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ABRACADABRA
Berenice dice: vulcanico
Madrid oggi e, in parte, anche ieri. Carlos e Carmen, marito e moglie da oltre vent’anni, lui tifoso sfegatato, violento e scorbutico, lei ancora affascinante, totalmente soggiogata agli umori del dispotico marito. Un giorno, a un matrimonio, lo scettico Carlos soltanto per prendersi gioco del cugino si presta a una dimostrazione di ipnosi e tutto cambia. Al Carlos di un tempo se ne aggiunge uno nuovo, gentile, servizievole, pacato: pulisce casa, prepara la colazione alla moglie, aiuta la figlia a fare i compiti. Per la sorpresa della moglie, la meraviglia della figlia, l’ansia del cugino Pepe (artefice del misfatto). Inizia un’avvincente caccia, svelare il mistero e sciogliere l’ipnosi, restituendo alla moglie il vecchio Carlos. Il tutto in un ritmo concitato, un susseguirsi di scene, colori, immagini, inquadrature e prospettive particolarissime che accentuano l’effetto già straniante della storia. Pablo Berges, che già abbiamo conosciuto con l’indimenticabile Blancanieves, usa l’ipnosi per raccontare altro, ben più profondo e serio dei toni utilizzati. Lo fa con una commedia dai tratti grotteschi, dai molti richiami (anche al cinema di Almodovar), dai i toni picareschi, in un’esplosione di colori, musica energia e vitalità. Travolgente.
Usando le parole del regista “abbandonate i vostri pensieri e lasciatevi ipnotizzare”.
Giudizio: *****

melodie
LA MELODIE
Berenice dice: il potere della musica
Periferia di Parigi, oggi. Simon, violinista affermato, accetta di insegnare ai ragazzi di una scuola nelle banlieue parigine. Il progetto è ambizioso, portarli alla Filarmonica entro fine anno. Forse però Simon ha sottovalutato l’impegno, i ragazzi non sono proprio come li aveva immaginati. Indisciplinati, irrequieti, distratti, senza rispetto per niente e nessuno, neppure per il povero Farid, il professore ideatore del progetto, che si affanna a mantenere un minimo di disciplina. Solo la musica riesce a incantarli. Quando Simon suona rimangono tutti zitti e fermi. Iniziano così le lezioni, con difficoltà, mille interruzioni, problemi di ogni tipo. Ma piano piano il violinista, e la musica, si insinuano in loro, l’insegnante ne conquista la fiducia, li appassiona, disvela il talento là dove c’è, stimola tutti a tirarlo fuori e a dare il meglio. Lo fa con metodo, estrema tranquillità, una certa tristezza di fondo ma alla fine anche lui è conquistato da quei ragazzini indisciplinati. Tema non tra i più originali forse, ma sempre attuale e interessante che si presta a mille diverse letture. Quella prescelta dal regista Rachid Hami è multietnica, vivace e autentica, ritratta con tenerezza, girata con sapienza, con una predilezione per le luci della sera, il buio, i contrasti di colore che aggiungono intensità a quella che già troviamo nei visi dei bravissimi interpreti, soprattutto di quei ragazzini, spontanei, allegri, irriverenti, con la vita dentro.
Giudizio: ***

wajib
WAJIB
Berenice dice: conflitto padre-figlio per raccontare un altro conflitto, più ampio e antico
Nazareth, oggi. Sahid torna a casa, dall’Italia dove vive, la sorella si sposa e deve dare una mano. Assieme al padre consegna casa per casa gli inviti, come tradizione (wajib) vuole. Seguiamo padre e figlio in giro per una Nazareth che non conoscevamo, per le sue strade piene di immondizia, il traffico, le risse per un nonnulla, qualche militare qua e là. Entriamo nelle sue case disastrate, povere ma dignitose, incontriamo amici, parenti, conoscenti insopportabili che si devono comunque invitare. Mentre Sahid guida su e giù per la città, riemergono le tensioni fra i due, le incomprensioni, un conflitto mai risolto. Sahid guarda tutto con occhio critico, il padre giustifica ogni cosa, Sahid condanna, non tollera, si innervosisce, il padre media, comprende, trova e accetta compromessi, Sahid non vede l’ora di andarsene da quella Terra, il padre non riesce a lasciarla. Due generazioni a confronto, due visioni opposte, due idee di Palestina inconciliabili, in mezzo un Paese con le proprie tensioni, infinite contraddizioni, compromessi quotidiani, una povertà immensa. Senza mai cedere al sentimentalismo, a facili schematismi o al vittimismo, senza prendere scorciatoie né offrire soluzioni pre-confezionate la regista Annemarie Jacir tratteggia un bellissimo rapporto padre-figlio, conflittuale e forte, profondo e solido, aiutata da due interpreti straordinari (padre e figlio anche nella vita, sullo sfondo un conflitto antico, altrettanto complicato, irrisolvibile, e lo fa con grande grazia e sensibilità, e infinito affetto.
Giudizio: *****

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