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UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA
Berenice dice: ai margini del sogno con occhi di bambino
Ed è proprio con gli occhi dei bambini che il regista ci fa vedere i lati oscuri del sogno. Una Florida marginale, povera, fatta di motel, espedienti per sopravvivere, miseria, alcool, violenza, in mezzo al sogno variopinto e sfavillante di Mall, Fast-food, club esclusivi, Disneyland, un mondo che neppure si accorge di chi rimane fuori. Ma neppure Moonee, Scooty ed Jancey si accorgono, per loro tutto è un gioco, una sfida, un’avventura. Li vediamo correre ovunque, non avere paura di nulla, fare i piccoli teppistelli, mangiare a sbafo, spiare la cliente tettona. Tutto passa per i loro occhi, è a loro altezza, a loro misura. Ed è da quella prospettiva che vediamo, meglio che mai, ciò che di norma non ci mostrano. Ma il regista Sean Baker non cade mai nel pietismo, con l’aiuto di tanto colore,
tanto gioco, tanta allegria, bellissime immagini, ottimi dialoghi e sopra ogni cosa di quei bambini straordinari, uno più bello dell’altro, uno più bravo dell’altro.
Giudizio: ****

 

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CHARLEY THOMPSON
Berenice dice: delicato e coraggioso.
Con grande delicatezza il regista ci porta nella vita di Charley Thompson, un ragazzino quindicenne a cui la vita è caduta addosso troppo presto. Senza madre, cresciuto da un padre scapestrato, ha imparato a badare a se stesso molto in fretta. E in fretta dovrà crescere ancora, quando di nuovo la vita gli si accanirà contro. Troppo per un ragazzo così giovane, senza difese, pensiamo quando lo seguiamo per strade sterrate, il deserto, la notte buia, solo lui e un cavallo, cui parla, confessa quello che con ogni probabilità non ha mai detto nessuno. Per mezza America, senza un soldo, solo con il suo cavallo, alla ricerca della zia, l’unica sua àncora di salvezza. Continuerà senza fermarsi, con grande determinazione e coraggio, “dobbiamo andare avanti” dice al cavallo e prosegue il suo viaggio, fino in fondo. Ma quando arriverà in fondo non sarà più lo stesso, il suo viaggio e quello che sarà accaduto in mezzo lo avrà trasformato, lo percepiamo da una rigidità che gli scorgiamo nel corpo sempre più magro, dall’incapacità di sciogliersi in un abbraccio, in un pianto. Ed è con estremo coraggio che il regista affida l’intero film a questo straordinario ragazzo (Charlie Plummer, premio Mastroianni migliore attore emergente a Venezia) fragile e al contempo forte, coraggioso e fiero il cui viso dolce, tenero, ancora bambino non ci abbandonerà con facilità.
Giudizio: ****

 

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L’ULTIMO VIAGGIO
Berenice dice: interessante ma didascalico (e non esente da rischi).
Germania, 2014 (i giorni della rivolta di Kiev). Eduard novantenne taciturno e burbero, rimane vedovo. Prende e parte, senza dire nulla a nessuno. Destinazione Ucraina dove ha combattuto (e lasciato il cuore) più di mezzo secolo prima. La figlia non lo può permettere, né si può permettere di seguirlo. Lo farà la giovane e scontrosa nipote, Adel che “della guerra se ne frega”. Invece scoprirà che non se ne frega affatto, del passato del nonno, come del proprio. Nonno, nipote e un giovane ucraino (che è “russo ma anche ucraino”) ci fanno fare un viaggio nel tempo e nella storia, pensiamo sia quella di ieri invece scopriamo che è soprattutto quella di oggi. Il pregio del film è di narrare una storia poco (e male) raccontata, parlare di responsabilità che forse non si conoscevano fino in fondo e per intero. Il rischio (forte), cadere nel didascalico. Si avverte l’urgenza di “raccontare” la storia, torti e ragioni, responsabilità, conosciute e meno conosciute, a discapito dell’autenticità di dialoghi e personaggi. Il pericolo più grande? Che nel pregevole sforzo di voler far comprendere la complessità delle cose, che le responsabilità non siano mai solo da una parte e non si possano tagliare con l’accetta, non si distingua più con nettezza chi è stato un criminale da chi non lo è stato, e sopra ogni altra cosa si finisca per dare un alibi a chi alibi non ha. Il regista Nick Baker-Monteys lotta contro questo pericolo facendo tenere con decisione la barra al centro al protagonista, ma forse non basta.
Giudizio: ***

 

treno

15:17 – ATTACCO AL TRENO
Berenice dice: buone intenzioni, meno (molto meno) la realizzazione.
Anthony, Alek, Spencer, tre amici inseparabili. Li vediamo ragazzini al primo incontro (in attesa della predica del Preside), al momento dell’inevitabile separazione, più grandi, ancora amici, e alla ricerca della propria strada nella vita. Sacramento, anni 2000, l’America profonda, non ricca, ordinaria. Seguiamo le piccole traversie dei tre ragazzi, senza particolare entusiasmo, sappiamo che li aspetta altro e tutto assume un aspetto ancor più scontato, sbiadito, banale, come un lungo intermezzo prima dello spettacolo vero che arriva però troppo tardi. Clint Eastwood ci ha abituato ad altro, anche quando ha raccontato storie vere lo ha fatto con sapienza. Non qui, la storia, la vita di questi tre ragazzi è e rimane vuota, senza nulla di particolare. Fino al fatidico giorno, in cui un
treno, la loro vita e quelle di centinaia di persone si incrociano per la fortuna di tutti. Ed è infatti proprio in quella parte (l’ultima mezz’ora) che il film decolla, la storia diventa qualcosa di più di un banale resoconto dell’esistenza di tre eroi, prima che lo diventino. Ancora una volta la riprova che a fare un film, una trama che funzioni, non basta che tutto sia accaduto davvero, ci vuole altro e di più, quel di più che questa volta Eastwood non ha saputo mettere per la più gran parte del film.
Giudizio: **

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

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