IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Berenice: da evitare

Steven, chirurgo affermato, da qualche tempo incontra Martin, un ragazzino con qualche difficoltà. Iniziamo a farci delle idee, forse è il figlio – anche se lo chiama per nome, non papà – forse altro, l’uomo gli fa dei regali, lo abbraccia, lo vede possibilmente non in pubblico. Poi vuole che incontri la sua famiglia, i suoi figli. Capiamo di aver sbagliato, anche se ancora non comprendiamo fino in fondo, al contempo ci sfugge cosa non vada in quel ragazzo che ci inquieta. L’inquietudine cresce con l’avanzare del film; musica, immagini, inquadrature non fanno che aumentare la suspence. Poi la svolta, il dramma. E’ qui che il film scricchiola e inizia a dare segni di cedimento. Ma ancora abbiamo voglia di capire, di seguire il dilemma davanti al quale viene messo il chirurgo e la sua intera famiglia. Riaffiorano crepe profonde in un matrimonio che sembrava perfetto. Non si sgretola, ma mostra chiari i segni di una tensione profonda, un equilibrio solo apparente, una felicità più esibita che reale, questa la parte più interessante del film. Poi, nel procedere verso l’epilogo il film si accartoccia. Troppe le cose che non si comprendono, non tornano, non sono credibili, fino a sfiorare l’assurdo. Evidenti, e voluti, i richiami a Kubrick, sin dalle prime immagini, senza essere all’altezza del maestro. Per quanto vi fossero le premesse (ambientazione, fotografia, musica, attori di fama) il risultato non convince, peccato poteva essere un bel thriller capace di portarci dentro le nostre paure più profonde, senza sconfinare inutilmente nell’horror. La scelta è stata diversa (troppo ambiziosa?) e purtroppo si vede.

Giudizio: *

 

 

L’ALBERO DEI VICINI

Berenice: un regista dovrebbe sapere quando è meglio fermarsi, per il bene del film (e degli spettatori).

Un bellissimo albero, rigoglioso, pieno di vita e di foglie. Un giovane uomo che si diverte a rivedere vecchi filmini in cui fa sesso con la sua ex. Un figlio scomparso che non tornerà mai più. Una madre sconvolta dalla scomparsa, una moglie infuriata e umiliata dalla scoperta, una donna infastidita dall’albero e forse anche da quei vicini, che mal e poco la tollerano. Inizia tutto da qui, piccoli screzi, futili incomprensioni, qualche malinteso. Invece di chiarirsi questi si accentuano, diventano più profondi, intollerabili fino ad esplodere. Assieme a un veleno, una cattiveria, una violenza che gli stessi protagonisti non sapevano di avere. Osserviamo la tensione, le incomprensioni, i conflitti che crescono, si gonfiano come bolle, sfuggono a ogni controllo. Un crescendo  semplice da riconoscere dall’esterno, impossibile dall’interno. Atli, il figlio e marito separato, capisce bene come la madre esageri, si spinga oltre il tollerabile con la vicina. Gli sfugge però quanto violente e incomprensibili siano le sue reazioni, con la moglie, gli insegnanti dell’asilo, la polizia. Il tutto in una tranquilla, pacifica e democratica Islanda, Paese civile, dove non si grida, non si alza la voce, i cani vengono tenuti al guinzaglio e i diritti di tutti sono riconosciuti e rispettati. Il regista si prende gioco del suo democratico Paese, fatto di regole – morali, sociali, legali – che forse soffocano i suoi abitanti con i risultati che con perizia mette in scena, fino alle sue più estreme conseguenze. Ed è proprio qui che forse esagera, vuole mostrare tutto tutto fino in fondo. Se il regista si fosse fermato a una scena clou (in prossimità della fine) in cui si intuisce già tutto avrebbe fatto un regalo al suo film (e a tutti noi). Affidarsi al non detto è scelta difficile e coraggiosa ma sempre saggia. Il regista non l’ha voluta o saputa fare. Peccato.

Giudizio: **

 

MEXICO! UN CINEMA ALLA RISCOSSA (documentario)

Berenice: il sogno di vendere sogni

Questo era il sogno di Antonio Sancassani, titolare del Mexico e protagonista assieme al suo cinema del film-documentario che il giovane regista Michele Rho gli ha dedicato. Ed è proprio partendo dal sogno di un uomo comune, che ama la libertà, l’indipendenza, che non vuole piegarsi alle regole di un mercato dominato da pochi, che il regista ricostruisce la storia dei cinema di Milano. Sale immense, eleganti, piene di gente – così piene da dover aprire le porte in anticipo per evitare le rompessero – che arricchivano e animavano il Centro della città, e non solo. ‘Ogni quartiere aveva il proprio cinema’ ricorda uno dei tanti testimoni (citiamo tra i molti: Moni Ovadia, Mereghetti, Porro, Bisio, Bigazzi, Ragonese). Luoghi storici per la Milano di un tempo, ora ridotti a centri commerciali, grandi negozi, ristoranti, nel migliore dei casi, in stato di abbandono, chiusi in attesa di qualche buon investitore, negli altri. Sancassani non si è arreso e ha fatto di necessità virtù, inventandosi un nuovo modo di fare cinema, presentazioni con attori e registi, eventi, rassegne di film dimenticati, opere prime, film indipendenti, in lingua originale e, sopra ogni cosa, andandosi a cercare i film che nessuno gli voleva dare. E questa è stata la sua fortuna, tra i film che nessuno voleva ha trovato ‘Il Vento fa il suo Giro’, ci ha creduto e scommesso. E’ rimasto in programmazione per oltre due anni (e gli è valso l’Ambrogino d’Oro nel 2011). Questo ha voluto raccontare, in modo fresco, ironico, originale, con franchezza (e anche tanto affetto) il regista, usando le sue stesse parole ‘la storia di un uomo che ha realizzato il suo sogno’ e che continua a regalarne a tutti noi. Narrando al tempo stesso una storia più grande, di molti che – come il protagonista – lottano ogni giorno per la sopravvivenza. Affinché anche noi come Sancassani  bambino – e, per sua espressa ammissione,  ancora oggi – possiamo continuare a provare la stessa immensa, indimenticabile emozione ogni volta che si spengono le luci e attendiamo che il sogno abbia inizio.

Giudizio: ****

 

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