di Silvano Gasparetto

 

 

 

La colazione è sul tavolo, il pranzo nel frigo, scaldalo nel microonde a potenza 3 per 50 secondi. Mangia tutto.

A stasera.

Mamma

P.S. Non combinare pasticci.

 

Beniamino accartocciò il biglietto e lo gettò in pattumiera. Bevve un bicchiere di latte, uscì di casa e diede un’occhiata in giro: accanto alla porta dei vicini un portaombrelli, più in là una stretta scala che certamente portava alla terrazza di cui aveva parlato la tipa dell’agenzia. Salì contando i gradini, appoggiando il piede sinistro su quelli dispari e il destro su quelli pari: uno sinistro, due destro, tre sinistro, quattro destro.

Dopo due rampe si trovò davanti a una porticina verde, che si aprì appena toccò la maniglia. Uscì abbassandosi per non picchiare la testa; la luce del sole, riflessa dal pavimento chiaro, lo abbagliò. Il vento gli scompigliò i capelli. All’orizzonte, sul mare, si addensava una massa di nuvole violacee.

Aveva dormito poco quella notte, forse il letto nuovo, o lo stress del trasloco. Il giorno prima, mentre portava su gli scatoloni, sul pianerottolo aveva incontrato la vicina, una piccoletta dalla pelle scura e grandi occhi a mandorla, più o meno della sua stessa età; usciva dalla porta accanto alla sua. L’aveva salutata, e subito si era pentito, perché lei non l’aveva neanche guardato in faccia. Che cafona, chi credeva di essere?

A un tratto sentì sbattere la porta; forse è stato il vento, pensò. Gli venne un dubbio: si aprirà dall’esterno? Tornò indietro lentamente, come per rimandare la brutta sorpresa: infatti era chiusa, e non c’era maniglia. La spinse, la scosse, niente da fare. Gli venne in mente che anche la porta di casa, senza chiavi, non si apriva dall’esterno. E lui non le aveva prese le chiavi, e neanche il cellulare. Bisogna che trovi una soluzione, la mamma non deve venire a sapere che mi sono messo in questo guaio, pensò. Si affacciò dal lato del loro balcone: Nessun appiglio per calarsi giù. Di saltare neanche a parlarne, era troppo alto. Si guardò in giro cercando qualcosa che potesse servire, ma c’era soltanto, in un angolo, la base di un ombrellone. Avrebbe potuto chiamare aiuto, qualche vicino forse l’avrebbe sentito. Quelli del primo piano erano tutti via, poco prima di uscire aveva visto, dalla finestra, uscire il padre, e poco dopo la moretta con la madre. Al pianterreno, nell’appartamento sotto il loro, forse c’era qualcuno. Subito scartò l’idea: non avrebbe mai potuto, il primo giorno che era lì, fare una figura del genere con i vicini; piuttosto, meglio affrontare il sarcasmo della madre. Gli toccava aspettare fino a sera il ritorno dei suoi. Perché queste cose dovevano capitare sempre a lui? Sedette sul pavimento nell’unico punto dove c’era un po’ d’ombra, a ridosso di quella specie di abbaino da dove si accedeva alla terrazza, e appoggiò la schiena al muro.

Il pavimento era ricoperto da grandi piastrelle. Le contò: sul lato corto erano venti per ogni fila, su quello lungo ottantasette. Però non erano quadrate, un lato era forse il doppio dell’altro, e nell’ultima fila del lato lungo erano tagliate circa a metà. Dunque, per sapere quante erano avrebbe dovuto togliere mezza fila, moltiplicare…

Forse fu il freddo a svegliarlo, la felpa che indossava era troppo leggera, o forse il cigolio del cancello. Guardò il cielo coperto da nuvole basse. Il vento era aumentato. Si affacciò con cautela e la vide percorrere il vialetto. Era lei, la vicina spocchiosa che tornava da scuola.

 

Marta chiuse il libro e si avvicinò alla finestra. I prodotti notevoli: Formule di calcolo per i polinomi che permettono di scomporli…

Quante chiacchere inutili, si fa più fatica a imparare le definizioni che a capire come funzionano. Li so usare, perché debbo anche ricordare la filastrocca? Me l’immagino la risposta della prof: Perché te la chiedono, cara! Naturalmente intendo la prof che ho in casa.

