Andrea Genzone è nato in provincia di Milano nel 1982 e lavora come educatore in contesti di disagio sociale. Scrive per diversi siti Internet e cura il blog andreiaway.it. Ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada, edizioni Sensibili alle foglie.

Il giovane protagonista da due anni si sente al riparo: lavora in un piccola azienda dove nessuno conosce il suo passato di tossicodipendente, un passato che ritiene essersi lasciato definitivamente alle spalle. Finché in reparto entra una ragazza del suo vecchio giro… Dello stesso autore artedelnarrare.com ha pubblicato anche Il viaggiatore.

 

di Andrea Genzone

 

L’aggancio me l’avevano trovato quelli della comunità San Genesio e si erano raccomandati di non raccontare a nessuno del mio passato: “Devi ricominciare da capo,” aveva detto il direttore, “pagina nuova.” E con lo stupore di tutti avevo resistito: ormai erano due anni buoni che lavoravo per quella ditta di assemblaggi. “Passato il primo periodo, poi è tutto in discesa” dicevano gli educatori. Ed era vero: quella routine fatta di sveglie prima dell’alba, duro lavoro e rientro in comunità per la cena mi teneva sul binario. Avevo i miei momenti no – vertigini improvvise e i soliti pensieri ossessivi – ma c’era sempre qualcosa da fare per distrarre la mente. Sia la comunità che la ditta erano in collina, a un’ora di treno da Milano, lontano dalle vecchie conoscenze e dalle vecchie storie. Anche questo aiutava.

Quel giovedì pomeriggio ero in ditta con gli altri ad assemblare aspirapolveri quando si è spalancata la porta. Una lingua d’aria gelida ha fatto il giro dell’officina, qualche spruzzo di pioggia è venuto avanti insieme a una figura imbacuccata in un giaccone verde militare. Ci siamo fermati tutti a guardare, come sempre quando entrava qualcuno. Io non ci ho badato troppo – pensavo fosse il solito fattorino – e mi sono rimesso al lavoro. Poi ho sentito la sua voce: “Posso parlare col titolare?” Era una voce di ragazza. Una voce che conoscevo. Ma prima ancora della memoria ha reagito il mio corpo: la bocca mi si è allagata di saliva e un brivido mi ha scosso dalla testa ai piedi, dalla periferia al centro e ritorno.

Silvia non mi aveva notato. L’ho guardata sfilarsi il cappuccio dalla testa e darsi una scrollata. Il suo viso non era cambiato molto, e i suoi movimenti rapidi e brevi mi ricordavano ancora quelli degli scoiattoli. Gliel’avevo anche detto, una volta. Eravamo sdraiati in un parco, a Legnano – non ricordo perché fossimo finiti in quella città, che era lontanissima dalla nostra zona – e a un certo punto abbiamo iniziato a vedere un sacco di scoiattoli sugli alberi e sul prato. “Tu eri uno scoiattolo nella tua vita precedente” le ho detto. Lei era ancora un po’ fatta e mi ha risposto che in realtà era una rondine, nella sua vita precedente. Qualche minuto dopo – io ormai non ci pensavo più – mi ha chiesto: “Perché proprio uno scoiattolo?” Quando gliel’ho spiegato, facendo l’imitazione dello scoiattolo, lei ha contratto il viso in una smorfia di indignazione. Mi si è messa a cavalcioni fingendo di picchiarmi e mi sa che poi l’abbiamo fatto, lì sul prato, con la gente attorno e tutto quanto. Non eravamo fidanzati, ma a volte queste cose capitavano, grazie a Dio. Quando il titolare è spuntato in cima alla scala Silvia è partita all’attacco. Non gli ha dato nemmeno il tempo di scendere. “Buongiorno” ha detto, con un tono così gioioso che sembrava di stare in oratorio. Tutti i ragazzi si sono fermati di nuovo e hanno iniziato a seguire la scena. “Buongiorno, dica” ha detto il capo, mentre scendeva gli scalini e cercava di capire che genere di scocciatore avesse davanti.

