovo, Polizzi?
– Niente.
– Nessun contatto?
– E con chi?
– Lei è un ingegnere… lo sa come si fa a far funzionare un auto tramite un telecomando.
– Sì, lo so. Ma non ne sarei capace, non è tanto semplice.
– È vero.
– E allora?
– Sono sicuro che la verranno a cercare.
– Verranno? Ma chi? Di chi parla?
– Se lo sapessi, li avrei già arrestati. Ma non è facile. Sono in gamba… Hanno rubato un’ambulanza e ci hanno messo dentro il suo amico, senza che nessuno se ne accorgesse. Poi l’hanno fatta correre senza autista in mezzo alla città a 180 all’ora. E quando hanno voluto l’hanno fatta schiantare. Potevano dirigerla dove pareva a loro. Sono persone capaci… non dico che sappiano far ricrescere le gambe e le braccia agli amputati o ridare la vista ai ciechi, ma… Ci sanno fare.
– E io che c’entro?
– Nulla. Però mi sono fatto la convinzione che quella sceneggiata all’ospedale non sia stata un avvertimento, un’esibizione di forza… ma qualcos’altro.
– Si spieghi meglio.
– Sembra assurdo ma credo che sia stato un tentativo di reclutamento.
– E io che cosa c’entro?
– Lei c’entra, Polizzi. Eccome.
Non dico nulla ma da come lo guardo si sente in dovere di proseguire.
– Forse mi sto sbagliando. Però…
– Però…?
– Lei ha aperto la portiera dell’ambulanza, se lo ricorda?!
– E allora?
– Allora lei è uno che decide, che prende l’iniziativa… E un’altra cosa: lei ha buoni, buonissimi motivi per avercela con la polizia. E per volersi vendicare. Vedrà che la contatteranno. Ma non si metta con loro, Polizzi… sono peggio di noi, sa?
Mi guarda negli occhi per un secondo, poi prosegue:
– D’accordo, glielo dico. Credo che siano degli ex poliziotti… Sono pericolosi… Se si fanno sentire, mi chiami. Per favore… per favore.
Mi ha allungato un biglietto da visita dove non c’è scritto nessun nome ma solo un numero, un cartoncino che profuma maledettamente di acqua di colonia. E se n’è andato.

Da quel pomeriggio i miei problemi di insonnia sono diminuiti. È come se li avessi regalati a Riccardo, Daniele e Giuseppe. Ogni tanto però arriva un incubo, sempre lo stesso.

Sono in una piscina e sto tremando perché l’acqua è fredda. Provo a nuotare per superare i brividi, ma la cosa non funziona. Anzi. Un crampo mi blocca un polpaccio e vado sotto. Riemergo e cerco con gli occhi il bagnino. Ma lui non è al suo posto. Mi rimetto in piedi. Sono in un punto in cui si tocca e non rischio di annegare. Ma sono paralizzato. Non riesco a muovermi. Gli spruzzi dei nuotatori delle altre corsie mi danno un fastidio enorme, insopportabile. Mi metto ad urlare. Ma la voce non esce. Mi sento solo io mentre grido basta.

 

Brunello Buonocore è nato a Piacenza nel 1958. Si occupa da molti anni di progetti e interventi in ambito sociale, che sono qualcosa di più del suo lavoro. E’ autore insieme a Giovanni Battista Menzani e Marco Murgia e ai redattori di Radio Shock di Qualcuno tornò sul nido del cuculo, Edizioni Officine Gutenberg , che contiene le biografie romanzate di alcuni pazienti psichiatrici.

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