La madre aveva i colloqui con i genitori e sarebbe rimasta a scuola tutto il giorno, il padre tornava sempre dopo il tramonto. Le piaceva starsene col naso appoggiato al vetro a guardare fuori. Oltre il piccolo giardino delimitato da una cancellata che circondava la casa, ancora qualche costruzione bassa, poi, dopo la statale, il mare. Il vento staccava dalla cresta delle onde spruzzi che arrivavano fino alla strada. Era una delle ultime case della periferia Est della città, una palazzina con due appartamenti al piano terra e due al primo. Uno degli appartamenti al pianterreno veniva occupato solo d’estate. Sentì gridare i fratellini del piano sotto, due gemelli casinisti; intervenne la madre urlando più di loro. D’un tratto tacquero tutti. Arrivava, da lontano, il rumore delle onde che si rompevano sul molo, poi il brontolio di un tuono; forse avrebbe piovuto.

Era arrivata una nuova famiglia nell’appartamento accanto al loro, dove prima abitava la zia Agata. Quand’era piccola passava con lei quasi tutte le giornate; la mamma la lasciava da lei quando usciva per andare al lavoro e la riprendeva nel pomeriggio. La sua porta era sempre aperta, la chiudeva solo quando andava a letto. Preparava dei dolcetti alle mandorle che di così buoni non ne aveva più assaggiati. Marta la chiamava Zia Ga, e la zia chiamava lei Ma. Poi, anche quando crebbe, continuarono a chiamarsi così, Ma e Ga. In realtà era solo una vicina, ma per lei era più zia di qualsiasi vera zia. Aveva i capelli raccolti dietro la testa e gli occhiali rotondi, papà diceva che sembrava nonna Papera.

Una sera venne a trovarle una signora con la sua bambina, che aveva circa l’età di Marta. La mamma la prese in braccio e la baciò, la piccola teneva la testa girata dall’altra parte, ma lei continuava a coccolarla, anche se era chiaro a tutti che quella non aveva nessuna voglia delle smancerie di un’estranea. Marta uscì e andò dalla zia Ga: – Io lì non ci voglio più stare, – le disse, ‒ resto da te.

Ga si fece spiegare il problema, poi: – Aspettami qui un minuto solo.

Andò di là, la sentì parlare piano con la mamma. Quando tornò tirò fuori dal ripostiglio una brandina, l’aprì, la piazzò in salotto e in pochi minuti il letto fu pronto. Quella notte Marta dormì lì. Il giorno dopo, quando la mamma tornò da scuola, si era dimenticata tutto. Non si fermò più a dormire dalla zia, ma, soprattutto quando litigava coi suoi, era bello sapere che la sua brandina era lì, col letto fatto.

Poche settimane prima, tornando da scuola, vide un’ambulanza davanti al cancello. Sapeva che Ga non stava bene. Si fermò dall’altra parte della strada e attese. La vide uscire sdraiata su una barella, legata con delle cinghie arancione. La zia la vide, e da lontano le sorrise. Marta voleva avvicinarsi per salutarla ma non ci riuscì, non capì mai cosa la trattenne. Anche le tute delle ragazze che spingevano la barella erano arancioni.

Nella nuova famiglia erano in tre, una coppia con un ragazzo, uno spilungone dall’aria timida. Si erano incrociati sulle scale, lui saliva carico di bagagli. La salutò, lei gli sorrise appena, poi pensò a lui tutta sera. I tre passarono tutto il pomeriggio a scaricare scatoloni, i mobili l’avevano portati il giorno prima quelli dei traslochi.

Diede un’occhiata fuori dalla finestra: cominciava a piovere.

 

Beniamino tornò a sedersi, chiuse gli occhi e lasciò vagare il pensiero: Mi farò dei nuovi amici, speriamo che a scuola i compagni non siano stronzi. E speriamo di conoscere delle ragazze, forse in provincia è più facile. Il tempo non passava, così si imbarcò in una delle sue fantasie: La porta si apre e compare Luisa, la cassiera del bar dell’ospedale. L’aveva vista al San Martino, quando, con i suoi, era andato a trovare Gianni, il fratello della madre. Nel corridoio incontrarono Cesare; l’aveva conosciuto la volta precedente, era sempre lì, seduto su una sedia di fronte alla sala TV. Lo salutò.

– Ben! – rispose lui allegro, – ti aspettavo, la valigia è quasi pronta, cinque minuti e arrivo.