“Buon Natale, prima di tutto!” ha detto Silvia. “Sono venuta a farvi gli auguri a nome mio e della mia comunità.” Era parte della strategia che anche io avevo messo in pratica tante volte: mettere il malcapitato alle strette davanti a gente che lo conosce. Pur di togliersi da quell’imbarazzo le persone farebbero qualsiasi cosa, garantito. “Ha proprio una bella squadra qui, eh!” ha aggiunto Silvia. Il suo sguardo ha passato in rassegna tutti i presenti e alla fine è inciampato nella mia faccia. Una specie di spavento ha attraversato i suoi occhi da roditore, ma è stato solo un lampo che nessun altro ha colto. Ha rilanciato con un sorriso ancora più largo, si è voltata verso il titolare e ha cominciato lo spettacolo, come lo chiamavamo ai nostri tempi. Ha tirato fuori dallo zaino la mercanzia: i quaderni, le penne, i profumi… e ha raccontato la storia che un tempo raccontavamo a due voci: quella degli ex tossicodipendenti che si danno da fare a raccogliere fondi per la comunità che li ha salvati e redenti. “Per salvare chi ancora c’è dentro fino al collo, per dare a tutti una seconda possibilità. Perché se ne sono uscita io, vuol dire che anche loro ce la possono fare. Ma hanno bisogno di fiducia. Un po’ di denaro e tanta fiducia.” Dio, come facevamo a stare seri? E come faceva lei, adesso, sapendo che io ero lì a bocca aperta a guardarla? Il titolare era il tipico osso duro. Ma Silvia ci sapeva fare e con gli scettici come lui ci provava ancora più gusto. Ci si è messa d’impegno. Piano piano l’ha convinto, o meglio l’ha esasperato, cercando continuamente di coinvolgere noi operai nella giustezza della sua causa. Per un attimo ho avuto l’istinto di farle da spalla, dire qualcosa, ma non l’ho fatto. Continuavo a sentire i brividi, una specie di nausea mista a eccitazione. La bocca allagata di saliva. Il capo non le ha dato i quaranta euro del pacchetto natalizio che Silvia aveva predisposto: un quaderno, due penne, un profumo, una scatola di cerotti. Gliene ha dati solo dieci, rinunciando al profumo e ai cerotti. Lei ha provato a insistere: “Se in questo momento non li ha può chiederli in prestito ai suoi dipendenti, tanto li vede tutti i giorni, non scappa mica!” Ha guardato verso di noi, verso di me, ma ho abbassato lo sguardo e ho fatto finta di ricominciare a lavorare. Il capo ha tagliato corto. Ha recuperato da qualche parte il suo tono autoritario e ha detto: “O questi o niente, ché qui abbiamo da fare.” Ha preso il suo quaderno, le sue penne e se n’è tornato in ufficio. Silvia ha chiuso i soldi in una busta di plastica di quelle a chiusura ermetica e l’ha infilata nello zaino insieme alla roba invenduta. Poi si è portata il cappuccio alla testa e mi ha lanciato uno sguardo prima di sparire dietro la porta d’ingresso. Nei suoi occhi ho visto la stanchezza, e la solita fiamma che bruciava.

Era bastato così poco a riaccendere anche la mia, di fiamma? Basta che una persona entri da una porta per riportare tutto alla linea di partenza? Non riuscivo a smettere di tremare, mi mancava il fiato e mi sentivo la febbre. “Che cazzo c’hai?” mi ha detto Simone, mentre mi asciugavo la fronte con la manica della tuta. Quando ci ripenso, oggi che è passato un po’ di tempo, mi dico che non siamo solo corpo. Non parlo di anima o di menate spirituali. Intendo dire che io sono grande e grosso, posso abbattere un lampione a spallate, ma quel giorno è come se mi fossi sgonfiato come un pupazzo. Abbiamo qualcosa che ci tiene in piedi, qualcosa che ha a che fare con l’idea che abbiamo di noi stessi, di quanto pensiamo di meritare una vita decente.

