COSA DIRA’ LA GENTE

Berenice dice: non solo finzione
Norvegia, Pakistan, di nuovo Norvegia. Nisha è una ragazza giovane, bella, piena di vita. Tratti pakistani ma testa norvegese, vuole vivere, divertirsi, bere e ballare come tutti i ragazzi della sua età. La sua famiglia però la frena, la mette in guardia, tiene alle apparenza, a cosa dice la gente. Poi una leggerezza e la vita della ragazza non sarà più la stessa, i genitori, il fratello le si rivoltano contro, con una ferocia inaudita e del tutto inaspettata. Combattuta tra la fedeltà a una famiglia che nonostante tutto ama e quello che ormai è diventata – una donna libera, intelligente, consapevole che ha diritto di vivere la vita a modo suo – Nisha percorre quello che definiremmo un incubo per poi trovare la sua strada. La regista , Iram Haq, anche lei norvegese di origini pakistane, mette in scena un dramma a sfondo autobiografico, si avverte anche senza saperlo, troppi i dettagli, gli episodi talmente incredibili da non poter essere che veri. Con molto equilibrio, senza mai cadere nel patetico, evitando di farne una vittima indifesa o un’eroina, Iram Haq ci proietta all’interno di un mondo che conosciamo solo in superficie, facendoci entrare in una realtà che pensiamo altra e lontana da noi, più di quanto purtroppo sia. Che non si tratti di sola finzione – come i fatti di cronaca ci confermano anche in questi giorni – non ci conforta affatto.
Giudizio: ****

FINAL PORTRAIT

Berenice dice: estenuante
Un Giacometti al termine della sua carriera, tormentato da un talento che va e viene a suo piacimento. Chiede allo scrittore e amico americano James Lord (un sempre legnoso Armie Hammer) di posare per lui, poche sedute assicura, invece il lavoro si protrae all’infinito, giorno dopo giorno, seduta doposeduta, per diciotto lunghi, interminabili giorni. Giacometti fa, disfa, ricomincia ogni volta da capo, mai contento, mai soddisfatto, colto da angosce improvvise come da guizzi di entusiasmo altrettanto ingiustificati. Il film è scandito in giorni, il ripetersi del rituale, sedute, pranzo, attacchi d’ira, di nuovo posa, solo con piccole variazioni, architettura interessante non fosse che presto il film ne rimane ingabbiato. Stanley Tucci, alla sua quinta regia, riesce a rendere alla perfezione le angosce, le nevrosi, i tormenti dell’artista (Geoffrey Rush), il senso dell’ineffabilità del talento, sfuggente e maligno, c’è e non c’è, arriva e fugge, per la disperazione di ogni artista. Ma finisce per contagiare lo spettatore. L’effetto è lo stesso anche per chi guarda, risultando presto snervante, estenuante e, voluto o no, non è un bene per il film, e neppure per lo spettatore.
Giudizio: **

 

LORO 2

Berenice dice: migliore dell’1, ma due sono troppi
Riprende quasi dove lo avevamo lasciato. Un Berlusconi solo, triste che trama per tornare al governo. E ci riesce, con i consueti modi, già noti. Al contempo cerca di riempire il vuoto con fastose feste, signorine disponibili, un’allegria forzata quanto falsa. Avvertiamo la solitudine, una certa stanchezza, una malinconia di fondo, simile a quella di un innamorato abbandonato. Ed è proprio il rapporto con Veronica che sembra costituire il perno del film, quasi che Sorrentino ci voglia mostrare un uomo che vede il suo amore morire, la tristezza, il dolore che la fine di ogni amore porta con sé. Ma non ci riesce, o non completamente. Come rimanesse a metà, appeso tra il ritratto di un uomo pubblico sul quale si è già detto tutto e quello dell’uomo privato che però non riesce fino in fondo, lasciando un senso di incompiuto, di insoddisfazione. Nulla che non sapessimo già, poco che contribuisca a renderlo più umano, molto che lascia perplessi.
Giudizio confermato: **

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