Scappò nella sua stanza. Cesare era convinto che chiunque entrasse in reparto fosse lì per portarlo a casa dai suoi. Piccolo e grassottello, col viso infantile, vestiva sempre una tuta rossa col marchio della Ferrari. L’infermiere una volta disse che i suoi genitori erano morti in un incidente quando lui aveva dieci anni e, nei brevi periodi in cui non era ricoverato, viveva con dei lontani parenti. Quando raggiunsero la camera di Gianni, la madre lo mandò giù al bar a prendere una bottiglia d’acqua, forse per toglierselo di torno; lui ci andò volentieri, perché non sopportava il comportamento di lei col fratello, e anche perché la cassiera aveva due tette stupende, che mostrava orgogliosa indossando camicette scollate. Luisa, così l’aveva sentita chiamare da un collega, ultimamente era la principale protagonista delle sue fantasie erotiche. Mentre faceva la fila alla cassa la osservò, affascinato da quei seni che, a ogni movimento, dondolavano in tutte le direzioni, ognuno in modo autonomo.

Luisa esce sulla terrazza, si guarda intorno, si accorge di lui, sorride. È in ciabatte, addosso ha una vestaglietta di tessuto morbido che mette in risalto le forme, con i capelli spettinati è ancora più eccitante, gli si avvicina e sussurra: – Abito qui al pianterreno, vieni da me. – Mentre parla lo guarda con…

Una goccia fredda gli cade sul naso. Ci mancava solo questa. Il cielo non promette nulla di buono, è pieno di nuvoloni bassi. Sente un tuono e dopo pochi minuti comincia, prima lentamente, come per prepararsi, poi scroscia forte. Si addossa alla porta, è il posto più protetto, ma in breve è completamente bagnato. Aumenta ancora, è un acquazzone violento, sente freddo, comincia a battere i denti. Picchia forte sulla porta col palmo aperto, ma la pioggia fa un rumore tremendo, chi lo può sentire? Dopo un po’ desiste, cerca di farsi più piccolo che può per ripararsi sperando che non duri a lungo.

 

Marta è pensierosa. La mamma ultimamente è strana, parla poco, sia con lei che con papà. A volte sembra triste, e, se le chiede perché, cerca di distrarla parlando d’altro. Sono finiti i mormorii e le risatine che sentiva la sera provenire dalla loro camera.

Non si staranno mica lasciando, quei due? No, che mi viene in mente, è perché stanno invecchiando, ormai hanno più di quarant’anni. O forse papà si è innamorato di un’altra… Non posso immaginarmelo, era sempre lì a pendere dalle sue labbra, mi dava persino fastidio. O magari lei. Lei sì, ce la vedo. Chi potrebbe essere, vediamo. Il prof di matematica? No, con quell’aria saccente, non è il suo tipo, a immaginarli insieme mi vien da ridere. Però, aspetta, quel pomeriggio che sono tornata dalla piscina e l’ho trovata col preside… Loro non mi hanno sentita entrare in casa, erano chiusi nello studio. Che bisogno c’era di chiudere la porta? Quando l’ho aperta abbiamo fatto un balzo tutti e tre, io non mi aspettavo di trovare lui, loro non si aspettavano che io arrivassi. E la mamma mi pareva seccata, mentre lui con me era gentile, troppo gentile. Quando sono usciti li guardavo dalla finestra, mentre si dirigevano alla macchina lei gli ha sistemato il colletto della giacca. Era un gesto tenero, familiare, allora non ci avevo fatto caso, ma ripensandoci ora… Poi mi ha detto che era venuto ad aiutarla a correggere i compiti, ma i presidi aiutano le prof a correggere i compiti?

La pioggia è aumentata, ora è molto forte, la sente crepitare sul terrazzo. Ogni tanto tuona, dalla finestra quasi non vede oltre il cancello.

Oh madonna, sta a vedere che quella si è innamorata del preside, se ne va con lui e ci abbandona! Poi papà si risposa e sarò costretta a vivere con una matrigna, magari una che ha già una figlia, e dovrò lavare i pavimenti e far loro la serva… Uh, quante fantasie! Torna sulla terra! E poi le figlie erano due.

Un rumore, come un bussare, si sente appena, confuso con quello della pioggia. Si affaccia sul pianerottolo e lo sente più chiaramente: viene da sopra. Qualcuno picchia sulla porta della terrazza, qualche fesso che è salito senza chiavi ed è rimasto chiuso fuori. Ma che cazzo è andato a fare lassù con questo tempo?