“A posto” ho detto a Simone, battendogli la spalla con la mano sudata. Poi sono andato in bagno per cercare di calmarmi, ma mi sentivo sempre peggio. Ho bussato all’ufficio del capo e l’ho trovato che si rigirava il quaderno di Silvia tra le mani mentre parlava al telefono, credo coi carabinieri: “Una ragazza, sì,” diceva, “ha detto che era della comunità Il Gabbiano. Insomma non vorrei fosse una truffa, ecco, non è certo per i cinquanta euro che le ho dato.” Mentre diceva la cifra mi ha guardato un attimo, ha fatto un gesto con la mano come per dire: “Meglio abbondare…” Quando ha riagganciato gli ho detto che stavo male e gli ho chiesto se me ne potevo andare. Lui mi ha guardato e avrà visto un disgraziato che sudava freddo, con gli occhi arrossati e il diavolo in corpo. Ha detto: “Ragazzo, fila a casa prima che mi attacchi qualche malanno!” E si è alzato per aprire la finestra. Fuori dalla porta dell’officina sono rimasto fermo per un po’. Forse un minuto, forse di più. Mi pioveva addosso, ma non riuscivo a decidermi. Poi, lento come un malato, sono andato verso la stazione. Fradicio di pioggia sono salito sul treno in direzione Milano e su quel sedile mi sentivo debole, un soldato rimasto solo in una terra assediata dal nemico. Tre fermate, ho pensato. Tre fermate e vado dritto in comunità. Un tè caldo, due chiacchiere con l’educatore in turno e passa tutto. Il paesaggio colava sui finestrini bagnati. Fuori il solito inverno asfissiante: macchine in coda e passanti sui marciapiedi che affrettavano il passo sotto agli ombrelli. Fango nei campi, sporcizia agli angoli dei davanzali. C’era un ragazzino seduto di fronte a me. Ascoltava la musica in cuffia e mi spiava. L’avrei ucciso se avessi avuto un po’ di amor proprio. Avrei gettato il suo corpo in una risaia e mi sarei infilato i suoi vestiti, il suo zaino con le scritte, il suo piercing. Avrei preso il suo posto, la sua vita, le sue innocue trasgressioni. E invece io ero l’altro, il tipo messo male sul sedile di fronte al suo. Alla prima fermata è sceso. Ricordo di aver pensato: “Di sicuro ha fatto finta di scendere e si è cercato un altro posto.” A sostituirlo è arrivata una donna obesa che parlava in spagnolo nell’auricolare. Rideva, raccontava qualcosa a voce alta, ma quando si è accorta che la stavo guardando ha abbassato la voce. Ha smesso di sorridere. Forse ha detto: “Scusa, c’è un tipo strano di fronte a me.” Se fossi stato quello dall’altra parte del telefono le avrei detto: “Cambia posto, non ti fidare.” Alla fermata successiva stessa storia. È arrivato un tale con la ventiquattro ore, i polsini candidi che spuntavano dal giaccone. Ha aperto il giornale sulle gambe ma fissava il vuoto. Poteva essere mio padre, assorto a pensare alle grane lasciate in ufficio e, forse, ogni tanto, a quelle di suo figlio. Alla mia fermata non sono sceso dal treno. La versione ufficiale, quella che racconto a me stesso e agli altri, è che mi sono distratto, che non mi sono accorto. La verità è una e semplice: sono rimasto inchiodato a quel sedile mentre il treno ripartiva. Mio padre non se n’è andato, è rimasto lì col suo giornale e il suo vuoto davanti agli occhi. Nemmeno si era accorto che c’era qualcuno seduto di fronte a lui. Che poteva essere suo figlio, che gli gocciolava acqua sulla ventiquattro ore. “Se mi guarda scendo” ho pensato. I miei soliti giochini subdoli. Non mi ha guardato nemmeno quando si è alzato per andarsene, e ormai eravamo dentro Milano. Mentre si chinava per prendere la ventiquattro ore sentivo che dovevo fare qualcosa per attirare la sua attenzione, che se non l’avessi fatto sarebbe stato troppo tardi. Gli ho afferrato il polso, senza stringere: “Scusi” ho detto. L’uomo mi ha guardato, ha allontanato la valigetta con uno scatto. “Sa che ore sono?” ho chiesto. Alla fine sono sceso a Rogoredo, non proprio una fermata a caso. Silvia era lì, dove mi aspettavo di trovarla, e con lei c’era anche tutto il resto. Certe cose non cambiano mai. Quel giorno ho mandato tutto all’aria, e non era la prima volta. “Ma spero tanto sia stata l’ultima” ho detto al direttore quando sono rientrato in comunità, due giorni dopo. Non so nemmeno io se è la verità.

Ora sono di nuovo alla San Genesio, da tre mesi. Il direttore dice: “Scrivere fa bene, guarisce e aiuta a capire.” E allora scrivo, pagine e pagine come questa. Se rigo dritto, a breve potrò ricominciare a uscire. Ma non sarà facile trovare un lavoro stavolta, con la crisi che c’è in giro.

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