theparty

THE PARTY
Berenice dice: interessante, cerebrale ma interessante.
Gran Bretagna (probabilmente Londra) giorni nostri, Jane e Bill, coppia felice dà un party per festeggiare la nomina di Jane a Ministro (della salute) del Governo ombra. Conosceremo i loro amici, la fedele amica (la bravissima Patricia Clarkson), donna matura e cinica, pronta a scaricare il vecchio compagno della cui visione new-age e buonista ne ha piene le scatole, la coppia lesbica con un importante annuncio da fare e pure il banchiere yuppie, cocainomane ed esagitato. Il marito è sconvolto, e scopriremo solo dopo il motivo, come scopriremo altre cose nel farsi del film, farsi veloce e concitato (sicuramente voluto) a volte troppo, quasi che la trama non riesca a stare dietro al ritmo.
Un colpo di scena dietro l’altro, dialoghi ben studiati, efficaci ma forse troppo cerebrali e non del tutto convincenti, o forse solo non coinvolgenti.
In ogni caso, film interessante, ironico, intelligente (forse non arguto quanto vorrebbe e potrebbe), ottima scelta del bianco e nero, ottimi attori, scenografia e dialoghi teatrali, gran finale, questo sì. Ti segue anche dopo, fuori dalla sala e ti mette davanti ai tuoi preconcetti, cosa non da poco per un film oggi.
Giudizio: ***

 

thepost

THE POST
Berenice dice: da vedere, anche se mi aspettavo di più.
USA 1971, la guerra in Vietnam è nel suo pieno, l’amministrazione americana vuole mandare altri uomini, ben sapendo la fine che li aspetta. Il bravo e impegnato Daniel Elsberg, economista e uomo del Pentagono, non ci sta, torna negli Stati Uniti, fotocopia migliaia di documenti Top Secret e li fa avere alle maggiori testate giornalistiche del Paese. Documenti che scottano, rivelano l’implicazione politica e militare americana negli ultimi trent’anni nonostante le dichiarazioni ufficiali di ben quattro amministrazioni, qualcuno pagherebbe per averle, altri per non farle mai arrivare ai giornalisti.
Così, mentre Ben Bradlee, direttore del Washington Post, smania per ottenerle, il suo editore Katherine Graham forse ringrazia il cielo che siano arrivate al NY Times e non a loro. Felicità di breve durata, i documenti vengono pubblicati e subito fermati da un’ingiunzione del Tribunale, il NYT si ferma, i documenti arrivano al Washington Post (ancora un giornale di provincia ai tempi).
Che fare? Il direttore freme per pubblicarli, nonostante l’ingiunzione, la libertà di stampa deve prevalere su ogni altra cosa, di diverso avviso non solo i politici, che fanno pressione, ma anche i consulenti dell’editore che insistono per non pubblicarli.
In mezzo, questa donna di mezza età che si è ritrovata alla guida di quello che diventerà un grande giornale, quasi per caso e in anni difficile, per lei come per tutta l’America. Il film sta tutto qui, nel dilemma interiore di questa donna, una bravissima Maryl Streep, combattuta tra le pressioni di finanzieri e consiglieri, legami a doppio filo con la classe politica e il suo giornale e l’essenza stessa della libertà di stampa.
Spielberg ha l’abilità di portarti per mano dentro questo dilemma, nella testa e nelle sensazioni di una donna matura, che ha passato la vita a fare altro, a sentirsi dire che doveva fare altro.
Nei film d’inchiesta gli americani sono insuperabili e anche qui il regista ne dà una gran prova.
Forse ci si aspetta di più, si vuole sapere dell’altro. Ma la scelta di Spielberg è un’altra, più umana, più interiore e profonda, e la conduce con grande abilità.
Giudizio: ***

 

chiamamicoltuonome

 

CHIAMAMI COL TUO NOME
Berenice dice: occasione mancata
Provincia italiana, anni Ottanta, una famiglia bene, agiata, poliglotta, lui professore universitario, lei degna consorte, tutto un sorriso (entrambi) per il figlio, l’ospite americano, la casa, la vita.
Dalle prime scene già capisci come andrà a finire, il figlio adolescente ha una sola espressione (tormentata) dall’inizio alla fine, l’ospite americano, sembra uscito da una soap-opera, la villa, il paesaggio, l’atmosfera da una pubblicità del Mulino Bianco.
Peccato perché il tema era interessante e la storia si prestava a sviluppi non convenzionali, si poteva andare in profondità, toccare corde delicate, essere più coraggiosi e coinvolgere lo spettatore.
Niente di tutto questo, il film (e gli attori) risultano distanti, statici, senza alcun sviluppo interiore o narrativo, nessun coinvolgimento, nessuna partecipazione, esci dopo due ore e un quarto senza nulla di più di quando sei entrato. Le uniche scene che meritino un po’ sono quelle dove la fisicità prende il posto di una narrazione lineare e insapore, ma anche loro appena accennate, alluse più che rese nella loro pienezza, ancora una volta per mancanza di coraggio o almeno così sembra.
Una voce fuori dal coro, certo, quando tutti si sperticano in lodi e stellette, le candidature agli oscar (e gli adwards) fioccano, forse Berenice non capisce ma sicuro dice.
Giudizio: *

 

tremanifesti

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI
Berenice dice: potente
Ebbing, profondo Missouri, lunghe distese, di prati, montagne, ancora prati. Tre cartelloni abbandonati si parano davanti a noi, li vedremo riempiti e colorati, poi neri e bruciati, poi di nuovo possenti che urlano dolore e vendetta. Dolore e vendetta, proprio questo il film trasmette senza alcun filtro, schermo, ipocrisia o infiocchettatura. Lo fa con il viso duro e scavato di Mildred (una grandissima Frances McDormand) con le sue durezze, la sua scontrosità, il carattere spigoloso che non cede a nessuna dolcezza (se non in qualche flash-back dove ci appare fin bella), come se ogni sentimento – eccezion fatta per l’odio – le fosse stato risucchiato dalla sua tragedia. Odio che troviamo in altri personaggi, un poliziotto violento e razzista che detestiamo sin dall’inizio, un inquietante ragazzo di passaggio che si vanta di precedenti disumane violenze, in quei cartelloni. Il
tutto immerso in una apparentemente tranquilla provincia rurale che tiene al quieto vivere e poco e male tollera qualunque cosa possa turbare lo status quo. Non avrà vita facile Mildred ma neppure lo sceriffo della Contea (il bravo Woody Harrelson) bersaglio della donna, con testardaggine lei proseguirà, assieme ai pochi che la vorranno aiutare e contro i molti che faranno di tutto per farla smettere, fino ad un epilogo che non possiamo raccontare.
Film potente, con immagini dai colori accesissimi che rendono ancora più forte ogni scena, ha un solo cedimento verso la fine – quando rischia di scadere nello scontato – ma si riprende (eccome se si riprende) nel finale, aperto e perfetto per un gran film, di denuncia e di altro che ti rimane dentro anche una volta usciti.
Giudizio: ****

 

I giudizi di Berenice:

***** imperdibile

**** meglio non perderlo

*** da vedere

** se proprio ci tieni

* lascia perdere

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