 

Beniamino sente aprirsi la porta, subito entra e la richiude dietro di sé. È la ragazzina che abita al suo pianerottolo.

– Grazie, per fortuna mi hai sentito.

– Ma che ci facevi in terrazza?

– Sono venuto su stamattina, la porta si è chiusa col vento… pensavo di aspettare i miei fino a sera, poi ha cominciato a piovere…

A Marta viene da ridere al pensiero di lui che se ne sta tutto il giorno sul terrazzo ad aspettare che tornino i suoi, poi si accorge che sta tremando, è fradicio, le gocce gli scivolano sul viso.

– Vai subito a cambiarti! Le chiavi di casa le hai prese?

– No, non sapevo che queste porte…

È proprio imbranato. Bello e imbranato.

– Dai, vieni a casa mia.

– No, grazie, aspetto i miei qui sulle scale.

– Ma quali scale, stai tremando, vieni! – e lo accompagna in casa.

– Ti bagno tutto il pavimento, – dice mentre lei apre il rubinetto e fa andare acqua calda nella vasca.

– Io sono Marta.

– Io Beniamino, sei gentile, non vorrei disturbarti….

– Poi asciugati con questi e mettiti su quell’accappatoio.

Esce dal bagno. – Passami i vestiti, – gli dice.

A lui viene un dubbio tremendo. Fa un rapido controllo: ha un buco nelle mutande. Ora cosa faccio? Non posso certo dirle no, non te li passo i miei vestiti! Attraverso la porta socchiusa lei aspetta con un braccio proteso che non ammette esitazioni, non gli resta che fare quello che ha chiesto. Mentre le passa i vestiti nota la sagoma di lei attraverso il vetro opaco della porta. Certamente vede la mia, pensa, si copre con una mano e si allontana. Si sarà accorta che ce l’ho piccolo?

Dopo aver steso i panni bagnati sui caloriferi lei accende il giradischi e fa andare il CD che era dentro, poi passa uno straccio sul pavimento fino alla porta del bagno che è rimasta socchiusa. Dà un’occhiata dentro e lo vede nella vasca. Non si è accorto di lei, ogni tanto immerge anche la testa per qualche secondo poi torna su a respirare e sorride. A quel punto si rende conto di essersi portata in casa uno sconosciuto. E se mi mette le mani addosso? Se è uno stupratore?

Parte la musica, un disco del papà, musica classica, farò la figura della secchiona. Sto qui a pensare ai suoi gusti musicali mentre lui…

Esce dall’acqua, lo guarda mentre si asciuga, è troppo bello per essere uno stupratore. Lui si volta e la vede, lei gli sorride, lui arrossisce e svelto si mette su l’accappatoio.

Lei apre del tutto la porta, fa un passo verso di lui, lui fa un passo verso di lei. – Marta, – mormora, – Beniamino, – sussurra lei.

Lui ha voglia di scappare ma si fa coraggio, si sforza di sorridere, devo prendere l’iniziativa, si avvicina ancora, ora cosa faccio, abbassa la testa, lei alza la sua, le bocche si toccano, gli occhi si chiudono.

Lei sente l’odore della sua pelle, titubante tocca con la punta della lingua le labbra di lui, che si schiudono, dentro è umido e tiepido, il sapore è buono.

Lui non riesce a crederci: ci sta, anzi, lo bacia con la lingua, prima esita, poi è sempre più sicura, questa la sa lunga, non devo farle capire che per me è la prima volta.

Lei fa scorrere le mani sul petto di lui, sulle spalle, sente la pelle liscia, spinge indietro l’accappatoio che scivola in terra.

Lui non sa decidere, le sue dita sì, le slacciano il bottone dei jeans, scivolano dentro, sentono i peli, sono morbidi, da accarezzare, lui si spaventa, ritira la mano.

Lei lo ferma, vai avanti così, lui va avanti così, lei, col viso vicinissimo al suo, lo fissa con occhi spalancati, sente il cuore battere dentro le tempie, una bolla calda le cresce nella pancia, dallo stereo arriva un rullo di tamburi, il boato di un tuono copre la musica, poi arriva la meraviglia, il mondo scompare, la bolla scoppia. È il suo Big Bang personale.

Lui sente che non resisterà a lungo, lei lo sta accarezzando, proprio lì, devo riuscire a resistere, che figura ci faccio, devo riuscirci, devo riuscirci, devo…

Non ci riesce.

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