lucky

LUCKY

Berenice dice: quando il corpo inizia ad abbandonarci

Lucky è un novantenne cinico e irriverente, se ne infischia di regole, buon senso, raccomandazioni del medico. Non dà ascolto a nessuno, beve, fuma in continuazione, passa le sue giornate a fare parole crociate, battute con i suoi amici, seguire quiz televisivi. Vive da solo, in un paesino in mezzo al deserto, aspro e asciutto proprio come lui. Non ha bisogno di nessuno: ‘solo da solus, completo’, dice. Un giorno, all’improvviso cade, senza ragione, semplicemente il suo corpo lo abbandona. ‘Stai diventando vecchio’, sentenzia il medico, ‘c’è un momento in cui il nostro corpo inizia ad abbandonarci’ aggiunge. Lucky realizza per la prima volta che può morire e presto, ha paura. Ed è con il suo viso scavato, quasi spettrale, il fisico consumato, ridotto ai minimi termini, le mani grandi, nodose, lo sguardo di chi vede il viso della morte molto da vicino, che il regista ci narra questa piccola storia, tenera e delicata, senza scadere nel patetico, riuscendo a mischiare ironia e tenerezza, irriverenza, sarcasmo e tanta umanità. E, sopra ogni cosa, una sconfinata tenerezza, quella che proviamo sin dal primo istante per Lucky, un Harry Dean Stenton alla sua ultima interpretazione, con quel suo sguardo perso, i passi incerti, il fisico stanco, i modi bruschi, la dolcezza e l’ironia del suo sorriso. Lo stesso sorriso che ci regalerà sul finale, con l’immancabile sigaretta tra le labbra. ‘Non ci resta che ridere’, dice, e quel sorriso ci rimane nel cuore.

Giudizio: **** con qualche più.

 

Mr Long

MR LONG

Berenice dice: vite interrotte che con fatica riprendono per poi interrompersi di nuovo.

Un feroce killer, una ex-prostituta tossicodipendente, un bambino che si deve prendere cura della madre, ai margini di una metropoli come Tokyo, in una periferia povera, desolante, piovosa e grigia. Ma è proprio da quell’improbabile incontro che nasce qualcosa di forte e profondo che avvertiamo farsi strada piano piano, tra uno sguardo, un gesto, un sorriso, con forza e determinazione. Lo vediamo nel bel viso duro, imperturbabile di Mr Lang, il killer (un bravissimo Chan Chen), nel bambino con la sua fame d’affetto, nel sorriso della madre che lentamente si affranca dalla sua dipendenza, si riavvicina al figlio e in qualche modo anche quell’uomo, impassibile, misterioso, duro eppure così attento e gentile con il bambino. Intorno a loro una comunità bizzarra ma piena di umanità e altruismo, che aiuta quello sconosciuto, con la casa, il lavoro, il bambino. Ma anche una malavita crudele, spietata, disumana che non darà tregua né al killer né all’ex-prostituta, ormai madre e “pulita”, proprio quando iniziava di nuovo a sperare in una vita ordinaria. Una storia senza sconti, che sfiora la fiaba, con qualche occhiata anche al kitchen-movie, ai margini di tutto eppure con una dolcezza di fondo e una vena poetica che si avverte in ogni immagine (tutte studiatissime, perfette).

Giudizio:  ***

 

theescape

THE ESCAPE

Berenice dice: l’indecifrabile male di vivere (oppure: la depressione vista da vicino – senza essere deprimente)

Tara è bella, giovane, ha tutto. Un marito che la ama, due adorabili bambini, una  casa, grande, spaziosa, bella. Tutto è perfetto, eppure qualcosa s’inceppa, le manca l’aria, si sente soffocare. Non capisce, non sa che le succede, non osa neppure parlarne, piange di nascosto e continua a fare la vita di sempre, ma non è più la stessa. Pian piano inizia a confidarsi, con il marito, la madre. ‘Non sono più felice’ dice, ma non la ascoltano davvero, non capiscono. ‘È una fase, capita a tutte’, le dice la madre. ‘Tutto purché sia felice’, ripete il marito che desidera indietro la sua Tara, quella che gli faceva trovare la cena pronta, si occupava dei bambini, pensava a ogni cosa in modo che lui potesse fare tranquillo la sua vita. Quella Tara non c’è più, e forse non tornerà mai. La seguiamo nella sua fuga, la ritrovata libertà, scorgiamo quel velo di tristezza che non la abbandona. Fino ad un finale più che aperto, tutto da decifrare, proprio come la depressione, al centro di questo film sincero e coraggioso. Con delicatezza ma senza risparmiare nulla, con grande onestà e nessun giudizio, la regista ci fa entrare nei meandri più profondi di quello che per molti è e rimane un indecifrabile enigma. Ci fornisce anche tutti gli indizi per decifrare il finale, ma ciascuno ci metterà quello che vuole e sente, proprio come accade con la depressione. Chi ci è passato si ritroverà in tante cose, chi ha avuto la fortuna di passarci solo accanto forse riuscirà a capirla un po’ meglio. Un film molto vero, per nulla consolatorio, in nessun modo deprimente, ben girato, magistralmente interpretato, che lascia una sensazione di sospensione, proprio come certe immagini dal treno, che scorrono via senza una precisa forma, senza che sia possibile soffermare lo sguardo o intravedere i contorni di qualcosa. Proprio come la depressione.

Giudizio: ****

 

3 pensieri riguardo “Al cinema: Lucky, Mr Long, The Escape

    1. Non conoscevo il film, ma ho letto la tua recensione e lo guarderò molto volentieri! Sul tema della difficoltà ad accettare l’altro nelle comunità chiuse, ti consiglio due film per certi versi opposti ma simili nei contenuti: Dogville di Lars von Trier e lo splendido Il vento fa il suo giro, di Giorgio Diritti. Li hai visti? La bellezza e la crudeltà dell’amore extraconiugale è raccontato in maniera magistrale anche nel film Settimo cielo, insoliti protagonisti due uomini e una donna di età avanzata.

      1. Non ho visto nessuno dei 3 film, ma il tema mi interessa molto, perché lo sperimento quotidianamente nella mia regione: infatti sono uno dei pochi ad essere aperto e accogliente nei confronti dei non toscani, anziché chiuso ermeticamente e a doppia mandata. Grazie per la risposta! 🙂

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